NOTE:
[1.] Veggasi il Libro I, cap. III, VI.
[2.] Oltre il Corano e la Sunna, ossia il supposto precetto divino e lo esempio del Profeta, la legge si fondava sullo igtihâd, che vuol dire litteralmente “sforzo” degli interpreti ed esecutori ad applicare lo statuto ai casi non provveduti espressamente.
[3.] Mawerdi, Ahkâm-Sultanîa, lib. III, edizione di Enger, p. 51.
[4.] Mawerdi, op. cit., lib. I, p. 23, enumera così i dritti dello imâm, ossia califo, pontefice e principe: 1º Conservar la fede secondo i dommi cardinali e le interpretazioni concordi degli imâm precedenti, e ricondurre all'ortodossia i novatori, con la ragione o con la forza; 2º Far eseguire le leggi civili e criminali; 3º Vegliare alla sicurezza interna; 4º Fare osservare i precetti religiosi; 5º Difendere il territorio; 6º Portar guerra agli Infedeli; 7º Riscuotere le legittime entrate pubbliche; 8º Pagare gli stipendii e spese pubbliche; 9º Adoperare capaci e fidati ministri; 10º Trattar dassè le faccende più rilevanti. Tolti questi due ultimi paragrafi che contengono consigli di condotta, non ordinamenti di diritto pubblico, gli altri doveri dell'imâm non differiscono da quei dello emiro, che nella potestà d'interpretare i dommi.
[5.] Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 47, 48. Questo autore aggiunge che l'uficio di emiro poteva essere generale ovvero speciale; sendo lecito destinare un emiro alle cose di guerra e di polizia, come noi diremmo, e un altro all'azienda e giurisdizione; op. cit., p. 51. Ma tal caso sembra avvenuto assai di rado. Mawerdi stesso, p. 54, dice che nelle province conquistate di recente l'uficio di emir, di dritto, diveniva generale; nè si potea diminuirne il territorio, nè l'autorità. Le ragioni che ne allega Mawerdi son fondate su l'assioma, che il ben della religione e della repubblica musulmana va anteposto al capriccio del califo.
[6.] L'oficio della posta si chiamava appo gli Arabi berîd, trascrizione della voce latina veredus. Par che i Sassanidi abbian tenuto la stessa pratica in fatto di alta polizia; come l'accennai nella versione del Solwân d'Ibn-Zafer, nota 24 al cap. V, p. 313, 314.
[7.] Il Baiân, tomo I, p. 75, e Nowâiri, Storia d'Affrica, versione francese di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, tomo I, p. 588, fanno menzione del giuramento (biâ') prestato al nuovo emir di Affrica, Nasr-ibn-Habib (791).
[8.] Ibrahim non era al certo independente in dritto più che gli altri emiri di provincia. Per le monete di Heggiâg non occorre citazione. Su quelle di Mûsa, va ricordato che la leggenda talvolta fu latina, come si scorge dalle lettere di M. De Saulcy, Journal Asiatique, série III, tomo VII, p. 500, 540 (1839), e tomo X, p. 389, seg. (1840).
[9.] Capitolo V, p. 296.
[10.] La numismatica arabo-sicula finadesso può dare scarso aiuto alla Storia, sendo pubblicate pochissime monete, e la importante collezione di Airoldi non per anco studiata. A ciò si aggiunga, che rimangono poche speranze per l'epoca aghlabita, perchè gran copia di monete andò al crogiuolo per la gelosia dinastica, l'avarizia e il genio burocratico dei Fatemiti. Delle monete aghlabite di Sicilia alcune sono state pubblicate da Tychsen, Adler, Castiglioni; alcune dal Mortillaro, il quale compilò, utile lavoro, una lista di tutte le monete arabo-sicule, conosciute da lui. Le quattro che io ho accennato nel testo, si trovano le prime in quella lista (Mortillaro, Opere, tomo III, p. 343, seg.); ed io ne ho dato forse più corretti ragguagli nel Libro II della presente storia, cap. III, p. 283, cap. V, p. 296, e cap. VI, p. 320, del primo volume. Le altre monete aghlabite di Sicilia son registrate dal Mortillaro dal nº 5 al 12.
[11.] Fakhr-ed-dîn, presso Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 84. Non ho bisogno di avvertire che la Khotba sia la preghiera pubblica, in cui si ricorda il nome del principe e pontefice.
[12.] Veggasi il Libro II, cap. III, V, VI, VII, IX, X.
[13.] Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 51, 52, 53; lib. XIX, p. 375, seg.
[14.] Come apostasia, empietà, stupro, ubbriachezza ec.
[15.] Come omicidii e ferite, furti, calunnie.
[16.] Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 48, 51, 52, 53; lib. XIX, p. 375, seg.
[17.] Mawerdi, op. cit., lib. VII, p. 128, seg. Veggasi anche Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 132, seg. Talvolta il principe delegava alcuno allo esercizio di questa somma giurisdizione. Così abbiam ricordi di un wâli-l-mezâlim in Affrica sotto gli Aghlabiti, che poi fu câdi in Palermo.
[18.] Mawerdi, op. cit., lib, III, p. 48, 51, 52, 53; lib. VI, p. 107, seg.; e lib. XX, p. 405 a 408. Si avverta che la giurisdizione non restò divisa nè in tutti i paesi nè in tutti i tempi nel modo che porta il Mawerdi. Io ho voluto seguire a preferenza questo scrittore, perchè è contemporaneo alla dominazione musulmana in Sicilia, e ci mostra l'ordinamento normale d'allora, meglio che nol farebbero i trattati relativi all'impero ottomano, all'Affrica ec., al giorno d'oggi.
[19.] Mawerdi, op. cit., lib. VIII, p. 164, seg.
[20.] Mawerdi, op. cit., lib. XX, p. 404, seg. Veggasi ancora presso Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 468 a 470, uno squarcio dei Prolegomeni di Ibn-Khaldûn, il quale in parte copia litteralmente Mawerdi, e in parte aggiugne fatti novelli.
[21.] Makkari, presso Gayangos, The Mohammedan Dynasties in Spain, tomo I, p. 105; Lane, Modern Egyptians, tomo I, p. 166.
[22.] Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, presso Gayangos, op. cit., tomo I, p. XXXII; e nello stesso volume, Makkari, p. 104, e nota a p. 398; Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 184. Al Cairo fu detto wâli-l-beled, prefetto della città; in Spagna, sâheb-el-medîna, preposto della città, sâheb-el-leil, preposto della notte, e sâheb-es-sciorta. Gli Omeîadi aveano la grande e picciola sciorta, come noi diremmo alta e bassa polizia.
[23.] Ibn-Khallikân, Wafiat-el-'Aiân, Vita di Abu-Mohammed-Iahia-ibn-Akthem, fa menzione del sâheb-es-sciorta di Palermo sotto il principe kelbita Thikt-ed-daula. MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 502, fog. 326 verso; e 504, fog. 234 recto.
[24.] Capitolo LVI di Giacomo, e XVII di Federigo di Aragona; Diploma di Carlo d'Angiò del 24 ottobre del 1269, nella Biblioteca Comunale di Palermo, MS. Q. q. G. 2, pei Magistri sorterii di Palermo. Dalle annotazioni di monsignor Testa ai detti luoghi dei Capitoli del Regno, si vede usata infino ai principii del XVIII secolo in dialetto siciliano la voce sciorta, che latinamente scriveano sorta, surta, xurta, ec.
[25.] Veggansi il Lib. I, cap. VI, p. 133, seg., e p. 148; e il Lib. II, cap. II, p. 259.
[26.] Il Mehdi usava far leggere i suoi rescritti e avvisi di vittorie nella gemâ' di ciascuna città. Baiân, testo, tomo I, anni 296 a 300.
[27.] Veggasi Mawerdi, Ahkâm-Sultanîa, lib. XX, p. 411 a 414.
[28.] Daumas, Le Sahara Algérien, p. 72, 290, 293; e il medesimo, Mœurs et Coutumes de l'Algérie, p. 10.
[29.] Ricordinsi i wagih, sceikh e fakîh del Kairewân, di cui si fa parola nel Libro I, cap. IV, p. 148. Mawerdi, l. c., adopera il nome generico di dsui-l-mekena, ossia “notabili, o capaci;” i quali par non fossero i soli possessori e capitalisti, poichè si dice che possano contribuire alle opere pubbliche, sia con danaro, sia con lavoro. Ei nota essere così fatto obbligo non individuale ma dell'universale, ossia gemâ' dei cittadini notabili. Lo stesso autore adopera la voce dsui-l-mekena per denotare quella classe di persone alle quali furon date in enfiteusi dal califo Othmân le terre demaniali del Sewâd, lib. XVII, p. 335.
[30.] Ibn-Khallikân, Wafiât-el-'Aiân, nella vita di Ibn-Zohr (Avenzoar) morto a Cordova il 1130, dice che l'avolo di costui avea tenuto alto grado nella sciûra. Veggasi la versione inglese di M. De Slane, tomo III, p. 139, ed a p. 140 la nota 12, ove questo erudito orientalista fa considerare che in Spagna e nell'Affrica settentrionale ogni città aveva il counsel or committee che aiutasse il governatore (e questa non parmi espressione esatta) nello esercizio del suo oficio, e si componea dei capi dei varii quartieri, del câdi, e delle antiche e influenti famiglie del luogo. Nel tomo II, p. 501 della stessa versione, si parla d'un Consiglio simile a Murcia.
A Tripoli fin oltre la metà del XII secolo v'ebbe un “Consiglio dei Dieci” che cessò al conquisto degli Almohadi; come l'afferma Tigiani, Rehela, versione francese di M. Rousseau, p. 186, 187. (Journal Asiatique, février-mars 1853, p. 135, 136.)
Negli Stati ove è prevalso più il dispotismo, è rimase in vece della gemâ' un sol oficiale municipale, detto sceikh-el-beled, “l'anziano del paese,” mezzo tra eletto ed ereditario; come si ritrae per l'Affrica settentrionale da M. Worms, Recherches sur la propriètè territoriale dans les pays musulmans, p. 373, 427; e per l'Egitto, dal Lane, Modern Egyptians, tomo I, p. 171.
[31.] Mawerdi, op. cit., lib. XX, p. 411, a 414.
[32.] Lane, Modern Egyptians, tomo I, p. 170.
[33.] Ibn-el-Athîr, anno 336, MS. B, p. 261; MS. C, tomo IV, fog. 350 verso, dice dei Beni Tabari, ch'erano degli 'aiân, ossia caporioni della gemâ' in Palermo.
[34.] Riadh-en-Nofûs, MS., fog. 79 recto, nella vita di Lokmân-ibn-Iûsuf
[35.] Una quarantina d'anni fa, sostenne quest'assioma il barone De Hammer, oggi consigliere aulico dell'impero austriaco. M. De Sacy lo confutò, prima nel Journal des Savants del 1818, poi nella terza delle sue Memorie su la proprietà in Egitto, Mémoires de l'Académie des Inscriptions, tomo VII, p. 55, 56. Il Martorana, Notizie storiche dei Saraceni Siciliani, tomo II, p. 129 e 248, amò meglio seguire il consigliere aulico, che il dotto professor di Parigi. Il signor Benedetto Castiglia, in uno articolo di giornale che sopra ho avuto occasione di lodare, La Ruota, Palermo, 30 agosto 1842, si appigliò a questo paradosso, e scrivendo in fretta lo attribuì a M. De Sacy. A così fatta teoria rimangono ormai pochi partigiani. La rigetta espressamente M. Worms nella detta opera, Recherches sur la constitution de la propriètè territoriale dans les pays musulmans. Nè so come M. Du Caurroi riparli di Messer Domeneddio proprietario universale, Journal Asiatique, IVe série, tomo XII, p. 13 (1848), senza allegar nuove autorità.
[36.] Mawerdi, Ahkâm-Sultanîa, lib. XVI, p. 325; Hedaya, libro LXV, tomo IV, p. 140.
[37.] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 341. Traduco “antracite” la voce kâr, che secondo i dizionarii significa “pece liquida.”
[38.] Il 10 per cento su la raccolta annuale dei grani, frutta, miele ec., si ragguaglia al 2 1⁄2 per 100 su gli armenti, danaro, merci, masserizie ec., supponendo che coteste maniere di capitali rendessero il 25 per 100. Non arrivando a sì alto segno il fruttato dei capitali mobili, essi vengono a pagare più che i capitali fissi delle terre. Avvertasi che il 10 si ragiona su i prodotti del suolo bagnato da pioggie periodiche o acque sgorganti. Le terre inaffiate con macchine idrauliche, richiedendo maggiore spesa di cultura, son tassate al 5. Al contrario, quelle irrigate con acqua di canali che mantiene lo Stato, pagano il 20; nel qual caso il doppio dazio va per censo dell'acqua.
[39.] Seguo l'uso generale nella trascrizione di questa, voce, la quale secondo il modo tenuto nel resto del mio lavoro andrebbe scritta zekâ.
[40.] La zekât è dovuta dai soli Musulmani adulti, sani di mente e liberi, che posseggano oltre un certo valore fissato dalla legge. Si chiama anche decima. Il ritratto è stato sovente distolto dalla sua destinazione legale; usurpandolo i governi, che poi si sgravavano la coscienza in opere di pietà o di carità. Veggansi a tal proposito: Mawerdi, Ahkâm-Sultanîa, lib. XI, p. 195, seg., e lib. XVIII, p. 366, seg.: questo dottore sciafeita riferisce il dritto come si tenea nella propria scuola, cita le opinioni delle altre e i fatti fino al tempo e paese suo, cioè tra il X e l'XI secolo, a Bagdad; Hedaya, lib. I, versione inglese, tomo I, p. 1, seg., che mostra il dritto osservato in India nel XVIII secolo secondo la scuola di Abu-Hanîfa; D'Ohsson, Tableau général de l'Empire Ottoman, tomo II, p. 403, e tomo V, p. 15, seg., che riferisce anco il dritto hanefita, osservato alla stessa epoca in Turchia; Khalîl-ibn-Ishâk, Précis de jurisprudence musulmane, traduit par M. Perron, cap. III, tomo I, p. 328, seg. Quest'autore, di scuola malekita, visse nel XV secolo. Il suo compendio, brevissimo e oscurissimo, fa legge in Affrica. Veggasi anche Burckhardt, Voyage en Arabie (versione francese), tomo II, p. 294, che descrive la pratica dei Wababiti, puritani dell'islamismo ai tempi nostri. Le varie scuole ed epoche fan poca differenza nell'applicazione degli statuti su la zekât.
[41.] Mishkat-ul-Masabih, lib. XII, cap. XI, tomo II, p. 45, seg. Data la tradizione del Profeta, tralascio di citare i trattatisti, alcuni dei quali, a dir di Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 330, credettero necessaria la licenza del principe a confermare il dritto di primo occupante. Ognun vede che ciò non torna ad esercizio di un supremo dritto di proprietà, ma a necessaria misura di ordine pubblico, per evitare che due o più persone si contendessero un podere. È fondato su la medesima ragione il divieto di occupare il suolo bisognevole a pascolo comune, strade, mercati ec., di che tratta il Mawerdi, lib. XVI, p. 322, seg.
[42.] Hedaya, lib. XLV, tomo IV, p. 132.
[43.] Nella sura VIII, verso 42, è detto appartenere la quinta a Dio, e per lui al Profeta, ai parenti di costui, agli orfanelli, agli indigenti e ai viandanti. La morte di Maometto diè luogo a cavillare su questa legge. Dei dottori, chi ha pensato doversi investire tutta la quinta in utilità pubblica; chi poterne disporre il principe; chi doversi esclusivamente serbare ai parenti del Profeta, orfanelli ec. Veggasi Beidhawi, comento al citato verso del Corano, edizione di M. Fleischer, tomo I, p. 367 e 368; Mawerdi, op. cit., lib. XII, p. 239 a 242. Koduri vuol che la quinta si divida in tre parti uguali agli orfanelli, poveri, e viandanti; sostenendo che la quota del Profeta si fosse estinta alla sua morte; presso Rosenmuller, Analecta Arabica, § 34.
[44.] Questo importante fatto è riferito da Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 334, seg. Avanti la edizione di M. Enger del 1853, che noi citiamo, questo squarcio era stato pubblicato con una versione francese da M. Worms, Recherches sur la constitution de la propriété, etc., p. 188, 189, e 202, seg. Ma M. Worms non ebbe alle mani che un sol MS. del Mawerdi; non si servì delle varianti di quello che possiede la Biblioteca di Parigi; e d'altronde non colse sempre il segno nella versione.
[45.] Mawerdi, l. c.
[46.] Il dritto era, secondo Sciafei, che le terre prese con le armi si dividessero al par che il bottino, a meno di cessione volontaria dei combattenti. Malek le dicea proprietà perpetua della repubblica. Abu-Hanîfa rimetteva al principe di scompartirle tra i combattenti, lasciarle agli Infedeli, con obbligo di pagare il kharâg, ovvero dichiararle proprietà della repubblica, come gli paresse. Così riferisce Mawerdi, lib. XII, p. 237, seg.; e lib. XIII, p. 254, seg. (anche presso Worms, op. cit., p. 100, seg.; 103, seg.; 107, seg.). Ma i giureconsulti vissero quando i conquisti eran cessati; onde la opinione loro non servì che a lodare o biasimare i fatti compiuti.
[47.] Sura, LIX, versi 6, 7, 8.
[48.] Mawerdi, op. cit., lib. XIII, p. 254; e presso Worms, op. cit., p. 107 e 110. La prima era opinione di Sciafei; la seconda di Abu-Hanîfa. L'Hedaya, quantunque compilazione hanefita, si appiglia nel presente caso all'opinione di Sciafei, lib. IX, cap. VII, tomo II, p. 205. Koduri, autore del decimo secolo, sostiene la prima opinione, presso Rosenmuller, Analecta Arabica, §12.
[49.] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 334, 335; e presso Worms, op. cit., p. 189, e 204. Si vegga anche Koduri, presso Sacy, Mémoires de l'Académie des Inscriptions, tomo V, p. 10.
[50.] Mawerdi, op. cit., lib. XII, p. 237; lib. XIII, p. 253; e lib. XIV, p. 299; i quali squarci si veggano anche presso Worms, op. cit., p. 100, 103, 108, 111; Koduri, presso Sacy, Mémoires de l'Académie des Inscriptions, tomo V, p. 11. Si riscontri col lib. II, cap. XII della presente storia.
[51.] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 330, seg.; e presso Worms, op. cit., p. 184, seg., e 196, seg.; alla cui versione van fatte molte correzioni. Ha errato il Martorana, Notizie storiche dei Saraceni Siciliani, tomo II, nota 247, p. 248, sostenendo che tutte le proprietà musulmane venissero da concessione del principe.
[52.] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 335; e presso Worms, op. cit., p. 189, e 205.
[53.] Questo ultimo fatto si ricava dall'Hedaya, lib. IX, cap. VII, tomo II, p. 205.
[54.] Prima di scrivere queste parole, io ho studiato le dissertazioni di M. De Sacy, Mémoires de l'Académie des Inscriptions, tomo I, V e VII; l'opera citata di M. Worms, e le compilazioni legali musulmane, come l'Hedaya, D'Ohsson, Khalîl-ibn-Ishak. Dell'opera di M. De Hammer, ne so quanto ne dicono M. Sacy e M. Worms.
La conchiusione di M. Sacy, che le terre d'Egitto appartenessero sempre agli antichi possessori indigeni, e fossero state usurpate in vario modo dai principi e loro soldatesche, è giusta, a creder mio, ma non abbastanza provata, nè applicabile a tutti i paesi musulmani.
Quanto a M. Worms, è da commendare il metodo, la sagacità, la erudizione; non la imparzialità sua. Ponendo un'arbitraria distinzione tra le terre da seminato e i giardini, o, com'ei dice, terre di grande culture e di petite culture, M. Worms pretende che le prime sian sempre appartenute allo Stato in tutti i paesi musulmani, fuorchè l'Arabia. Ed io credo ch'ei si apporrebbe al vero, se parlasse di una parte, anche della più parte, dei vasti poderi, ma che sbaglia sostenendo esser tale la condizione di tutte le terre da cereali; e doversi tener tali per presunzione legale, senz'altre prove. Così ei viene a negare i dritti certissimi: 1º di dissodamento; 2º di partaggio tra i soldati; 3º di proprietà di convertiti avanti il conquisto; e 4º di beni lasciati agli Infedeli in piena proprietà, e indi passati in man di Musulmani. Se non altro, il numero dei wakf, ossia lasciti pii, ch'è grandissimo in tutti i paesi musulmani, avrebbe dovuto avvertire M. Worms della esistenza di moltissime terre libere; non potendosi dai Musulmani fare wakf senza libera proprietà; nè supporre da Europei che tutte le proprietà private fosser divenute lasciti pii. Qui parlo dei wakf a moschee o altre opere; non di quello in favor della repubblica musulmana che costituisce il demanio pubblico.
[55.] Si confrontino: Ibn-abd-Hâkem, citato da M. De Slane, nell'Ibn-Khaldoun, Histoire des Berbères, tomo I, p. 312, nota 1; Ibn-Khaldûn stesso, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, traduzione di M. Des Vergers, p. 27; e il Baiân, tomo I, p. 23. Ho accennato questo fatto nel lib. I, cap. V, p. 121 del primo volume.
[56.] Si confrontino: Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 31, 34; il Baiân, tomo II, p. 38; e Nowaîri, Storia d'Affrica, in appendice a Ibn-Khaldoun, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 159. Ho ferma opinione che M. De Slane non s'apponga al vero, rendendo in questo luogo la voce Khammasa “fare schiavo il quinto della popolazione.” Si deve intendere più tosto “levare il quinto della rendita territoriale” ossia porre il kharâg; come lo mostra con varii esempii il professor Dozy, Glossaire al Baiân, tomo II, p. 16.
[57.] Isidoro De Beja, cap. XLVIII, su l'autorità del quale hanno registrato questo fatto M. Reinaud, Invasion des Sarrazins en France, p. 16; e il prof. Dozy, Glossaire al Baiân, tomo II, p. 16.
[58.] Baiân, tomo I, p. 84. A questo esempio si potrebbe aggiugner quello delle terre che pagavan decima, su le quali il secondo principe aghlabita, Abd-Allah-ibn-Ibrahim, comandò (812) che si levasse un tanto all'anno secondo la misura della superficie, e non più la decima in derrata. Ibrahim-ibn-Ahmed, che avea continuato o ripigliato tale abuso, il cessò l'anno 902. Baiân, tomo I, p. 87 e 125. Nowairi, in appendice a Ibn-Khaldoun, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 402. Or come decima in derrata significa ordinariamente zekât, così le terre che ne pagavano si dovrebbero credere libera proprietà de' Musulmani. Nondimeno si può dare che i cronisti abbian voluto significare la doppia decima, ossia kharâg, dovuta sopra terre tributarie, e che la ingiusta innovazione fosse stata soltanto nel modo della riscossione in danaro, e a misura di superficie. Mi induce a tal supposto l'enormezza che sarebbe stata a mutare la zekât in tassa fondiaria; e mi vi conferma la opinione di alcuni giuristi, riferita da Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 335, cioè che il kharâg su le terre da seminato non potea passare il dieci per cento su la raccolta.
[59.] Baiân, tomo I, p. 125, 175, 184, 273, anni 289 (902), 303 (915), 305 (917), 405 (1014).
[60.] Il Martorana, Notizie storiche dei Saraceni Siciliani, tomo II, p. 130, e nota 254 a p. 252, afferma potersi provare la esistenza di così fatti poderi coi nomi di città e castella che rispondono a quelli di emiri siciliani. Ma gli esempii ch'ei ne dà son tutti fallaci; e non lo è meno il supposto che i poderi demaniali dovessero prendere il nome degli emiri. Nè anco posson servire di argomento i beni demaniali dei Normanni. Ma la legge, l'interesse dei governanti, e l'uso generale degli Stati musulmani, danno tal presunzione che val meglio di ogni prova.
[61.] Veggasi il Libro II, cap. XII, p. 474 del primo volume.
[62.] Lasciando da parte i molti diplomi del XII secolo che lo attestano, basti allegare le Consuetudini di Palermo, cap. XXXVI, e gli Statuti di Catania contenuti in un diploma del 1668 presso De Grossis, Catena sacra, p. 88, 89, citato dal Di Gregorio, Considerazioni, nota 21, cap. IV del lib. I.
[63.] Veggasi in questo capitolo la nota 2 a p. 17.
[64.] Ad postremum, capientes panormitanam provinciam, cunctos ejus habitatores captivitati dederunt. Johannes Diaconus, Chronicon Episcoporum Neapolitanæ Ecclesiæ, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte 2ª, p. 313.
[65.] Veggasi il Libro II, cap. V, della presente storia, vol. I, pag. 294.
[66.] Veggasi il Libro IV, cap. VIII sul kharâg aggravato nel 1019, e il cap. IX su le possessioni dei Musulmani d'origine siciliana e d'origine affricana.
[67.] Hedaya, lib. XXXIX, e LII, tomo IV, p. 1, seg.; 466, seg.; D'Ohsson, Tableau général de l'Empire Ottoman, tomo V, lib. IV, V, p. 275, seg.
[68.] Si chiamavano in generale dhiâ', come notammo di sopra, e in Sicilia e Affrica anche ribâ'.
[69.] Mawerdi, op. cit., lib. XVIII, p. 351, seg. e 355, là dove è detto che senza ricusa di combattere o altra causa legittima non si potea togliere lo stipendio, “sendo il giund esercito del popolo musulmano.” Si confronti col lib. III, p. 50, onde si scorge che lo emir di provincia potea, senza permesso del califo, accordare lo stipendio ai figliuoli di militari pervenuti ad età da portar arme.
[70.] Mawerdi, op. cit., lib. XII, p. 218, seg.
[71.] Akhbâr-Megmûa'-fi-iftitâh-el-Andalos, MS. della Biblioteca imperiale di Parigi, Ancien Fonds, 706, fog. 99 recto. In questa importante cronica del X secolo si legge: “Quando recavansi ai califi le entrate (gebâiât) delle città e province, ciascuna somma era accompagnata da dieci personaggi dei notabili del paese e del giund; nè si incassava nel tesoro (beit-el-mâl) una sola moneta d'oro o argento, se costoro non giurassero prima per quel Dio ch'è unico al mondo, essersi levato il denaro secondo il dritto, ed essere sopravanzo degli stipendii dei soldati e famiglie loro nel paese, ciascun dei quali fosse stato soddisfatto di quanto per diritto gli apparteneva. Or avvenne che si recò al califo il kharâg d'Affrica, la quale di quel tempo non si tenea come provincia di frontiera; e il denaro era veramente avanzo, sendosi pria soddisfatti gli stipendii del giund e le prestazioni dovute all'altra gente. Arrivate con cotesto danaro otto persone in presenza del califo, ch'era di quel tempo Solimano (715-717), furono richiesti di giurare; e in fatto fecero sacramento ec.” Questo fatto dell'VIII secolo risponde perfettamente alla massima di Mawerdi, op. cit., lib. III, p. 50, che l'emir di provincia mandi all'imâm gli avanzi del fei, “quando ve ne abbia, pagati tutti gli stipendii.”
[72.] Secondo Mawerdi, l. c., mancando il danaro del fei in una provincia, dovea supplire il tesoro del califo. Negli annali dal terzo al quinto secolo dell'egira credo non si trovi un solo esempio di stipendii menomati.
[73.] Mawerdi, op. cit., lib. XVII, p. 337 a 341, enumera i varii casi e i varii pareri dei giuristi, relativamente all'iktâ'. Non si tenea lecito trattandosi di kharâg eventuale, cioè dovuto da Infedeli che avessero pieno diritto di proprietà, e però andassero sciolti dal tributo come dalla gezîa, facendosi musulmani. Il kharâg perpetuo, se dovuto in danaro e non variabile secondo il raccolto, si potea concedere. Pare che gli iktâ' si fossero anco tentati sopra le decime legali, ossia zekât; poichè i giuristi si sforzavano a dimostrarne la nullità. Questo luogo di Mawerdi è stato tradotto da M. Worms, Recherches sur la propriété etc., p. 206, seg.; la cui interpretazione non sempre mi pare esatta.
[74.] Mawerdi, l. c., della edizione di Enger, e p. 207, seg., della versione del Worms, enumera gli uficii pei quali si tenea permesso lo iktâ' e le condizioni necessarie nei varii casi. La regola generale che se ne cava, messi da canto i dispareri dei giuristi su i punti secondarii, è: 1º di escludere le concessioni oltre una vita d'uomo; 2º permettere le vitalizie ai soli militari; 3º permettere le delegazioni per parecchi anni agli impiegati permanenti, come muedsin e imâm delle moschee; e 4º limitarle a un anno pei non permanenti, come câdi, hâkim, segretarii e impiegati d'azienda.
[75.] Su le varie entrate legali e le opinioni dei giuristi, citerò in generale Mawerdi, Ahkâm-Sultanîa, lib. XI, XII, XIII, XIV, XVII, XVIII. I fatti generali che allego si cavano dalla storia dei primi cinque secoli dell'islamismo.
[76.] Si percorrano nel Libro II le vicende della colonia infino al tempo di cui si tratta, e si vedrà appena un dono di spoglie e prigioni di Castrogiovanni fatto dallo emir di Sicilia al principe aghlabita, e da questi al califo.
[77.] Intitolato il Moscitarik, opera di Iakût, geografo del XIII secolo. Il testo arabico è stato pubblicato a Gottinga dal dotto e infaticabile dottor Wüstenfeld.
[78.] Veggasi il Moscitarik, alla voce Mêzar. È noto a tutti che gli antichi supposero il nome di Segesta, mutato per eufemismo da Egesta; ma l'autorità degli antichi è debolissima in fatto di etimologie.
[79.] Veggasi il Libro II, cap. IX, p. 407 del primo volume.
[80.] Alla prima apparteneano Ibn-Gauth (Libro II, cap. III, p. 285 del primo volume), un della tribù di Hamadân (Libro II, cap. VI, p. 314 del primo volume), i Kelbiti, che furono emiri di Sicilia nel X secolo, e fin nel XII secolo un della tribù di Kinda, che comperò una casa in Palermo da un Berbero di Lewâta. Della seconda nasceano gli Aghlabiti, che mandarono molti loro congiunti in Sicilia: e si trovano inoltre i nomi delle tribù di Kinâna, Fezâra e altre dello stesso ceppo. Tra i poeti arabi di Sicilia, che fiorirono la più parte nell'XI e XII secolo, veggiamo tre rami soli di Kahtân e moltissimi di Adnân, non ostante la signoria dei Kelbiti.
[81.] Per gli Spagnuoli veggasi il Libro II, cap. III, p. 264, e cap. IV, p. 286 e 288 del primo volume. Si potrebbe anco attribuire alli Spagnuoli il nome di Caltabellotta “la Rocca delle Querce,” identico a quello di Kalat-el-bellût, presso Cordova. Ma ognun vede che il nome potea nascere dalla condizione del luogo.
[82.] Casr-Sa'd chiamavasi secondo Ibn-Giobair (Voyage en Sicile de Mohammed-ibn-Djobaïr, Journal Asiatique, série IV, tomo VI, 1845, p. 516, e tomo VII, 1846, p. 75, e nota 24) un castello nelle vicinanze di Palermo, fondato fin dai primi tempi della dominazione musulmana. Era nome di tribù arabica di Adnân, stanziata in Siria e in Egitto, come si ritrae da Makrizi, El-Baiân-wa-l-I'râb, edizione del Wüstenfeld, p. 11 a 14; dalla quale tribù vennero i nomi di quattro diversi luoghi in Oriente, che occorrono nel Moscitarik di Iakût, p. 447, e d'un villaggio presso Mehdîa, in Affrica, ricordato nel dizionario biografico di Sefedi, MS. di Parigi, Suppl. Arabe 706, articolo su Khazrûn; e da Edrisi, Géographie, versione francese, tomo I, p. 277.
