NOTE:
[1.] Veggansi: Bartolomeo de Neocastro, cap. LXXXIV; l'Anonymi Chronicon Siculum, cap. I a V, presso Di Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo I, p. 115, e tomo II, p. 121, seg.; e la Lettera di Fra Corrado, presso Caruso, Bibliotheca Historica regni Siciliæ, tomo I, p. 47.
[2.] Historia Sicula, deca II, lib. VI.
[3.] Tomo II, Palermo Sacro (1650), p. 627, seg.
[4.] Veggasi la Tavola Analitica, parte II, nº VII.
[5.] Syntagmata Linguarum Orientalium, Romæ 1643, in-fog. La più estesa è la grammatica georgiana, a scriver la quale il Maggio fu il primo, o tra i primi, in Europa. La turca e l'arabica, accompagnate dai riscontri in caratteri siriaci ed ebraici, mostrano anche buoni studii e molta pratica.
[6.] Veggasi la Tavola Analitica, parte II, nº XX.
[7.] Veggansi: Scinà, Prospetto della Storia Letteraria di Sicilia nel secolo XVIII, tomo III, p. 296 a 383; Lettera di Italinski, nella raccolta Mines d'Orient, tomo I, p. 236; e gli opuscoli tedeschi citati da Wenrich, Commentarii, § XXVIII a XXXII, p. 36, seg.
[8.] Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi, pubblicato per opera di Alfonso Airoldi ec. Tomi 3 in-4, Palermo, 1789-90-92.
[9.] De supputandis apud Arabes Siculos temporibus, Palermo, 1786, in-4.
[10.] Nel Catalogo dei diplomi.... della Cattedrale di Palermo, ec., Palermo, 1842, in-8.
[11.] Opere di Vincenzo Mortillaro, marchese di Villarena, tomo III. Nel tomo IV si trova la illustrazione di un bell'astrolabio, del quale mi occorrerà far parola in questa Introduzione.
[12.] Due nella Biblioteca Sacra, tomo II, Palermo 1834, p. 40, seg.; e un altro nel Tabularium Capellæ Collegiatæ Divi Petri in regio Panormitano Palatio, compilato dal Garofalo, p. 28, seg.
[13.] Monete cufiche battute da principi longobardi, normanni e svevi nel regno delle Due Sicilie, interpretate e illustrate dal principe di San Giorgio Domenico Spinelli, e pubblicate per cura di Michele Tafuri, Napoli, 1844, 1 vol. in-4, con rami.
[14.] Ecco la tesi dell'Accademia: Tracer l'histoire des différentes incursions faites par les Arabes d'Asie et Afrique, tant sur le continent de l'Italie, que dans les îles qui en dépendent; et celle des établissements qu'ils y ont formés: rechercher quelle a été l'influence de ces événements sur l'état de ces contrées et de leurs habitants.
[15.] Annali Musulmani, tomo II, p. 340, nella descrizione d'Aleppo; II, 386; III, 388 e 463.
[16.] Mortillaro, Opere, tomo III, p. 189, seg.
[17.] Journal Asiatique, octobre 1845, p. 313, seg., tradotto da me in italiano, nell'Archivio Storico Italiano, Append., nº XVI (1847).
[18.] Mortillaro, Opere, tomo III, p. 190.
[19.] Hagi-Khalfa, ediz. di Fluëgel, tomo V, p. 163, nº 10, 568.
[20.] Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia, nº CXXXVII (maggio 1834), p. 18 del fascicolo annessovi d'un dizionario biografico.
[21.] Mortillaro, Opere, tomo IV, p. 110, seg.
[22.] Il titolo di Scerf-ed-dîn non era punto in uso nel X e XI secolo; e però la copia sull'ottone va riferita al XII o XIII. Inoltre questo Scerf-ed-dîn non fu al certo principe, ma qualche dotto.
[23.] Veggasi questo nome etnico nel Lobb-el-Lobbâb, di Soiûti.
[24.] Notices et Extraits des MSS., tomo VII, p. 54, 55.
[25.] Veggasi il Cosmos, versione francese, Paris, 1848, tomo II, p. 519.
[26.] MS. del dottor John Lee, e MS. di Parigi, al nome Ali-ibn-Gia'far etc.
[27.] Ediz. di Fluegel, tomo II, p. 135, nº 2243; e tomo III, p. 203, nº 4935.
[28.] Soiûti e Hagi-Khalfa, l. c.
[29.] Imad-ed-dîn, nella Kharîda, tomo XI, MS. di Parigi, Ancien Fonds 1375, fog. 20 verso, e MS. del British Museum, Rich. 7593.
[30.] MS. di Leyde, 677, Warn, notato nel Catalogo del Dozy, tomo II, pag. 142, nº DCCXLVI. Debbo questa notizia al Dozy stesso.
[31.] Ediz. Fluegel, tomo II, p. 135, nº 2213.
[32.] Baiân, tomo I, p. 254, nell'anno 387 (997), cita uno squarcio d'Ibn-Rekîk sopra un magistrato per nome Iusûf, col quale ci solea fare il giro delle province per levar le tasse.
[33.] Lettre à M. Hase, nel Journal Asiatique, série IV, tomo IV, p. 349 e 350; Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo I, p. 292, nota del traduttore.
[34.] Questo fatto si ricava da Tigiani, Rehela, versione francese, di M. Alph. Rousseau, p. 120. (Estratto dal Journal Asiatique, série IV, tomo XX, sept. 1852, p. 176.)
[35.] Veggansi su questo autore: Ibn-Khallikân, versione inglese, tomo I, p. 228; Dozy, Historia Abbadidarum, tomo I, p. 405, nota 52; Ibn-Abbâr, MS. sella Società Asiatica di Parigi, fog. 408 verso; Ibn-abi-Oseba, MS. della Bibl. imper. di Parigi, Suppl. Arabe, 673, fog. 191 recto, seg.
[36.] Annales Moslemici, tomo II. p. 446, anno 336, e presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 81 a 83. Veggasi anche la Prefazione di Reiske nel primo volume degli Annales Moslemici, p. VIII.
[37.] Presso Di Gregorio, op. cit. p. 59.
[38.] Tigiani, Rehela, MS. di Parigi, fog. 141 recto, e versione di M. Rousseau, p. 261 (Estratto del Journal Asiatique.)
[39.] Veggansi: Ibn-Khallikân, edizione di M. De Slane, testo arabico, tomo I, 145, e versione inglese, tomo I, 282, seg.; Quatremère, Mémoires sur les Khalifes Fatimites, nel Journal Asiatique, série III, tomo II (1836), p. 131; Sacy, Exposé de la Religion des Druses, tomo I, p. CCCCLX. Il Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 295, 296, avea dato ragguagli meno esatti su questo autore.
[40.] Rerum Arabicarum, p. 37, 38.
[41.] Codice Diplomatico di Sicilia, introduzione, tomo I. p. 15.
[42.] Veggasi la seconda parte di questa tavola, n. XXVIII.
[43.] Ediz. Fluegel, tomo IV, p. 146, e tomo V, p. 438, nº 11,590.
[44.] Annales Moslemici, anno 697 (1297), V, p. 144. Abulfeda conoscea di persona Gemâl-ed-dîn. Su le opere di lui si vegga Reinaud, Extraits etc. des Croisades, p. XXV.
[45.] Riscontrinsi: Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, introduzione, tomo I, p. CXLI, e Dozy, Historia Abbadidarum, tomo II, p. 150.
[46.] Makkari, The history of the Mohammedan Dynasties in Spain, versione del prof. Gayangos, tomo I, p. 204, 481.
[47.] Veggasi a questo proposito la Historia Abbadidarum del Dozy, tomo I, p. 215 in nota. Sui varii titoli delle opere istoriche di Ibn-Sa'id, sia che tutti denotino opere diverse, o che alcuni indichino solemente diverse redazioni, si confrontino: Hagi Khalfa, edizione di Fluegel, tom. V, p. 438 e 647, n. 11,822 e 12,488; Casiri, Bibl. Arab.-Hisp., tomo II, p. 16; Abulfeda, Annal. Moslem., tomo I, p. viii, prefazione di Adler; Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 240; e gli scrittori nostri contemporanei che ho citato nelle note precedenti.
[48.] Leonis Africani De Viris illustribus etc., presso Fabricius, Bibliotheca Græca, tomo XIII (Hamburgo 1726), p. 278, nella vita di Esseriph Essachali ossia Edrisi, nella quale sono confusi il conte Ruggiero e re Ruggiero suo figliuolo.
[49.] Nell'opera di Makkari intitolata: The History of the Mohammedan Dynasties in Spain, tomo I, p. L.
[50.] Ibid., p. LXVI e LXVII.
[51.] Veggasi il nº XXVII della presente Tavola.
[52.] Veggansi le prefazioni del Caruso e del Di Gregorio nel Rerum Arabicarum, p. 33 a 39. Il Wenrich. Commentarii, Introductio, § IX, p. 14 e 15, replicò le conchiusioni del Di Gregorio senz'altro.
[53.] Fog. 83 recto dal MS., che dovrebbe essere in fin del volume e si trova verso la metà, sendo stati trasposti i fogli nella legatura.
[54.] Si legge in arabico, in foglio di altro sesto, messo tra il 75 e il 76 del MS. Vi si aggiunge in italiano: è scritto questo libro doppo mille e cinquecento anni; grossolana impostura, perchè tornerebbe al VI secolo dell'era cristiana.
[55.] Ediz. di Finegel, tomo III, p. 521. Non trovo nè anco la data nei MSS. di Hagi Khalfa della Bibl. di Parigi.
[56.] MS. fog. 5 recto.
[57.] MS. fog. 28 recto.
[58.] Fa cenno di quest'opera Ibn-Abbâr, MS. dalla Società Asiatica di Parigi, fog. 14 recto.
[59.] Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, tomo IV, p. 293, nº 8,486, e tomo II, p. 142, nº 2,280.
[60.] Libro de agricultura. Su autor el doctor.... ebn el Awam Sevillano, Madrid 1802, due volumi in foglio.
[61.] Nell'opera intitolata: Notices et Extraits des MSS., tomo XIII (1831) p. 437, seg.
[62.] Ibid., p. 633
[63.] Rerum Arabicarum, p. 237.
[64.] Nella prima parte di questa Tavola, nº IV.
[65.] È segnato col nº CCCCXLVII, e notato nel Catalogo di Stefano Assemani, presso Mai, Scriptorum Veterum Nova Collectio, tomo IV, p. 518.
[66.] Géographie d'Edrisi, 2 volumi in-4. Paris, 1836, 1840.
[67.] Solwân ec., ossiano Conforti Politici, di Ibn Zafer. Firenze 1851.
[68.] Ibn-Khallikân, versione di M. De Slane, tomo III, p. 306, non pubblicato per anco, afferma che la Kharîda si componea di dieci volumi. I MSS. di Parigi e Londra provano la inesattezza di cotesta asserzione, o che si fecero altre copie, divise in maggior numero di volumi. A ciò conduce ancora il MS. di Parigi. Suppl. Arabe 1051. il quale non risponde esattamente all'Ancien Fonds 1375 nè al MS. di Londra.
[69.] The Travels of Ibn-Batuta, London 1829, in-4, p. 6.
[70.] The Travels of Ibn-Jubair, Leyden 1852, in-8.
[71.] The history of the Almohades by Abdo-'l-Wáhid-el-Marrékoshi, Leyden 1817, in-8.
[72.] Jacut's Moschtarik, Gottingen 1846, in-8.
[73.] Veggasi Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduc. p. CXXIV, seg.
[74.] Gli squarci pubblicati lo sono stati da Monsieur Des Vergers nel 1811, note a Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, a Tornberg, note al Kartas, ossia Annales Regum Mauritaniæ, tomo II, p. 411, seg. Altri ne usciranno nel Recueil des Historiens des Croisades publié par l'Académie des Inscriptions, tomo I, che si stampa attualmente per cura di M. Reinaud. Il Tornberg ha pubblicato il 1850 un volume d'Ibn-el-Athîr dal 527 al 583. I signori Dozy, De Frémery e altri orientalisti han dato in varie opere il testo e la versione di capitoli dello stesso autore che non appartengono al nostro argomento.
[75.] Extraits des Historiens Arabes..... relatifs aux Croisades, p. XVI.
[76.] Edizione Fluegel, tomo V, p. 75, nº 10,057.
[77.] Veggansi Ibn-Khaldûn, Storia dei Berberi, testo arabo stampato ad Algeri, tomo I, p. 429, seg.; Gayangos, Mohammedan Dynasties in Spain by Makkari, tomo II, p. 528, seg., nota 20; e Dozy, Historia Abbadidarum, tomo II, p. 46.
[78.] Nell'opera: Relation de l'Egypte par Abdallatif, appendice, p. 495, seg. 549, seg. Il professore Gayangos, The History of the Mohammedan Dynasties in Spain, tomo I, Appendice, p. XXXV e XXXVI, ne ha dato una versione inglese.
[79.] Op. cit., p. 478.
[80.] Edizione Fluegel, tomo IV, p. 133 e 288, nº 7883 e 8640.
[81.] Kitâb Wafayat al Alyan, Vies ec. par Ibn-Khallikan, publiées par le B. Mac-Guckin De Slane, Paris, 1842, tomo I, in-4, testo arabo. Ibn-Khallikan's Biographical Dictionary translated ec., tomo I, II, Paris, 1842, 1843. Il terzo volume non è pubblicato; ne ho avuto alle mani parecchi fogli per cortesia del traduttore e di M. Reinaud.
[82.] Ibn-Challikani, Vitæ illustrium virorum, Gottingæ, 1835, in-4.
[83.] Histoire de l'Afrique et de l'Espagne, intitulée Al-Bayano-'l-Mogrib, Leyde, 1848, 1851, 2 vol. in-8.
[84.] Série IV, tomo XX (1852), e série V, tomo I, (1853). Raccolti insieme i fogli e stampati a parte, fanno un volume di 290 pagine.
[85.] Annales Regum Mauritaniæ, Upsal, 1843, 1846, 2 vol. in-4.
[86.] Géographie d'Aboulfeda, Introduz., p. CL e CLI.
[87.] Col titolo di Annales Moslemici, Copenhagen, 1789, 1791, 5 vol. in-4.
[88.] Veggansi: Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, tomo V, p. 397, nº 14,069; Quatremère, Histoire des Sultans Mamlouks par Makrizi, tomo II, Parte II, p. 173; Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduz., p. CLI.
[89.] Secondo la soscrizione che si legge in fine di questo MS., sarebbe autografo. Il barone De Slane la crede bugiarda per cagion di parecchi errori del MS. La stessa soscrizione è in uno dei MSS. di Leyde secondo il Dozy, Catalogo, I, p. 5.
[90.] Veggansi: Di Gregorio, Rerum Arabicarum, Prefazione al Nowairi; Airoldi, Prefazione al Codice Diplomatico ec., dell'Abate Vella; e Scinà, Storia Letteraria di Sicilia nel XVIII secolo, tomo III, cap. VI.
[91.] Histoire de Sicile, traduite de l'arabe du Novaïri par le citoyen J. J. Caussin, in appendice al Voyages en Sicile, dans la Grande Grèce et dans le Levant, par M. le Baron de Riedesel, Paris, an. X (1802), in-8.
[92.] Lettre à M. Hase nel Journal Asiatique, IV série, tomo IV, p. 329, (1844).
[93.] Catalogo del Dozy, tomo II, pag. 148, nº DCCLXIII, seg.
[94.] Rerum Arabicarum, p. 57.
[95.] Commentarii ec., §, VI, p. 8.
[96.] Veggasi la prefazione di Adler nel primo volume degli Annales Moslemici d'Abulfeda, p. VIII.
[97.] I volumi che io conosco del Mesâlek-el-Absâr, sono i seguenti:
| I. | Bibl. Bodlejana, Pococke, 191, già citato. — Geografia. |
| III. | Parigi, Ancien Fonds 583. — Altra parte di Geografia. |
| XIV. | Parigi, Ancien Fonds 1371: British Museum, Catalogo, nº DLXXV, parte II, p. 273. — Antichi poeti arabi. |
| XV. | Escuriale, Catalogo di Casiri, tomo I, p. 68, nº CCLXXXV. — Altri poeti. |
| XVII. | Parigi, Ancien Fonds 1372, già citato. — Altri poeti. |
| XXIII. | Parigi, Ancien Fonds 612. — Storia già citata. |
| XXIII. | (Numero di volume sbagliato o appartenente a una copia divisa altrimenti). Parigi, Ancien Fonds 904. — Mineralogia e Storia antica. |
Il Casiri, Catalogo, tomo II, p. 6, nº MCDXXXIV e MDCXXXV, nota un Kitâb et-Ta'rif, altra opera del medesimo autore.
[98.] Stampato ad Upsal il 1839, un vol in-8.
[99.] Saggi di Schultz, inseriti nel Journal Asiatique. Questo passo si legge nella serie I, tomo VII, (1835), pag. 293, ove il traduttore ha dato anche il testo arabico di tal frase.
[100.] Il baron De Slane, che ricorda spesso con affetto i lavori di questo valente giovane, dice in una nota della Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo I, Introduction, p. III et IV, che si erano già stampate 108 pagine di testo e 140 della versione, e che rimangono come carta inutile nei magazzini del tipografo.
[101.] Su l'autore veggansi: Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo I. p. 112, seg.; e Quatremère, Histoire des Sultans Mamlouks de l'Egypte par Taki-Eddin-Ahmed-Makrizi, tomo I, prefazione.
[102.] Catal. del Dozy, tomo II, p. 200, nº DCCCXX.
[103.] Journal Asiatique, série IV, tomo XIII, (1819), p. 256, seg.
[104.] Lexicon Bibliographicum et Enciclopædicum a Mustapha... Haij-Khalfa ec., Lipsia e Londra. 1840, 1852, sei vol. in-4.
[105.] Cronologia historica di Hazi-Halifé-Mustafà ec., Venetia, 1697, in-4.
[106.] Historie de l'Afrique de Mohammed-ben-Abi-el-Raïni-el-Kairouani, Paris, 1845, in-4, che è il vol. VII della Exploration scientifique de l'Algérie, Sciences historiques et géographiques.
[107.] Diodorus Siculus, lib. XXXIV, XXXV.
[108.] Florus, lib. III, c. 9.
[109.] Palmieri, Somma della storia di Sicilia, vol. I, cap. 14. Ma egli non vede la causa principale del danno là dove pare a me di trovarla, cioè nella proprietà territoriale usurpata dai cittadini romani ai Siciliani.
[110.] Diodorus Siculus, lib. V, XXXIV, XXXV, XXXVI, XXXVII. A creder mio, Diodoro giudicò male la prima guerra servile, credendola un imperversare di masnadieri e nulla più. Nella seconda riconosce il malo contentamento dei Siciliani. Ma la Legge Rupilia, alla quale io ho fatto allusione di sopra, sendo stata promulgata dopo la prima guerra, ne prova chiaramente l'indole politica.
[111.] Palmieri, l. c., sostiene che il grano prodotto dalla Sicilia al tempo di Verre, non montasse che ad un milione di salme d'oggi (2,753,659 ectolitri); cioè due terze parti della produzione attuale. Di più, crede che tutta la Sicilia allor ne desse appena quanto il solo Stato di Siracusa sotto Gelone.
[112.] Gli stadii di Strabone sono ordinariamente di 700 al grado. Il perimetro della antica Siracusa indi torna a 11 miglia e mezzo delle italiane di cui entran 60 in un grado. Ho seguíto in questo passo di Strabone la interpretazione di M. Letronne, Essai critique sur la topographie de Syracuse, p. 100, seg., non quella che erroneamente portava Siracusa ristretta da Augusto, come dei nostri tempi, alla sola penisola.
[113.] Strabo, Rerum Geographicarum, lib. VI, p. 265, seg.
[114.] Stefano dà 122 nomi di città e castella, tra le quali alcune poste per errore in Sicilia, ma altre ne mancano. (Stephanus, De urbibus, passim). Strabone (l. c.) ne contava 16, tralasciando senza dubbio i luoghi meno importanti. Plinio (Historiæ Naturalis, lib. III, cap. 14) ne ha 69, delle quali 5 colonie romane, 13 oppida, 3 popolazioni di condizione latina, e 48 tributarie. Tolomeo (Cl. Ptolomei Geographiæ, lib. III, cap. 4) novera 64 tra città e castella, accordandosi con Plinio in 47 nomi, e discrepando negli altri, forse perchè il Romano segue la geografia politica, quando Tolomeo, geografo matematico, nota i luoghi non le genti. L'Itinerario (presso Fortia d'Urban, Recueil des Itinéraires anciens, Antonini Augusti Itinerarium, numeri XXIII a XXVII, p. 26-29) non vale in questa esamina, perchè dà le sole stazioni di poste; tra le quali 26 in città note.
[115.] Historiæ Augustæ Scriptores, tom. II, p. 85. Trebellii Pollionis, Galliani duo, cap. 4.
[116.] Zosimus, lib. I, cap. 67, 71.
[117.] Marini, I Papiri Diplomatici, numeri XXXII e XXXIII, che si credono frammenti di unico diploma dato il 489. Indi si scorge che Odoacre aveva accordato a un Pierio, forse il conte di tal nome, 690 soldi, dei quali 450 assegnati su certi beni a Siracusa, 200 a Malta, e che per questo diploma concedeva il rimanente di 40 soldi e una frazione, sopra tre fondi diversi posti nella massa Piramitana, nel territorio di Siracusa.
[118.] San Gregorio, che non credea certamente a tal fola, pur l'accreditava, con mille altre somiglianti, per promuovere la superstizione; e nel presente caso anco per aizzar la gente contro i Longobardi, barbari e tuttavia Ariani come i Goti. Vedi Divi Gregorii Papæ Dialogi, lib. IV, cap. 30.
[119.] Caruso, Memorie storiche di Sicilia, parte I, vol. II, lib. 5. Il volume che contiene questo passo, uscì alla luce in Palermo il 1716, sotto il dominio della casa di Savoia.
Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, dissertazione 1, p. 405, seg. Il primo volume di questa egregia opera, che non si continuò per cagion d'una acerba e sciocca persecuzione, fu stampato a Palermo il 1743. Dopo mezzo secolo e più, il Di Gregorio (Introduzione al Diritto pubblico Siciliano) onorò la memoria dello autore con una timida parola. Domenico Scinà l'ha poi vendicato degnamente (Prospetto della Storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII), tom. I, p. 260 e seg.
[120.] Acta Apostolorum, XXVIII, 12.
[121.] Quest'ultimo fatto si potrebbe spiegare altrimenti, supponendo una tratta di schiavi stranieri; ma quel di Tindaro lascia pochissimo dubbio, parlandosi espressamente di idolatri che non si voleano convertire ed erano difesi dai potenti. Ciò mostra che si tratti di contadini di Sicilia schiavi dei grandi proprietarii, e che il caso sia simile a quel di Sardegna. Oltre i seguaci del paganesimo greco e romano, qualche famiglia balestrata in quelle provincie dalla servitù prestava culto agli Angeli. Veggansi le epistole di S. Gregorio, lib. II, nº 98, indiz. XI (a. 593), e lib. V, nº 132, indiz. XIV (a. 596); le quali anco si leggono presso il Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, numeri CII e CXXVII, pag. 142 e 175. Per la missione in Sardegna riscontrinsi le epistole di San Gregorio, lib. III, nº 23, 25 ec.
In Sardegna, oltre gli idolatri indigeni, v'era una popolazione detta dei Barbaricini che si mantenea con le armi alla mano; coi quali si trattava di far uno accordo, purchè si convertissero al cristianesimo. V'ha su questo argomento altre epistole di San Gregorio, una delle quali indirizzata al capo de' Barbaricini. Par che si tratti di Berberi, come l'han pensato alcuni eruditi.
La tarda conversione degli abitanti delle campagne in Sicilia è notata espressamente nel panegirico di San Pancrazio scritto nel IX secolo, presso il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tom. I, pag. 11; e nella raccolta dei Bollandisti, Acta Sanctorum, 3 aprile, pag. 237, seg.
In generale si riscontrino Pirro Sicilia Sacra, Gaetani, Di Giovanni, Caruso, nelle opere citate, dal I al VI secolo, e il compendio del P. Aprile sì diligente a far fascio d'ogni erba (Della Cronologia universale della Sicilia, pag. 442, seg.). Le fonti della storia ecclesiastica di Sicilia nei primi tre secoli, per lo più sono i menologi greci e i Mss. del Monastero di Cripta Ferrata e di quello del Salvatore di Messina. Dei Mss. greci si sa quanto valgano. Gli altri puzzano spesso di XII e XIII secolo.
[122.] Veggansi i particolari in Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, Dissertazioni II, III, IV.
[123.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. I, nº 80; presso il Di Giovanni, op. cit., si trova al nº LXXIX, p. 125.
[124.] Tre diplomi in papiro dati il 444, risguardanti il maneggio del patrimonio di un Lauricio in Sicilia e il danaro che il suo procuratore avea pagato ai conduttori della Chiesa di Ravenna anche in Sicilia, presso Marini, I Papiri Diplomatici, nº LXXIII. Divi Gregorii papæ, Epistolæ, presso Di Giovanni, op. cit., nº 211. Agnelli, Liber Pontificalis, presso Muratori R. I., tom. II, Parte I, p. 143, ove si dice di un Benedetto diacono, rettore del patrimonio della Chiesa Ravennate in Sicilia. L'autore visse nella prima metà del IX secolo. Il fatto portato da Agnello si riferisce alla metà del VII secolo, e prova la ricchezza di questo patrimonio e la corruzione dei rettori.
[125.] Theophanis Chronographia, p. 631. Supponendo che si tratti di talenti attici e ragionando il peso in oro puro, i tre talenti e mezzo varrebbero circa 300,000 lire italiane; ragionando i prezzi delle cose, circa un milione d'oggi.
[126.] Vedi le autorità citate dal Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, Dissertazioni V e VI.
[127.] Pirro, Sicilia Sacra, p. 25, nota del D'Amico.
[128.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. I, nº 39, indiz. IX.
[129.] Ibid., lib. III, nº 15, VII, 27, VIII, 65.
[130.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. I, nº 3, indiz. IX.
[131.] Lib. I, ep. 1, indiz. IX.
[132.] Lib. I, ep. 3.
[133.] Epistola di San Gregorio del 16 marzo 591, presso Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, LXVI, pag. 106, la quale manca nella edizione delle opere di San Gregorio che ho per le mani.
[134.] Lib. I, ep. 42.
[135.] Questo provvedimento è contenuto nella epistola 11, del lib. III, indiz. XII. Si è preteso che riguardasse la elezione delle badesse, non la professione delle suore, e così anche pensa il Di Giovanni, op. cit., p. 154. Ma il testo di San Gregorio mi par sì preciso da non dar luogo alle pie sofisticherie dei comentatori.
[136.] Per togliere ai lettori e a me stesso la molestia di troppe citazioni, non mi riferisco qui alla raccolta delle epistole di San Gregorio nella quale sono sparse quelle che toccano la Sicilia, ma piuttosto alla scelta di queste ultime che si trova presso il Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, numeri LX a CCLXVI. Vedi anche la Diss. III del medesimo Di Giovanni; Pirro, Sicilia Sacra, nelle notizie dei varii vescovadi dal 590 al 604; e Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tom. I, p. 188 a 224.
[137.] Pirro, op. cit., p. 35 a 38; Gaetani, op. cit., tom. II, p. 1 a 4; Anastasius Bibliothecarius, presso il Muratori R. I., tom. III, 142, 145, 147, 174.
[138.] Sce'b si chiama il tronco, come sarebbe Adnân; la prima diramazione si dice Kabîla; la seconda, I'mâra; la terza, Bain; la quarta, Fekhid; la quinta, A'scîra; la sesta, Fasîla: imperfette denominazioni e spesso confuse. Più comunemente la tribù vien detta Kabîla. Ho seguíto in tal distinzione l'antica e pregevole opera di Ibn-Abd-Rabbih (Kitâb-el-Ikd, Ms., tom. II, fol. 43 recto), che cita l'autorità di Ibn-Kelbi.
[139.] La Kufîa, Kefía o Keffieh, che si pronunzia in questi varii modi, è un fazzoletto quadro legato intorno al capo con doppii giri di una funicella di pelo, e scende al collo e alle spalle. Ordinariamente listato a verde e giallo, o tutto bianco. Il professore Dozy, Dictionnaire des noms des vêtements ec., p. 394, sostiene che la origine di questa voce sia italiana. Credo al contrario che gli Arabi l'abbian portato in Italia.
[140.] Sâdât è plurale di plurale, come lo chiamano i grammatici arabi, della voce notissima Sâid, signore. Con questo titolo significativo chiamansi i senatori della Mecca di quel tempo nelle antiche tradizioni che raccolse Ibn-Zafer nel libro intitolato Nogiabâ-'l-Ebnâ ossia dei “fanciulli egregii.” Se ne parla a proposito di un aneddoto di Maometto fanciullo di dodici anni, entrato per caso nella sala del consiglio, mentre vi si trattava un alto affare. Vedi il MS. di Parigi, Suppl. arabe 486, fol. 48 verso, e Supp. arabe 487..... La presente citazione si riferisca al solo titolo che non credo sia dato da altro autore. La istituzione e autorità del consiglio è nota.
[141.] Ibn-el-Athîr, MS. C., tom. I, fol. 3 recto e verso.
Sul giorno della fuga, gli eruditi non son di accordo; ponendolo chi in giugno e chi in settembre 622. Vedi Caussin, Essai sur l'histoire des Arabes, tom. I, p. 16, seg.
In ogni modo il primo anno dell'egira cominciò il giovedì 15 luglio 622, secondo gli astronomi arabi, e, secondo l'uso comune, il 16; contando gli astronomi il principio della giornata da mezzodì, e i magistrati e il popolo dal tramonto del sole. Vedi Sédillot, Manuel de Chronologie universelle, Paris 1830, tom. I, p. 340, seg.
[142.] Parendomi inutile e noiosissimo di far citazioni in un quadro generale, mi contenterò di ricordare ai lettori le opere principali da consultarsi su la storia degli Arabi avanti l'islamismo e nei primi tempi di quello. Sono: il Corano; le Tradizioni di Maometto, delle quali la raccolta più compiuta che si trovi data alle stampe è il Mishkat-ul-Masabih, versione inglese del capitano Matthews; Pococke, Specimen historiæ Arabum; Universal history, ancient part, tom. XVIII., modern part, tom. I; Caussin, Essai sur l'histoire des Arabes.
L'ambasceria degli Arabi a Iezdegerd si legge in Tabari, Annales regum, edizione del Kosegarten, tom. II, p. 274 a 281, e se ne trova un compendio nel tom. III di M. Caussin, p. 474, seg., e una versione francese di M. de Slane, Journal Asiatique 1839, tom. VII, pag. 376, seg. Sarebbe superfluo lo avvertire ch'io non ho composto il discorso di Mogheira, ma soltanto abbreviatolo, lasciandovi per lo più le parole dell'originale.
[143.] Hariri, Mecamêt, ediz. di M. de Sacy, p. 34, edizione di MM. Reinaud e Derenbourg, p. 39. Questa tradizione è data nel Commentario. Veggasi anche lo aneddoto raccontato da M. Caussin, Essai, tom. III, p. 507.
[144.] Dirhem è corruzione della voce greca e latina drachma. Significa appo gli Arabi un peso e una moneta di argento. Il valore della moneta così chiamata è stato, come sempre occorre, vario ne' varii tempi e luoghi: spesso moneta di conto, ma non effettiva. I dirhem che abbiamo dei califfi, ancorchè in tempi posteriori ad Omar, tornano in peso d'argento a sessanta centesimi di lira italiana più o meno. Parmi che questo sia stato anco il valore che s'intendea sotto la denominazione di dirhem al tempo di Omar. Si può supporre che una giornata di lavoro presso i popoli stanziali di Arabia tornasse in quel tempo circa a due dirhem; poichè lo schiavo persiano il quale per vendetta uccise quel gran principe, sendo ito a chiedergli giustizia contro il proprio padrone che l'obbligava a pagare due dirhem al giorno, Omar gli avea risposto che mettendo su un molino a vento, avrebbe potuto vivere e soddisfare quel tributo.
[145.] Mawerdi, Ahkâm Sultânîia, lib. XVIII, ediz. Enger, p. 345 seg. Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. II, fol. 93, seg., sotto l'anno 15. Ibn-Khaldûn, Parte II, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tom. II, fol. 171 recto. Ho seguíto a preferenza Mawerdi, antico e rinomato scrittore di dritto pubblico. Le cifre son date con qualche divario da Ibn-el-Athîr e dagli altri compilatori moderni. Ma si ricava da tutti: 1º Che fossero scritti nei divani anche i fanciulli, le donne e gli schiavi; 2º Che vi fosse un minimum come noi diremmo, al quale avea dritto ogni persona di qualunque sesso, età e condizione. Perciò le pensioni più grosse debbono riguardarsi in parte come retribuzione militare, o riconoscenza di meriti particolari, e in parte come quota dei guadagni comuni, appartenente ad ogni associato nella fraternità musulmana.
[146.] Omar-ibn-Madî-Karib, interrogato dal califo Omar su la virtù delle varie maniere d'armi, rispondea così per le saette; per la lancia dicea: or è tuo fratello, or ti tradisce, ec. Egli si piccava sopratutto di maneggiar la spada e l'espresse con una parolaccia alla quale il califfo rispose con lo staffile. Ibn-Abd-Rabbih, Kitâb-el-I'kd, MS., tom. I, fol. 50 verso.
[147.] Ibn-Abd-Rabbih, op. cit., tom. I, fol. 26 verso. Tacito avea scritto: Velocitas juxta formidinem; contatio propior constantiæ est. De Mor. Germ. Ciò che dico delle armi e tattica dei Musulmani nei primi secoli dell'islamismo si ricava anche dai varii racconti di lor guerre, non meno che dai trattati di Leone il filosofo, Leonis imperatoris Tactica, cap. 18, edizione di Meursius, p. 810, seg., e di Costantino Porfirogenito, Constantini Tactica, ibid., p. 1398, seg.
[148.] Gli Arabi non han preso mai il nome di Saraceni, nè altro simile; nè avvi nei loro ricordi alcuna gente così chiamata. Questa vocabolo, scritto dai Latini Sarraceni e da' Greci Σαρακηνοὶ, presso Plinio il vecchio, Tolomeo e Stefano Bizantino, denota alcune tribù e picciole popolazioni; Ammiano Marcellino e Procopio l'usano in significato più vasto; e gli scrittori occidentali dopo l'islamismo gli danno la estensione che io ho accennato. Indi si vede come successivamente si allargasse quella denominazione tra il primo e 'l quarto e poi di nuovo tra il sesto e il settimo secolo dell'era volgare. L'etimologia è incerta, ancorchè gli eruditi si siano tanto sforzati a trovarla, cominciando da San Geronimo che facea derivare il nome dei figli di Agar da Sara; e scendendo ai moderni, i quali han creduto raffigurar certi vocaboli arabi che suonerebbero uomini del deserto, ladroncelli e simili baie. Secondo una opinione più plausibile, Saraceni, sarebbe trascrizione della voce arabica sciarkiun, al genitivo (sul quale per lo più si costruiscono i derivati in tutte le lingue) sciarkiin che significa orientali; la qual voce i Greci e i Romani non poteano trascrivere nè pronunziare altrimenti che sarkin o sarakin, mancando nell'alfabeto loro la lettera scin che risponde alla ch francese e sh inglese. Veggansi Gibbon, Decline and Fall, Cap. L, nota 30, con l'annotazione di Milman; Saint-Martin, note a Le Beau, Histoire du Bas-Empire, lib. LVI, § 24; Reinaud, Invasions des Sarrazins en France, p. 229, 231.
[149.] Evagrius, Historia Ecclesiastica, lib. VI, cap. 2; Nicephorus Callistius, Ecclesiasticæ Historiæ lib. XVIII, cap. 10; Caussin, Essai sur l'histoire des Arabes, tom. II, pag. 133. I due scrittori greci, portando il nome del principe arabo con l'articolo, scrivonlo Alamondar.
[150.] Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori R. I., tom. III, pag. 140.
[151.] Processo di papa Martino a Costantinopoli, presso Labbe, Sacros. Concilia, tom. VI, pag. 63, 68, 69.
[152.] All'accusa di connivenza con Olimpio il papa rispose che non avrebbe avuto forze da opporsi; e recriminò contro uno degli accusatori il quale s'era trovato in condizioni simili.
[153.] Beladori, presso Reinaud, Fragments Arabes etc. relatifs à l'Inde, p. 182. I due luoghi di Ibn-Khaldûn, riferiti nella nota seguente, mi inducono a tradurre in questo modo il passo analogo del Beladori.
[154.] Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, nel British Museum, MS. 9547, fol. 143 verso; e Storia, sezione 2ª, MS. di Parigi, Suppl. arabe, 742 quinquies, vol. II, fol. 180 verso. In questi due luoghi si legge in due modi alquanto diversi il motto riferito da Beladori e citato di sopra; se non che è attribuito ad A'mr-ibn-A'si, il quale, interrogato da Omar che fosse il Mediterraneo, rispondeva: “Una sterminata pianura su la quale cavalcano uomini di poco cervello, piantati come vermi in un pezzo di legno.” Nei Prolegomeni lo storico arabo aggiugne riflessioni generali su le armate dei Musulmani. Nell'altro luogo citato, che contiene la storia dei primi califi, narra che Mo'âwia proponesse ad Omar l'impresa di Cipro; che quegli domandasse ragguagli ad A'mr-ibn-A'si capitano d'Egitto, e che, avutane quella risposta, vietasse l'impresa nei termini ch'io ho riferito. Il citato squarcio dei Prolegomeni si legge in inglese, con interpretazione che non risponde del tutto alla mia, nell'opera del Gayangos, The history of the Mohammedan Dynasties in Spain by Al-Makkari, tom. I, p. XXXIV.
[155.] Le indulgenze che guadagnano i Musulmani combattendo per mare sono annoverate nel Mesciâri'-el-Asciwâk, p. 49, seg. Le opinioni contrarie leggonsi presso M. Reinaud, Extraits etc. relatifs aux Croisades, p. 370 e 476; e Invasions des Sarrazins en France, p. 64 e 67. Tra le altre v'ha che i legisti teneano come stolto, e indi incapace a far testimonianza in giudizio, chiunque avesse navigato due o più volte per cagion di mercatura.
[156.] Ibn-Khaldûn, Storia, sezione 2ª, MS. di Parigi, Suppl. arabe, 742 quinquies, vol. II, fog. 180 verso.
[157.] Ibid., fog. 181 recto.
[158.] Gli annalisti musulmani son dubbii su queste date. Le pongo secondo i bizantini citati da Le Beau, Histoire du Bas-Empire, lib. LIX, § 35, 36.
[159.] Presso Labbe, Sacrosancta Concilia, tom. VI, p. 63, 68, 69. Il papa si discolpava dell'accusa d'aver mandato lettere e danari ai Saraceni, allegando non aver fatto che qualche picciola limosina a servi di Dio andati nel paese che occupavano gli Infedeli: senza dubbio la Sicilia. Gli apponevano inoltre i magistrati bizantini il favore dato all'esarco Olimpio che praticava contro l'imperatore, come pare, quando, rappacificatosi col papa, passò in Sicilia.
[160.] Tom. I, p. 532, sotto l'anno del mondo 6155, secondo il conto suo, che, ridotto all'era volgare, risponderebbe al 662. Il passo di Teofane, rettamente interpretato (e posso dirlo con certezza dopo averlo messo sotto gli occhi di M. Hase), è del tenor seguente: “Quest'anno fu occupata parte della Sicilia, e (i prigioni), a scelta loro, furon fatti stanziare in Damasco.” La inesatta versione latina del testo stampato ha portato alcuni compilatori moderni a sognare un volontario esilio di Siciliani a Damasco.
[161.] Presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. III, p. 140; e Labbe, Sacrosancta Concilia, tom. VI, p. 3, che dà più corretto questo luogo del testo. Parlando d'Olimpio, Anastasio dice: Qui, facta pace cum sancta Dei Ecclesia, colligens exercitum, profectus est Siciliam adversus gentem Sarracenorum, qui ibidem habitabant. Et, peccato faciente, major interitus in exercitu romano pervenit, et post hoc idem exarchus morbo interiit. Secondo le correzioni del Pagi al Baronio (anno 649 e seguenti), la passata d'Olimpio in Sicilia si dee riferire al 652; la qual data è determinata con certezza dai noti casi di papa Martino, che succedettero dopo la morte d'Olimpio. Veggasi anche lo stesso Anastasio Bibliotecario, Historia Ecclesiastica, anno 22 di Costante.
[162.] Beladori, MS. di Leyde, p. 275: “Dicono che abbia osteggiato la Sicilia Mo'âwia-ibn-Hodeig della tribù di Kinda, ai giorni di Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân. Egli il primo portò la guerra in quest'isola; nè posò d'allora in poi l'infestagione, finchè gli Aghlabiti vi occuparono oltre una ventina di cittadi.”...... “Narra il Wâkidi che Abd-Allah-ibn-Kaîs abbia fatto prigioni in Sicilia, e presovi simulacri d'oro e d'argento incoronati di gemme, i quali mandò a Mo'âwia (il califo) che inviolli a Bassora, a fine d'imbarcarli per l'India, e quivi farli vendere con avvantaggio.” Come ognun vede, il Beladori non confonde queste due scorrerie, che veramente furono distinte, ancorchè egli nol dica espresso. Aggiungasi che il Beladori scrive l'impresa di Sicilia immediatamente innanzi quella di Rodi, su la data della quale non v'ha dubbio. Il Wâkidi citato da lui è il cronista le cui opere son perdute, e il nome è stato usurpato dal compilatore moderno di cui feci menzione. Nel testo di Beladori si legge Khodeig in luogo di Hodeig, com'io l'ho corretto, seguendo Ibn-el-Athîr, MS. C., tom. II, fol. 171, seg. E così anco ha fatto sopra altre autorità il dotto editore del Baiân, alla p. 9.
[163.] La più autorevole ancorchè più recente è il Baiân, p. 9 ed 11. Quivi si distinguono le due scorrerie di cui abbiam detto nella nota precedente; ma si attribuisce alla prima una circostanza peculiare della seconda, cioè gli idoli mandati a rivendere in India. Il Baiân pone la prima nel 34 (654-5) e la seconda nel 46 (666-7): date sbagliate l'una e l'altra per lo studio di connettere queste due imprese di Sicilia con quelle d'Affrica, con le quali non ebbero che fare. Sembra che altri compilatori abbiano confuso in una sola le due imprese per la medesima ragione, e perchè supposero che la espressione del Beladori “ai giorni di Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân” significasse mentre Mo'âwia era califo (661-680), più tosto che nel tempo ch'ei governò la Siria (640-661). Cotesti compilatori sono il Bekri, citato da Ibn-Scebbât, MS., p. 7; il Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 1; e Ibn-abi-Dinâr, MS., fol. 10 verso, e traduzione, p. 41. Ibn-el-Athîr non fa menzione nè dell'una nè dell'altra impresa, talchè è da supporre qualche lacuna nel MS.
