XXXVI.

A Lodovico di Buonarrota Simoni in Firenze.

Carissimo padre. Intendo per l'ultima vostra, come io mi guardi di non tenere[41] danari in casa e di none portare addosso, e ancora come costà è stato detto che io ò sparlato contra a' Medici.

De' danari, quegli che io ò, gli tengo nel banco di Balduccio e non tengo in casa nè adosso se non quegli che io ò di bisognio dì per dì. Del caso de' Medici, io non ò mai parlato contra di loro cosa nessuna, se non in quel modo che s'è parlato generalmente per ogn'uomo, come fu del caso di Prato;[42] che se le pietre avessin saputo parlare, n'àrebbono parlato. Dipoi molte altre cose s'è dette qua, che udendole dire, ò detto: s'egli è vero che faccino così, e' fanno male: non già che io l'abi credute: e Dio il voglia che le non sieno. Ancora da un mese in qua qualcuno che mi si mostra amico, m'à ditto di molto male de' casi loro: che io gli ò ripresi e ditto che e' fanno male a parlare così, e che non me ne parli più. Però io vorrei che Buonarroto vedessi sottilmente d'intendere donde colui à inteso che io abbi sparlato de' Medici, per vedere se io posso trovare donde la viene; e se la viene da qualcuno di quegli che mi si mostrono amici, acciò che io me ne possa guardare. Non v'ò da dire altro. Io non fo ancora niente, e aspetto che el Papa mi dica quello che io abbia a fare.

Vostro Michelagniolo scultore in Roma.

Museo Britannico. Di Roma, (dell'ottobre 1512).