Belgia, secondo Edrisi, era castello sul fiume, or detto Belici, che scorre tra Gibellina e Santa Margarita, e mette foce presso Selinunte. Il nome or del castello e or del fiume, nei diplomi latini dall'XI al XV secolo si vede scritto Belich, Belichi, Belice, Belix, Bilichi. In altra regione, tra Polizzi, cioè, e Collesano, si ricorda nel XIV secolo un castel Belici. Veggansi i diplomi presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 695, 736, 842, 843; Di Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, p. 469, 489, 492; Del Giudice, Descrizione del tempio di Morreale, appendice, p. 8, seg., dipl. del 1182. Fanno menzione degli stessi nomi: Amico, Lexicon Topographicum, in Val di Mazara e Val Demone; e Villabianca, Sicilia Nobile, tomo I, parte II, p. 23.
Il medesimo nome, sotto la forma di Belgi e Belgiân, si trova a Bassora e presso Marw in Khorassân, secondo il Merâsid-el-Ittilâ'. Inoltre un picciol fiume che si scarica nell'Eufrate presso Rakka, chiamato anticamente Bileka, porta oggi il nome di Belich, o Belejich, secondo la pronunzia inglese, come si nota nel Journal of the Royal Geographical Society, anno 1833, tomo III, p. 233.
[83.] Volgarmente Dennisinni, fonte presso Palermo, tra i palagi della Cuba e della Zisa. In un diploma latino del 1213, presso Mortillaro, Catalogo dei diplomi della cattedrale di Palermo, p. 55, questo nome è scritto Aynscindi; e Aynisindi nello Anonymi Chronicon Siculum, opera del XIV secolo, presso Di Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, p. 129. Ibn-Haukal, nel X secolo, dava a questa fonte il nome di 'Ain-abi-Sa'id. Journal Asiatique, IV série, tomo V, p. 90 e 99 (20 e 29 dell'estratto).
[84.] Del villaggio di Balharâ, fa menzione Ibn-Haukal, l. c. Il sito risponde senza dubbio a quel di Monreale; e il nome par sia rimaso a un mercato di Palermo, ch'era frequentato probabilmente dagli abitatori di Balharâ, il quale, nel medio evo, fu chiamato, come attesta Fazzello, Segehallaret, e oggi, tralasciata la voce suk o sug, “mercato,” si addimanda Ballarò. Io l'ho avvertito alla nota 33 alla mia versione di Ibn-Haukal. Or in India avvi un monte detto nel medio evo Balharâ, e scritto dagli Arabi precisamente con la stessa ortografia del testo di Ibn-Haukal. Ne fa menzione il medesimo autore, e, seguendo lui, Ibn-Sa'id, Moktaser-Gighrafia, MS. di Parigi, fog. 53. Balharâ era anche titolo di un principe d'India, al dir di Masudi, Morûg-ed-dscheb, versione inglese di Sprenger, tomo I, p. 193, e Reinaud, Mémoire sur l'Inde, p. 129.
[85.] Ságana, vasto podere, e un tempo feudo, tra le montagne a ponente di Palermo. Il nome resta tuttavia. Se ne fa menzione in un diploma di Guglielmo II, del 1176, del quale v'ha una copia in arabico nell'archivio del Monastero di Morreale, con una versione latina contemporanea, pubblicata da Del Giudice, Descrizione del tempio di Morreale, appendice, p. 18.
Saghâniân chiamavasi una città della Tartaria independente, al sud-est di Samarkand; e scriveasi con le medesime lettere radicali che nel diploma di Morreale, se non che in questo l'accento e la finale son diversi: in luogo di Saghâniân, Sâghanû. È superfluo ricordare che nel IX secolo l'impero arabico si estendeva alla Tartaria fino a Fergana; e che Bokhara, Samarkand e altre città di quella provincia, furono patria di dottissimi scrittori arabi.
[86.] Menzîl Sindi, ricordato da Edrisi, e situato presso Corleone; e Gebel-Sindi, vasto podere presso Girgenti, di cui si fa menzione in un diploma del 1408, presso Di Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, p. 49. Significano l'uno “la posta o villaggio,” e l'altro “il monte” del Sindî, o vogliam dire uom del Sind. Il nome di Sindis, a levante di Corleone, occorre di più in un diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 764. Mohammed-ibn-Sindi capitanò l'armatetta uscita di Palermo contro i Bizantini nell'855. Veggasi il Libro II, cap. V, p. 302 del primo volume.
[87.] Dei nomi che presentano tal certezza, sei sono vicinissimi a Girgenti; due tra questa e Palermo; due presso Palermo; uno nei dintorni di Messina; uno in quei di Siracusa. Ecco i nomi:
I. Andrani, casale tra Sciacca e Girgenti, da un diploma del 1239, Constitutiones Regni Siciliæ, edizione del Carcani, p. 268. Andrani o Andarani è l'aggettivo etnico di Andara, tribù berbera, ricordata da Ibn-Khaldûn, Storia dei Berberi, testo arabico, tomo I, p. 108 e 178, e versione francese di M. De Slane, tomo I, p. 170, 275.
II. Kerkûd, nome di villa in Sicilia secondo il Merâsid-el-Ittilâ' e il Mo'gim di Iakût, MS. del British Museum, nº 16649 e 16650, nell'articolo Kerkeni (Girgenti): forse la Karches di un diploma del 1177 a favor del vescovo di Girgenti, negli Opuscoli di autori siciliani, tomo VIII, p. 334. Kerkûda è tribù berbera, secondo Ibn-Khaidûn, op. cit., testo, tomo I, p. 177; versione, tomo I, p. 274.
III. Mesisino, nome di collina nell'antica baronia di Belici presso Castelvetrano, secondo Villabianca, Sicilia Nobile, tomo II, p. 345. Meziza è tribù berbera, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, tomo I, p. 153; versione, tomo I, p. 241. La mutazione della z in s non mette in forse la etimologia.
IV. Mechinesi, antico casale sul cui sito sorge in oggi Acquaviva, secondo Amico, Lexicon Topographicum. Miknas, o Miknasa è nome notissimo di tribù berbera.
V. Minsciâr, castello, secondo Edrisi, presso il sito presente di Racalmuto; e Muxaro (Sant'Angelo di) in oggi comune a 14 miglia da Girgenti, scritti entrambi con varianti nei diplomi del medio evo. Minsciâr era nome di una montagna in Affrica, appartenente alla tribù berbera dei Wezdâgia, secondo Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, testo arabo, p. 56, e versione, p. 128. Si vegga anche Edrisi, versione di M. Jaubert, tomo I, p. 275. Il Merâsid, di Iakût, edizione di Leyde, tomo III, p. 159, nota una fortezza Minsciâr presso l'Eufrate.
VI. Modiuni si addimanda in oggi il fiume detto anticamente Selinus, presso Selinunte. Madiûna è nome di tribù berbera, secondo Ibn-Khaldûn, Storia dei Berberi, testo, tomo I, p. 109, e versione, tomo I, p. 172.
VII. Sanagi o Sinagia, si chiamò la sorgente del fiume Mazaro, e un podere nel territorio di Salemi, secondo un diploma del 1408, presso Di Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, p. 489, e Villabianca, Sicilia Nobile, tomo II, p. 396. Sanhâgia, o Sinhagia, come ognun sa, è delle principali tribù berbere.
VIII. Notissima al paro quella di Zenata. Hager ez-Zenati e Rahl ez-Zenati che suonan “La rupe,” e “il villaggio” di quel di Zenata, sono nomi di luogo presso Corleone, ricordati nei diplomi: del 1093, presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 695 e 842; del 1150, 1155, 1301, presso Mongitore, Sacræ Domus Mansionis.... Panormi, Monumenta historica, cap. XIII; e del 1182, presso Del Giudice, Descrizione del tempio di Morreale, Appendice, p. 11. Di quest'ultimo diploma avvi una copia arabica nell'archivio del monastero di Morreale. Negli altri, che son tutti latini, si legge talvolta Petra de Zineth, Raalginet, Ragalzinet ec.
IX. Magagi in latino e Maghâghi in arabico, secondo il diploma del 1182 presso Del Giudice, l. c., è nominata una villa nel territorio dell'antica Giato, non lungi dall'odierno comune di San Giuseppe li Mortilli. Maghâga, tribù berbera, secondo Ibn-Khaldûn, Storia dei Berberi, testo, tomo I, p. 108; versione, tomo I, p. 171.
X. Cutemi, Cutema, Gudemi, terra presso Vicari, sul confine delle diocesi di Palermo e Girgenti, ricordata in un diploma del 1244, presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 147. Il nome deriva da Kotâma o Kutâma, tribù berbera, di cui ci occorrerà far parola. Avvertasi che questa e Sanhagia forse non vennero in Sicilia prima del X l'una, e l'altra dello XI secolo.
XI. Cûmîa, nome di due villaggi vicino Messina, e di una tribù berbera, di cui Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, p. 109 ec., e versione, tomo I, p. 172 ec.
XII. Melilli, nome di città a dodici miglia da Siracusa. Melila e Melili, cittadi d'Affrica, l'una su la costiera del Rif di Marocco, l'altra nello Zab; e Melila, tribù berbera, di cui Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, tomo I, p. 107 ec., e versione, p. 170 ec. Ma il nome potrebbe esser pure d'origine latina.
XIII. Mesisino, nel feudo del Landro (val di Mazara), citato da Villabianca, Sicilia nobile, tomo II, p. 345. Meziza era nome di tribù berbera, secondo Ibn-Kaldûn, Histoire des Berbères, tomo I, p. 241 della versione, e I, 153 del testo.
Do la presente lista com'abbozzata appena; perocchè nè si trovan raccolti, nè io tutti li so, i nomi topografici secondarii della Sicilia, di monti, poderi, scaturigini d'acqua ec. Da un'altra mano scarseggiano le notizie su le denominazioni etniche di second'ordine e su le topografiche relative ai Berberi d'Affrica, e la lingua loro appena si è cominciata a studiare da Europei; ond'è possibile che siano berberi molti nomi topografici attuali della Sicilia o di quei ricordati nelle carte dal XII al XV secolo, la cui origine non pare arabica, nè greca, nè latina, nè francese. Son certo che si arriverà a scoprirne col tempo molti altri. Avverto infine che moltissimi dati anco dalla schiatta berbera non si riconosceranno giammai; perchè gli uomini di quella prendeano sovente nomi o soprannomi arabici. Occorrono inoltre parecchi nomi berberi tra i poeti siciliani dell'XI e XII secolo. La storia ricorda, nell'XI secolo, Ibn-Meklâti, uno dei regoli che si divisero l'isola, uom della tribù di Meklata, di cui Ibn-Khaldûn, op. cit., testo, tomo I, p. 108 ec.; versione, tomo I, pag. 172 ec. L'atto di vendita di una casa in Palermo, dato il 1132, porta il nome del venditore Abd-er-Rahman-ibn-Omar-ibn....-el-Lewâti, cioè di Lewâta, notissima tribù berbera; testo arabico presso Di Gregorio, De supputandis apud Arabos Siculos temporibus, p. 44.
[88.] Mœurs et Coutumes de l'Algérie, par le général Daumas, Paris 1853, p. 148, 166, seg.; 191, seg.
[89.] Ibn-Khaldûn, sì veggente in filosofia storica e sì accurato compilator degli annali dei Berberi, fa una distinzione tra i Berberi nomadi e gli agricoltori, dei quali i primi taglieggiavano i secondi e si teneano più nobili di loro, Storia dei Berberi, versione francese di M. De Slane, tomo I, p. 167, seg. Par che i nomadi non solamente esercitassero quella maggioranza, come più forti, sopra gli agricoltori, ma anco inclinassero all'aristocrazia nello ordinamento interiore di loro tribù. Quanto alla democrazia, ancorchè Ibn-Khaldûn non ne parli, trasparisce dai fatti che io andrò accennando; e fors'anco quello storico si accorse della diversità del reggimento politico, quando notò che i Berberi lontani dalle grandi città e però non soggetti alla dominazione romana, vandala o bizantina, “avean le forze, ordini, numero di genti, re, capi, reggitori (akiâl plurale di kâil) e comandanti che lor piacessero;” poichè la diversità di cotesti governanti, scrivendo lo autore in arabico e non in berbero, mostra differenza non di mero titolo, ma ancora di autorità e natura del magistrato. Veggasi il testo arabico, vol. I, p. 132; e la versione, vol. I, p. 207, che non è litterale.
[90.] Il califo fatemita Mo'ezz-li-din-Allah, verso il 908, apprestandosi al conquisto di Egitto, volea porre governatori suoi e riscuotere le decime legali nel paese della tribù di Kotâma. Rifiutaronli. Chiamati a corte alcuni sceikhi della tribù, Mo'ezz, non li potendo intimidare, lor disse che l'avea fatto per prova, e che si rallegrava di avere a' suoi servigi uomini di sì alti spiriti. Veggasi Makrizi, citato da M. Quatremère, Vie du Khalife fatimite Moezz-li-din-Allah, p. 30, 31.
[91.] Queste due tribù sendo state in guerra contro il principe zeirita d'Affrica, Mo'ezz-ibn-Badis, gli mandarono il 1026 loro sceikhi a trattare uno accordo con esso lui: Ibn-al-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 59 recto, anno 417. Le milizie di Kotâma, stanziate al Cairo al principio del regno di Hâkein-bi-Amr-Allah (966), non vollero che si ingerisse nelle faccende loro altri che un proprio loro sceikh. Veggasi Iahîa-ibn-Sa'îd, Continuazione degli annali d'Eutichio, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, p. 62.
[92.] Veggasi il Libro II, cap. X, p. 424; e cap. XI, p. 440 del primo volume. Secondo Ibn-el-Athîr, e il Baiân, la cacciata dei Musulmani da Amantea e Santa Severina seguì il 272 (17 giugno 885 a' 6 giugno 886), la qual data si riscontra con quella degli annali bizantini. La prima guerra civile tra Arabi e Berberi in Sicilia scoppiò tra l'autunno dell'886 e la primavera dell'887, secondo la testimonianza della Cronica di Cambridge, combinata con quella del Baiân.
[93.] Veggasi il Libro II, cap. X, p. 429, seg., del primo volume.
[94.] Citato da Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, traduzione di M. Des Vergers, p. 139. Nel testo si legge in caratteri arabici Mâlankhûnîa (Μελανχολία). Forse attinse alla stessa sorgente l'autore del Baiân, tomo I, p. 126, il quale, in luogo di trascrivere la denominazione della malattia, la traduce: “bile negra.”
[95.] Litteralmente “la materia onde cresce il re, sono i rai'a.” Questa voce arabica, come ognun sa, vuol dir gregge; ed è passata in termine tecnico per designare il popol minuto delle città e campagne.
[96.] Nowairi, Storia d'Affrica, MSS. di Parigi, Ancien Fonds, 702, e 702 A, fog. 23 recto del primo, e 54 del secondo. Mi allontano alquanto dalle versioni non precise che han dato di questo passo M. Des Vergers, e M. De Slane, il primo in nota a Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 139, e l'altro in appendice a Ibn-Khaldûn stesso, Histoire des Berbères, tomo I, p. 435.
[97.] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 32 verso. L'autore allega in esempio il distico d'Ibrahim:
“Astri siam noi, figli degli astri; avol nostro la luna del cielo, Abu-Nogiûm-Tamîm;
“Avola nostra il Sole. Or chi s'agguaglia a noi, discesi di due sì nobili schiatte?”
A chi non conosce l'arabico è da avvertire che in quella lingua la luna è di genere maschile, il sole femminino, e Abu-Nogiûm significa “padre delle stelle.”
Conde, Dominacion de los Arabes en España, parte IIª, cap. LXXV, riferisce, senza citare sorgente, un aneddoto anacreontico, seguito forse nella prima gioventù di Ibrahim. Certo poeta, per domandargli non so che grazia, scrivea due versi in un pelizzino, e il nascondea, come noi facciamo nei confetti, entro una rosa, presentata a Ibrahim mentre sedeva in un giardino tra le sue donne. Una lesse e cantò i versi; e Ibrahim donò al poeta cento monete d'oro.
[98.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 92 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 246 verso, anno 261; Baiân, tomo I, p. 110, seg.; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, traduz. di M. Des Vergers, p. 126, seg.; Nowairi, in appendice a Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduz. di M. De Slane, tomo I, p. 424, seg.
[99.] Veggansi le autorità citate nella nota precedente; e vi si aggiungano: Bekri, Descrizione dell'Affrica nelle Notices et extraits des MSS., tomo XII, p. 470; Tigiani, Rehela nel Journal Asiatique, série IV, tomo XX (agosto 1852), p. 99; e tomo XXI (febbraio 1853), p. 133; Ibn-Wuedrân, MS. arabo, § 6; e versione di M. Cherbonneau, nella Revue de l'Orient, decembre 1853, p. 428. Il primo parla soltanto della Moschea di Kairewân; l'ultimo di quella di Tunis, e del serbatoio d'acqua.
[100.] Theophanes continuatus, lib. IV, cap. XXXV, p. 197; Constantinus Porphyrogenitus, De Cerimoniis aulæ Byzantinæ, appendice al Iº libro, p. 492; Symeon Magister, De Michæle et Theodora, cap. XLVI, p. 681. I posti in tutto erano nove, compreso quello di Costantinopoli. Il numero diverso dei fuochi indicava diversi casi, come: assalto dei Musulmani, battaglia, incendio, etc. Leone, arcivescovo di Tessalonica e professore alla Magnaura, al dire di Symeon Magister, avea perfezionato questo sistema telegrafico, ponendo a Tarso ed a Costantinopoli due orologi che si supponeano isocroni (ὲξ ἴσου κάμνοντα). L'imperator Michele l'ubbriaco fece sopprimere i segnali a vista della capitale, perchè i sinistri avvisi non lo venissero a sturbare tra i giochi dell'ippodromo.
[101.] Questa conghiettura è fondata su gli indizii seguenti. Primo, che i fuochi di segnali usati in Sicilia fino agli ultimi anni del secolo passato per dare avviso dei corsali barbareschi che si avvistassero, si chiamavan fáni, appunto la stessa voce φάνος, che troviamo nei citati scrittori bizantini. Da ciò par che l'usanza risalga ai tempi in cui il linguaggio oficiale in Sicilia era il greco. Secondo, che la montagna ove sorgea l'antica Solunto, alla estremità orientale del golfo di Palermo, si addimanda tuttavia Catalfano, voce scorciata da Calatalfano e composta dall'arabico kala't (rocca) e da φάνος; il che prova che vi fosse stata una torre da segnali al tempo della dominazione musulmana, o anche prima. Terzo, che i segnali con fuochi furono tentati nell'847 durante lo assedio di Lentini, come già narrammo nel Libro II, cap. VI, p. 317 del primo volume.
[102.] Confrontinsi: il Baiân, tomo I, p. 215; Nowairi, in appendice alla Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, versione di M. De Slane, tomo I, p. 424; Bekri, Descrizione d'Affrica nelle Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 476, 477; Ibn-Wuedrân, MS. arabo, § 6º. I due ultimi scrittori riferiscono la fondazione di Rakkâda agli anni 273 e 274. Il nome nacque, secondo alcuni, dall'amenità del sito che inebbriasse di voluttà e sforzasse al sonno; secondo altri, da un gran mucchio di cadaveri che vi si trovarono a dormir l'ultimo sonno.
[103.] Si pronunziino le ultime due lettere ciascuna col proprio suono, non unite con quello della th inglese. Il nome vuol dir “Padre della vittoria.”
[104.] M. De Slane, op. cit., p. 425, ha tradotto queste parole del Nowairi “un certain nombre d'entr'eux parvint à se réfugier en Sicile.” Ma il testo dice chiaramente “rilegare,” e così lo ha interpretato M. Des Vergers in nota a Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 127.
[105.] Ciò è notato da Nowairi, op. cit., p. 425, e 427. Veggansi per cotesti fatti: Nowairi, l. c.; e il Baiân, tomo I, p. 110.
[106.] Tomo I, p. 126.
[107.] Baiân, tomo I, p. 114. Quivi si fa menzione di due diverse emissioni di moneta. L'una fu di dirhem sihâh, ossiano “schietti,” come li chiamava il principe. Così ei soppresse le ritaglie d'oro senza conio, con che si soleano pagare le frazioni di valori, per lo scrupolo religioso di non cambiar metallo con metallo; onde si tenea biasimevole pagando, per esempio, una merce del valore di mezzo dinâr, dar al venditore un dinâr e riceverne mezzo dinâr in altra moneta. Per questa ragione nei paesi musulmani i cambiatori, sirâfi, come li dicono, erano per lo più giudei. Non sappiamo se desse luogo al malcontento quello scrupolo di coscienza, ovvero la cattiva lega dei dirhem. Represso il tumulto, aggiunge il Baiân, rimasero abolite per sempre in Affrica, non solo le ritaglie (kitâ'), ma anche i nokûd, che significa buona moneta in generale, e qui parmi si debba intendere di quella dei califi, che avea corso in tutti i paesi. Venne dopo ciò la coniazione dei dirhem e dinâr detti 'asceri, ossia decimali. La numismatica ci permette di aggiugnere che Ibrahim coniasse altresì quarte di dinâr in oro; che ve n'ha pubblicate parecchie, e una ne ho veduto nel Cabinet des Medailles di Parigi, uscita probabilmente dalla Zecca di Sicilia l'anno 268, e del peso di un grammo e cinque centesimi, che valea da tre lire e sessanta centesimi pria della attuale perturbazione nel pregio dell'oro.
[108.] Baiân, tomo I, p. 125. Quivi è usato il vocabolo kabâlât, al singolare kabâla o gabâla, poichè la prima lettera partecipa del suon della g. Indi è agevole a riconoscervi la nostra voce gábella. Etimologicamente significa promessa, offerta, prestazione.
[109.] Baiân, l. c. Il testo porta che nel 289 Ibrahim, riformando parecchi abusi del proprio governo “prese le decime in frumento e rilasciò il kharâg di un anno ai possessori delle dhiâ'.” Le varie significazioni di queste voci, di che abbiamo discorso nel capitolo precedente, lascian dubbio se le decime fossero zekât, ovvero tributo fondiario su i grani, e il kharâg rilasciato, questo medesimo tributo, ovvero censo; e in fine se si tratti di dhiâ', poderi demaniali, ovvero beneficii militari.
[110.] Baiân, tomo I, p. 117, anno 280 (893-894).
[111.] Nowairi, in appendice all'Histoire des Berbères, par Ibn-Khaldoun, versione di M. De Slane, tomo I, p. 426; Ibn-Khaldûn stesso, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 128. Secondo Ibn-Khaldûn, ebbe infino a 3,000 schiavi stanziali; secondo il Baiân a 5,000, e Nowairi dice 100,000, forse il numero totale dello esercito.
[112.] Il Principe, cap. XVIII.
[113.] Baiân, tomo I, p. 116; Nowairi nell'opera citata, p. 427, il quale registra questo fatto due anni prima del Baiân, cioè nel 278.
[114.] Questa riflessione si legge nel Baiân, l. c.
[115.] Nowairi, op. cit., p. 498. Veggasi ciò che notai a questo proposito nel Libro II, cap. X, p. 429 e 430 del primo volume.
[116.] Confrontinsi: il Baiân, tomo I, p. 117, 123; Nowairi, op. cit., p. 428, 429; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 130 a 132. — Il Baiân, dal quale tenghiamo la narrazione degli onori resi a Meimûn, dice donategli tre sorte di vesti di seta: 1º kherz, o diremmo noi filosella, seta grossolana dei bozzoli forati dal baco; 2º wesci, credo drappo intessuto d'oro; e 3º dibâg, drappo operato e di varii colori. È trascrizione dal persiano dibâh, preso alla sua volta dal greco δίβαφος.
[117.] Nowairi, op. cit., p. 427.
[118.] Baiân, tomo I, p. 116.
[119.] Confrontinsi: il Baiân, l. c.; e Nowairi, op. cit., p. 427.
[120.] Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiat. di Parigi, fog. 33 recto.
[121.] Confrontinsi: il Baiân, tomo I, p. 116; Nowairi, op. cit., p. 436; e Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, traduz. di M. Des Vergers, p. 139.
[122.] Baiân, tomo I, pag. 127; Nowairi, op. cit., p. 437.
[123.] Veggasi il Libro II, cap. XII, p. 476.
[124.] Riadh-en-nofûs, MS. fog. 55 verso.
[125.] Libro II, cap. XII, p. 511.
[126.] Baiân, tomo I, p. 116. Su questa maniera di supplicio, usata nei paesi musulmani almeno fino al XVI secolo, si veggano Sacy, Chrestomathie arabe, tomo I, p. 468; Quatremère, arsione dell'opera di Makrizi, Histoire des Sultans Mamlouks, tomo I, pag. 72 e 182; De Freméry, nel Journal Asiatique, série IV, tomo III (gennaio 1844), p. 124.
[127.] Mi discosto in questo passo dalla versione di M. De Slane.
[128.] Op. cit., pag. 430.
[129.] Baiân, tomo I, p. 124. Ho seguíto piuttosto la cronologia di questa compilazione che del Nowairi, il quale reca il fatto nel 281 (894-895).
[130.] Confrontinsi: Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto; Baiân, tomo I, p. 281; Nowairi, op. cit., p. 430.
[131.] Confrontinsi: il Baiân, tomo I, p. 115 a 127; Ibn-Abbâr, l. c; Nowairi, op. cit., p. 428, 436, 437; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, fog. 139, il quale accenna appena le crudeltà del tiranno.
Ibn-el-Athîr, risoluto a lodarlo come principe forte e sostegno dell'islamismo, salta a piè pari tatti quei misfatti, e narra solo i principii del regno e la morte di Ibrahim; pur si lascia sfuggir dalla penna che l'eroe Abu-l-Abbas vivea in continuo terrore della “maligna indole del padre.” MS. A, tomo II, fog. 92 e 172; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso, e 279 recto, anni 261 e 289.
[132.] Veggasi in questo medesimo Libro II cap. IV.
[133.] Baiân, tomo I, p. 115. Aggiugne il cronista che Ibrahim trovò con maraviglia il cuore confuso (leggo nel testo fânian) col fegato, e irsuto di peli. In Sicilia si dice d'uom tristo e vendicativo ch'abbia il cuor peloso; il quale pregiudizio o la frase può ben venire dagli Arabi. Quanto ai movimenti convulsivi che si narrano di Ibn-Semsâma, non mi sembrano più meravigliosi di quei che la storia ricorda di tanti altri decapitati; nè parmi strano che vi concorra il proponimento fermatosi in mente da un uomo nell'atto di ricevere il colpo mortale.
[134.] Confrontinsi il Baiân, tomo I, p. 126 e 127, e Nowairi, op. cit., pag. 436 seg. Entrambi citano Ibn-Rakîk, cronista affricano del X secolo, e il Baiân aggiugne aver trovato cotesti fatti anche in altri autori. Ibn-Abbâr, MS. citato della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, solo narra il fatto delle donne incinte sparate per cavarne il feto, dicendo che seguì l'anno 283 (896-897) e conchiudendo con la esclamazione: “enorme peccato contro Iddio, ch'ei sia esaltato.” Immediatamente appresso cita Ibn-Rakîk per uno aneddoto relativo alla deposizione di Ibrahim. In generale per la vita di questo tiranno si veggano i tre scrittori or citati e Ibn-el Athîr, Ibn-Kaldûn, e gli altri compilatori che più o meno ripetono gli stessi fatti. La più parte del racconto di Nowairi era stata tradotta, prima di M. De Slane, da M. Des Vergers, nelle note a Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, pag. 138, seg.
[135.] Martirio di San Procopio vescovo di Taormina, cavato dalla Traslazione del corpo di San Severino alla città di Napoli, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60, seg.; e presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 269. L'autore è lo stesso della cronica dei Vescovi di Napoli, come lo prova il Muratori nel tomo citato del Rerum Italicarum, pag. 287, seg. L'altra narrazione alla quale alludo è il martirio dei fratelli siracusani, presso Gaetani, op. cit., tomo II, p. 59.
[136.] Confrontinsi: il Baiân, tomo I, p. 124, anno 285 (27 gennaio 898 a 15 gennaio 899), e il Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43, anno 6406 (1º settembre 897 a 31 agosto 898). Supponendo precise quelle due date, l'avvenimento si ristringe ai sette mesi che corsero dalla fin di gennaio a quella d'agosto 898. Si noti che il Baiân non spiega chi fosse il capo dei Berberi, e chi degli Arabi. Ma vi supplisce il nome di Hadhrami; poichè l'Hadramaut è regione a levante del Iemen. Se tuttavia rimanesse dubbio, lo toglie la Cronica di Cambridge dicendo che i Berberi, dopo assalito il giund, consegnarono agli Affricani Abu-Hosein e i suoi figliuoli. Quegli era dunque il lor capo. Ho corretto secondo la Cronica di Cambridge il soprannome di costui, che nel Baiân si legge Abu-Hasan.
[137.] Veggasi il Libro II, cap. IX, p. 390 del 1º vol., nota 4. Ho scritto il nome come si trova in Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 recto; e MS. di Bibars, fog. 123 recto. Il Nowairi, Storia di Sicilia, presso di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 11, dà il nome di Abu-Malek-Ahmed-ibn-Iakûb-ibn-Omar-ibn-Abd-Allah-ibn-Ibrahim-ibn-Aghlab. Questo compilatore, che in tutto merita minor fede, dice che Ahmed governò la Sicilia per ventisei anni (correggasi 28), dal 259 al 287 (872 a 900); dimenticando che nella Storia d'Affrica egli stesso avea nominato in quello spazio di tempo due altri emiri di Sicilia. Perciò suppongo che Ahmed fosse stato scambiato una prima volta, e rieletto, dopo molti anni, verso il 287.
[138.] Chronicon Cantabrigiense, presso di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43. La versione stampata porta: Anno 6407 commissum est prælium in Franco Forth. Le due parole del testo, nelle quali parve di ravvisare questo nome geografico, sono sbagliate nelle edizioni di Caruso e Di Gregorio; poichè nel MS. originale, secondo la collazione che me ne ha fatto il cortese signor Power bibliotecario dell'università di Cambridge, si legge chiaramente la seconda voce mofâreka; e la prima, mancante di punti diacritici, si compone delle seguenti lettere: 1º f, ovvero k; 2º r; 3º b, t, th, ovvero i, n; 4º h, g, ovvero kh; 5º a. Badando alle sole radicali, non esito a dire che siano f, r, g con che si scrive il verbo fereg, “scindere, fendere;” e son certo che questa parola mal copiata o piuttosto male scritta in arabico dall'autore, greco di Sicilia, sia il plurale irregolare di un vocabolo che significasse “scissura;” proprio il greco σχῖσμα. Non lascia luogo a interpretarla altrimenti la voce precedente mofâreka, che si accorda grammaticalmente con questa, e che è l'aggettivo feminino cavato dalla terza forma del verbo ferek, “separare, disgregare.” Si corregga dunque la versione: “L'anno 6407 varie fazioni guerreggiaron tra loro.”
Occorre di aggiugnere che il nome di Francoforte o altro simile non poteva esistere in Sicilia avanti i Normanni; e che non v'ha in oggi, nè v'è mai stato. Il comune attuale di Francofonte, e non Francoforte, fu fondato nel XIV secolo.