[164.] Dopo i lavori dell'Hamaker e d'altri orientalisti, è nota la falsità del libro del conquisto di Siria attribuito a Wâkidi; sul quale Okley in gran parte compilò la sua storia de' Saraceni, e trasse nel proprio errore Gibbon e parecchi altri. Questo libro e quei dello stesso conio su i conquisti di Egitto etc., contengono insieme tradizioni genuine e fittizie, e son opere di uno o parecchi compilatori. Or tra i molti MSS. del falso Wâkidi che v'hanno nelle collezioni europee, se ne trova uno al British Museum (Bibl. Rich. 7361. Nº CCLXXXVII del catalogo stampato) che contiene lunghe appendici su i conquisti di Cipro, Rodi, Affrica, Sicilia ed Arado. Su queste appendici è da notare in primo luogo che le non sian date, come il rimanente del MS., a nome or del Wâkidi ed ora del rawî, ossia raccontatore, ma sempre di quest'ultimo. In secondo luogo si scopre in qual tempo scrisse il rawî; perchè parlando dell'Etna (fol. 118 recto) ei cita il racconto fattogli da uno sceikh siciliano per nome Abu-l-Kâsem-ibn-Hakem, che vivea a corte del califo di Bagdad. Per avventura il medesimo sceikh si vede citato da Abu-Hâmid-Mohammed-ibn-Abd-er-Rahîm-el-Mokri nella compilazione di geografia intitolata Tohfat-el-Albâb, della quale conosciam la data, cioè l'anno 557 dell'egira (1161): e sappiamo che l'autore si fosse trovato a Bagdad nel 1122 e nel 1160 (Reinaud, Géographie d'Abulfeda, tom. I, Introduction, p. CXII). Abu-Hâmid dice aver sentito di propria bocca di Abu-l-Kâsem a Bagdad le notizie ch'ei dà su l'Etna, le quali esattamente rispondono a quelle del falso-Wâkidi (Tohfat-el-albâb, MS. di Parigi, Ancien Fonds 586, fol. 66 recto, e Suppl. arabe, 861, 862, 863). Mi par dunque certo che il compilatore dell'appendice sia vivuto nel XII secolo, e ch'egli non abbia preteso punto di attribuir l'appendice a Wâkidi, nel qual caso non avrebbe citato il nome d'un contemporaneo, uomo assai noto. Oltre a ciò le idee e lo stile, sì dell'opera principale e sì delle appendici, tengon bene della esaltazione religiosa, della esasperazione di sentimenti nazionali, e fin della moda di romanzi cavallereschi deste in Oriente dalle Crociate. Trovo finalmente nella appendice su la Sicilia: “Il re dei Rum ha tenuto sua sede dai tempi più remoti infino a questi nostri giorni, in tre luoghi soli, cioè la Sicilia, Roma, e Costantinopoli” (fog. 119 verso); la quale asserzione s'adatta alle vicende dell'impero fino al soggiorno di Costante a Siracusa, e risponde anco più esattamente al duodecimo secolo, in cui i potentati delle provincie italiane e greche erano appunto quei tre: imperatore bizantino, re normanno di Sicilia, e re dei Romani.
Passando alla critica dei fatti, basta a percorrere le appendici per accorgersi di quel miscuglio di vero e di falso che si trova in tutte le opere dello pseudo-Wâkidi; ma è notevole che la sconfitta navale e la uccisione di Costante, e poi il conquisto dell'Affrica, siano raccontati con circostanze più vicine al vero, e in generale senza le novellette che Ibn-el-Athîr e altri rinomati scrittori accettarono come fatti storici. Che se parrebbe sospetta a prima vista la mancanza del nome di chi capitanò questa impresa di Sicilia, ciò può provare al contrario la diligenza del compilatore, poichè i ricordi antichi erano divisi su tal punto, e chi dava l'onore a Mo'âwia-ibn-Hodeig, chi ad Abd-Allah-ibn-Kais. Del rimanente sarà agevole, a creder mio, a scevrare le finzioni dai fatti che il compilatore tolse da autori antichi, forse dal genuino Wâkidi. Perciò non ho avuto scrupolo ad ammettere questi ultimi nella mia narrazione. E perchè il lettore possa rivedere il giudizio mio, gli porrò sotto gli occhi la somma della detta appendice che è questa:
I Musulmani, levata una taglia in Affrica e ritrattisi da quella provincia, volgon la mente al conquisto di Sicilia, una delle antiche sedi dei re romani, vasta isola e ferace. Mo'âwia ne scrive al califo Othman, che assente. Gli Affricani, risapendo questo, ne danno avviso in Sicilia. Il principe della quale isola s'adira del disegno, senza prestarvi molta fede. Scioglie dalla costiera (di Siria) l'armata musulmana, di trecento legni, e improvvisa piomba sull'isola, ove il principe dall'alto del suo palagio la vede venire adorna di bandiere e gonfaloni e piena di guerrieri bene armati. Il principe di Cesarea che s'era rifuggito in Sicilia, quando il cacciarono gli Arabi, consiglia a quel di Sicilia di comporre per danaro. Quei spregia l'avviso, dicendo aver tali forze da far testa agli Arabi in cento scontri e resister loro per un anno intero. Nondimeno, surta che fu all'áncora l'armata musulmana, ei mandava a parlamentare. Viene a lui un oratore musulmano che per via d'interpreti gli propone l'islamismo, il tributo, o la guerra: lungo discorso seguíto da una lunga e sdegnosa risposta del principe di Sicilia. Infine un patrizio domanda all'oratore se alcun arabo voglia misurarsi con lui. “Sì lo faranno gli infimi dell'esercito musulmano;” risponde l'oratore. Descrizione del duello, in cui il patrizio è ucciso. Sbigottito il principe a tal esempio, si chiude in fortezza; e i Musulmani danno il guasto a varii luoghi ed espugnano con lor macchine varie castella. Infine si viene a giornata. Il principe rompe l'ala sinistra de' Musulmani; ma la destra tien fermo, e la battaglia dura in fino a sera. A notte avanzata, i Musulmani lasciano il campo, e rimontati su l'armata vanno ad infestare altre parti dell'isola. Il principe siciliano scrive ai Romani (d'Italia) chiedendo rinforzi; ma essi nè anco gli rispondono. Allora il principe di Cesarea gli suggerisce di tenere a bada il capitan musulmano con simulate proposizioni di pace e mandare per aiuto al principe di Costantinopoli: a che il Siciliano replica: “Mai noi farò quando anche dovessi perdere l'isola.” Così i Musulmani continuano a depredare il paese, finchè il principe di Costantinopoli mandavi secento navi ben munite di guerrieri. Avutone avviso, i Musulmani deliberano di partire immediatamente. Lascian l'isola nottetempo; e, dopo parecchi giorni di navigazione, giungono alla costiera di Siria; dove sbarcato il bottino e i prigioni, li arrecano a Damasco a Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân. Levatone la quinta, Mo'âwia la manda ad Othman, ragguagliandolo del fatto di Sicilia, e che i Musulmani ne fossero usciti sani e salvi. Dopo ciò, i Musulmani combattono l'isola di Arado, che fu l'ultima vittoria loro sotto il califato di Othman, e seguì lo stesso anno della uccisione di lui.
[165.] Ibn-Scebbâtt, MS., pag. 50, dice: “Sikillia è anche nome di una dhía (villa o podere addetto a beneficio militare) nella Ghûta di Damasco.” Il Merasid-el-Ittila' MS. di Leyde, ha quest'altro breve articolo: “Sikilliât (al plurale femminino) con tre i e la l raddoppiata, dicono sia nome di luogo in Siria.” Questa opera è compendio del gran dizionario geografico di Jakut, e si attribuisce il compendio allo stesso autore che vivea nel XIII secolo. Vedi Reinaud, Géographie d'Abulfeda, tom. I, p. CXXXIII, seg.
[166.] Dsehebi, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 746, tom. 1, anni 37 e 38.
[167.] Ibn-Abd-el-Hakem, MS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 430.
[168.] Ibid., p. 253. Quest'impresa seguì l'anno 31 (651-52); e come altri due guerrieri di nome riportarono la stessa ferita di Ibn-Hodeig, così gli Arabi chiamarono i Nubii “saettatori delle pupille.”
[169.] Beladori, l c.; Baiân, p. 9, il quale riferisce l'impresa al 34, mentre Mo'âwia-ibn-Hodeig era in Affrica; e però è costretto a dire ch'egli mandò ad assaltare la Sicilia.
[170.] Soprattutto le tre espedizioni ch'egli capitanò nell'Affrica propria gli anni 34 (654-5), 40 (660-1), e 50 (670); l'una delle quali si scambiava con l'altra fin dal tempo dei primi scrittori, come l'afferma Ibn-abd-el-Hakem, che visse nel IX secolo dell'era cristiana. Veggansi Ibn-abd-el-Hakem, MS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 262, 263, e Ancien Fonds 785, fol. 109 recto e 122, e il Riadh-en-nofûs, fol. 9 recto.
[171.] Riscontrinsi le citazioni che ho fatto sopra testualmente, e si giudichi se dian prova di tutti i fatti ch'io scrivo. Veggasi del rimanente Le Beau, Histoire du Bas-Empire, lib. LX, § 6, 36, con le correzioni del Saint-Martin. Parmi errore del Martorana, Notizie storiche dei Saraceni Siciliani, tom. I, p. 28, e, su le orme di lui, del Wenrich, di avere trascurato questa impresa, e tenuto come primo assalto de' Musulmani quello del 669.
[172.] Le memorie e i documenti relativi a papa Martino, dalla esaltazione infino alla morte, si leggono presso il Labbe, Sacrosancta Concilia, tom. VI, dal principio alla p. 70. Vedi anche Theophanes, Chronographia, tom. I, p. 526 a 531; il Baronio, Annales, anni 649 e 651, con le correzioni del Pagi; e Le Beau, Histoire du-Bas Empire, lib. LX, § 4, seg. La strana accusa fatta a San Massimo si scorge dagli atti, presso il Labbe, Sacrosancta Concilia, tom. VI, p. 433.
[173.] Corano, II, 250.
[174.] Ibn-Abd-el-Hakem, MS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 255 seg. Da lui solo è riferito l'episodio di Bosaisa; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. II, fol. 185 verso e seg., il quale pone la battaglia sotto l'anno 31, ma dice che secondo altri seguì il 34 (654-5), che è la vera data secondo gli scrittori bizantini, cioè: Theophanes, Chronographia, tom. I, p. 528, seg.; Cedrenus, tom. I, p. 756. Il numero di mille navi bizantine è dato da Ibn-Abd-el-Hakem, e da Isidoro de Beja scrittore cristiano di Spagna dell'ottavo secolo, presso Flores, España Sacrada, tom. VIII, pag. 282, seg., il quale riferisce la battaglia al 652.
[175.] Theophanes, Chronographia, p. 525, seg., il quale dice positivamente a p. 532, che Costante si fosse deliberato a trasferire la sede dell'Impero a Siracusa; Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. III, p. 141; Johannes Diaconus, Chronicon, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. I, parte II, p. 305. Paulus Diaconus, lib. V, cap. 5.
[176.] Questa è la significativa frase del papa, e vi si legge: πλησοφοσηθεὶς, assicurato, fatto pienamente certo. Labbe, Sacrosancta Concilia, tom. VI, p. 19, 20; e Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, N. 272. L'epistola è data del 726, o del 730. Il Gibbon perciò avea piena ragione di dire che Costante fu vittima “di una tradigione domestica, e forse vescovile,” cap. 48. Lo zelo del clero siciliano contro i Monoteliti si vede dal gran numero di vescovi dell'isola che assistettero al concilio di Laterano del 649, e da una epistola di San Massimo presso Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, N. 258.
[177.] Ibn-Abd-el-Hakem, MSS. di Parigi, Ancien Fonds 655, p. 258, e Ancien Fonds 785, fog. 120 recto. Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. II, fog. 186 verso, e 228 verso, narrando il fatto due volte sotto due anni diversi, 31 e 35, nota il disparere dei cronisti intorno la data, e cita il Tabari come colui che ponea la morte di Costante nel 35. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, MSS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tom. II, fog. 180 verso. Ibn-Abd-el-Hakem, al par che Ibn-el-Athîr, dà a Costante il nome di Costantino e lo dice figliuolo di Eraclio.
[178.] Theophanes, Chronographia, tom. I, 558, seg. Veggasi anche Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXI, § 1, con le note del Saint-Martin, che crede si debba pronunziare Megegi il luogo di Mizize.
[179.] Ibn-Khaldûn, MSS. di Parigi, Suppl. Ar., 742 quinquies, tomo II, fog. 181 recto, fa menzione di coteste scorrerie e della morte di Abd-Allah “nella costiera di Marka, terra di Rûm;” cioè Italia o Grecia. Ancorchè quelle che or chiamiamo le Marche non fossero intese allora sotto questo nome, il vocabolo Marca appartiene piuttosto all'Italia che alla Grecia.
[180.] Paulus Diaconus, lib. V, cap. 13, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. I, parte I, p. 481; Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. III, p. 141; Johannes Diaconus, Chronicon, etc., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. I, parte II, p. 305. La seconda impresa dei Musulmani, in Affrica è raccontata da Paolo dopo questa di Sicilia nel lib. VI, cap. 10. Da coteste autorità cristiane, o per dir meglio dall'unica tradizione che ripetono questi e altri cronisti, si sa che l'armata musulmana venisse d'Alessandria, dopo la partenza di Costantino Pogonato da Siracusa, che tornerebbe alla state o autunno del 669.
Le autorità musulmane sono citate di sopra (p. 84, nota 4, e p. 85, nota 1). Tra quelle il solo Baiân assegna una data a questa scorreria, e la fa supporre mossa d'Affrica, per comando di Mo'âwia-ibn-Hodeig che guerreggiasse in quella provincia. La data è del 46 (666-7), nè si deve esitare a correggerla secondo i Cristiani; poichè que' preziosi simulacri ci fan fede della identità della impresa. Replico che il diligentissimo Ibn-el-Athîr non fa molto di que' primi assalti sopra la Sicilia. Trovo soltanto ne' suoi annali, MS. C, tom. III, fog. 42 verso, sotto l'anno 49 (8 febb. 669, a 27 gennaio 670): “Quest'anno seguì la fazione marittima d'inverno alla quale andò O'kba-ibn-Nafi' con la gente d'Egitto.”
Debbo qui avvertire che il Rampoldi, Annali musulmani, tom. III, sotto il 668 porta la impresa di Abd-Allah-ibn-Kais, citando Nowairi, e aggiugnendo di capo suo che i Musulmani sbarcassero al capo Pachino. Poi sotto il 673, e come per lo più gli avviene senza citare alcuna autorità, narra il saccheggio delle campagne di Siracusa “per una divisione della gran flotta di Mohammed Ibn Abdallah,” ch'ei nell'anno precedente avea detto uscita “di Siria e d'Egitto” a far preda sul mare Egeo. Suppongo che il Rampoldi abbia veduto questo fatto in qualche moderna compilazione, come credo, persiana, chè non suole egli attingere ad altre sorgenti che a queste o a libri stampati in Europa; e forte sospetto che si tratti della medesima scorreria del 669, portata quattr'anni appresso per errore di cronologia. Han seguíto il Rampoldi, Martorana, Notizie storiche ec., tom. I, p. 29, citandolo, e Wenrich, Commentarii etc., lib. I, cap. 2, § 42, senza citare nè l'uno nè l'altro; e peggio, mettendo insieme questa impresa con una seguíta mezzo secolo appresso, e gittandole entrambe su le spalle del Nowairi, che parla soltanto della seconda.
[181.] Della leggenda di San Placido vi ha due compilazioni, fatte entrambe nel XII secolo sotto gli auspicii dell'Abate di Monte Cassino. L'una va sotto il nome del prete Stefano Aniciese, il quale finse di tradurre un testo greco, che, com'è naturale, non si trova; recato, diceasi, da Costantinopoli da un vecchio centenario che capitò a Salerno il 1115, e su le prime fu ributtato dai monaci Cassinesi, o ne fecero le viste. L'altra è di Pietro Diacono, monaco Cassinese, continuatore, come ognun sa, della cronica di Leone d'Ostia, compilatore delle vite degli illustri Cassinesi, e uomo erudito, che fu il principale autore o strumento della impostura di cui trattiamo. Costui dice che per comando dell'Abate ei si fe' a ripulire e racconciare la narrazione, e in fatto v'aggiunse i due episodii del 669 e 905. Leggonsi le due compilazioni presso il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tom. I, p. 172 a 184, con le Animadversiones, p. 145 a 157, dove a p. 157 si trova per tenore il breve di Sisto V. Lo scrittore del breve tradisce un po' il segreto, noverando il rinvenimento delle reliquie di San Placido e Compagni tra le grazie di Dio, quæ his calamitosis et truculentis temporibus christiano populo in dies largitur. Il Gaetani e altri han cercato di rattoppare i casi di San Placido e di Mamuca, dicendo che i corsari sbarcati a Messina forse erano Vandali, Goti, Avari ec. Resterebbe a provare come il principe di questi Barbari germanici o finnici si chiamasse in purissimo linguaggio arabo Abd-Allah.
I supposti documenti si trovano presso il Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, p. 374, seg., sotto i numeri 11 a 20 e 22, 23, 26, 27, dei diplomi posti in appendice come dubbii o falsi. Il giudizio del Di Giovanni si vegga nelle note ai detti documenti, e segnatamente a p. 378; que' del Baronio e del Pagi negli Annales Ecclesiastici del primo, anno 541, § 27, 28, 29, e § 8 della Critica, an. 669, § 4; quello del Mabillon negli Annales Ordinis Sancti Benedicti, lib. XV, § 73.
[182.] Veggasi qui pag. 121, nota 1.
[183.] Ibn-Khaldûn, MSS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tom. II, fol. 180 recto, dicendo della vera o supposta migrazione delle tribù berbere in Affrica ove dominavano i Romani, e come gli Afârik divennero tributarii dei Berberi, aggiugne “Gli Afârik erano come servitorame e preda dei Romani.” Da ciò si comprende appunto quale popolazione gli Arabi designassero col nome Afârik o Afârika. Il fatto che mutando padroni fossero divenuti vassalli dei Berberi, fu vero in molti luoghi duranti le lotte dei Berberi contro i Romani e i Bizantini. Veggasi anche Ibn-Abd-el-Hakem presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tom. I, p. 301, in appendice; Bekri, Notices et extraits des MSS. etc., tom. XII, p. 511; e il Baiân, p. 23.
[184.] Prova anche questa opinione una favola che leggiamo nel Riadh-en-nofûs, MS., fol. 2 recto, cioè che un Abd-Allah-ibn-Ziâdh-ibn-An'am asseriva aver visto a Cartagine un sepolcro sul quale era scritto in caratteri himiariti: “Io fui Abd-Allah-ibn-Arâsci inviato dall'apostolo di Dio Sâlih al popolo di questa città per chiamarlo alla vera fede: chè io loro arrecava la luce; essi iniquamente mi uccisero; e appartiene a Dio la vendetta.”
[185.] Su la origine dei Berberi e del nome loro mi riferisco alle testimonianze degli autori dell'antichità e arabi, e alle opinioni moderne che si ritraggono dai seguenti libri: Ibn-abi-Dinâr (detto nella versione francese el-Kaïrouani), Histoire de l'Afrique, p. 22, 28, con le pregevoli note di M. Pelletier; Leone Africano, presso Ramusio, Navigatione et Viaggi, p. 2; De Guignes, nella raccolta Notices et extraits des MSS., tom. II, p. 152; Pococke, Specimen historiæ Arabum, p. 56; Gibbon, Decline and fall, cap. LI, nota 162; Reinaud, Invasions des Sarrazins en France, pag. 2, 3, 243; Castiglione, Mémoire géographique et numismatique sur l'Afrikia, p. 83, e 94 e seg.; De Slane, Ibn Khallikan's Biographical Dictionary, tom. I, p. 35; Ibn-Khaldûn, estratti nel Journal Asiatique, série II, tom. II (1828), p. 117, seg., e lo stesso autore nel racconto del primo conquisto di Affrica, MSS. di Parigi, Suppl. arabe, 742 quinquies, tom. II, fog. 180 recto; Caussin, Essai sur l'histoire des Arabes, tom. I, p. 21, 67, 68; Saint-Martin, note a Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. XI, § 29. Si ricordino oltre a ciò i Barbaricini di Sardegna ai tempi di San Gregorio, dei quali si è fatto parola nel cap. I, p. 18, nota 1.
[186.] L'occupazione di Zuâgha, ch'è forse l'antica Sabratha, si ritrae da Tigiani, Journal Asiatique, février-mars 1853, p. 125, con la nota dell'erudito traduttore M. Alphonse Rousseau.
[187.] Il barone Mac-Guckin De Slane, Journal Asiatique, série IV, tom. IV (1844), p. 329, seg. Le autorità da cui si ritraggono le varie narrazioni son citate da lui. Veggansi ancora Ibn-el-Athîr, MS. C., tom. II, fog. 170 recto a 172 verso; Baiân, p. 3, seg., dalle narrazioni dei quali mi persuado che M. De Slane abbia accusato a torto il solo Nowairi ed abbia troppo scemato il merito che torna ad Abd-Allah-ibn-Zobeir.
[188.] Ibn-Abd-Rabbih, MS. di Parigi, tom. II, fol. 161 recto, seg., dà il tenor di questa orazione o Khotba, come la chiamano gli Arabi, in una raccolta di così fatti componimenti; nè veggo alcuna ragione di metterne in forse l'autenticità. Ho aggiunto la vaga parola moneta al numero che scrive l'autore, senza dir se fosse di dirhem, ovvero dinar. Nel primo caso, la taglia posta da' vincitori sarebbe appena arrivata a un milione e mezzo di franchi o lire italiane ragionando il dirhem a 0,60, poichè la somma totale del dividendo torna a 2,500,000. Se poi si trattasse di dinar, contando questa moneta a lire ital. o fr. 14,50 secondo il valore intrinseco dei dinar ben conservati e supposti di oro puro, la somma sarebbe montata a 36 milioni circa. Leggo per conghiettura in questo non buono MS. la parola che ho tradotto “due tanti.” La somma di danaro menzionata nel discorso di Abd-Allah-ibn-Zobeir, sia che si ragioni in dirhem, sia anco in dinar, messa a ragguaglio con le cifre che si danno nel racconto ordinario, presterebbe nuovi argomenti a distrugger ciò che dicono i moderni cronisti. Uno squarcio della detta orazione si legge anche nel Riadh-en-nofûs, MS., fol. 3 verso; ma non arriva che alle parole “fino al tramonto del sole.”
[189.] Nowairi presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tom. I, p. 323 in appendice. I quindici mesi debbono contarsi come principiati nell'anno 26, e terminati nel 27 dell'egira, e però comprendono tutto il 647 dell'era volgare. Ibn-el-Athîr pone il principio dell'impresa nel 26.
[190.] Bekri, nella raccolta Notices et extraits des MSS., tom. XII, p. 500; Tigiani, Journal Asiatique, août-septembre 1852, p. 80.
[191.] Ibn-Abd-el-Hakem, MS. A, p. 258, narra cotesto ordinamento di Alessandria.
[192.] Ibn-Abd-el-Hakem, op. cit., p. 263, 264. L'autore distingue quattro imprese negli anni 34 (654-5), 40 (660-1), 46 (666-7), e 50 (670), delle quali la penultima capitanata da O'kba-ibn-Nafi', e le altre da Mo'âwia-ibn-Hodeig. Lo stesso si ricava dal Riadh-en-nofûs, MS., fog. 3 verso, e 4 recto, e 9 recto. Quelle date e nomi son confusi negli altri cronisti, cioè Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. III, p. 43 verso, seg.; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 5 e 12; Baiân, p. 8 a 11; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 327, seg.
[193.] È la notissima voce caravana. I lessicografi arabi la credono di origine persiana e che voglia dire comitiva di viandanti ed esercito. Secondo un rinomato filologo arabo di Sicilia, Ibn-Kattâ', citato da Ibn-Khallikân (Biographical Dictionary, tom. I, p. 35), Kairewân ha il primo di questi significati e Kairuwân il secondo. Ma Beladori e Ibn-Abd-el-Hakem, de' quali ho già parlato, lo adoperano evidentemente nel senso di campo permanente, come è stato notato dal barone De Slane (Journal Asiatique, Série IV, tom. IV, p. 354, 361). Donde pare evidente che tal vocabolo dal nono secolo, quando scrissero que' due cronisti, all'undecimo, quando visse Ibn-Kattâ', era andato in disuso nel significato di alloggiamento e riteneva l'altro soltanto. Forse anco alcune tribù gli davano quel senso e altre no.
[194.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 2 recto.
[195.] Ibn-Koteiba presso Gayangos, The history of the Mohammedan Dynasties in Spain, by Al-Makkari, tom. I, appendice, p. LVI.
[196.] Il Riadh-en-nofûs, MS., fol. 4 recto, parla di due colonne rosse che rimasero nella chiesa di Kamunia fino al tempo di Zladet-Allah (817-838) che le trasportò nella sua novella moschea cattedrale.
[197.] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. III, fog. 43 verso, seg. e 76 recto, seg., sotto gli anni 50 e 62; Riadh-en-nofûs, MS., fog. 4 recto a 5 verso; Baiân, p. 12 segg.; Nowairi, presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn Khaldoun, tom. I, p. 327, seg.; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 10, seg.
I quattro primi danno a un dipresso il medesimo racconto; l'ultimo lo scorcia. Ibn-el-Athîr nota che Wâkidi, Tabari e gli scrittori Maghrebini, o vogliam dire Arabi d'Affrica, discordavano intorno le date dei due governi di O'kba; ed ei s'appiglia ai Maghrebini, com'anch'io ho fatto. La gloriosa morte di O'kba che Ibn-el-Athîr narra il 62 (681-2), avvenne il 63, come s'argomenta dal Riadh-en-nofûs, MS., fog. 5 recto, che dice come fuggiti gli Arabi di Kairewân, ch'era stata occupata dal vittorioso Koseila, arrivarono a Damasco il 64, dopo la morte del califo Iezîd.
[198.] Si confrontino: Riadh-en-nofûs, MS., fog. 5 recto e verso, che porta l'impresa nel 69; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. III, fog. 77 recto, sotto l'anno 69 (688-9); Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 23, che porta la data del 67 (686-7); Baiân, p. 18; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 337-338. Il Rampoldi, Annali Musulmani, tom. II, p. 105, sotto l'anno 685, porta l'assalto dell'armata di Sicilia non a Barca ma a Cartagine, confondendo così due imprese ben distinte.
[199.] Si confrontino: Riadh-en-nofûs, MS., fog. 5 recto a 6 verso; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, p. 18 recto, anno 74; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 338, seg.; Baiân, p. 18 a 23, sotto l'anno 78; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 24 a 28, che non porta data della prima impresa e assegna alla seconda il 74; Ibn-Khaldûn stesso, Histoire des Berbères, tom. I, p. 198, 208, 213, 214; Tigiani, Journal Asiatique, août-septembre 1852, p. 120, 121; Leone Africano presso Ramusio, Navigatione et viaggi. Ho seguito piuttosto il Riadh che le altre autorità nel racconto delle due espugnazioni di Cartagine. Trovo nel solo Riadh la divisione del Fei e delle terre ai Berberi musulmani. Veggansi anche Theophanes, Chronographia, tom. I, p. 566, 567, (an. 690); Nicephori Breviarium Historicum, p. 44, 45, (anno 696); Pagi, note al Baronio, Ann. Eccl., anno 691 e 696, che segue Nowairi; Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXII, § 19, seg.; e Gibbon, Decline and fall, cap. LI, note 157, 158, 159. Gli Arabi discordano tra loro nella cronologia, come s'è visto, e dai Cristiani intorno gli avvenimenti principali. Io ho preso da Ibn-el-Athîr la data della prima impresa di Hassân, e dai Bizantini quella della seconda, che mi pare determinata con sicurezza dalla rivolta dei soldati d'armata tornati di Cartagine, i quali giunti in Cipro, gridarono imperatore Tiberio II. Così i Bizantini sarebbero rimasi padroni di Cartagine, non un anno come dicono gli scrittori loro, ma tutto il tempo che Hassân soggiornò a Barca dopo la sconfitta del fiume Nini.
Credo abbia errato il Gibbon supponendo un rinforzo di Visigoti a Cartagine, su la sola testimonianza di Leone Africano, il quale (fog. 72 recto) dice che vi si ridussero “i nobili Romani e i Gotti.” Il testo Arabo di Ibn-Khaldûn ci mostra con certezza che Leone tradusse Goti la voce Farangia; e come lo stesso testo porta che i Farangia insieme coi Rûm furono sottoposti al tributo fondiario quando Hassân ordinò l'azienda pubblica in Affrica, così egli è evidente che non si tratti di soldati stranieri, ma della popolazione germanica rimasta nel paese, cioè dei Vandali.
[200.] Iftitâh-el-Andalus, MS. di Parigi (in appendice a Ibn-Kutîâ), fog. 51 recto. Questo libro, di antico autore anonimo, dice che Musa liberto degli Omeiadi discendea da una famiglia barbara fatta schiava da Khaled-ibn-Walîd. Perciò era oriundo di Siria o Mesopotamia.
[201.] Si confrontino: Ibn-Koteiba, presso Gayangos, The history of the Mohammedan Dynasties in Spain by Al-Makkari, tom. I, pag. LIV a LXVI, in appendice; Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 42 verso, anno 89; Baiân, p. 24 a 28; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 29, 30; Nowairi, presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tom. I, p. 343, seg., in appendice; Ibn-Scebbât, MS. p. 38, 39; Ibn-abi-Dinar, MS., fog. 6 recto e 14 verso, e trad. p. 14, 57, il quale riferisce con molta diligenza le varie tradizioni su la costruzione dell'arsenale di Tunis. Al dire di Ibn-el-Athîr e di Nowairi, Musa prese il governo d'Affrica l'89 (707-8); ma è più esatta certamente la data del 79 (698-9) che si trova presso Ibn-Koteiba.
[202.] Ibn-Koteiba, presso Gayangos, The history of the Mohammedan Dynasties in Spain by Al-Makkari, tom. I, p. LXX a LXXXVIII; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 353 seg.; Reinaud, Invasions des Sarrazins en France, p. 4 a 12; Conde, Dominacion de los Arabes en España, parte I, cap. 6 a 19.
[203.] Baiân, p. 35 a 46; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 31 a 43; Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 356, seg. Ho cavato alcuni particolari su la rivolta di Tanger da Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 82 recto e verso, anno 117, e altri da Ibn-Kutîa, MS. di Parigi, fog. 6 recto e 7 verso.
[204.] Veggasi su questa origine dei Rostemidi Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, trad. di M. De Slane, tom. I, p. 242, con le note del dotto traduttore.
[205.] Il plurale è gionûd; ma adottando la voce giund, come ci occorrerà di farlo, useremo sempre il singolare, dicendo al plurale i giund.
[206.] Cap. III, pag. 68.
[207.] Kâid suona etimologicamente dux e condottiero. Poi in Spagna divenne titolo di magistrato civile, e in Sicilia di uficio di corte e di nobiltà.
[208.] Ibn-Abd-Rabbih, MS., tom. I, p. 73.
[209.] Nowairi, presso De Slane, op. cit., pag. 363, 364; e ancora in nota a Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 39, seg.
[210.] Il Baiân, p. 68, dice che Iezîd-ibn-Hâtem (771) ordinò i mercati del Kairewân, dando un luogo separato ad ogni arte. Sappiamo d'altronde che ciascun'arte presso i Musulmani facea corporazione, avea moschea propria e componea società di assicurazione per le pene pecuniarie.
[211.] Questi fatti ricorrono a ogni momento nelle cronache dell'Affrica dal 740 in poi, presso Ibn-Khaldûn, Nowairi, nel Baiân, ec.
[212.] Biscir-Ibn-Sefwân della tribù di Kelb, e però di schiatta himiarita, preposto all'Affrica e alla Spagna l'anno 721, avea pieno quei governi di uomini suoi, che furono aspramente perseguitati dal successore O'beida della tribù medharita di Soleim. Un dei perseguitati mandò allora certi versi al califo, rimproverandolo d'ingratitudine contro una gente che avea sparso il sangue per portare al trono i maggiori di lui; e il califo depose subito il governatore. Nowairi, presso De Slane, op. cit., p. 358; Conde, Dominacion de los Arabes en España, parte I, cap. 22.
[213.] Ibn-Kutîa, MS. di Parigi, fog. 6 verso, 7 recto. Questo antico scrittore è quegli che dice come il corpo di soldati omeiadi si componesse d'Arabi e di liberti. Vedi anche Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 82 recto, seg., anno 117; Baiân, p. 41, seg.; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 34, seg.; Nowairi, presso De Slane, op. cit., tom. I, p. 359, seg.
[214.] Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 42, seg.; Baiân, p. 47, seg.
[215.] Ibn-Hazm, le cui parole citate dal Baiân, p. 52, sono queste: “Tolti i diwani di mano agli Arabi, gli stranieri del Khorassân occuparono le faccende dello Stato; talchè si venne a una dominazione aspra e Cosroita.”
[216.] Oltre il ricordato passo del Baiân, e le storie generali, che non occorre di citare, veggansi gli articoli di M. Quatremère, e del professore Dozy nel Journal Asiatique, Série II, tom. XVI (1835), p. 289, seg.; e Série IV, tom. XII (1848), p. 499 seg.
[217.] Il predominio esclusivo dei Persiani nelle scienze fu notato da Ibn-Khaldûn, e si conferma con le biografie; come si scorge dal bel quadro della storia letteraria dei Musulmani che ha delineato M. De Slane, Ibn-Khallikan's Biographical Dictionary, Introduzione, tom. II, p. v, seg.
[218.] Baiân, p. 61 a 81. — Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 55 a 83. — Nowairi, presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tom. I, p. 367, seg. — La degradazione del vecchio giund di Siria è riferita da Ibn-Kutîa, il quale dice che il giund del Khorassân rimaneva in Affrica fino a' suoi tempi, MS. di Parigi, fog. 7 recto. Debbo qui avvertire che in un manoscritto di Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 20 recto, si dà il soprannome di Sikilli, ossia Siciliano, ad un Abd-er-Rahman-ibn-Habîb, di schiatta koreiscita, che fu cacciato d'Affrica per ribellione contro gli Abbassidi il 772, e andò a morire sotto le insegne loro in Ispagna verso il 777. Costui era nipote di quel capitano dello stesso nome che portò la guerra in Sicilia il 740, e poi usurpò l'Affrica, come abbiam detto. Ma il nome di Siciliano, che l'avolo mai non portò e molto meno poteva appartenere al nipote, è dato a costui per errore di copia in luogo di Saklabi, ossia Schiavone, come gli diceano per l'alta statura e il colore olivastro del volto: Veggasi Ibn-Kutîa, MS. di Parigi, fog. 94 verso; e Conde, Dominacion de los Arabes en España, parte II, cap. XVIII, che sbaglia la data del tentativo di Abd-er-Rahman in Spagna.
[219.] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 9 verso.
[220.] Ibn-Ahbâr, MS. citato, fog. 9 verso, narra che i 40,000 uomini passati in Affrica il 761 aveano centoventotto kâid (condottieri). S'intenda che ciascun di costoro capitanasse una parentela, o vogliam dire frazione di tribù. Veggasi anche il Baiân, pag. 61.
[221.] Confrontinsi, Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 9 verso a 15 recto; Baiân, p. 80 a 86; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 59, 60, e 82 a 94; Nowairi, presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tom. I, p. 374 a 405. Intorno Abbâsia, ossia El-Kasr-el-Kadim, si vegga Bekri, nella raccolta Notices et extraits des MSS. tom. XII, p. 477. L'ambasciata di Carlomagno a Ibrahim è portata all'anno 801 da Einhardo, Annales, presso Pertz, Scriptores, tom. I, p. 190.
[222.] Veggansi Ibn-Khaldûn, Nowairi e il Baiân per tutto il tempo degli Aghlabiti.
[223.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. — Di quest'altra adunata della gemâ' si dirà nel lib. II, cap. II. Basti notar per ora che al dire di Nowairi vi sedeano i wagîh e i fakîh, ossia notabili e giureconsulti.
[224.] Afferma Ibn-el-Athîr che il rito di Mâlek fosse adottato nell'Affrica propria per comando di Moezz-ibn-Badîs, secondo principe zeirita, MS. C, tom. V, fog. 46 verso, sotto l'anno 406.
Ho lasciato come superflue le citazioni su le vicende dei quattro dottori principi, che sono notissime. Su la giurisprudenza musulmana veggansi le introduzioni di D'Ohsson, Tableau général de l'Empire Ottoman; Hamilton, The Hedaya; e il testo arabo di Mawerdi, Ahkâm-sultâniia. Il barone De Slane ha fatto un bel quadro degli studii legali dei Musulmani nella Introduzione al primo volume della versione inglese d'Ibn-Khallikân, p. XXIII, seg. Veggansi altresì: M. Worms, Recherches sur la Constitution de la Propriété territoriale dans les pays musulmans, pag. 1, seg.; e M. Perron, Aperçu préliminaire al trattato di Khalîl-ibn-Ishâk nella raccolta intitolata Exploration scientifique de l'Algérie, Sciences historiques, tomo X.
[225.] Baiân, p. 87; ibn-Khaldûn, l. c., p. 94 a 96; e Nowairi, l. c., tomo I, p. 404. Nowairi, il solo che dia la misura di superficie resa da me aratata, dice coppia arante. Si tratta al certo di una misura geodetica; e però la ho resa con la voce aratata, che non si trova nei vocabolarii, ma ch'era in uso in Sicilia fino ai principii del nostro secolo, e indicava un po' vagamente una vasta estensione di terreno. Ho evitato la nota voce iugero, la quale etimologicamente risponderebbe all'arabico zeug del Nowairi, ma denota una misura agraria ben diversa. Il jugerum era la superficie da potersi lavorare in un dì con una coppia di buoi; e risponde a poco più di 25 ari di misura francese. Il zeug, detto oggidì in Algeria zuigia, e anche gebda (zouidja e djebda in ortografia francese), è misura varia secondo i luoghi, e risponde più o meno al terreno che un giogo di buoi può arare in una stagione. Secondo i cenni che ne dà M. Worms, Recherches sur la propriété territoriale dans les pays musulmans, p. 421-422, credo denoti una superficie che varia dai sette ai diciotto hectares. Ciò basta a comprendere che si potessero porre 8 dinâr, ossia da 100 lire italiane, sopra ogni aratata di terreno. La voce zeug con questo medesimo significato occorre nelle memorie siciliane del X e del XII secolo, come a suo luogo si dirà.
[226.] Si scorge ciò dalle parole di Asad-ibn-Forât riferite da noi nel Libro II, cap. II, su l'autorità del Riadh-en-nofûs.
[227.] Veggasi il Libro II, cap. II.
[228.] Rhiad-en-nofûs, MS., fog. 29 recto.
[229.] Così dice Sefadi, MS. di Parigi, biografia di Ziâdet-Allah. Sefadi visse nel XIV secolo. Gli scrittori dai quali copiò tal giudizio provano che vale per tutti i popoli il detto d'Ariosto: “Non fu sì santo nè benigno Augusto ec.,” canto XXXV, st. 26.
[230.] Ibn-Werdan, MS. di Tunis, § 1. Quest'autore aggiugne che furono spesi nella moschea di Kairewân 86,000 dinar, ossia da 1,247,000 di lire italiane. Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 30 verso, senza far menzione di ciò, narra i particolari dell'opera: che fu abbattuta l'antica moschea; rifabbricata di pietra, marmi e cemento; che il Mihrâb, ossia nicchia in dirittura della Mecca, era tutto di marmo ornato di rabeschi e iscrizioni, sostenuto da colonne di bellissimo marmo screziato bianco e nero; e che dinanzi a quello si innalzavano due colonne rosse con fregi di vermiglio vivacissimo, che più belle non se n'eran viste al mondo, e l'imperator di Costantinopoli le volea comprare a peso d'oro. La voce che per analogia ho tradotto cemento, è sahn, scritta con le lettere 14, 6, e 25 dell'alfabeto arabo d'oriente.
[231.] Questo è senza dubbio il significato delle parole del Baiân, copiate al certo da più antico scrittore: giund, eserciti (giuiusc), e turbe sopravvegnenti (wofûd).
[232.] Nowairi, presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, p. 405, seg.; Riadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto, 28 recto e verso; Bekri, nella raccolta Notices et extraits des MSS., tom. XII, p. 478; Ibn-el-Athîr, MS. A, fog. 120 recto, C, fog. 191 recto; Baiân, p. 88 a 95; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 96, 103. Ho corretto il nome di Tonbodsa su l'ortografia che ne dà Ibn-el-Athîr.
[233.] Confrontinsi, Baiân, p. 28; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), Histoire de l'Afrique, MS., fog. 16 recto, e traduzione francese, p. 63; Pagi, ad Baronium, ann. 696; e le autorità citate da Gibbon, Decline and fall, ch. LI, note 207, 208, 209.
[234.] Mi riferisco per i particolari alle parti 1ª e 2ª dell'accurato lavoro di M. Reinaud, Invasions des Sarrazins en France.
[235.] Veggasi Ibn-Khaldûn presso Gayangos, The history of the Mohammedan Dynasties in Spain, tomo I, p. XXXV, seg.
[236.] Confrontinsi Ibn-Kutîa, MS., fog. 21 recto e verso; Baiân, tomo II, p. 78, 79, 82; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 106 verso, e 107 recto, sotto l'anno 198; e 139 verso, sotto l'anno 206; Ibn-Khaldûn, MS. di Parigi, Suppl. Arabe 742 quater, tomo IV, fog. 96 verso; Hollet-es-siiarâ, presso Dozy, Notices sur quelques MSS., p. 38, seg.; Marrekosci, p. 13, 14; Nowairi, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 702, fog. 72 recto; Ed-Dhobbi, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 5 verso; Conde, Dominacion de los Arabes en España, parte II, cap. XXXVI. La tradizione che scolpa Hâkem si legge nel Baiân, compilazione del XIII secolo. La sorgente primitiva fu senza dubbio qualche cronica dei liberti di casa Omeîade, scrittori la cui servilità è stata notata dal professor Dozy, editore del Baiân, Introduzione, tomo I, p. 16, seg.
[237.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 146 recto e 147 verso, anno 210; Hollet-es-siiarâ; Ibn-Khaldûn; Nowairi, Conde, ll. cc. Veggasi ancora Renaudot, Historia Patriarcharum Alexandrinorum, dalla p. 251 alla 270, che porta i fatti, ma sbaglia la cronologia.
[238.] Theophanes Continuatus, p. 73 a 77, 79 a 81, §i 20 a 23, 25 a 26 del regno di Michele il Balbo; Symeon Magister, p. 621 a 624, §i 3, 4 del medesimo regno. — La Continuazione di Teofane, ch'è la principale tra queste autorità bizantine, riferisce il primo disegno dell'impresa dei Musulmani sopra Creta al principio della guerra di Tommaso di Cappadocia, che tornerebbe all'821. Su questi e altri riscontri vaghi al paro, i compilatori han posto la occupazione dell'isola nell'824, e l'impresa d'Orifa nell'825. Secondo Ibn-el-Athîr, loc. cit., i Musulmani spagnuoli non partirono d'Alessandria che l'anno 210 (aprile 825 ad aprile 826).
[239.] Ibn-Khaldûn, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tom. IV, fog. 21 recto.
[240.] Bekri, nella raccolta Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 500. Quest'autore non assegna altra data che il califato di Abd-el-Melik-ibn-Merwân; il quale durò venti anni, dal 685 al 705. Ma senza timor di errore ne possiam togliere i primi tredici anni, quando gli Arabi aveano ben altro da fare in Affrica che perseguitare i rifuggiti di Pantellaria. Non trovandosi ricordato in questa fazione il nome di Musa, è probabile che seguisse prima della sua venuta in Affrica, la data della quale per altro è dubbia. Fa cenno di questa impresa, forse su l'autorità di Bekri, il Tigiani, Rehela, nel Journal Asiatique, août-sept. 1852, p. 80; e aggiugne essere state allora occupate le isolette vicine all'Affrica.
[241.] Ibn-Koteiba, Ahâdîth-el-imâma, presso Gayangos, The history of the Mohammedan Dynasties in Spain, tomo I, Appendice, p. LXVI.
[242.] Le varie opinioni degli eruditi musulmani sono esposte da due diligenti compilatori: Tigiani, Rehela, nel Journal Asiatique, août-sept. 1852, p. 65 a 71; e Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), Histoire de l'Afrique, traduzione francese, p. 1, a 20. — Ho detto “sgomberare” e non, come gli scrittori musulmani, “scavare” il canale, poichè noi sappiamo che questo e la laguna esistevano ne' tempi antichi. Veggasi a tal proposito una nota del traduttore del Tigiani, M. Rousseau, op. cit., p. 69, 70.
[243.] Tigiani, op. cit., p. 69, dice che il califo comandò di inviarsi dall'Egitto ad Hassân duemila Copti, tra uomini e donne, perchè si servisse dell'opera loro, e che Hassân distribuì quelle famiglie tra Râdes, presso Tunis, e gli altri porti dell'Affrica. Indi si vede manifestamente che fossero artigiani.
[244.] Tigiani, Rehela; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani); e Ibn-Koteiba, Ahâdîth-el-imâma, ll. cc.
[245.] Lo argomento da ciò, ch'ei mandò in Sicilia mille uomini soltanto, non ostante il cominciato apparecchiamento di sì grande numero di legni, i quali, per piccioli che fossero, doveano portare almeno una cinquantina d'uomini ciascuno, e però una forza totale di 5,000 uomini o più.
[246.] Ibn-Koteiba, Ahâdith-el-imâma, MS. del professor Gayangos, fog. 69 recto e verso, e versione inglese in appendice al Makkari, The history of the Mohammedan dynasties in Spain, tomo I, p. lxvj. L'erudito orientalista di Madrid, mandandomi copia di questo squarcio di testo per lettera dell'11 maggio 1854, ha corretto in alcune parti la detta sua versione. Quanto all'isola assalita, sul nome della quale io gli esposi i miei dubbii, egli crede doversi ritenere la lezione del MS.; perchè pochi righi appresso la voce Sicilia vi è scritta con lettere diverse. Nondimeno io inclino all'opinione contraria, riflettendo che tal variante possa provenire da una delle due sorgenti alle quali par che Ibn-Koteiba abbia attinto questo racconto. In una di quelle il nome di Sicilia potea per avventura essere scritto con la sin in luogo di sad e la Caf (XXII lettera) in luogo di Kaf (XXI lettera); nella qual forma Sikilia, facilmente si può confondere con Silsila. Io ho veduto appunto Silsila chiaramente scritto su la Sicilia in una ottima carta geografica in pergamena, delineata nel 1600 da Mohammed-ibn-Ali-es-Sciarfi, da Sfax, posseduta dalla Biblioteca imperiale di Parigi.
Mi conferma nel mio supposto la Cronologia di Hagi-Khalfa, MS. di Parigi, ove leggesi, nell'anno 82, una impresa in Sicilia di 'Attâr-ibn-Râfi'; poichè, non trovandosi questo fatto in Ibn-el-Athîr, è verosimile che Hagi-Kalfa l'abbia tolto da alcun MS. d'Ibn-Koteiba più corretto che quello del professor Gayangos.
[247.] Ibn-Koteiba, fog. 69 verso, MS. del professor Gayangos, il quale, mandandomi cortesemente copia di questo passo, ha corretto la lezione, da cui risultava un errore nella sua versione inglese posta in appendice all'opera di Makkari, The history of the Mohammedan Dynasties in Spain, p. LXVII, seg.; Ibn-Scebbât, MS., p. 38 e 39, che cita, abbreviandolo in su la fine, il medesimo passo d'Ibn-Koteiba; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), Histoire de l'Afrique, traduzione francese, p. 14 e 57, e MS., fog. 6 recto, e 14 verso.
[248.] Ragiono il dinâr secondo il valore del metallo, il cui peso medio dà 14 lire e 50 centesimi.
[249.] Ibn-Koteiba; Ibn-Scebbât; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), ll. cc.; ed il Baiân, p. 27, citando Ibn-Katân. Ibn-Koteiba porta positivamente la data dell'86, ossia 705 dell'era volgare.
[250.] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 47 verso, anno 92; Nowairi, MS. di Parigi, Ancien Fonds 702, fog. 10 verso, e traduzione francese del barone De Slane, Journal Asiatique (mai 1841), p. 575, 576.
Secondo la versione italiana, del Carli, Hagi Khalfa nella Cronologia porrebbe nel 92 la espugnazione di Calabria per Farich figlio di Said. Riscontrato il testo, mi accorgo che si tratti della notissima impresa di Tarik in Spagna. M. Famin, Histoire des invasions des Sarrazins en Italie, p. 60, ha seguíto così fatto errore, e aggiuntovi del suo il nome di Tharec, e che “ses soldats exercèrent des cruautés inouies;” e si mette francamente a particolareggiarle.
[251.] Nowairi, capitolo della Sicilia, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 2, che lo chiama Mohammed-ibn-abi-Edrîs; Baiân, p. 35, secondo il quale correggo il nome e la data. Il Nowairi, capitolo dell'Affrica, presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo I, p. 357, in appendice; e Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 31, confondendolo con un altro governatore d'Affrica, lo chiamano Mohammed-ibn-Iezîd. Il Rampoldi, Annali Musulmani, tomo II, p. 225, anno 720, citando il Nowairi, aggiugne di capo suo che Mohammed sbarcasse a Marsala, e riportasse in Affrica “alcune centinaia” di prigioni.
[252.] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 74 verso, anno 109; Baiân, p. 35; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 32; Nowairi, capitolo della Sicilia, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 2; e capitolo dell'Affrica, presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo I, p. 357, in appendice. Il Rampoldi, Annali Musulmani, tomo II, p. 229, anno 721, citando Nowairi, aggiugne del proprio che Biscir riportava molti idoli d'argento.
[253.] Si argomenta dalle pratiche d'accordo dell'813, nelle quali il governatore di Sicilia ricordava un primo trattato fatto ottantacinque anni addietro. Veggasi il Capitolo X.
[254.] Makrîzi, Dizionario biografico intitolato il Mokaffa, MS. di Parigi, Ancien Fonds Arabe, 675, fog. 227 recto, Vita di Obeid-Allah. Il caso di Mostanîr è narrato ancora, ma più brevemente, da Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), Histoire de l'Afrique, traduzione francese, p. 65, e testo manoscritto, fog. 16 verso. Quest'autore, invece del nome patronimico di Ibn-Habhâb, dà a Mostanîr quello di Ibn-Hârith.
[255.] Makrizi, Mokaffa, MS. di Parigi, Ancien Fonds Arabe, 675, fog. 227 recto, Vita di Obeid-Allah.
[256.] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 81 recto, e 82 recto, anni 116 e 117.
[257.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 82 recto, anno 117; Ibn-Scebbât, citato da Ibn-abi-Dinâr (el Kaïrouani), Histoire de l'Afrique, p. 67 e 68, e MS., fog. 17 recto; Baiân, p. 38-40; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique, trad. di M. Des Vergers, p. 34. — Lo scrittore cristiano contemporaneo, Isidoro De Beja presso Flores, España Sagrada, tom. VIII, p. 305, dice che 'Okba (Ibn-Heggiâg), governatore di Spagna, udita la sollevazione dei Mori in Affrica, vi passò, uccise tutti i ribelli: “Sicque cuncta optime disponendo, et Trinacrios (portus) pervigilando, propriæ sedi clementer se restituit.” Accettando, come par si debba, la lezione di Trinacrios (chè v'ha le varianti Trimacrios, Tinacrios, Patrios), le parole di Isidoro significano che qualche nave spagnuola fosse venuta con Habîb alla impresa di Sicilia. Perchè la rivolta alla quale accenna Isidoro fu al certo qualche movimento anteriore, represso dagli Arabi d'Affrica e di Spagna, non il fatto dell'anno 122, che rese necessaria la ritirata dell'esercito di Sicilia, e che, invece della strage dei ribelli, finì con la sconfitta degli Arabi. Isidoro, del resto, non assegna data a queste fazioni, se non che vanno dopo la destinazione di 'Okba al governo di Spagna, ch'ei pone l'anno 775 dell'era spagnuola, e 18º di Leone Isaurico, cioè il 733 dell'era volgare, ma che Ibn-Khaldûn riferisce al 117 (735), e il cronista seguíto da Conde, Dominacion de los Arabes en España, parte I, cap. 26, all'anno appresso.
[258.] Confrontisi Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 118 recto, anno 135, e fog. 47 verso, nel capitolo della Storia di Sardegna, sotto l'anno 92; Baiân, p. 49 e 53; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 44; Nowairi presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 2, 3.
[259.] Veggansi le autorità citate da Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXIII, § 22.
[260.] Baiân, p. 48. Quivi si dice che corressero in Affrica due specie di moria che chiamansi in arabico webâ e tâ' un. La seconda disegna particolarmente la peste. La prima è presa d'ordinario nello stesso significato, ma si estende alle malattie epidemiche in generale. Veggasi una nota di M. Reinaud nel Recueil des historiens orientaux, tomo I, p. 133.
[261.] Teophanes, Cronographia, tomo I, p. 651; e le altre autorità citate dal Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXIV, § 13.
[262.] Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, anno 130, dice che infieriva la peste a Bassora; Ibn-el-Giuzi (Jauzi, secondo l'ortografia inglese) citato da De Slane, Ibn Khallikan's Biographical Dictionary, tomo II, p. 551, fa arrivare la mortalità a 70,000 persone in un dì, che si deve intendere forse di Bassora stessa.
[263.] Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXIV, § 13.
[264.] Bollandisti, Acta Sanctorum, maggio, tomo II, p. 109, seg., 725, seg., testo greco e versione della Vita di San Giovanni Damasceno scritta da un Giovanni patriarca di Gerusalemme; e Ibidem, p. 731, seg., altro squarcio di agiografia attribuito a un Costantino Logoteta.
[265.] Non ho bisogno di ricordare quanto sieno incerti i limiti del territorio, compreso nella donazione di Pipino e di Carlomagno, e come i papi non fossero mai entrati in possesso di molte terre tra quelle che lor erano state donate senza dubbio.
[266.] Costantino Porfirogenito, De administrando imperio, cap. 27, p, 995, dice che i Longobardi aveano occupato tutta l'Italia, fuorchè Otranto, Gallipoli, Rossano, Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi. Ciò si deve intendere del tempo in cui l'impero bizantino avea perduto lo esarcato e non ripigliato per anco la Puglia; cioè tra la prima metà dell'VIII secolo e la seconda metà del IX.
[267.] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 47 verso, sotto l'anno 92, raccogliendo in un solo capitolo tutte le imprese dei Musulmani sopra la Sardegna, afferma che quest'isola non fosse stata più molestata dal 135 al 323 dell'egira (752 a 935), e che in questo intervallo avesserla tenuta i Rûm, che qui significa la schiatta indigena italiana. Le cronache cristiane più vicine a quei tempi si accordano in generale con tale narrazione; se non che aggiungono alcune sconfitte toccate dai Musulmani in Sardegna e in Corsica. Quanto a questa isola, è falsa evidentemente la dominazione musulmana supposta da alcuni annalisti dei paese. Veggansi Reinaud, Invasions des Sarrazins en France, pag. 69; e Wenrich, Commentarium, ec., lib. I, cap. III, § 49 in nota.
[268.] Epistola di papa Paolo Primo, a re Pipino, Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº XV; edizione del Cenni, nº XVIII.
[269.] Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº XXIV; edizione del Cenni, nº XXXVIII.
[270.] Codex Carolinus, edizione dei Gretser, ep. LVI; edizione del Cenni, ep. LXXII.
[271.] Codex Carolinus, edizione del Gretser, ep. LXIV, LXXIII, XC; edizione del Cenni, LXV, XC; LXXXIX.
[272.] La prima di quelle citate nella nota precedente.
[273.] Codex Carolinus, edizione del Gretser, ep. LIX e LXIV; edizione del Cenni, LVII e LXV. La data del 780, che assegna alla seconda di queste lettere il Cenni, è erronea, e le si dee sostituire il 787, come lo avea mostrato prima il Muratori (Annali, anno 787), e vi assente, contro il solito suo, lo Assemani, Italicæ Historiæ Scriptores, tomo I, p. 488-489. Le ragioni che allega il Cenni per rifare il verso al nostro grande Annalista son futilissime, e basta a distruggerle il fatto che nella epistola si parla dei nefandissimi Beneventani come di vassalli di Carlomagno; il che non si potea dire innanzi la pasqua del 787. La epistola LIX del Gretser, ancorchè riferita dal Cenni al 776, mi pare scritta poco appresso l'altra, nello stesso anno 787. — Va errato bensì il Muratori, quand'ei scrive che Adelchi fosse in questo tempo patrizio di Sicilia. Ciò nè si può argomentare dalla detta epistola di papa Adriano, come lascia supporre il Muratori; nè è detto da alcun cronista; nè è punto verosimile. Il Muratori fu ingannato dall'assonanza dei nomi di Teodoto e Teodoro; dei quali il primo fu preso da Adelchi, come abbiam detto, e il secondo era il nome dell'eunuco, patrizio di Sicilia, che sbarcò in Italia con Adelchi il 788. L'Assemani, l. c., non manca di notare questo lieve sbaglio del Muratori.
[274.] Codex Carolinus, edizione del Gretser, ep. LXXXVIII; edizione del Cenni, ep. XCI.
[275.] Theophanes, Chronographia, tomo I, p. 718 (anno 6281); Historia Miscella, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte I, p. 167; Einhardus, ed Annales Laurissenses, presso Pertz, Scriptores etc., tomo I, p. 174, 175. — Due altre epistole di Adriano inserite nel Codice Carolino, sotto i numeri XC e XCII del Gretser, e LXXXIX e XC del Cenni, e poste dal Cenni nel 778, si debbono riferire, come io credo, a questo tempo. Trattano entrambe delle mene di Adelchi in Calabria; e nella seconda si dice che il patrizio di Sicilia e i due spatarii, sbarcati con esso ad Agropoli del mese di gennaio, erano iti a trovare la vedova di Arigiso a Salerno, e di lì eran passati a Napoli.
[276.] Tale supposizione è fondata nel racconto di Sigeberto, cronista dell'XI secolo, il quale mal interpretando la Historia Miscella, credè a proposito far morire Adelchi, protagonista da tragedia, piuttosto che il pacifico Giovanni. Non dobbiamo oggi seguire l'errore noi che abbiamo alle mani Teofane, sul cui testo fu fatta la versione compendiata detta Historia Miscella.
[277.] Annales Laurissenses, presso Pertz, Scriptores, tomo I, p. 182, 186.
[278.] Theophanes, Chronographia, tomo 1, pag. 736 (anno 6293).
[279.] Annales Laurissenses, presso Pertz, Scriptores, tomo 1, p. 198.
[280.] Epistola citata dell'11 novembre 813, presso il Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo VII, p. 1114; e presso il Cenni, Codex Carolinus, tomo II, ep. IV di Leone.
[281.] Epistola del 25 novembre 813, presso il Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo VII, p. 1117; e presso il Cenni, Codex Carolinus, tomo II, ep. X, di Leone.
[282.] Johannes Diaconus, Chronicon, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 312.
[283.] Anonymus Salernitanus, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte II, p. 209.
[284.] Diodorus Siculus, lib. V, cap. VI.
[285.] Ve n'era in Palermo, Catania, Girgenti ec., come si scorge dalle epistole di San Gregorio, lib. V, 132; VII, 24, 26.
[286.] A coteste famiglie di militari o impiegati venute di passaggio, e talvolta rimaste in Sicilia, par che appartenessero alcuni uomini dei quali il caso ci ha conservato i nomi; per esempio, Conone papa, nato in Tracia e educato in Sicilia; Sergio papa, oriundo d'Antiochia e nato a Palermo.
[287.] Veggasi questo medesimo capitolo, pagg. 222 e 223.
[288.] Theophanes, Chronographia, tomo I, p. 727.
[289.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto; MS. C, tomo IV, fog. 221 recto.
[290.] Constantinus Porphyrogenitus, De Thematibus, lib. II, tomo III, p. 58. Sarebbe da approfondire il cenno etnologico di Costantino, relativamente ai Sicoli. Non saprei in quale scrittore antico egli abbia potuto trovare che Liguri fosse il nome generale de' popoli di cui facean parte i Sicoli; il qual nome, secondo la opinione del Niebuhr, non è altro che una variante di pronunzia della voce Itali.
[291.] Veggasi Torremuzza (G. L. Castelli), Siciliæ... veterum Inscriptionum. Ricordisi inoltre la venuta di Porfirio, che scrisse e diè lezioni in Sicilia verso il 300.
[292.] Papiro del 444, presso il Marini, I Papiri diplomatici; nº LXXIII, p. 108, seg. I nomi sono Zosimo, Caprione, Sisinnio, Eleuterio, Eubudo.
[293.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. VII, nº LXIII, indizione 2ª.
[294.] Pirro, Sicilia Sacra, p. 997; Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, dissert. III, p. 423, seg.
[295.] Anastasius Bibliothecarius, presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, p. 145.
[296.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. VII, nº LXIII, indizione 2ª; e notisi la riflessione del Pirro, Sicilia Sacra, p. 34, a proposito dei matrimonii dei preti.
[297.] Diodorus Siculus, lib. I, cap. III.
[298.] L'Assemani, trattando la presente questione nel tomo IV degli Italicæ Historiæ Scriptores, cap. II, §i 1 a 22, ha sostenuto che sempre prevalesse in Sicilia il linguaggio latino al greco. Ma gli esempii che allega anzi mi rafforzano nella mia opinione. Tra gli altri, v'ha le soscrizioni greche dei vescovi di Sicilia e di Calabria che sedettero nei Concilio di Costantinopoli dell'869-70.
[299.] Codex Theodosianus, lib. XII, tit. XXXIII, XXXV. — Venticinque iugeri rispondono a un di presso a sei hectares di Francia, e a tre salme e mezza di Sicilia. Ma ricavandosi pochissimo dalla terra, si dovrà quella riguardare come picciola possessione.
[300.] Veggansi le autorità citate da Gibbon e dai suoi commentatori Guizot e Milman, cap. II, note 46 a 61.
[301.] Codex Justinianeus, lib. XI, tit. XLVII, legge 18. Questa legge è scritta in greco, e posta tra quelle d'Onorio e Teodosio, ma senza ripetervisi i nomi di questi imperatori; talchè la data rimane incerta, e si può supporre più recente. Dice che i contadini (γεωργοὶ) altri sono ascrittizii (ὲναπόγραφοι), e i loro peculii appartengono ai padroni; altri, dopo trent'anni, divengono liberi coloni (μισθωτοὶ ἐλεύθεροι) con la roba loro, e sono obbligati a pagar canone e lavorar la terra. E ciò, conchiude la legge, è più utile ed al signore e ai contadini. Una testimonianza sì diretta non ha bisogno di comento.
[302.] Ducange, Glossarium mediæ et infimæ latinitatis, voce Colonus. Ai tempi di Teodosio si distingueano in originarii e inquilini, cioè i nati nel podere e gli avventizii. Sotto Giustiniano forse questa ultima classe di coloni si diceva ascrittizii: e talvolta son chiamati tributarii ed inquilini, talvolta rustici e coloni, Codex Theodosianus, lib. V, tit. X; lib. X, tit. XII; lib. XIII, tit. I.
[303.] Codex Theodosianus, lib. V, tit. IX, X, XI; Valentiniani, Novellæ, nov. IX.
[304.] Dei conduttori in Sicilia si fa menzione nel citato papiro del 444, Marini, I Papiri Diplomatici, nº LXXIII, e nella epistola di San Gregorio, lib. I, nº XLII, indizione 9ª, che trovasi anco presso Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, num. LXIX, p. 110.
[305.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, ibidem. Oltre I conduttori distinti dai coloni, vi si parla di rustici in modo, che questa voce par sinonimo di coloni, se pur non comprende gli uni e gli altri insieme.
[306.] Dei servi dei fondi patrimoniali in Sardegna, e, come pensa Gotofredo, anche in Sicilia e in Corsica, si fa menzione in una legge di Costantino il Grande, Codex Theodosianus, lib. II, tit. XXV, data forse il 325. Veggasi anco Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, num. IV, p. 5. In un papiro del 489, risguardante certi poderi nel territorio di Siracusa, leggiamo inquilinos sive servos, presso Marini, I Papiri Diplomatici, nº LXXXII e LXXXIII, p. 128 e 129.
[307.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. I, nº XLII; e presso Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, nº LXIX, p. 110.
[308.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. X, nº XXVIII: “sed in ea massa, cui lege et conditione ligati sunt, socientur.”
[309.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. V, nº XII.
[310.] Ibidem, lib. III, nº IX; lib. V, nº XXXI e XXXII.
[311.] Un fanciullo siciliano, per nome Acosimo, fu donato da lui il 593 al consigliere Teodoro, che avea ben meritato della Chiesa, e non possedea schiavi. Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. II, nº XVIII, indiz, 11ª.
[312.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. VII, nº XVIII, indiz. 2ª.
[313.] Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, Rerum Italic. Script., tomo III, p. 147: “Itemque et aliam jussionem direxit ut restituatur familia suprascripti patrimonii et Siciliæ, quæ in pignore a militia detinebatur.”
[314.] Codex Theodosianus, lib. XI, tit. IX.
[315.] Codex Justinianeus, lib. XI, tit. XLVII.
[316.] Veggasi la legge del Codex Justinianeus, lib. XI, tit. XLVII, nº 18, citata di sopra, p. 190.
[317.] Codex Theodosianus, lib. II, tit. XXV, legge di Costantino il Grande, di data incerta, forse del 325.
[318.] Codex Theodosianus, lib. XI, tit. XVI, legge di Costanzo e Giuliano Cesare, data il 359. Questa e la precedente si leggono altresì presso il Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, ni IV e X, p. 5, 9.
[319.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, passim.
[320.] Il papiro del 444, che ho citato più volte (Marini, I Papiri Diplomatici, nº LXXIII), mostra che i sette poderi tra masse e fondi appartenenti in Sicilia a Lauricio, e affittati separatamente, rendeano ogni anno soldi 753, 500, 445, 200, 144, 75, 52.
[321.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, passim.
[322.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. VIII, nº LXIII, indizione 3ª (a. 600-601). Il podere legato da una Adeodata per fondare un monistero di donne al Lilibeo, rendea dieci soldi all'anno netti di tasse; e vi erano tre ragazzi, tre gioghi di buoi, altri cinque schiavi, dieci giumente, dieci vacche, quattro iastulas vinearum, quaranta pecore e altro. Si vegga anche il lib. XI, epistola XLIX, indizione 6ª (603, 604), ove si parla della vendita del vino prodotto delle vigne della Chiesa Palermitana.
[323.] Beladori, nel Journal Asiatique, série IV, tomo IV, p. 365.
[324.] Nell'880, come da noi si racconterà nel Libro II, cap. X, le forze navali bizantine venute presso Palermo presero moltissime barche cariche d'olio, certamente non esportato. Nell'XI secolo, Bekri ci attesta la esportazione degli olii da Sfax per la Sicilia e paese dei Rûm, Notices et Extraits des MSS., tom. XII, p. 465. Nel XII secolo si mandava grano di Sicilia in Affrica per levarne olio e altre derrate. Diploma del 1134, presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 975.
[325.] Veggasi il Lib. II, cap. II.
[326.] Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, nº III, IV, IX, X, XXI, XXII.
[327.] Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, nº XLI, XLII, XLIII, XLIV.
[328.] Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. IV, nº LXXVII, indizione 13ª (a. 595); e presso Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, nº CXVI.
[329.] Theophanes, Cronographia, tomo I, p. 631.
[330.] Veggasi Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, diss. VII, c. IV, seg.
[331.] Veggansi i fatti presso Caruso, Memorie storiche di Sicilia, parte I, lib. V; Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, tomo I, cap. XIV; Di Gregorio, Discorsi intorno la Sicilia, discorso XII.
[332.] Justiniani Novellæ, nov. 75, altrimenti 104, De præt. Siciliæ; Savigny, Histoire du droit romain, tomo I, p. 226, e 232, cap. V, § 105, 107.
[333.] Da questo diritto nacque senza dubbio l'uso che la curia votasse a parte dal clero e dalla plebe nella elezione dei vescovi. Due epistole di San Gregorio ci provano tal modo di votazione in Sicilia, e sono indirizzate l'una Nobilibus Syracusanis, l'altra Clero ordini et plebi Panormitanæ civitatis; lib. IV, nº XCI; lib. XI, nº XXII.
[334.] Codex Theodosianus, lib. XII; Divi Gregorii papæ, Epistolæ, lib. VII, nº XI, indizione 1ª, anche presso Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, nº CXLII, p. 188; Gibbon, Decline and fall, cap. XVII, con le osservazioni di Guizot e di Milman, alle note 172 e 180.
[335.] Confrontinsi i Diplomi seguenti:
- del 489 presso Marini, I Papiri Diplom., nº XXXII e XXXIII.
- verso il 504 pr. Di Giov., Codex Sic. Diplom., nº XXXVIII, p. 79.
- del 526-527 pr. Di Giov., Codex Sic. Diplom., nº XLI e XLIII, p. 82-84.
- verso il 537 pr. Di Giov., Codex Sic. Diplom., nº LI, p. 91.
Veggansi inoltre: Justiniani, Novellæ, nov. LXVIII; Di Giovanni, op. cit., diss. VI, cap. III, p. 458, seg.; Savigny, Histoire du droit romain, cap. V, § 106-108, p. 227, seg., che cita tra gli altri documenti le epistole di San Gregorio, delle quali ho fatto parola (p. 199, nota 3); e un'altra (della quale credo errata la citazione) scritta al vescovo di Tindaro intorno l'accettazione di certe donazioni, nella quale si ricorda essere bisognevoli a ciò le gesta municipalia.
Intorno i beni delle città, leggasi nel Codex Theodosianus, lib. XV, tit. I, legge 32, il rescritto di Arcadio e Onorio (anno 395) indirizzato ad Eusebio consolare di Sicilia, nel quale, provvedendosi alla conservazione delle città ed oppida dell'isola, è detto: De redditibus fundorum juris reipublicæ tertiam partem publicorum mœnium et thermarum subustioni (corretto da Gotofredo substructioni) deputamus. Fondi appartenenti alla repubblica, secondo il linguaggio legale che prevaleva in quel secolo, non significa que' del patrimonio imperiale, ma appunto beni comunali, come l'ha spiegato il Di Gregorio nel citato Discorso XII.
[336.] Constantinus Porphyrogenitus, De Thematibus, lib. II, them. 10 e 11; De administrando imperio, tomo III, cap. XXVII, p. 58, 118, 121. Non occorre avvertire che la nuova divisione in temi, ancorchè si ritragga dalle opere di Costantino Porfirogenito, risalisce senza dubbio all'ottavo secolo. Ai tempi di quel povero imperatore (911-959) occupata tutta l'isola dagli atei Saraceni, com'ei li chiama, non rimanea del tema siciliano che la Calabria. Ei lo confessa nell'opera De Thematibus, dove prudentemente passa sotto silenzio Napoli e Amalfi ch'eran già repubbliche indipendenti. Nell'altro libro De administrando imperio confonde i temi di Sicilia e di Longobardia, nominando sol questo ultimo, e dicendo che dopo Costantino il Grande vi si mandassero due patrizii, uno dei quali per la Sicilia, Calabria, Napoli e Amalfi, e l'altro che sedendo a Benevento, reggea Pavia, Capua e il rimanente. Soggiugne più innanzi che Napoli era l'antica capitale dei patrizii; e chi comandava Napoli, comandava alla Sicilia; e andato il patrizio a Napoli, il duca di Napoli veniva in Sicilia. Queste parole non provan altro che l'ignoranza dell'augusto compilatore o di chi fece il lavoro per lui. Oltre la discrepanza delle notizie date nell'opera De Thematibus, è evidente qui che si prenda per regola generale qualche fatto particolare, e si faccia uno strano miscuglio dei tre sistemi diversi; cioè quel di Costantino, quello dei temi e quello intermedio adottato da Giustiniano dopo il conquisto di Belisario. Al contrario, il nome del tema, la importanza strategica della Sicilia al tempo in cui si adoperò la novella divisione territoriale, e qualche esempio di comandi dati dal patrizio di Sicilia al duca di Napoli, mostrano che la parte primaria del tema fosse l'isola, e la capitale probabilmente Siracusa. Così anche pensa l'Assemani, Italicæ Historiæ Scriptores, tomo I, p. 356. Ciò è provato infine da una epistola di Adriano Primo a Carlomagno, nella quale dice che i Napoletani, prima di stipulare uno accordo col papa, voleano andare a chiederne il permesso al loro stratego in Sicilia, Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº LXIV, edizione del Cenni, nº LXV.
[337.] Varii suggelli di piombo danno i nomi e titoli di alcuni governatori e altri officiali pubblici di Sicilia sotto la dominazione bizantina; donde si vede come sovente variasse il titolo del governatore, o fosse data questa autorità provvisionalmente ad officiali di grado inferiore. Da una faccia del suggello si trova sempre il monogramma:
che significa Κύριε βοήθει τῷ δούλῳ σῷ “Signore aiuta il servo tuo;” e nell'altra faccia si leggono i nomi seguenti:
- Gregorio patrizio e stratego di Sicilia.
- Sergio patrizio e stratego di Sicilia.
- Giovanni patrizio spatario e proconsole.
- Andrea consolare e stratego
- Stefano consolare e spatario.
- Anastasio consolare e spatario.
- Giovanni patrizio e protospatario.
- Teodoro consolare.
- Gregorio consolare e protonotario.
- Teodoro spatario e cartulario.
- Leonzio prefetto.
- Teofilo prefetto imperiale.
- Leone spatario e logoteta del corso (posta).
- Anatolio conte.
- Sergio consolare e luogotenente.
Veggasi Torremuzza (Gabriello L. Castelli), Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 212, seg. I cronisti usano sempre i titoli ordinarii di stratego e patrizio. In una epistola di papa Adriano Primo a Carlomagno del 788 (Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº XCII; edizione del Cenni, nº XC), si legge: Cum dioecete, quod latine Dispositor Siciliæ dicitur.
[338.] Codex Theodosianus, lib. VII, titoli De Veteranis e De filiis veteranorum.
[339.] Anastasius Bibliothecarius, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo III, p. 147.
[340.] Constantini Porphyrogeniti Novellæ Constitutiones, p. 1509. De militaribus fundis.
[341.] Si fa menzione particolare della annata di Sicilia nella epistola di Paolo Primo al re Pipino, Codex Carolinus, edizione del Gretser, nº XV; edizione del Cenni, nº XVIII; e nella epistola XXIV della prima, e XXXVIII della seconda di coteste edizioni.
[342.] Theophanis Chronographia, p. 611, seg.
[343.] Theophanis Chronographia, p. 702 e 705.
[344.] Ibn-el-Athîr, MS. C, tom. IV, fog. 164 recto, an. 178. Il Saint-Martin, nelle note a Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXVI, §i 27 e 36, registra due imprese di Elpidio nell'Asia Minore, il 791 e il 794, citando per la prima Abulfaragi, per l'altra Ibn-el-Athîr. Ma probabilmente si tratta di un sol fatto, recato da que' due compilatori sotto date diverse.
[345.] La importanza della popolazione ebraica in Sicilia, alla fine del IV secolo, si vede da due epistole di San Gregorio, presso il Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, ni CXXVII e CXLVI.
[346.] Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 5, 28, dà le traduzioni latine dei versi di San Giuseppe Innografo, e di tre diverse compilazioni della vita di San Leone, le quali mi sembrano dell'XI o XII secolo, e si dicono tratte da Manoscritti della Vaticana, del Monastero di Criptaferrata e del Salvatore di Messina. L'Innografo non cita il nome di Eliodoro; ma sol dice arso un che sturbava gli uditori della divina parola, e accenna a varii altri prodigii del Taumaturgo. Gli eruditi non sono stati di accordo su la età in cui visse San Leone: e alcuni, l'han tirato giù fino al 779. Ma non trovandosi tra que' prodigii alcun cenno della eresia iconoclasta, San Leone ed Eliodoro si debbon porre senza dubbio innanzi il 726, com'ha fatto ii Gaetani. Confrontisi D'Amico, Catana Illustrata, parte I, p. 363 a 386. Veggansi ancora queste leggende di San Leone, nella collezione dei Bollandisti, febbraio, tomo III, p. 222, seg. Le due epistole a nome di Lucio governatore di Sicilia, tratte da queste fonti e pubblicate dal Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, ni CCLXXIV e CCLXXV, sono evidentemente apocrife.
[347.] D'Amico, Catana Illustrata, parte I, p. 363 a 386, parte III, p. 72 a 75, dice chiamato volgarmente il monumento Liodoro. Ma in oggi tal nome si pronunzia Diodoro, e anche Diodro e Diotro. Il Fazello, Deca I, lib. III, cap. I, dà al supposto negromante ambo i nomi: Diodoro e Liodoro. L'innesto dell'obelisco egiziano sull'elefante fu fatto nel 1736, come l'attestano due iscrizioni riferite dal D'Amico, III, p. 386. Quivi si vegga il disegno dell'obelisco, che è dato altresì dal Torremuzza, Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 307.
[348.] Theophanes, Chronographia, tomo I, 631.
[349.] Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 32. Preferisco la data del 772, seguita da questo scrittore, a quella che altri ha voluto assegnare a San Giacomo di Catania, facendolo morire ai tempi di Leone Isaurico. Veggasi D'Amico, Catana Illustrata, parte I, p. 361.
[350.] Theophanes continuatus, p. 48; Symeon magister, p. 642, seg.; Georgius monachus, p. 811, seg. Si vegga anche la collezione dei Bollandisti, giugno, tomo II, p. 960 a 963; Mongitore, Bibliotheca Sicula, tomo II, p. 66, seg.
[351.] Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tom. II, p. 49; Collezione dei Bollandisti, aprile, tomo I, p. 266, 267.
[352.] Si vegga il Capitolo VII, p. 175.
[353.] Veggansi le omelie XI e XX di Teofane Cerameo, nella edizione di Scorso, p. 64, 125, 129 ec., e ciò che noi diciamo di questo sacro oratore nel Libro II, cap. XII.
[354.] Theophanes, Chronographia, tomo I, p. 631.
[355.] Pirro, Sicilia Sacra, p. 611; e Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, dissertazione II, p. 421.
[356.] Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, epistola di papa Niccolò Primo dell'860, nº CCLXXXI, p. 318, e dissertazione V, p. 452; Epistola di papa Adriano Primo del 785, Acta Conciliorum, tom. IV, p. 93, 94.
[357.] Veggasi il Capitolo IV, p. 76.
[358.] Paolo Diacono, lib. V, c. XIV. La principessa avea nome Gisa, sorella di Romoaldo signore di Benevento.
[359.] Theophanes, Chronographia, p. 719, 720. Per esattezza di cronologia conviene notare che l'esilio dei cortigiani seguì il 790, e l'accecamento di Costantino il 797.
[360.] Ibidem, p. 727. Teofane spiega il modo: cioè delinear le lettere con punture e versarvi sopra dell'inchiostro. Poco mancò che i carnefici non inventassero la stampa!.
[361.] Nella maggior chiesa di Mola sopra Taormina si conserva questa iscrizione, tolta evidentemente da qualche antica fortezza: ΕΚΤΙΣΘΗ ΤΟΥΤΟ ΤΟ ΚΑΣΤΡΟΝ ΕΠΙ ΚΟΝΣΤΑΝΤΙΝΟΥ ΠΑΤΡΙΚΙΟΥ ΚΑΙ ΣΤΡΑΤΗΓΟΥ ΣΙΚΕΛΙΑΣ. Torremuzza (Gabriele L. Castelli), Siciliæ veterum Inscriptionum, p. 65.
[362.] Tra i ragguagli dell'ambasceria affricana in Sicilia dell'813, troviamo che il patrizio rimproverava ai legati avere il governo di Sicilia pattuito con quel d'Affrica infino da ottantacinque anni, e non si essere mai osservato l'accordo. Indi il primo trattato torna al 728. Cotesti ragguagli leggonsi nella seconda delle tre epistole di papa Leone Terzo a Carlomagno, date il 7 settembre, 11 e 25 novembre 813, pubblicate dal Labbe, Sacrosancta Concilia, tom. VII, p. 1114 a 1117; e nel Codex Carolinus del Cenni, tom. II, ep. VIII, IX, X, di Leone; e le due prime anche dal Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, no. CCLXXVII, CCLXXVIII. La indizione che vi si cita, mostra che il Labbe andò errato a riferire l'epistola dell'11 novembre all'anno 812. Veggansi anche gli squarci di questi documenti presso il Pagi, ad Baronium, anno 813, §i 21, 22, 23.
[363.] Questo mi sembra il miglior modo di spiegar le parole attribuite agli ambasciatori musulmani nella citata epistola di Leone Terzo dell'11 novembre 813. Scusavansi delle infrazioni loro apposte dal patrizio di Sicilia, allegando che morto il padre dell'Amiramum (principe dei credenti) e rimaso costui bambino, era ita sossopra ogni cosa: liberatisi i servi; gli uomini liberi agognanti al poter supremo; tutti scioltisi a mal fare, come se non avessero principe sopra di sè. Ma in oggi, fatto adulto l'Amiramum, soggiugneano gli ambasciatori, ha ripigliato l'autorità, e farà osservare i trattati. Or non adattandosi cotesti particolari nè ai califi abbassidi di quel tempo, che erano signori degli Aghlabiti, nè agli Aghlabiti stessi, è forza supporre la relazione del papa, come pur la dovea essere, mutila e inesatta, e conviene indovinar ciò che vi manchi. A creder mio, vi manca che i legati venivano dai due stati, aghlabita e edrisita, e che quest'ultimo avea commesso le ostilità. Parmi infatti che per le accennate parole degli ambasciatori non si alluda alle guerre civili di Mamûn col fratello, come ha pensato M. Reinaud (Invasions des Sarrazins en France, p. 123, 124), ma piuttosto alle vicende della dinastia degli Edrisiti. Il fondator di essa morendo non lasciò figliuoli; se non che una sua donna partoriva due mesi appresso (793) un bambino, per nome anche Edrîs, al quale i Berberi si accordarono di ubbidire; e fu salutato imam, ossia pontefice e principe, all'età di undici anni. Al tempo dell'ambasceria ne avea venti; avea fondato la città di Fez, e cominciato a rassodare e allargare il dominio. A questo Edrîs convengono dunque i particolari anzidetti. A ciò si aggiunga che Ibrahim-ibn-Aghlab dopo aver tentato, e forse non da senno, di spegnere questa dinastia rivale dell'abbassida, avea fatto con essa un tacito accordo, che durava ancora dell'813.
[364.] Veggansi i cronisti citati da M. Reinaud, Invasions des Sarrazins en France, p. 121 e 122, e da Wenrich, Commentarium, lib. I, cap. III, §i 46, 47. La principale autorità, fonte delle altre, è quella d'Einhardo, e degli Annales Laurissenses, che si veggano meglio in Pertz, Scriptores, tom. I, dall'anno 806 all'812.
Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 140, sotto l'anno 206 (5 giugno 821 a 25 maggio 822), nota una scorreria del Musulmani d'Affrica in Sardegna, ove fecero preda, e talvolta vinsero, e talvolta furono rotti, ma alfine se ne andarono.
[365.] Epistola di Leone Terzo, del 7 settembre, citata a p. 224, in nota.
[366.] Einhardus, presso Pertz, Scriptores etc., tom. I, p. 199. Questo cronista, copiato dai susseguenti, riferisce all'812 i raccontati avvenimenti, non esclusa la distruzione “quasi totale” dell'armata che assalì la Sardegna. Ma l'epistola di Leone Terzo dell'11 novembre, citata a p. 224, in nota, porta positivamente il naufragio nel giugno della 6ª indizione, che fu dell'813. D'altronde si può dubitare se gli assalitori di Nizza fossero stati gli stessi di Civitavecchia, e gli uni o gli altri Spagnuoli, ovvero dell'Affrica occidentale.
[367.] Nella citata epistola di papa Leone dell'11 novembre, dopo essersi fatto menzione della lettera del cristiano d'Affrica, si aggiugne: Et hoc factum est mense junio, quando illud signum igneum, tamquam lampadam in cœlo multi viderunt. Non si ritrae dove si trovassero quei multi, e se tutti in una stessa regione.
[368.] Epistola di Leone Terzo data il 7 settembre, citata di sopra. In questa gli assalitori son chiamati sempre Mauri. Nella epistola seguente si dà sempre il nome di Saraceni ai Musulmani dello stato aghlabita.
[369.] Veggasi la nota 1, p. 225.
[370.] Secondo la epistola di Leone Terzo, gli ambasciatori erano venuti in navigio Veneticorum, et sic veniendo combusserunt igne navigia quæ de Spania veniebant.
[371.] Veggasi il presente libro, cap. VI, p. 148-149. Il narratore è un Soleimân-ibn-Amrân, e lo squarcio della narrazione si legge nel Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. La reciproca sicurtà dei mercatanti siciliani in Affrica si suppone dal fatto che un di loro avea scritto al patrizio (si vegga sopra a p. 228). Non fa specie che Soleiman taccia il patto della reciprocità, sendo stato uso costante di tutte le tregue tra Musulmani e Cristiani, che ciascuna delle due parti promulgasse solo i patti favorevoli ai proprii sudditi e tacesse gli obblighi contratti verso i nemici.
[372.] Epistola dell'11 novembre 813, citata a p. 224, in nota.
[373.] Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tom. I, p. 160, seg., da un MS. greco del monastero del Salvatore di Messina attribuito a Pietro vescovo di Tauriano che visse sotto Leone eretico, e andò a lui, tremando di paura, il terzo anno del suo regno. Dei tre imperatori bizantini ai quali convengono tal nome e tal ingiuria, il Gaetani preferisce, come più antico, Leone Isaurico, senza badare a ciò che questi nel terzo anno del suo regno non si era per anco chiarito contro le immagini. Perciò mi par che si tratti piuttosto dell'Armeno. Il buon vescovo di Tauriano dice aver visto il naufragio della nave musulmana, e narra dopo di quello la sua missione a Costantinopoli. Alcuni versi di San Giuseppe Innografo, citati dal Gaetani, dicono anche del miracolo di San Fantino contro i Musulmani.
[374.] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto. L'autore, non contento di notare l'anno della egira, aggiugne che questa scorreria fu fatta circa otto anni avanti il conquisto di Ased-ibn-Forât.
[375.] Erchempertus, cap. XI, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. II, parte I, p. 240.
[376.] Leo Marsicanus, lib. I, cap. XXI, presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo IV, p. 296, e presso Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 596. Nella edizione del Pertz si nota l'errore di cronologia, e che appartenga a Leone, non ad Erchemperto. Aggiugnerei che Leone nel cap. XX porta alcuni fatti dell'827, e che però è possibile che i copisti trascrivendo la data in numeri romani abbiano lasciato indietro la cifra delle unità.
[377.] Il Martorana par che abbia dubitato del fatto, poichè nol porta espressamente nel testo, cap. II, tom. I, p. 30; ma sì nella nota 28, nella quale cita Leone d'Ostia e il Curopalata (Giovanni Scylitzes). Il Wenrich confrontò e corresse coteste citazioni. In fatti ei toglie via quella di Scylitzes, che non ha che fare qui, e aggiugne in primo luogo l'attestato di Erchemperto. Ma, trattenendosi a mezza strada, l'erudito tedesco adatta al racconto d'Erchemperto la falsa cronologia di Leone, e così cade anche egli nell'errore di raddoppiare il fatto. Lib. I, cap. IV, § 51.
[378.] Fazzello, Deca II, lib. VI, cap. I.
[379.] Questa è la giusta ortografia al modo nostro di trascrivere l'alfabeto arabico.
[380.] M. Reinaud ha notato ciò nella versione francese della Geografia d'Abulfeda, tom. II, pag. 179. Aggiungo che tra gli strafalcioni di Leone ve n'ha uno, il quale prova non solo che scrivesse di memoria, ma ancora che non avesse buona memoria. Ed è che un califo fatimita d'Egitto abbia mandato Giawher a conquistare la Barbaria; e che, ribellatosi il governatore di questa provincia, il califo El-Kaim abbia scatenato sopra quella gli Arabi d'Egitto. Sarebbe lo stesso a dire che Giustiniano da Roma mandò Belisario ad occupare Costantinopoli; e che Roma fu saccheggiata dalle genti del Bastardo di Borbone per comando di Filippo il Bello.
[381.] Ecco questo squarcio dell'opera geografica di Leone Africano sottoscritta di Roma, il 10 marzo 1526, ch'io copio su la edizione del Ramusio, tom. I, p. 69 verso. Detto che sotto la dinastia degli Aghlabiti Kairewân crebbe di grandezza e di popolo, Leone aggiunge che il signore del paese “fece fabbricare appresso un'altra città cui pose nome Recheda, nella quale habitava egli e i primieri della sua corte. In questo tempo fu presa Sicilia dalli suoi eserciti mandativi per mare con un capitano detto Halcama, il quale nella detta isola edificò una piccola città per fortezza et sicurtà della sua persona, chiamandola dal suo nome, la quale vi è sin oggi chiamata dai Siciliani Halcama. Dapoi quest'Halcama fu quasi assediata dalli esserciti che vennero in soccorso di Sicilia; allora il signore di Cairoan mandò un altro essercito più grande con un valente capitano chiamato Ased, il quale rinfrescò Halcama, et tutti si ridussero insieme et occuparono il resto delle terre che rimaseno.” E Leone non ne dice altro.
[382.] Veggasi la notizia biografica che dà Leone Affricano dello Esseriph Essachali, com'ei chiama Edrisi. Presso Fabricio, Bibliotheca Græca, tom. XIII, p. 278.
[383.] Belgia in arabico vuol dir crepuscolo sia mattutino sia vespertino. Su i nomi geografici ai quali accenno, si vegga il capo I del lib. III.
[384.] Questi due righi e la esposizione delle testimonianze storiche eran già scritti, quando si pubblicò, il 1845, il lavoro del Wenrich, dove si trova (lib. I, cap. IV, § 52) una frase che a prima vista pare poco diversa e un metodo d'esamina somigliante al mio, ancorchè con altri fatti e altri risultamenti. Non essendo uso a rubare gli altrui lavori, mi basta avvertire il lettore, e lascio la forma del mio scritto com'ella stava.