[139.] Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167; MS. di Bibars, fog. 123 recto. Il Nowairi, nella Storia di Sicilia presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 11, senza fare menzione delle guerre che seguirono, dice Abd-Allah eletto emir di Sicilia il 287; e nella Storia d'Affrica data da M. De Slane in appendice a Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, p. 431, lo fa andare in Sicilia il 284, sbarcare nel mese di giumadi primo (giugno 897), espugnare Palermo, e accordare poi l'amân. Da ciò si conferma la incertezza delle sue compilazioni.
[140.] La Cronica di Cambridge dice che Abd-Allah “passò” di Affrica a Mazara il 24 luglio; Ibn-el-Athîr che “arrivò” in Sicilia il primo di scia'bân, che risponde al primo agosto.
[141.] Questi è Ibn-Khaldûn, nella Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 57 del testo, e 134 della versione di M. Des Vergers. Non so donde abbia cavato tal particolare l'autore, che nel resto del racconto compendia Ibn-el-Athîr.
[142.] Nei due MSS. di Ibn-el-Athîr si trova il secondo nome senza punti diacritici. Credo vada letto Bâgi. Questo, a detta del Lobb-el-Lobbâb di Sojuti, edizione del Veth, può esser nome di famiglia persiana, o nome etnico derivato da Bâgia, chè così addimandavasi una città della penisola spagnuola (Beja in Portogallo); un villaggio in Affrica (Bedja nell'odierno reame di Tunis, città dentro terra a poca distanza da Tabarca); e un villaggio presso Ispahan in Persia.
[143.] Traduco “vespro” la voce 'asr che indica una delle ore della preghiera, e risponde a ventun'ora, secondo l'antico modo italiano, cioè nei primi di settembre, e in Palermo, alle tre e mezza dopo mezzodì. Veggansi le tavole delle ore delle preghiere musulmane alla latitudine del Cairo, presso Lane, Modern Egyptians, tomo I, p. 302.
[144.] Il Baiân dice combattuta la giornata “alle porte della città;” il che si deve intendere fuori i sobborghi, poichè Ibn-el-Athîr dice occupati questi dopo la vittoria. È da ricordarsi che la strada da Trapani a Palermo infino alla metà del XII secolo, e forse più oltre, passava per Carini, come il mostrano gli itinerarii di Edrisi. Però dovea correre per una delle valli che fiancheggiano Monte Cuocio, e uscire alla pianura, sia tra Bocca di Falco e Baida, sia tra questa e la montagna di Petrazzi, lungo la linea della nuova strada da ruota di Torretta.
[145.] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167, seg.; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.; Baiân, tomo I, p. 125; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 132, seg.; Chronicon Cantabrigiense, p. 43; Giovanni Diacono di Napoli, Traslazione del corpo di San Severino, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60, ripubblicato da Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 269. È maraviglioso lo accordo di Giovanni Diacono coi cronisti musulmani intorno la importanza dei fatti; e della Cronica di Cambridge, di origine greca, con Ibn-el-Athîr, su la data della battaglia di Palermo, che l'uno porta il 10 di ramadhân, e l'altro l'otto di settembre, che è appunto il riscontro del calendario cristiano col musulmano.
[146.] Questi versi sono trascritti da Ibn-el-Athîr nella notizia biografica di Abd-Allah, anno 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS. C, tomo IV, fog. 279 recto; e MS. di Bibars, fog. 129 verso; e con qualche variante da Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso. Mettendo nell'ultimo verso un punto diacritico sotto la h della voce b hâr e leggendola bigiâr, che vuol dire accanto, in vicinanza, traduco così:
“Bevo la salutar bevanda, in terra straniera, lungi da' miei e dalla mia casa:
“Ahi! soleva altre volte appressarla a'labbri, quand'io tutto olezzava di muschio e d'aloe;
“Ed or eccomi in mezzo al sangue, tra i vortici del fumo e il polverio.”
Ho reso “salutar bevanda” la voce dewâ, medicamento, farmaco.
[147.] Iakût nel Mo'gim el-Boldân, MS. di Oxford, articolo Palermo, trascrive uno squarcio della descrizione d'Ibn-Haukal, nel quale si dà questo numero di moschee e si ripete quel di 300 del resto della città, che si conoscea secondo la descrizione da me pubblicata. Quel passo va or corretto secondo Iakût, la cui aggiunta ne compie la sintassi che rimanea sospesa.
[148.] Oltre ciò che ho detto su la topografia di Palermo nei capitoli precedenti, veggasi Ibn-Haukal, Description de Palerme, da me pubblicata nel Journal Asiatique, IV série, tomo V, p. 94, 95; e nell'Archivio Storico Italiano, appendice XVI, p. 22. I nomi delle porte della città antica che troviamo in Ibn-Haukal, ci permettono di fissare il perimetro. Movendo dalla odierna parrocchia di Sant'Antonio saliva verso libeccio per l'altura ov'è il monastero delle Vergini, continuava per la strada del Celso fino a Sant'Agata la Guilia, volgeasi a scirocco lungo una linea che or si tirasse dalla cattedrale allo Spedal grande, e, ripiegandosi verso greco, toccava gli attuali monisteri dei Benfratelli e Santa Chiara, Università degli studii, Uficio della Posta, Monistero di Santa Caterina, donde tornava alla chiesa di Sant'Antonio. Figura ellittica, il cui asse maggiore coincidea con la strada del Cassaro d'oggi presa dalla cattedrale a Sant'Antonio. A quest'asse correan quasi paralelle, d'ambo i lati, due strade che agevolmente oggi si riconoscono, anguste e serpeggianti come tutte quelle del medio evo; l'una dal Monastero delle Vergini alla Beccheria vecchia (Ocidituri); l'altra dal Palagio Comunale al monastero di Santa Chiara. Non si badi molto alla pianta del Morso, Palermo antico, che si riferisce ai tempi normanni, e d'altronde è inesattissima.
[149.] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr; il Baiân; e Ibn-Khaldûn ai luoghi citati nella nota 2 della p. 67 del presente vol. Il Baiân dice espressamente che Abd-Allah entrava dopo accordato l'amân il venti di ramadhân.
[150.] Johannis Diaconi Neapolitani, Martirio di San Procopio presso il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60; e presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 269.
[151.] Vita di Sant'Elia, presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 73.
[152.] Si trova nel solo Ibn-el-Athîr, in un passo di cui abbiamo tre MSS. con tre lezioni diverse: Bartibûa, Iartînûa, e nel MS. ordinariamente più corretto, Bartanobûa. Facendo astrazione delle vocali non accentuate, il nome si riduce a sette lettere, alcune delle quali posson variare secondo i punti diacritici. Le lettere sono: 1ª b, i, n, t, th, e può anche rispondere alle nostre p e v; 2ª r, ovvero z; 3ª t; 4ª e 5ª stesse lettere che la prima; 6ª w, ovvero û; 7ª a, la quale potrebbe esser muta, onde la finale è anche incerta tra û e wa. Combinando le consonanti con varie vocali, la migliore lezione sembra Neritînû, che risponde al nome dato dai geografi antichi ai popoli di Neritum in terra d'Otranto. Neritum, oggi Nardò, città poco lontana dal mare, fu assai importante nel medio evo, fatta sede vescovile nel XV secolo. Ma la mia conghiettura è tanto più incerta, quanto sappiamo assai vagamente la regione di cui si tratti, come diremo nella nota seguente.
[153.] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 verso; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.; ed anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars, fog. ...; Johannes Diaconus, Translatio corporis Sancti Severini, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 60; e presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 269, seg.; Baiân, tomo I, p. 123, anno 288; Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 44; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 137, 138; e il cenno che ne fa Nowairi, con errore di data, nella Storia d'Affrica, in appendice alla Histoire des Berbères, par Ibn-Khaldoun, versione di M. De Slane, tomo I, p. 431; Chronicon Vulturnense presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 415.
Più che ad ogni altro si badi a Ibn-el-Athîr, e Giovanni Diacono. Nei MSS. A e di Bibars si legge che le navi musulmane tornavan da Reggio a Messina cariche di roba e dakík, che vuol dir farina, ma credo vada corretto rakîk, schiavi. La battaglia di Reggio è riferita da Ibn-el-Athîr al mese di regeb (21 giugno a 20 luglio 901), e dalla Cronica di Cambridge precisamente al 10 giugno; e questa data io ho seguito, ma forse è erronea, e si dee correggere 10 luglio, mutando una sola lettera nel testo arabico, e leggendovi iuliu in vece di iuniu. Il Baiân in luogo di Ríwa (Reggio) ha z la, che si potrebbe supporre Scilla, ma è alterazione del primo di questi nomi. Ibn-Khaldûn, per errore, credo io, di memoria, frettolosamente compendiando questi annali, scrisse che Abd-Allah, andato da Taormina a Catania, e trovandola ostinata alla difesa, se ne tornò per ripugnanza a spargere sangue musulmano. Ciò non si legge in ibn-el-Athîr; nè è probabile che Catania a questo tempo fosse già divenuta colonia musulmana. Anzi, la espugnazione del vicino castello di Aci nel 902, ch'era tenuto dai Cristiani, li fa supporre signori anco di Catania.
Adesso debbo allegar le testimonianze di quell'ultima impresa di Abd-Allah, dopo la distruzione delle mura di Messina. Ibn-el-Athîr, abbozzando sotto l'anno 261 una biografia di Ibrahim-ibn-Ahmed, dice che proponendosi costui il pellegrinaggio e la guerra sacra, andò a Susa l'anno 289 (902) “e indi passò col navilio in Sicilia, e pose il campo a Demona, Assediatala per diciassette giorni, andò a Messina, e passò a Reggio, ove s'era adunata gran gente dei Rûm. Ei li combatteva alle porte della città; li sbaragliava; e prendea Reggio, con la spada alla mano, del mese di regeb. Saccheggiatola, fece ritorno a Messina, di cui abbattè le mura; e, trovando in porto le navi arrivate da Costantinopoli, ne prese trenta. Andò poi a Neritînû (Bartîbû etc.), e se ne insignorì alla fine di regeb. Ei diè esempi di giustizia e di buona condotta verso i sudditi. Andò poi a Taormina etc.,” seguendo a narrare la espugnazione di questa città nel 902. Or lo squarcio che ho messo in carattere corsivo è compendio esatto, e in molti luoghi trascrizione, di quello che contiene le imprese di Abd-Allah del 901, il quale si trova sotto l'anno 287; se non che in quest'ultimo manca la impresa di Neritînû. E evidente dunque che Ibn-el-Athîr, o il copista, replicò nella guerra d'Ibrahim parecchi fatti di quella di Abd-Allah dell'anno precedente. È evidente, dico, per lo assedio di Demona, vittoria di Reggio, presura delle navi greche a Messina, e distruzione delle mura di questa città. Mi pare probabile per la occupazione di Neritînû.
E ciò perchè Ibn-Khaldûn, il quale compendiava gli annali di Ibn-el-Athîr, e un'altra cronica più antica, dopo tutte le imprese di Abd-Allah come noi le abbiamo narrato, fino alla distruzione delle mura di Messina, continua: “Indi tragittò nella vicina parte d'Italia (così va resa la denominazione di a'dwet-er-Rûm); combattè con popoli Franchi d'oltre il mare; e tornò in Sicilia.” La città dunque il cui nome leggiam sì male in Ibn-el-Athîr, par che giacesse nella regione vagamente chiamata a'dwet-er-Rûm, che non si può intendere del solo stretto di Messina, ma di tutta la costiera che guarda la Sicilia, se si ricordi il valor della denominazione analoga di Berr-el-A'dwa in Affrica. I Franchi combattuti da Abd-Allah non poteano esser che le genti dei duchi di Spoleto e Camerino condotti ai soldi di Leone il Sapiente. Ritraggiamo infatti ch'egli nel 904 abbia mandato danaro ai Franchi per rinforzare l'esercito destinato contro la Sicilia. Veggasi il cap. IV del presente Libro, p. 87, 89.
[154.] Johannes Diaconus Neapolitanus, l. c.
[155.] Nowairi, Storia d'Affrica, MS. di Parigi 702 A, fog. 53 verso; e traduzione di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, tomo I, p. 431; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 138 e 139. Avvertasi che M. De Slane ha saltato il luogo del Nowairi, ove si dice della malattia che colpiva Ibrahim in questo momento. Quanto alla tradizione, sembra che il Nowairi l'abbia tolto da Ibn-Rekîk; al par di Ibn-Khaldûn, il quale lo attesta espressamente. Egli è vero che Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, riferisce aver letto nella Storia d'Ibn-Rekîk, che Mo'tadhed minacciò di deporre Ibrahim e surrogargli, non il figliuolo, ma il cugino Mohammed; ma questo si dee tenere come fatto diverso, seguito appunto nell'896, prima della uccisione del detto Mohammed, della quale abbiam fatto parola nel Capitolo precedente, p. 58. Debbo avvertire che secondo una variante proposta dal prof. Fleischer nel testo di Nowairi, invece di “malattia biliosa” si dovrebbe tradurre “gli si fece incontro con vestimenta negre.” Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 451, e Introduzione, p. 63. Ma non n'è certo quel dotto orientalista; nè io.
[156.] El-Fâsik. Questo soprannome si legge in Ibn-Abbâr, op. cit., fog. 32 verso.
[157.] Baiân, tomo I, p. 125 e 126.
[158.] Veggasi nel Capitolo II del presente libro la nota 2 a p. 55.
[159.] Riscontrinsi: il Baiân, l. c.; e Nowairi, Storia d'Affrica, nell'op. cit., p. 432.
[160.] Ibn-el-Athîr, anno 287, MS. A, tomo II, fog. 167 verso; e MS. di Bibars, fog. 123 recto, seg.
[161.] Riscontrinsi: Nowairi, l. c.; Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; Baiân, tomo I, p. 126.
[162.] Johannes Diaconus, Translatio corporis S. Severini, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62; e presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 209, seg.
[163.] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Nella versione di M. De Slane la data della partenza per Nuba è posta per errore di stampa in vece del 16 il 22 di rebi' secondo, che tornerebbe al 5 aprile.
[164.] Trapani certamente, come scrive Ibn-Khaldûn, ancorchè nel testo di Nowairi si legga Tripoli. Nelle opere arabiche quei due nomi son confusi spesso. Ma qui il testo di Nowairi non lascia luogo a dubbio, portando che Ibrahim da Nûba navigò a quella città, e che indi cavalcò per a Palermo.
[165.] In maggio, secondo la diligentissima Cronica di Cambridge. Secondo il conto di Nowairi lo sbarco sarebbe avvenuto nella seconda metà di giugno, poichè Ibrahim si intrattenea diciassette giorni a Trapani; ma questa cifra può essere sbagliata, come lo è di certo quella del soggiorno in Palermo.
[166.] Giovanni Diacono napoletano espressamente nota che Ibrahim sdegnasse d'entrare in Palermo, come casa propria. All'incontro Nowairi riferisce tanti particolari da non potersi mettere in forse l'andata. Il detto che Ibrahim non tenne, ma fece tenere da altri il Tribunale dei Soprusi, mi fa supporre che il tiranno fosse rimaso fuor la città vecchia.
[167.] Riscontrinsi: Nowairi, Storia d'Affrica, MS. di Parigi 702 A, fog. 53 verso; e traduzione francese di M. De Slane, in appendice a Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, tomo I, p. 432; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 142; Johannes Diaconus Neapolitanus, Translatio corporis Sancti Severini, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 61. Non cito Ibn-el-Athîr perchè il testo è viziato, come dissi nel capitolo precedente, nota, p. 73. Avvertasi che la versione di M. De Slane in questo luogo del Nowairi sembra poco esatta, e v'ha qualche error di stampa nelle date, oltre lo errore del Nowairi che Ibrahim arrivato in Palermo il 28 regeb (8 luglio), e soggiornatovi quattordici giorni, ne fosse partito il 7 scia'bân (17 luglio). M. De Slane ha soppresso quest'ultima data, accorgendosi che fosse sbagliata.
[168.] Il nome di Costantino si legge nella Vita di Sant'Elia da Castrogiovanni, e gli è dato il titolo di patrizio. I cronisti bizantini scrivon che “fosse In Taormina,” al tempo della espugnazione, Caramalo, come e' pare, capitano del presidio, quantunque non gli dian titolo di patrizio, nè altro. Penso io dunque che si tratti d'un medesimo personaggio per nome Costantino, e di casato Caramalo. I bizantini non dicono nè anco il grado di Michele Characto, ma ch'egli accusò di viltà e tradimento il Caramalo, quand'entrambi si rifuggirono a Costantinopoli. Da ciò la conghiettura che il Characto fosse secondo in grado, o capitanasse qualche corpo ausiliare, il quale virtuosamente avesse combattuto contro Ibrahim. Giorgio Monaco fa supporre che Eustazio, drungario dell'armata, fosse stato inviato a Taormina o incaricato di recarle aiuto; il che ei non fece, e indi ne fu punito. Ma par che il cronista supponga questa colpa, confondendola con quella che certamente commise Eustazio, mandato contro l'armata di Leone da Tripoli di Siria.
[169.] Riscontrinsi: Georgius Monachus, De Leone Basilii filio, § 25, p. 861; Theophanes continuatus, lib. VI, § 18, p. 365; Symeon Magister, De Leone Basilii filio, § 9, p. 704; Leonis Grammatici, Chronographia, p. 274.
[170.] La versione latina ha: Quippe lumbare lineum supra lumbos suos ponere. Dunque il buon vecchio, gittata la cocolla, si mostrava con le sole mutande, per imitare, credo io, la foggia degli schiavi. Vita Sancti Eliæ Junioris presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 73 e 74; e nella collezione dei Bollandisti, 17 agosto, p. 479, seg.
[171.] Corano, Sura XLVIII, verso 1.
[172.] Corano, Sura XXII, versi 20 e 21.
[173.] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars; Nowairi, Storia d'Affrica, testo nel MS. di Parigi 702, A, fog. 53 verso, e traduzione presso De Slane, op. cit., p. 432, 433; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 142; Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 44; Johannes Diaconus presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 61. Non cito i Bizantini perchè non portano particolari del fatto, nè date. Nella Cronica di Cambridge l'anno è sbagliato dal copista che scrisse sifta (sei) in luogo di sena (anno), la qual voce differisce dalla prima per un sol punto diacritico. Così vi si trova 6416 in luogo di 6410, cioè 908 in luogo di 902. Ma le altre testimonianze storiche non lascian dubbio su la vera lezione; e a ritrovarla basterebbe anco il calendario, perchè la Cronica di Cambridge espressamente dice presa Taormina la domenica primo d'agosto, il qual dì incontrò in domenica il 902, e non il 908. Il giorno designato da Ibn-el-Athîr, è il 22 scia'bân 289, che risponde esattamente al 1º agosto 902. La Cronica del Monastero di Volturno, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 415, accenna senza data la espugnazione di Taormina.
[174.] Johannes Diaconus, l. c. È verosimile e perciò non l'ho tolto via, quel vanto da cannibale che Ibrahim forse non intendeva di consumare. Nel Baiân, tomo I, p. 123, leggiamo che il 283 (896) egli avea fatto uccidere quindici persone a Taurgha nell'odierno Stato di Tripoli, e cuocerne le teste, come se volesse imbandirle a mensa; il che fu cagione che la più parte del proprio esercito lo abbandonasse. Un MS. della Biblioteca di Bamberg, dello XI secolo, citato nell'opera di Pertz, Scriptores, tomo III, p. 548, in nota alla Cronica Salernitana, accenna il martirio di San Procopio, evidentemente compendiando e alterando la narrazione di Giovanni Diacono.
[175.] Nei varii MSS. d'Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn; e Nowairi questo nome si legge Bîkesc, Benfesc, Tîfesc, Minisc, Minis, e talvolta è scritto senza punti diacritici. Edrisi pone tra Messina e Taormina, in luogo aspro e montuoso, a 15 miglia verso mezzodì da Monforte, una terra Mîkosc, Mîkos, Minis, secondo i varii MSS. Non trovo in oggi nomi somiglianti; ma il luogo risponde tra il Capo di Scaletta e il Monte Scuderi; sia Artalia, o Pozzolo Superiore, o Giampileri ec. Castello par che non ne rimanesse nè anco al tempo di Edrisi. Il nome mi par latino o greco, Vicus, Μῦχος Μηκὰς o anche Νῖκος. Mandanici, che darebbe quest'ultimo nome aggiunto a quel di Μάνδρα, non risponderebbe alla detta distanza da Monforte, che per altro può essere inesatta o sbagliata nel MS. di Edrisi.
[176.] Veggasi la nota 4 a p. 468 del I Volume, lib. II, cap. XII, intorno il sito del castel di Demona.
[177.] Si pronunzii come Hodjr in francese, e in inglese Hojr. Non l'ho scritto Hogr perchè darebbe un suono diverso.
[178.] Certamente El-Iagi, quantunque alcun MS. porti El-Bâgi, Et-Tâgi ec., mutando i punti diacritici, e altro dia le lettere senza punti. Edrisi lo scrive Liâgi, come si legge nei migliori MSS., dovendosi negli altri aggiugnere un punto diacritico alla lettera b e mutarla così in i, Liag o Liagi in luogo di Lebag che si è trascritta. La differenza di ortografia tra Edrisi e le memorie, di certo anteriori a lui, su le quali compilò Ibn-el-Athîr, dà luogo a una curiosa osservazione filologica. Nel X secolo, al quale van riferite quelle memorie, il nome di Ἄκις e Acis, pronunziato in Sicilia, com'oggi Iaci, con la prima vocale strisciante nel modo che avvertii per Enna, era scritto dagli Arabi col loro articolo el; probabilmente perchè i Greci l'usavano anche con l'articolo. Nella prima metà del XII secolo, in cui visse Edrisi, si dicea Li Aci con l'articolo italiano, il che può aggiugnersi alle altre prove che la lingua nostra già si parlasse in Sicilia.
[179.] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, e Nowairi, ll. cc. Il racconto di Nowairi, che in questo luogo è particolareggiato più che gli altri, dopo aver detto di Bico, Demena e Rametta, continua: “E mandò sopra Aci, con un'altra schiera, Sa'dûn-el-Gelowi. Tutte le popolazioni insieme si rivolsero a costui, profferendo la gezîa; ma egli non l'accettò, nè volle altro patto che l'uscita loro dalle fortezze. Uscironne dunque: ed egli distrusse tutte le rôcche e castella, e ne gittò le pietre in mare.” Questo passo prova che la denominazione di Aci, al principio del X secolo, comprendesse parecchie castella; ovvero che Aci fosse come la capitale di quelle sparse sul fianco orientale dell'Etna. Tra i due supposti, terrei piuttosto il primo; perchè ai tempi di Edrisi, Aci par che fosse nominata al plurale, come dissi nella nota precedente; e in oggi v'ha infino a sette comuni di tal nome, poco lontani l'un dall'altro. Qual fosse la fortezza principale nel 902, non so. Forse Castel d'Aci, posto sopra un masso di basalto in sul mare, rimpetto alli scogli de' Ciclopi, o Faraglioni come or chiamansi: Le isole di Aci di Edrisi. Castel d'Aci è famoso nelle guerre degli Angioini contro gli Aragonesi. Potrebbe darsi ancora che la rôcca principale fosse stata sul vicin “Capo dei Molini” ove si trovano ruderi antichissimi; ovvero nel quartier della odierna Acireale, detto Patané, che ha avanzi di un edifizio romano o bizantino, e vi si è scavata una grossa pietra di lava, col noto monogramma del motto “Gesù Cristo vince” che si solea porre nelle fortezze e bandiere bizantine. Veggasi su le antichità dette l'erudito lavoro di Lionardo Vigo, Notizie storiche d'Aci Reale, cap. II.
[180.] Veggasi il Libro I, cap. IV, p. 100, seg., e nota 1 alla pag. 102. L'episodio di Ibrahim appartiene esclusivamente a Pietro Diacono. Si conserva manoscritto nella Biblioteca di Monte Cassino; come ritraggo dalla lista messa in appendice al trattato di Pietro Diacono, De viris illustribus Cassin.; presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI. È pubblicato dal Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo I, p. 181, seg., con note che condannano qualche bugia e mostrano gli anacronismi sconci della narrazione, compilata, come dice Pietro Diacono, su la Cosmografia di Teofane, e la “Cronologia dei Pontefici Romani.”
[181.] Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso.
[182.] Georgius Monachus, De Leone Basilii filio, § 25, p. 860, 861; e Leo Grammaticus, Chronographia, p. 274, dicono espressamente condannati a morte, pel fatto di Taormina, il Caramalo ed Eustazio drungario dell'armata; e nominano i due monasteri diversi nei quali furono mandati per commutazion di pena. Contuttociò Giorgio Monaco nel § 29, narrando la impresa di Leone da Tripoli che seguì due anni dopo, dice mandatovi Eustazio con tutte le forze navali; il quale tornò, allegando non aver potuto trovare il nemico. Pare dunque che la condanna debba riferirsi a questo secondo fatto; ma non è inverosimile, trattandosi della corte bizantina, che dopo la prima prova sia stato tratto Eustazio dal monastero, per affidargli di nuovo l'armata e la fortuna dell'impero.
[183.] Johannis Diaconi Neapol., Translatio etc., presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62.
[184.] Johannes Cameniata, De Excidio Thessaloniciensi, esattamente narra tutti i particolari di cui fu testimone oculare; e tra gli altri, al § 18, p. 512, la nazione dei soldati capitanati dal rinnegato Leone. Perciò il Rampoldi grossolanamente sbagliò, Annali Musulmani, scrivendo sotto l'anno 902 che i “Musulmani Aghlabiti, radunata una flotta in Affrica e in Sicilia, prendeano Lenno, e minacciavano Costantinopoli, comandati da Leone di Tripoli.” Lo seguì in questo errore il Martorana, Notizie dei Saraceni Siciliani, tomo I, cap. II, p. 69; e nota 88, p. 20; e scrisse i fatti di Lenno e Tessalonica “tra le belle gesta che pur fecero i Saraceni Siciliani,” ingannato anche dalla concisione di Cedreno, il quale suppone Taormina e l'isola di Lenno occupate nella medesima impresa. Lenno fu presa dai Musulmani di Cilicia, capitanati da un altro rinnegato per nome Damiano, l'anno 903; come si scorge dalle autorità che cita il Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXXII, § 31; e in particolare da Symeon Magister, De Leone Basilii filio, § 9 e 10, p. 704, il quale porta in anni diversi i due fatti di Taormina e di Lenno. Oltre Giovanni Cameniata si veggano per la impresa di Tessalonica, Theophanes continuatus, lib. VI, cap. XX, p. 366, seg.; Symeon Magister, § 13, 14, p. 705; Leo Grammaticus, p. 277; Georgius Monachus, § 20, p. 862.
[185.] Cento libbre d'oro secondo Giorgio Monaco, la Continuazione di Teofane, e Symeon Magister, ll. cc. Giovanni Cameniata accenna prima vagamente una grossa somma di danaro, e poi due talenti d'oro, op. cit., § 59, p. 569. Il secondo aggiugne che il danaro servisse agli stipendii e spese dell'esercito in Sicilia (τοῦ κατὰ Σικελίαν στρατοῦ), ma si deve intendere di quello che si pensava far passare di Calabria in Sicilia. Symeon Magister dice che le cento libbre d'oro eran chiuse in un cestellino (κανίσκιος) per recarle ai Franchi. Senza dubbio si tratta degli stessi Franchi di cui fa menzione Ibn-Khaldûn nel 901; e probabilmente erano i duchi di Spoleto e Camerino, che nel IX e X secolo fecero un po' i capitani di ventura. Si vegga sopra a pag. 72, 74.
[186.] Johannes Cameniata, op. cit., § 39 e 64, p. 569 e 576; Theophanes continuatus, lib. VI, cap. XX, XXI, p. 366, seg.; Symeon Magister, De Leone Basilii filio, § 13, 14, p. 705, seg.; Georgius Monachus, De Leone Basilii filio, § 29, 30, p. 862, seg.; Leo Grammaticus, p. 277. Veggasi anche Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXXII, § 32, seg.
[187.] Ibn-el-Athîr, l. c.; Nowairi, Storia d'Affrica, MS. di Parigi, 702, A, fog. 53 verso; e la traduzione francese presso M. De Slane, op. cit., p. 433; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 143, dice Ibrahim tornato in Sicilia, e morto all'assedio di Cosenza ch'ei non sapeva essere in Calabria. Il detto ritorno è evidente sbaglio nato dal confondere questa impresa di Ibrahim con quella del figliuolo l'anno innanzi.
[188.] Giovanni Diacono, testimone oculare ed autor di questo racconto, dice che la demolizione del castello Lucullano fu compiuta il 12 (quarto idus) d'ottobre; il corpo di San Severino recato a Napoli il dì appresso; e le stelle cadenti viste dopo sei dì, che tornerebbe al 18 o al 19. Il Baiân, tomo I, p. 126 e 127, riferisce questo fenomeno al 22 del mese di dsu-l-k'ada, cioè dal tramonto del 27 al tramonto del 28 ottobre: e merita maggior fede, non solo per la solita diligenza di cotesta compilazione, ma anco per l'uso degli Arabi di scrivere i numeri alla distesa, più tosto che in cifre. D'altronde potrebbe supporsi che il copista di Giovanni Diacono avesse notato VI in luogo di XVI o di XV i giorni corsi dal ritrovamento delle ossa di San Severino alle stelle cadenti. Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso, ci conduce ad ammettere l'una e l'altra data, poichè fa supporre replicato il fenomeno più o meno per molte sere, dicendo: “In dsu-l-ka'da di quest'anno morì Ibrahim-ibn-Ahmed; e da quel momento furon viste stelle cadenti sparnazzantisi come pioggia a destra e a sinistra; onde fu chiamato l'anno delle stelle.” Questo squarcio è stato tradotto inesattamente da Conde, Dominacion de los Arabes en España, parte IIª, cap. 75.
Io mi sono intrattenuto sì lungamente ad esaminare questa data, poichè gli scienziati osservano un periodo annuale in tal fenomeno, e che sia più notabile verso il dieci agosto e in novembre. Col medesimo intento il barone De Hammer ha raccolto nel Journal Asiatique, serie IIIª, tomo III (1837), p. 391, alcuni ricordi d'autori arabi in fatto di stelle cadenti; e il baron De Slane vi ha fatto qualche correzione nel tomo IV della medesima serie, p. 291.
[189.] Evangelium secundum Lucam, XXI, 25. Questa riflessione è dell'anonimo autore d'un MS. dell'XI secolo, posseduto dalla Biblioteca di Bamberg, e citato nella raccolta di Pertz, Scriptores, tomo III, p. 548, in nota alla Cronica Salernitana. L'anonimo evidentemente ebbe alle mani la narrazione di Giovanni Diacono, ch'ei compendia e guasta.
[190.] Corano, Sura XV, verso 18; Sura XXXVII, verso 8, seg.
[191.] Così lo chiama Giovanni Diacono.
[192.] Il Nowairi dice il fiume. Potrebbero esser due, poichè il Busento confluisce col Crati sotto Cosenza.
[193.] Gli altri particolari della malattia d'Ibrahim si cavano dai cronisti musulmani. Giovanni Diacono dice Ibrahim morto nella chiesa di San Michele. In quella di San Pancrazio afferma la Cronica di Bari presso il Muratori, Antiquitates Italicæ Medii Ævi, tomo I, p. 31; e il Muratori vuol correggere chiesa di San Bertario.