[385.] Veggasi la prefazione del Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. I, parte II, p. 287 a 289. La cronica pare scritta verso l'872, e l'autore allude a quella come ad opera giovanile in altri opuscoli assai meno importanti ch'ei dettò verso il 902.
[386.] El-Kadhi: il cadi Ased-ibn-Forât.
[387.] Johannes diaconus, Chronicon etc., presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. I, parte II, p. 313.
[388.] Anonymi Salernitani, Paralipomena, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tom. II, parte II, cap. XLV, p. 163, seg.; presso Pratillo, tom. II, cap. LI, p. 119 (che varia il numero dei capitoli), e meglio presso Pertz, Scriptores, tomo III, cap. LX, p. 498. Su l'autore veggansi le prefazioni del Muratori e del Pertz. Il Muratori crede che il nome di lui sia stato Arderico.
[389.] Le stesse croniche bizantine denotano Teognosto come autore dei canoni grammaticali: la sola opera che ci rimane di lui, Θεογνοστου κάνονες, presso Cramer, Anecdota Græca, tom. II, Oxford 1835.
[390.] Theophanes continuatus, p. 3, in fine del titolo. A p. 81, § 26, di Michele il Balbo, in fin della impresa di Orifa in Creta si legge: “ed ei ci lasciò la briga di liberare l'isola dagli Agareni. Rimettasi ciò nelle mani di Dio: ma anche noi dobbiamo darcene pensiero; e dì e notte l'animo nostro se ne travaglia.” Queste parole non poteano esser dettate che dallo imperatore.
[391.] Veggasi Ducange, Glossarium mediæ et infimæ latinitatis, alla parola Magister, e Glossarium mediæ et infimæ græcitatis, alla voce Μαγίστερ
[392.] ..... λαβόντος ἀρχὴν ἄρτι πρῶτον λαοῦ άμαρτίας. κ. τ. λ.
[393.] Symeon Magister, nel volume Theophanes continuatus, p. 621, 622, § III, del regno di Michele il Balbo. Su l'autore veggasi Fabricius, Bibliotheca Græca, tom. VII, lib. V, cap. I, § 10.
[394.] Τουρμάρχης τελῶν. Τέλος, che ho tradotto milizia, è voce generica e vaga. Non così turmarca, che risponde, negli ordini militari d'oggi, a generale di brigata. Comandava una turma o μὲρος, composta di tre drungæ, o μοῖραι, ciascuna delle quali, a un di presso come i nostri reggimenti, variava da 1000 a 2000 uomini. Sopra il turmarca o merarca non era che il generale in capo o stratego: sotto venivano i drungarii o chiliarchi. Veggasi la Tattica dell'imperatore Leone, detto il Sapiente, cap. IV del testo greco, e nella versione francese del Maizeroi, p. 33. Veggasi anche Ducange, Glossarium mediæ et infimæ græcitatis, alle voci τουρμάρχης, τοῦρμα, μοῖραι.
Al tempo di Leone, drungario e turmarca eran titoli di capitani nelle armatette provinciali, non già nel navilio imperiale; op. cit., versione del Maizeroi, p, 146. Il Cedreno dà ad Eufemio il vago titolo di Ἑξηγούμενος.
[395.] La versione latina del padre Combefis, ristampata nella edizione del Niebuhr, non è molto esatta in questo luogo, nè in parecchi altri. Oso correggerla, afforzandomi dell'autorità di M. Hase, il quale, cortese quanto egli è sapiente ed erudito, si è piaciuto rivedere e postillare la versione mia.
[396.] In fatti si trova minacciato questo supplizio nelle Basiliche (Βασιλικῶν, lib. LX, titolo XXXVII, cap. LXXI, LXXIV, LXXV, e Liber Leonis et Constantini AA., tit. XXVIII, cap. X, XI, XII), non solo ai seduttori delle monache, ma sì a chi viziasse l'altrui fidanzata, o sposasse la propria comare. Indi si vede la confusione che portavano già nella morale le ubbíe religiose, e come, tra quelle e il dispotismo, si guastava la legge romana.
[397.] Συντουρμαρχῶν. Questa voce mal copiata o mal compresa nell'esemplare del Curopalata (Giovanni Scylitzes) ch'ebbe alle mani il Fazzello, gli fece scrivere che Eufemio fosse stato consigliato dalli Scythamarchi.
[398.] L'autore, supponendo un califo anche in Affrica, e guastando il nome di Emir-el-Mumenin, lo chiama ʾαμεραμνουνῆς. Ho scritto questo titolo secondo la elegante corruzione che ne fecero i nostri antichi.
[399.] Teophanes continuatus, lib. II, cap. XXVII, p. 81, 82.
[400.] Op. cit., lib. II, cap. XXII, p. 76, 77.
[401.] Così chiaramente nei MSS. d'Ibn-el-Athîr e d'Ibn-Khaldûn, ancorchè senza vocali brevi. Dei due MSS. di Nowairi, il più moderno (Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 702 A), omettendo al solito le vocali brevi, scrive anche k s n tin; ma l'altro (Ancien Fonds, 702), autografo, ovvero copiato sopra un autografo, ha una volta f s n tin, e tre volte, lasciando la prima lettera senza punti diacritici, sì che possa leggersi f ovvero k, la fa seguire da quattro lettere — s tin, ovvero da cinque — s n tin. La lezione f s tin potrebbe benissimo supporsi copiata dal nome di Fotino; perocchè la s, che v'ha di più, si confonde spesso nei MSS. con un frego di penna orizzontale che servisse di legatura tra due altre lettere. Ve n'ha infiniti esempii nei MSS., e molti nelle iscrizioni lapidari, e in quelle ricamate su drappi o rilevate su metalli.
[402.] Il Ducange, Glossarium mediæ et infimæ græcitatis, spiega la voce Σοῦδα fossa sudibus munita, cioè fosso con palizzata. In Creta si addimandò Suda il luogo ove posero il primo campo i Musulmani. Da χάραξ che significa lo stesso in greco antico, prese nome un vicin promontorio. I Musulmani chiamarono il campo loro, poi divenuto capitale, Khandak, che significa la stessa cosa.
[403.] Quest'ultima frase è data dal solo Nowairi. M. Caussin de Perceval, padre, che il voltò in francese, e il Di Gregorio che lo ritradusse in latino, rendono quelle parole un des principaux patrices ed ex præcipuis inter patricios. Ma la voce del testo mokaddem significa precisamente “posto innanzi a tutt'altri” e indi “condottiero, capo di parte.” La parola seguente dice “dei suoi patrizii” riferendosi il pronome relativo a Costantino. Pertanto mi par che si tratti certamente dei patrizii siciliani. Debbo avvertire che la costruzione grammaticale del testo lascia un po' dubbio se Eufemio fosse il caporione, ovvero uno dei caporioni.
[404.] Ciò dal Nowairi. Il Caussin avvertì in nota che talvolta gli scrittori arabi avessero disegnato col nome di Alemanni gli Italiani; e allegò in esempio un passo di Abulfaragi, autore del XIII secolo. Il Di Gregorio non ne volle altro per tradurre a dirittura quemdam ab Italia oriundum. Ma tale interpretazione non può accettarsi. Gli scrittori arabi chiamano ordinariamente gli Italiani Rûm, che vuol dire anche Bizantini, e talvolta ci danno il nome di Ankabard, talvolta di Franchi; confondendoci con le varie razze dei dominatori. Non parlano poi dell'Italia come parte dell'Alemagna altri scrittori che que' dei tempi di Federigo II imperatore, come appunto Abulfaragi, ovvero più moderni, come Abulfeda. Questi due, se non m'inganno, sono i soli autori arabi caduti in tale equivoco, che non si può supporre affatto in uno scrittore del X o XI secolo, come quello copiato da Nowairi. D'altronde è probabilissimo che v'abbia un errore nel MS.; sì chè vi leggerei Armeni, non Alemanni. I mercenarii di schiatta germanica non aveano cominciato per anco a venire a Costantinopoli. Per lo contrario gli Armeni erano frequentissimi nell'esercito bizantino. Infine l'ortografia che troviamo in Nowairi non sarebbe corretta se si trattasse di Alemanni; ma aggiugnendovi una r, lettera non legata nella scrittura arabica e perciò facile a sfuggire, si avrebbe il nome di Armeni.
Lo stesso errore si trova nei MSS. di Nowairi, là dov'ei dice venuto in Sicilia l'828 col patrizio Teodoto un esercito, la più parte, di Alemanni. Quivi è evidente che si debba leggere Armeni. Veggasi il cap. III del presente Libro.
[405.] Questo nome, mancando di vocali brevi in tutti i MSS. che ho veduto, ha le sole lettere B lât h. Credo non debba leggersi Platâh come han fatto M. Caussin e il Di Gregorio; poichè gli Arabi non comincian mai le sillabe con due consonanti, e al certo, volendo trascrivere Plata, avrebbero messo avanti una alef, dando alla voce la forma di Iblâtah. Del rimanente mal potremmo apporci al vero nome. Forse è inesatta trascrizione del titolo di Curopalata, Palatino o simili. La mutazione della b in p va bene, mancando nell'alfabeto arabico la seconda di queste lettere.
[406.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 122 verso; MS. C, tomo IV, fog. 191 recto; Nowairi, presso Di Gregorio Rerum Arabicarum, p. 3, 4, e versione del Caussin, p. 10, 11; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 103 a 105.
[407.] Riadh-en-nofûs, MS., nella vita di Ased-Ibn-Forât, MS., fog. 28 recto e verso.
[408.] Εὺφήμιος ed Εὺθὺμιος pronunziati Evfimios ed Evthimios, poichè in tutto il medio evo, come in oggi, e anche nell'antichità, i Greci pronunziavano la η, come la υ e l'ι; le quali lettere si trovano scambiate nella più parte dei MSS. Anche i copisti greci soleano scrivere cotesti due nomi l'uno per l'altro, come si vede dal Cedreno, edizione di Bonn, tom. II, p. 795.
[409.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso.
[410.] Riadh-en-nofûs, e Ibn-Abbâr, II. cc.
[411.] Questo fatto si ritrae da Ibn-Khaldûn, il quale con lieve anacronismo intitola Ased cadi in quel tempo, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, ediz. di M. Des Vergers, testo p. 35, e versione p. 92, dove mi par che debba sostituirsi la voce minacce alla frase offrir des présents. In luogo di Mogiâled forse si dee leggere Mokhâled, secondo il Nowairi, Conquête de l'Afrique, in appendice alla Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, trad. di M. De Slane, tomo I, p. 400 e 405.
[412.] Il fatto della elezione e di chi la consigliava si legge nel Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. Vi si nota altresì che avanti Ased e Abu-Mohriz non si fossero mai visti due cadi a un tempo in una capitale. Parmi che nè anco se ne incontri esempii altrove. Vi furon bene nei tempi posteriori in una stessa città quattro cadi, ma delle quattro scuole diverse che viveano insieme in pace. Il Baiân, tomo I, p. 89, porta anco la destinazione di Ased a cadi l'anno 205, e la novità dell'esempio.
[413.] Harun-Rascid riordinò la magistratura e istituì il Kadi-'l-Kodâ, ossia cadi dei cadi, supremo giustiziere dello Stato, sedente nella capitale. Verso quel tempo i magistrati e giuristi ebbero una divisa lor propria. Veggasi Hamilton, Hedaya, tom. I, p. XXXIV.
[414.] Al dire d'Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 29 verso, il califo Mehdi, nella fierissima sua persecuzione contro i Zindîk in Oriente, creò un inquisitore apposta, intitolato Sâheb-ez-zenâdika, l'anno 198 (794-5). Furonvi molti mandati al patibolo e gran copia di libri dati alle fiamme. Zindîk significa in generale miscredente, scettico, ateo; ma par che in principio questa appellazione siasi data ai Manichei, forse anche ai Guebri, e si vuole nata dal nome del linguaggio zend e del libro sacro degli antichi Persiani, il Zendavesta.
[415.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 29 recto. Quivi si nota che i due cadi seguirono la opinione dei giuristi dell'Irak e l'altro consultore quella dei giuristi di Medina. Que' discepoli di Malek si appigliarono dunque alla decisione più mite di Abu-Hanîfa più tosto che a quella del loro maestro. Su la prima veggasi l'Hedaya, tomo II, lib. IX, cap. IX, p. 225. La seconda è sostenuta dal compilatore del Riadh-en-nofûs, scrupoloso Malekita.
[416.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso. Il caso di coscienza era: an fas esset balneum intrare cum cunctis pellicibus suis nudis. Abu-Mohriz sostenea esser lecito al signore di guardarle da capo a piè, ma non ad esse quod vicissim pudenda conspicerent.
[417.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto.
[418.] Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso.
[419.] Ibn-Abbâr, loc. cit.
[420.] La biografia di Ased si ritrae tutta dal Riadh-en-nofûs e da Ibn-Abbâr, che ho citato. M. Des Vergers, in nota a Ibn-Khaldûn, p. 105, ne ha fatto un cenno preso dalle medesime sorgenti; dal quale se io differisco in qualche parte, è che mi è parso interpretare in altro modo i testi e i fatti. Il Conde, Dominacion de los Arabes en España, parte I, cap. 75, ha tradotto, al solito suo con errori, lo squarcio di Ibn-Abbâr. Tra gli altri, ei fa Ased congiunto (deudo) di Ibrahim-ibn-Aghlab.
[421.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tom. I, fog. 123 recto; MS, C, tom. IV, fog. 191 recto.
[422.] Theophanes continuatus, lib. II, cap. 27, p, 82.
[423.] Si ritrae dalla discussione di dritto riferita nel Riadh-en-nofûs; poichè gli ambasciatori dei quali vi si fa menzione non poteano esser que' di Eufemio, sostenendo non essere stata violata la tregua dal governo di Sicilia.
[424.] Soleiman-ibn-Amrân, presso il Riadh-en-nofûs, fog. 28 recto. Soleiman sedè tanto in questa adunanza, quanto in quella dell'813, nella quale era stata promulgata la tregua. Il versetto del Corano citato da Ased è il 133 della sura III; ma il testo che corre oggidì ha una lezione inferiore d'assai alla variante di Ased, dicendo più rimessamente: “Non vi sbigottite nè vi attristate; chè avrete il primato, se sarete credenti.” Il patto della tregua, come lo riferisce lo stesso Soleiman (veggasi il Lib. I, cap. X, p. 229) portava assolutamente l'obbligazione di lasciare andar liberi dalla Sicilia tutti i Musulmani che il volessero. Tuttavia è probabile che si fosse stipolata, per reciprocità, qualche clausola analoga a quelle della legge musulmana. Secondo questa uno straniero infedele venuto a mercatare come Mostamîn, ossia guarentito da una permissione in buona forma, può dimorare un anno senza molestia. Scorso il qual tempo, è costretto a pagare la gezia come gli dsimmi, ossiano sudditi infedeli, e dopo qualche tempo può essere al par di quelli ritenuto nel paese. Veggasi Hamilton, Hedaya, lib. IX, cap. VI.
[425.] Ahmed-ibn-Soleiman, presso il Riadh-en-nofûs, fog. 28 recto.
[426.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 4. Il personaggio di cui si parla è diverso dal celebre giurista contemporaneo, Sehnûn-ibn-Sa'id.
[427.] Soleiman-ibn-Amrân, presso il Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 recto. Il Baiân, tomo I, p. 95, dice più brevemente che Ased si presentò come candidato a Ziadet-Allah, e fu accettato.
[428.] Presso il Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso.
[429.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 4.
[430.] La voce che rendo “signoria” è wilâia e welâia, che significa l'autorità del capo di famiglia o tribù, d'indole diversa, come ognun sa, dalla signoria dei baroni nel medio evo. Avrei tradotto “clientela,” se questa voce, posta assolutamente, non ci avesse trasportato a Roma antica, e dato così un significato assai più lontano.
[431.] Sceikh anonimo, citata da Abu-'l-Arab, scrittore della prima metà del X secolo, presso il Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso.
[432.] Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 277, e testo arabico tomo I, p. 179. Vi è nominato un condottiero di questa tribù che combattè in Sicilia, Zowâwa-ibn-Ne'am-el-Half.
[433.] Ciò si ricava dal fatto che ho narrato nel Lib. I, cap. VI, p. 142.
[434.] Baiân, tomo I, p. 95.
[435.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 4. Il Baiân, l. c., dice 700 cavalli, e grandissimo numero di fanti; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148 verso, 10,000 uomini, dei quali 700 cavalli; Abu-'l-Arab, citato nel Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso, dà ad Ased 10,000 cavalli; Ibn-Wuedran, MS., § 1, e versione francese di M. Cherbonneau, Revue de l'Orient, décembre 1853, p. 424, citando Ibn-Rascîk, autore dell'XI secolo, dice che l'esercito sommò a un dipresso a ventimila uomini; Ibn-abi-Dinâr (El-Kaïrouani), versione francese, p. 83, a un dipresso a diecimila.
[436.] Abulfeda, Géographie, versione francese, tomo II, p. 199; Tigiani, nel Journal Asiatique, août 1852, p. 104; Ibn-abi-Dinâr, loc. cit.
[437.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 4. Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn portano la sola data del mese. Nowairi fa cadere il 15 rebi' 1º (16 è errore corso nella versione di M. Caussin e del Di Gregorio) in giorno di sabato. Fu veramente un giovedì. Il Rampoldi fa combattere due battaglie navali in questo passaggio; la origine del quale errore si vegga nel capitolo seguente, p. 287, nota 2.
[438.] Nowairi, loc. cit.
[439.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, pag. 106. M. Des Vergers, secondo il MS. di Parigi ha tradotto questo passo: “Les Arabes se tenaient d'abord (par défiance) a l'écart du chef de l'île et des Grecs de son parti; mais s'étant ensuite réunis, ils mirent en fuite Palata et son armée, dont ils pillèrent tous les bagages.” Ma la lezione del MS. di Parigi è manifestamente erronea, e va corretta con quella di un MS. di Tunis, del quale io ho alcuni estratti. Indi convien tradurre: “Il Palata venne alle mani con gli Arabi; i quali fecero mettere in disparte il capo (Eufemio) e tutti gli altri Greci che (insieme con lui) li avean chiamato in aiuto contro il Palata e sua fazione. Sconfitto il Palata e i suoi, gli Arabi fecero bottino della roba loro, e il Palata fuggissi.”
Ibn-el-Athîr e Nowairi dicon solo del comando dato di mettersi in disparte: e l'ultimo aggiugne che Ased “non volle aiuto da lui.” Questa è la frase che il Di Gregorio, guastando testo e versione francese, rese in latino: eorum etenim fidem expertus non fuerat.
Secondo il Riadh-en-nofûs, la divisa fu un poco di Hascisc, che in generale significa “erba secca,” e anche pianta.
[440.] Soleiman-ibn-Sâlem, presso il Riadh-en-nofûs, loc. cit., con la salvaguardia d'un “si dice.” Replicarono questa esagerazione. Ibn-Rascîk, citato da Ibn-Wuedran e Ibn-abi-Dinâr che lo copia.
[441.] Nowairi, loc. cit. Moltissimi luoghi in Sicilia chiamansi Balata, che è la voce latina platea, guasta dagli Arabi nel suono e nel significato, e in oggi nel dialetto dell'isola significa “pietra da lastrico,” e altresì “pietra viva e liscia, non tolta per anco dal monte.” Pertanto, non sapendosi nè donde venisse il Palata, nè a quanta distanza l'andasse a incontrare Ased, sarebbe difficile determinare il luogo della battaglia, anche supponendo che ritenga tuttavia il nome. Nondimeno v'ha a sei miglia da Mazara un promontorio, detto da Edrisi Râs-el-Belât, e in oggi capo Granitola o punta di Sorello, che si stende in una vastissima pianura in parte paludosa, margiu, come noi diciamo in dialetto. La uscita di Ased da Mazara in ordinanza e la ritirata dell'esercito siciliano verso Castrogiovanni convengono benissimo ad una battaglia data in quella pianura. M. Famin, Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie, tomo I, p. 150 in nota, promette dimostrare in appresso che la battaglia si diè a Platani, castello distrutto. Gli argomenti suoi, che non conosciamo per anco, possono esser due: la vicinanza del luogo e la somiglianza del nome. Ma il luogo è lontano da Mazara cinquanta miglia, e secondo Edrisi dovrebbe dirsi 70; il che non si accorda con la marcia in ordinanza. Il nome è diverso; poichè gli Arabi, Nowairi con gli altri, nominando quel castello di Platani che si arrese ai Musulmani l'840, scrivono Iblâtanû, non già Belât.
[442.] Il testo del Nowairi dice che Ased uscì di Mazara 'alâ ta'bia per andare a trovare il Palata nella pianura Palata o Balata. M. Caussin, padre, prese ta'bia per nome di luogo, e tirossi dietro il Di Gregorio, che per giunta soppresse nel testo la preposizione 'alâ, che vuol dire: “sopra, in, in stato di.” Indi tradussero, l'uno: marcha vers Taabia; e l'altro: progressus exinde fuit ex Mazara ad Taabiam. Ma ta'bia significa “schiera, ordinanza, ordine di battaglia;” e il Nowairi un rigo sotto replica il verbo 'aba, dal quale viene tal voce; oltrechè se si trattasse di nome di luogo qualunque arabo gli avrebbe messo innanzi la preposizione ila, “verso, alla volta di,” e non già 'alâ. Ibn-el-Athîr usa anch'egli in altro caso della guerra di Sicilia la voce ta'bia nel senso di schiera, ordinanza. Però non v'ha il menomo dubbio alla correzione che io fo: “Indi Ased cavalcò in ordinanza da Mazara per andare a trovare il Palata, il quale stava in una pianura che ebbe lo stesso nome di lui.”
[443.] Così pare, poichè sappiamo dai Musulmani lo sbarco il 13 giugno, e la Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 41, porta la occupazione dell'isola a mezzo luglio 6335, notando, com'è probabile, lo evento più segnalato, che fu questa battaglia.
[444.] Oltre i molti esempii nelle battaglie, questa usanza è attestata nella Tattica dell'imperatore Leone, versione francese, p. 122.
[445.] Presso il Riadh-en-nofûs, l. c. L'autore aggiugne il comento che “Barbari della costiera” alludesse a que' che avean preso la fuga nella prima battaglia data da' Musulmani in Affrica. Forse fu questa ricordanza che suggerì di dare 150,000 uomini al Palata, come se n'erano supposti 120,000 nell'esercito di Gregorio.
[446.] La ritirata del vinto a Castrogiovanni è riferita dal Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 5. Il rimanente da Nowairi stesso; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto; MS. C, tomo IV, fog, 191; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 106.
[447.] Il solo Nowairi, l. c., indica il cammino tenuto dall'esercito musulmano pria che giugnesse ad Acri. Ei ne nomina due luoghi soli, il primo dei quali basta al proposito nostro, poichè si dice espressamente posto sul mare. E veramente il più breve e facile viaggio da Mazara a Siracusa corre lungo la marina fino a Terranova, e di là continua tra i monti quasi in linea retta. Secondo l'Itinerario d'Antonino, questo viaggio seguirebbe in parte il primo, e in parte il secondo dei sentieri di posta dei Romani tra Girgenti e Siracusa; l'uno dei quali costeggiava sempre il mare, e l'altro mai nol toccava. Il punto di ravvicinamento di questi sentieri era nelle poste di Plaga Calvisianis del primo, ed Hybla Haerea del secondo, situate l'una presso Terranova, e l'altra presso Chiaramonte; tra le quali due stazioni l'Itinerario non segna strada; ma v'ha oggi, e di certo non mancava al tempo dei Romani.
Determinata così con certezza la marcia di Ased, ci rimane a trovare i due punti di questa linea nominati dal cronista. Dell'uno ei dice che fu “la Chiesa di Eufemia, quella ch'è in sul mare.” Qui in luogo di Eufemia leggerei Finzia; perchè questo nome nella scrittura arabica differirebbe poco dal primo; e sopratutto perchè la stazione più notabile del detto viaggio era appunto Licata, l'antica Phinthia, fabbricata sopra una rupe ch'esce in penisola alla foce del Salso.
Il secondo nome geografico si legge in vario modo nei due MSS. di Nowairi; dei quali il più corretto ha: “La Chiesa di elm s l kîn” (senza vocali brevi), e l'altro di: “elsci l kîn.” Invano ho cercato nella geografia antica, arabica, o moderna, qualche nome che somigli a cotesto. Pur dalla narrazione di Nowairi argomenterei volentieri che il sito fosse il promontorio ch'or si chiama la Pietra di San Nicola, tra Licata e Terranova, il quale nello Itinerario d'Antonino è chiamato Refugium Gelæ, e posto a cinque miglia romane a levante da Licata, e in Edrisi ha nome di Marsa-es-Sceluk ad otto miglia arabiche dalla foce del Salso. Non manca qualche debole assonanza tra i nomi.
La conghiettura che si trattasse di Sciacca non mi par che regga. Oltrechè questo nome è al certo arabico, e però posteriore all'evento; e oltre ch'è assai diverso da quello dei MSS., Sciacca si trova troppo presso al luogo donde partiva Ased, e troppo lungi da Siracusa. D'altronde, il solo autore di quella conghiettura, M. Caussin padre, la ritrattò nella versione francese del Nowairi, pubblicata da lui stesso. Veggasi la p. 14 di quell'opuscolo.
[448.] Nella più parte dei MSS., ove si dice di questa fortezza, il nome è scritto variamente. Dei due esemplari di Ibn-el-Athîr, il MS. A mostra (al solito senza vocali brevi) le lettere elk râ, e in fine una senza punti diacritici, che si potrebbe leggere b, t, ovvero th. Il MS. C ha elk rrâth assai nitidamente; ma la chiarezza può venire benissimo dalla ignoranza di chi scrivea questo nome geografico, come il noto vocabolo kerrâth, che significa “porro,” e ch'è altresì nome di luogo; e tra gli altri d'un isolotto alla punta di Capo Passaro, detto anche oggi l'isola dei Porri: nudo scoglio del quale al certo non si tratta nel caso presente. Passando a Ibn-Khaldûn, il testo pubblicato da M. Des Vergers secondo il MS. di Parigi ha elk râd; e quello di un MS. di Tunis (il quale mi par migliore) ha elk rat. Questa ultima lezione anche troviamo in entrambi i MSS. del Nowairi; sendo errore della edizione del Di Gregorio la lettera hé (26ma dell'alfabeto arabico d'oriente) sostituita alla t (terza lettera).
Or la lezione del Nowairi e del MS. tunisino d'Ibn-Khaldûn mi par che renda quasi esattamente il nome di Acri: città notissima nella Sicilia antica; rimasta in piè certamente infino al quinto secolo, come lo mostrano lo Itinerario d'Antonino, le tavole di Peutinger e gli emblemi cristiani trovati nel nostro secolo tra le sue rovine; e di più, importante per lo sito, e posta proprio su la strada che dovea fare Ased. La terminazione in arabico col suono di Kerât non sarebbe più viziosa di tante altre che ne conosciamo di nomi geografici greci e latini storpiati dagli Arabi, e viceversa. Per altro ad aggiustarla basterebbe togliere la lettera l dell'articolo arabico, ovvero aggiungere dopo quella una a, di modo che facesse Akrât ovvero el-Akrât. La desinenza ât, appartenendo al plurale femminino della lingua arabica, renderebbe appunto la forma analoga αὶ Ἄκραι ed Acrae che usavano nel nome di questa città i Greci e i Latini, insieme con altre meno esatte, come Ἄκραιαι ed Agris.
Il Di Gregorio in nota al Nowairi, l. c., ha ricordato, a proposito di questa fortezza, il nome di Alcharet, che leggesi in un diploma del 1082; ma poco ci giova, poichè il sito di Alcharet si ignora, e forse si dee cercare ad Alcara delli Fusi, su le montagne che sovrastano alla costiera settentrionale. Meno lungi da Siracusa, ma pur troppo pel caso nostro, sarebbe Valguarnera Caropini (leggasi Caropipi), terra presso Castrogiovanni, alla quale pensò M. Des Vergers, p. 106 della versione di Ibn-Khaldûn, credendo preferibile alle altre lezioni quella del MS. A di Ibn-el-Athîr, e leggendovi elk râb.
[449.] Ibn-el-Athîr; Ibn-Khaldûn; Nowairi, ll. cc.
[450.] Johannes Diaconus, Chronicon Episc. Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 312, dice pagato il tributo di 50,000 soldi dai Siracusani prima della occupazione di Palermo. Dalla serie del fatti si vedrà che il pagamento non potè aver luogo dopo il tempo in cui l'ho messo. Ibn-el-Athîr narra le dette pratiche in modo da far supporre che fosse stata pagata una parte della taglia.
[451.] Il testo dice precisamente haul “in giro.”
[452.] Veggasi il capo X del presente libro. Questo quartiere era stato, probabilmente, ristorato ai tempi di Augusto.
[453.] Ibn-el-Athîr, l. c., narra l'occupazione delle caverne e l'assedio di Siracusa cominciato per terra e per mare; il Baiân, tomo I, p. 95, l'assedio per terra e per mare, l'arsione delle navi degli assediati, e l'uccisione di lor gente. Queste due croniche ed altre dicon che poi vennero gli aiuti d'Affrica; e mi pare evidente che Ased li avesse richiesto.
[454.] Questi pare il Sehnûn-ibn-Kâdim che avea sconsigliato l'impresa. Veggasi a p. 260.
[455.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 28 verso, racconto di Soleiman-ibn-Sâlem. Quivi non si porta data; ma la condizione dell'esercito affamato e la conchiusione del racconto non lascian dubbio che il fatto debba riferirsi al lungo assedio di Siracusa.
[456.] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn fanno menzione soltanto di rinforzi d'Affrica; ma Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 5, e il Baiân, tomo I, p. 95, parlano espressamente di Affricani e di Spagnuoli. Credo che questi ultimi venissero di Creta; perchè non è probabile che gli Omeîadi di Spagna mandassero l'armata loro insieme con l'affricana, e perchè il Marrekosci, testo arabo, edizione di Dozy, p. 14, dice che alcuni Spagnuoli di Creta passarono in Sicilia.
[457.] Johannis Diaconi, Chronicon Venetum, presso Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 16, sotto l'anno 827.
[458.] Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicilie, p. 43 del testo, e 106, 107 della versione, narra che, mentre Ased stava a campo a Siracusa, gli aiuti di Affrica assediarono Palermo; che i Greci assalirono Ased e furono rotti; e che Ased, morto del 213, fu sepolto a Palermo. Nella pagina seguente, Ibn-Khaldûn dice presa Palermo il 217. Vi ha dunque una manifesta confusione di tempi. Il nome di Palermo fu messo al certo per errore nella guerra del 212 e 213, e l'errore nacque dalla menzione che Ibn-el-Athîr, o altro cronista più antico, avea fatto del governatore di Palermo, intendendo del bizantino non già del musulmano. L'assedio di Palermo nel 213 è inverosimile o piuttosto impossibile. Da un'altra mano il Nowairi, senza fare menzione della battaglia, dice arrivati i navilii d'Affrica e di Spagna, e indi rincalzato l'assedio di Siracusa. Il Riadh-en-nofûs, all'incontro, senza parlare di aiuti, attribuisce ad Ased una seconda strepitosa vittoria. Parrebbe da tutto ciò che la battaglia fosse combattuta sotto Siracusa.
[459.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 recto e verso; MS, C, fog. 191 verso. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, l. c., il quale nel testo dice che gli assediati respinsero i Greci venuti ad assalirli sotto Siracusa.
[460.] L'assedio par che cominciasse verso la fine di luglio 827.
[461.] Il Nowairi, l. c., scrive che i Siracusani chiedeano l'amân, che Ased lo voleva accordare, e che i Musulmani si ostinarono a continuare le ostilità. Credo più tosto un errore di questo compilatore, che mutata improvvisamente l'indole di Ased.
[462.] Veggasi qui appresso la fuga degli statichi che erano nel campo musulmano. Il Riadh-en-nofûs, MS. fog. 26 recto, nel narrare la morte di Ased, dice delle molte vittorie riportate e città soggiogate.
[463.] Secondo il Riadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto, morì di ferite, di rebi' secondo del 213 (tra giugno e luglio 828) e fu sepolto nel campo; lo stesso dice Ibn-Rascik, citato da Ibn-Wuedrân, § 1, senza spiegare la causa della morte; così anche Ibn-abi-Dinar (el-Kaïrouani), Histoire de l'Afrique, p. 85; e testo, MS., fog. 20 verso. Il Baiân, tomo I, p, 95, reca la morte dal mese di regeb (tra settembre e ottobre); Nowairi, presso Di Gregorio Rerum Arabicarum, p. 5, di scia'bân (tra ottobre e novembre): Ibn-Abhâr, MS,, fog. 148 verso; Ibn-el-Athîr, l. c.,; e Ibn-Khaldûn, l. c., non portano altra data che dell'anno 213. Ibn-el-Athîr lo dice morto della pestilenza; il Nowairi, in generale di malattia.
[464.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 26 recto.
[465.] Baiân, tomo I, p. 96.
[466.] Così dicono espressamente Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 5, e il Baiân, l. c. Ibn-el-Athîr, e Ibn-Khaldûn portano senz'altro che Mohammed-ibn-abi-'l-Gewâri succedea nel comando. Questo nome patronimico è dato dai migliori MSS., e in altri sbagliato. In una moneta, della quale ci occorrerà far menzione, è scritto Ibn-el-Gewâri; e però, non ostante l'autorità dei cronisti, mi è parso seguire questa lezione.
[467.] Einhardus, Annales, presso Pertz, Scriptores, tomo I, p. 217, anno 828; e presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 519. Veggansi gli Annali del Muratori, sotto il medesimo anno.
[468.] Riadh-en-nofûs, MS., fog. 52 verso, senza data. Il giurista Sehnûn, padre di Mohammed, è diverso dal Sehnûn-ibn-Kâdim di cui abbiam detto. Ei si chiamava Abu-Sa'îd-Abd-es-Selâm-ibn-Sa'îd, e gli diceano Sehnûn, per lode o ingiuria. Debbo avvertire che secondo la biografia di Mohammed-ibn-Sehnûn, questi nacque il 202 dell'egira (817); onde il combattimento suo con gli Italiani si dovrebbe supporre diverso da quello dell'828. Invece di raddoppiare questo fatto, mi par più naturale credere a uno sbaglio nella data della nascita di Mohammed. Pare che Mohammed-ibn-Sehnûn fosse officiale delle milizie, leggendosi in fine che da quel dì in poi montò sempre cavalli andando a far la ispezione.
[469.] Il ribelle 'Amer-ibn-Nafi' si difese in Tunis fino alla sua morte, che seguì di giugno 829.
[470.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, MS. C, tomo IV, fog. 191 verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 107; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 5, 6.
[471.] Leggenda della traslazione del corpo di Sant'Agrippina, epitome del martirio e canone acrostico, dei quali il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo I, p. 18 seg., diè le versioni latine, e i Bollandisti, Acta Sanctorum, mese di giugno, tomo IV, p. 458 seg., inserirono le versioni, col testo greco dell'epitome e del canone. Questi al giudizio dei Bollandisti furono scritti nel X o XI secolo in Sicilia. La critica degli stessi dotti editori ha tolto alcuni dubbi del Gaetani, correggendo il tempo del martirio di Agrippina, e mostrando che il supposto miracolo fosse operato contro i Musulmani e non contro gli Iconoclasti. L'epitome, dettata, come parmi, prima del canone, è più castigata: Agareni vero, cum præsumpsissent depredari propugnaculum templi ejus, omnigena morte interierunt (άπολεία παντελεῖ παρεδώθησαν) che meglio si renderebbe: “furono compiutamente esterminati.” Il canone, come scritto in versi, aggiugne un po' di colore, che: Santa Agrippina come una colomba d'oro armata d'una croce distruggea gli Infedeli che di notte assalivano il suo castello, ec.
[472.] Ibn-el-Athîr alla fine del capitolo su la prima guerra di Sicilia scrive i nomi delle città più rilevanti, lettera per lettera secondo l'uso degli Arabi. L'ortografia che assegna al nome di questa città è, mim, ia, nun, alef, waw, cioè Minâw. MS. A, tom. I, fog. 125 verso.
[473.] Nel MS. del Beladori della Biblioteca di Leyde, nº 772, del catalogo stampato del Dozy, p. 275, del MS., non si vede il raddoppiamento della n; ma ce lo dà Ibn-el-Athîr, l. c., scrivendo: kaf, sad, ra, ia, alef, nun raddoppiata, he.
[474.] Ho messo insieme i particolari di questo misfatto, riferiti variamente dal Nowairi presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 6, e dalla cronica imperiale, Theophanes continuatus, libro II, cap. XXVII, p. 82, 83. Narra più brevemente quest'assassinio Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 123 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso, e l'accenna appena Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 107. Quivi in luogo di Mazara si legga Mineo, come hanno chiaramente i MSS. di Ibn-el-Athîr e di Nowairi. Quanto al luogo dell'uccisione d'Eufemio, ho seguito i cronisti arabi, non il bizantino che le porta a Siracusa. Nella versione del Nowairi si corregga la frase del Di Gregorio in terram procubuere manus ipsius comprehensuri, e si segua quella del Caussin comme pour se prosterner devant lui, o meglio si sostituisca: in atto di baciar la terra innanzi i suoi piè. Il Rampoldi, Annali Musulmani, citando Nowairi, che punto nol dice, fa andare Eufemio ad Enna “con un corpo dei suoi aderenti rinforzato da circa 1000 Affricani.”
[475.] Veggasi il I capitolo del presente Libro, pag. 247, nota 1.
[476.] Non essendo stato giammai a Castrogiovanni, mi sono affidato alle descrizioni altrui e alle notizie scritte dal diligentissimo D'Amico nel Lexicon Topographicum Siciliæ.
[477.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e Nowairi, ll. cc.
[478.] Il simbolo va letto non Ali, nè in alcuno degli altri modi mal trovati dai numismati del secolo passato, ma certamente gheleb, verbo trilitere che significa “occupa, conquista, vince,” e, preso all'ottativo, “conquisti, vinca etc.” Da questo verbo deriva l'aggettivo Aghlab che era insieme il nome patronimico della dinastia. Indi si capisce la etimologia di tal simbolo, il significato particolare che dava unito alla voce Ziadet-Allah, ossia “trionfi la fortuna accordata da Dio,” e il doppio scherzo di parole contenuto nella leggenda.
Veggasi Tychsen Additamentum I introductionis in rem nummariam Muhammedanorum, § 1, p. 40, e 41. Nell'esemplare di Parigi il nome el-Gewâri è preceduto dalla voce bnu (figliuolo), non da abi come lesse il Tychsen. La formula in giro della faccia dritta è cavata dalla sura IX, verso 33, del Corano.
Il signor Mortillaro, Opere, tomo III, p. 343, non avendo sotto gli occhi che il disegno pubblicato dal Tychsen, credè questo dirhem falsato e “avanzo della impostura di Vella.” Ma basta guardare il bel conio dell'esemplare di Parigi per dileguare ogni dubbio di falsificazione: e basta notare la esattezza delle formule e la correzione dell'ortografia e della grammatica per sincerarsi che l'ignorante Vella non ci ebbe che fare.
Nel Museo di Parigi non v'ha ricordi scritti nè tradizione, da poter affermare o negare che questo esemplare fosse il medesimo di Tychsen.
[479.] Scrivo questo nome secondo il MS. A di Ibn-el-Athîr. Nel MS. C, si legge men distinto. Il testo stampato d'Ibn Khaldûn ha “Ibn-'A w n” e un MS. di Tunis del medesimo autore “Ibn-'A w m;” Nowairi, secondo ambo i MSS. “Z h r-ibn-Borghuth.” Ghauth è nome di tribù arabica della schiatta di Kahtân.
[480.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 108; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 6, 7.
Ho fissato la data ritenendo la morte d'Ibn-Gewâri nei primi del 214, come risulta comparando la leggenda del dirhem e lo attestato di Nowairi, e pigliando dal Baiân, il quale è molto preciso, il tempo dell'arrivo dell'armata spagnuola in Sicilia, la quale liberò i Musulmani dall'imminente sterminio. Le vicende della guerra, raccontate da Ibn-el-Athîr con poco divario nella cronologia, stanno benissimo entro questi due termini.
[481.] Si pronunzii come se si leggesse in francese Ferghaloûch, o in inglese Ferghalûsh. I nostri antichi lo avrebbero scritto Fergaluscio.
[482.] Il Baiân, più diligente in questo che le altre croniche, porta l'arrivo di Asbagh e le sue promesse il 214, e l'aiuto efficace suo il 215. Così abbiamo il bandolo da sviluppare i racconti contraddittorii di Ibn-el-Athîr e Nowairi; il primo dei quali fa venire una poderosa armata d'Affrica e nel 214; il secondo, di Spagna e nel 215.
[483.] Johannis Diaconi, Chronicon Venetum, presso Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 16. È incerto l'anno di questa seconda impresa, poichè il cronista assegna data solo alla prima, cioè dell'827, e della seconda dice che fosse mandata dal doge succeduto a Giustiniano Partecipazio, il quale si sa d'altronde che morì l'829.
Si riscontri il Dandolo, lib. VIII, cap. II, §i 1 e 9 presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo XII, e la Cronica Altinate, nello Archivio Storico Italiano, tomo VIII, p. 20.
Il Rampoldi, Annali Musulmani, tomo IV, p. 237, muta le due imprese dell'827 ed 829, o 30, in due “forti combattimenti ch'ebbe a sostenere Ased traversando da Susa a Mazara con una flotta di Veneziani alleati dell'imperatore.” E quel ch'è peggio, egli cita Nowairi, il quale non dice una parola di questi fatti.
Il Martorana, Notizie Storiche ec., tomo I, p. 39, fa venire il naviglio greco l'830, sotto il comando di Teofilo, mandato dal padre Michele il Balbo (ch'era morto l'829), e fa abbottinare contro Teofilo l'armata veneziana. Delle sue citazioni a questo proposito l'una è inesatta, l'altra non vale.
[484.] Ibn-el-Athîr.
[485.] Ricordisi che Ibn-el-Athîr qui parla solo di aiuti d'Affrica; ma nel progresso della guerra fa menzione delli Spagnuoli in modo da doverli supporre assai numerosi.
[486.] Il Baiân.
[487.] Nowairi.
[488.] Baiân.
[489.] Nowairi.
[490.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 191 verso; Baiân, tomo I, p. 96; Nowairi presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 7; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 108; Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, op. cit., p. 41.
Questa sola cronica porta la morte di Teodoto, e la dice seguita l'anno dell'era costantinopolitana 6339, quando fu presa dai Musulmani una città il cui nome nel testo arabico si legge misawa. Il Nowairi porta la sconfitta di Teodoto sotto Mineo, e ch'ei si rifuggisse a Castrogiovanni del mese di giumadi secondo del 215, cioè dal 25 luglio al 22 agosto 830, e però pochi giorni innanzi il principio del 6339, che corre dal 1 settembre 830 al 31 agosto 831. Ibn-el-Athîr e il Baiân dicono anche levato l'assedio da Mineo. Or questo nome, scritto in arabico minâw, si può scambiare facilmente con quel della cronica di Cambridge confondendovi le due lettere i n sì che rassomiglino ad una s. Però ho creduto di correggere l'arbitraria lezione di Messina che si era adottata nelle versioni di detta cronica. Si leggano con questa avvertenza i passi corrispondenti del Martorana, tom. I, pag. 41, e del Wenrich, lib. I, cap. IV, §37. Nell'831, quand'essi registrano la presa di Messina, gli Arabi combatteano ben lungi da quella provincia.
[491.] Callonianis è una delle poste di cavalli nella nuova linea che s'era aperta, al dir dello Itinerario, tra Catania e Girgenti. Veggasi la edizione di M. Fortia d'Urbain, Itinéraires des anciens, p. 27.
[492.] Baiân, tomo I, p. 97.
[493.] Nowairi presso Di Gregorio, op. cit., p. 7, assegna questa data al principio dell'assedio di Palermo, e la seguo, adattandosi bene alla narrazione d'Ibn-el-Athîr, al quale dobbiamo i particolari dello assedio.
[494.] Ibn-el-Athîr, come si dirà a suo luogo, fa cenno delle aspre contese che sorgeano tra Africani e Spagnuoli dopo la reddizione di Palermo. Perciò gli Spagnuoli eran molti; e si dee necessariamente supporre che tutti, o i più, fossero venuti con Asbagh, e non rimasti degli aiuti Spagnuoli che accompagnarono Ased, o sopraggiunsero all'assedio di Siracusa nell'827; dei quali pochissima parte potea sopravvivere alla pestilenza, alle sconfitte di Castrogiovanni, e alla fame di Mineo.
[495.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 recto; MS. C, tomo IV, fog. 191 verso. La cronaca di Cambridge presso il Di Gregorio, op. cit., p. 41, accenna la occupazione di Palermo il 6340, cioè dal 1º settembre 831 al 31 agosto 832. Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 108, riferisce la dedizione di Palermo al 217, scambiando questo fatto con quello di ordinarvi il governo, che veramente seguì nel 217. Il Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 7, prolunga la dedizione fino al mese di regeb del 220 (835), indotto in errore, com'è manifesto, dal supporre che là città si fosse resa a un Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab, ch'ei, per secondo sbaglio, suppone preposto ai Musulmani di Sicilia in quell'anno.
La cronaca della Cava, nella edizione di Pratilli, Historia Principum Langobardorum, tomo IV, p. 391, reca la presa di Palermo l'anno 832; ma questa è manifestamente la notizia della Cronica di Cambridge interpolata dal Pratilli con quella misera frode che si può sospettare dalle sue proprie parole (stesso volume, p. 381), e che ormai è chiarita dopo le ricerche del Pertz e del Köpke, Archiv für ältere Teutsche Geschichts Kunde.
[496.] Johannes Diaconus, Chronica episcoporum Sanctæ Neapol. Eccl., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 313, dice presa la città, e liberato col vescovo Luca e pochi altri lo spatario Simeone. Par che questi fosse il governatore.
[497.] Ibn-el-Athîr, l. c., scrive che il governatore (sâheb) di Palermo chiese ed ottenne l'amân per la propria persona e della sua gente (ahl) e per la “sua” roba (mâl, ossia beni mobili). La vaga significazione della voce ahl che or s'intende della famiglia o gente di casa, or del popolo, non ci permette di definire questa prima condizione del patto. Ma aggiungendosi che il governatore e i suoi se ne andavano per mare, è da credere che si trattasse di pochi ottimati, non di tutti gli abitanti. Quanto alla seconda clausola, Ibn-el-Athîr dice assicurata la roba “sua,” cioè del governatore, non la roba “loro,” come avrebbe scritto se ciò fosse stato accordato a tutti i cittadini.
Convengono così fatte espressioni con quelle di Giovanni Diacono, citato di sopra: Ad postremum vero capientes Panormitanam provinciam, cunctos ejus habitatores in captivitatem dederunt. Tantummodo Lucas ejusdem oppidi electus et Symeon spatharius cum paucis sunt exinde liberati.
Come si debba intendere questa cattività sarà detto quando tratteremo in generale della condizione dei Cristiani di Sicilia sotto i Musulmani, la quale non era uguale in tutti i luoghi. Intanto si ritenga che a que' di Palermo non fu lasciato il possesso di beni stabili. Ciò mi par che risalti manifesto dalle parole d'Ibn-el-Athîr e di Giovanni Diacono.
Il Nowairi, non badando alta importanza del passo analogo della cronica ch'egli ebbe sotto gli occhi come Ibn-el-Athîr, dice in generale presa Palermo con l'amân, ossia a patti. Da ciò il Di Gregorio suppose accordate tutte le solite condizioni dello amân che si dava alle città; e ne spiegò alcune nella nota (c) al Nowairi, nell'opera citata, p. 7. Ma le condizioni, massime in fatto di proprietà, non erano nè poteano essere uguali in ogni luogo.
[498.] Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 42, vita di San Filareto; e la stessa nella collezione dei Bollandisti, Acta Sanctorum, dì 8 aprile.
[499.] Veggansi presso Francesco Aprile, Della Cronologia universale della Sicilia, pag. 487.
[500.] Mongitore, Palerm. santif., p. 164, che io cito su la citazione dello Aprile. Il Mongitore cavò queste notizie da un MS, del P. Angelo Sinesio, primo abate nel 1352. Della storia del monastero di San Martino presso Palermo v'ha un MS. nella Biblioteca imperiale di Parigi, intitolato Chronica Monasterii S. Martini de Scalis (Saint-Germain-des-Prés, nº 590). Questa compilazione fu fatta in Sicilia nei principii del XVIII secolo, e indirizzata al P. Massuet della congregazione di St. Maur.
[501.] MS. A, tomo I, fog. 124; MS. C, tomo IV, fog. 102 recto.
[502.] Baiân, tomo I, p. 97, nell'anno 216; Ibn-Abbar, MS., fog. 35 recto, porta la data del 217.
[503.] Nowairi, Conquête de l'Afrique, in appendice a Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 409. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, traduz. di M. Des Vergers, p. 101.
[504.] Baiân, tomo I, p. 97, nel 217. Leggendosi forse in alcuna delle cronache antiche che il primo luogotenente musulmano di Sicilia fosse stato eletto immediatamente dopo la dedizione di Palermo, Ibn-Khaldûn, versione di Des Vergers, op. cit. riferisce la dedizione al 217, quando venne, non al 216 quando fu eletto, Mohammed-ibn-Abd-Allah (Abu-Fihr). Un doppio errore, di confondere cioè le date delle elezioni e i nomi dei primi governatori, condusse il Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 7, a differire la presa di Palermo, fino al 220, e far cominciare il governo di Mohammed-ibn-Abd-Allah in quest'anno nel quale appunto ei fu ucciso.
[505.] Ibn-el-Athîr, l. c.
[506.] Negli annali arabi il titolo assoluto di Sâheb è adoperato promiscuamente con Malek (re), e lo dicono degli imperatori di Costantinopoli, dei re normanni di Sicilia, ec. Determinato da una seconda voce, prende altro significato: per esempio Sâheb-es-sciorta, “prefetto di polizia;” Saheb-el-istûl, “capitano del navilio,” ec. In origine Sâheb significa “compagno.” Chi sa se non vollero tradurre il titolo di comes?
[507.] Veggasi il Libro I, capitolo VI, p. 147.
[508.] Baiân, tomo I, p. 98-99. Non si dice il nome; ma par che si tratti dello stesso cadi del Kairewân Abu-Mohriz, del quale si è detto di sopra; certo di un personaggio riverito molto dal principe, e pio o grande al segno da vietare gli onori funebri che si aspettava da costui. Tuttavia dubito di qualche errore, poichè il Riadh-en-nofûs non fa menzione di ciò nella biografia di Abu-Mohriz.
[509.] Tychsen, Additamentum I introductionis in rem nummariam Muhammedanorum, p. 43. Il rovescio è lo stesso del dirhem del 214, di cui dicemmo a p. 283, 284. Il dritto ha la medesima formola religiosa, il nome di Mohammed-ibn-Abd-Allah, e in giro: “In nome di Dio fu battuto questo dirhem in Sicilia l'anno 220.” Quivi il nome dell'isola, scritto Iskilîa, premettendosi, cioè, una alef, ricorda la pronunzia maltese, e però l'abate Vella. Nondimeno, senza veder la moneta, non la posso dichiarare spuria; tanto più che il Vella, com'io credo, falsificò poche monete, e molte ne finse che punto non esisteano.
La leggenda di questo dirhem è stata ristampata dal signor Mortillaro, Opere, tomo III, p. 344.
[510.] Confrontinsi: Theophanes continuatus, lib. III, cap. 18, p. 107 a 109; Symeon Magister, nello stesso vol., p. 630 a 632; Georgius Monachus, nello stesso volume, p. 794 a 796; e Leo Grammaticus, p. 216, 217. Il nome patronimico di Alessio si legge Musele, Μουσελέ, ma lo correggo secondo il Saint-Martin, ch'è autorità competente, e lo scrive Mouschegh nelle note a Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXIX, § 21. Mi discosto dai due eruditi compilatori francesi circa il tempo della missione di Alessio in Sicilia, che pongono nell'835; ma Symeon Magister, molto preciso in questo racconto, riferisce la elezione all'anno terzo di Teofilo, e il richiamo all'anno quarto, cioè agli anni 831-32 e 832-33, contandosi alla bizantina dal primo settembre e dalla esaltazione di Teofilo, che seguì il primo ottobre 829.
[511.] Confrontinsi Nowairi presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 8, e Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e gli altri cronisti citati nel capitolo VI del presente libro, nella narrazione della presa di Castrogiovanni.
[512.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, dove si dicono preposti allo stuolo mandato a Taormina, Mohammed e Sâlem. Credendolo errore del MS., ho corretto Mohammed-ibn-Sâlem. Una parte di cotesti avvenimenti manca nel MS. C, tomo IV, fog. 192 recto. Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 108, 109, dà un cenno della terza fazione di Castrogiovanni e di quella di Taormina. Questo nome d'altronde, che è scritto Tarmîn, si trova nel solo Ibn-Khaldûn, e nel MS. d'Ibn-el-Athîr è lasciato in bianco. Il Baiân, tomo I, p. 98, parla di una sola battaglia di Abu-Fihr, nel 220, e accenna in generale “molte altre fazioni dei Musulmani in Sicilia e in Spagna, per mare e per terra, combattute il medesimo anno.”
[513.] Ibn-el-Athîr, MS. A, l. c., che dà al capitano greco il titolo di patrizio e Malek (re) della Sicilia. Breve cenno in Ibn-Khaldûn, l. c.
[514.] Scrivo il nome secondo il Baiân, tomo I, p. 104, ove Ibrahim è chiamato principe (sâheb) di Sicilia. A p. 98 e 99, questo libro fa menzione di lui col solo soprannome di Abn-'l-Aghlab, che alla p. 98 si legge, al certo erroneamente, Ibn-el-Aghlab.
Il Baiân ci dà il bandolo d'una matassa in cui gli altri annalisti han confuso questo personaggio con altri governatori di Sicilia; ed ecco in qual modo.
Ibn-el-Athîr, citato di sopra, dà Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghlab come già esercente la carica di governatore di Sicilia nel 220. Poi narra ch'ei fu ucciso lo stesso anno, ed eletti successivamente dopo di lui, Fadhl-ibn-Ia'kûb ed Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah. (MS. A, tomo I, fog. 124 verso.) In ultimo, quasi dimenticando cotesti nomi e date, registra nel 236 la morte di Mohammed-ibn-Abd-Allah, governatore di Sicilia, dopo 19 anni di egregio governo; ma egli dubita di così fatta tradizione, aggiungendo la solita frase di scappatoia: “Del resto, la verità la sa Iddio.” (MS. A, tomo II, fog. 2 recto; MS. C, tomo IV, fog. 212 recto.)
Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 120; Abulfeda, Annales Moslemici, ann. 237; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 8, ed Ibn-Abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 20 verso e 21 recto, replicano il nome di Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-el-Aghlab, e la tradizione dei 19 anni di forte e savio governo, finito per morte il 236 o il 237 e cominciato, come dice il Nowairi con evidente sbaglio di computo, il 225.
Ibn-Abbâr, infine (MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 148 verso), porta il nome di Abu-'l-Aghlab-Ibrahim-ibn-Abd-Allah-ibn-Ibrahim-ibn-el-Aghlab, che “assestò (dice egli), ed egregiamente resse la Sicilia dall'anno 221 ch'ei vi fu mandato, per tutto il tempo della sua vita.”
Comparando le quali testimonianze, e notando la fede che merita ciascuna, è evidente lo errore di tutti gli altri, fuorchè il Baiân, e Ibn-Abbâr; e che Ibn-el-Athîr, seguíto da Ibn-Khaldûn, che il vero nome dapprima, e poi con troppa fretta ripetè lo errore altrui. Lo errore stava nel confondere i tre anni di governo di Mohammed-ibn-Abd-Allah (217 a 220), e i sedici di Ibrahim (220 a 236), e far dei due fratelli un solo personaggio che avesse retto la Sicilia per 19 anni.
Chiarito or questo punto, rimarrebbe un sol dubbio, cioè se il padre di Ibrahim, chiamato Abd-Allah, fosse stato figliuolo di quell'Aghlab, dal quale prese nome la dinastia, ovvero del costui figliuolo Ibrahim primo principe d'Affrica; e perciò se il governatore mandato in Sicilia il 220 fosse stato cugino germano di Ziadet-Allah, ovvero nipote, figliuolo cioè del fratello che avea regnato prima di lui. Rimane il dubbio, io dico, per lo nome di Ibn-Ibrahim che si legge in Ibn-Abbâr, e ch'io ho scritto in corsivo nella citazione; ma come il MS. di Ibn-Abbâr che ho sotto gli occhi è copia moderna e scorretta, così io credo si debba sopprimere questo grado di genealogia, e stare al nome dato dal Baiân.
[515.] Baiân, tomo I, p. 98. La sola data dell'arrivo in Sicilia e il nome del nuovo governatore Abu-'l-Aghlab-ibn-Ibrahim-ibn-Abd-Allah leggonsi in Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso, e Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 109.
[516.] Baiân, l. c.
[517.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso.
[518.] I Bizantini, il cui navilio fu sì formidabile per cagione dei legni incendiarii, non chiamavanli con nome speciale. I dromoni, ch'erano lor navi da fila, portavano uno o più tubi di metallo, onde schizzava il fuoco greco alla guisa delle lance a fuoco d'oggidì; e gli artiglieri, drizzando quella lingua di fiamma come voleano, ardean la nave nemica. Aveano oltre a ciò piccioli tubi, pentole e altri artifizii di fuoco da lanciare a mano o con macchine. Veggansi a tal proposito le Institutions militaires de l'empereur Léon, versione francese del Maizeroi, p. 136 seg.; e Reinaud et Favé, Du feu grégeois, pag. 103 a 112.
Presso i Musulmani il nome di (nave) incendiaria apparisce la prima volta, credo io, verso l'813; facendosi menzione da Ibn-el-Athîr d'una harrâka con la quale il califo Amîn solea andare a diporto sul Tigri. Poi, questa denominazione occorre al tempo delle Crociate nel significato di barca da fiume, battello, gondola; ma tuttavia alcuni scrittori arabi la definivano: “galea con un ordegno da gittar fuoco.” Da tale contraddizione tra il nome e il fatto, è nato disparere su la qualità di nave che si dovesse intendere sotto il nome di harrâka; ostinandosi i dotti a credere che si trattasse sempre di una sola qualità di nave: e le varie opinioni su tal punto si leggono nelle note dei signori Reinaud, Extraits etc. relatifs aux Croisades, p. 415; ed E. Quatremère, Histoire des Sultans Mamlouks par Makrizi, tomo I, p. 143, e tom. II, parte I, p. 24 e 25.
La menzione fatta delle harrâke dei Musulmani, e sopratutto d'una dei Bizantini, nei combattimenti di Sicilia, parmi che tronchi ormai la lite, mostrando come in varii tempi e luoghi si addimandarono così or navi da guerra, or barche da diporto o commercio. In simil guisa le “bombarde” dell'Italia meridionale ritengon oggi lo antico nome, ancorchè le si adoprino a traffico di cabotaggio e siano smesse nella guerra.
Procedendo nelle conghietture, io penso che gli Arabi abbiano costruito navi apposta, o almeno ingegni da incendiare, quando cominciarono ad appropriarsi quel che poteano delle scienze ed arti de' Greci. In questo particolare, come in parecchi altri, gli Arabi fallirono; e forse l'uso delle navi incendiarie fu abbandonato da loro, perchè non seppero mai costruire i dromoni veloci e forti come i Bizantini, e perchè fino al tempo delle Crociate non venne lor fatto giammai di scoprir la vera composizione del fuoco greco. Il nome che trovasi a Bagdad, come ho detto, nell'813, e in Sicilia nell'835, prova che il saggio fosse stato cominciato o continuato nei principii del IX secolo. E il tentativo fatto si può argomentare anco dai ricordi cristiani che abbiamo intorno il fuoco greco: cioè che recollo a Costantinopoli, verso la metà del settimo secolo, Callinico ingegnere di Siria, e che sendosi adoperato con felice successo contro i Musulmani nei due assedii di Costantinopoli, passò tra i segreti di Stato: e la corte spacciò che un angelo lo avesse insegnato a Costantino il Grande; che Iddio serbasse tremendi supplizii a chiunque lo rivelava; e che in fatti un traditore che volle darlo ai nemici fu divorato da fiamme scese dal cielo. Come gli imperatori non trascuravano i mezzi umani di guardare gelosamente quel segreto, e come i chimici musulmani non seppero indovinar bene la composizione prima del tempo delle Crociate, così i saggi di qualche officiale subalterno che passasse dai Bizantini agli Arabi, tornarono tutti vani. Forse le harrâke di Sicilia furono costruite con questo mezzo, e però imperfettamente, e però si disusarono; affidandosi meglio i Musulmani alle spade, alle lance e all'impeto e numero con che andavano all'arrembaggio.
La voce carraca, mutata poi in caracca, carrica, carraque ec., dà esattamente il suono della harrâka arabica, pronunziandosi anche così la h nella voce genovese camâlo, venuta dall'arabo hammâl, e in tante altre. La etimologia da harrâka mi pare assai più naturale che quelle imaginate fin qui, su le quali veggansi Ducange, Glossarium mediæ et infimæ latinitatis, alle dette voci; e Jal, Archéologie navale, tomo II, p. 211, seg.
[519.] Ibn-el-Athîr scrive harrâka. Ho messo la denominazione che senza dubbio davano i Greci.
[520.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 109. Questi non parla del luogo della prima impresa navale dei Musulmani, ma sol dice che essi, trovata l'armata bizantina, la saccheggiarono; la quale frase, trattandosi di navi, non è più precisa in arabico che nelle nostre lingue. Nel MS. di Ibn-el-Athîr, al contrario, è lasciato in bianco il nome del paese depredato dalla armata musulmana.
[521.] Ibn-el-Athîr, l. c., e MS. C, tomo IV, fog. 192 recto; Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 110.
[522.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 125 recto; Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 110; e il Baiân, tomo I, p. 99. Scrivo il nome di Castelluccio, perchè il testo di Ibn-el-Athîr ha K st l iâsa, e tra i tanti Castellucci, Castellacci e nomi somiglianti che si trovano nella topografia della Sicilia, il comune chiamato oggi Castelluccio è appunto su la via che dovea scorrere questa schiera di Musulmani. Poichè l'annalista la dice diversa da quella che s'era spinta fino all'Etna, cioè avea tagliato l'isola per lo mezzo; e mi pare probabilissimo che la seconda impresa di questo anno fosse intesa ad esplorare la costiera settentrionale, ove due anni appresso veggiamo assediata Cefalù. M. Des Vergers ha letto questo nome “Catania;” ma oltre l'autorità di Ibn-el-Athîr, che tratta evidentemente della stessa città di cui Ibn-Khaldûn, i MSS. di questo secondo autore portano chiaramente K t liâna.
Il nome che ho letto Tindaro si vede scritto m d nâr nel Baiân. Trattandosi di una fortezza importante, e su la costiera settentrionale, poichè l'assaliva l'armata reduce dalle isole Eolie, Tindaro mi è parso, tra tutti i nomi antichi e moderni, quel che più si avvicina al testo del Baiân. Lo scambio della prima lettera non sarebbe caso straordinario. Edrisi scrive Tindaro d n dâri. Tindaro fu città importante fino al tempo dei Musulmani, e si trova noverata tra le sedi vescovili nel IX o X secolo. Durò anco fino al XIV, leggendosi di un Vinciguerra Aragona signore di Tyndaris.
È da avvertire, in fine, che il Baiân non dice se questa impresa fosse stata fatta dall'armata o dall'esercito, che la reca nel 222, quando Ibn-el-Athîr la riferisce al 221, e l'attribuisce alle forze navali. Leggiamo in questo autore essere state prese “cittadi e fortezze;” ma la prima parola, in arabico Modonan, potrebbe essere alterazione del detto nome geografico.
[523.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn col Baiân, ll. cc., dei quali il primo pone tutte queste fazioni nel 221, e l'ultimo tutte nel 222.
[524.] Legno sottile adoperato per dare avvisi, fare scoperte e simili officii. Ho dato a questa voce la forma italiana del medio evo. I Greci scriveano Χελάνδιον; i Latini dei bassi tempi, Chelandium; gli Arabi s l n d s.
[525.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 125 recto, dice espressamente che i Musulmani occuparono il solo borgo, e che i Cristiani si difesero nella cittadella. Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 100, narra il fatto più brevemente e vagamente. La ritirata nella fortezza mostra che il campo d'osservazione dei Bizantini questa volta fosse posto nel borgo.
[526.] Strabone scrive Κεφαλοίδιον; Tolomeo Κεφαλοιδίς; Κεφαλούδιος i ricordi bizantini del IX secolo; Plinio Cephaloedis; altri latini Cephaludium etc. Gli Arabi aveano non meno di quattro lettere per notare il suono della κ greca e della c latina, la quale par abbia avuto il suono di una k, per esempio Cicero pronunziata Kikero. Se contuttociò gli Arabi resero la prima lettera con una Gim o una Scin, ciò prova che la sentivano pronunziare dai Siciliani con lo stesso suono strisciante che diamo in oggi in Sicilia alla c avanti le vocali e ed i. Cefalù era sede vescovile nel IX secolo e però città importante.
[527.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 124 verso; MS. C, tomo IV, foglio 192 recto.
[528.] Ibn-el-Athîr, l. c., Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 110.
[529.] Ibn-el-Athîr, l. c., (sotto l'anno 201); e MS. A, tomo I, fog. 285 verso (sotto l'anno 223); Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 111, 112.
[530.] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 7, 8. Lasciando indietro il secondo che non dà i nomi, è da notare che que' di Platani e Caltabellotta si trovano presso Ibn-el-Athîr e presso il Nowairi. Il nome di Corleone si legge distintamente in ambo i MSS. del primo; e in que' del secondo è scritto Kârûb. Il seguente è scritto in Ibn-el-Athîr Merw (notissima città del Khorâssan), e in Nowairi M r a con una lettera senza punti diacritici tra la r e l'a; talchè può essere b t th n i; ed io leggo per conghiettura Marineo, confrontandola col nome di questa terra in Edrisi. L'ultima è data dal solo Nowairi, Harsa in un MS., Harha nell'altro; probabilmente Gerasa, o Geragia. Si riscontrino le note del Di Gregorio in questo luogo. Io rigetto la sua correzione di Mirta, perchè Mirto è troppo lontana dalla provincia infestata l'840. Per la stessa ragione e per la diversità delle lettere non assento a leggere Kewârib il nome del Nowairi che risponde al Corleone d'Ibn-el-Athîr
[531.] Ibn-el-Athîr, l. c.; ove si trova, il nome di Ghirân, che significa “grotta” o “caverna”, e anche il suo singolare Ghâr; talchè non resta alcun dubbio su questa lezione; Ibn-Khaldûn, op, cit., p. 112. Il MS. di Parigi di Ibn-Khaldûn ha Ghirûn; uno di Tunis, Ghirwân; nella edizione di M. Des Vergers si legge Kairûn, e nella versione Coronia.
Il Fazzello, supponendo che il nome di Ἐρβησσὸς ed Herbesus derivasse da ἔρεβος, e che significasse “caverne,” credette riconoscere una delle due Erbesso dell'antica Sicilia nella terra delle Grotte, e l'altra non lungi da Siracusa nel burrone della rupe di Pantalica, ch'è bucherato, in fatti, di simili grotte come un alveare (Deca I, lib. X, cap. III, e lib. IV, cap. I). Veggasi su cotesti giudizii del Fazzello il Cluverio, Sicilia Antiqua, lib. II, cap. X e XI. Su le grotte destinate ad abituri o sepolture in varie parti della Sicilia, meritano di esser lette le osservazioni di M. Felix Bourquelot, Voyage en Sicile (Paris 1848), p. 164 e segg. M. Bourquelot ne cita a Castrogiovanni, altre presso il lago Pergusa, altre tra Piazza e Caltagirone, a Vizzini, Spaccaforno, Monte Aperto, Avola, Licodia, Ferla, Valle d'Ispica, e quelle infine di Pantalica, ch'ei descrive minutamente.
Il mio amicissimo Saverio Cavallari, ingegnere e archeologo, ne ha osservato altre a Lentini, Sortino, Palagonia, e crede importanti sopra tutte quelle dette “Le Grotte di San Cono” presso Caltabellotta, e “Le Grotte dei Giganti” tra Bronte e Maletto. Lo ritraggo da una lettera ch'egli ha scritto recentemente al duca di Luynes, della quale il dotto archeologo francese si è piaciuto darmi una copia.
[532.] Johannes Diaconus, Chronicon Episcop. Sanctæ Neapolit. Ecclesiæ. presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte I, p. 314. Non cito per questo fatto, nè per altri, i Chronici Neapolitani Fragmenta, pubblicati dal Pratilli, Historia Principum Langob., tomo III, perchè mi sembrano più che sospetti.
Allontanandomi dalla cronologia del Muratori, Annali d'Italia, 837, ritengo che questo assedio sia precisamente quello di cui parla l'Anonimo Salernitano; che sia cominciato in maggio 836; e che Sicardo, levando il campo, abbia stipulato l'accordo del 4 luglio, 14ª indizione, pubblicato dal Pellegrino, e indi dal Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte 1, p. 256. Gli assalti che, al dir di Giovanni Diacono, ricominciava Sicardo dopo la partenza dei Saraceni, presto si terminarono: nè Sicardo, com'io credo, fece mai altra grossa guerra alla repubblica di Napoli.
[533.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 2; MS. C, tomo IV, fog. 212 recto; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 118; Abulfaragi, Historia Dynastiarum, p. 237, che è la sola menzione che vi si faccia del conquisto della Sicilia; e in fine Hagi Khalfa, Cronologia, MS. turco di Parigi, sotto l'anno 228, e versione del conte Rinaldo Carli, intitolata Chronologia historica di Hazi Halifé ec., dove questo passo si corregga così: “Anno 228, gli Aghlabiti occupano l'isola di Sicilia, cioè a dire Messina.”
Dell'accordo con Napoli e degli aiuti che ne trassero i Musulmani, parla il solo Ibn-el-Athîr. Il nome della città si legge con poca difficoltà in entrambi i MSS., vedendovisi esattissimi gli elementi delle lettere, ed erronei solo alcuni punti diacritici. In ogni modo, non può rimanere dubbio su la lezione; sendo Napoli la sola città cristiana di cui sappiamo che fosse collegata in quel tempo coi Musulmani di Sicilia, e che abbia potuto dar loro un'armata ausiliare. Debbo avvertire infine che secondo la lezione alquanto incerta di un altro passo nel MS. A, l'assedio sarebbe durato oltre due anni.
[534.] Ibn-el-Athîr, l. c.
[535.] Le condizioni topografiche assegnate a Mihkân nella geografia di Edrisi, non lascian dubbio che il sito sia lo stesso dell'Alimena d'oggidì. Un diploma latino pubblicato dal Di Gregorio, De supputandis apud Arabes Siculos temporibus, p. 52, seg., contiene le versioni dal greco e dall'arabico di due documenti del 1175, nei quali si legge il nome del casale Michiken, e si vede ch'era posto in quel distretto. Al dire del D'Amico, Diction. Siciliæ Topogr., si trovano presso Alimena rovine di antichi aquidotti e sepolcri. Tra questo indizio e tra il nome di Mehkan o Mihkan, parmi si possa supporre in quel sito la Ἡμιχάρα di Tolomeo, e Imachara di Plinio.
[536.] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 41
[537.] Veggasi il capitolo XII di questo secondo Libro.
[538.] Il nome di Χαρσιανιτῶν si riconosce facilmente nella trascrizione arabica Kharz nîta della Cronica di Cambridge, presso di Gregorio, Rerum Arabic., p. 42. Quantunque questo non si legga tra i temi, ossia divisioni militari, di Costantino Porfirogenito, non è dubbio che un corpo di truppe bizantine portasse questo nome, e che vi fosse stato un tema di tale denominazione, probabilmente unito ad altro al tempo del Porfirogenito. Veggasi Theophanes continuatus, p. 181, 183, 273 e 374.
Non credo si tratti delle milizie del duodecimo tema di Oriente, il Chersoneso, cioè, di Taurica e la Crimea d'oggi. Ma il nome di Χερσωνίται, che si dà a que' popoli, risponderebbe ancora alla trascrizione arabica.
[539.] Chronicon Cantabrigiense, l. c.; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 2; e MS. C, tomo IV, fog. 212 recto. Secondo l'una, seguì la battaglia l'anno 6354 (1 settembre 845 a 31 agosto 846); secondo l'altro, il 229 (29 settembre 843 a 16 settembre 844); ma il numero dei Bizantini uccisi che la Cronica di Cambridge porta a 9000, e Ibn-el-Athîr a più di 10,000, non lascia dubbio su la identità del fatto. Forse questo seguì nell'845. Ibn-el-Athîr assegna come luogo della battaglia Sciarra, secondo il MS. A, e un nome non dissimile, ma poco leggibile nel MS. C. Gli elementi calligrafici e la topografia mi portano alla lezione probabilissima di Butera.
[540.] Ibn-el-Athîr, l. c.; Ibn-Khaldûn Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 119.
[541.] Ibn-el-Athîr, l. c. Egli dà il nome di Marsa-t-tîn che troviamo scritto con la stessa ortografia in Edrisi. A miluogo tra Mondello e Palermo, Edrisi pone un punto chiamato Barca; il qual nome poteva esser dato dagli Arabi, o rimaso dalla impresa di Amilcare. In ogni modo si è dileguato dal duodecimo secolo in qua, e quella picciola cala in oggi si chiama “La Vergine Maria.”
[542.] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 41.
[543.] Ibid., p. 42.
[544.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn e la Cronica di Cambridge, ll. cc. Si crede che Ragusa occupi il sito dell'Hybla Major degli antichi.
[545.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 2; MS. C, tomo IV, fog. 212 recto; Baiân, p. 104; Ibn-Abbâr, MS., fog. 148, verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 120; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 8; Abulfeda, Annales Moslemici, an. 228 e 237.
Ho corretto il nome e la cronologia nel modo accennato di sopra, p. 301, nota 1.
Una moneta, battuta in Sicilia sotto il governo d'Ibrahim, non porta nè il suo nome, nè quello del principe aghlabita. È di argento, del peso di grammo 1,10, e perciò del valore di circa venticinque centesimi di lira: moneta sottilissima; e, dove la leggenda non è logora, notabile per la picciolezza e nitidezza dei caratteri. Il diritto ha in giro vestigia di lettere dileguate, e nel campo il simbolo aghlabita, la leggenda religiosa, e una stelletta a sei raggi. Nel campo del rovescio è un'altra formola religiosa; e in giro: “Nel nome di Dio fu battuto questo dirhem nella città di Ba n rm, l'anno 239.” Questa moneta appartiene al Cabinet des Medailles di Parigi, ov'io l'ho studiato. Tychsen ne pubblicò una simile, o forse lo stesso esemplare, nello Additamentum I Introductionis ad rem nummariam ec., p. 44. Il signor Mortillaro ha copiato la leggenda del Tychsen nel suo catalogo, Opere, tomo III, p. 346.
[546.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 19 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Baiân, tomo I, p. 104; Ibn-Khaldûn, op. cit, p. 120; Ibn-Wuedrân, § 3; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), MS., fog. 21 recto; e versione francese, p. 84; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 8. Sendo morto Ibrahim di gennaio 851, le prime fazioni di Abbâs debbonsi riferire alla primavera del medesimo anno; quella di Caltavuturo alla state seguente.
[547.] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc. In questa frase, secondo la più parte dei MSS. di Ibn-el-Athîr, e di Ibn-Khaldûn che lo copia, il verbo manca dei punti diacritici che indichino la persona. Così resterebbe incerto, a prima vista, se il bottino fosse presentato dai soldati ad Abbâs, o da questi al principe d'Affrica. Nondimeno il senso generale del periodo e la tendenza degli altri fatti portano alla prima di così fatte interpretazioni; e vi assente il solo MS. di Ibn-Khaldûn in cui la detta voce sia fornita di punti diacritici.
[548.] Questo è il nome attuale; la giusta ortografia arabica data dai cronisti e da Edrisi è Kala't-abi-Thûr ossia “Rocca di quel dal toro,” soprannome che occorre varie fiate nei ricordi arabi.
[549.] Ibn-el-Athîr, l. c.; veggasi anche Ibn-Khaldûn, l. c.
[550.] Veggasi il capitolo VIII del presente Libro.
[551.] Il Baiân, tomo I, p. 104, senza nominare Castrogiovanni nè altro luogo, porta i guasti in Sicilia il 237, e narra nel 238 l'altra impresa ch'è forza supporre in terraferma; poichè il cronista nota che Abbâs prima mandò in Palermo le teste degli uccisi, e poi tornò ei medesimo in Sicilia.
[552.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Baiân, Ibn-Khaldûn, ll. cc., badando a togliere il nome di Butera, e sostituirvi Noto, nella versione di M. Des Vergers, p. 121, ed a sostituire, all'incontro, Butera a Thira, nello estratto di Ibn-el-Athîr, ch'ei dà in nota a p. 122.
Il nome che ho scritto Camerina si trova nel solo Baiân, guasto per altro dalla umidità nel MS., e non facile a deciferare; come ritraggo dal dotto amico mio, il professor Dozy di Leyde. Tuttavia vi si scoprono le lettere s h rina, s m rina, sci m rina, o simili. Tra coteste lezioni io ho preferito l'ultima 1º perchè la cronica dà a questo luogo il titolo di città; 2º perchè altra non se ne trova in Sicilia, antica nè moderna, da potersi adattare quelle lettere al suo nome; 3º perchè Camerina giaceva a poca distanza da Ragusa; 4º perchè, non ostante la nota distruzione di Camerina in tempi antichissimi, sappiamo che i Romani tentarono di ripopolarla, e le vestigia della città non sono per anco dissipate, nè il nome. Il nome di Camerana resta oggidì alla palude, a un fiumicello e ad una torre. Grandi avanzi di fabbriche vi erano tuttavia nel XVI secolo, quando, al dir di Fazello, testimonio oculare, furono tolte per costruire Terranuova. Pertanto mi pare probabile che nell'853 un po' di popolazione soggiornasse, o fosse corsa a rifuggirsi tra quelle rovine, difese dalla palude. Si potrebbe anco aggiungere il ricordo di due vescovi di Camerina nei principii del VI secolo; ma è dubbio se si tratti di Camerino nella Marca d'Ancona, come vuole l'Ughelli, ovvero di Camerina in Sicilia: su di che si vegga il Pirro, Sicilia Sacra, edizione del Mongitore, tomo I, p. 510.
Quanto a Butera, la Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 42, la dice non venuta a sì tristo accordo, ma presa; nè tra l'uno e l'altro fatto corre molto divario. La detta cronica lo porta nell'anno 6362, cioè dal 1º settembre 853 al 31 agosto 854, che risponde a un di presso alla data del 239 dell'egira che troviamo nel Baiân. Butera è stata creduta la Hybla Hærea, ovvero il Mattorium degli antichi; ma senza buone ragioni, com'ho accennato nel testo, giudicando la epoca delle fabbriche di Butera, su i ragguagli che ne trovo nei libri, e su quel che ne ho inteso. In ogni modo, sono avanzi che meritano molto studio, anche da chi vorrà conoscere la architettura dei tempi musulmani.
[553.] Attesta ciò il Nowairi, o per dir meglio il cronista ch'ei copiava, in un passo non ben letto da M. Caussin De Perceval, e pessimamente tradotto dal Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 8: Tum ipsemet profectus fuit, ec. Però mi par bene dar una versione esatta di queste parole. Nowairi dice: “Ed egli (Abbâs) or uscendo in persona, or mandando sue gualdane, straziò, afflisse, e guastò le popolazioni e territorii nemici; se non che talvolta comperavan da lui la pace con danari o schiavi.”
[554.] Veggasi qui appresso l'accordo di Kasr-Gedîd.
[555.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 19 verso; e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Baiân, tomo I, p. 104, 105, 106; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et la Sicile, p. 121, dove non parmi esatta la versione “et s'empara même du château neuf de cette ville (Castrogiovanni).” Beladori, MS di Leyde, p. 275, porta nel califato di Motewakkel (an. 847 ad 861) la occupazione di Castrogiovanni e Gagliano, ch'egli scrive appunto come Edrisi; e son queste le due sole città prese in Sicilia, delle quali gli par doversi ricordare i nomi.
Or io credo che il Kasr-el-Hedîd, o El-Kasr-el-Gedîd, non sia altro che un secondo nome della fortezza di Gagliano, perchè non posso supporre che gli altri cronisti abbiano trascurato questa notabile vittoria ricordata dal Beladori; e perchè il detto Kasr è la sola piazza d'importanza ch'essi dicono presa nel califato di Motewakkel senza che se ne ritrovi il nome nella geografia di Sicilia. Debbo avvertire nondimeno che Edrisi pone su la costiera tra Termini e Cefalù una Sakhrat-el-Herîr, o, secondo il MS. d'Oxford, El-Hedîd, che significherebbe la Rupe della Seta, o del Ferro; valida fortezza ai suoi tempi, ch'è il Castrum Roccellæ dei diplomi siciliani del medio evo; ed oggi ne rimangono le vestigia e il nome di Rocella, il quale si dà anco a un picciolo villaggio dentro terra, detto altrimenti Campofelice. Ma quantunque vicina a Cefalù, che fu presa lo stesso anno; e quantunque convengano nel suo nome le lezioni di alcuni MSS., non credo che questa fortezza abbia potuto mai contenere la grossa popolazione che si volea riscattare con 15,000 dinar, ec. Infine par che non si tratti di Castronovo, che sarebbe versione della lezione El-Kasr-el-Gedîd, poichè questo nome si trovava scritto in Edrisi Kasr-nubu.
[556.] Baiân, tomo I, p. 106. Il nome è scritto S l 'ûda, con errore di ortografia che occorre anco in alcuni MSS. di Edrisi.
[557.] Di Giovanni detto il Cretese, prefetto del Peloponneso, si fa menzione nella continuazione di Teofane, cap. LXII, p. 303; ma non si vede in che occasione abbia avuto quel soprannome, nè altrove si parla di lui.
[558.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 19 verso, e 20 recto; MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 42; Baiân, tomo I, p. 106; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 9; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 121.
La battaglia navale seguì innanzi il 31 agosto 858, poichè la Cronica di Cambridge la nota nell'anno 6366.
Ritraendosi da Ibn-el-Athîr che il navilio combattuto di Ali appartenesse ai Rûm, ossiano Bizantini, cade la conghiettura di M. Caussin De Perceval, Histoire de la Sicile.... du Nowairi, p. 19, che il Cretese fosse Abu-Hafs-Omar. Pertanto correggasi ciò che ne hanno scritto il Rampoldi, Annali Musulmani, tomo IV, p. 315; e il Martorana, Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani, tomo I, p. 43. Il Wenrich, Commentarii, lib. I, cap. VIII, § 79, scansa quest'errore, ma cade nell'altro di dir seguita la battaglia navale dinanzi Siracusa; il che non si trova punto nel testo d'Ibn-el-Athîr da lui allegato sopra una citazione di M. Des Vergers.
[559.] Nowairi il dice “barbaro” che significa “non arabo,” ma non se ne sogliono servire per indicare i Rûm, ossiano Bizantini e Italiani; Ibn-el-Athîr lo chiama a dirittura Rûmi.
[560.] Gebel-el-Ghadir, scrive Nowairi. La voce che rendo stazione è Merhela che risponde alla nostra “posta.” La lunghezza del tratto di strada così chiamato, variava secondo i luoghi. Edrisi conta 18 miglia tra Caltanissetta e Castrogiovanni, e 12 tra questa e Pietraperzia. Caltanissetta poi è equidistante dal lago Pergusa e da Castrogiovanni; ma Pietraperzia, come situata a mezzogiorno libeccio, si avvicina più al lago che alla città.
[561.] Nowairi, dice un finestrino dal quale entrava l'acqua; Ibn-el-Athîr, una porticina dalla quale entrava l'acqua e si gettavano le immondezze.
[562.] Confrontasi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20 recto; MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 42, Nowairi, ibid., p. 9, 10; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de le Sicile, p. 121, 122; Abulfeda, Annales Moslem., erroneamente sotto l'anno 237 dell'egira; Ibn-abi-Dinâr, MS., fog. 21 recto, e versione francese, p. 85, nella quale in luogo di Castrogiovanni si legge “il castel di Bona;” Ibn-Wuedran, §3, con l'errore del 237 come in Abulfeda.
Ibn-el-Athîr e Nowairi, con altro errore, dicono che il giorno della occupazione fosse stato un giovedì, quando il 15 scewal 244, al par che il 24 gennaio 859, caddero in martedì.
[563.] Infatti è una delle due città prese in Sicilia, delle quali diè i nomi il contemporaneo Beladori, MS., p. 275.
[564.] Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 116.
[565.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20; MS. C, tomo IV, fog. 215 verso. Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 123, compendia il primo, e sbaglia la data. La Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 42, dice soltanto: Anno 6368 descenderunt Fendanitæ; data e nome, su i quali è necessario un po' di comento. Principiando dal nome, dirò che nel MS. è composto di sei lettere, senza contarvi l'articolo, tra le quali non si trova che un sol punto diacritico. Perciò si può leggere in cento maniere diverse, e le più strane sono al certo quelle a che s'appigliarono gli editori, cioè Fendanitæ con la variante Effenditæ. Parendomi evidente che tal nome etnico si debba cercare tra i popoli che allor militavano sotto le bandiere bizantine, non esito a leggere k b d kia, con che non si alterano gli elementi di alcuna lettera del MS., ma solamente si correggono i punti diacritici, e si trova il noto nome di Cappadocia; i soldati della quale provincia sono ricordati appunto in questo tempo nelle guerre d'Oriente.
Quanto alla data, che corre dal 1º settembre 859 al 31 agosto 860, la va a capello coi fatti ricordati da Ibn-el-Athîr; il quale al certo non segue rigorosamente la cronologia, quand'ei narra lo sbarco e la sconfitta del patrizio nello stesso anno 244, di cui non avanzavan che due mesi dopo la presa di Castrogiovanni.
[566.] Grossa terra in Val di Mazara; oggi in provincia di Girgenti. Ha vestigia di un forte castello poco distante dal sito attuale della città. Il nome ai trova in Edrisi con lezione poco diversa. È evidentemente greco; forse dei tempi cristiani.
[567.] L'un dei MSS. di Ibn-el-Athîr ha Ab ta; l'altre Aita; potendo bensì in entrambe mutarsi la prima a in qualsivoglia altra vocale. Cercando i nomi geografici che possano adattarsi a quei suoni, occorre in prima la classica voce d'Ibla, chè varie città di tal nome ebbe la Sicilia antica, nella regione tra levante e mezzodì, ancorchè di nessuna si conosca appunto il sito. Viene poi Avola, terra presso Siracusa, ch'è per certo l'Abola d'un diploma del 1149, e forse la Ἀβόλλα di Stefano Bizantino. Ma non so comprendere la sollevazione di questa sola terra in Val di Noto, mentre tutte le altre che scossero il giogo stavano in un gruppo nel Val di Mazara, e Caltavuturo non era troppo lontana. Però vorrei aggiugnere una lettera, mutare i punti, e leggere Entella, fortezza antichissima di cui si veggono gli avanzi; e i Musulmani di Sicilia nel principio del XIII secolo vi si difesero lungamente contro Federigo II imperatore.
[568.] Non trovo questo nome in Edrisi, nè alcuno somigliante, sia nei diplomi sia nella geografia d'oggi. Dal seguito della narrazione si vede ch'era in Val di Mazara. Significa la “Rocca di Abd-el-Mumîn” nome proprio d'uomo.
[569.] Il solo Ibn-el-Athîr dà il nome di queste Ghirân, ossiano “Grotte,” scritto in ambo i codici senza vocali, nell'uno coi punti diacritici, nell'altro senza; sì che nel primo si dee leggere k r k na, nel secondo si può sostituire la f ad una delle k o ad entrambe. Avrei letto Caucana supponendo mutata la w in r, per errore non insolito nei MSS. arabi, se il sito dell'antica Caucana, ove stette Belisario con l'armata prima di passare al conquisto d'Affrica, fosse più certo e non si trovasse sulla riva del mare, che non era la strada di Abbâs reduce a Palermo. Le grotte, ossia i gruppi di grotte scavate in parte dalla man dell'uomo, son troppo frequenti in Sicilia perchè questa indicazione valga a determinare il luogo senza lo aiuto del nome. Perciò non si arriverà a sapere la vera lezione del nome dato dall'annalista, che quando si studieranno questi antichissimi monumenti. Intanto le conghietture posson cadere su le grotte presso Palazzolo, quelle tra Piazza e Caltagirone, o le altre tra Bronte e Maletto, o quelle di Macara presso il porto Vindicari, che ben potrebbe essere la Caucana di Procopio a 200 stadii da Siracusa. Veggansi, per le grotte che ho nominato, il Fazzello, deca I, lib. IV, cap. II, e lib. X, cap. II; Bourquelot, Voyage en Sicile, p. 183, e la mia nota al capitolo precedente, p. 310-311.