[194.] Riscontrinsi: Ibn-el-Athîr, anno 261, MS. A, tomo II, fog. 92, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 246 verso; e MS. di Bibars; Baiân, tomo I, p. 126; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso; Nowairi, Storia d'Affrica, MS. di Parigi, 702, A, fog. 53 verso e 54 recto; e la traduzione francese presso De Slane, op. cit., tomo I, p. 433, 434; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 143, 144; Ibn-Wuedrân, § 6; e versione di M. Cherbonneau, nella Revue de l'Orient, décembre 1853, p. 429; Ibn-Abi-Dinâr (El-Kaïrouani), MS. di Parigi, fog. 21 verso; e traduzione francese, p. 86; Abulfeda, Annales Moslemici, anno 261; Johannes Diaconus, Translatio etc, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62; Chronicon Barense anno 902, presso Muratori, Antiquitates Italica Medii Ævi, tomo I, pag. 31; e presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 52; MS. di Bamberg citato nella raccolta stessa di Pertz, Scriptores, tomo III, p. 548, in nota.
La data della morte, non scritta precisamente dall'accurato e contemporaneo Giovanni Diacono, si ritrae dai Musulmani. La recan tutti nel mese dsu-l-ka'da del 289, ma v'ha divario nel giorno: secondo il Baiân, il lunedì 17; secondo Nowairi, il sabato 18; e secondo Ibn-el-Athîr, Ibn-Wuedrân, e Abulfeda, il sabato diciannove: che tornano ai 23, 24 e 25 ottobre 902. Or poichè i giorni della settimana coincidono nel nostro calendario e nel musulmano, e il 17 dsu-l-ka'da 289 cominciò al tramonto del 22 e finì al tramonto del 23 ottobre, giorno di sabato, è evidente un lieve sbaglio in tutte quelle date. Qual che fosse stata la cagione dell'errore, mi è parso di ritenere la data del sabato 23 ottobre.
Nella versione del Nowairi, M. De Slane ha detto “quand la maladie interne dont Ibrahim souffrait, etc.;” ma confrontando con Ibn-el-Athîr e Ibn-Abi-Dinâr son certo che si debba sostituire “malattia viscerale.”
[195.] Johannes Diaconus, op. cit., presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 62; e presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte IIª, p. 273.
[196.] Vita Sancti Eliæ Junioris, presso Gaetani, Vita Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 74.
[197.] Chronicon Barense, anno 902, presso Muratori, Antiquitates Italicæ Medit Ævi, tomo I, p. 31; Vita di San Bertario citata quivi in nota dal Muratori; Lupi, Protospatæ (Protospatarii) Chronicon, anno 901, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V; presso Pratilli, Historia Princ. Langob., tomo IV, p. 20; e presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 53; Romualdi Salernitani, Chronicon, anno 902, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V.
Non cito la Cronica della Cava, e la Cronica di Calabria pubblicata nella stessa raccolta di Pratilli, tomo III e tomo IV, perchè la prima è interpolata, la seconda apocrifa del tutto.
Il Martorana, Notizie Storiche, tomo I, cap. II, p. 60, pensò di impastare in uno tutti i racconti delle croniche. Scrisse che “annottando l'emiro Ibrahim intorno all'assedio, e accaduto un gran temporale con frequenti detonazioni, vi fu colpito si malamente da un fulmine elettrico, che dovè levarsi tosto dall'ossidione; poi morì di sfracello tra mille dolori entro al suo palazzo, nella città di Palermo.”
[198.] Per cotesti fatti notissimi non occorrono citazioni. I particolari si possono vedere in Sciarestani e nelle altre opere che mi occorrerà in breve di ricordare.
[199.] Questo fatto mi è occorso per la prima volta nel Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 75 verso. Molti di quei libri trattavano di veterinaria; e forse l'amor dei cavalli fu la prima cagione che conducesse gli Arabi nel santuario delle scienze greche.
[200.] Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 141, 142 del 1º vol.
[201.] Veggansi in generale Hagi Khalfa nei Prolegomeni; Pococke, Specimen historiæ Arabum; Wenrich, De auctorum græcorum versionibus etc. Il Kitâb-el-Fikrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 67 verso, seg., fornisce dati importanti a chi voglia approfondire questa epoca della storia intellettuale dell'umanità.
[202.] Tarîkh-el-Hokemâ, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 672, p. 13. L'autore, che visse nel XII secolo, afferma aver veduto in una biblioteca di Gerusalemme, tra i libri provenienti dal lascito dello sceikh Abu-l-Feth-Nasr-ibn-Ibrahim di Gerusalemme stessa, un trattato di Empedocle contro la immortalità delle anime, del quale ei non dà il titolo, e nota soltanto che Aristotile l'avesse confutato, e che altri avesse voluto scusar Empedocle supponendo allegorico il suo linguaggio; ma l'autore aggiugne non vedervi punto allegoria. Hagi-Khalfa, ediz. Flüegel, tomo V, p. 144, 152, ni 10,448 e 10,500, attribuisce ad Empedocle: 1º un “Libro della Metafisica,” così intitolato al par di quello notissimo d'Aristotile, e 2º un “Libro su la resurrezione spirituale e su l'assurdo che le anime risorgano come (si rinnovano) i corpi.” Ma il Wenrich, De auctorum græcorum versionibus etc., p. 90, li crede apocrifi entrambi, non trovandoli in Diogene Laerzio.
Che che ne sia di questo argomento negativo, par che appartengano ad Empedocle, o almeno ad alcun di sua scuola, i libri col nome del filosofo agrigentino, dei quali gli Arabi possedeano le versioni. Penso così perchè le opinioni fondamentali attribuite ad Empedocle dal Kitâb-el-Hokemâ, e più distintamente da Sciarestani, testo arabico, p. 260, seg., ben si accordano col panteismo che ritraggiamo dai frammenti di questo filosofo e dalle notizie che ce ne danno gli scrittori antichi. Al dir de' due eruditi arabi, la Divinità d'Empedocle era l'astrazione della scienza, volontà, beneficenza, potenza, giustizia, verità ec.; non già un essere reale dotato di dette qualità e chiamato con que' varii nomi. La nota dottrina di Empedocle su l'amore e l'odio, ossia l'attrazione e repulsione, si vede anco chiaramente nella cosmogonia che gli attribuisce Sciarestani.
Il filosofo spagnuolo che al dire del Kitâb-el-Hokemâ tolse sue dottrine da Empedocle, ebbe nome Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Mesarra-ibn-Nagîh, nato in Cordova l'883 e morto il 931. Costui, dopo avere studiato alla scuola del proprio padre e di due altri dotti spagnuoli, fu perseguitato come zindîk, per troppo zelo di spargere le dottrine d'Empedocle; talchè si rifuggiva in Oriente. A capo di lunghi anni, tornato in Spagna, ricominciò a insegnare la stessa filosofia più copertamente e cadde di nuovo in sospetto d'empietà.
Un compendio di quest'articolo del Tarîkh-el-Hokemâ si legge in Ibn-abi-Oseibi'a, MS. di Parigi, Suppl. Ar. 673, fog. 22 recto, e Suppl. Ar. 674, fog. 40 verso.
[203.] Abulfeda, Annales Moslemici, an. 449 (1057), notando la morte di questo gran poeta, inserisce senza scrupolo i versi che cito.
[204.] Sciarestani, Kitâb-el-Milel “Libro delle sètte,” testo arabico, p. 147, seg., nota la differenza che correa tra i Bâteni antichi, ossia filosofi razionalisti, e i Bâteni moderni, sètte miste, chiamate con varii nomi in varii paesi.
[205.] Makrizi, presso Sacy, Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. XIII, attesta questo fatto. La origine arabica si vede anche dai nomi dei capi di parte riferiti da Sciarestani.
[206.] Veggasi il Libro I, cap. III, p. 69 del 1º volume.
[207.] Sciarestani, Kitâb-el-Milel, testo arabico, p. 85, seg. L'autore nota tra i principii comuni alle sètte kharegite che il peccato grave porti infedeltà, ma nol ripete tra le opinioni particolari dei primi Khâregi del tempo di Ali.
[208.] Sciarestani, op. cit., p. 87 a 102.
[209.] Sciarestani, op. cit, p. 108, 109.
[210.] È plurale dell'aggettivo Ghâli, che significa “eccedente, smoderato.”
[211.] Sciarestani, op. cit., p. 109, 132, 133; il quale rintracciando il cammino di coteste opinioni, e ignorando l'origine indiana della incarnazione (Holûl) la attribuisce ai Cristiani. Si vegga anche Makrizi, presso Sacy, Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. XIII-XIV.
[212.] Quest'ultimo fatto da Sciarestani, op. cit., p. 132.
[213.] Makrizi, presso Sacy, Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. XIII.
[214.] Su le sètte del magismo ci danno molto lume Mohammed-ibn-Ishak, autore del Kitâb-el-Fihrist, e Sciarestani ricordato di sopra; i quali vissero l'uno nel decimo, l'altro nell'undecimo secolo, ebbero alle mani gran copia di materiali persiani, ed erano entrambi uomini da saperne cavare costrutto. Ciò non ostante mancaron loro le cognizioni che a noi fornisce lo studio del buddismo, il quale ebbe tanta influenza su le varie sètte dei magi. Per quella d'Ibn-Daisân si vegga il Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, Suppl. Ar., 1400, tomo II, fog. 194 recto, e 211 recto e verso; e Sciarestani, op. cit., p. 194, 196. Il Kitâb-el-Fihrist porta il cominciamento dell'eresia d'Ibn-Daisân una trentina d'anni dopo quella dei Marcioniti, ai quali assegna il primo anno d'Antonino imperatore (138), e alla eresia di Mani il secondo anno di Gallo (252).
[215.] Questa teoria sociale è attribuita a Mani nella compilazione turca della cronica di Tabari, uno squarcio della quale, tradotto in inglese, è uscito alla luce nel Journal of the American oriental Society, tomo I, p. 443, New-Haven, 1849. Si trova altresì nelle compilazioni orientali che compendiano Tabari e si copian tra loro. Io presto fede a tale tradizione per la condizione politica della Persia al tempo di Mani, e perchè Mazdak, predicatore del comunismo in Persia, seguiva la sua scuola. Nondimeno debbo avvertire che non ne fan motto il Kitâb-el-Fihrist, tomo II, fog. 192 verso a 212 verso, nè Sciarestani, op. cit., p. 179 a 196, in lor dottissime analisi della religione manichea.
[216.] Confrontinsi il Kitâb-el-Fihrist e Sciarestani, ll. cc. Questo passo del Kitâb-el-Fihrist è stato tradotto dà M. Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduction, p. CCCLXI.
[217.] Kitâb-el-Fihrist, tomo II, fog. 203 verso e 209 recto. Quivi si dice del Râís, ossia capo, e della Raîsa, o vogliam dire direzione centrale, de' Manichei a Bâbel, sotto Walîd I (705-715).
[218.] Secondo il Kitâb-el-Fihrist tomo II, fog. 216 verso e 217 recto, v'ebbe due personaggi nominati Mazdak. Del primo non si dice l'epoca, ma solo ch'ebbe séguito nel Gebâl, Aderbaigian, Armenia, Deilem, Hamadân e Fars. I suoi settatori furon detti Khorramii. Il secondo Mazdâk è quelle di cui si conosce la istoria, e i settatori presero il nome di Mazdakiani.
[219.] Confrontisi: Procopio, De Bello Persico, lib. I, cap. V; Tabari, compilazione turca, versione del barone De Hammer, nel Journal Asiatique, ottobre 1850, p. 344; Kitâb-el-Fihrist, l. c.; Sciarestani, op. cit., p. 192, seg.; Mirkond, presso Sacy, Antiquités de la Perse, p. 353, seg.; Mogimel-et-Tewârikh, versione di M. Mohl, nel Journal Asiatique di luglio 1852, p. 117, e di maggio 1853, p. 398. Nella Introduzione al Solwân d'Ibn-Zafer, io ho toccato questo punto di storia, mettendo in forse i racconti dei cronisti sul comunismo di Mazdak; e penso tuttavia ch'ei non abbia mandato ad effetto tutte le sue teorie nel tempo che tenne lo Stato. Ma la licenza di quelle teorie non si può negare dopo l'autorevole testimonianza del Kitâb-el-Fihrist, nel quale si cita un trattato speciale di Thelgi su questo argomento.
[220.] Sciarestani, op. cit., p. 187.
[221.] Veggasi il Libro I, cap. VI, p. 140 e 141 del 1º volume.
[222.] Confrontinsi: il Kitâb-el-Fihrist, tomo II, fog. 220 recto, e Sciarestani, op. cit., p. 194. Entrambi noverano la setta di Abu-Moslim tra quelle derivate da Mazdak.
[223.] Ibn-el-Athîr, anno 141, MS. C,. tomo IV, fog. 125 verso; e Abulfeda che lo copia, Annales Moslemici, an. 141.
[224.] Ibn-el-Athîr, anni 159 e 161, MS. C, tomo IV, fog. 148 verso e 150 verso; Abulfeda, op. cit., an. 163. Ma seguo la cronologia d'Ibn-el-Athîr.
[225.] Ibn-el-Athîr, an. 168, MS. A, tomo I, fog. 29 verso.
[226.] Ibn-el-Athîr, an. 170, MS. A, tomo I, fog. 39 verso.
[227.] Abulfeda, Annales Moslemici, an. 166.
[228.] Questo soprannome, al dire d'Ibn-el-Athîr, significa “L'Eterno.” Il nome patronimico era Ibn-Sahl.
[229.] Così nel Merâsid-el-Ittila'. I cronisti la scrivono con l'articolo. Dando alla lettera dsal il valore di semplice d si pronunzierebbe Bedd, o El-Bedd.
[230.] Confrontinsi: Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 217 recto, seg.; Ibn-el-Athîr, anni 201, 220, 221, MS. C, tomo IV, fog. 191 recto, 203 verso, 205 recto, seg.; Abulfeda, Annales Moslemici, anno 226.
[231.] Questo nome si trova nel solo Kitâb-el-Fihrist, nè son certo della lezione di quel mediocrissimo manoscritto.
[232.] Così il Kitâb-el-Fihrist, che toglie ogni dubbio. Makrizi, credendo patronimico il nome di Deisâni, scrisse Meimûn figlio di Deisân; e M. De Sacy sospettò qualche errore nel noto Bardesane; ma nol chiarì. Veggasi la sua Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 88 e 94. Ho detto della setta deisanita a pag. 109.
[233.] Nel Kitâb-el-Fihrist si legge Sce'âbîds, che significherebbe “giochi di mano” o di prestidigitation, come dicono i Francesi. Mi par che qui si debba prendere in senso più generale.
[234.] I varii racconti che correano su la origine della setta ismaeliana si leggono, più distintamente che altrove, nel Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 5 verso a 9 verso, dove l'autore cita un trattato speciale sopra questa setta, scritto per combatterla, da Abu-Abd-Allah-ibn-Zorâm (o Rizâm). Non ostante la diversità delle tradizioni, date come dubbie nel Kitâb-el-Fihrist, mi par che molto ben si connettano insieme e che si possa accettare il grosso di tutti que' fatti. Si veggano altresì Makrizi, presso Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 88; Sacy stesso, Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. LXIII e LXX, seg. — Makrizi sostiene, e M. de Sacy ripete con incredibile semplicità, che Abd-Allah-ibn-Meimûn fabbricasse questa gran macchina, non ad altro fine che di propagare l'ateismo e il libertinaggio!
[235.] Senza moltiplicare le citazioni mi riferirò al solo Sciarestani, op. cit., testo arabico, p. 15, 16, 127.
[236.] Kitâb-el-Fihrist, volume citato, fog. 6 recto e verso. Il nome proprio Hamdan è dato da Ibn-el-Athîr. La pronunzia di Kirmit è determinata da Sefedi, Dizionario biografico, MS. di Parigi, Suppl. Ar., 706, articolo sopra Soleiman-ibn-Hasan. Varie etimologie si danno di questo soprannome che al dir del Kitâb-el-Fihrist si riferisce a un castello. Su i fatti si vegga anche Makrizi, presso Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 89.
[237.] Ibn-el-Athîr, anno 278, MS. C, tomo IV, fog. 269 verso, dà un lungo ragguaglio su la origine, dottrine e riti dei Karmati; del qual capitolo la parte meno importante fu trascritta dal Nowairi e tradotta dal Sacy, vol. cit., p. 97. Veggasi ancora il Sacy, pag. 126 di esso volume. Il mio giudizio, formato su la tendenza diversa degli Ismaeliani e Karmati, si conferma coi particolari d'Ibn-el-Athîr. Notò anche questa differenza il Taylor nell'opera, The history of Mohammedism and its sects, p. 172, quantunque ei non abbia avuto alle mani tutti i fatti da poterla provare. L'analogia dei Karmati con gli Ismaeliani era stata sostenuta da M. De Sacy, Exposé de la religion des Druses, p. LXIII, seg., e da M. De Hammer, Histoire de l'ordre des Assassins, p. 47, 48, su la fede degli autori musulmani citati da loro. Il Baiân, che allor non si conoscea, contiene a pag. 292, seg., del 1º volume, un racconto sugli Ismaeliani e Karmati; ove si replicano con molti particolari i fatti già noti, e tra gli altri lo scandalo della notte lor festiva detta della Imamîa, e il nome, troppo significativo, di figliuoli della fraternità, dato ai fanciulli che nasceano da que' baccanali.
[238.] Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso.
[239.] Su l'associazione ismaeliana si veggano Sacy, Esposé de la religion des Druses, Introduzione; Quatremère, Mémoires historiques sur les Fatimites, nel Journal Asiatique, agosto 1835, e le autorità musulmane citate da essi. Merita molta attenzione il racconto di Makrizi, presso Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 140, seg., su gli ordini della setta trionfante nel regno dei Fatemiti.
[240.] Confrontinsi: Warrâk, cronista spagnuolo del X secolo, citato nel Baiân, tomo I, p. 117-118; Makrizi, presso Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 111, seg.
[241.] Su questo sito si consulti una nota di M. Cherbonneau, Journal Asiatique, décembre 1852, p. 509.
[242.] Confrontinsi: Edrisi, Geografia, versione francese di M. Jaubert, tomo I, p. 246; Ibn-Khaldûn, Storia dei Berberi, versione francese di M. De Slane, tomo I, p. 291; Cronica di Gotha, presso Nicholson, An account of the establishment of the Fatemite Dynasty, p. 88.
[243.] Confrontinsi: Baiân, tomo I, p. 118; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 145-147; Makrizi, presso Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 113, seg.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 1 verso.
[244.] Credo il 22 rebi' primo del 289 (5 marzo 902) più tosto che a mezzo giugno del medesimo anno. L'una e l'altra data si legge nei medesimi autori: ma forse non è errore, e la prima va intesa dello esercizio del potere supremo, la seconda della solenne inaugurazione per la quale forse si aspettò il diploma del califo abbassida. Veggansi le autorità citate qui sopra a p. 77, e Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso, che porta appunto la data del 22 rebi' primo.
[245.] Il mercoledì ultimo, secondo Ibn-el-Athîr, e penultimo giorno, secondo il Baiân, del mese di sciabân 290. Indi si vede che l'uno segue il calendario astronomico, e l'altro il conto civile, di che si è fatta parola al cap. III del Libro I, pag. 57, del 1º volume.
[246.] Detto Geziret-el-Kerrâth, ossia “Isola dei Porri.” Così fu chiamato dagli Arabi un isolotto a Capo Passaro in Sicilia, che ritien oggi il nome voltato in italiano. Ma credo qui si tratti della Geziret-el-Kerrâth in Affrica, a 12 miglia da Tunis.
[247.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 172 recto, seg., an. 289, e MS. C, tomo IV, fog. 279, stesso anno, e fog. 286 recto, seg., an. 296, e MS. Bibars, an. 289, fog. 129 verso; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 33 verso e 34 recto; Baiân, tomo I, p. 128, 138, 139; Nowairi, Storia d'Affrica, in appendice alla Histoire des Berbères par Ibn-Khaldûn, versione di M. de Slane, tomo I, p. 438 a 440; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 146 a 149; Ibn-Abi-Dinâr, testo MS., fog. 21 verso, e traduzione, p. 87; Ibn-Wuedrân, nella Revue de l'Orient, décembre 1853, p. 429, seg.; Cronica di Gotha, versione di Nicholson, p. 51, 74, 75.
[248.] Rendo così la voce arabica tâbia, donde lo spagnuolo tapia e credo anco il siciliano taju. In quest'ultima voce la b par mutata dapprima, alla greca, in v, e poscia dileguata nell'j.
[249.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, fog. 286 recto, seg., an. 296; Ibn-Khallikân, Wefiât-el-'Aiân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 465; Baiân, tomo I, p. 133 a 147, e Cronica di Gotha, presso Nicholson, p. 83 a 91; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 150 a 156; Nowairi, Storia d'Affrica, in appendice alla Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, versione di M. De Slane, tomo I, p. 441 a 447; Makrizi, presso Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 113 a 115.
[250.] Secondo i Sunniti era: “Venite alla preghiera ch'è migliore del sonno.” Gli Sciiti corressero: “Venite alla preghiera ch'è l'opera migliore.”
[251.] Confrontinsi: Baiân, tomo I, p. 137, 141 a 149, e Cronica di Gotha, versione di Nicholson, p. 64, 92, 96, seg.; Makrizi, presso Sacy, Crestomathie Arabe, tomo II, p; 115; Sacy, Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. CCLXX, seg.
[252.] Veggansi le autorità citate da M. Sacy, Exposé de la religion des Druses, tomo I, p. CCXLVII, seg., e Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 88 a 92 e 95; e da M. Quatremère, Journal Asiatique, août 1836, p. 99, seg., il primo dei quali sostiene e l'altro confuta le pretensioni dei Fatemiti. Si aggiungano: Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fol. 6 verso; Baiân, tomo I, p. 292, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 37 verso. Non cadendo in dubbio che Sa'îd, o vogliam dire Obeid-Allah, discendesse da El-Kaddâh, i partigiani dei Fatemiti dovean provare la parentela di El-Kaddâh con Ali; ma niuno l'ha fatto.
[253.] Questo aneddoto è narrato nel Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fol. 7 recto, dove Abu-l-Kasem non è detto figliuolo d'Obeid-Allah, come questi lo spacciò e come scrivono tutti gli altri cronisti.
[254.] Confrontinsi: Tahîa-ibn-Sa'îd, Continuazione degli Annali d'Eutichio, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 87 verso, seg.; Kitâb-el-Fihrist, MS. di Parigi, tomo II, fog. 6 verso, seg.; Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 290; Baiân, tomo I, pag. 149, seg.; Cronica di Gotha, versione di Nicholson, p. 100, seg.; Makrizi, presso Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo II, p. 114, 115. Traggo la data del 20 agosto 909 da Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto.
[255.] Confrontinsi: Riâdh-en-nofûs, MS. di Parigi, fog. 67 verso; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 197 verso, seg.; MS. C, tomo IV, fog. 290, seg., an. 296; Baiân, tomo I, p. 158, 159; Makrizi, Mokaffa', MS. di Parigi, Ancien Fonds, 675, fog. 222 recto; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 3 recto.
[256.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr e Makrizi, ll. cc. Veggasi anche nel Riâdh-en-nofûs, fog. penultimo, verso, un curioso aneddoto che si narra nella iniziazione d'Ibn-Ghâzi.
[257.] Iahîa-ibn-Sa'îd, continuatore di Eutichio, scrive Rûm, il qual nome si dava ad ambe le schiatte e comprendea perciò i Siciliani. La più parte probabilmente erano cristiani di Sicilia, convertiti o no. Uscì da questi giannizzeri fatemiti Giawher conquistatore del Marocco e dell'Egitto, ch'è chiamato ora Rûmi ed or Sikîlli, ossia siciliano.
[258.] Si legge nel Baiân, tomo I, p. 175 e 184, che il Mehdi nel 303 (915-16) fece il catasto dei poderi tributarii (dhi'â) prendendo la media tra il massimo e il minimo fruttato; e che nel 305 (917-18) levò una tassa addizionale sotto pretesto di arretrati. La sottile avarizia della finanza fatemita si ritrae da tante altre fonti.
[259.] Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 recto.
[260.] Riâdh-en-nofûs, fog. 67 verso. Il testo dice: “Prese i beni de' lasciti pii e delle fortezze.” Quest'ultima voce significa senza dubbio le città di provincia.
[261.] Riâdh-en-nofûs, l. c.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 2 recto.
[262.] Iahîa-ibn-Sa'îd, l. c.
[263.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 198 verso, e MS. C, tomo IV, fog. 290 verso; Ibn-Khallikân, nella vita di Abu-Abd-Allah lo Sciita, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 465; Baiân, tomo I, p. 158, seg.; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto; Ibn-Hammâd, MS. de M. Cherbonneau, fog. 2 recto e verso.
[264.] Iahîa-ibn-Sa'îd, fog. 89 verso.
[265.] Non si trovava modo di pesar coteste masse di ferro. Egli usò una barca da bilancia idrostatica, caricandovi le porte e segnando ove arrivasse il pel dell'acqua. Alle porte fu sostituita poi tanta zavorra; e questa si pesò coi modi ordinarii.
[266.] Confrontinsi: Bekri, versione di M. Quatremère nelle Notices et Extraits de MSS., tomo XII, p. 479, seg.; Iahîa-ibn-Sa'îd, Continuazione d'Eutichio, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 89 verso; Ibn-el-Athîr, an. 303, presso Tornberg, Annales Regum Mauritaniæ, tomo II, p. 373; Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 38 recto.
[267.] Ibn-el-Athîr, an. 289, MS. A, tomo II, fog. 172 recto; MS. C, tomo IV, fog. 279 recto; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 146; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 11.
[268.] Nowairi, l. c. I fasti della famiglia Ribbâh si veggano nel Vol. I della presente istoria, p. 321, 322, 330, 343, 353, principiando da Ia'kûb-ibn-Fezara, padre di Ribbâh.
[269.] Confrontinsi: Nowairi, l. c., e Chronicon Cantabrigiense, p. 44, dove si legga Ibn-Ribbâh, in luogo di Ibn-Ziagi.
[270.] Nowairi, l. c.
[271.] Si legge nella Cronica di Gotha, versione del Nicholson, p. 79, che nel 294 (906-7) Ziadet-Allah mandò ambasciatori a Costantinopoli ed accolse onorevolmente a Rakkâda un oratore bizantino.
[272.] Riâdh-en-nofûs, manoscritto di Parigi, fog. 67 verso.
[273.] Abd-Allah-ibn-Sâigh, ultimo vizir di Ziadet-Allah, s'era imbarcato per la Sicilia quando il principe prese la fuga. Veggasi Nowairi, Storia d'Affrica, in appendice alla Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, versione di M. De Slane, tomo I, p. 444. Certamente Ibn-Sâigh non fu il solo a tentar questa via.
[274.] I fatti esteriori si ritraggono riscontrando Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, trad. di M. Des Vergers, p. 158, 159; Abulfeda, Annales Moslemici, an. 296, presso Di Gregorio, p. 78; Scehab-ed-dîn, ibid., p. 59.
Il nome compiuto di Ibn-abi-Khinzîr si legge nel Baiân, tomo I, p. 148; al par che l'oficio di wâli, conferito dallo Sciita, a lui nella città di Kairewân e ad un altro fratello per nome Khalf nel Castel-vecchio. Ibn-Khaldûn, l. c., afferma che Ibn-abi-Khinzîr fosse stato dei notabili della tribù di Kotama. Lo credo, piuttosto dei principali della setta, ma di schiatta arabica. L'Haftariri che si legge tra i nomi di questo governatore di Sicilia nella versione latina di Abulfeda, è falsa lezione di Abi-Khinzîr. Questo soprannome poi del padre, suona in lingua nostra “Quel dal cinghiale.”
È bene avvertire che il Rampoldi, Annali Musulmani, an. 909, tomo V, p. 119, 123; sognò un viaggio del Mehdi in Sicilia e parecchi aneddoti della sollevazione di Palermo contro Ahmed-ibn-abi-Hosein-ibn-Ribbâh; i quali non sembrano errori di compilatori arabi ch'egli avesse avuto per le mani, ma particolari aggiunti del proprio al Nowairi e agli annali chiamati di Scehab-ed-dîn.
[275.] Il nome di costui si legge nel Baiân, tomo I, p. 129.
[276.] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[277.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 12.
[278.] Idem, p. 13, e Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, p. 44.
[279.] Ibn-el-Athîr e ibn-Khaldûn, ll. cc.
[280.] Baiân, tomo I, p. 158 a 172.
[281.] Il solo cronista che racconti questo episodio adopera qui una voce che può significare: “suppose o diede a credere.”
[282.] Al dir dei cronisti, più degni di fede, lo Sciita fu assassinato di febbraio 911. Il tumulto di Palermo accadde nella state seguente o più tardi; poichè Ibn-abi-Khinzîr, venuto d'agosto 910, andò all'impresa di Demona nella primavera o nella state del 911.
[283.] Sâheb-el-Khoms. Per errore del Caruso (Chronicon Cantabrigiense, an. 6421), seguito dal Di Gregorio, dal Martorana e dal Wenrich, questo titolo di oficio fu tradotto “Signore d'Alcamo:” ed è sbaglio da non perdonarsi ad orientalista. M. Caussin, che v'era caduto anch'egli, cercò di correggerlo nella versione francese del Nowairi, pubblicata in Parigi, p. 24.
[284.] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 198 verso; MS. C, tomo IV, fog. 290; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 12, 13; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 159. I particolari del tumulto e il governo provvisionale di Khalîl son riferiti dal solo Nowairi. Ho seguíto quest'ultimo per la data dell'arrivo di Ali-ibn-Omar in Sicilia.
Ibn-el-Athîr, an. 296, MS. A, tomo II, fog. 200 recto; e MS. C, tomo IV, fog. 290 verso, nel capitolo intitolato “Racconto della uccisione di Abu-abd-Allah lo Sciita,” narra la rivolta di un Ibn-Wahb in Sicilia. Riscontrandola coi capitoli dei fatti di Sicilia posti sotto la rubrica del 296 e del 300, si vede che quella narrazione non regge; e che fu tolta, senza molta critica, da qualche racconto della rivoluzione d'Ibn-Korhob nel 300, nel quale erano sbagliati il nome e la data.
[285.] Così in uno squarcio di A'rib, inserito nel Baiân, tomo I, p. 169. Gli altri cronisti, accorciando, scrivono Ahmed-ibn-Korhob.
[286.] Veggasi il Lib. II, cap. IX, tomo I, p. 400, nota.
[287.] Mohammed-ibn-Sirakusi eletto emir nel 903. Siracusa fu presa, distrutta e abbandonata nell'878. Il padre dunque non poteva esser nato in quella città, e dovea il nome di Siracusano alla vittoria.
[288.] Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 206 recto; MS. B, tomo IV, fog. 293 recto. Il primo MS. in vece della lezione “domi” ha “disperda.” Questo squarcio fu dato da M. Des Vergers, nello Ibn-Khaldûn, p. 161, nota.
[289.] Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 205 verso, MS. C, tomo IV, fog. 293; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 13; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 159.
[290.] Baiân, tomo I, p. 169.
[291.] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, op. cit., p. 44.
[292.] Baiân, l. c.
[293.] Ibn-el-Athîr, Baiân, Nowairi, Ibn-Khaldûn, ll. cc. La data precisa nella sola Cronica di Cambridge, l. c.
[294.] Ibn-el-Athîr, l. c.
[295.] Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 205 verso; MS. B, tomo IV, fog. 293 recto; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 159.
[296.] Nè la lettera nè il senso dei testi fan supporre che Ibn-Korhob abbia preso tal partito dopo l'ammutinamento di Taormina, e per rimediarvi.
[297.] Di coteste riflessioni non è risponsabile alcun cronista.
[298.] Confrontinsi Ibn-el-Athîr, Baiân, Nowairi, Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[299.] Ciò si vede dall'ordine dei fatti presso Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn.
[300.] Veggasi il Baiân, tomo I, anni 300 e seguenti; Ibn-Khaldûn, Storia dei Fatemiti, in appendice alla Histoire des Berbères etc. del medesimo autore, versione di M. De Slane, tomo II, p. 524.