[570.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20, e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 123. Parmi errore del MS. di Ibn-Khaldûn che Abbâs assediava Kalat-er-Rum ossia “la Rocca (detta) dei Bizantini.” Si dee leggere più tosto Kalat-lir-Rum “una rocca dei Bizantini.” Accennano senz'altro la morte di Abbâs, e alcuni con divario di data, Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 10; il Baiân, tomo I, p. 106; Abulfeda, Annales Moslemici, sotto l'anno 247, § 3; Ibn-Wuedran, § 3 del testo, e versione francese di M. Cherbonneau nella Revue de l'Orient, décembre 1853, p. 427; Ibn-Abi-Dinâr, MS., fog. 21 recto.
[571.] Beladori, MS., p. 275, dice espressamente che gli Aghlabiti avessero preso in Sicilia oltre venti città, le quali erano tuttavia in mano dei Musulmani, quando occuparono Castrogiovanni e Gagliano. Tal numero risponde a un di presso a quello de' nomi che ricaviamo dagli altri annalisti. Ma egli è certo che dei luoghi ricordati da costoro, alcuni, come Mineo e Lentini fossero stati abbandonati; altri al contrario come Platani, Ragusa, Sutera, meramente assoggettati al tributo. Però mi sembra che non ostante la casuale coincidenza del numero, le terre di cui parla Beladori, siano le città o castella ove faceano soggiorno i Musulmani. La appellazione sua di città (medina) non si dee prendere qui in senso troppo rigoroso.
[572.] I due rami discendeano da Sâlem; l'uno per Aghlab, Ibrahim (fondatore della dinastia), e Aghlab padre del principe regnante Mohammed; l'altro per Sofiân, Sewâda, e Sofiân padre di Ahmed e di Khafâgia. Questa seconda genealogia è data da Ibn-Abbâr, MS., fog. 35 verso. Veggansi, su le vicende del regno di Mohammed, il Nowairi, Conquête de l'Afrique ec., in appendice a Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 417, seg.; Ibn-Abbâr, l. c.; Ibn-el-Athîr, sotto l'anno 233, capitolo degli avvenimenti diversi.
[573.] Questi importanti particolari della riforma dell'esercito si leggono nella continuazione di Teofane, p. 265. Per gli altri della vita di Basilio, non occorrono citazioni.
[574.] Baiân, tomo I, p. 106; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 10. Ibn-el-Athîr non fa menzione di questo breve governo.
[575.] Nowairi, l. c.; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, MS C, tomo IV, fog. 221 recto; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 124; Ibn-Abi-Dinâr, MS., fog. 21 recto, e vers. franc., p. 85; Ibn-Wuedrân, MS., § 3, e versione di M Cherbonneau, Revue de l'Orient, décembre 1853, p. 427, Abd-Allah lasciò il governo, dopo cinque mesi, in giumadi 1º del 248 (4 giugno a 3 luglio 882).
[576.] Confrontisi, Baiân, tomo I, p. 106, e Ibn-el-Athîr, l. c. Il nome e il caso di Ribbâh sono riferiti dal solo Baiân, il quale non porta in quale provincia si combattesse. Per certo in Sicilia; poichè il Baiân dice presa la città di Gibel-Abi-Malek, il qual nome si trova appunto in Ibn-el-Athîr insieme con que' di Kalat-el-Armenîn e Kalat-el-Mosciâri'a. Di nessuna delle tre so indovinare il sito.
[577.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, 1. c., Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 124; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 10; Abulfeda, Annales Moslemici, an. 247; Ibn-abi-Dinâr (el-Kaïrouani), MS., fog. 21 recto; e versione francese, p. 85. Ibn-Wuedrân chiama il morto Abbâs-ibn-Fadhl, sâheb (principe) di Sicilia, e dice Khafâgia emiro venuto in Sicilia dalla parte del principe aghlabita di Kairewân in luogo di Abd-Allah-ibn-Abbâs, che era stato eletto dalla colonia. Il Baiân, tomo I, p. 103, narra una vittoria di Khafâgia nel 236 (850-851) sopra certi sollevati di Tunis.
[578.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc. Il secondo dei quali dice vincitore Mahmûd sotto Siracusa; ma parmi errore del compendio ch'egli faceva troppo sbadatamente degli annali dell'altro; poichè in questi si legge senza equivoco la vittoria dei Cristiani. Ibn-el-Athîr, nel medesimo luogo, nota che secondo alcuni cronisti si arrendè, quest'anno 248, Ragusa occupata poi certamente il 252; ond'egli è in forse se il fatto del 248 sia portato per errore di data. Erroneo io il credo, leggendosi nella Cronica di Cambridge che Ragusa fu occupata la prima volta l'anno 6356, che risponde a un di presso al 233 dell'egira e 847-48 dell'era nostrale; e la seconda, l'anno 6375 che coincide in parte col 252 dell'egira e l'866-67 di Cristo. Della prima dedizione di Ragusa avea già parlato Ibn-el-Athîr stesso, da noi citato a suo luogo.
[579.] MS. A, tomo II, fog. 38 recto, tra gli avvenimenti diversi del 248. Ma parmi evidente che si debba riferire al 249.
[580.] Baiân, tomo I p. 107, sotto l'anno 249. Secondo questa cronica e quella di Nowairi, Ziadet-Allah era fratello; secondo Ibn-Khaldûn, figliuolo del predecessore Ahmed. Veggasi Nowairi, presso De Slane, Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo I, p. 422, in appendice.
[581.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, e MS. C, tomo IV, fog. 221 recto. Veggasi Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 124, dove si legga Noto in vece di Butera.
[582.] Baiân, tomo I, p, 107. Vi si legge, come in altri luoghi di questa compilazione, Kasrbâna, e si dee correggere senza dubbio Kasriânna. Non si tratta di Castelbuono, nè di Castelnuovo, nè di Castronovo; poichè la lettera su la quale cade l'accento è una u non un'a; l'una delle quali non può confondersi con l'altra nei MSS. Badisi che il Baiân, per evidente lacuna, tace la presa di Castrogiovanni.
[583.] Rampoldi, Annali Musulmani, tomo IV, p. 353, senza citazioni. Il gran lavoro del Rampoldi è a un di presso inutile, per questo vezzo del non citare e di aggiugnere del proprio le circostanze che gli sembravano opportune a raffazzonare gli avvenimenti. Così leggiamo nello stesso volume IV, p. 340, sotto l'864: “Gli Aglabiti di Sicilia, i quali già da alcuni anni si erano impadroniti di Ragusi e di alcuni altri castelli di minor conto, vennero di colà scacciati da Basilio, cognato dello imperatore di Costantinopoli;” la quale impresa di Basilio, non solamente non è ricordata da alcuno, ma la critica dee rigettarla al tutto; non essendo possibile in questo caso il silenzio degli scrittori cortigiani di casa macedone. Poi sotto l'865 il Rampoldi porta la occupazione di Noto, tolta dalla Cronica di Cambridge, ancorchè senza citar questa. Infine, nell'867, incomincia: “I Greci eseguirono un felice sbarco in Sicilia, e dopo alcuni combattimenti, nei quali i Musulmani ebbero la peggio, ricuperarono la forte piazza di Noto etc.,” e qui continua con lo episodio di Khafâgia. Ma dond'ei prese questo sbarco; e donde la occupazione di Noto; e quel numero appunto dei mille cavalli, e quel nome di Castrogiovanni? Com'egli al certo non ebbe sotto gli occhi il Baiân, così suppongo che abbia trovato qualche cenno alterato del fatto nelle compilazioni persiane, sue sorgenti favorite.
Tal racconto è stato ripetuto dal Martorana, che cita il Rampoldi, Notizie ec., libro I, cap. II, tomo I, p. 47. Il Wenrich, lib. I, cap. VIII, § 80, vergognandosi di citar l'uno o l'altro, gittò la impresa di Basilio e la prigionia di Khafâgia su la coscienza di Nowairi, Ibn-Khaldûn e Abulfeda, che sono innocentissimi di queste fole.
[584.] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 42. Nel testo stampato manca la parola lir-Rûm, che si trova nel MS. Però, in vece di troncare nella versione pubblicata dal Caruso le parole cœperunt Romæi, come ha fatto il Di Gregorio, si corregga: Captæ sunt quatuor scelandiæ Romanorum in Syracusis.
[585.] In caratteri arabici questi due nomi hanno lettere comuni e altre assai somiglianti, sì che l'uno si potea confondere con l'altro; e gli annalisti erano portati a preferire il nome di Taormina, come meno ignoto.
[586.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, MS. C, tomo IV, fog. 221 recto. Veggasene il sunto in Ibn-Khaldûn, l. c., e l'anno vi si corregga 252, secondo un MS. di Tunis, che risponde qui alla cronologia degli altri annalisti.
[587.] Ibn-el-Athîr, l. c.; Chronicon Cantabrigiense, l. c., che porta presa Noto la seconda volta il 6374, il quale anno coincide col 252 dell'egira dal 21 gennaio al 31 agosto 866.
[588.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, Chronicon Cantabrigiense, ll. cc. Quest'ultima porta la occupazione di Ragusa il 6375, che coincide col 252 dell'egira dal 1 settembre al 31 dicembre 866.
[589.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc., Baiân, tomo I, p. 108.
[590.] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[591.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, Baiân, ll. cc., e Ibn-Khaldûn, op. cit., p. 125.
[592.] Ibn-el-Athîr, l. c. Ibn-Khaldûn con minore verosimiglianza dice che entrato Mohammed da un altro lato della città, la prima schiera lo credè aiuto che venisse ai nemici; onde si pose in fuga.
[593.] In ambo i MSS. di Ibn-el-Athîr troviamo un nome senza punti diacritici, la cui prima lettera può essere b, t, th, n, i, la seconda r, la terza s ovvero sci, alla quale segua la terminazione femminile. Però non trovando nome antico che più si adatti a quei caratteri, leggo Tiracia, la quale si vuol che risponda a Randazzo. Quest'ultima è voce bizantina, probabilmente venuta da ̔Ρενδάκης o ̔Ρεντάκιος, soprannome di un patrizio Sisinnio dei tempi di Leone Isaurico e d'un ricco ateniese parente del patrizio Niceta sotto l'imperatore romano Lecapeno, ricordati l'uno da Teofane, tomo I, p. 616; l'altra nella Continuazione di Teofane, lib. VI (Romano Lecapeno), § 4, p. 399, e nei passi corrispondenti di Simeone e di Giorgio Monaco. Par che alcuno della famiglia sia passato in Sicilia poichè la Cronica di Cambridge nell'anno 934 fa menzione di un Rendâsci governatore di Taormina. Rhentacios era anche il nome di un monte di Macedonia, del quale si fa menzione nelle guerre dei Patzinaci, verso la metà dell'undecimo secolo. Veggasi Michele Attalista, recentemente pubblicato da M. Brunet de Presle, nella nuova edizione della Bizantina, Roma 1853, p. 36.
[594.] Confrontinsi ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, e MS. C, tomo IV, fog. 221 recto; Baiân, tomo I, p. 108; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 125; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 10; Ibn-Abi-Dinar, MS., fog. 21 verso; Ibn-Wuedrân, MS., § 3, e versione di M. Charbonneau, Revue de l'Orient, décembre 1853, p. 427; Abulfeda, Annales Moslemici, tomo II, p. 206, sotto l'anno 248.
[595.] Autorità citate di sopra, e Ibn-Abbâr, MS., fog. 35 verso.
[596.] Ibn-el-Athîr, e le altre autorità della nota 1, pagina precedente.
[597.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 69 recto.
[598.] Confrontasi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 34; MS. C, tomo IV, fog. 221 recto; Nowairi, MS. 702, fog. 21 recto, e 702 A, fog. 52 recto, e versione francese di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, tomo I, p. 423; ove è sbagliato il nome del capitan affricano. Veggasi anche Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 117. Ibn-Khaldûn, senza dir dei Bizantini, riferisce la impresa al 255 (19 dicembre 868 a 7 dicembre 869), e però tratta del primo sbarco. Nowairi non assegna data precisa. All'incontro quella d'Ibn-el-Athîr, che torna all'870, esattamente riscontrasi con la data del 29 agosto 6378 che troviamo nella Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 42.
[599.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, l. c., e anche MS. A, tomo II, fog. 81 recto; Baiân, tomo I, p. 109; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 10; Ibn-Abi-Dinâr, MS., fog. 21 verso, con la erronea data del 257; Ibn-Wuedrân, con lo stesso errore; Abulfeda, Annales Moslemici, an. 248, 255, 257.
[600.] Nowairi, l. c., e p. 11. In questo nome ho aggiunto Ibn-Fezâra, ricavandosi quest'altro grado di parentela dal nome di Abbâs-Ibn-Fadhl, nominato di sopra, p. 315 e 321.
[601.] Nowairi, l. c.; Baiân, tomo I, p. 109.
[602.] Nei capitoli della pace stipolata l'851 tra Radelchi e Siconolfo (presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 260 e seg., § XXIV) si legge un patto reciproco di cacciare i Saraceni præter illos qui temporibus DD. Siconis et Sicardi fuerunt Christiani si magarizati (cioè apostati) non sunt. Sicone cominciò a regnare l'817, e Sicardo finì l'839. Citandosi questi due principi, è manifesto che i Saraceni fossero venuti almeno due fiate diverse. Il luogo non si ritrae, e l'ho detto per conghiettura.
[603.] Anonymi Salernitani Chronicon, cap. LVII della edizione del Muratori, LXIII del Pratilli, e LXXII del Pertz. L'autore, che non pone data, scrive il fatto dopo l'assassinio dell'abate Alfano, e avanti la occupazione di Amalfi.
Il Muratori par abbia supposto identiche le due imprese, poichè negli Annali registra l'aiuto di Napoli l'837, e non parla affatto di Brindisi. Il Wenrich, lib. I, cap. V, § 58, narra questa fazione con la data certamente erronea dell'836, e lascia indietro l'altra.
[604.] Veggansi le autorità citate dal Pagi nella Critica a Baronio, Annales Ecclesiastici, an. 840, § 13; e inoltre, Anonymi Salernitani Paralipomena, cap. LVIII della edizione del Muratori, e LXXII di quella di Pertz; Chronicon Monasterii Sanctæ Sophiæ Beneventi, presso Muratori, Antiquitates Italicæ, tomo I, e Pertz, Scriptores, tomo III, p. 173; Chronici Amalphitani Fragmenta, cap. V, presso Muratori, Antiquitates Italicæ, tomo I, p. 209; Benedicti Sanctæ Andreæ Monachi Chronicon, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 701; Leonis Ostiensis, lib. I, cap. XXVI; Pirro, Sicilia Sacra, Notitia Ecclesiæ Lipariensis, p. 951.
[605.] Uno dei capitoli stipolati il 4 luglio 836 tra Sicardo e lo Stato di Napoli, Amalfi e Sorrento, vieta ai mercatanti di questo Stato di comperare uomini dei Longobardi e rivenderli sul mare.
[606.] Anonymi Salernitani Chronicon, edizione del Muratori, cap. LXVI; del Pratilli, LXXIV; e del Pertz, LXXXI.
[607.] Le due autorità principali di questa guerra dell'Adriatico sono: Johannis Diaconi Chronicon Venetum, presso il Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 17; e Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 185 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 192 verso, sotto l'anno 223. Dei quali il Veneziano narra i fatti, l'Arabo li accenna appena; ma entrambi convengono nella data, che l'uno porta l'anno della ecclissi solare di maggio (che avvenne il 8 maggio 840) l'altro, l'anno 225 dell'egira, che risponde all'840, dovendo intendersi della primavera e della state. Ecco le parole d'Ibn-el-Athîr: “Mosse l'armata dei Musulmani alla volta della Calabria; e vinsela. Indi, scontratisi con l'armata del principe di Costantinopoli, i Musulmani la combatterono e ruppero; ritirandosi gli avanzi di quella a Costantinopoli. E questa fu segnalatissima vittoria.” L'attestato della cronica veneta, che Osero fosse stata arsa il secondo giorno appresso Pasqua, ci porta a supporre la battaglia di Taranto qualche settimana innanzi, e però i conquisti di Calabria nel corso della primavera e della state, non già avanti il mese di marzo e la battaglia navale, come scrive Ibn-el-Athîr.
Ho reso vincere il verbo arabo fetah, il cui significato non può confondersi con quello di fare incursione, che gli Arabi dicono gheza, donde la nota voce razzia, come la pronunziano in Affrica, che già si è introdotta nel linguaggio francese.
Veggansi anche Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 111; e Dandolo, Chronicon Venetum, lib. VIII, cap. IV, § 6, 7, 8, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo XIII. Si accorda con la data dell'840 la testimonianza di Lupo Protospatario, là dove ei nota che l'anno 919 era l'ottantesimo della entrata degli Agareni in Italia. L'Anonimo Salernitano, l. c., dice che il primo effetto del “generale movimento dei Saraceni” fosse la presa di Taranto, e poi dessero il guasto alla Puglia.
[608.] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[609.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 198 recto e verso; e MS. C, tomo IV, fog. 211 recto, non porta data; ma vale per questa il nome del principe il quale regnò da giugno 838 a febbraio 841. Si riscontri con l'Anonimo Salernitano, l. c.
[610.] Johannis Diaconi Chronicon Venetum, presso Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 18.
[611.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo I, fog. 185 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 192 recto, sotto l'anno 233.
[612.] Il Diacono Giovanni di Venezia, l. c., dà questo nome di Saba; e ripetonlo in imprese susseguenti altre croniche italiane e scritti bizantini, insieme con quello di σολδάνος, σαλδανὸς, Saothan, Saogdan, Seodan, ec. Sâheb, pronunziato volgarmente Sahb, par sia stato scritto “Saba” per le reminiscenze bibliche dei Cristiani, e perchè la h non rincalzata da vocale sfuggiva agli orecchi stranieri. Ho già accennato il valore della voce Sâheb. Sovente s'incontra Sâheb-el-Istûl nel significato di “ammiraglio,” poichè gli Arabi, per esprimere la novella idea di armata navale, adottarono la voce στόλος, e stolium.
[613.] Erchemperti Historia, cap. XV; Historiola ign. Cassin., cap. VIII.
[614.] I cronisti italiani scrivono Calfon e anche Alfonses in alcuni codici men corretti. Ritraggiamo il vero nome da Ibn-el-Athîr, il quale sbaglia la data della presa di Bari, portandola sotto il califato di Motewakkel (847-861), MS. A, tomo II, fog. 198 recto e verso; MS. C, tomo IV, fog. 211 recto. Non par sia questo Khalfûn lo uccisore di Khafâgia, del quale si è detto nel capitolo precedente.
[615.] Obsitis quidem vestimentis et calciamentis saltem, nec tarabere succinctis, sed solis harundinibus manibus gestantes, leggiamo nella Historiola ignoti Cassinensis, cap. VIII. Tarabere si è spiegato da alcuni “tabarro;” altri hanno corretto nec tara bene ec.; cioè “nè ben cinti di fascia:” che mi sembrano l'una e l'altra zoppe interpretazioni. Parmi che si tratti di una specie di armatura, probabilmente corazza, e potrebbe essere appunto il plurale durâri', sfigurato dai copisti in guisa da non potersi riconoscere; ovvero la voce greca dei bassi tempi ταραβείνα, di cui il Du Cange nel Glossario Greco.
[616.] Veggasi la nota di Pratilli, Historia Principum Langobardorum, tomo I, p. 98.
[617.] Confrontinsi: Historiola ignoti Cassinensis, cap. VIII; Erchemperti Historia, cap. XVI. Sul sito della nuova Capua, veggasi la nota del Pratilli alla Historiola ec., nell'opera citata, tomo I, p. 202.
[618.] Non abbiamo il nome di costui dai cronisti arabi. A prenderlo come lo scrivono i Cristiani, sarebbe Abu-l-Fâr, ossia “Quel dal topo;” Abu-'l-Fares, ossia “Quel dal cavallo ec.”
[619.] Confrontinsi: Historiola ignoti Cassinensis, cap. X ed XI; Erchemperti Historia, cap. XVII; Anonymi Salernitani Chronicon, cap. LXVI della edizione di Muratori, LXXIV di Pratilli, e LXXXI di Pertz.
[620.] Anonymi Salernitani Chronicon, cap. LXVI e LXVIII del Muratori, LXXIV e LXXVI di Pratilli, e LXXXI e LXXXIII di Pertz.
[621.] Ibn-el-Athîr nel capitolo “Delle guerre dei Musulmani in Sicilia” MS. A, tomo II, fog. 2, e MS. C, tomo IV, fog. 212 recto, dopo la presa di Lentini scrive: “Questo medesimo anno (232, 846-7) i Musulmani si fermarono nella città di... in terra di Lombardia e la presero ad abitare.” Il nome della città è scritto Tâbth; delle quali lettere sono certissime le prime due al par che l'accento sull'a; la b si può scambiare con una n o altra, e l'ultima può essere t, th ec. Non esito ad aggiungere una r, e leggere Târant, corrispondendo tutti gli altri elementi di lettere a quelle con che gli Arabi scrivono tal nome.
[622.] Johannis Diaconi Chronicon Episcop. Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ, presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 315; dal quale è superfluo dire che ho tolto i soli avvenimenti, non le riflessioni ch'io ne traggo. Il cronista narra in continuazione l'assalto di Roma, ed io non so perchè il Muratori negli Annali abbia riferito le fazioni di Ponza ec. all'845.
[623.] Confrontinsi: Historiola Anonymi Cassinensis, cap. IX e XIX; Johannis Diaconi, Chronicon Episcop. Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 315, 316; Anastasii Bibliothecarii Epitome Chronicor. Cassinens., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 369; Prudentii Trecensis Annales, presso Pertz, Scriptores, tomo I, p. 442; Johannis Diaconi Chronicon Venetum, presso Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 18, e parecchi altri.
[624.] Anastasii Bibliothecarii, Vita di Leone IV, presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo III, parte I, p. 231, 237, seg.
[625.] Historiola ignoti Cassinensis, cap. XII e XIV. La data si scorge da Anastasio Bibliotecario, che nella Vita di Leone IV porta la rovina d'Isernia nella 10ª indizione.
[626.] Prudentii Trecensis Annales, presso Pertz, Scriptores, tomo I, p. 443.
[627.] Erchemperti Historia, cap. XVIII.
[628.] Confrontinsi: Historiola ignoti Cassinensis, cap. XVIII; Erchemperti Historia, cap. XIX; Johannis Diaconi Chronicon Episcoporum ec., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p, 316; Anastasii Bibliothecarii Epitome Chronicor. Cassinen., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 370; Andreæ Presbyteri Bergomatis Chronicon, § 13, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 236, ove si correggano le date; Anonymi Salernitani Chronicon, cap. LXVI a LXXI della edizione di Muratori, LXXV a LXXIX di Pratilli, e LXXXII, seg. di Pertz; Adonis Archiep. Viennensis Chronicon, presso il Pertz, Scriptores, tomo II, p. 323.
L'Anonimo Cassinese discorda dal Salernitano nei particolari e nel nome del condottiero tradito, che secondo lui fu lo stesso Apolofar, di cui si è detto; ma potrebbe errare l'uno il nome, l'altro il soprannome della stessa persona, o queste esser due vittime diverse delle stesso tradimento. La testimonianza di Anastasio che porta precisamente la data dell'851; quella del contemporaneo Adone arcivescovo di Vienna che segna l'anno dell'Incarnazione 850; il titolo di imperatore dato dai più a Lodovico, e altre ragioni che lungo sarebbe ad esporre, mi han portato ad assegnare l'851 al fatto di Benevento, discostandomi in ciò dal giudizio del Muratori, Annali d'Italia, che lo riferisce all'848.
Veggasi l'accordo pubblicato anche con la data dell'851 dal Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 260, seg., e dal Pratilli, Historia Principum Langobardorum, tomo III, p. 214, seg.
[629.] Baiân, tomo I, p. 104, sotto l'anno 238 (22 giugno 852 a 10 giugno 853). Come questo diligente compilatore dice positivamente che Abbâs mandò le teste in Palermo e che poi tornò in Sicilia, così è evidente che la fazione si combattesse in terraferma.
[630.] L'Anonimo Cassinese, innanzi la strage di Benevento scrive: Hoc videlicet tempore Tarantum, fame obsessa, a Saracenis capitur. Ma non pone data, nè vuole osservare l'ordine del tempi. Historiola ignoti Cassinensis, cap. XVII.
[631.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 20, e MS. C, tomo IV, fog. 215 verso, narrando la morte e ricordando i meriti di Abbâs, scrive ch'egli infestò la Calabria e la Longobardia e vi pose colonie di Musulmani. Mi par si debba riferire a questo tempo.
[632.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 198 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 211 recto.
[633.] Il titolo di Sultano entrò molto tardi nel diritto pubblico dei Musulmani. Infino alla metà del decimo secolo dell'era nostrale si incontra di rado negli scrittori arabi e sempre per designare un principe di fatto. Cadendo in pezzi il califato, questo nome si onestò verso la fine del decimo secolo; e poi Saladino lo rese illustre.
[634.] Confrontinsi: Erchemperti Historia, cap. XX e XXIX; Historiola ignoti Cassinensis, cap. XXII. La tradizione in Francia portò che Lodovico avesse già aperto la breccia a Bari, quando per cupidigia, affinchè l'esercito non saccheggiasse la città, differì l'assalto alla dimane; propose un accordo; e i Musulmani la notte risarciron le mura, sì ch'ei fu costretto a partire. Fola ripetuta in tutti i tempi per dissimulare la diffalta di simili imprese. Veggasi il Muratori, Annali, 852, al quale anno è riferita, erroneamente, credo io, questa espedizione.
[635.] Veggasi la apposita Dissertazione del Pratilli, Historia Principum Langobardorum, tomo III, p. 242, seg.
[636.] Veggasi la nota del Pratilli alla Historiola ignoti Cassinensis, nella citata raccolta, tomo I, p. 222, 223.
[637.] Confrontinsi: Historiola ignoti Cassinensis, cap. XXVIII, XXX, XXXIII, le lacune della quale si suppliscano con lo squarcio aggiunto al cap. XXX dal Tosti, Storia della Badia di Monte Cassino, tomo I, p. 128; Erchemperti Historia, cap. XXIX; Anastasii Bibliothecarii Epitome Chronicor. Cassinens., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 370; Johannis Diaconi Chronicon Episcoporum Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 316; Anonymi Salernitani Chronicon, cap. LXIX e LXXXII, della edizione di Muratori, LXXVII, XC, di Pratilli; Chronicon Vulturnense, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 403.
È qui da avvertire che secondo la detta aggiunta del Tosti, la quale risponde alla narrazione di Leone d'Ostia, lib. I, cap. XXXIV, il Monastero di San Vincenzo in Volturno sarebbe stato arso in questa scorreria e rimasto disabitato per trentatrè anni. Ma Erchemperto, contemporaneo e bene informato, e la Cronica speciale del Monastero di San Vincenzo, ne portano espressamente la distruzione verso l'882. Tra coteste due diverse tradizioni l'ultima mi pare più degna di fede; e però suppongo una interpolazione nel MS. della Historiola, ch'ebbe alle mani Leone d'Ostia, forse lo stesso che si conserva a Monte Cassino e ch'è servito alla detta pubblicazione del Tosti.
[638.] Anonymi Salernitani, op. cit., cap. LXXXIV di Muratori, XCII di Pratilli.
[639.] Confrontinsi: Historiola ignoti Cassinensis, cap. V, VI, VII; Erchemperti Historia, cap. XXXII, XXXIII; Johannis Diaconi Chronicon Episcoporum Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 316; Reginonis Monachi Chronicon, anno 867, presso Pertz, Scriptores, tomo I, p. 578; Andreæ Presbyteri Bergomatis Chronicon, § 14, 15, presso Muratori, Antiquitates Italicæ, tomo I, e presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 236; Adonis Archiepiscopi Viennensis Chronicon, presso Pertz, Scriptores, tomo II, p. 323; Annales Bertiniani, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 554.
[640.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LIII, LIV, LV, correggendovi molti anacronismi su la venuta dei Musulmani in Italia. Credo che gli assalitori della Dalmazia fossero stati quei di Taranto, poichè Bari era già assediata. Constantinus Porphyrogenitus, De Admin, Imperio, cap. XXIX; e De Thematibus, lib. II, cap. XI.
[641.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 33 recto, MS. C, tomo IV, fog. 221 recto. Il nome di Gaeta è scritto senza punti diacritici, ma non si può sbagliare. La cagione di quest'atto d'ostilità non detta da alcun cronista, mi sembra evidente.
[642.] Africa è posto qui evidentemente come nome di città. Ma la città di Mehdia che i Cristiani chiamavano più comunemente Affrica, fu fondata nel X secolo; nè mai si era dato tal nome a Kairewân capitale dell'Ifrikia ossia Africa propria, sotto gli Aghlabiti. Ciò conferma il sospetto che la epistola fosse stata compilata o almeno interpolata e infiorata a modo suo, dallo Anonimo Salernitano, al cui tempo Mehdia era sì celebre nel Mediterraneo.
[643.] Confrontinsi: Erchemperti, Historia, cap. XXXIII; Anonymi Salernitani, Chronicon, cap. LXXXVII a CVIII della edizione del Muratori, CI a CXVI di Pratilli; Johannis Diaconi, Chronicon Venetum, l. c.; Johannis Diaconi, Chronicon Episcoporum Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ, l. c., Chronicon Vulturnense, l. c.; Chronica Varia Pisana, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 107; Andreæ Presbyteri Bergomatis, Chronicon, l. c.; Constantinus Porphirogenitus, De Administrando Imperio, cap. XXIX, e De Thematibus, lib. II, cap. XI. La Continuazione di Teofane, con volontario anacronismo, attribuisce ai Bizantini la presa di Bari, ch'essi occuparono parecchi anni appresso.
Ho cavato molti particolari dalla epistola di Lodovico a Basilio, inserita dall'Anonimo Salernitano e pubblicata dal Baronio e da altri. Io ho ammesso i fatti, quantunque l'epistola mi sembri apocrifa. Li ho ammesso perchè il compilatore, qual ch'ei fosse, li potè avere da tradizione come tanti altri che non cadono in dubbio; o forse que' fatti si trovavano nella epistola autentica di cui egli dà la parafrasi. Parafrasi mi sembra poi questa, sì perchè vi è fatta menzione della città d'Affrica come notai di sopra, e sì per le soverchie dissertazioni filologiche che vi si trovano. Mi pare certamente apocrifa la conclusione dell'epistola, in cui Lodovico per indurre Basilio a dargli aiuti navali, dice ch'ei si propone di ridurre la città di Napoli e conquistare la Sicilia; delle quali la prima riconoscea tuttavia il nome dello imperatore di Costantinopoli, e la seconda in parte era sua, possedendovi Siracusa, Catania, e quasi tutta la regione orientale.
[644.] De Administrando Imperio, cap. XXIX.
[645.] Confrontinsi: Erchemperti, Historia, cap. XXXIV; Anonymi Salernitani, Chronicon, cap. CIX del Muratori, CXVII del Pratilli; Theophanes continuatus, lib. V, cap. LVI, LVII; Constantinus Porphirogenitus, De Administrando Imperio, l. c.
[646.] Fasciolam. Se n'è voluto dedurre che il principe di Salerno portasse una specie di turbante; e non si è pensato ch'ei potesse tornare dal bagno, probabilmente di mare, col fazzoletto che avea tenuto in testa durante il bagno.
[647.] Anonymi Salernitani, Chronicon, cap. CX e CXI di Muratori, e XCVIII, XCIX di Pratilli.
[648.] Pubblicato dal Muratori, Antiquitates Italicæ, Dissertazione XL.
[649.] Confrontinsi: Erchemperti, Historia, cap. XXXIV; Anonymi Salernitani, Chronicon, cap. CIX del Muratori, e CXVII del Pratilli; Chronicon comitum Capuæ, cap V, presso Pratilli, Historia Principum Langobardorum, tomo III, p. 112, e le autorità citate dal Muratori, Annali d'Italia, anni 871 e 872.
[650.] Gli scrittori arabi ci dicono quel soprannome e quella indole del principe aghlabita; e, come ho già notato (cap. VII, del presente libro, p. 353, nota 3), la elezione dei due fratelli. I Cristiani danno, con poco divario tra loro, il numero dello esercito musulmano. Di loro, Andrea prete da Bergamo novera a 20,000 quei che combatterono a Capua, e aggiugne che i Musulmani levassero lo esercito quando intesero la espugnazione di Bari, tenendola grande ignominia di lor gente. Erchemperto e l'Anonimo Salernitano portano l'esercito a 30,000.
[651.] La data si ricava da Andrea prete di Bergamo. L'Anonimo Salernitano espressamente dice venuto l'esercito per le Calabrie.
[652.] Ut machinam quam nos Petrariam nuncupamus construerent miræ magnitudinis et valde turrim unam quæ nunc dicitur Splarata attererent, scrive l'Anonimo Salernitano. Veggasi il capitolo seguente, p. 305.
[653.] .... atque in luxuriis et variis inquinamentis fervebat in tantum, ut ille Abdila thorum sibi parari jusserit super sacratissimum altare; ibique puellas, quas nequiter depredoverat, opprimebat. Sed non diu etc. Ma il prete inventor di questa leggenda non sapea che gli Orientali giacciono sui tappeti stesi in terra; e che Abd-Allah avea sessanta o settant'anni.
[654.] Nowairi e il Baiân, citati di sopra, cap. VII, p. 353.
[655.] L'Anonimo Salernitano chiama il predecessore Abdila e costui Abemelech. Si vede che a Salerno, per la frequenza dei commerci coi Musulmani, non si guastavano troppo i nomi proprii.
[656.] Confrontinsi: Erchemperti, Historia, cap. XXXV; Johannis Diaconi, Chronicon Episcoporum Sanctæ Neapolitanæ Ecclesiæ, presso Muratori, Rerum Italicarum, tomo II, parte I, p. 317; Anonymi Salernitani, Chronicon, ediz. del Muratori, cap. CXI a CXXI, del Pratilli, cap. CXIX a CXXIX; Chronicon Comitum Capuæ, cap. V, presso Pratilli, tomo III, p. 112; e presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 205; Andreæ Presbyteri Bergomatis, Chronicon, cap. XV, presso Pertz, Scriptores, tomo II, p. 236; Johannis Diaconi, Chronicon Venetum, che porta la principale sconfitta a Terracina, e il numero degli uccisi a 11,000, presso Pertz, tomo VII, p. 19; e le altre autorità citate dal Muratori, Annali d'Italia, an. 871, 872, 873.
[657.] Baiân, tomo I, p. 109.
[658.] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 42, sotto l'anno costantinopolitano 6380 (871-2).
[659.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 198 recto; MS. C, tomo IV, fog. 211. Questi due fatti sono ripetuti da Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 117.
[660.] Baiân, tomo I, p. 109.
[661.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 11. Abu-Abbâs, secondo il nome dato dal Nowairi, non era fratello di Ribâh, poichè il Ia'kûb, padre di quest'ultimo, è detto figliuol di Fezâra, e però sembra d'altra famiglia. Ma può darsi che si tratti dello stesso personaggio di cui una cronica saltasse parecchi gradi di genealogia fino al ceppo della famiglia, e un'altra cronica desse il solo nome del padre. Di più, come Nowairi porta il casato e il Kenîe, che qui è Abu-Abbâs, non già il nome proprio, è possibile che questo sia stato Ahmed, e il personaggio stesso di cui fanno menzione Ibn-el-Athîr, e il Baiân, ll. cc. Il Rampoldi, Annali Musulmani, anno 872, dice Abu-Abbâs morto di una caduta di cavallo, e cita Nowairi, che non ne sa nulla.
[662.] Nowairi, l. c., dice surrogato ad Abu-Abbâs-ibn-Ia'kûb-ibn-Abd-Allah, un fratello di cui non dà il nome, o almeno nol troviamo nei manoscritti. Da un'altra mano, Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 81 recto, anno 257, senza far motto dei governatori ricordati da Nowairi dopo la morte di Mohammed-ibn-Khafâgia, dice succeduto a costui Ahmed-ibn-Ia'kûb-ibn-Modhâ-ibn-Selma, che secondo questo scrittore “non visse a lungo, sendo morto il 258.” Il Baiân, tomo I, p. 109, dopo Mohammed-ibn-Khafâgia porta un Ahmed-ibn-Ia'kûb, fratello dello emiro della Gran Terra; ma non va più oltre nella genealogia, e il dice morto il 258, e sostituitogli il figliuolo Hosein. Abulfeda, Annales Moslemici, anno 257, porta anche surrogato direttamente a Mohammed-ibn-Khafâgia Ahmed-ibn-Ia'kûb.
Tra questa discrepanza di compilatori, sembra che il Nowairi, più diligente nelle inezie, abbia notato tre governatori, trascurati da Ibn-el-Athîr e dal Baiân per essere rimasi in uficio brevissimo tempo; e che l'Ibn-Ia'kûb, di cui Nowairi non dà il nome proprio, sia appunto l'Ahmed di quegli altri due, come notai di sopra. Debbo aggiungere che stando strettamente alle lezioni dei compilatori tre varie famiglie avrebbero tenuto in men d'un anno il governo della Sicilia, quelle cioè di Ia'kûb-ibn-Fezâra, di Ia'kûb-ibn-Abd-Allah, e di Ia'kûb-ibn-Modhâ; ma è più probabile che vi sieno errori nei nomi o salti nelle genealogie. Dubito inoltre della lezione di Ibn-el-Athîr, perchè Ibn-Abbâr, che in questa materia fa più autorità, parla (MS., fog. 35 recto) di un Ia'kûb vivuto nel tempo di cui trattiamo e figliuolo di Modhâ-ibn-Sewâda-ibn-Sofiân-ibn-Sâlem, di Sâlem, dico, padre di Aghlab e avolo del fondatore della dinastia. Ia'kûb era dunque cugino di Kafâgia emiro di Sicilia. Era stato anco uomo di molto séguito a corte del principe aghlabita Mohammed-ibn-Aghlab di cui già si parlò, e i suoi discendenti furono detti, da lui, Ja'kûbîa “Giacobini:” nome che allor non portava pericolo. Mi pare probabilissimo che l'Ahmed nominato da Ibn-el-Athîr sia stato figliuolo di costui, e Modhâ non figliuolo di Selma, ma bisnipote di quel Sâlem progenitor comune di questa famiglia e degli Aghlabiti.
[663.] Baiân, l. c.; Nowairi, l. c.
[664.] Nowairi, l. c., lo chiama erroneamente Abd-Allah-ibn-Mohammed-ibn-Ibrahim-ibn-Aghlab, facendolo supporre discendente in linea retta dal fondatore della dinastia; quando ei non era che figliuolo del figlio del costui fratello. Chiarisce tale genealogia Ibn-Abbâr, MS., fog. 35 recto, il quale dà anche: 1º l'anno della elezione al governo di Sicilia, corrispondente a quello del Nowairi; 2º la notizia de' suoi meriti letterarii e degli oficii esercitati prima e dopo del governo di Sicilia; e 3º i versi che indirizzò a un intimo amico, dolendosi di doverlo lasciare, quando fu promosso a tal governo.
[665.] Nowairi, l. c.
[666.] Veggansi qui appresso i nomi del capitano di Sicilia al tempo che fu presa Siracusa, e degli altri che gli succedettero per venti anni. Perciò è manifesto errore di Nowairi che l'Abbissinio reggesse la Sicilia per ventisei anni continui. Al più si potrebbe credere deposto verso l'876, e rieletto verso l'896, quando Ibn-el-Athîr fa menzione del suo nome.
[667.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 86 recto; Baiân, tomo I, p. 109.
[668.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXIX, p. 309. Portando con anacronismo l'assedio di Siracusa dopo le vittorie del capitano bizantino Nasar in Sicilia ed in Calabria, lo scrittor palatino comincia il capitolo così: “I Barbari Cartaginesi, per la sconfitta che avean toccato, temendo che l'armata romana non li assaltasse in casa loro, allestirono anch'essi molte navi; e com'e' seppero che in primavera non fossero uscite le forze imperiali, credendole distolte da altra guerra, mossero con lor navilio alla volta di Sicilia. Giunti alla capitale dell'isola (cioè Siracusa), la cinsero d'assedio.” Le sconfitte dei Musulmani d'Affrica, alle quali si allude, non erano al certo quelle date da Nasar, che seguirono dopo la espugnazione di Siracusa.
[669.] Ancorchè gli scrittori musulmani non parlino di forze mandate dall'Affrica, si può creder questo alla Continuazione di Teofane. Si vedrà in appresso, per testimonianza del Baiân, che in questo tempo erano ritenuti prigioni in Palermo, senza dubbio per comando di Ibrahim-ibn-Ahmed, due suoi congiunti.
[670.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 104 verso; e MS. di Bibars (che è copia d'Ibn-el-Athîr) nella Biblioteca di Parigi, Ancien fonds arabe, nº 669, fog. 43 recto. Leggo chiaramente in quest'ultimo MS., e con poco dubbio nel primo, il nome di Rametta.
[671.] Ibn-el-Athîr, l. c., dice “occupato alcun sobborgo” di Siracusa. La Continuazione di Teofane, lib. V, cap. LXIX, p. 309, similmente porta dato il guasto “alla campagna ed ai sobborghi” (τὴν κώραν καὶ τά προάστεια.)
[672.] Veggasi il capitolo III del presente Libro.
[673.] Cum turris juxta mare, ad ipsum portum majorem ædificata, ubi dextrum cornu (κέρας) oppidi protenditur ec. Così nella versione di M. Hase. La penisola d'Ortigia è bislunga. Quel dei lati maggiori che guarda a ponente mette fuori due braccia, l'uno dei quali dritto verso mezzodì, e ristringe l'entrata del porto maggiore; l'altro, storcendo in su verso Maestro, forma l'istmo. Il lato di ponente che risponde al porto maggiore va detto dunque fronte della città; e l'istmo, ala o corno dritto.
[674.] L'istmo è largo circa un ottavo di miglio siciliano, ossia da 186 metri.
[675.] Ἑλέπολις, nel testo. Si sa da Ammiano Marcellino ch'era una tettoia di assi, coperta di vimini e argilla, congegnatovi sotto una trave armata di ferro da percuotere il muro. Risponde perciò al montone, gatto, ec., come si chiamò dalla foggia del ferro che stava in cima alla trave. Veggasi il Thesaurus linguæ græcæ, di Enrico Etienne, edizione di Hase e Dindorf, tomo III.
[676.] Χελώνη, tettoia minore che gli antichi faceano talvolta con gli scudi. Qui pare quel che poi si chiamò mantelletto per proteggere gli artefici che lavoravano a scalzare il muro.
[677.] Teodosio Monaco, l. c.
[678.] Teodosio dice soltanto che una parte della torre sul porto grande e indi un pezzo della cortina crollassero pei tiri dei mangani. Ciò non potea avvenire se i proietti non correano per curva assai lieve, da potersi chiamare linea retta ove non si parli tecnicamente. Delle macchine servite dai Saraceni di Lucera feci menzione nella Storia del Vespro Siciliano, capitolo X, p. 226, e nota a pag. 228, ediz. Le Monnier. Gli altri esempii ai quali ho accennato, occorrono nella presente Storia.
[679.] Ibn-el-Athîr, l. c.
[680.] Βραχιόλιον. Teofane, nella Chronographia, usa questa voce, prima in significato di braccialetto propriamente detto, ossia ornamento del braccio (tomo I, p. 225 e 491); e poi (p. 541), di fortificazione attenente alla Porta d'oro di Costantinopoli, negli assalti che diè l'armata musulmana nel famoso assedio del 673. Il testo di Teodosio dice nel presente luogo: Τὰ ὰμφὶ τοῖν λιμένοιν τείχη, ἂ δη βραχιόλια ὺνομάζουσιν; e la versione di M. Hase: Mœnia circa utrumque portum quæ brachiolia vocant. Parmi che τείχη si debba prender qui nel senso di fortificazione in generale, e ὰμφὶ di presso piuttosto che intorno. E veramente quelle due voci si trovano talvolta adoprate in questi significati; e basta guardare una pianta topografica, e considerare che il porto grande gira da sette miglia, per capacitarsi che non si tratti di muro intorno intorno.
[681.] Χρυσίνος. Ho posto il nome che dettero a questa moneta gli occidentali. Il valsente in peso di metallo, spessissimo alterato, è di 13 lire incirca.
[682.] Νομίσμα, voce usata nello stesso significato di χρυσίνος.