[301.] Si confrontino: Chronicon Cantabrigiense, l. c., an. 6422; Ibn-el-Athîr, l. c.; Baiân, anni 300 e 301, tomo I, p. 169 e 172; Ibn-Khaldûn, Storia d'Affrica, e Storia dei Fatemiti, ll. cc. Le date si ritraggon dalla sola Cronica di Cambridge.
[302.] Baiân, tomo I, p. 169.
[303.] Ibn-el-Athîr, l. c. senza porre la data a ciascun fatto della rivoluzione d'Ibn-Korhob, ch'ei narra in un fascio nel 300.
[304.] Chronicon Cantabrigiense, l. c., an. 6423. Secondo la cronologia seguita costantemente in questa cronica, la data torna senza dubbio al 914. Ma supporrei piuttosto uno sbaglio del cronista, che lo armamento di due navilii siciliani al medesimo tempo, ovvero tale rapidità di movimenti dell'unica armata, che avesse vinto il 18 luglio a Lamta, poi osteggiato Sfax e Tripoli, poi toccato il porto di Palermo, e si fosse trovata finalmente ne' mari di Calabria il lº settembre. Il nome di luogo è scritto nel testo senza punti diacritici.
[305.] Ibn-el-Athîr, l. c., il quale non parla del naufragio in Calabria.
[306.] Θαλαμηπόλος.
[307.] Nel IX secolo il χρυσίον valea da 13 a 14 franchi in peso di metallo.
[308.] Cedreno, ediz. Niebuhr, tomo II, p. 355.
[309.] La guerra coi Bulgari, condotta dopo il trattato con la Sicilia, fu combattuta il 917; Romano Lecapeno fu coronato a' 17 dicembre 919; la ribellione di Calabria segui nel 920 e 921. Pertanto il Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib, 73, cap. XIII, con buona critica ha posto il trattato di Sicilia nel 916. Un cenno di Giorgio Monaco, ediz. Niebuhr, p. 880, porterebbe questo fatto alla 3ª indizione (914-15). Ad ogni modo, come dalla state del 916 alla primavera del 917 non v'ebbe in Sicilia alcun governo, così par che il trattato si debba mettere avanti la ristorazione dell'autorità fatemita, e però al tempo d'Ibn-Korhob. Posporre non si dee, sapendosi che un'armata del Mehdi assaliva Reggio, d'agosto 918.
Ma anche lasciato da parte lo esame se il trattato si fosse fermato nel 915 nel 918 e anche 919, prima dell'esaltazione di Romano Lecapeno, egli è certo che non si può collocare nel 928 come ha creduto il Martorana (tomo I, p. 86), seguito dal Wenrich (lib. I, cap. XII, § 105). Il Martorana ha preso i particolari del trattato da Cedreno e la data da Nowairi. Ma parmi evidente che questa si debba riferire, non al trattato primitivo, ma alla rinnovazione di quello tra Costantinopoli e i Fatemiti; come spiegherò a suo luogo, nel capitolo seguente.
[310.] Questo nome, dato dal solo Nowairi, è senza vocali nel manoscritto. Senza dubbio non è patronimico, ma soprannome; e, come io lo leggo, significa “Quel dal collo e faccia irsuti di peli.”
[311.] Veggasi il capitolo seguente. L'assedio incominciò il 14 giugno 916. L'accusa sarebbe stata ingiusta, perchè i ladroni del Garigliano non ubbidivano all'emir di Sicilia. Ma quando mai l'umor di parte giudicò giusto i nemici?
[312.] La data precisa è nella sola Cronica di Cambridge. Rispondevi con pochissimo divario il Baiân, ponendo l'imprigionamento d'Ibn-Korhob nell'anno 303, che finì il 3 luglio 916, e l'arrivo a Susa nel mese di moharrem 304, cioè dal 4 luglio al 2 agosto.
[313.] Bab-es-selm.
[314.] Confrontinsi: Chronicon Cantabrigiense, an. 6424 (1º settembre 915 a 31 agosto 916), presso Dì Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 44; Baiân, an. 303 e 304, tomo I, pag. 175, 176; Ibn-el-Athîr, an. 300, MS. A, tomo II, fog. 206 recto, MS. C, tomo IV, fog. 293 recto; Nowairi, presso Di Gregorio, p. 13; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 160, 161 e Storia dei Fatemiti, in appendice alla Histoire des Berbères, etc., tomo II, p. 525. Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn che lo copia e Nowairi, pongono tutti i fatti, con error di data, nel 300.
[315.] Baiân, an. 304, l. c.
[316.] Iahia-ibn-Sa'îd, continuatore degli annali di Eutichio, MS. di Parigi, fog. 89 verse, accennando la rivoluzione d'Ibn-Korhob, la dice domata da un capitano, del Mehdi per nome Bagana o Bogona, etc., (ch'ei non mette vocali) il quale ridusse anche le città ribelli di Barca e Tuggurt. Non ostante la inesattezza della narrazione, è evidente che si tratti di Abu-Sa'îd ch'avea forse quell'altro nome, berbero, com'ei mi suona all'orecchio.
[317.] Confrontinsi; Chronicon Cantabrigiense, Ibn-el-Athîr, Baiân, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, ll. cc. Il Rampoldi, tomo V, anni 914, 915, 916, 917, rimpastò e trinciò a modo suo tutti questi avvenimenti, tolti dalla Cronica di Cambridge e da Nowairi. Il Martorana, tomo I, p. 81, e il Wenrich, lib. I, cap. XI, § 103, han fatto d'un solo due capitani: Musa-ibn-Ahmed, e Abu-Sa'îd-Aldhaif; e il Wenrich ha fatto venire bi Sicilia il primo nel 913, e l'altro nel 916.
[318.] Confrontinsi: Chronicon Cantabrigiense, Ibn-el-Athîr, ll. cc.
[319.] Si vegga la nota a p. 68, 69, di questo volume. Il mare dell'antico porto si è ritirato notabilmente in pochi secoli; sia per sollevamento del suolo, sia per alluvione del fiume Papireto, sia per l'uno e per l'altro insieme. L'anno 972, quando venne in Palermo Ibn-Haukal, il gran porto giacea nel quartiere delli Schiavoni (chiesa di San Domenico, contrada del Pizzuto ec.), e l'arsenale, alla Khâlisa, cittadella fabbricata dai Fatemiti il 937; la quale, dice Ibn-Haukal, era circondata dal mare, fuorchè dalla parte di mezzogiorno. Indi è evidente che le acque occupavan quella che si chiama tuttavia “Piazza della marina” ancorchè più non guardi il mare. Fazzello afferma che al principio del XVI secolo, tirando gagliardi venti di tramontana, le onde batteano una porta della città e allagavan la piazza contigua, e che ciò non avveniva più quand'egli scrisse, cioè verso il 1530. (De rebus siculis deca l, lib. VII, cap. I.) In oggi il mar grosso di greco-tramontana, che dà per dritto entro la Cala, manda appena qualche sprazzo a piè delle case e ricaccia i rigagnoli dentro gli aquidotti della Piazza-marina. Però io credo che al principio del X secolo i due bracci fossero stati sì bassi da non potervisi far soggiorno. Alla punta di quel di Tramontana è in oggi il Castello, fabbricato sopra scogli a fior d'acqua. Il braccio della Kalsa o Gausa, come si chiama tuttavia questo quartiere ed è la Khâlisa Fatemiti si distingue tuttavia benissimo a quella schiena che s'alza, tra la passeggiata della marina propriamente detta e la Piazza della marina. Quivi sono il palagio Butera, la strada dello stesso nome, la chiesa della Catena (del porto antico), la Zecca, i Tribunali, dei quali edifizii il più antico arriva al XIV secolo; e sursevi fino al 1821 la chiesa della Kalsa, ch'era anche del XIV o XIII.
[320.] Ibn-el-Athîr, l. c. Le circostanze locali ch'ei narra stan bene nell'uno e nell'altro braccio, e la testimonianza d'Ibn-Haukal, che il porto giacea nel quartier delli Schiavoni, non toglie il dubbio; poichè la Khâlisa avea pur l'arsenale, o porto militare. Anzi è probabile che il braccio settentrionale, come più basso dell'altro e però paludoso, non fosse atto per anco a porvi un campo.
[321.] La data e i nomi degli ambasciatori si leggono nella cronica di Cambridge; il cenno di Girgenti e altre città in Ibn-el-Athîr. Awa o Uwa par nome proprio berbero.
[322.] Questo si legge nella sola Cronica di Cambridge. Il Caruso e gli orientalisti che lo aiutarono alla pubblicazione, lessero Tariain e interpretarono due tari. Ma oltrechè la voce tari si scriverebbe in arabico dirhem, il manoscritto ha chiaramente harbatain, che va letto kharrobatain, e significa due kharrobe, maniera di peso e di moneta, la cui denominazione pare tradotta dal latino siliqua. La moneta torna a 1⁄40 di dinâr; e però 0,36 di lira italiana. L'oncia di sale costava dunque 0,72: probabilmente l'oncia romana, che fu in uso in Sicilia fin, dopo la dominazione musulmana e ne fa menzione Edrisi. Secondo il valore che le dà Edrisi, non molto diverso da quello dell'antica oncia romana, tornerebbe all'incirca a 30 grammi.
[323.] Si confrontino: Chronicon Cantabrigiense, l. c., an. 6425 e 6426; Ibn-el-Athîr, l. c.; Baiân, e 'Arîb, an. 304, tomo I, p. 176; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 161, 162. Ibn-Khaldûn erroneamente suppone in Trapani la guerra che fu in Palermo. Il Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 13, la confonde coi fatti di Girgenti. Il nome del nuovo emiro è scritto nella Cronica di Cambridge, Sâlem soltanto; nel Baiân, Sâlem-ibn-abi-Râscid; in Ibn-Khaldûn, Sâlem-ibn-Râscid; nel Nowairi, Sâlem-ibn-Ased-el-Kenâni. Credo si debba correggere Kotâmi; non essendo verosimile che il Mehdi avesse posto un arabo della tribù di Kinâna, sopra le soldatesche della tribù berbera di Kotâma, lasciate in Sicilia.
[324.] Veggasi il Lib. II, cap. XI, pag. 440 e 458, seg.
[325.] Probabilmente eran di questi drappelli i Musulmani che insieme coi Napoletani uccisero trenta cittadini di Capua l'anno novecento cinque. Veggasi Chronicon Sancti Benedicti, presso Pertz, Scriptores, ec., tomo III, p. 206.
[326.] Liutprando, Antapodesis, lib. II, cap. XLIV, XLV.
[327.] Veggasi il primo Vol., p. 113.
[328.] Munitiones, dice Liutprando; turres, il monaco Benedetto di Sant'Andrea.
[329.] Liutprando, l. c.
[330.] Chronicon comitum Capuæ, presso Pertz, Scriptores, ec., tomo III, p. 208.
[331.] Chronica Sancti Benedicti, presso Pertz, stesso volume, p. 206. Probabilmente vuol dire dei Longobardi di Capua e Benevento e dei Napoletani.
[332.] Leo Ostiensis, lib. I, cap. L.
[333.] Op. cit., cap. LII.
[334.] Il diploma di Gregorio duca di Napoli tratta anco di altri patti internazionali con Benevento, come per esempio le leggi secondo le quali giudicarsi le liti tra sudditi dei due Stati. È dato la 14ª indizione, e trascritto in un diploma del duca di Napoli Giovanni, presso Pratilli, Historia Principum Langobardorum, tomo III, p. 228.
[335.] Oggi Manfredonia.
[336.] Chronicon comitum Capuæ, l. c. Questo Alliku è quel che la cronica dice califo degli Agareni di Traietto e Garigliano.
[337.] Ibidem.
[338.] Chronicon Vulturnense, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 418. La cronica dice avvenuto questo fatto verso il 916.
[339.] Chronicon Farfense, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte II, p. 454.
[340.] Benedicti Sancti Andreæ monachi Chronicon, cap. XXVII, presso Pertz, Scriptores, ec., tomo III, p. 713.
[341.] Liutprando, op. cit., lib. II, cap. XLIV, XLV.
[342.] El-mugawer in arabico significa scorridore, o, come or dicesi, guerrigliero.
[343.] Liutprando, ibid., cap. XLIX, L.
[344.] Civitatis vetustate consumpta, (il monaco Benedetto non è scrupoloso in fatto di concordanze) nomine Tribulana.
[345.] Benedicti Sancti Andreæ monachi, op. cit., cap. XXIX.
[346.] Si confrontino: Liutprando, Antapodesis, lib. II, cap. XLIX e LIV, presso Pertz, Scriptores, ec., tomo III, p. 297, 298; Chronicon comitum Capuæ presso Pertz, stesso vol., p. 208; Annales Cassinatenses, ibid., p. 171; Annales Beneventani, ibid., p. 174; Chronicon Benedicti Sancti Andreæ etc., ibid., p. 713, 714; Chronicon Farfense, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte II, p. 455; Chronicon Pisanum, presso Muratori, ibid., tomo VI, p. 107, seg., an. 917; Lapo Protospatario, presso Pertz, Scriptores, ec., tomo V, p. 53; Marangone, nell'Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 4, an. 907; Leonis Ostiensis, lib. I, cap. LII. Le autorità principali sono Liutprando e Benedetto di Sant'Andrea, contemporanei; e Leone d'Ostia, ch'ebbe alle mani ricordi contemporanei. La data varia; ma si determina con l'incoronamento di Berengario.
[347.] I fatti de' Musulmani di Frassineto sono stati con molta critica ricercati e lucidamente esposti da M. Reinaud nell'opera: Invasions des Sarrazins en France etc., parte III.
[348.] Si vegga il lib. II, cap. XI.
[349.] Si vegga il capitolo precedente.
[350.] Cedreno, ediz. Niebuhr, tomo II, p. 355, 356.
[351.] Su gli stanziali ed eunuchi slavi comperati dai principi musulmani in cotesti tempi, si vegga Reinaud, Invasions des Sarrazins en France etc., parte IV, pag. 233, seg. — I nostri antichi non son mica esenti di biasimo nel commercio degli schiavi. Nell'ottavo secolo i Veneziani ne cavavano gran guadagno e ne teneano mercato anche a Roma. Il papa Zaccaria lo vietò nel 748. Veggasi Anastasio Bibliotecario presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo III, p. 164. Carlomagno riprese Adriano I nel 785 di tollerare questo scandalo; e il papa si scusò dicendo che lo faceano i Greci e i Longobardi. Veggasi Codex Carolinus, ediz. Gretser, epist. 75. Altri divieti simili ai Veneziani nell'887 e 960 sono notati dal Muratori, Annali d'Italia, 960.
[352.] Leonis imperatoris, Tactica, cap. XVIII, presso Meursius, Opera, tomo IV, e versione francese di Maizeroi.
[353.] Su questa promiscuità di schiatte che si menavano al mercato, veggansi le autorità allegate da M. Reinaud, op. cit., p. 235, 236.
[354.] Constantini Porphyrogeniti, De administrando imperio, cap. 29, 31, 49, 50. Si confronti con l'importante studio di Lelewel, Géographie du moyen age, Bruxelles 1852, tomo III, capitolo Slavia.
[355.] Con queste bande di schiavi, la più parte forse non Musulmani, si poteva eluder la legge che accorda quattro quinti della preda ai combattenti. Si vegga più innanzi l'aneddoto del bottino d'Oria.
[356.] Chronicon Cantabrigiense presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 45, an. 6246 (1º settembre 917 a 31 agosto 918). Debbo qui accennare altre fazioni che si sono supposte. Il Rampoldi, Annali Musulmani, 919, 921 (tomo V, p. 148, 150), fa occupare da Salem-ibn-Râscid, emir di Sicilia, prima Lipari, pei vari luoghi sul Volturno e sul Garigliano; e lo fa combattere a capo d'Anzio contro Giovanni X. Quest'ultima è ripetizione gratuita del fatto del 916 del Garigliano. Il nome di Salem è tolto da Nowairi; quel di Lipari non so donde; il resto è accozzato di fantasia su qualche cenno degli annalisti italiani. Il Martorana, tomo I, p. 84, ed il Wenrich, lib. I, cap. XII, § 104, replicano cotesti fatti, citando Rampoldi, che ne dee rispondere veramente, e il Giannone, lib. VII, cap. IV; il quale non recò tutte quelle favole, ma confusamente vi accennò e v'aggiunse una novella banda saracena afforzatasi al Gargano. Così gli parve correggere la voce Garigliano e con essa l'anacronismo di Liutprando, Antapodesis, lib. II, cap. XLV.
Si legge nel Muratori, Annali d'Italia, e indi in quei che l'hanno compendiato o anche combattuto. Che nel 919 Landolfo e Atenolfo riportassero non poche vittorie sopra i Saraceni a i Greci. La sorgente è un passo della Cronica del monastero al Volturno, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte II, p. 418, nel quale si fa quel vago cenno senza data, dopo un documento del 916. Ma il testo si riferisce in generale al regno di que' due principi, e però allude alle vittorie che riportarono contro i Musulmani del Garigliano il 916 e innanzi, e contro i Bizantini dopo il 920.
Finalmente le interpolazioni alla Cronaca della Cava e la falsa Cronica di Calabria, portano tanti scontri dei paesani coi Musulmani; di che il Martorana ha accettato alcuni e altri no.
[357.] Questo è dei nomi che i Musulmani solean porre agli schiavi.
[358.] In Calabria sola v'ha tre luoghi di tal nome.
[359.] Confrontinsi: Chronicon Cantabrigiense, l. c., an. 6432 (1º settembre 923 a 31 agosto 924), e Baiân, tomo I, p. 192, an. 310 (30 aprile 922 a 19 aprile 923).
[360.] Baiân, tomo I, p. 194, an. 312 (8 aprile 924 a 27 marzo 925).
[361.] Chronicon Cantabrigiense, l. c., an. 6433. Il nome è scritto senza punti diacritici; ma Bruzzano par la lezione più plausibile.
[362.] Chronicon Barense, presso Muratori, Antiquitates Italicæ, tomo I, p. 31; e Lupo Protospatario, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 38; dei quali il primo attribuisce l'impresa ai Saraceni, e parla di uccisi e di prigioni; il secondo la riferisce agli Sclavi, l'anno 924.
[363.] Sciabtai (o Sabbathai) Donolo, prefazione al libro Hakmoni, nella raccolta di Miscellanee ebraiche, intitolata Melo-Sciofnayim, e pubblicata dal signor Geiger, rabbino di Breslau, Berlino 1840, p. 31; da confrontarsi col MS. ebraico della biblioteca imp. di Parigi, Ancien Fonds, 266. Il nome della città, scritto senza segni vocali aur s, fece supporre una volta che si trattasse di Aversa; ma non è dubbio che vada letto Aurias. Il giorno della occupazione è il lunedì 9 di tammuz dell'anno ebraico 4685. Debbo cotesti ragguagli al dotto orientalista signor Derembourg, che ha esaminato il MS. di Parigi.
Donolo (Δόμνουλος) ricomparisce medico famoso in Calabria verso la metà del decimo secolo, e rivaleggia in sua arte col taumaturgo San Nilo il giovane. Veggasi Vita sancti patris Nili junioris etc., greco-latina, pubblicata da Gio. Mat. Caryophilo, Roma 1624, in-4, p. 88.
[364.] Baiân e 'Arîb, tomo I, p. 195.
[365.] Il mithkâl è nome di peso, e in oro equivale al dinar, ch'io ragiono a un di presso a lire 14,50.
[366.] Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 46, an. 6434 (1º sett. 925 a 31 agosto 926). La testimonianza concorde di Lupo Protospatario, del Baiân e di Sciabtai Donolo ci fa supporre che la Cronica di Cambridge abbia registrato il fatto nel settembre, quando forse arrivò in Palermo Gia'far con la preda e i prigioni. Il Baiân e la detta Cronica mi è parso che accennassero a due patti diversi; l'uno per la città d'Oria, l'altro per tutta la Calabria; sotto il qual nome andava anco la terra d'Otranto. Di quale diocesi in Sicilia fosse vescovo Leone non si ritrae. Non era egli al certo lo stratego di Calabria, come ha supposto il Wenrich (lib. I, cap. XII, § 105, p. 141), male interpretando la Cronica di Cambridge, e non riflettendo che l'impero bizantino non affidò mai governi ai vescovi.
[367.] Il 25 rebi' secondo del 313. Baiân, l. c. Il testo dice positivamente che Gia'far arrivò in Sicilia quel giorno. Le altre autorità citate mi portano a correggere che partì per la Sicilia quel giorno.
[368.] Sciabtai Donolo, l. c.
[369.] Nel testo, dibâg, che è corruzione della voce greca δίβαφος, pervenuta agli Arabi per mezzo dei Persiani, i quali la scrivono dibâh.
[370.] Baiân, l. c.
[371.] Lupo Protospatario, l. c.
[372.] Cedreno, ediz. di Parigi, tomo II, p. 650; ediz. di Bonn, II, 356, seg.
[373.] Il nome nel testo è φατλοῦν; forse dovea dire φατμοῦν, perchè il Mehdi non ebbe tra i suoi nomi questo di Fadhl; e, da un'altra mano, le lettere λ e μ si scambiano assai facilmente nei manoscritti greci. Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXXIII, § 53, pone questa negoziazione nel 923, ch'è la data d'una delle tante imprese di Simeone contro Costantinopoli. Ma la narrazione del Cedreno si può ben applicare ai tre anni seguenti, fino alla morte di Simeone. D'altronde, la pratica di Simeone col Mehdi precedette forse di parecchi anni la conchiusione della pace tra il Mehdi e Romano.
[374.] Liutprando, Antapodesis, lib. II, cap. LXV, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 296. Si sa che l'autore cominciò a scrivere a Francfort verso il 958. Pertz, vol. cit., p. 264.
[375.] Romano Lecapeno salì al trono il 919; regnò solo dal 920; perdè la Calabria il 921. I Musulmani si afforzarono ai Garigliano verso l'882, e ne furono scacciati il 916.
[376.] Il monaco dello stato romano Benedetto di Sant'Andrea, che scrisse negli ultimi anni del decimo secolo una rozza cronica infiorata di romanzi, accenna (presso Pertz, Scriptores, ec., tomo III, p. 713); le ambascerie dei Romani a Palarmo et Africe, perchè venissero a pigliare il regno d'Italia, e dice ch'essi andarono per tal cagione ad Amalfi e al Garigliano. Ma ciò si riferisce evidentemente alle pratiche d'Atanasio vescovo di Napoli (879-882), e non avvalora le parole di Liutprando, nè porta ad anacronismi.
[377.] Non ci dee ritenere la grande autorità del Machiavelli, il quale accettò il racconto di Liutprando in un quadro generale (Istorie fiorentine, lib. I, nel paragrafo che principia “Era intanto morto Carlo imperatore”). Ognun sa che ai tempi del Segretario Fiorentino le sorgenti della storia d'Italia erano la più parte ignote o incerte. La stessa ragione non vale a favor del Giannone, lib. VII, cap. IV; e molto meno del Martorana, tomo I, p. 84, cap. III, e del Wenrich, lib. I, cap. XII, § 104, p. 139, 140.
[378.] Confrontinsi: Lupo Protospatario e la Cronaca di Bari, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 54; Chronicon Sanctæ Sophiæ Beneventi, presso Muratori, Antiquitates Italicæ, tomo I, p. 253; Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, an. 926. L'indizione 15ª corregge lo sbaglio della Cronica di Bari che dà l'anno 928. Il nome d'Istachael scritto in alcune edizioni di Lupo, va letto Michael.
[379.] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, an. 313, MS. A, tomo II, fog. 234 verso; e MS. C, tomo IV, fog. 304 recto; Baiân, tomo I, p. 199, an. 315 (7 marzo 927 a 23 febbraio 928); Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 13, 14, an. 316; Lupo Protospatario, e Cronica di Bari, l. c., an. 927; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 162. Nella Cronologia historica, di Hazi Halife (Hagi Khalfa), versione del conte Carli, Venezia 1697, p. 59, si legge questa impresa di Taranto, che manca nel testo persiano di Parigi.
Debbo avvertire che la discrepanza delle croniche mi sforza ad ordinare i fatti alla meglio, senza la certezza ch'io soglio ricercare. Per esempio, un dice che Sâin venne con 44 navi; un altro gli dà 33 navi da guerra; chi parla delle forze unite di Sâin e dell'emir di Sicilia, chi di Sâin solo; chi sbaglia evidentemente le date; chi confonde in un sol anno tutte le imprese; chi pone i nomi geografici, e chi no; chi li scrive in guisa da doversi indovinare la giusta lezione. Ciò sia detto per tutte queste fazioni dal 927 al 929.
[380.] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Prendo la data dalla Cronica di Cambridge, l. c., an. 6436 (1º settembre 927 a 31 agosto 928), ove credo si debba leggere Otranto in vece di Zarniwah, che fu messo a caso nelle edizioni precedenti. Otranto si legge chiaramente negli altri due autori citati.
[381.] Si vegga la nota 3, a pag. 173 di questo volume.
[382.] Il Baiân, sola sorgente di questo fatto, adopera la voce thiâb, plurale di thaub; e significherebbe vestimenta, in generale, ovvero, secondo l'uso moderno d'Egitto, un camicione che le donne soglion mettere sopra tutti gli altri abiti quand'escono fuor di casa: una specie di dominò. Si vegga Dozy, Dictionnaire détaillé etc., p. 106. Ma Ibn-Haukal parlando appunto di Napoli, come si vedrà nella nota seguente, usa la stessa voce al singolare e al plurale, nel significato certissimo di tela di lino in pezza. Le pezze che valean da cinque a secento lire ciascuna non faceano ingombro: e così interpretato parrà più verosimile questo passo del Baiân.
[383.] Ibn-Haukal, testo arabico, nella mia Biblioteca Arabo-Sicula, p. 10, 11, cap. IV, § 2. Probabilmente questo infaticabile viaggiatore andò a Napoli poco prima o poco appresso di Palermo, ove si trovò l'anno 362 dell'egira (972-3). Ibn-Haukal dice aver veduto egli stesso a Napoli questi bellissimi tessuti di lino, che da un'altra espression del testo possiam supporre anco ricamati ovvero operati a damasco. Ogni thaub, lungo 100 dsira' e largo da 10 a 15, si vendea più o meno 150 ribâ'i, o vogliam dir quarteruoli d'oro. Cotesta moneta usata in Sicilia dal X al XII secolo torna in peso di metallo a lire 3,80. La dsira', o dra, come pronunzian oggi, vuol dir braccio; e tra le varie maniere, che ve n'ebbe e ve n'ha in Oriente, è probabilissimo che Ibn-Haukal abbia ragionato con quella chiamata “negra” ch'era a un di presso 0,48 metri. S'aggiunga questo agli altri copiosi materiali che abbiamo per la storia dell'industria italiana nel medio evo. Spieghin poi gli eruditi il lavorío di cotesta tela sì fina, larga da 5 a 7 metri, che si vendea 570 lire la pezza di 48 metri, e dicano se si debba supporre errore nei numeri scritti da Ibn-Haukal.
[384.] Confrontinsi: Chronicon Cantabrigiense, l. c., an. 6437 (1º settembre 928 a 31 agosto 929), e Nowairi, l. c. La prima dice che in Lombardia non fu espugnata da Sâin alcuna “città;” e ciò si accorda con la tradizione del Baiân, citata di sopra. La data posta nella Cronica di Cambridge par quella del ritorno fin Palermo sul finir della state, è però nel 928.
[385.] Confrontinsi: Chronicon Cantabrigiense, l. c., an. 6436 (1º settembre 929 a 31 agosto 930); Baiân; tomo I, p. 201, an. 317 (13 febbraio 929 a 1 febbraio 930). Le due croniche notano concordemente essere stata questa la terza espedizione di Sâin. Ho scritto così il nome secondo la lezione della Cronica di Cambridge, e di quella di Gotha. Il Nowairi ha Sâreb. Il dotto editore del Baiân corresse Sâber.
[386.] Ibn-Haukal nella descrizione di Palermo dà questo nome topografico. In oggi si chiama il Quartier del Capo.
[387.] Nowairi, l. c.
[388.] Dsehebi. Mi par bene dì accennare distintamente la origine dei particolari che sappiamo di questo fatto importante della storia italiana.
[389.] Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn. Nel confuso racconto di Dsehebi si fa anche cenno d'un assalto anteriore a quello in cui fa presa la città.
[390.] Dsehebi.
[391.] Liutprando: Cunctosque civitatis et ecclesiarum thesauros. Non credo si debba intendere del comune e della chiesa, ma de' cittadini etc.
[392.] Così chiaramente nel manoscritto di Dsehebi. In que' d'ibn-el-Athîr si legge chiaramente Karkesia, e così in uno de' due squarci d'Ibn-Khaldûn, ove si aggiugne “su le spiagge di Siria.” Ciò ha spinto l'erudito baron de Slane a correggere “Cesarea;” sendo grossolano errore Karkesia. Ma ibn-Khaldûn, o il copista, par che abbia aggiunto quella spiaggia di Siria, appunto perchè non gli venne a mente che si trattava della Corsica. Ciò mi par certo dalla narrazione d'Ibn-el-Athîr, il quale parla di unica espedizione a Genova, in Sardegna e in quel terzo paese.
[393.] Dsehebi.
[394.] Si confrontino: Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 46, an. 6442 (lº settembre 933 a 31 agosto 934); Ibn-el-Athîr, MS. B, tomo I, p. 149 e 163, e MS. C, tomo IV, fog. 321 verso e 325 verso, anni 322 (21 dicembre 933 a 9 dicembre 934), e 323 (10 dicembre 934 a 28 novembre 935); Baiân, tomo I, p. 216; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., pag. 14; Dsehebi, Tarîkh-el-Islâm, an. 323, manoscritto di Parigi, Ancien Fonds, 646, fog. 505 verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique etc., p, 162, 163, e Storia dei Fatemiti, manoscritto di Parigi 742 quater, tomo IV, fog. 18 verso, con la versione datane da M. De Slane nella Histoire des Berbères dello stesso Ibn-Khaldûn, tomo II, p. 529, appendice.
[395.] Liutprando, Antapodesis, lib. IV, cap. V, presso Pertz, Scriptores ec., tomo III, p. 316.
[396.] Iacopi de Varagine Chronicon, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo IX, p. 10.
[397.] Il Martorana, tomo I, p. 86 e 215, nota 115, seguito dal Wenrich, crede personaggi diversi Salem emiro del 917 e Salem del 937, fondandosi in su questo, che Nowairi aggiunga nel primo caso il nome patronimico Ibn-Ased; e Abulfeda nel secondo, Ibn-Rescîd. Tal supposto or si dilegua con l'autorità degli altri compilatori citati nel capo VII, p. 160, e soprattutto d'Ibn-el-Athîr, il quale scrive Sâlem-ibn-Rescîd sì nel 313 e sì nel 325 dell'egira.
[398.] Si vegga il Capitolo precedente, p. 170, seg., 176.
[399.] Eutichii, Patr. Alexandrini annales, tomo II, p. 508, 509. Questo scrittore, poco men che contemporaneo, è il solo che narri l'episodio dei prigioni risparmiati; tra i quali pone in primo luogo i Siciliani. Ei riferisce la battaglia al 307 dell'egira; ma Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, fog. 298 recto e verso, la scrive nel 306 (13 giugno 918 a 1 giugno 919); e la Cronica di Cambridge nota nel 6427 (1 settembre 918 a 31 agosto 919) la spedizione dei Fatemiti in Alessandria.
[400.] Taglieggiare è versione litterale del testo arabico. Donde sappiamo questo dazio insolito e gravoso, ma non di che natura el fosse.
[401.] Così la Cronica. Sceikh, vecchio, indi anziano, senatore, capo d'una frazione di tribù, capo d'un villaggio, o semplicemente preposto o dottore.
[402.] Cioè il primo di Belezma, città d'Affrica che abbiam citato altrove; il secondo, di Kalesciana a 12 miglia da Kairewân, della quale il Bekri, Notices et Extraits des MSS., tomo XII, 479.
[403.] Cronica di Cambridge, op. cit., p. 45.
[404.] Si vegga al Capitolo VIII, p. 172, 173.
[405.] Cronica di Cambridge, op. cit., anno 6427.
[406.] Si vegga il Capitolo I di questo Libro III, p. 3 in nota.
[407.] Confrontinsi: Cronica di Cambridge, op. cit., p. 46, anno 6442; Ibn-el-Athîr, anno 322, MS. B, p. 149, MS. C, tomo IV, fog. 321 verso; Baiân, tomo I, p. 216. Questi due ultimi dicono occultato il caso più a lungo.
[408.] Cronica di Cambridge, op. cit., p. 47, anno 6442. Il nome somiglia a quel di Randazzo, grossa città surta in Sicilia nel medio evo, che in Edrisi leggiamo Rendag. Sembra di origine greca, poichè la Storia Miscella, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo I, parte I, p. 150, ricorda un patrizio Sisinnio soprannominato Rendacium, sotto Leone Isaurico; e la Continuazione di Teofane nel regno di Romano Lecapeno, § 4, parla di un ‘Ρεντάκιος uom dell'Attica, e forse ateniese, parente del patrizio Niceta; il qual nome è scritto con le stesse lettere da Giorgio Monaco, e ‘Ρεντάκης da Simeone (ediz. Bonn, p. 399, 891, 732). Nulla toglie che il governatore di Taormina fosse appartenuto alla medesima famiglia, e che da lui o da altri fosse venuto il nome di Randazzo. Che il caso seguisse in Palermo non mi par dubbio, Quantunque la Cronica dica: “innanzi il palagio (Kasr) di Sâlem.” Non v'ha memona di terra in Sicilia chiamata Kasr Sâlem (il nome attuale di Salemi è corruzione dell'arabico Senem, idolo o statua); e la stessa Cronica, notando poi la morte dell'emiro, aggiugne che seguì nel suo kasr. Probabilmente il palagio vecchio, al quale rimase il nome di Salem, per essere stato l'ultimo emiro che vi soggiornò; tramutati poi gli ofici pubblici ecc. nella Khalesa.
[409.] Confrontinsi: Cronica di Cambridge, ann. 6443, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 47; Nowairi, op. cit., p. 14.
[410.] Cronica di Cambridge, l. c., anno 6444.
[411.] Il testo ha N rd barîn, che non dà significato. I primi editori lessero Brediaræos. Probabilmente è la voce persiana Bardadâr, guardie palatine.
[412.] Il nome non sarebbe molto diverso da Asaro, l'antica Assorus; ma l'a scritta con un'ain indica origine arabica; e il sito di Asaro presso Leonforte si allontana troppo a levante dalla via tra Palermo e Girgenti. Mancando di vocali il MS., questo nome si potrebbe leggere Osra, che significherebbe “asilo, riparo,” e sarebbe nome di luogo oggi sconosciuto.
[413.] La Cronica di Cambridge, la sola che fornisca questo e gli altri particolari della guerra, dà il secondo vocabolo in guisa da potersi anco leggere Tâlis, Nâlìs, Iâlis e Mâlis. Il primo è suscettivo della ottima lezione Mosciaiad, che significherebbe “edifizio, monumento.” Non mi sovviene di nomi topografici antichi o moderni di Sicilia che ci aiutino a trovare il vero nome e il sito preciso, che dovea essere molto vicino a Palermo. Ma Bâlîs è nome d'una provincia tra il Sind e il Segestân, Geografia d'Edrisi, versione francese, I, 444, 449. Bâlis o Bâles era picciola città su la sponda occidentale dell'Eufrate. Veggansi: Ibn-Haukal., MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 885, fog. 85 recto; Edrisi, op. cit., I, 335; Jakût, Merâsid, ediz, di Leyde, I, 122; Abulfeda, Geografia, testo arabo, ediz. di Parigi, p. 268. In Ispagna era città (Velez Blanco?) nella provincia di Begiâia e porto tra Alicante e Cartagena. (Edrisi, op. cit., tomo II, p. 14, 39.).
[414.] Lo stesso MS. ha M r nuh, Marineo, a 17 miglia da Palermo, sovrasta al fiume di Misilmeri, appunto su la strada per la quale doveano ritirarsi i Girgentini. Le due battaglie senza particolari di leggono in Ibn-el-Athîr, anno 325; e in Nowairi, presso Di Gregorio, p. 14, 15. Abulfeda, anno 325, dà appena un cenno della rivoluzione.
[415.] Così la Cronica di Cambridge. Il Nowairi ha invece Ishâk-Bostâni (ossia il giardiniere) e Mohammed-ibn-Hamw. Probabilmente son le medesime persone. Ibn-Sebâia potrebbe essere il nome patronimico d'Ishâk soprannominato Il Giardiniere; ed Abu-Târ, il soprannome di Mohammed. Quanto al nome patronimico di quest'ultimo, forse va corretto Hammoweih, e sarebbe d'origine persiana. Il Martorana, tomo I, p. 88, e con lui il Wenrich, arbitrariamente danno i due primi come capi del tumulto del 17 settembre, e i due secondi di quello del 7 ottobre.
[416.] Cronica di Cambridge, op. cit., p. 48, anno 6446, e ve n'ha un cenno in Ibn-el-Athîr, anno 325, e in Nowairi, op. cit., p. 15.
[417.] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc. Il secondo, che par abbia copiato qui la cronica primitiva, dice: “con un esercito e parecchi kâid.” Perciò questa voce non sembra adoperata nel significato generale di capitani d'esercito, ma in quel di condottieri di corpi minori.
[418.] Confrontinsi: Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 104 recto; e Baiân, tomo I, p. 225, anno 325.
[419.] Riadh-en-Nofûs, fog. 60 recto. Iehia era morto verso il 290. Però ho supposto che si tratti di questa impresa o dell'altra del 916.
[420.] Così la Cronica di Cambridge, op. cit., p. 48, anno 6446. Nowairi, op. cit., dice alla fine del 325; il che torna allo stesso con poco divario.
[421.] Si vegga qui appresso, Lib. IV, Cap. 1, p. 236. Sâlem rimase al certo in autorità insieme con Khalîl. Senza questo non si può trovare ragione plausibile dell'abboccamento coi Girgentini, nè dell'essere lui rimaso in palagio vecchio; nè del titolo di emir che gli si dà alla morte.
[422.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[423.] Fazzello, Deca I, lib. VIII, cap. II, scrive del palagio reale di Palermo: Hanc (arcem) a Sarracenis primum Panormum adeptis, super veteris arcis ruinis excitatam literæ in eo incisæ indicant. Ma nè egli dà, nè si è mai trovata la iscrizione, e però non allego tal testimonianza.
[424.] Ibn-Haukal, Description de Palerme, nel Journal Asiatique, IVe série, tomo V, p. 95.
[425.] Makkari, Mohammedan dynasties in Spain, versione di Gayangos, tomo I, p. 220; Edrisi, Géographie, vers. di Jaubert, tomo II, p. 58 seg.
[426.] Bekri, versione di Quatremère, Notices et Extraits, tomo XII, p. 473.
[427.] Bargès, descrizione della Moschea principale d'Algeri al 1830, nel Journal Asiatique, série IIIe, tomo XI, p. 182. Quivi non si dice in vero che di una porta di comunicazione col palagio del governatore.
[428.] Veggasi il cap. VII di questo Libro, p. 157, 158.
[429.] Ibn-Haukal, Description de Palerme, nel Journal Asiatique, série IVe, tomo V, p. 22, 23; Nowairi, Enciclopedia, ibid., p. 104, Edrisi, Géographie, versione di Jaubert, tomo II, p. 77.
[430.] Ibn-el-Athîr, anno 325, scrive che “la gente fu molto aggravata nella costruzione della cittadella.” I pubblicisti musulmani, principalmente Mawerdi, ci danno il comento. Veggasi il cap. I di questo Libro, p. 10, nota 4.
[431.] Cronica di Cambridge, Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[432.] Cotesti nomi dalla sola Cronica di Cambridge. La sillaba wa entra in parecchi nomi berberi in vece dell'arabico ibn, figlio. Modû sembra dello stesso conio; non arabico al certo. Si trova in Edrisi con ortografia poco diversa il nome d'un castelletto tra Randazzo e Castiglione, che risponderebbe a Mojo d'oggidì.
[433.] Risponde a Collesano d'oggidì secondo le distanze notate da Edrisi, il quale la dà con questo nome istesso di Kalat-es-Sirât.
[434.] L'ordine delle operazioni militari di Khalîl è dato dalla Cronica di Cambridge e sta bene a martello. Il nome che scrivo Mazara è ””lb”ra, letto dai primi traduttori Kalbara, arbitrariamente nella prima sillaba. Correggendo Mazara non si viene ad alterare alcun dei tratti principali e si trova la importante città nominata da Ibn-el-Athîr. Quanto a Kalbara, o come che si legga la prima sillaba, non v'ha nome noto da potervisi adattare; e non è da pensare nè anco per ombra alla Calabria.
[435.] Il fatto e il nome nella sola Cronaca di Cambridge, ove il secondo è scritto senza vocali Fkh e si potrebbe legger Foca, o con altra vocale che fu preferita nella version latina, e non è bello ripeterla in Italiano. Ancorchè Fikh significhi in arabico la scienza del dritto, qui è nome d'uomo e d'un luogo che il prese da lui; nè credo abbian gli Arabi tal nome proprio. Al contrario è noto ad ognuno nelle istorie bizantine il casato Foca, illustre in que' tempi: e ciò mi ha suggerito la prima lezione. Nondimeno il latino e (perchè no?) l'italiano potean anco fornire il soprannome d'alcun cristiano di Sicilia, il cui braccio avessero accettato i ribelli musulmani, sì come avean chiesto gli aiuti di Costantinopoli. E in vero presso il Capo di San Marco è un luogo detto Ficana. Questo appunto, e la coincidenza del sito presso Mazara e Caltabellotta, mi ha persuaso che si tratti della penisola del Capo San Marco. Ho interpretato penisola la voce gesîra del testo, che vuol dire anche isola.
[436.] Si vegga pel XII secolo la geografia d'Edrisi; pel XIII e XIV, i diplomi accennati da Pirro, Sicilia Sacra, p. 136, e da Huillard-Breholles, Historia diplomatica Frederici II imperatoris, tomo I, p. 118, 194; Mortillaro, Catalogo dei diplomi della Cattedrale di Palermo, p. 90; e pel XVI, la descrizione di Fazzello, Deca I, lib. X, cap. III.
[437.] La Cronica di Cambridge accennando sola questo fatto, usa la espressione sebi, che vuol dir propriamente le donne e fanciulli prigioni. Parmi qui adoperata in significato più largo.
[438.] Il nome etnico di 'Attâf è dato dal solo Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 165.
[439.] Quest'ultimo periodo della rivoluzione si ricava in parte dalla Cronica di Cambridge, anni 6447 a 6450, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 48, 49; in parte da Ibn-el-Athîr, anno 325. Si veggano anche il Baiân, ediz. Dozy, tomo I, p. 223; Abulfeda, anno 325; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione, p. 164, 165. Il Nowairi, presso Di Gregorio, p. 15, accenna la venuta e la partenza di Khalîl, senza far motto della guerra. Il Rampoldi, Annali, tomo V, p. 213, 217, 221, 223, 230, anni 937, 938, 939, 940, 941, aggiugne di capo suo una ribellione in Palermo in questo secondo periodo, aiutata dai Bizantini; e che il governo d'Affrica mandasse grani in Sicilia.
[440.] Era modo familiare il chiamare col keniel, ossia primo soprannome, anzichè col nome proprio o col titolo di dignità.
[441.] Confrontinsi: Baiân, l. c., e Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 104 recto.
[442.] Peccato, poichè i pubblicisti più accreditati non permetteano di uccidere i ribelli presi con le armi alla mano, nè di tenerli in prigione finita che fosse la guerra, nè di prendere i loro beni, nè di far cattive lor donne e figliuoli. Veggasi Mawerdi, Ahkâm Sultanîa, ediz. Enger, p. 98 e seg.; The Hedaya, versione inglese di Hamilton, lib. IX, cap. IX, nel tomo II, p. 250. Nell'impero ottomano prevalsero poi dottrine più tiranniche, le quali si ricerchino in D'Ohsson, Tableau de l'Empire Ottoman, tomo VI, p. 253.
[443.] Confrontinsi: Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 104 recto; Baiân, tomo I, p. 223; Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo IV, fog. 343 recto, anno 333.
[444.] Significa, “Que' che dicono: Non vogliam saperne nulla.” Proprio come i Know-nothings d'America.
[445.] Veggasi: Tigiani nel Journal Asiat., série IVe, tomo XX, p. 171, seg.; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, passim.
[446.] È voce arabica che significa “buona nuova;” un de' nomi che volentieri si davano alli schiavi. Andrebbe meglio trascritta in francese Bochra, che non si può rendere col nostro alfabeto. Tigiani dice costui siciliano (sikilli); il testo d'Ibn-Khaldûn pubblicato da M. De Slane porta Schiavone (saklabi); nè so determinar la vera lezione. La critica storica ci ricorda che tra gli schiavi e mercenarii dei Fatemiti vi fossero al paro e Siciliani e Slavi. La differenza tra coteste due voci in scrittura arabica è lievissima, e però il merito dei MSS. non può servire di argomento decisivo. Nondimeno, Tigiani fu erudito più diligente che Ibn-Khaldûn, e i MSS. delle sue opere, copiati assai men sovente che quelli d'Ibn-Khaldûn, sembrano men sospetti d'errore.
[447.] Queste due battaglie sono raccontate da Tigiani, Journal Asiatique, série IVe, tome XX, p. 101, seg. Si vegga anche Ibn-Khaldûn, Storia dei Berberi, testo arabo, tomo II, p. 18, 19.
[448.] I dotti e la cittadinanza di Kairewân seguirono con molto zelo Abu-Iezîd all'assedio di Mehdia. Chi mai scriverà questo bel tratto di storia, non dimentichi le notizie che ne dà il Riâdh-en-Nofûs, fog. 89 verso a 91 verso. Quivi si narra la deliberazione presa dai fakih nella Moschea giami' di Kairewân; i dotti che s'armavano; le corporazioni che veniano in arnesi di guerra con lor bandiere di varii colori scritte con varie leggende; i martiri caduti in battaglia ec. Il dotto Abu-l-Arab, ch'era dei capi rivoluzionarii, sclamava all'assedio di Mehdia: “Ho scritto di mia mano 1500 trattati; ma il combatter qui val meglio che tanta dottrina!”
[449.] Il cenno che do di questa grande rivoluzione è tolto da Ibn-el-Athîr, anni 333, 334; MS. C, tomo V, fog. 343 recto a 346 recto; Baiân, tomo I, p. 200 a 228; Tigiani, Journal Asiatique, série Ve, tomo I, p. 178, seg.; Ibn-Khaldûn, Storia dei Berberi, testo, tomo II, p. 16 a 23; Ibn-Hammâd, Journal Asiatique, série IVe, tomo XX, p. 470, seg. Per le date, seguo a preferenza Ibn-el-Athîr. Si veggano anche il Riâdh-en-Nofûs, fog. 89 verso, seg.; Iehia-ibn-Sa'îd, Continuazione di Eutichio, fog. 87 verso; Ibn-Khallikân, versione di M. De Slane, tomo I, p. 218, seg., e III, p. 185.
[450.] Ibn-Hammâd, op. cit., p. 497.
[451.] Cronica di Cambridge, op. c., p. 49, an. 6450.
[452.] ’Ο Κρηνίτης Χαλδίας τῆς Καλαβρίας γεγόμενος στρστηγὸς. Nella edizione di Parigi fu aggiunto tra parentesi παρὰ dopo il nome proprio; e fu tradotto Crenita Chaldiæ in Calabria prefectus; la quale versione non è mutata nella edizione di Bonn, ancorchè sia stato ridotto a miglior lezione il testo, Chaldia era nome d'un tema bizantino, che avea per capitale Trebisonda nell'Armenia minore; e qui indica la patria di quel barattiere, non la sua sede in Calabria, ove non fu mai luogo di tal nome. Si vegga per Caldia, Costantino Porfirogenito, De Thematibus, p. 30, e De administrando imperio, p. 199, 209, 226, ediz. di Bonn.
[453.] Cedreno, ediz. di Bonn, tomo II, p. 357.
[454.] Cedreno, l. c. Costantino riprese il comando dell'impero in dicembre 944.
[455.] Cronica di Cambridge, l. c. Il cronista avea ben dato il titolo di emir a tutti i precedenti infino a Sâlem; e nol dimentica parlando poco appresso del kelbita Hasan-ibn-Ali.
[456.] Nowairi, presso Di Gregorio, p. 15, senza nominare Ibn-Kufi. Il Nowairi direbbe secondo la versione: “Anno 334, præfectus electus fuit Mohammed ben el Aschaat, qui usque ad annum 336 leniter gessit imperium;” ma va corretto secondo il testo: “Fu wâli in Sicilia l'anno 334 Mohammed-ibn-Asci'ath; e resse gli affari infino al 336 (Ibn)'Attâf.” L'oscurità di questo passo, che mosse M. Caussin a considerare, fuor d'ogni regola grammaticale, il nome proprio 'Attâf come sostantivo o aggettivo, viene appunto dalla dubbiezza del compilatore; il quale, trovando due nomi di governanti nello stesso tempo, impiastrò l'uno essere stato wâli fino al 34, e l'altro avere tenuto la somma delle cose fino al 36. Ibn-el-Athîr, incontrata, com'ei pare, la stessa difficoltà nelle croniche, se ne cavò col silenzio. Non disse degli altri; non disse del tempo in cui Ibn-'Attâf prendesse il governo; ed occorrendogli di nominarlo, non gli diè alcun titolo. Se si volesse seguire il Nowairi senza badare all'ambiguità delle sue parole nè al silenzio della Cronica di Cambridge e d'Ibn-el-Athîr, si potrebbe supporre che nel 34 fu fatto emiro Ibn-Asci'ath; e dal 35 al 36 governò di nuovo Ibn-'Attâf. Il Rampoldi, tomo V, p. 256, anno 945, citato dal Martorana, tomo I, p. 217, nota 13, dice che Mohammed-ibn-Asci'ath fosse stato precettore di Mansûr. Non credo che i compendii ch'egli ebbe alle mani gli abbian potuto fornire tal notizia. Al suo modo di compilare supporrei piuttosto un enorme anacronismo che l'abbia portato a confondere questo Ibn-Asci'ath con l'autore della setta dei Karmati, del quale ho fatto cenno nel Libro III, cap. V, p. 116 di questo volume.
[457.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 336; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 165, 166, e il breve cenno del Nowairi presso Di Gregorio, p. 15. Il passo di quest'autore che Di Gregorio tradusse: “De perturbato rerum Siciliensium statu, et quod in earum administratione nonnulla vitia irrepsissent;” e M. Caussin: “La peine que lui donnaient les habitants et le mauvais état des affaires;” si renderebbe più correttamente: “Che i Siciliani rimbaldanzivano, e piegavano al male;” cioè si disponeano alla ribellione.
[458.] Ibn-el-Athîr; da cui tenghiamo i particolari di questi fatti e di quei che seguirono all'arrivo di Hasan in Sicilia, non segna altre date che il tumulto di Palermo a 1º scewâl 335, e la elezione di Hasan il 336 (22 luglio 947 a 9 luglio 948). La Cronica di Cambridge non porta altra data dell'arrivo di Hasan che il 6456 (1 sett. 947 a 31 ag. 948); ma un fatto che racconta dopo, ci porta a supporre l'arrivo verso la fine dell'anno costantinopolitano. Da un'altra mano si sa (Ibn-Hammâd citato di sopra ap. 202) che Mansûr sino alla fine di giumadi 2º del 333 (gennaio 948) facea condurre per le strade di Kairewân la pelle imbottita di Abu-Iezîd; che poi volea mandar in Sicilia quella e la testa di Fadhl con Hasan; e che la barca fece naufragio, ec. Infine Ibn-el-Athîr nota che dopo l'uccisione di Fadhl, figliuolo di Abu-Iezîd, il califo tornava a Mehdia, di ramadhan 336 (marzo ed aprile 948); ed è da supporre ch'ei non abbia pensato alle cose di Sicilia prima di questo. Però credo che l'arrivo di Hasan in Sicilia si debba protrarre fino a giugno o luglio 948.
[459.] Ibn-el-Athîr, solo narratore in questo luogo, scrive: la gente d'Affrica. Senza il menomo dubbio accenna agli Arabi venuti di recente dall'Affrica. I coloni si chiamavano Siciliani; i Berberi, i Kotamii, ciascuno col suo nome.
[460.] Così Ibn-el-Athîr. Palermo avea un cadi; onde il titolo di Hâkim è generico qui in significato di magistrato, ovvero è adoperato perchè vacasse l'oficio in quel tempo, e, invece di cadi eletto dal principe, rendesse ragione un supplente. Hâkim si addimandò, dopo il conquisto normanno, il capo della municipalità di Malta; ma mi sembra fatto eccezionale, nato dalla dominazione cristiana.
[461.] Ibn-el-Athîr, anno 336; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 166. Quivi si legga sempre “Tabari” invece di “Matîr,” ch'è errore del MS. sul quale fece la versione M. Des Vergers.
[462.] Questo riscontro mi è suggerito dal bello studio del professore Dozy, su le fonti della storia de' Musulmani Spagnuoli, Histoire de l'Afrique etc., intitulée Al-Bayano-'l-Moghrib, Introduction, p. 16, seg.
[463.] La Cronica di Cambridge, che sola porta la data e il supplizio, dice: “Venuto il giorno di mila” che fu un lunedì, l'emiro etc.” La voce che ho trascritto dall'arabico e che è chiara nel MS., significa il Natale de' Cristiani, sol che vi si aggiunga un d alla fine ove ho messo le virgolette. I primi editori supplendo invece un'altra lettera scrissero Mi'âd “giorno prefisso” come si potrebbe tradurre. Ma questa voce oltrechè sarebbe insolita, imbroglierebbe il fatto or che Ibn-el-Athîr ci racconta l'ordine del tradimento palatino, e farebbe mancar la data del giorno; la quale non è probabile che il cronista avesse trascurata, mentre designava il giorno della settimana. Il Natale del 948 cadde appunto in lunedì.
[464.] Debbo avvertire che Ibn-el-Athîr dal quale tenghiamo i nomi, narra il tradimento, la cattura, la confiscazione, non il supplizio: il casato che dovrebbe trovarsi dopo il nome di Mohammed è lasciato in bianco in uno dei MSS., e manca al tutto negli altri due. La Cronica di Cambridge al contrario dice della uccisione dei “côlti alla rete, tra i quali un Marisc (in inglese sarebbe Marîsh) e i suoi compagni.” Questo nome fu scritto dal traduttore inglese, Coreish; ma il codice dà chiarissima la iniziale m. Non l'ho scritto nel testo, parendomi soprannome e che debba indicare il capo della fazione, cioè Ismaele-ibn-Tabari; e ciò sembra confermato dai significati della voce Marîsc dati dal Meminski, cioè “saetta impennata” e una specie di pomo. Marîs sarebbe dei nomi che si danno ai leone.
[465.] Confrontinsi: Cronaca di Cambridge, ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[466.] Si vegga il Libro IV, capitolo III.
[467.] Capitolo X del presente Libro, p. 203-204 di questo volume.
[468.] Non va in questo periodo l'autore anonimo della Vita di San Niceforo vescovo di Mileto di cui or or si dirà. Questo autore, probabilmente siciliano, visse nella seconda metà del decimo secolo. Il testo greco è nella Biblioteca imperiale di Parigi, Nº 1181; e M. Hase ne ha pubblicato uno squarcio in nota a Leone Diacono, edizione di Bonn, p. 442.
[469.] Leonis Diaconi Caloensis, l. c. L'anonimo dice che i Veggenti per virtù divina abbondavano in Sicilia com'ogni altro prodotto del suolo. Τὸ δὲ καὶ απὸ τινος τῶν ὲν τῇ χώρα δεοπτικῶν (πλεονεκτεῖ γὰρ καὶ τῇ τοῦτων φορᾷ τῆς ἄλλης εὺδηνιας οὺκ ἔλαττον.)
[470.] Liutprandi Legatio, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo II, parte I, p. 485. “Hippolytus quidam Siciliensis episcopus.” La Cronica di Cambridge citata al capitolo VIII di questo Libro, p. 172, ha: “Leone vescovo della Sicilia;” nè la costruzione arabica permette d'interpretare “uno dei vescovi di Sicilia.”
[471.] Si vegga il cap. VII del presente Libro, p. 173.
[472.] De Thematibus, p. 58, ediz. di Bonn, tomo III, delle opere di Costantino: καὶ τὰς λοιπὰς πόλεις τὰς μὲν ἠφημωμένας, τὰς δὲ κφατουμένας παφὰ τῶν Σαρακηνῶν.
[473.] Costantino Porfirogenito, op. cit., p. 60, e De administrando imperio, p. 225.
[474.] Libro II, cap. XII, p. 470, 471 del primo volume.
[475.] Libro II, cap. VI e IX, vol. primo, p. 323, 325, 407.
[476.] Journal Asiatique, série IVe, vol. V, 1845, p. 105, nota 9.
[477.] Veggasi il Libro IV, cap. III, su la popolazione musulmana al 962.
[478.] V'era in Palermo un borgo di Giudei. Ibn-Haukal, nel Journal Asiatique, vol. cit., p. 97.
[479.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 71 recto. Sa'îd morì il 302. Il biografo aggiugne che costui toccò i danari per favore di Ibrahim-ibn-Ahmed; non sappiamo se per aver tolto qualche difficoltà fiscale, ovvero per avergli fatto pagare i 400 dînar con tratta sul tesoro di Kairewân. Sa'îd, avvezzo a vita peggio che frugale, spese 200 dînar a fabbricarsi una casa; 50 in vestimenta; 50 in tappeti, stoviglie e altre masserizie; e ne serbò 100 per mantenimento del resto della sua vita. Di che riprendendolo gli amici, rispose che avea a ufo dei 100 dînar, poichè il quarto d'un rotolo di carne gli bastava una settimana. Il primo giorno, dicea, mangio il brodo delle ossa; il secondo quel dei tendini; dal terzo al sesto certi piatti di bietole mescolati or a fave, or a ceci, or a pastinache; e il settimo dì la carne!
[480.] Ibn-Haukal, Journal Asiatique, vol. cit., p. 93.
[481.] Squarcio della vita di Ibn-Giolgiol (in francese Djoldjol) per Ibn-abi-Oseibia, testo e versione di M. Sacy, in appendice alla Rélation de l'Egypte par Abdallatif, p. 549, seg., e 493, seg.
[482.] Veggasi il Libro I, cap. VI, e Libro II, cap. II, nel volume primo, p. 149, seg., 253, seg.
[483.] Questo era soprannome. Il nome intero Abu-Sa'îd-Abd-es-Selâm-ibn-Sa'îd-ibn-Habîb-ibn-Hasân-ibn-Helâl-ibn-Bekkâr-ibn-Rebia', della tribù arabica di Tonûkh. Così il Riâdh-en-Nofûs, fog. 39 verso. Confrontisi Ibn-Khallikân, versione inglese, tomo II, p. 131.
[484.] Si vegga il cap. IX di questo III Libro nel presente volume, p. 188. La data della morte si argomenta dal posto dato a questa biografia nel Riâdh-en-Nofûs, fog. 57 verso. Iehia-ibn-Omar spese seimila dînar per lo studio della giurisprudenza. Andò in Spagna, donde fu detto Andalosi; e in Oriente, dove fece, come tutti coloro che il poteano, un corso di lingua e poesia, dimorando nelle tende dei Beduini in Arabia. In cotesta peregrinazione scientifica, durata sette anni, consumò quasi il suo avere. Riâdh-en-Nofûs, l. c.
[485.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 79 recto.
[486.] Intendo non solamente copista, come suonerebbe tal voce nel medio evo, ma uom dotto che sovente compilava sul dettato dei maestri. Costui segnalavasi tra gli editori d'Affrica per tenace memoria e scrupolosa esattezza.
[487.] Il testo dice che costui, per nome Ahmed-Kasri (ossia del Castel vecchio presso Kairewân), non avendo da comperar carta, si vendè il giubbone e col prezzo acquistò dei rokûk. Tal voce secondo i dizionarii è plurale di Rekk, “carta o pergamena.” La definizione è vaga, o il senso variò coi tempi e i paesi. Ma leggiamo in Masudi, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 2, che la pomice di Sicilia si adoperava a radere lo scritto nei difter e nei rokûk. Indi mi par manifesto che quest'ultima voce significava, nel X secolo, “pergamena vecchia.” La voce che ho reso carta è wark. Si comprende poi benissimo che la carta nuova dovesse costare in Affrica assai più cara che i codici latini e greci, merce inutile, da ripassarsi con la pomice prima di adoperarli. Quanti preziosi Manoscritti antichi dovettero perire in questa guisa!
[488.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 79 recto.
[489.] Ce ne fornisce un esempio curioso il MS. della Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 277, fog. 100 recto, seg. In questa compilazione legale del secolo XVI si tratta tra le altre cose delle acque stagnanti delle quali fosse lecito far uso nelle abluzioni. Come la traduzione vuol che queste acque abbian certo volume, così il compilatore si crede obbligato a indicare i modi geodetici di misurar la superficie delli stagni, e fa a quest'effetto un lungo trattato con figure geometriche.
[490.] Aggiungo questo perchè Ibn-Haukal parla del papiro di Palermo, nel Journal Asiatique, série IVe, tomo V, p. 98.
[491.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 77, verso. Ancorchè cotesta biografia si legga nel 316, sembra errore da correggersi 312, secondo l'ordine cronologico che comincia poco innanzi nel Riâdh. Secondo Dsehebi, Kitâb-el-'iber, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 646, tomo I, anno 320, seguì in questo anno la morte di Meimûn, ormai centenario, paralitico e rimbambito.
[492.] Baiân, testo arabico, tomo I, p. 160.
[493.] Op. cit., p. 138. Marwazi è nome etnico che si riferisce a Merw in Khorassân, ad un borgo di Bagdad, e fors'anco ad un villaggio. Veggasi il Lobb-el-Lobbâb di Soiuti, ediz. di Leyde, p. 242, con la nota t.
[494.] Makrizi, Mokaffa, MS. di Leyde 1366, al nome Mohammed; Soiuti, Tabakât-el-Loghawîn, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 681, e MS. del dottor John Lee, allo stesso nome. L'epoca e la qualità di liberto degli Aghlabiti, fan supporre nato costui in Sicilia, ove si fossero rifuggiti i genitori. La famiglia par di origine persiana a cagion di quel nome di Korassân, quantunque non abbia la forma di aggettivo patronimico che sarebbe Khorassânî. I Beni-Korassân furon signori di Tunis nel XII secolo.
[495.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 60 recto. L'autore Maleki, il quale non visse di certo innanzi la fine del X o principii dell'XI secolo, cita qui con la frase: Narra Abu-Bekr etc. Da ciò argomentiamo che Maleki avea sotto gli occhi uno scritto, non un racconto inserito da autore più moderno, il cui nome avrebbe citato com'ei suole.