[683.] Τέτανος.
[684.] Ὁς ὰσκὸν.
[685.] Così è da supporre, leggendosi nel testo: καὶ τούτοις πολυμερῶς διατρήσασα; e nella versione di M. Hase: multis ex partibus terebratos.
[686.] Colpiti di ήμιπληξία, dice il testo qui al certo inesatto, poichè “emiplessia” significa “paralisia di un lato.” Fin qui mi riferisco sempre alla epistola di Teodosio.
[687.] Georgius Monachus, De Basilio Macedone. § 11, p. 843.
[688.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXIX, LXX, p. 309 seg.
[689.] Se meritasse maggiore fiducia la traduzione latina che pubblicò il Gaetani di certi versi di Teodosio indirizzati a un Beato Sofronio, che pare sia l'arcivescovo di Siracusa, si potrebbe affermare che il grosso dell'esercito musulmano si fosse ridotto alle stanze nell'inverno. Ma come farvi assegnamento, se la narrazione in prosa non ne parla, e se la traduzione dei versi è del tenor seguente?
Genus Ismael ascendit
Syracusanorum in urbem,
Ambitu ambiens hanc;
Aggressus devicit (devicitur?)
Dolose supervenit extemplo
Per annum etiam navigavit
Post decem autem menses excidit
Obsidio urbem.
[690.] Sappiamo da Ibn-el-Athîr che l'assedio di Siracusa fa cominciato da Gia'far-ibn-Mohammed, governatore dell'isola; e leggiamo nel Baiân, dopo la espugnazione di Siracusa, che costui fosse ucciso in Palermo lo stesso anno 264. Da un'altra mano, Teodosio chiama il capitano dello esercito vincitore Busa amiræ Chagebis filius, e lo dice diverso dall'emiro supremo ch'era in Palermo, al quale fu condotto il narratore insieme con gli altri prigioni. Attagliandosi l'una all'altra coteste due testimonianze, possiamo stare a quelle, e mettere da parte il Nowairi che ne discorda. Costui nella storia di Sicilia non parla della espugnazione di Siracusa. In quella d'Affrica, pubblicata de M. De Slane in appendice a Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, p. 425, attribuisce la vittoria ad Ahmed-ibn-Aghlab; forse senz'altra ragione che di supporlo in quel tempo governatore della Sicilia, come abbiam notato nel presente capitolo.
Quanto al nome del vincitor di Siracusa, che Teodosio non poteva ignorare, mi par che vada letto Abu-l'sa, figliuolo dell'hâgeb ossia ciambellano di Ibrahim-ibn-Ahmed; poichè le due lettere latine ch sono trascrizione ordinaria della greca χ, come questa dell'ha, 6ª lettera dell'alfabeto arabico, con la quale comincia la voce hageb; e le lettere g e b similmente rispondono alle arabiche. È maraviglia a trovare sì intatta quella parola passata per mano di varii copisti e d'un traduttore; poichè di questo squarcio il testo greco si è perduto. Debbo qui avvertire, per render testimonianza al vero, che M. Famin, nella Histoire des Invasions des Sarrazins en Italie, Paris 1843, della quale è uscito solo il primo volume, e la quale avrò poche altre occasioni di citare, ha colto nello stesso segno mio, tirando a un altro. La voce Châgeb gli parve corruzione del nome patronimico di Mohammed-ibn-Kohreb; e ne disse le male parole a Teodosio, anche per aver chiamato costui emiro, e conchiuse doversi correggere il nome Mouça fils de l'émir Khareb; cioè Mohammed-ibn-Kohreb, che per caso si trova appunto lo hâgeb del principe aghlabita in questo tempo.
[691.] Fo questo conto su quello degli uccisi quando fu presa la città.
[692.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXX, p. 511.
[693.] Teodosio Monaco, l. c.
[694.] Die prima post vigesimam mensis maij, quarta vero ab eo die quo murus corruit; dice la versione pubblicata dal Gaetani. Ma quel quarto giorno dopo la caduta del muro non risponde al conto fatto poco prima. Perciò credo inesatta la versione, e che si debba intendere quarta feria, ossia mercoledì, il giorno appunto della settimana che notano concordemente la Cronica di Cambridge e il Baiân.
[695.] Questo nome non è dato da Teodosio; ma il Gaetani crede su buone ragioni che così si chiamasse l'arcivescovo.
[696.] La Continuazione di Teofane nota espressamente che fossero uccisi tutti i soldati, e fatti schiavi i cittadini.
[697.] Teodosio.
[698.] Questo passo si trova nella parte di cui è perduto il testo greco.
[699.] Ibn-el-Athîr.
[700.] Le autorità bizantine sono: Theodosii monachi atque grammatici, Epistola de expugnatione Siracusarum, versione latina che fece un monaco basiliano, per nome Giosafà, sopra un MS. del monastero del Salvatore di Messina; e fu pubblicata dal Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, in appendice; poi dal Pirro, ec. Il MS. andò a male con tanti altri, perduto nei monasteri di Spagna o sepolto nella Vaticana, ove è da sperare che un giorno si trovi. Intanto abbiamo uno squarcio del testo in un MS. di Parigi, il quale sventuratamente non arriva nè anco a metà della epistola; ma capitò in ottime mani, poichè M. Hase n'ha fatto una versione latina, e pubblicatala con l'originale greco, in appendice alla Leonis Diaconi Caloensis Historia, Parigi, 1819; su la quale edizione fa ristampato a Bonn, il 1828. La pubblicazione di M. Hase ci ammonisce a non fidarci troppo della prima versione latina, che talvolta sbaglia il significato, e per lo più si perde in parafrasi. — Theophanes Continuatus, lib. V, cap. LXIX, LXX, p. 309, seg., oltre i cenni che si trovano in Georgius Monachus, De Basilio Macedone, cap. XI, p. 843; Symeon Magister, idem, p. 691; Nicetæ Paphlagonii, Vita Sancti Ignatii, presso Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo VIII, p. 1238.
Degli autori arabi ne trattano: Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.; Baiân, tomo I, p. 110; aggiungasi la Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 42.
La data della espugnazione, il 21 maggio, si trova al paro in Teodosio nella Cronica di Cambridge, e nel Baiân. L'anno 878 è determinato da queste ultime due autorità. Manifesto l'errore di coloro che, seguendo la Continuazione di Teofane, han detto presa Siracusa l'880.
[701.] I titoli di queste due elegie sono stati rinvenuti dal dotto ellenista siciliano Pietro Matranga. Veggasi Spicilegium Romanum, tomo IV, Romæ, 1840, p. xxxix.
[702.] I cronisti musulmani affermano precisamente che l'esercito vincitore andasse via da Siracusa dopo due mesi. Teodosio scrive essere rimaso prigione per trenta dì; nel qual tempo i Musulmani ardeano e guastavano la città: e poi mandarono lui e gli altri prigioni in Palermo sotto la scorta dei negri; ma non che marciasse con tutto lo esercito. Queste due testimonianze perciò non si contraddicono punto.
[703.] Solarium, nella versione; manca il testo greco.
[704.] Demosterium; certamente il testo portava δεσμωτήριον.
[705.] Si celebra il 10 del mese di dsu-'l-haggi, che quell'anno cadde nel 12 agosto 878, secondo il conto degli astronomi musulmani, e il 13, secondo il conto comune.
[706.] Ex iis qui populo præerant. Qualche fakîh o sceikh.
[707.] Non enim hoc fas esse, leggiamo nella versione latina. I Musulmani d'altronde non fecero mai sagrifizii umani, come par che pensasse Teodosio; e la legge risparmiava la vita ai preti cristiani.
[708.] Tutto ciò da Teodosio, l. c.
[709.] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43, dice venuto a posta un che ricomprò i prigioni di Siracusa l'anno 6393. Il Rampoldi, Annali Musulmani, an. 886, al solito senza citare, scrive che fossero riscattati 4253 prigioni che si trovavano “nel solo ergastolo di Siracusa,” e quasi altrettanti al Kairewân. Ma Siracusa era distrutta; i prigioni condotti in Palermo, come dice Teodosio, che dovea saperlo; e il numero non potea essere stato sì grande, che il quinto appartenente al governo sommasse ad ottomila e più, quanti si dice che ve ne fossero tra Kairewân e lo ergastolo di Sicilia. Perciò la compilazione orientale, da cui il Rampoldi par che abbia cavato quelle cifre, o è favolosa o erronea.
[710.] Il Gaetani, non trovando altra memoria di loro, chè la Cronica di Cambridge per anco non si conoscea, e volendo accrescere il catalogo dei martiri siciliani, suppone che Sofronio e i compagni fossero morti per la Fede.
[711.] Baiân, tomo I, p. 110. Quivi non leggonsi i gradi della parentela con Ibrahîm-ibn-Ahmed, ma si argomentan dai nomi. Traduco a caso il soprannome, ch'è scritto senza vocali, onde si potrebbe leggere Kherg-er-ro'ûna, “Nugolo di pazzia.” ed è suscettivo d'altre lezioni e interpretazioni. Nel Baiân quest'omicidio è scritto dopo la presa di Siracusa. Ma ciò non prova che accadesse dopo: e le conseguenze del misfatto, riferite dal Baiân tutte nello stesso anno, fan supporre o ammazzato Gia'far nei principii, ovvero che l'autore non osservi rigorosamente la cronologia.
[712.] Baiân, l. c. Quivi si legge Hosein-ibn-Riiâh. Correggo Ribâh per essere famiglia illustre della colonia, e per trovarsi appo Nowairi un Hosein-ibn-Ribâh governatore della Sicilia nell'872, come si è detto a p. 391.
[713.] Baiân, tomo I, p. 110.
[714.] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 15. Il nome nel MS. si trova senza punti diacritici, fuorchè su l'ultima lettera; ma credo che gli editori si fossero bene apposti nel supplire i punti che mancano. Va trascritto Khrîsâf. Il diploma del XII secolo al quale alludo, si legge in Pirro, Sicilia Sacra, p. 390. Nata contesa intorno i confini di un podere nel territorio di Cagliano, re Ruggiero, il 1142, deputò a deciderla un conte Simone e il famoso Giorgio di Antiochia; i quali intesero varii notabili, e tra gli altri un Crisafi di Troina. Fa anco menzione di questa famiglia il Bonfiglio, autore messinese del XVII secolo, e dà lo stemma gentilizio di quella, presso Burmanno, Thesaurus Antiquit. Siciliæ, tomo IX, p. 117. Un marchese Crisafi e un suo fratello, cavaliere gerosolimitano, usciti di Messina per cagion della rivoluzione contro gli Spagnuoli e rifuggiti in Francia, segnalaronsi dopo il 1691, sotto le bandiere francesi, nell'America settentrionale. Dei quali il cavaliere, audace uom di guerra e di stato, si dice sia morto di crepacuore non vedendosi punto rimeritato dalla corte di Francia; e l'altro governò il distretto delle Trois Rivières, come si legge in Charlevoix, Histoire de la nouvelle France, tomo II, p. 95 seg. Questa famiglia, dopo mille anni di nobiltà, si è estinta in Messina, come mi si dice, verso il 1840.
[715.] L'autore è anonimo. La leggenda fu tradotta dal gesuita siciliano Fiorito, sopra un MS. greco del monastero del Salvatore di Messina. Pubblicò questa versione il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 63, seg., e l'hanno ristampato i Bollandisti, Acta Sanctorum, 17 agosto.
[716.] Epistola di Giovanni VIII papa, di nº CCXL, data il 19 nov. 879, presso Labbe, Sacrosanta Concilia, tomo IX, p. 184. Il Muratori, Annali, an. 880, confonde questa vittoria con l'altra che siamo per narrare, significata da papa Giovanni a Carlo il Calvo per una epistola del 30 ottobre 880, nº CCLV (stampato per errore CCXLV).
[717.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LIX-LX-LXI, p. 298, seg. Queste fazioni e le altre dell'armata bizantina in Sicilia e Calabria son riferite innanzi la espugnazione di Siracusa. Ma l'anonimo compilatore confessa (cap. LXXI, p. 313) non esser punto certo della cronologia. Io l'ho corretto con la scorta delle autorità musulmane e italiane che citerò nelle note seguenti.
[718.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXII, p. 303. Che sia la stessa armata veduta da Elia nel porto di Palermo mi par supposizione necessaria.
[719.] Baiân, tomo I, p. 110.
[720.] La Continuazione di Teofane dà il solo nome Nasar. Nella Vita di Santo Elia l'ammiraglio è chiamato Basilio Nasar; ma dubito che il nome di Basilio sia quello dell'imperatore, aggiunto a Nasar per errore del MS. o della versione. Nasar è nome semitico. Da ciò, e dall'avere l'ammiraglio chiesto rinforzi di Mardaiti, argomento che appartenesse a questa gente, così chiamata dagli Arabi perchè si ribellò da loro. Erano Cristiani del Libano, della setta che si addimanda Maronita.
[721.] Di questa sconfitta dell'armata musulmana d'Affrica e di Sicilia abbiamo testimonianze diverse, che non è difficile a mettere d'accordo.
La Continuazione di Teofane, l. c., cap. LXII, dà il numero delle navi africane; il tempo vagamente e con errore; il luogo anche vagamente; ma dice che il nemico scorresse i mari di Cefalonia e Zante, e che Nasar uscisse da Modone, e tornassevi dopo la vittoria, e poi, chieste istruzioni a Basilio, venisse in Palermo. La epistola di Giovanni VIII, del 30 ottobre, 19ª indizione (dal 1º sett. 880 al 31 ag. 881), dando a Carlo il Calvo le nuove dei Greci e Ismaeliti, dice: quia Græcorum navigia in mari Israelitarum victorisissime straverunt phalanges; ed è evidente che debbasi leggere Ismaelitarum. Nella Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43, troviamo: “L'anno 6388 (1º settembre 879 a 31 agosto 880), i Bizantini presero le navi dei Musulmani in un luogo che s'addimanda Ellada.” Questa voce precisamente si legge, nel MS. con la l raddoppiata e la d con un punto diacritico, con la quale per lo più gli Arabi trascrivono la d greca o latina, perchè la loro d senza punto si confonde spesso con la nostra t. Ellade è appunto il nome del tema della Grecia propria, che stendeasi dall'uno all'altro mare, compresavi l'isola di Negroponte, che sta a levante, ma non Cefalonia e Zante, che giacciono a ponente; e confinava a settentrione col tema di Tessalonica, a mezzodì con quello del Peloponneso. Tal nome è scritto ordinariamente dai Bizantini Ἑλλάς, all'accusativo Ἑλλάδα, con le medesime lettere e accento della trascrizione arabica. Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 109 verso; e. MS. di Bihars, fog. 49 recto, anno 266 (22 agosto 879 a 10 agosto 889), riferisce la battaglia ne' mari di Sicilia; presa la più parte delle navi musulmane, e salvatisi gli avanzi in Palermo. Il Baiân, tomo I, p. 110, dice portata la guerra dal governatore di Sicilia ai Bizantini, che fecero uscire 140 navi; scontratesi le due armate; prese le navi della musulmana; e passati i vincitori a Palermo. Ciò nel 266. Finalmente la Vita di Santo Elia dà allestita l'armata in Palermo contro Reggio al tempo dello imperatore Leone; mandato da costui Basilio Nasar con 45 navi; ito Santo Elia di Palermo a Taormina ed a Reggio, ove confortò i cittadini che non fuggissero, e Nasar che fidasse nella vittoria; uscito Nasar contro i Musulmani, cui ruppe, messe in fuga, affondò in mare, o fe' prigioni. In questa narrazione può star la data dell'880, poichè Leone, che regnava solo quando fu scritta la biografia, era già associato al padre innanzi l'880, e probabilmente, come lo accennai di sopra, il nome di Basilio nel testo va aggiunto a quel di Leone, e non dato come nome di battesimo di Nasar. Però non han luogo le conghietture cronologiche del Gaetani, op. c., p. 68, e dei Bollandisti, vol. c., p. 483. Quanto al luogo della battaglia, o fu confuso nella memoria di Elia che vecchio narrava questi casi, o dalla penna dell'agiografo, ovvero seguì un novello scontro di 45 navi bizantine con gli avanzi dei Musulmani, che uscissero di Palermo, vedendosi assaliti nelle case loro.
Dopo il detto fin qui, i fatti mi sembrano provati abbastanza. Così anche la data, non ostante una difficoltà che non voglio tacere, cioè che Giovanni VIII avesse differito sino al 30 ottobre a significare a Carlo il Calvo una sì importante sconfitta dei Musulmani seguita nei primi di agosto. Ma questa data di agosto 880 calza sì bene con tutte le memorie; e d'altronde le comunicazioni tra la Sicilia e Roma erano sì incerte, e sopratutto sì poca la voglia di papa Giovanni a dare quella nuova, a Carlo, dal quale sollecitava sempre aiuti contro i Musulmani, che ben si possono supporre passati due mesi e mezzo. Infine è da considerare che il papa non scriveva apposta quest'avviso, ma per incidenza, e rispondendo a Carlo il Calvo che gli avea domandato, forse maliziosamente, che si dicesse dei Greci e dei Saraceni.
[722.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXIV, p. 304-305. L'obolo rispondeva a 1⁄210 del bizantino, ossia circa 0,06 di lira italiana.
[723.] Ibn-el-Athîr, l. c.
[724.] Si confrontino: Theophanes continuatus, l. c., e Baiân, tomo I, p, 110.
[725.] Non mi par dubbio che la divisione di quei legni sottili vi rimanesse dopo la partenza di Nasar. Il porto dovea essere Termini o Cefalù; poichè le schiere si spingeano su la parte delle Madonie che sta a cavaliere a quella spiaggia.
[726.] Si confrontino: Leonis Grammatici, Chronographia, p. 258, e Georgii Monachi, De Basilio Macedone, cap. XX, p. 845. Secondo quest'ultimo ho soppresso il nome di Musulice, che Leone dà anche a Euprassio, e che sembra nome del capitano che gli succedette.
[727.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 25 recto, e MS. di Bibars, fog. 62 recto, sotto l'anno 368 (881-882), dice presa dai Musulmani una fortezza “che i Greci aveano fabbricato di recente, e chiamatala la Città del Re.” — “Di recente” qui si deve intendere l'880, perchè prima erano vincitori e padroni i Musulmani in quelle parti. Quanto a Polizzi, oltre il sito ch'è designato da tutte le fazioni di guerra dell'882, accenna a quella città anco il nome, che necessariamente doveva esser greco, Βασιλεόπολις, o soltanto Πόλις, e Pólis esattamente si pronunziava nel XII secolo, come il prova la trascrizione arabica di Edrisi. Però è caduto in errore il Wenrich, il quale, lib. I, cap. XI, § 96, p. 128, ha creduto di trovare la “Città del Re” in Castroreale, senza riflettere che il nome non potea essere latino, e senza sapere che Castroreale fu fabbricata dagli Aragonesi nel XIV secolo, come si scorge dal Fazzello, deca I, lib. X, cap. I, e da Amico, Lexicon Topographicum.
[728.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 120 recto; e MS. di Bibars, fog. 59 recto, anno 267; Baiân, tomo I, p. 111; e Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 21 verso, con lo errore di Iliâs in luogo di Abbâs. Questo nome patronimico è scritto El-Miâs in Ibn-Wuedrân, MS. § 6, versione francese nella Revue de l'Orient, déc. 1853, p. 429.
[729.] Ibn-el-Athîr, l. c.
[730.] Confrontinsi: Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43; e Vita di Santo Elia da Castrogiovanni, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 68, e presso i Bollandisti, Acta Sanctorum, 17 ag., p. 483. Nella cronica si legge sconfitto a Taormina Barsâs; la Vita di Santo Elia dice Barsamius che mi pare migliore lezione. Infatti il nome di Barsemius, trascrizione del siriaco Barsuma, si trova in Mesopotamia dal secondo al quinto secolo dell'era volgare, com'io l'ho accennato nelle note al Solwân-el-Mota', d'Ibn-Zafer, nota 44 al capitolo V, p. 336. Il Wenrich, lib. I, cap. XI, § 96, dice uccisi 3000 Cristiani; e cita nella nota 144 Ibn-el-Athîr. Così confonde questa fazione con quella che seguì nell'882.
[731.] Ibn-el-Athîr, l. c. Nel MS. si legge chiaramente Bekâra, che parrebbe trascrizione di Biccarum, come troviamo scritto il nome dell'odierna Vicari nei diplomi latini dell'XI secolo; ed è terra lontana 30 miglia da Palermo, e circa la metà dalla spiaggia del Tirreno. Ma in Edrisi il nome di Vicari è trascritto Bikû, che risponde esattamente al Βοικὸς di un diploma greco dell'XI secolo, pubblicato da Buscemi, Giornale Ecclesiastico per la Sicilia, Palermo 1832, tomo I, p. 212 e 213. Dippiù, Edrisi parla di un altro castello, nelle vicinanze al certo di Gangi, terra a 14 miglia da Polizzi, il nome del quale castello nella Geographia Nubiensis è scritto Mekâra, così anche nel MS. di Edrisi d'Oxford, e Nakâra in uno dei MSS. di Parigi; nell'altro, che è il migliore, Bekâra: varianti, tra le quali è da preferirsi Mekâra, supponendosi con fondamento che fosse appunto presso Gangi la Imacara di Plinio e la Megara di Tolomeo. Posto ciò, rimane in dubbio se vada fatta ad Ibn-el-Athîr la stessa correzione di Mekâra, ovvero debba supporsi che la cronica nella quale ei lesse Bekâra, avesse così trascritto, in modo diverso da Edrisi, il nome di Biccarum. È dubbio insignificante ed impossibile a sciorre, poichè entrambi i siti di Vicari e di Gangi poteano essere occupati dai Bizantini in quella impresa. D'altronde i nomi di Biccaro, Vaccaro, Vico, Bica ec., doveano essere frequenti in Sicilia; e tanto più facilmente si poteano confondere, quanto bekkâr in arabico risponde al greco βοιχὸς e all'italiano “boaro” e “vaccaro.”
[732.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 123 recto; e MS. di Bibars, fog. 62 recto, anno 268.
[733.] “Kalat-abi-Thûr,” in Edrisi; “Calatabutor, Galatabutur, ec.,” nei diplomi latini dell'XI e XII secolo.
[734.] Nicetæ Paphlagonii, Vita Sancti Ignatii, presso il Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo VIII, p. 1247.
[735.] Parlando familiarmente, gli Arabi chiamano più tosto del soprannome che del nome o casato.
[736.] Riadh-en-nofûs, MS. di Parigi, fog. 79 verso. La versione mia è fedele, non litterale.
[737.] Egli adopera i due sostantivi, hesced, “ragunata,” e gem', “turba.”
[738.] Ibn-el-Athîr, l. c. Il Baiân, tomo I, p, 111, sotto l'anno 268, accenna solo lo scambio del governatore, dando esattamente gli stessi nomi del deposto e dello eletto. La Impresa di Mohammed-ibn-Fadhl si dee riferire all'882, poichè il guasto delle mèssi determina la stagione.
[739.] Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 135 verso, anno 269; e MS. di Bibars, fog. 72 recto. Questo capitoletto con alcuni altri è stato dato da M. Des Vergers, in nota nell'Histoire de l'Afrique et de la Sicile par Ibn-Khaldoun, p. 132, seg. Vi si sostituisca Rametta a Rita su l'autorità del MS. di Bibars. Così ancora nel capitoletto del 271.
[740.] Ibn-el-Athîr, con frase vaga o mutilata dai copisti, scrive: “Mosse con grande esercito verso la città di Catania, e distrusse quanto era in quella.”
[741.] Il Baiân, tomo I, p. 113, dà i soli nomi del governatore morto e del rifatto; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 140 recto, e MS. Bibars, fog. 83 recto, anno 271, narra le fazioni di guerra e lo accordo; il Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43, dice del solo accordo. Ecco le parole delle due croniche. In Ibn-el-Athîr leggiamo: “.... e incalzava la città, quando vennero a trovarlo oratori del patrizio dei Rûm, chiedendogli la tregua e lo scambio dei prigioni, ec.” La Cronica di Cambridge ha: “Il ûi ti recò il riscatto, e fe' uscire i prigioni di Siracusa;” come va corretta la versione latina. Quel nome, ove mancano i punti diacritici di due lettere, è stato letto Buliti, e il Di Gregorio sagacemente ha riconosciuto in questa voce la greca Βουλευτίς (o meglio Βουλευτὴς), che si pronunziava Vulevtis; dandosi dai Greci il medesimo valore della nostra v alla β e alla υ. Perciò nel supplire i punti diacritici al testo correggo Bûlebtî. Parmi sia questo il plurale Βουλευταὶ, che nella lingua dei mezzi tempi significava Decurioni, ossia, collettivamente, la Curia.
Parmi che gli annali musulmani abbian mutato cotesti magistrati municipali in oratori del capitano bizantino. Potrebbe essere ancora che il capitano del presidio abbia fermato l'accordo, e alcuni decurioni siansi recati poi in Palermo a togliere i prigioni cristiani, recando i musulmani, che forse non erano a Taormina. In ogni modo, il fatto, e la voce usata da Ibn-el-Athîr, mostrano che si trattasse di scambio, e non di mero riscatto di Cristiani.
[742.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 161 verso; MS. di Bibars, fog. 85 verso, anno 272; Baiân, tomo I, p. 113.
[743.] Ibn-el-Athîr e Baiân, ll. cc.
[744.] La guerra civile tra i Berberi e il giund, ossia le milizie arabe, si legge nella Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43; il rimanente nel Baiân, tomo I, p. 114. In quest'ultimo, con la data del 273 (7 giugno 886 a 26 maggio 887); nella Cronica di Cambridge, del 6395 (1 settembre 886 a 31 agosto 887). Nel Rampoldi, Annali Musulmani, anno 887, si legge: “L'autore del Nighiaristan, dice che in Sicilia ebbero luogo forti combattimenti tra quei Cristiani e i Musulmani, con riportarne a vicenda qualche vantaggio.” Non sarebbe impossibile che il compilatore persiano, o lo italiano, abbia così interpretato i casi della guerra civile; o che il Rampoldi, per errore, abbia tolto questa notizia dalla Cronica di Cambridge, e citato il Nigâristân.
[745.] Così lo chiama Erchemperto.
[746.] Il Baiân, tomo I, p. 114, sotto l'anno 275, dice della “tremenda battaglia” vinta dai Siciliani, e che perissero dei nemici più di 7000 ammazzati, e da 5000 annegati. Forse il compilatore lesse male i testi, che riferissero due tradizioni diverse, ovvero portassero il numero dei morti in battaglia, e poi il totale, compresivi i prigioni; o che so io. Si accenna inoltre la fuga dei Cristiani dalle terre vicine ai Musulmani, che si deve intendere delle Calabrie, e sopratutto di Reggio, secondo le testimonianze della Cronica di Cambridge e di Erchemperto. Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43; ove si porta a 5000 il numero degli uccisi, la battaglia a Milazzo e la data del 6397 (1 settembre 888 a 31 agosto 889). Similmente, Ibn-Abbâr, nello squarcio di cui si farà menzione nella nota seguente, parla della “battaglia di Milazzo.” Erchemperto, Historia, cap. LXXXI, la suppone nello stretto di Messina. Il Rampoldi, Annali Musulmani, anno 888, scrive così: “Terminò i suoi giorni in Palermo l'emir Iakoub figliuolo di Ahmed, della casa di Aghlab, uno dei comandanti generali in Sicilia, e governatore di Messina. Aaroun el Khams gli succedette nel governo dei Musulmani di quella città.” Ignoro donde egli abbia potuto trarre questa seconda notizia. La prima mi pare arbitraria correzione di ciò che scrisse erroneamente il Nowairi.
[747.] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 36 recto.
[748.] In miglia siciliane secondo la carta geografica. È notevole che Edrisi dà appunto la stessa distanza in miglia arabiche che rispondono alle siciliane. Nel secolo passato, la distanza si ragionava 13 miglia, certamente per altra strada meno malagevole. In oggi, la strada del corriere, che passa per Spadafora facendo un lungo giro, è di 24 miglia.
[749.] Ibrahîm suo padre era fratello di Khafâgia emiro di Sicilia, del quale si è detto. Sofiân, ceppo di questa famiglia, era fratello di quell'Aghlab da cui prese nome la dinastia.
[750.] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, l. c. Il nome dello ammiraglio greco si trova nella Vita di Santo Elia da Castrogiovanni, presso il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 72, se pur la vittoria dell'ammiraglio Michele fu riportata nello stesso scontro in cui presero Mogber. Il Conde, Historia de la Dominacion de los Árabes en España, parte II, cap. LXXV, senza citare Ibn-Abbâr, ha dato una versione poco esatta dell'articolo biografico sopra Mogber.
[751.] Baiân, tomo I, p. 115, anno 276.
[752.] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43. Questa cronica non indica al certo col nome di Siciliani i Cristiani, i quali chiama sempre Rûm, ma sì bene i coloni di Sicilia; come tutti gli scrittori arabi dicono Sirii, Egiziani, Spagnuoli ec., i coloni di lor gente in que' varii paesi.
[753.] Si conferma questo significato della voce “Affricani” dal seguente passo della Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43: “L'anno 6406 i Berberi assaltarono il giund, e consegnarono agli Affricani Abu-Hosein e i suoi figliuoli.” Gli Affricani dunque non erano nè i Berberi nè gli Arabi d'Affrica venuti in Sicilia al conquisto, e scritti nei giund, ma le soldatesche mandate da Ibrahim-ibn-Ahmed.
[754.] Baiân, tomo I, p. 116, anni 278 e 279.
[755.] Questo fatto è riferito dal solo Nowairi, nella Conquête d'Afrique, ec., pubblicata da M. De Slane, in appendice alla Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo I, p. 428. Quivi, dopo il supplizio dello hâgib Ibn-Semsâma, si legge: “L'officier qui le remplaça, et qui se nommait El-Hacen-ibn-Naked, avait exercé d'autres charges, dont l'une était le gouvernement de l'île de Sicile.” Ma il testo arabico veramente dice: “E pose in sua vece Hasan-ibn-Nâkid, e unì in persona di costui parecchi oficii, tra i quali lo emirato di Sicilia.” La frase che rendo “unì in persona di costui” non lascia luogo a dubbio; poichè si compone del verbo dhâf alla quarta forma, costruito con la preposizione ila; onde significa “aggregare, congiungere.” Al par di me lo aveva interpretato M. Des Vergers, dando questo squarcio in nota a Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 130. M. De Slane, ch'è padrone della lingua arabica e che spesso è necessitato a correggere le espressioni inesatte di quegli scrittori, si è ingannato nel presente caso da uomo erudito; sapendo che non si poteano esercitare a un tempo un oficio in Affrica e il governo di Sicilia. Ma in questo appunto consistea lo abuso di autorità narrato dal Nowairi, o piuttosto da alcun antico cronista ch'ei copiava. Egli è evidente che Ibrahim-ibn-Ahmed voleva accentrare l'autorità in persona del suo primo ministro; al quale dava la missione di domare la rivoluzione scoppiata in Affrica, e sempre desta in Sicilia.
[756.] Chronic. Cantabrigiense, l. c. Leggiamo qui la data del 6404 (1º settembre 895 a 31 agosto 896), e nel Baiân, tomo I, p. 123, del 282 (1º marzo 885 a 17 febbraio 896). Così il fatto è limitato ai sei mesi che corsero dal 1º settembre al 17 febbraio.
[757.] Johannes Diaconus, Translatio Sancti Severini, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60; e presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 269.
[758.] Baiân, tomo I, p. 125, anno 282.
[759.] Severino Bini, in un'annotazione alla vita di Giovanni VIII, presso il Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo IX, p. 2, riprende con tal motto il papa del favore dato a Carlo il Calvo; e con teologica baldanza afferma che Iddio nel punì, facendogli pagar tributo ai Saraceni. Come se il tributo si fosse pagato col sangue del papa, non col danaro dei popoli!
[760.] Annales Ecclesiastici, anno 879.
[761.] Confrontinsi: Erchemperti Historia, cap. XXXV e XXXVIII; Anonymi Salernitani Chronicon, cap. CXXXI del Pratilli; Johannis Diaconi Chronicon Venetum, presso Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 20; Andreæ Presbyteri Bergomatensis Chronicon, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 237; Chronicon Vulturnense, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 403.
[762.] Confrontinsi Erchemperti Historia, cap. XXXVIII, XXXIX; Anonymi Salernitani Chronicon, cap. CXXXI del Pratilli, la qual cronica in questo e nei tempi vicini è copia di Erchemperto; Chronicon Vulturnense, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 403, che poco ne differisce; Lupi Protospatharii Chronicon, anno 875; Chronicon Sanctæ Sophiæ Beneventi, anno 875.
[763.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LVIII. Altrove ho notato che, alla fine dei fatti d'Occidente, in questo tempo, lo autore confessa la incertezza della cronologia, e, avrebbe dovuto aggiungere, anche dei particolari. Ei narra quel generoso sacrifizio dell'ambasciatore in modo da non sapersi se si debba riferire a un assedio di Capua o di Benevento; ma piuttosto parmi si tratti di altro castello, il cui nome sfuggì al compilatore.
[764.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXV.
[765.] Confrontinsi: Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXVI; Lupi Protospatharii, Chronicon, anno 880; Chronicon Barense, anno 880. Secondo questa cronica, che Lupo ha copiato, i Musulmani “uscirono di Taranto,” nè si parla di prigioni.
[766.] Theophanes continuatus, l. c.
[767.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXXI.
[768.] Confrontinsi: Theophanes continuatus, l. c.; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 161 verso; e MS. di Bibars, fog. 85 verso, anno 272; e Baiân, tomo I, p. 113. La cronologia dei Musulmani risponde esattamente al tempo assegnato da' Bizantini cioè gli ultimi anni della vita di Basilio. I nomi anco si riconoscono agevolmente: Ingifûr presso Ibn-el-Athîr, e M h fûr nel Baiân, per Niceforo; o, secondo la pronunzia greca, Nikifóro (Νικηφόρος); S b z na, per Severina; e, per Amantea, M f nlia, che, correggendovi i punti diacritici, si può leggere benissimo Mantîia. Debbo avvertire che questo capitoletto di Ibn-el-Athîr, cavato dal MS. A, è stato pubblicato da M. Des Vergers, in nota ad Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 136.
[769.] Theophanes continuatus, l. c.
[770.] Cedrenus, vol. II, p. 354. Si allude alla moderazione civile di Niceforo nella Tattica dell'imperatore Leone, testo greco e versione latina, § 38, p. 742, e versione francese del Maizeroi, parte II, p. 16.
[771.] Leonis Imperatoris Tactica, l. c.
[772.] Ibn-el-Athîr lo chiama così due volte che parla di lui nei capitoli degli avvenimenti diversi, del 268 e del 270. MS. A, tomo II, fog. 123 verso, e 128 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 259 recto.
[773.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. XI e LXXV.
[774.] Erchemperti Historia, cap. LXXXI.
[775.] Chronica Sancti Benedicti, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 203. Questo capitolo è di quelli che gli editori alemanni hanno aggiunto al testo pubblicato dal Pellegrino e dal Pratilli; aggiunte cavate da un MS. Vaticano.
[776.] Veggasi Lib. I, cap. VIII, p. 187, seg.
[777.] Giovanni VIII scrivea a Landolfo vescovo di Capua, com'e' pare in settembre 876, essere stata a lui commessa particolarmente quella terra dallo imperatore; presso Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo IX, p. 8, epistola IX. Eutropio, prete lombardo vivuto un secolo appresso, pretese aggiungere alla dominazione di Capua la sovranità temporale di Roma, il Sannio, le Calabrie, il Ducato di Benevento, e Arezzo e Chiusi in Toscana. Veggasi Saint-Marc, Abrégé chronologique de l'Histoire d'Italie, a. 875.
[778.] Erchemperti Historia, cap. XLVII.
[779.] Erchemperti Historia, cap. XLVII.
[780.] Ciò si potrebbe inferire dalle parole di Erchemperto, cap. XXXIX, “che Salerno, Napoli, Gaeta e Amalfi, sendo in pace coi Saraceni, gravemente affliggevano Roma con le scorrerie marittime; onde Carlo il Calvo, presa la corona dello impero, diè in aiuto al papa Lamberto e Guido di Spoleto, co' quali il papa andò a Capua e a Napoli.” Ma Erchemperto suol confondere sempre l'ordine dei tempi; e qui par che lo confonda, ritraendosi che Carlo fu coronato imperatore a Roma il 25 dicembre 875, e sapendosi dalle epistole di Giovanni VIII, citate nel séguito del presente capitolo, che i Musulmani infestavano la Campagna di Roma nella state dell'876, e che il papa andò a Capua e Napoli in novembre del medesimo anno. Perciò è probabile che le incursioni verso Ostia fossero incominciate lo stesso anno 876, anzichè il precedente.
[781.] Veggansi le epistole di Giovanni VIII, dal nº I al XXXV, presso il Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo IX, p. 1, seg., e presso il Duchesne, Historiæ Francorum Scriptores, tomo III, appendice, ni I a XIV. Si riscontri Erchemperto, l. c.
[782.] Secondo il passo d'Erchemperto, già citato a p. 444, nota 3, parrebbe venuto il papa a Napoli e Capua in primavera dell'876 al più tardi. Il Muratori, Annali d'Italia, ha assegnato a quel viaggio la data di gennaio 877, argomentandola dalle parole di Giovanni VIII, il quale a dì primo febbraio si dolea con Aione vescovo di Benevento che: nostro itineri Neapolim nobis..... nuper advenientibus non adhæseris. Ma il nuper non si dee pigliare in senso così stretto; poichè si sa da Erchemperto che Salerno si spiccò dai Musulmani dopo la venuta del papa a Napoli; e da una epistola di Giovanni VIII al principe di Salerno, data il 17 novembre 876, si vede esser lui già d'accordo col papa. Perciò parmi di fissare il viaggio alla prima metà di novembre. Ma è da avvertire che cotesti diplomi non danno la certezza che ce ne dovremmo aspettare, poichè non sono in buon ordine cronologico; ad alcuni manca la data del giorno e mese; a tutti quella del luogo; e d'altronde la abituale simulazione di Giovanni VIII guasta sempre l'ordine e la proporzione dei fatti.
[783.] Erchemperti Historia, cap. XXXIX. La pratica della consagrazione di Atanasio vescovo si ritrae dalle epistole di Giovanni VIII, presso Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo IX, ni V e XLI, p. 5 e 35.
[784.] Epistole LV, LVI, e LVII di Giovanni VIII, e Atti del Sinodo di Ravenna, presso il Labbe, vol. c., p. 45 a 47, e 299 a 304. Il sinodo si tenne in agosto 877, e vi fu presente il papa, come si ricava da un diploma soscritto da lui il sexto kalendas decembris, che il Labbe giustamente corregge septembris.
[785.] Epistole XXXVI, XXXVIII, XXXIX, XL, LIX, LXIX, presso il Labbe, vol. c., p. 32, seg.
[786.] Ibidem, epistole LXIX, LXXIV.
[787.] Epistole LXVI, LXVII, presso il Labbe, 1. c. Confrontinsi: Erchemperti Historia, l. c.; e Anonymi Salernitani Chronicon, cap. CXXXI della edizione del Pratilli.
[788.] Le lagnanze contro Lamberto si veggano nelle epistole di Giovanni VIII, ni XX, a XXVII, presso Duchesne, Historiæ Francorum Scriptores, tomo III, p. 880, seg.
[789.] Epistola di Giovanni VIII, nº LXXXIX, presso Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo IX, p. 74.
[790.] Erano tutti figliuoli dei fratelli del vescovo, per nome: Pandone, Landone I e Landonolfo.
Pandonolfo, figliuol di Pandone, ebbe il titolo di conte e i feudi di Teano e Caserta;
Landone, figliuolo di Landone I, ebbe Sessa e Berolais, ossia Capua vecchia;
Landone, figliuolo di Landonolfo, ebbe Calinio e Caiazzo;
Atenolfo, figliuolo di Landonolfo, ebbe il feudo di Calvo.
Veggasi Erchemperto, cap. XL, e la genealogia dei conti di Capua per Camillo Pellegrino.
[791.] Ciò è attestato da Erchemperto, cap. XLVII; e Leone d'Ostia, lib. I, cap. XLIII, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo IV, p. 316.
[792.] Si scorge dalla epistola di Giovanni VIII, data il 5 aprile, 12ª indizione, presso Labbe, op. c., tomo IX, nº CLXVIII, p. 109.
[793.] Ibidem, ni CLXXII, CLXXVIII, CLXXIX, CLXXXVI, CXCVII, CCXVI.
[794.] Ibidem, ni CCIX, CCXXV, CCXXVII.
[795.] Ibidem, nº CCXLII.
[796.] Leo Ostiensis, lib. I, cap. XLIII, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo IV, p. 316.
[797.] Epistole CLIX a CLXI di Giovanni VIII, presso il Labbe, vol. c., p. 105 e 106.
[798.] Ibidem, epistola CCXLI, p. 171.
[799.] Ibidem, epistola CCXL, p. 171.
[800.] Baronius, Annales Ecclesiastici, anni 879, 880.
[801.] I confini di Spoleto arrivavano sino a Sora e al Lago di Celano.
[802.] Erchemperti Historia, cap. XLIV, copiato dall'Anonimo Salernitano, cap. CXXXVI della edizione del Pratilli. Erchemperto non porta data, ma scrive questo fatto dopo un assedio di Capua che si dee riferire all'880.
[803.] Anonymi Salernitani Chronicon, cap. CXXXVI, ediz. del Pratilli.
[804.] Erchemperti Historia, cap. LXXIX; e Anonymi Salernitani Chronicon, cap. CXLVII della edizione del Pratilli. La data si scorge dall'ordine in che questo fatto sta con altri più noti.
[805.] Erchemperti Historia, cap. XLIV. L'autore non potea dimenticare questa data, perchè ei medesimo fu fatto prigione al castel Pilano, preso dai Napoletani dopo l'assedio dell'anfiteatro di Capua, il 23 agosto 881.
[806.] Erchemperti Historia, cap. XLVII.
[807.] Giovanni VIII, epistole CCLXV e CCLXX, presso il Labbe, vol. c., p. 191, 195; e la seconda anche appo il Baronio, Annales Ecclesiastici, anno 881, § 2.
[808.] Erchemperti Historia, cap. XLIX, copiato dall'Anonimo Salernitano, cap. CXL, stampato per errore CL, nella edizione del Pratilli. Ritraggo la tradizione popolare dal Caraccioli, il quale ricorda qui il proverbio che si serbava ai suoi tempi: “Quattro sono i luoghi della Saracina: Portici, Cremano, la Torre, e Resina.”
[809.] Erchemperto, l. c.
[810.] Baronio, Annales Ecclesiastici, anno 882, § 2.
[811.] Giovanni VIII, epistola CCXCIV, presso il Labbe, vol. c., p. 210; e presso il Baronio, Annales Ecclesiastici, anno 881, § 6.
[812.] Erchemperti, Historia, cap. XLIX.
[813.] Baronio, l. c.: aliquantos utiles et optimos Mauriscos cum armis, quos Hispani cavallos alpharaces vocant.
[814.] Pietro Suddiacono, continuatore di Giovanni Diacono di Napoli, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 316.
[815.] Leonis Ostiensis, lib. I, cap. XLIII, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo IV, p. 316, 317. Non si sa ond'egli abbia tolto questo racconto, d'altronde verosimile e non sospetto. Non lo cavò certo da Erchemperto, nè dalla Cronica di San Michele in Volturno, citati per errore dal Wenrich, Commentarii, lib. I, cap. X, § 88. Leone dice espressamente che i Musulmani venissero di Agropoli; il che porterebbe la fermata loro a Itri verso l'autunno dell'882, e quella al Garigliano un poco appresso, forse nell'883, dopo la morte di Giovanni VIII.
[816.] Erchemperti Historia, cap, LI.
[817.] Erchemperto, cap. XLIV, e l'Anonimo Salernitano accennano appena l'arsione del monastero; al solito loro, senza data. La Cronica del monastero, pubblicata dal Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 404, seg., racconta, com'è naturale, molti particolari; ma l'autore visse tra la fine del decimo e il principio dell'undecimo secolo; la sua narrazione pare esagerata, almeno nel numero dei frati uccisi, ch'ei porta a 500 o 900; e vi troviamo in due luoghi diversi due diverse date del fatto; cioè a p. 332 l'anno undecimo di Basilio Macedone (878), e a p. 400, l'anno 882, indizione 15ª. Si vede dunque che le memorie ch'ebbe alle mani il compilatore, com'ei medesimo confessa, non si accordavano punto. Io mi sono appigliato alla data dell'882, sapendosi che passò poco tempo tra la distruzione di questo monastero e quella di Monte Cassino.
[818.] Tra le varie date che si assegnano alla distruzione di Monte Cassino, mi sono appigliato a quella dell'883, che risponde alla 2ª indizione, notata da Leone d'Ostia; e che d'altronde si legge nell'Anonimo Salernitano, il quale ebbe alle mani al certo buoni esemplari di Erchemperto. La riedificazione ricominciò l'886, secondo Erchemperto, e l'884, secondo l'Anonimo. Si confrontino: Erchemperti Historia, cap. XLIV e LXI; Anonymi Salernitani Chronicon, cap. CXXXVI, e CXLIV della edizione di Pratilli; Chronicon Vulturnense, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 405; Leonis Ostiensis Historia, lib. I, cap. XLIV, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo IV, p. 317. Merita d'esser letta a questo proposito un'opera moderna, la Storia della Badia di Monte Cassino, di Don Luigi Tosti, dotto monaco, il quale aggiunge alcuni particolari cavati da una vita manoscritta di Bertario, e li abbellisce con zelo lodevole in lui, e con pulito e dignitoso stile; tomo I, p. 65, seg.
[819.] Erchemperto, cap. LI.
[820.] Erchemperto, cap. LIV.
[821.] Erchemperto, cap. LVI, LVII; Anonimo Salernitano, cap. CXLII, edizione di Pratilli.
[822.] Veggasi per costui la nota 1, p. 452
[823.] Erchemperto, cap. LV; Anonimo Salernitano, cap. CXLII, edizione di Pratilli.
[824.] Erchemperto, cap. LVIII; Anonimo Salernitano, cap. CXLIII, edizione di Pratilli.
[825.] Veggasi per costui la nota 1, p. 452.
[826.] Erchemperto, cap. LXXIX.
[827.] Chronicon Vulturnense, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 407.
[828.] Erchemperto, cap. LXVI; Anonimo Salernitano, cap. CXLV, ediz. di Pratilli.
[829.] Anonimo Salernitano, cap. CXLV, edizione di Pratilli.
[830.] Erchemperto, cap. LXXIII.
[831.] Erchemperto, cap. LXXV, LXXVII; Anonimo Salernitano, edizione di Pratilli, cap. CXLVII.
[832.] Erchemperto, cap. LXXVI; Anonimo Salernitano, edizione di Pratilli, cap. CXLVII.
[833.] Questo fatto si legge nello Anonimo Salernitano, cap. CLVI, ediz. di Pratilli.
[834.] Così penso, perchè al tempo di Edrisi (1154) il Val Demone arrivava a Caronia; il qual confine va attribuito a cagione politica più tosto che a necessità di geografia fisica. Nel XIV secolo il Val Demone fu esteso verso ponente; assegnatogli un confine naturale, cioè l'Imera settentrionale, detto altrimenti Fiume Grande.
[835.] Veggansi questi ricordi qui appresso p. 468, nota 4.
[836.] Le autorità citate dal Di Gregorio, Considerazioni su la Storia di Sicilia, lib. II, cap. II, note 24, 25, 26, fanno menzione del Val di Milazzo, Val di Mazara, Val di Noto e Val di Agrigento, oltre il Val Demone. Il Di Gregorio, che non vide chiaro negli ordini anteriori ai Normanni, supponea che la divisione in tante valli “ch'era forse solamente geografica” fosse stata adottata da re Ruggiero come divisione politica. Pochi righi appresso si contraddice, affermando che re Ruggiero istituiva i tre giustizierati di Val Demone, Val di Noto, e Val di Mazara; il che mostrerebbe che le province di Milazzo e Agrigento non fossero entrate nella divisione politica. A me la spiegazione più semplice pare, che la voce vallis debba intendersi nei detti diplomi col significato indistinto di territorio, da potersi adattare a città o distretto o provincia; come appunto la voce arabica iklîm, che probabilmente si leggea nei registri dell'azienda pubblica, e fu tradotta bene o male vallis. Può anche darsi che la divisione in tre province fosse stata adoperata dagli Arabi in alcuni rami di amministrazione, e in altri rami un'altra. Per esempio, nulla toglie che gli iklîm di Milazzo e Agrigento fossero stati due circoscrizioni di beneficii militari, assegnate ciascuna ad un giund.
[837.] È bene qui ricordare che nella prima metà del XIII secolo, Federigo imperatore tornò alla divisione romana in due province; la quale durò almeno fino alla rivoluzione del Vespro. Poi veggiamo ricomparire i giustizieri delle valli di Milazzo, Castrogiovanni e Demona. (Diploma del 1302, presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 410.) Nei principii del XV secolo la Sicilia fu divisa in quattro valli: Demona, Noto, Castrogiovanni, e Girgenti. (Censo feudale del 1408, presso Di Gregorio, Bibliot. Aragon., tomo II, p. 490.) In fine si tornò alle tre valli.
[838.] La mutazione del nome di Lilibeo in Porto di Ali, fa supporre che quella città fosse stata distrutta al tempo del conquisto musulmano, o forse prima. Le città non abbandonate, assai di rado presero novelli nomi.
[839.] Theophanes continuatus, lib. V, cap. LVIII, p. 297. Καὶ τὸ ὰπὸ τούτου διέμειναν πιστοὶ βασιλεῖ τοιοὺτων έξηγούμενοι κάστρων. Questa voce si trova anche nel Nuovo Testamento, Luca, XXII, 28.
[840.] Il participio presente del verbo διαμένω (permaneo, perduro) al genitivo plurale farebbe τῶν διαμενόντων, che l'uso volgare forse contrasse in Ton Demenon.
[841.] L'arabico welâia significa territorio, giurisdizione o uficio di wâli; e wâli si dice di varii magistrati preposti a province, ovvero a rami speciali di amministrazione pubblica.
[842.] Ecco in serie cronologica gli scritti ove occorre Demona con le sue varianti, prima come nome di città, poi di provincia:
I. Anno 902. Assedio e presa di Dimnsac (con la terminazione nel suono che daremmo alla s e alla c unite dinanzi una i, ossia quello della ch in francese e sh in inglese). Veggasi Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 92 e 167 verso; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars, il solo ove si legga correttamente. Ibn-el-Athîr, ancorchè vissuto nel XIII secolo, trascriveva in questo passo ricordi derivati dal IX.
II. Anno 963. Nome di Dimnasc dato a una gola di monti presso Rametta. Veggasi Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 16, correggendo la lezione secondo uno dei MSS. di Parigi. Valga, per l'antichità del ricordo, la stessa avvertenza che feci di sopra per Ibn-el-Athîr.
III. Verso la fine del decimo secolo, la Biografia di San Luca, abate del monastero di Armento in Calabria, dice costui siciliano di Demena. Presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 96.
IV. Malaterra, libro II, cap. XII, scrivendo, alla fine dell'undecimo secolo, del secondo sbarco del conte Ruggiero in Sicilia (1060) dice: Hic Christiani in valle Deminæ manentes, sub Saracenis tributarii erant. Presso Caruso, Bibliotheca Historica, tomo I, p. 181, e presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 539, seg.
V. Anno 1082. Diploma, del conte Ruggiero, che concede al vescovo di Troina..... in valle Deminæ castrum quod vocatur Achareth. Presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 495.
VI. Anno 1084. Altro diploma del conte Ruggiero a favor del monastero di Sant'Angelo, de Lisico Tondemenon. Presso Pirro, op. c., p. 1021.
VII. Anno 1093. Diploma per lo stesso monastero chiamato qui Sancti Angeli de Lisico de valle Dæmanæ. Presso Pirro, l. c.
VIII. Anno 1096. Diploma, nel quale descrivendo i confini della diocesi di Messina, si dice: ..... usque ad Tauromenium, et respondet ad Messanam, et vadit usque ad Melacium, et respondet ad Demannam, et inde vadit per maritimam usque ad Flumen Tortum, et ascendit per flumen ec. Nello stesso diploma si ricorda la donazione del castellum Alcariæ apud Demennam. Presso Pirro, op. c., p. 383. È evidente che Demenna in entrambi i luoghi citati sia nome di provincia, poichè da Milazzo in poi non si notano più i nomi di città che sarebbero Patti, Caronía e Cefalù, ma sì il confine della provincia, il quale si sa che terminavasi a Caronía.
IX. Diploma del 1097, per lo quale il conte Ruggiero concedette certi beni al monastero di San Filippo di Demena. Questo diploma è trascritto in uno di Adelasia e del conte Ruggiero Secondo, poi re, dato l'anno 6618 (1110), che il Pirro pubblicò in latino, a p. 1027, con la data erronea del 6628. Niccolò Buscemi ha corretto quella data, stampando il testo greco con una versione italiana, nel Giornale Ecclesiastico per la Sicilia, tomo I (1832), p. 113, seg. Ma il Buscemi stampò male la voce Δε-Μεννα; poichè il tratto d'unione, come lo chiamano gli oltramontani, è segno ortografico ignoto ai Greci, e non si trova punto nell'originale, posseduto dal principe di Trabia; diploma di belli e nitidi caratteri, del quale ho depositato un fac-simile nella Biblioteca imperiale di Parigi.
X. Anno 1124. Diploma del medesimo Ruggiero Secondo, a favore di detto monastero chiamato Abbatia in valle Dæmanis. Presso Pirro, op. c., p. 1027.
XI. Anno 1131. Diploma del vescovo di Messina, che assoggetta allo archimandrita di quella città parecchi monasteri greci della diocesi; tra gli altri quello di Sanctum Barbarum in Demeno. Presso Pirro, op. c., p. 974.
XII. Anno 1134. Diploma di Ruggiero Secondo, su lo stesso argomento. Vi si noverano i monasteri assoggettati all'archimandrita, e tra quelli Sanctum Barbarum de Demenna, e alcuni altri independenti, tra i quali Sanctum Philippum de Demenna. Pirro, op. c., p. 975.
XIII. Edrisi, che pubblicò la sua famosa opera geografica il 1154, descrivendo la costiera di Sicilia a dritta di Palermo, pervenuto a Caronía, nota che quindi cominciasse la provincia (iklîm) di Dimnasc, come leggiamo nel migliore dei MSS. Edrisi, nella minuta descrizione che fa della Sicilia, non parla di città o castello nominato Dimnasc.
Confrontando le quali testimonianze, e avvisandomi che nei diplomi notati dal nº VI al XII si tratti anco della provincia, io credo provata la esistenza di Demana castello infino al decimo secolo, di Demana provincia dall'undecimo in poi; ma parmi assai dubbio che il castello durasse fino all'undecimo secolo, e certo che a metà del duodecimo fosse abbandonato o avesse mutato nome. Quanto al sito del castello non abbiamo argomenti da determinarlo: se non che il nome topografico, che si legge nella descrizione della battaglia di Rametta (963), dà indizio che Dimnasc si trovasse a ponente di quella città. Forse a quattro o cinque miglia, là dove è oggi Monforte: nome di castello registrato da Edrisi, e nato probabilmente dopo il conquisto normanno; nome anco di feudo nei tempi normanni, come leggiamo nel Dizionario Topografico del D'Amico.
[843.] Hedaya, tomo I, lib. V, cap. I, p. 435; D'Ohsson, Tableau général de l'Empire Ottoman, tomo VI, p. 3; Kodûri, presso Rosenmuller, Analecta Arabica, § X, p. 3 del testo.
[844.] In sostanza era l'uno e l'altro, cioè assicurazione delle persone e delle proprietà. Le cronache soglion dare al tributo la prima di queste appellazioni; Mawerdi lo denota con la seconda, nel trattato di dritto pubblico intitolato Ahkâm-Sultanîia, lib. IV, p. 83; Kodûri, op. cit., § XLVI, p. 12, lo chiama gezîa.
[845.] Ibn-Khaldûn, sezione II, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tomo II, fog. 181 recto. Il tributo annuale di Cipro, secondo Ibn-Khaldûn, sommò a 7000 dinar, quanti l'isola ne solea pagare all'impero bizantino. Le altre condizioni rispondono in parte a quelle imposte agli dsimmi.
[846.] Mawerdi, Ahkâm-Sultanîia, lib. XIII e XIV, p. 238 e 255, seg.; Hedaya, tomo II, lib. IX, cap. VIII, p. 211; D'Ohsson, Tableau général de l'Empire Ottoman, tomo V, p. 95. Secondo Mawerdi, il dritto di proprietà lasciavasi talvolta intero, talvolta si riduceva a mero dominio utile.
[847.] Hedaya, lib. XLIX, cap. II, e lib. L, nel tomo IV, p. 280 e 332. Nondimeno questo è dei capi lasciati incerti dal Corano e dalla Tradizione, ovvero oscurati dalla logica dei giuristi. Così Mâlek e Sciafe'i combatteano la uguaglianza di pena nei reati contro gli dsimmi, al dire di Beidhawi, Comento del Corano, testo arabo, tomo I, p. 99, sul versetto 175 della sura II. Dovea parere scandaloso, in vero, che l'uccisore d'una donna musulmana pagasse metà dell'ammenda, stabilita in prezzo del sangue di un uomo musulmano, o dsimmi.
[848.] Hedaya, lib. LII, cap. I, tomo IV, p. 473.
[849.] Mawerdi, Ahkâm-Sultanîia, lib. XIII, p. 250, chiama coteste condizioni mostahekk, cioè “necessarie,” e nota non esser uopo di stipolarsi espressamente. Le altre che seguono son dette da lui mostahebb, ossia “volontarie,” e dipendono da patti espressi.
[850.] In peso di metallo tornerebbe a lire 28, 80.
[851.] Tratterò largamente questa materia e il diritto di proprietà territoriale nel cap. I del Libro III, abbozzando gli ordini della colonia musulmana di Sicilia.
[852.] Tra le condizioni che si dicono stipolate coi figliuoli di Witiza, in premio d'avere tradito Rodrigo alla giornata del Guadalete, si legge che andassero esenti dall'obbligo di alzarsi alla entrata o uscita dei Musulmani. Ibn-abi-Fiadh, citato da Ibn-Scebbât, MS. di M. Rousseau, p. 98.
[853.] Il dritto si stabilì in cotesti termini, non ostante che Omar avesse stipolato, com'egli è indubitabile, il divieto della restaurazione.
[854.] Su questo diritto veggasi l'Hedaya, lib. LII, cap. VI, tomo IV, p. 534, seg.; e D'Ohsson, Tableau général de l'Empire Ottoman, tomo V, p. 120, seg. È inutile aggiungere che in oggi tutte le Chiese cristiane in Oriente posseggono beni.
[855.] Ho compilato questa esposizione su le autorità seguenti: Accordo di Omar coi Cristiani di Siria, secondo Ibn-Khaldûn, sezione IV, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quinquies, tomo IV, fog. 181 recto, seg.; Mawerdi, Ahkâm-Sultanîia, lib. XIII, p. 250, seg.; Kodûri e Sîdi-Ali-Hamdâni, testi arabi pubblicati dal Rosenmuller, Analecta Arabica, p. 13, seg., il primo, e 20, seg., il secondo; Statuti promulgati in Egitto l'anno 700 (1300), secondo Ibn-Khaldûn, l. c.; Fetwa (ossia avviso legale), di Ibn-Nakkâsc (scritto Naqquâch), dottore, morto al Cairo il 1362. Una versione francese di questo fetwa è stata pubblicata da M. Belin nel Journal Asiatique, série IV, tomo XVIII, p. 417, seg., (1851), e tomo XIX, p. 97, seg., (1852); Hedaya, lib. IX, cap. VIII, tomo II, p. 211, seg.; D'Ohsson, Tableau général de l'Empire Ottoman, tomo V, p. 104, seg. Ho tolto via le condizioni di poco momento, e quelle che mi sembravano dipendenti da circostanze locali.
Correndo tante copie diverse dello accordo di Omar, ch'è tipo di tutti gli altri, parmi bene fare un sunto esatto del testo che ne dà Ibn-Khaldûn nel luogo citato, il quale mi sembra più compiuto di quanti se ne leggono qua e là, non escluso il testo di Kodûri. Lo credo altresì degno di attenzione per la bizzarra forma diplomatica, e perchè vi si trova il nome dei Cristiani di Egitto oltre quei di Gerusalemme e la assimilazione degli ortodossi agli scismatici.
“Questo è uno scritto indirizzato al Servo di Dio Omar dai Cristiani di Siria e d'Egitto. Quando veniste a noi, vi chiedemmo l'amân per le nostre persone, figliuoli, beni e gente di nostra religione; onde stipulammo di non fabbricare nelle nostre città o nei dintorni alcun novello monastero, nè chiesa, nè romitaggio, nè riparare quelli che andassero in rovina nelle strade abitate da Musulmani. Stipulammo di più di lasciar entrare in quegli edifizii i capi e i viandanti, e dar ospizio e vitto per tre dì ad ogni Musulmano che ce ne richiedesse. Inoltre abbiamo pattuito di astenerci dalle cose seguenti:
“Dare ricetto nelle chiese e case a spie che venissero ad esplorare le faccende dei Musulmani;
“Leggere il Corano ai nostri figliuoli;
“Promuovere la nostra religione facendo proseliti;
“Attraversare i nostri parenti che volessero farsi Musulmani.
“Di più, permetteremo ai Musulmani di sedersi nelle nostre brigate; e alla entrata loro ci leveremo in piè
“Non imiteremo lor fogge di vestimento, berretti e turbanti.
“Non piglieremo lor nomi nè soprannomi.
“Non monteremo a cavallo con sella.
“Non cingeremo spada nè altre armi.
“Non terremo suggelli con leggende arabiche.
“Raderemo i capelli su la fronte.
“Riterremo le nostre attuali fogge di vestire, ove il potremo.
“Cingeremo ai fianchi il zunnar (cintura di cuoio).
“Non mostreremo le croci.
“Non apriremo fogne nelle strade o mercati dei Musulmani.
“Non suoneremo le tabelle in alcuna città abitata da Musulmani.
“Non usciremo coi nostri doppieri, nè i nostri taghût (idoli).
“Non faremo piagnistei pei morti.
“Non li porremo presso i Musulmani.
“Non accenderemo fuochi nelle strade o mercati di Musulmani.
“Non prenderemo appo di noi gli schiavi appartenenti a Musulmani.
“Non cercheremo di guardare entro le case dei Musulmani.
“Non inalzeremo le nostre (più delle loro).”
Omar, lette tali proposizioni, aggiunse: che non battessero alcun Musulmano; che stipulassero per sè e loro correligionarii (solidariamente); e che, accettato l'amân a cotesti patti, chiunque li trasgredisse, non fosse più tenuto come dsimmi, rimanendo fuor della legge. Di più, estese l'amân ai dissidenti (cristiani), e scrissevi: “Omar accorda quanto chieggono.”
[856.] Veggansi l'amân di Omar in fine della nota precedente, e il passo di Mawerdi qui appresso, p. 481, nota 1.
[857.] Veggasi Depping, Histoire du Commerce, etc., tomo II, cap. VII.
[858.] Hedaya, lib. LI, tomo IV, p. 459.
[859.] D'Ohsson, Tableau général etc., tomo V; Hamilton, Prefazione all'Hedaya, tomo I, p. XXXIV.
[860.] “E quand'essi facciano scisma in religione, o contendano su loro ortodossia, non siano molestati nè costretti a palesare qual credenza tenessero. Nelle cause loro, se adiscano loro hâkim (magistrato in generale) non ne siano impediti; ma se richieggano il nostro hâkim, questi giudichi secondo ragion musulmana, e gli accusati subiscano le pene che fossero per meritare. Chi poi abbia violato il patto (di vassallaggio), ne soffra le conseguenze, e sia tenuto come nemico.” Così Mawerdi, Ahkâm-Sultanîia, lib. XIII, p. 252.
[861.] La giurisdizione dei consoli europei in Oriente è fondata su lo stesso principio del compromesso. L'hanno convalidato ed esteso i trattati; nel medio evo, per interesse commerciale; poscia, per necessità politica dei principi musulmani.
[862.] La voce 'abd, che si adopera in senso mistico, come sarebbe Abd-Allah (servo di Dio), e che nel Corano designa anche gli schiavi, fu poi ristretta dall'uso ai Negri. I Bianchi, oltre le due denominazioni che ho dato, si chiamavano talvolta gholâm, che propriamente significa “garzone.”
[863.] Libro I, cap. III, p. 63.
[864.] Corano, sura IV, verso 40.
[865.] Corano, sura XXIV, verso 33.
[866.] Hedaya, libro XLIX, cap. I, tomo IV, p. 277.
[867.] Hedaya, lib. IV, cap. VII, e lib. VI, cap. III, tomo I, p. 332 e 500.
[868.] Hedaya, lib. V, cap. VII, tomo I, p. 478, seg.
[869.] Mishcat-ul-Masabih, lib. XIV, cap. I, tomo II, p. 163.
[870.] Veggansi l'Hedaya, lib. XLIX, cap. II, tomo IV, p. 279 e 283; e Beidhawi, Comento del Corano, testo arabico, tomo I, p. 99, sul verso 173 della sura II, ove si legge che Maometto una volta fe' vergheggiare e bandì per un anno un Musulmano uccisore del proprio schiavo. La ragione non spiegata dai giuristi musulmani, mi sembra pur evidente. La legge non ammetteva azione pubblica per l'omicidio; e l'azione privata, nel caso d'uno schiavo ucciso dal padrone, apparteneva allo stesso omicida.
[871.] Hedaya, lib. XLIV, tomo IV, p. 126; D'Ohsson, Tableau général de l'Empire Ottoman, lib. III, tomo IV, p. 276.
[872.] Veggasi D'Ohsson, op. c., lib. VI, tomo VI, p. 58; e su i varii modi e gradi dell'emancipazione tutto il libro V dell'Hedaya, tomo I, p. 419, seg.
[873.] Nella guerra civile del 938, si vede avvolto un gran numero di città o castella del Val di Mazara. Indi è probabile che in ciascuna stanziassero colonie musulmane, almen da una o due generazioni.
[874.] Dall'867 in poi non si leggono scorrerie dei Musulmani in Val di Noto, fuorchè nel territorio di Siracusa; e ciò porta a supporre la condizione di vassallaggio, parendo difficile che città tributarie non avessero tentato di spezzare il freno. Nelle guerre civili della prima metà del decimo secolo non è nominata alcuna città del Val di Noto; ma nella guerra civile del 969 si parla della regione di Siracusa.
[875.] S'ignora la data, che in vero non potè essere precisa. L'Assemani, Italicæ Historiæ Scriptores, tomo III, p. 475, la riferisce al 737.
[876.] Non ricorderò le opinioni messe fuori dal Pirro, Disquisitio de Patriarca Siciliæ, nella Sicilia Sacra, p. LXXV, seg., e da parecchi altri eruditi palermitani, messinesi e di varie città, che rabbiosamente e puerilmente si azzuffavano a proposito dei sognati metropolitani dell'isola avanti l'VIII secolo. Veggasi bene il Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, dissertazione II, p. 413, seg. L'autore fu indegnamente perseguitato, perchè dimostrò un fatto storico: ma oggi nella Chiesa Siciliana non vi ha chi dissenta da lui.
Il catalogo delle Chiese siciliane e il grado dei metropolitani si ritraggono dall'editto degli imperatori bizantini, noto agli eruditi sotto il titolo di Dispositio, e attribuito a Leone il Sapiente, ma di certo pubblicato con vario tenore in varii tempi, dall'VIII al XIII secolo. Io ho messo insieme i nomi che si trovano in due esemplari, probabilmente l'uno del principio, e l'altro della fine del IX secolo, dei quali uno si legge presso il Di Giovanni, op. c., diploma CCXCII, p. 341, e presso l'Assemani, op. c., tomo III, p. 490, e il secondo nello stesso volume dell'Assemani, p. 493. L'ordine delle città, con poche eccezioni, è nel primo diploma quello che incontrerebbe chi girasse la costiera di Sicilia uscendo da Siracusa per a mezzogiorno; e nel secondo diploma, al contrario, di chi movesse per a settentrione. Nel primo, inoltre, manca Lentini, e Triocala è detta Cronio; nel secondo non si leggono nè Lipari, nè Trapani, e Catania va tra i suffraganei di Siracusa. Le varianti di altri esemplari, tratte da moltissimi codici della Vaticana, si leggono presso l'Assemani, op. c. p. 475 a 531.
Sono apocrife le notizie dei metropolitani di Messina e di Palermo nell'ottavo e nono secolo, com'è provato dall'Assemani, l. c., p. 497 seg., e dal Di Giovanni, Codex Siciliæ Diplomaticus, p. 399.
Il titolo di arcivescovo di Taormina, dato in alcuni MSS. di omelie a Teofane Cerameo, come si dirà in questo medesimo capitolo, non basta a dimostrare che quella sede fosse stata metropolitana.
[877.] Il Buscemi, nel lavoro di cui or ora si dirà, novera 34 MSS. in alcune Biblioteche d'Europa. Non mi par ch'egli abbia notato tutti quelli della Biblioteca imperiale di Parigi, che sono i seguenti: Ancien Fonds 572, 760, 772, 1021, 1183, 1184, 1185, 1185 A, 1206, 1207; Supplément grec, ni 34 e 371 del catalogo MS. di M. Hase, e nº 277 della Bibliotheca Coisliniana. Nessuno di questi MSS. è più antico del XIII secolo. Molti non contengono che una sola omelia. Aggiungansi i codici della Biblioteca di Vienna, notati nel Catalogo di Nessel, parte 1, p. 163, 276, 360, 386, ni 82, 189, 257 e 279.
[878.] Filosofo, era titolo di oficio ecclesiastico, al par che cantore. Si trova nei diplomi delle Chiese Siciliane del XII e XIII secolo.
[879.] Sapientissimi et eloquentissimi Theophanis Ceramei, Archiepiscopi Tauromenitani, Homiliæ etc., Lutetiæ Parisiorum 1644, in-folio, greco e latino. Il Baronio, il Gaetani e altri eruditi avean dato alcuna di coteste omelie, e alcun'altra era tradotta, ma non pubblicata, quando lo Scorso, col favore di parecchi MSS., corresse e compiè la versione, e la diè alla luce insieme col testo. Le premesse una gonfia dedica alla città di Taormina; una confusa dissertazione biografica e critica; e sparse molta inutile erudizione nelle note.
[880.] Cave, Scriptorum Eccles. Historia Litteraria, tomo II, p. 132. La data del 1040, che l'autore assegna a re Ruggiero, è sbagliata d'un secolo.
[881.] Il Buscemi morì giovane or son pochi anni, dopo avere pubblicato una biografia di Giovanni di Procida e molte dissertazioni, illustrazioni di diplomi, e articoli di giornali, aggirandosi sempre sulla storia di Sicilia del medio evo. Ricercatore infaticabile, esperto a diciferare manoscritti, erudito nelle cose sacre; ma ellenista così così, critico alla grossa, faccendiere, parteggiante, e però di rado imparziale, il Buscemi recò pur molto giovamento agli studii storici in Sicilia, se non altro perchè rimestava i materiali.
Il suo lavoro su Teofane Cerameo, pubblicato nel Giornale Ecclesiastico di Sicilia, Palermo 1832, n'empie le prime 48 pagine. Contiene accurate notizie bibliografiche e un indice alfabetico dei principii delle omelie, ove sono messe insieme le pubblicate dallo Scorso e le manoscritte di Madrid, secondo il catalogo d'Iriarte. Del rimanente, il Buscemi non mostra nè buona critica nè gusto in questa monografia. Son lieto d'intendere che Pietro Matranga, dotto ellenista siciliano e Scrittore della Vaticana, abbia preso a fare ricerche e studii su le Omelie di Teofane Cerameo. Così possiamo sperare su questo argomento un lavoro profondo e compiuto.
[882.] Codex Siciliæ Diplomaticus, p. 316 e 410. Il Di Giovanni bene avvisò che il Teofane monaco, al quale si vede indirizzata una epistola di Fozio, non poteva essere l'arcivescovo di Taormina. Ma troppo facilmente ei suppone due arcivescovi di Taormina, Teofane e Gregorio, vissuti l'un prima e l'altro dopo il conquisto musulmano.
[883.] Quelle notate dallo Scorso coi ni 55, 26 e 6, e le inedite del MS. di Madrid, ni 36 e 67.
[884.] Fu fondato il 1094.
[885.] La 6ª della edizione di Scorso. Il titolo di cantore si legge nel MS. di Madrid.
[886.] La 55ª della edizione di Scorso.
[887.] Il Buscemi immaginò che Teofane avesse mutato nome quattro o cinque volte, e portato successivamente tutti quelli che si leggono nei MSS. La usanza di prendere altro nome insieme con l'abito di frate, è notissima; ma basta solo a spiegare il primo cangiamento.
[888.] Secondo me, tutte quelle di cui si legge nel MS. di Madrid “Recitata dal pulpito dell'arcivescovado,” che sono ventisei pubblicate, e tre inedite. E ciò perchè somigliante avvertenza è fatta per alcune delle omelie appartenenti senza dubbio al IX secolo. Non saprei far conghiettura su l'epoca di molte altre. In alcune si legge soltanto la festa in cui furono recitate; in altre, il nome della chiesa e non della città. La inedita del MS. di Madrid, nº 79, fu recitata a Reggio. La 51ª della edizione dello Scorso fa cenno d'un Musulmano che avesse durato una tempesta insieme con l'autore nello stretto di Messina; ma così fatto accompagnamento potea avvenire nel IX, come nel XII secolo.
[889.] Omelia 11ª nella edizione dello Scorso. Quella del MS. di Madrid, nº 40, ha la postilla: “Recitata dal pulpito dell'arcivescovado al ritorno in Sicilia.”
[890.] Ἀχειρότευκτον. Forse si tenea venuta dal cielo; reliquia da rivaleggiare con la lettera della Madonna ai Messinesi.
[891.] Accenna a Sabbatio, il cui nome troviamo presso gli scrittori bizantini. Tenea costui lo stesso romitaggio di un altro furbo che avea presagito lo impero a Leone l'Armeno. Consultato di nuovo l'oracolo da messaggi di Leone già fatto imperatore, Sabbatio gli mandò a dir villania, e che non sperasse nulla di bene, fin tanto che adorasse gli Idoli. Leone allora volle andare travestito a parlargli; e Sabbatio, che n'avea avuto avviso da un cortigiano, gliene sciorinò tante più; si fece credere ispirato, ec. Veggansi Theophanes continuatus, lib. I, cap. XV e XVI; Symeon Magister, De Leone Armeno, cap. III.
[892.] Omelia 20ª, nella edizione di Scorso. L'oratore qui fa menzione della effigie di Maria dipinta da San Luca con la cera e i colori, che si conservava tuttavia in Costantinopoli; p. 129. Il Baronio, Annales Ecclesiastici, anno 842, diè uno squarcio di questa omelia.
[893.] Omelia 6ª, p. 26, e omelia 40ª, p. 288. Nella prima, il MS. di Madrid nota essere stata recitata dal pulpito arcivescovile. Quivi la invocazione è per gli imperatori al plurale; e nella seconda, al singolare: sembrano dunque composte, l'una avanti, e l'altra dopo l'854.
[894.] Omelia 13ª della edizione di Scorso, p. 80. Al tempo di re Ruggiero v'erano tuttavia molte popolazioni musulmane in Sicilia; ma il predicatore li avrebbe chiamato sudditi, non vicini.
[895.] Πόλιν ταύρου καὶ μενείας.
[896.] Omelia 57ª della edizione dello Scorso, p. 385: Ὁί τε γὰς τῆς ὰσεβοῖς προέχοντες πόλεως, τουτέστιν ὁί επὶ κακία περιφανέστεροι.
[897.] Omelia 58ª della edizione di Scorso. Questo linguaggio non si usava certamente dal pulpito sotto il regno di Ruggiero.
[898.] Ὀύτε τῆν σκάφησιν. Da questa voce greca par derivata la voce “scalzare” che si pronunzia in dialetto siciliano squasari, e si usa particolarmente parlando delle viti. Credo pertanto che l'autore qui alluda alla cultura delle vigne.
[899.] La decenza del nostro secolo non permette di tradurre litteralmente la frase di “cavalli θηλυμανείς,” che è tolta da Geremia, cap. V, v. 8.
[900.] Infatti, nella omelia 21ª della edizione di Scorso si trovi una ammonizione a cessare i litigii, e non giurare. Nè di questa nè della omelia 62ª si ritrae dove fossero state recitate.
[901.] Omelia 62ª della edizione di Scorso.
[902.] Tale è il giudizio del Cave, Scriptorum Eccles. Historia Litteraria, tomo II, p. 132; del Fabricio, Bibliotheca Græca, tomo X, p. 232; per non dir nulla di quello dello Scorso, che assai men vale. Pure il gesuita palermitano, scrivendo egli stesso sì gonfio, riprendea Teofane di ampollosità.
[903.] Codice CCXXII della Biblioteca di Torino, e CCXXIX di quella di Vienna, citati dal Buscemi, p. 13, dal quale tolgo questa notizia. Il MS. di Vienna or citato si trova nel catalogo di Daniele de Nessel, parte I, p. 163. Codd. Theolog., nº LXXXII.
[904.] Così pensa l'Autore della Continuazione di Teofane.
[905.] Metodio, al dir della Continuazione di Teofane, si difese in pien tribunale la questo modo: Paulum se a throno subrigens, sinumque ad se colligens, verenda nuda ostendit, miraculo arefacta. Raccontò poi il miracolo; cioè, che sendo a Roma, e pregando San Pietro di liberarlo dagli stimoli della concupiscenza, gli apparve l'Apostolo in sogno, ed eam tangendo partem, libidinis sensum omnem extinxit. Sì indecenti erano que' bacchettoni!
[906.] Si riscontrino Theophanes continuatus, lib. II, cap. VIII; lib. III, cap. XXIV; lib. IV, cap. III, VI, X; Symeon Magyster, De Theophilo, cap. XXII, XXIII, XXIV, e De Michaele et Theodora, cap. I, III, IV; Georgius Monachus, De Michaele et Theodora, cap. I, II, III; Acta Sanctorum, 14 giugno, p. 960 a 973, e le altre autorità citate dal Mongitore, Bibliotheca Sicula, tomo II, p. 66, seg.; e Le Beau, Histoire du Bas-Empire, lib. LXVIII, § 28; LXIX, § 24; e LXX, § 4, 5, 7, 14.
[907.] I documenti e scrittori papalini, i soli che abbiamo sul fatto suo, lo chiaman sempre vescovo; non ammettendo la novella dignità metropolitana.
[908.] Nicetæ Paphlagonii Vita Sancti Ignatii, ec., greca e latina, presso il Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo VIII, p. 1199, lo dice “gravato a Costantinopoli di qualche accusa (ὲπ’ ενκλήμασι δὲ τισιν) e condannato da Roma per infrazione ai canoni.” Ma la epistola di Niccolò I, del 13 novembre 866, nello stesso tomo, p. 326, smentisce la seconda asserzione. Simeone, De Michaele et Theodora, cap. XXXII, lo dice deposto già dal patriarca Metodio, per avere ordinato (forse vescovo di Taormina) uno Zaccaria, inviato di Metodio alla corte di Roma, e per altri falli. E tal deposizione è smentita da Niceta, che l'attribuisce appunto al patriarca Ignazio. Insomma, alla esaltazione di costui, Gregorio era accusato, e non altro.
[909.] Niceta, op. c., p. 1199. Il gesuita tirolese Rader, che scrisse nel decimosettimo secolo, non so per che vezzo, rendea questa frase: et improbitatem illius probi Siculi. Il testo ha: καὶ μνησικακίαν τοῦ δεινοῦ εκείνου Σικελοῦ.
[910.] Καθηγητὴς καὶ ἱεροτελεστὴς.
[911.] Ζωγράφος.
[912.] Niceta, op. c., p. 1226. L'autore aggiugne che il volume fu poi preso in casa di Fozio, presentato al Concilio dell'867, e dato alle fiamme.
[913.] Si fa menzione di questo appello nelle epistole di Niccolò I, presso Labbe, op. c., tomo VIII, ni VII, VIII, IX, XI, p. 288, 289, 303, 320, 326, 335, 375, e in altri atti pontificii, a p. 1274, 1283, 1295, 1332. Tutti son dati in un tempo in cui la prima accusa contro Gregorio si confondea con quella, assai più grave, di aver fatto parte del concilio di Costantinopoli dell'861. Veggansi anche Niceta, op. c., p. 1199; e Baronio, Annales Ecclesiastici, an. 854.
[914.] Niceta, op. c., p. 1199.
[915.] Questo fatto si legge nel secondo decreto del Concilio di Roma, dell'863, presso Labbe, vol. c., p. 1322; e Baronio, Annales Ecclesiastici, an. 863.
[916.] Veggasi la epistola nº VIII di Niccolò, presso Labbe, vol. c., p. 298.
[917.] Sarebbe inutile di accumulare citazioni sul notissimo fatto dello Scisma, che si ricava dagli atti dei Concilii, dalla Vita di Sant'Ignazio, ec.
[918.] Veggansi le loro risposte nelle due diverse compilazioni degli atti di questo Concilio, l'una greca, l'altra latina, presso il Labbe, vol. c., p. 1061 e 1307, 1311, seg.
[919.] Niceta, op. c., p, 1258; Baronio, Annales Ecclesiastici, an. 878.
[920.] Il biografo mette i nomi di San Gregorio Decapolita e di Leone, senza dubbio l'Armeno. Ma questi morì prima che i Musulmani occupassero la Sicilia. Perciò, se non è bugiardo il fatto, van corretti i nomi.
[921.] San Niccolò, apparsogli in sogno, gli diè a mangiare uno scritto di squisito sapore, e di tanta virtù, che le catene si sciolsero, le mura si aprirono, e San Giuseppe si vide trasportato per aria a Costantinopoli.
[922.] Così dice Symeon Magister, De Theophilo, cap. XX.
[923.] Theophanes continuatus, lib. IV, cap. XXVI e XXVII. L'anonimo cronista riferisce la fondazione a Barda, ma ricorda espressamente che la ristorazione degli studii fosse cominciata prima.
[924.] Theophanes continuatus, lib. IV, cap. XXIX.
[925.] Gibbon, Decline and Fall, cap. LIII.
[926.] Due compilazioni v'hanno della biografia di San Giuseppe Innografo, pubblicate, l'una dal Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 43, seg., e dai Bollandisti, Acta Sanctorum, 3 aprile, p. 266, seg.; l'altra, dai soli Bollandisti, l. c.; e il testo greco della prima, corretto sopra un MS. Vaticano, si trova in fin del volume loro, p. XXXIV. L'originale si crede scritto da un diacono Giovanni, su le notizie che gli forniva un Teofane, discepolo dell'Innografo. Oltre i miracoli, vi ha sbagli madornali di cronologia: seguendo i quali, il P. Gaetani fe' vivere l'Innografo 170 anni. I Bollandisti ne diffalcarono un secolo; ma tuttavia non tolsero la contraddizione del biografo che portava Giuseppe fuggito di Sicilia fanciullo dopo la occupazione musulmana, la quale cominciò l'827, e fatto già sacerdote ai tempi di Leone l'Armeno, che morì l'820. La morte di San Giuseppe Innografo è riferita per conghiettura all'883.
[927.] Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo I, p. 128, seg. e Bollandisti, Acta Sanctorum, 18 giugno, tomo III (di giugno), p. 596, seg., ove leggonsi pochi frammenti del testo greco. Il Gaetani, seguíto in ciò dai Bollandisti, riferì la composizione dell'inno all'870.
[928.] Schoëll, Histoire de la Littérature grecque profane, versione francese del 1824, tomo IV, p. 48.
[929.] Veggasi Cedrenus, edizione di Bonn, tomo I, p. 4 e nota, nel tomo II, p. 748. Cedreno il chiama ὁ Σικελιώτης, e un altro MS. vi aggiugne διδάσκαλος. Secondo il luogo che gli assegna Cedreno, costui sarebbe vivuto verso la fine del X secolo.
[930.] Danielis de Nessel, Catalogus.... Bibl. Vindobonensis (1690), parte I, p. 14, nº X, § 3.
[931.] Vossius, De Historicis Græcis (Leyde, 1650), lib. IV, cap. XXI, p. 499; esattamente citato dal Mongitore, Bibliotheca Sicula, p. 313.
[932.] Histoire de la Littérature grecque profane, versione franc. del 1824, tomo VI, p. 370.
[933.] Questo elogio funebre, che porta il nome dell'autore, fu tradotto in latino sul testo greco del monastero del Salvatore di Messina, e pubblicato dal Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 52, seg., e con molte correzioni dai Bollandisti, Acta Sanctorum, 31 gennaio.
[934.] Petri Siculi Historia de Manichæis, versione latina di un MS. della Vaticana, nella Maxima Bibliotheca Patrum, tomo XVI. Veggansi anco, su le persecuzioni dei Pauliciani, Theophanes continuatus, lib. IV, cap. XVI; e Gibbon, Decline and Fall, cap. LIV.
[935.] Nella versione pubblicata dal Gaetani si legge Genicus, e si spiega “riscuotitore.” E veramente il verbo gena ha significato di “raccogliere,” e il derivato genâia vale “multa” e “tassa in generale;” come l'ha notato il Quatremère, Histoire des Sultans Mamlouks, tomo I, p. 199. Gêni significherebbe appunto collector.
[936.] Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 59.
[937.] Il biografo dice che morisse il 904, ottuagenario; il che significa soltanto che s'avvicinava agli ottanta.
[938.] Nella versione latina si legge fuco et cerussa. Si sa che questo è il bianco di piombo; l'altra è espressione vaga. Se nel testo greco si trovasse, com'è probabile, φῦκος, indicherebbe il rosso cavato da una specie d'alga.
[939.] Calamistrum.
[940.] La leggenda attribuisce l'accusa ai principali ismaeliti; dice che fu portata al califo (ameramnem), e che contenea due rubriche, 1º dispregio del Profeta e dei suoi vaticinii; 2º “predicare una novella religione, e sostenere il figliuol di Maria coeterno e consustanziale a non so che Spirito e al padre.” Or questo non mi pare nè linguaggio da Musulmani, nè invenzione del biografo. Non ostante qualche difficoltà, che sparirebbe forse se avessimo il testo greco, l'accusa sembra scritta dai fanatici della Chiesa Copta; e però la persecuzione seguita in Egitto. Alla stessa conchiusione porterebbe il fatto della liberazione ordinata dal governatore della provincia, non ostante il richiamo al califo.
[941.] Cap. X, p. 411, seg.
[942.] Leggasi nella biografia citata presso il Gaetani, tomo II, pag. 67, 68.
[943.] Il biografo dice che Sant'Elia venne in Palermo; che, partita quinci alla volta di Reggio l'armata musulmana, ei ritenne i Reggini i quali volean fuggire; e poi che da Palermo andò a Taormina. Se non v'ha qualche confusione nel testo, potrebbe supporsi ch'ei fosse tornato in Palermo, forse con l'armata bizantina, e di lì ito a Taormina.
[944.] Questo fatto è dato come contemporaneo alla sconfitta di Barsamio presso Taormina che seguì nell'881. Veggasi il Capitolo X, pag. 417.
[945.] Così nel testo greco, presso i Bollandisti, agosto, tom. III, p. 508. Nella versione latina si legge XVI kalendas augusti, che torna al 17 luglio, e si additerebbe meglio al caso di Tessalonica, seguito pochi giorni appresso.
[946.] Vita anonima di Santo Elia il giovane, tradotta sopra un MS. greco del monastero del Salvatore di Messina, e pubblicata dal Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 63, seg., e dai Bollandisti, Acta Sanctorum, 17 agosto, p. 483, seg. Non ho atteso alle note cronologiche delle due edizioni, trovando guida più certa nelle date della occupazione del sobborgo di Castrogiovanni e della espugnazione di Tessalonica. Ho tralasciato la ripetizione di molti miracoli, e il minuto ragguaglio della traslazione del corpo di Sant'Elia in Calabria.
[947.] Questa biografia latina, cavata da MSS. di Palermo, Mazara e Corleone fu pubblicata dal Gaetani, Vitæ ec., tomo II, pag. 80, e dai Bollandisti, con lo aiuto di un MS. di Roma, Acta Sanctorum, 1 marzo, pag. 27.
[948.] Presso Gaetani, Vitæ ec., tomo II, pag. 84, da un MS. della chiesa palermitana.
[949.] Op. cit., tomo II, pag. 86.
[950.] Veggasi il capitolo IX di questo IIº Libro.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Caronia/Caronía e simili; molti nomi arabi, come Abd-er-Rahman/Abd-er-Rahmân), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni elencate a pag. 535 (Aggiunte e Correzioni dell'Autore) sono state riportate nel testo.
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