[496.] Costui non è detto siciliano nel Riâdh; ma lo sappiamo d'altronde. Si vegga a p. 224, nota 3.
[497.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 107 verso.
[498.] Si vegga la p. 222.
[499.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 73 verso.
[500.] Si vegga il Libro II, cap. X, p. 420, del primo volume.
[501.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 79, verso. È da avvertire che la biografia di Abu-Hasan-Harîri è messa il 316, ma trovandosi tra il 322 e il 323, è da supporre uno sbaglio nella data.
[502.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 61 recto. La morte di Wâsil è riportata al 294. Ho scritto il soprannome Sari, secondo Dsehebi, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 802, il quale avverte che un altro nome scritto in arabico con le stesse consonanti si pronunzia Sorri.
[503.] Si vegga il Libro II, cap. V, VII, IX, X, vol. I, p. 300, 342, seg., 352, 391, 423, 427; Libro III, cap. III, VI, vol. II, p. 63, 64, 124.
[504.] Ibn-Haukal, Journal Asiatique, IV serie, vol. V, p. 99, parla d'una miniera di ferro presso Palermo, ch'era stata posseduta da un di casa d'Aghlab.
[505.] Veggasi Libro III, cap. II, p. 58 di questo volume, e Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 35 recto, 36 recto, 148 verso. Da quest'ultimo luogo Casiri trasse la notizia ristampata dal Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 237, lin. 6, la quale non appartiene propriamente alla storia letteraria di Sicilia.
[506.] Th'âlebi avverte (MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1370, sezione prima, lib. X, fog. 66, recto) che del Maghreb (Affrica e Spagna) non avea alle mani antologie, ma poesie volanti raccolte qua e là. Pure è notevole ch'ei ne dia di molti Spagnuoli, di pochi appartenenti alla corte fatemita d'Egitto e di nessun Affricano nè Siciliano. Un sol tripolitano che vi si trova è di Tripoli di Siria.
[507.] Tigiani, Rehela, MS. di Parigi, fog. 97 Terso, seg. Traduzione francese, p. 190, seg.
[508.] Ibid.
[509.] Si vegga in questo Libro III, cap. X, p. 199.
[510.] Si vegga il Libro II, capitolo X, p. 420 del primo volume.
[511.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 79 verso.
[512.] Kattân significa tessitore o mercatante di cotone.
[513.] Riâdh-en-Nofûs, fog. 79 verso.
[514.] Zaccaria.....el-Cazwîni's, Cosmographie, testo arabico dell''Agiâ'ib-el-Mekhlûkât pubblicato dal prof. Wüstenfeld, p. 125. L'autore dice un pesce lungo una spanna, e che la nave era presso B rtûn; il quale non so a che luogo risponda.
[515.] Kelb, vuol dir “cane.” Questo nome d'un dei progenitori della tribù fu dato forse, come usavano gli Arabi avanti Maometto, pel caso d'essersi visto, o sentito abbaiare, un cane alla nascita del fanciullo.
[516.] Libro I, capitolo VI, p. 135, nota 1, e p. 136 del primo volume. Si vegga anche Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, passim; Conde, Dominacion de los Arabes en España, parte I, cap. 22, 32, 33, 35; Makkari, Mohammedan dynasties in Spain, versione del prof. Gayangos, tomo II, p. 41, 66.
[517.] Libro I, capitolo VII, p. 171 del primo volume.
[518.] Nowairi, Storia d'Affrica, in appendice alla Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, versione del baron De Slane, tomo I, p. 391.
[519.] Makrizi, citato da Sacy, Chrestomatie Arabe, tomo I, p. 137.
[520.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 15. La versione “tum quod de majoribus suis optime meritus fuisset,” si corregga: “ed anche per essere stati i maggiori di Hasan, fedeli servitori degli antenati di Mansûr.” Così evidentemente si risalisce al Mehdi.
[521.] Veggasi il Libro III, cap. IX, p. 191.
[522.] Sapendo male l'arabico e peggio il diritto musulmano, Marco Dobelio Citeron tradusse: “dedit insulam Siciliæ in feudum ec.,” negli estratti di Scehâb-ed-dîn-Omari, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 59. Il Di Gregorio sospettò l'errore, ibid., nota f; e con minore incertezza lo ha condannato il Wenrich, lib. II, cap. 230, p. 270, 271. Il fatto di cui nè l'uno nè l'altro si accorsero, è che il compilatore copiava Abulfeda, e che però abbiamo il testo arabico, quantunque siasi perduto il MS. di Scehâb-ed-dîn. Or Abulfeda dice meramente che Mansûr diè il waliato (ossia oficio d'emir) di Sicilia ad Hasan. Annales Moslemici, tomo II, p. 446, anno 336. Il Martorana scansò l'errore senza confutarlo.
[523.] Notizie storiche dei Saraceni Siciliani, tomo I, p. 92, II, p. 15.
[524.] L'ho accennato, Libro I, capitolo IV, p. 147, del primo volume, e Libro III, cap. I, p. 5, del presente. Wâli, in rapporto di annessione con altri titoli di magistrato, significa altro. Emir, legato alla voce “esercito,” significa meramente “capitano.” In tempi più recenti si son chiamati emir tutti i discendenti di famiglia principesca ed anche que' di Maometto.
[525.] Nè anco la Cronica di Cambridge, scritta al tempo dei Kelbiti. Pur fu questa che suggerì la distinzione al Martorana, poichè Hasan è il primo emiro di cui noti la elezione (948). Ma degli altri il cronista non la disse, ignorando forse la data; e in ogni modo ei ben dà il titol d'emiro a Sâlem (917-937).
[526.] Veggansi: Libro II, cap. V, VI, VII, IX, X, e tutto il libro III. Prendendo a caso qualche esempio in Ibn-el-Athîr, si trova il titolo di emir di Sicilia negli anni 835, 851,882, 895, 925; frammessovi talvolta il titolo di wâli, e chiamandosi sempre l'oficio waliato. Così negli altri annalisti musulmani. Il Bâian dà nell'835 il titolo di Sâheb, del quale si è detto a suo luogo.
[527.] Wenrich, Commentarii, lib. I, § 229, p. 269. I passi ch'ei cita dell'opera del barone De Hammer su la Costituzione dell'impero musulmano doveano farlo accorto del vero; tanto più che De Hammer gli forniva il nome di un emir di Sicilia nell'880; e che egli stesso ne avrebbe potuto vedere molti altri nei testi arabici. Ne uscì scrivendo: Utcumque vero rex se habuerit, id certe constat dignitatem illam in Hasani Calbitæ familia, hereditario quasi jure postmodum remansisse. E col quasi sdrucciolò su quell'altro intoppo dell'oficio rimaso per un secolo nella medesima famiglia.
[528.] Lo stesso punto di diritto pubblico si trattò per l'Affrica propria nel 361 (971-72), allorchè Moezz, trapiantando la sede in Egitto, dovea non ristorare ma instituire l'emirato nella provincia. Proffertolo ad un Gia'far-ibn-Ali di schiatta arabica, questi domandò pien potere nella elezione dei magistrati, nell'amministrazione della finanza e in ogni altro atto di governo; senza obbligo di render conto dell'azienda nè di aspettare l'approvazione del califo per mandare ad effetto i provvedimenti. Moezz gli rispose in collera che volea farsi principe in vece di lui. Accomiatatolo, si volse al berbero Bolukkin, fondatore della dinastia zirita; il quale domandò al contrario che il califo eleggesse i magistrati, gli amministratori della finanza, i capitani delle milizie; che gli affari più rilevanti si trattassero in un consiglio degli oficiali pubblici; e ch'egli, Bolukkin, facesse eseguire le decisioni del Consiglio. Moezz scelse lo Zirita; dicendo pure a un suo fidato, che quegli andrebbe per via più lunga allo stesso scopo al quale Gia'far volea giugnere d'un salto. Makrizi, Kitâb-es-Solûk, versione presso Quatremère, Vie da calife fatimite Moezz; Journal Asiatique, (novembre 1836 e gennaio 1837), estratto, p. 87, 88.
[529.] Adopero indistintamente Sultano e Soldano che son varianti di trascrizione; l'una secondo l'uso nostro d'oggi, l'altro come suonava agli orecchi dei nostri padri al tempo che le repubbliche italiane teneano i commerci del Levante. I principi ottomani seguendo le tradizioni dei principi turchi dell'Asia Minore e delle varie dinastie d'Egitto dopo Saladino, preferiscono tuttavia il titol di Sultano a quel di califo, ch'ebbero per cessione, al certo illegale, della seconda dinastia abbassida.
[530.] Si veggan queste nell'opera di Domenico Spinelli principe di San Giorgio, Monete cufiche etc., Napoli 1844, un vol. in-4, p. 1, seg. Ma dubito di alcune, delle quali non mi sembrano ben trascritte le leggende.
[531.] Si vegga la lista in Mortillaro, Opere, tomo III, p. 377, seg. Se ne aggiungano altre 14 che ve n'ha nella collezione del Cabinet des Médailles, a Parigi, e tre altre pubblicate dal sig. Federigo Soret, Extrait des Mémoires de la Societé imp. d'Archéologie, Saint-Petersbourg, 1851, p. 50, 51, ni 122, 124, 125.
[532.] Cedreno, ediz. di Bonn, tomo II, p. 358.
[533.] Ibn-el-Athîr, anno 336, MS. C, tomo IV, fog. 350 verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 167; i quali autori parlano di Rûm, e si deve intendere di que' soli di Sicilia, poichè Costantino ricusò di pagare il tributo per la Calabria.
[534.] Ibn-el-Athîr, anno 340, C., tomo IV, fog. 353, verso. L'annalista qui dice Rûm di Sicilia; ma par si debba intendere di Calabria e di qualche città più forte di Sicilia, come Taormina e Rametta.
[535.] Cedreno, l. c. È da credere, per men vergogna delle armi bizantine, che le dette forze fossero venute parte innanzi e parte dopo la state del 950. Cedreno, come ognun sa, non ricorda mai le date.
[536.] Confrontinsi: Cronica di Cambridge, anni 6459-6460, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 49, 50; Ibn-el-Athîr, anni 336 e 340, MS. B, p. 263, seg., MS. C, tomo IV, fog. 350 verso, seg., e 353 verso; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 167, 168, dove in vece di Sire Doghous si legga stratego; e Storia dei Fatemiti, MS. arabo di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tomo IV, fog. 18 verso, con la traduzione di M. De Slane in appendice alla Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo II, p. 529. È da avvertire che Ibn-el-Athîr narra i medesimi fatti con circostanze diverse, nei due capitoli del 336 e del 340. Così anche Ibn-Khaldûn nei due luoghi ch'io cito, il secondo dei quali contien parecchi errori. Ho tradotto salmerie la voce che la versione latina della Cronica di Cambridge rende cameli, aggiugnendo al testo un punto diacritico che non v'ha. In vero questa voce arabica non ha la forma che apparterrebbe al plurale di nave oneraria, o salmeria. Ma che andavano a fare i cameli nelle montagne e selve di Calabria?
[537.] La Cronica di Cambridge dice di soli statichi, Ibn-el-Athîr di solo danaro; nè l'una nè l'altro particolareggiano i patti.
[538.] La presa d'Ascoli è registrata da Lupo Protospatario, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 54. La data ch'è del 950 par si debba correggere 951.
[539.] Cedreno, l. c. Si vegga la nota 1 della pagina 242.
[540.] Cedreno dice che il capitan musulmano, innanzi la battaglia, confortò i suoi a non temere un esercito ove i soldati erano maltrattati dai condottieri; alludendo alle taglie e ingiurie con che il patrizio e lo stratego aveano offeso i sudditi. Mi è parso di accettare il fatto morale, non il materiale del discorso di Hasan; il quale sembra dettato al Cedreno dall'arte rettorica con che si è scritta la storia per tanto tempo.
[541.] Confrontinsi: Cronica di Cambridge, anno 6461, op. cit., p. 50; Cedreno, Ibn-el-Athîr, Ibn-Khaldûn, ll. cc; Lupo Protospatario, anno 951 presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 54, dove si legge: “Malachianus fecit prælium in Calabria cum Saracenis et cecidit.” Il giorno della battaglia si ricava da Ibn-el-Athîr, il quale lo dice diverso nei due racconti del 336 e del 340; che son d'origine evidentemente diversa. Nel primo è la festa di Aráfat ossia il 9; nel secondo quella del Dhohâ ossia il 10 di dsu-l-higgia; il qual divario vien forse dal conto astronomico che precede il civile di mezza giornata. Il nome del patrizio Μαλακένος, dato dal Cedreno, è trascritto nella Cronica di Cambridge M””l”gên o M””l”gân e in Lupo Malachianus. Novella prova del fatto da noi già notato, che in Sicilia il x si pronunziava c ovvero g, almen dal IX secolo in poi. In Puglia si rendea con l'antico suon latino ch.
[542.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, e Cedreno, ll. cc. Ho notato sopra che Ibn-el-Athîr dia due narrazioni diverse di questa impresa dal 952. Le narrazioni differiscono anche sul modo della tregua; leggendosi nel cap. del 336 che entrato l'anno 341 (28 maggio 952), e stando Hasan tuttavia all'assedio di Gerace, venne a trovarlo un ambasciatore di Costantinopoli, col quale fece la tregua e passò indi a Reggio. Lo stesso autore, nel capitolo del 340, scrive che, assediata Gerace, fu fatta composizione per danaro, e che Hasan poscia mandò uno stuolo alla città di Petracucca. La tregua di Gerace fu dunque per la sola città, e si estese poi alla provincia; ovvero si fermò a Gerace per tutta la Calabria? In quest'ultimo caso si potrebbe supporre che Pietracucca fosse stata assalita, sia contro i patti, sia perchè non obbediva all'imperatore e però non entrava nella tregua.
[543.] Il fatto è indubitabile, leggendosi nella Cronica di Cambridge e in Ibn-el-Athîr. Il nome nella Cronica è B tra”ûka, dove si potrebbe porre un f. ovvero un k al luogo che ho segnato con virgolette, mancandovi i punti diacritici. In ogni modo è inesatta la trascrizione e versione latina, dove le prime tre consonanti furono attribuite al nome geografico e delle altre si compose un avverbio, molto inopportuno. 1 MSS. d'Ibn-el-Athîr hanno B tr kûka. La stessa lezione si trova nel Mo'gem-el-Boldân di Iakût, il quale trascrive un passo d'Ibn-Haukal, che pone appunto B tr kûka tra Gerace e Reggio; e la menzione fattane in suo breve cenno prova che nel X secolo fosse terra importante per popolazione o commercio. Due secoli dopo Ibn-Haukal, Edrisi ha B tr kûna, secondo i MSS. di Parigi, i quali sendo di scrittura africana, vi si può leggere un altro k in vece della n senza far violenza al testo. Ed è nome, dice Edrisi, d'un fiumicello che mette foce a tre miglia dal capo Gefira (Zephyrium) e sei miglia da Bruzzano: come va corretta la versione di M. Jaubert, tomo II, p. 116, che salta queste e altre cifre di distanze. Invano ho cerco nelle carte e descrizioni della Calabria il nome moderno di questo luogo. Il sito risponde a Pietrapennata o Brancaleone, e si dèe supporre in monte, atteso quel nome di Petra. Cocca, cucco, e simili son voci di bassa latinità e bassa grecità, passate nell'idioma nostro e nei dialetti di Calabria e di Sicilia dove cucca significa civetta, coccoveggia.
[544.] Nella sola Cronica di Cambridge troviamo dopo B trakûka l'altro nome geografico Rm t sa. Rametta in Sicilia non può essere; poichè la stessa Cronica scrive il nome altrimenti. Roseto e Tremiti mi sembrano le lezioni più probabili; la seconda delle quali s'accorderebbe con l'assalto al Gargano.
[545.] Chronicon Sanctæ Sophiæ presso Muratori, Antiquitates Italicæ Medii Ævi, tomo I, p. 253. Gli assalitori poteano esser Cretesi; ma sembra più probabile che l'armata siciliana, dopo la tregua coi Bizantini, abbia infestato i dominii di Benevento
[546.] Cronica di Cambridge, l. c., la quale porta questi fatti nel 6461 (1 sett. 952 a 31 agosto 953) quando forse Hasan fece ritorno in Sicilia. Il Rampoldi, tomo V, p. 284, anno 954, fa sequestrare il navilio siciliano, e condurlo in Affrica, cioè applica ai legni ciò che la cronica scrive del Capitano. Martorana e Wenrich lo seguono. È da avvertire che gli Annali arabici dan sempre Hasan come capitan supremo nelle due imprese del 951 e del 952. Coteste vittorie de' Musulmani in Calabria sono ricordate in termini generali da Iehia-ibn-Sa'îd, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131 A, fog. 87 verso.
[547.] Il testo dice fabbricò; par si debba intendere che acconciò ad uso di moschea qualche edifizio della città.
[548.] Ibn-el-Athîr, anno 336, MS. B, p. 263; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 168, 169, dove per errore di stampa è detto: “El Haçan retourna alors à Kharadja où il bâtit etc.” In luogo di Kharadja, dèe dire Reggio, come nel testo arabico. Terminando il racconto di queste imprese di Hasan in Calabria, avverto averne escluso i fatti che si leggono dal 948 al 952 nella Cronica di Arnolfo e nelle interpolazioni alla Cronica della Cava, pubblicate l'una e le altre dal Pratilli, tomi III e IV; della quale impostura non diffidò sempre il Martorana, nè prima di lui il De Meo, Annali... del Regno di Napoli, tomo V, p. 288 a 325.
[549.] Ibn-el-Athîr, anno 340, MS. C, tomo IV, fog. 353 verso, ed Ibn-Khaldûn, l. c., scrivono chiaramente che Hasan lasciò in luogo suo il figlio; ma è certo più esatto il linguaggio di Abulfeda, Annales Moslemici, tomo II, p. 446, anno 336, e di Ibn-Abi-Dinar, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 851, fog. 37 verso, dei quali il primo aggiugne che Moezz confermò Ahmed e il secondo, più precisamente, che lasciato da Hasan a reggere la Sicilia in sua vece Ahmed, il califo rinnovò l'atto di elezione in persona di costui. Abulfeda trascrive le parole d'Ibn-Sceddad, autore del XII secolo. Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 15, dice: “E Hasan chiese a Moezz che onorasse suo figlio Abu-Hasan col titolo di wali di Sicilia etc.;” come si dèe leggere la vece dell'erronea versione “a quo cum nobilissimus filius ejus etc.” La data esatta si trova anche in Abulfeda; secondo il quale Hasan era rimaso in Sicilia cinque anni e due mesi; e però la partenza per l'Affrica va posta in giugno o luglio 953.
[550.] Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, op. cit., p. 50, anno 6462 (1 sett. 953 a 31 agosto 954).
[551.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 344, MS. B, p. 286; Abulfeda, Annales Moslemici, stesso anno, tomo II, p. 462; Ibn-Khaldûn, Storia dei Fatemiti, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tomo IV, fog. 20 verso; Conde, Dominacion de los Arabes etc., parte II, cap. 85; Quatremère, Vie de Moezz nel Journal Asiatique, novembre 1836, serie III, tomo II, p. 404, dove è citato un altro luogo di Ibn-Khaldûn. L'armata che assalì la Spagna è detta siciliana da Ibn-Khaldûn nel primo dei passi citati. Conde scrive che vi fossero navi d'Affrica e di Sicilia, e dà altri particolari, cavati forse da autori spagnuoli; ma non ci possiam fidare alla sua critica nè alle sue versioni.
[552.] Cronica di Cambridge, anno 6462 (953-54) presso Di Gregorio, op. cit., p. 50. Il nome è Asur b l s con la prima s del suono della ç francese. Sembra composto da Ασσύριος e ποῦλος che in greco moderno è desinenza patronimica; e però la voce intera sarebbe nome di persona o famiglia discendente da quella che i Bizantini s'ostinavamo a chiamare classicamente Assiria.
[553.] La data del 955, che va corretta 956, si trova in Lupo Protospatario. Veggasi Muratori, Annali d'Italia.
[554.] Confrontinsi: Theophanes continuatus, ediz. di Bonn, p. 453, 454; e Cedreno,. tomo II, p. 359; delle quali la prima, è cronica di corte e contemporanea; la seconda, compilazione del XII secolo e differente dalla cronica in molti particolari, non si sa dove attinti. Nè l'una nè l'altra metton date o riscontri cronologici. Quanto alla guerra coi Musulmani di Sicilia, gli annali arabi tacciono; nè abbiamo altra guida sicura che qualche cenno della Cronica di Cambridge, con che potremo interpretare la vaga rettorica e spesso bugiarda, de' due bizantini.
[555.] Cronica di Cambridge, anno 6464 (956-7), op. cit., p. 50; Ibn-el-Athîr, anno 345 (14 aprile 956 a 2 aprile 957), MS. B, p. 289, scrive: “Quest'anno Hasan-ibn-Ali, sâheb di Sicilia, usci con grosso navillio contro il paese dei Rûm.”
[556.] Ibid. Suppongo dai fatti seguenti la dimora di Ammâr in Calabria e la ritirata di Basilio dall'isola.
[557.] Confrontinsi: Theophanes continuatus, ediz. di Bonn, p. 454, 455, e Cedreno, stessa edizione, tomo II, p. 359, 360; Cronica di Cambridge, l. c., anni 6466, 6467 (1 settembre 957 a 31 agosto 959). La Continuazione di Teofane dà evidentemente il rapporto oficiale del patrizio, con reticenze e confusione di tempi. Cedreno ci ha conservato l'altra tradizione, che non si trova nei cronisti contemporanei conosciuti da noi.
[558.] Cronica di Cambridge, l. c.
[559.] De Meo, Annali del Regno di Napoli, tomo V, p. 358, anno 958. Il solo mallevadore è l'autore anonimo degli Atti di Sant'Agrippino. Se il fatto si può ammettere, parmi abbia ragione il De Meo a porlo il 958 piuttosto che il 961, com'altri avea pensato.
[560.] Cronica di Cambridge, l. c, anni 6468 e 6469 (i settembre 959 a 31 agosto 961). Il nome che trascrivo Afrina coi primi editori, è scritto senza punti: onde può esser composto delle lettere seguenti: 1. a o i; 2. f, k; 3. b, t, th, n, i; 4. idem; 5. a ovvero h aspirata.
[561.] Cedrone, l. c.
[562.] Ibn-Sceddâd, dal quale è tolto questo passo d'Abulfeda, Annales Moslemici, tomo III, p. 446, seg., anno 336. Vi si accorda Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 37 verso. Entrambi pongono il fatto nel 347 (24 marzo 958 a 12 marzo 959), e dicono solo dell'andata di Ahmed coi trenta, senza nominare Hasan.
[563.] Cronica di Cambridge, anno 6469 (1º sett. 960 a 31 ag. 961), presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 50, dicendo di Hasan e non di Ahmed. Il divario della data non monta, o accenna viaggi diversi.
[564.] Il Martorana, tomo I, p. 100, e il Wenrich, lib. I, cap. XIV, § 128, p. 164, interpretano che i trenta fossero iti a far professione di rito sciita. Ma le parole della Cronica che ho citato portano piuttosto ad affiliazione alla setta ismaeliana. Il giuramento non occorrea per la esaltazione del principe, riconosciuto in Sicilia da parecchi anni. Nè giuramento poi, nè solenne professione si facea del rito sciita; il quale, differiva dall'ortodosso in una frase dell'appello alla preghiera e in pochi punti di dritto, e però la pratica di quello dipendea dagli oficiali del governo, nè i privati ci avean che fare. D'altronde si è già notato quanto agognasse la novella dinastia a far proseliti alla setta ismaeliana. Veggasi Libro III, cap. VI, p. 136, 137.
[565.] Cronica di Cambridge, l. c. La voce che traduco “stipendii militari” si potrebbe leggere in altro modo, e significherebbe “acquisti.” Ma qui tornano a sinonimi; perchè, non essendovi per anco terre da dividere, il principe non potea donarne di quelle dello Stato, ma solo assegnare temporaneamente le entrate di esse. Veggasi il Libro III, cap. I, p. 16, seg., di questo volume.
[566.] Cronica di Cambridge, l. c.
[567.] Abulfeda, e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc. S'intende ch'essi non fanno motto dei pensieri ch'io attribuisco a Moezz, ad Hasan ed ai nobili Siciliani.
[568.] Nowairi citato da Quatremère, Vie de Moëzz nel Journal Asiatique, IIIe série, tomo II, p. 420.
[569.] D'Ohsson, Tableau de l'empire ottoman, libro II, cap. 17.
[570.] Abulfeda e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc.
[571.] Secondo le tavole di popolazione di Francia e di qualche provincia d'Italia che ho avuto alle mani, i fanciulli maschi di 7 anni sono il centesimo della popolazione. Supponendo metà dei 15,000 di sette anni e metà oltre gli otto, la popolazione musulmana di Sicilia nel 972 tornerebbe a 750,000 il qual numero non discorda dai computi che abbiam fatto con altri dati, Libro III, cap. XI, pag. 216 di questo volume. Il Palmieri, nella Somma della Storia di Sicilia, Palermo 1834, vol. I, p. 376, su questo medesimo dato ragiona i Musulmani dell'isola a 300,000. E sbaglia; perchè suppone istituita allora la circoncisione dai Fatemiti, e che si fosse praticata in Sicilia per la prima volta, e però su tutti i fanciulli di ogni età.
[572.] Nowairi dice 1570. Nel supposto che fosse la quinta del principe si ragionerebbe a 9000 anime la popolazione di Taormina. Ma forse non era luogo ad osservare la proporzione legale, perocchè Moezz potea aver mandato soldatesche di schiavi, e prender come sua propria la parte che lor toccava dei prigioni e del bottino.
[573.] Si confrontino: Cronica di Cambridge, anno 6470-71, op. cit., p. 51; Ibn-el-Athîr, anno 351, MS. B, p. 302; Abulfeda, Annales Moslemici, anni 336 e 351, tomo II, p. 446, seg., 478; Nowaîri, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 15, 16; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 170, e Storia dei Fatemiti, MS. di Parigi, Supl. Arabe, 742 quater, vol. IV, fog. 20 verso, e traduzione di M. De Slane in appendice alla Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, tomo II, p. 542; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 37 verso, seg.; Lupo Protospatario, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 54.
[574.] Si vegga per Siracusa nel 964, il séguito del presente capitolo, e nel 969 il capitolo V di questo Libro IV. Per altre città non ho testi da poter citare.
[575.] Si vegga il Libro II, cap. X, pag. 426 del primo volume.
[576.] Si confrontino: Cronica di Cambridge, anno 6471 (962-3), op. cit., p. 51, e Nowairi, op. cit., p. 16.
[577.] Cotesta voce e il fatto si trovano nel solo Nowairi. Le 'arrâde, macchine da gitto più picciole del mangano, come le spiegano i dizionarii, erano già in uso nel decimo secolo appo gli Arabi, facendone menzione Mawerdi, ediz. Enger, p. 75.
[578.] Nowairi, l. c.
[579.] Secondo gli autori bizantini citati da Le Beau, Histoire du Bas Empire, Libro LXXIV, cap. 46, ambo i califi, abbassida e fatemita, abbandonarono i Cretesi, visto non poterli aiutare. Presso alcuni annalisti musulmani corse l'errore che Moezz avesse mandato forze che liberaron Creta; il qual fatto M. Quatremère notò in una compilazione persiana, e giudiziosamente lo suppose dato per anacronismo invece della sconfitta di Costantino Gongile del 958. Veggasi il Journal Asiatique, IIIe série, tomo II, p. 420, 421. Ma mi è avvenuto di trovare appunto lo stesso racconto in Ibn-el-Athîr, anno 351 (962), MS. C, tomo IV, V, e nell'altro MS. di Parigi, Supl. Arabe, 741 bis, fog. 228 verso; se non che in un MS. si legge ben Creta, e nel secondo “l'isola di....” lasciando il nome in bianco. Indi si potrebbe supporre che, in vece d'anacronismo, lo sbaglio fosse nel nome. E mi è parso di farne menzione, perchè l'isola potrebbe per avventura esser Malta.
[580.] Ibn-el-Athîr.
[581.] Nowairi.
[582.] Nowairi. Questo compilatore scrive Magi. Il Di Gregorio tradusse Persis; M. Quatremère, op. cit., notò in parentesi Normands. Senza il menomo dubbio si tratta de' Pauliciani, ai quali l'eresia manichea potea ben meritare appo i Musulmani la volgare appellazione di Magi. Noi sappiamo che le legioni di Tracia erano composte di Pauliciani e che aveano trionfato a Creta. Si veggano Le Beau, op. cit., libro LXXIV, cap. 14, e Gibbon, Decline and Fall, cap. LIV, nota 4.
[583.] Le Beau, l. c.
[584.] Leone Diacono Caloense.
[585.] Ibn-el-Athîr.
[586.] Vita di San Niceforo vescovo di Mileto.
[587.] Leone Diacono, e Vita di San Niceforo.
[588.] Vita di San Niceforo.
[589.] Leone Diacono.
[590.] Liutprando. Ognun sa la sua rabbia contro i Bizantini, come lombardo; e contro Niceforo Foca perchè l'accolse freddamente o peggio, quando Otone primo il mandò oratore a Costantinopoli.
[591.] Ibn-el-Athîr, Nowairi e gli altri Arabi. Il nome di Berberi si ricava dalla sola Cronica di Cambridge, dove fu franteso dai primi editori e con essi dal Di Gregorio; talchè tradussero in latino: “cum copiis Ben-Aber.” In vece di questo nome proprio, si dèe leggere senza il menomo dubbio Berâber, ch'è il plurale di Berbero.
[592.] Ibn-el-Athîr, Nowairi, e gli altri Arabi.
[593.] Coteste fazioni sono accennate dal solo Leone Diacono, in mezzo a luoghi comuni di rettorica, che mi fecero stare in forse se lo scrittore ci avesse anche ficcato, come luogo comune di erudizione, tutti i nomi classici che gli sovvenivano della geografia di Sicilia. Ei dà a Termini l'antico nome d'Imera, nè fa parola di Rametta. I Siciliani non potendo difendere le città, si ritraggono sui monti e nelle selve. I Romani, inseguendoli là dove i fronzuti rami togliean la vista del sole, sciolgono la falange, onde son côlti dai barbari in un agguato tra greppi e caverne, ec. Pur tra coteste frasi da scuola, le fazioni delle quattro città nominate hanno sembianza di vero; tantopiù che sappiamo da altre fonti che i Musulmani dopo le vittorie di Rametta e del Faro, ebbero a combattere in varii luoghi. Perciò ammetto la testimonianza.
[594.] Θεοπτικῶν.
[595.] Credo così render meglio che con versione litterale il testo ἀναγωγίαν πλείστην τῶν στρατηγῶν. Vita di San Niceforo vescovo di Mileto.
[596.] Veggasi Libro III, cap. X, pag. 427 del primo volume.
[597.] Si vegga il Libro II, cap. XII, vol. I, pag. 468, nota 4, ed il Libro III, cap. IV, pag. 85, nota 1. I nomi topografici son dati qui dal solo Nowairi; nei due MS. del quale, Demona si riconosce con certezza. Non così l'altro nome che ha le lettere ””Ksc ovvero ””Ks, rimanendo molto dubbie le prime due. Preferisco la lezione del migliore tra i MSS. di Edrisi.
[598.] Nowairi; ma non dice se per terra o per mare. È più probabile il primo, e che Ahmed abbia dovuto allungare il cammino per iscansare Termini, occupata dal nemico.
[599.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr e Nowairi. Questi, come dicemmo, non dà il nome della strada che tenne Manuele; ma la sola che gli restava, e la più breve delle due praticabili, era quella di Spadafora. Tal conseguenza necessaria è confermata dal fatto della schiera posta su la via di Palermo.
[600.] Ibn-el-Athîr, e Nowairi.
[601.] I compilatori dicono che Ibn-'Ammâr andò incontro a Manuele, senza particolareggiare il luogo dove si combattesse avanti la ritirata nel campo. Ma è evidente che fu nella gola di Spadafora. Ibn-'Ammâr non poteva aspettar nel piano un nemico sì superiore di numero e di cavalli.
[602.] Ibn-el-Athîr, Nowairi ec.
[603.] Cotesti versi, dati dal solo Ibn-el-Athîr, sono di Hosein-Ibn-Homâm della tribù di Morra, e si leggono nell'antologia poetica intitolata Hamasa ossia “della virtù in guerra,” testo arabico pubblicato dal Freytag, p. 92, 93. Hosein visse avanti l'islamismo; il poco che sappiam di lui, si vegga nel Commentario dell'Hamasa, l. c., e in Ibn-Doreid “Libro etimologico,” testo pubblicato a Gottinga dal Wüstenfeld, p. 186. I versi recitati dai combattenti provano che questi fossero Arabi, e però della colonia siciliana; poichè Moezz avea mandato d'Affrica soldatesche berbere. Il giund arabico d'Affrica, se pur ne rimaneva in questo tempo, era ridotto a picciol numero e niente disposto a venire in Sicilia.
[604.] Nowairi scrive: fin dopo la prece del Zohr, che si fa passato mezzodì; Ibn-el-Athîr all'ora dell''Asr, che in quella stagione tornerebbe a ventun'ora e mezza, a modo dei nostri antichi.
[605.] Ritraendosi cotesti particolari dagli Arabi, non v'ha il menomo sospetto di fattura rettorica. Non è al certo in lor annali che gli Arabi dan volo all'immaginazione.
[606.] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn. Il Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 18, tradusse l'ultima parte della leggenda incisa su la spada “multum is sanguinem fadit in manibus Apostoli Dei,” scostandosi dalla versione francese di M. Caussin; il quale (Histoire de Sicile... du Nowairi, pag. 34, in appendice a Riedesel, Voyages en Sicile ec.) gli rimbeccò che la frase arabica “nel mezzo delle mani” significa non già “nelle mani” ma “in presenza.” E ciò è verissimo; quantunque si potrebbe allegare a difesa del Di Gregorio qualche raro esempio ch'egli non conoscea di certo, nel quale la detta frase ha il significato litterale “nelle mani” ovvero “per le mani.” Ma nel caso nostro parmi dubbio essere stata cotesta spada in pugno non che di Maometto, ma d'alcun dei primi guerrieri dell'islamismo. Litteralmente abbiamo: “lungo (è) quanto fu percosso con esso (brando) nel mezzo delle mani ec.;” il che si può intendere in presenza di Maometto, dalla parte sua o dalla parte contraria. E mi appiglierei a quest'ultimo supposto anzi che ai primo, per l'ambiguità che pare studiata, e sopratutto perchè manca la formola (ferì) “nella via di Dio” cioè in difesa della religione. Il peso della spada torna da sette ad ottocento grammi, variando il mithkal secondo i tempi e i luoghi.
[607.] Nowairi. L'appellazione 'Ilg non si dava ordinariamente ai Bizantini (Rûm) nè ai Persiani ('Agem). Il compilatore, o forse il cronista, adoperò la stessa voce 'ilg per designare il Palata alemanno, o piuttosto armeno, di cui nel Libro II, cap. I, p. 247 del primo volume.
[608.] Confrontinsi: Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn. La data della morte si trova soltanto nel primo e nella Cronica di Cambridge, secondo l'uno del mese di dsu-l-ka'da (8 nov. a 8 dic.), secondo l'altra in novembre.
[609.] Ibn-Khaldûn, sì come il nostro Vico, notò che tentava una scienza novella. Si vegga la Introduzione nel primo volume della presente Storia, pag. LIV.
[610.] Ibn-el-Athîr e qualche particolare da Nowairi.
[611.] Nowairi.
[612.] I cronisti bizantini, cominciando da Leone Diacono, son sì mal informati, che dicono preso il navilio bizantino nel porto di Messina dal nemico che inseguiva gli avanzi delli sbaragliati di Rametta. La nuova corse al par confusa nell'Italia di mezzo, poichè Liutprando dice ucciso Manuele e preso Niceta nella stessa battaglia tra Scilla e Cariddi.
[613.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, Nowairi, Ibn-Khaldûn.
[614.] Liutprando.
[615.] Ibn-el-Athîr, e in due luoghi Ibn-Khaldûn. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe della Biblioteca Arabo-Sicula, ha proposto di leggere qui “sfondare” invece di “ardere;” i quali due verbi non differiscono in scrittura arabica che per un punto diacritico su la prima lettera. Ma i MSS. sono uniformi nella lezione che io seguo. E la probabilità, in una battaglia navale, mi par maggiore per l'effetto di appiccare l'incendio gittandosi a nuoto con una fiaccola di fuoco greco, che per quello di tuffare con un palo di ferro e lavorar su i fianchi di una grossa galea.
[616.] Nowairi.
[617.] Confrontinsi: Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn. Entrambi dicono espressamente che la battaglia dello Stretto seguì nel 354.
[618.] Leone Diacono, Liutprando, lo scrittore anonimo della Vita di san Niceforo, e Cedreno.
[619.] MS. greco, Ancien Fonds, 497, proveniente dalla biblioteca di Colbert. La soscrizione è pubblicata dal Montfaucon, Paléographie, 45 A, e meglio da M. Hase, in nota alla pagina 67 del testo di Leone Diacono. La soscrizione a p. 444, data nella prigione di Africa, come si chiamava anche Mehdia ἐν τὸ δεϚμωτηρίῳ ’Αφρικῆς, è di settembre indizione decima (967). Niceta non vi dimenticò i titoli di protospatario e drungario dell'armata.
[620.] Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn che dicono entrambi cittadi dei Rûm. Ma questi non poteano essere di Sicilia ove i Musulmani non si contentavano al certo di tributo che pagasse il municipio.
[621.] Si confrontino: Leonis diaconi Caloënsis, ec., ed. di Bonn, p. 65-67; Vita di San Niceforo vescovo di Mileto, d'anonimo siciliano o calabrese, MS. greco di Parigi, Ancien Fonds, 1181, squarcio dato da M. Hase in nota a Leone Diacono, op. cit., p. 442; Cedreno, tomo II, p. 353 e 360, ediz. di Bonn; Liutprando, Legatio, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 355, 356; Lupo Protospatario, anno 965, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 55; Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 51, la quale è interrotta appunto al principio di questa impresa; Ibn-el-Athîr, anno 353, MS. B, p. 308 seg., C IV, fog. 361 verso; Abulfeda, Annales Moslemici, anno 336, tomo II, p. 448; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 16 a 18; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique ec., p. 170, 171, e Storia dei Fatemiti, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 742 quater, tomo IV, fog. 21 recto, con la versione di M. De Slane, in appendice alla Histoire des Berbères dello stesso Ibn-Khaldûn, tomo II, p. 529 seg.; Hagi-Khalfa, Cronologia, anno 353, nella versione italiana del Carli, p. 63; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, Supl. Arabe, 851, fog. 26 verso, e 37 verso, seg. Il Rampoldi, Annali Musulmani, tomo V, p. 306, 311 e 314, con incredibile sbadataggine, fa sbarcare e morire Manuele il 963; lo fa tornare in Sicilia il 964, e inventa nel 965 una guerra dei Cristiani di Girgenti, che sembra replica della rivoluzione del 938. Il Quatremère, nella Vita di Moezz, Journal Asiatique, IIIe serie, tomo III, p. 65 a 68, fa il racconto di questa impresa su i testi di Abulfeda e di Nowairi. Una lezione erronea del secondo, portò l'illustre orientalista a tradurre “Les Musulmans étaient animés par le sentiment de l'honneur” in vece di “entrarono nel proprio campo” come si ha di certo, confrontando il testo d'Ibn-el-Athîr.
[622.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 19. Se avessi più osato, avrei tradotto “preposti all'inurbamento,” che sarebbe proprio la voce del testo: 'imâra. Avvertasi che la cronica copiata da Nowairi dice “fabbricare.” Ma le mura di Palermo erano al certo più antiche. Si deve intender anco “riattare” là dove parla delle città di provincia.
[623.] Journal Asiatique, IVe série, tomo V, p. 92 a 95.
[624.] Il Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 167, diè il disegno ridotto d'una iscrizione del castel di Termini, nella quale si leggono certamente i nomi di Moezz-li-dîn-Allah e di Ahmed. Ma la data del 340, anche aggiuntavi una cifra d'unità, ed anche supposta tal cifra di nove, sarebbe anteriore al fatto nostro; e in ogni modo mancano altri compartimenti che doveano contenere “fabbricato per comando ec. per le cure dell'emiro ec.” Pertanto questa iscrizione, come tutte le altre, è da rivedersi sul monumento, se si potrà; e per ora accerta soltanto che il castel di Termini fu edificato nel regno di Moezz.
[625.] Schivando, per genio di lor lingua, due consonanti in principio di parola, premessero a κλίμα una alef con la vocale i.
[626.] Ibn-Haukal, Geografia, capitolo dell'Affrica, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 885, p. 36, 45, 48, 51, 52, dice degli iklîm della penisola Bâsciu (oggi Dakhel), di Susa, Setfura, Laribus, Ascîr, e Cafsa.
[627.] Edrisi, Geografia, nel capitolo di Sicilia, dice degli iklîm di Siracusa, Noto, Mazara, Marsala, Trapani, Cefalà, Rahl-Menkûd; chiama Sciacca la metropoli degli iklîm (al plurale), che prima dipendeano da Caltabellotta; anche al plurale accenna quei di Castrogiovanni e quei di Pietraperzia: e infine dice che da Caronía cominciasse l'iklîm di Demona. Tolto quest'ultimo, che pare risponda al Val Demone, gli altri sono o distretti o circondarii, non mai province.
[628.] Presso Sacy, Description de l'Egypte par Abdallatif, appendice, p. 586 seg. Il titolo è appunto “Dei luoghi (che si comprendono) negli iklîm d'Egitto.” Percorrendo la lista, si trova il solo iklîm di Nesterawa, e le altre circoscrizioni sono denominate talvolta 'aml (governo), talvolta thaghr (frontiera). 'Aml sembra, anche in Edrisi, sinonimo di iklîm, se pur non indica meramente la circoscrizione del governo civile, quando iklîm sia riserbato alla circoscrizione militare; il che suppongo senza poterlo affermare. Thaghr avea il valore che diamo oggidì a “piazza,” in linguaggio d'amministrazione militare. È da notare che nel detto documento di Egitto v'ha 21 divisioni; che gli 'aml racchiudono un numero di luoghi molto diverso, da 383 a 150 ed anche meno. I thaghr di Alessandria, Rosetta e Damiata ne hanno molto meno; e l'iklîm di Nesterawa sol cinque.
[629.] Il testo ha la voce Ahl, popolo, famiglia, gente in generale.
[630.] Veggasi, Libro III, capitolo I, pag. 28 seg., di questo volume.
[631.] Nei primi tempi dell'islamismo oravano dal pulpito i califi o gli emiri delle province. Poi si ebbero khatîb (predicatori) stipendiati.
[632.] Non solo per la diversa ubertà del territorio; ma anche perchè lo Stato in alcuni possedeva le terre, in altri riscoteva il dazio solo.
[633.] Per esempio, il territorio di Giato giugnea da una parte a Sagana presso Palermo e dall'altra presso Calatafimi: che sono circa venti miglia siciliane di lunghezza. Il territorio di Mazara prendea quasi tutto il distretto odierno di tal nome e metà di quello d'Alcamo, confinando col territorio di Giato; cioè avea da trenta miglia di lunghezza. Si vegga il diploma del 1182 presso Del Giudice, Descrizione del real tempio.... di Monreale, appendice, p. 8, 9, 10. All'incontro il territorio di Palermo e molti altri erano brevissimi.
[634.] Si vegga il capitolo VI di questo Libro.
[635.] Veggansi per questa epoca gli Annali Musulmani d'Abulfeda, e la Storia del Basso Impero di Le Beau.
[636.] Ibn-abi-Dinâr, che narra quest'aneddoto, dice precisamente “andare e venire più volte.”
[637.] La data della pace e i doni che recò l'ambasciatore si ritraggono da Nowairi, presso di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 19. Al dir di Liutprando, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 356, Niceta fu riscattato con tant'oro, che niun uomo di senno ne avrebbe dato mai per un eunuco. Mi sembra più probabile che Moezz l'avesse reso senza riscatto, come afferma il Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXXV, cap. XI. Ma le autorità che cita il compilatore francese nol dicono nè punto nè poco, nè parlano della spada di Maometto che avesse mandata Niceforo a Moezz; la quale mi par la stessa presa a Rametta, e che Le Beau abbia confuso il fatto o rabberciatolo a modo suo.
[638.] Questo lungo aneddoto, tolto al certo da antica cronica affricana, si trova intero in Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 28 recto, dal quale io traduco, saltando molte parole qua e là, ma senza aggiungerne alcuna. Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo III, fog. 7 verso, 8 recto, lo dà quasi con le stesse parole, se non che vi mancano l'andata in Sicilia ed a Susa. La versione dello squarcio di Ibn-el-Athîr si vegga presso Quatremère, Vie de Moezz-li-dîn-Allah, nel Journal Asiatique, IIIe série, tomo II, 1836, p. 131 dell'estratto.
[639.] Ibn-Khallikan, Vita di Giawher, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340, seg.; Quatremère, op. cit., p. 37 seg.
[640.] Quatremère, op. cit., p. 22, seg., che cita Makrizi.
[641.] Quatremère, op. cit, p. 134, 135, anche da Makrizi.
[642.] Khodhâ'i, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 761, fog. 116 recto; Ibn-el-Athîr, anno 338, MS. C, tomo V, fog. 7 recto; Ibn-Khallikân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340, seg. e il Baiân, testo, tomo I, pag. 229, dicono espressamente Giawher Rumi, che significa, come ognun sa, di schiatta greca o latina. Nella moschea el-Azhar al Cairo, fondata da Giawher il 361 (971) è, o era, una iscrizione trascritta da Makrizi e posta probabilmente dal conquistatore medesimo, il quale non vi s'intitola altrimenti che “Giawher il segretario siciliano.” Perchè si legge chiaramente Sikîlli nei quattro MSS. di Parigi, ch'io ho citato nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 669, 670, e lo stesso nella recente edizione di Bulak in Egitto che ho notato nelle aggiunte. Però non posso accettare la conghiettura di M. Quatremère, op. cit., p. 75, il quale tradusse “Esclavon;” leggendo Saklabi, perchè tanti Slavi si trovavano negli eserciti fatemiti. Ho avvertito altrove che questa voce in scrittura arabica si confonde facilmente con Sikîlli, ma nel presente caso non è luogo a dubbio; perchè un Rumi poteva ben essere Siciliano, e non mai Slavo.
[643.] Khodhâ'i e Baiân, ll. cc.; Ibn-Hammâd, MS. di M. Cherbonneau, fog. 8 recto.
[644.] Si confrontino Ibn-Khallikan, l. c, e gli altri autori arabi citati da M. Quatremère, op. cit., pag. 9 ad 11, e 35. Il capitolo d'Ibn-el-Athîr su le imprese di Giawher fino all'Oceano è stato pubblicato da M. Tornberg in nota agli Annales Regum Mauritaniæ, (Kartâs), tomo II, p. 382. Abulfeda, Geografia, versione di M. Reinaud, tomo II, pag. 204, indica precisamente la linea di operazione disegnata da Moezz.
[645.] Confrontinsi: Ibn-Khallikan, l. c, e le autorità date da M. Quatremère, op. cit., p. 40 seg.
[646.] Il testo ha qui la voce milla, “credenza religiosa.”
[647.] Ibn-Hammâd, MS. di M. Charbonneau, fog. 8 verso e 9 recto. Quest'atto è segnato di scia'bân 358 da “Giawher segretario, schiavo del principe dei Credenti ec.” E l'amân è accordato a tutto il popolo del Rîf e del Sa'îd, ossia basso ed alto Egitto. Credo che il testo risponda a quello che M. Quatremère ha tolto dal MS. Leyde del Nowairi e datone il principio nell'op. cit., p. 41 a 43; quantunque manchino nella versione i patti importanti di cui io fo parola. Da questi si vede che i Fatemiti non vietavano affatto il rito sunnita, e che si limitavano ad innovare la formola dell'appello alle preghiere, sì come ho notato in questo volume, p. 131, 136, lib. III, cap. VI.
[648.] Ibn-Hammâd, fog. 8 verso; Quatremère, op. cit., p. 51, 56.
[649.] Quatremère, op. cit., p. 48.
[650.] Ecco, secondo Makrizi, l'iscrizione in giro della cupola sul primo portico: “In nome di Dio ec. Edificata per comando del servo e amico di Dio Abu-Temîm-Ma'dd-Moezz-li-din-Allah principe dei Credenti (sul quale e sugli egregi suoi progenitori e discendenti siano le benedizioni di Dio), e per opera del servo di esso principe, Giawher il segretario siciliano, l'anno 360.” Biblioteca arabo-sicula, p. 669-670.
[651.] Quatremère, op. cit., p. 57, 82, seg.
[652.] Quatremère, op. cit., p. 51, 63, 69, seg.
[653.] Si veggano i molti fatti che provan questo, nel Riâdh-en-Nofûs, fog. 92 verso, 93 verso, 98 verso ec., e le altre citazioni di questo MS. che ha fatte M. Quatremère, op. cit., p. 13 seg. Non intendo dire delle cagioni del trasferimento della sede in Egitto, su la quale il concetto mio è al tutto diverso.
[654.] Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, anno 358, fog. 367 recto. Il nome del capo era Abu-Kharz o Abu-Kherez della tribù di Zenata, e i suoi seguaci delle due sètte sifrita e nakkarita. Nei MSS. d'Ibn-Khaldûn è chiamato Abu-Gia'far: Histoire des Berbères, versione, tomo II, pag. 548, Appendice. Si vegga anche Quatremère, op. cit., p. 62.
[655.] Per Sanhâgia si vegga Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, anno 361; per Kotama, Makrizi, citato da M. Quatremère nella detta opera, p. 30.
[656.] Ibn-el-Athîr, l. c.; Bekri e Ibn-Khaldûn citati da M. Quatremère, stessa opera, p. 86, nota 1. Indi è venuto, come avverte questo dotto orientalista, l'errore di un supposto viaggio di Moezz nell'isola di Sardegna. Si vegga anche Wenrich, Commentarii, lib. I, cap. XIII, § 113.
[657.] Ibn-Khallikan, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 340, seg.
[658.] Quatremère, op. cit., p. 87, da Makrizi. Si vegga nel presente volume, pag. 237, nota 2.
[659.] Ibn-el-Athîr, anno 361, MS. C, tomo IV, fog. 370 recto e verso, e tomo V, fog. 10 verso.
[660.] M. Quatremère, op. cit., p. 88, secondo Makrizi, dice i capi. Parmi si debba intendere di qualche capo; poichè si trattava certamente dei mercenarii e delle milizie arabe; non già della vera forza, cioè la tribù di Sanhâgia, la quale avea gli ordini militari suoi proprii.
[661.] Quatremère, l. c., da Makrizi.
[662.] Ibn-el-Athîr, l. c., e Ibn-Khaldûn, Storia dei Fatemiti, in appendice alla Histoire des Berbères del medesimo autore, versione, tomo II, p. 550. Il primo aggiugne che Moezz comandò ai due direttori di carteggiarsi con Bolukkîn. Certamente per la forma, e per aver mano forte all'uopo. Si noti la distinzione delle amministrazioni del kharâg e delle tasse diverse. La distinzione parmi fatta non solo perchè eran diversi i modi di riscossione, cioè l'uno tassa invariabile e diretta, com'oggi diciamo, e gli altri tasse mutabili e in parte indirette, ma anche per la diversità dei territorii e delle genti. Il kharâg principalmente si dovea trarre dall'Affrica propria, nè credo sia stato mai consentito dalle più forti tribù berbere. Kotama nè anche volea pagare la decima musulmana. Si vegga Quatremère, op. cit., p. 30.
[663.] Il Baiân, testo, tomo I, p. 238, narra, l'anno 366 (976-7) e il seguente, che 400,000 dinâr raccolti a Kairewân furono mandati in Egitto dal direttore. Questo fatto tronca ogni dubbio.
[664.] Lo dice espressamente Ibn-el-Athîr. È da notare che su questi primi ordini del governo zîrita i compilatori orientali differiscono dagli affricani. Ibn-el-Athîr, e più di lui l'egiziano Makrizi, ristringono l'autorità di Bolukkîn. Ibn-Khaldûn, nel luogo testè citato, riferisce in compendio gli stessi fatti; ma nella Histoire des Berbères, versione, tomo II, p. 10, dice quasi lasciato assoluto potere a Bolukkîn. Indi è manifesto che i primi compilavano sui cronisti egiziani, e che Ibn-Khaldûn nella Storia dei Fatemiti copiò Ibn-el-Athîr, e in quella dei Berberi seguì le autorità affricane, senza curarsi della contraddizione: il che gli avvien sovente. Ognun poi vede che i cronisti d'Egitto sotto i Fatemiti sosteneano il dritto della dinastia, e quei d'Affrica sotto gli Zîriti, già scioltisi dall'obbedienza all'Egitto, voleano fare risalire l'independenza fino ai primi principii del governo zîrita.
[665.] Ibn-el-Athîr, anno 361, MS. C, tomo IV, fog. 370 recto, e tomo V, fog. 10 recto, con le varianti che ho notato nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 267 del testo.
[666.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 19.
[667.] Nowairi, l. c. La frase che il Di Gregorio stampò erroneamente nel testo, e tradusse ut earum edificia disficerent, va corretta “onde entrambi (Abu-l-Kasem e Gia'far) posero il campo tra le due città.” Così anche l'ha spiegato M. Quatremère, op. cit., p. 68. È supposizione mia che si attribuisse tal provvedimento ai doni dei Bizantini; ma se no, perchè accoppiar quei due fatti?
[668.] Nowairi, l. c.; Abulfeda, Annales Moslemici, an. 336; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 38 recto.
[669.] Abulfeda e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc.
[670.] Quatremère, op. cit., p. 84.
[671.] Makrizi, Mokaffa, MS. di Leyde, tomo I, sotto il nome di Mohammed-ibn-Hasan-ibn-Ali etc., detto il Siciliano. Il biografo aggiugne che ammalatosi costui al Cairo, Moezz l'andava a visitare, e che venuto a morte del 363 (973-4) lo compose egli stesso nel feretro, e recitò la prece sul cadavere. Questo Mohammed era nato il 319 (931), e però prima della venuta del padre in Sicilia.
[672.] Si confrontino: Nowairi, Abulfeda, Makrizi e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc., ma l'ultimo sbaglia la data. Tutti dicono Ia'isc surrogato dallo stesso Ahmed. Ma convien meglio alla ragion del fatto la narrazione d'Ibn-el-Athîr, anno 359, MS. C, tomo IV, fog. 368 verso, e tomo V, fog. 9 recto, che Ia'isc fosse stato eletto da Moezz. Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione, p. 172, segue questa tradizione, ma erroneamente dice che Ahmed fosse stato eletto dai Siciliani alla morte del padre. Si confronti il presente volume, Libro IV, cap. II, pag. 249, nota 1.
[673.] Ibn-el-Athîr, anno 359, MS. C, tomo IV, fog. 368 verso, e tomo V, fog. 9 recto. Il testo ha kabâil, plurale di kabîla, che significa una delle suddivisioni della tribù arabica. Gli scrittori arabi del decimo secolo che parlan dell'Affrica usano cotesto nome generico per designare le tribù sia d'Arabi, sia di Berberi, ed in oggi nelle province d'Algeri e di Orano (non già in tutta l'Algeria nè in tutto il resto dell'Affrica) si chiamano Kabili, come ognun sa, i soli Berberi. Nondimeno nel presente passo d'Ibn-el-Athîr, copiato da croniche del X o XI secolo la voce kabâil non si può intendere altrimenti che tribù di Arabi Siciliani; primo perchè è messa assolutamente senza appellazione etnica che la determini; e secondo, perchè in Sicilia a quei tempo la lite non potea nascere se non che tra i coloni arabi ed i pretoriani. I Berberi della Sicilia meridionale non contan più dopo la guerra del 940, e non fecero mai parte della popolazione di Palermo.
[674.] In novembre 969 partirono i Kelbiti, e in giugno 970 tornarono.
[675.] Ibn-Haukal, Description de Palerme, nel Journal Asiatique, IVe série, tomo V, p. 93.
[676.] Così litteralmente il testo: parti, contrada, vicinanza. Forse si tratta del distretto o iklîm.
[677.] Il testo ha un vocabolo analogo e derivato dalla stessa radice che il ra'ia, che tutti sentiamo ripetere nei fatti dei paesi musulmani d'oggidì. È però si deve intendere principalmente dei sudditi cristiani.
[678.] Questo importantissimo fatto della rivoluzione contro Ia'isc è riferito dal solo Ibn-el-Athîr, l. c., e appena accennato da Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione, p. 172.
[679.] Secondo Ibn-el-Athîr, anno 358, MS. C, tomo V, fog. 367 recto, il capo di questa ribellione si sottomesse di rebi' secondo 359 (febbraio e marzo 970). Sul nome si vegga qui innanzi la nota 2 della pag. 287.
[680.] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 359, MS. C, tomo IV, fog. 368 verso; Ibn-Khaldûn, l. c.; Abulfeda, Annales Moslemici, tomo II, anno 336; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 19; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 38 recto. Il giorno della venuta d'Abu-l-Kasem in Palermo risponde esattamente al computo degli anni del suo governo che fa Ibn-el-Athîr, narrando la sua morte seguíta il 20 moharrem 372. Egli avea tenuto l'oficio, al dir dell'annalista, 12 anni, 5 mesi e 5 giorni, che sono secondo il calendario musulmano 4405 giorni. Si vegga Ibn-el-Athîr, anno 371, che citeremo in fin del capitolo VI del presente libro. Abulfeda dà la stessa cifra di Ibn-el-Athîr; Ibn-abi-Dinâr dice in numero tondo 12 anni; e il Baiân con errore 11.
[681.] Si confrontino: Abulfeda, Annales Moslemici, an. 336, tomo II, p. 446, seg. Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 19; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione, p. 172. Secondo il primo, Ahmed morì negli ultimi mesi del 359 (fino al 2 nov. 970), e Moezz scrisse al fratello il 360 (dal 3 nov.).
[682.] Ibn-Khaldûn, l. c. La versione ha “integro” invece di “generoso,” come ho tradotto appigliandomi alla variante di un MS. di Tunis.
[683.] Questo capitolo della geografia d'Ibn-Haukal fu pubblicato da me con versione francese nel Journal Asiatique del 1845, IVe série, tomo V, p. 73, seg.; poi in italiano nell'Archivio Storico, appendice XVI (1847), p. 9, seg., con le varianti ricavate dal MS. di Oxford. Adesso due articoli del M'ogem-el-Roldân, di Iakût, che do nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 107 e 120 del testo arabico, mi abilitano a correggere alcuni luoghi e supplire altre notizie le quali mancano nelle copie d'Ibn-Haukal, che abbiamo in Europa; ma si trovavano al certo nella edizione ch'ebbe per le mani Iakût. Le differenze che si vedranno tra quel che scrivo adesso e le mie versioni del 1845 e 1847 vengono in parte dalle dette correzioni e in parte da migliore riflessione, e, se mi si voglia concedere, da un poco più di pratica nella lingua. Oltre a ciò debbo avvertire che nella versione italiana e più nelle note corsero moltissimi errori di stampa. La citazione d'Ibn-Haukal e Iakût valga per tutto il resto del presente capitolo.
[684.] Su la vita e le opere d'Ibn-Haukal si veggano: Uylenbroek, Iracæ persicæ descriptio, Leyde, 1822, in-4º; e Reinaud, Géographie d'Aboulfeda; introduzione, p. LXXXII, seg.
[685.] Si vegga il Libro III, cap. VIII, pag. 178, nota 2, di questo volume.
[686.] L'autore, ne' MS. che abbiamo in Europa, accenna il primo opuscolo in fin della descrizione della Sicilia. Il titolo e qualche altro particolare si leggono nel citato passo del Mo'gem-el-Boldân, di Iakût, il quale ebbe certamente alle mani il secondo opuscolo su la Sicilia, o altra edizione più copiosa della Geografia.
[687.] Così nel testo che abbiamo. Nell'altra edizione di cui Iakût ci serba i frammenti, par che Ibn-Haukal abbia chiamato anche cittadi le altre tre regioni.
[688.] Ibn-Haukal dice di proposito dei soli mercatanti; ma venendo a toccare la superbia dei cittadini, come innanzi si vedrà, confessa senza volerlo che soggiornassero nel Kasr le famiglie ragguardevoli che avean moschee proprie e vi si davan lezioni di dritto; cioè i membri della gema', la nobiltà cittadina, come noi diremmo.
[689.] Ibn-Haukal non dice la condizione e nazione degli abitatori, ma che quivi era il porto: il che basta. D'altronde sappiam che fossero in quel quartiere gli stabilimenti dei Genovesi, infino al XVII secolo; e vi rimane tuttavia la Chiesa di San Giorgio detta dei Genovesi. Quivi anche giacea nel XII secolo la contrada detta degli Amalfitani, come ritrasse dai diplomi il Fazzello, il quale aggiugne che del suo tempo v'era una chiesa di Sant'Andrea degli Amalfitani.
[690.] Ibn-Haukal scrive beled, che è vago quanto paese. Par che voglia dire di tutte le cinque regioni, non delle due sole murate.
[691.] Lo fu di certo nel XII secolo, onde il nome che portava di halka, in cui la prima lettera si trascrivea in modi diversi nei diplomi; sì come dirò a suo luogo. Ibn-Haukal, senza notarlo espressamente, parla del Me'sker come di contrada fuor la città vecchia.
[692.] Si vegga la pag. 68 di questo volume.
[693.] Nel XVII secolo un Giambattista Maringo, su vaghe autorità, disegnò una carta dell'antica Palermo, copiata poscia a colori in certi quadri, uno dei quali passò nella Biblioteca Comunale. Il Morso fe' ridurre e incidere così fatta pianta e vi fabbricò sopra la sua Palermo dei tempi normanni, nella quale le navi veleggiano troppo dentro terra d'ambo i lati della città vecchia. L'attestato d'Ibn-Haukal tronca adesso ogni lite, poich'ei ci dice quali acque separavano la città vecchia dalli Schiavoni, e che dall'altro lato si usciva nella regione della Moschea e dei Giudei, delle quali sappiamo il sito attuale, cioè l'oficio della posta, la strada dei calderai, ec. Ma in vero i diplomi dell'XI e XII secolo non concedeano al Morso di tirar sì in alto il mare. Ei lo fece arrivare fino alla Biblioteca Comunale odierna, supponendo che gli statuti di una confraternita della Madonna delle Naupactitesse, i quali si leggono in una pergamena greca della cappella palatina, 1º appartenessero alla città di Palermo; 2º che vi fosse fatta menzione di un quartiere di Naupactitessi, anzichè di un monastero di Naupactitesse (ἐν τῇ τῶν ναυπακτιτησσῶν μονῇ); e 3º che questa voce significasse “costruttori di navi” non già “donne di Lepanto” (Ναύπακτος). A suo luogo dirò più particolarmente di cotesto diploma, ch'è stato allegato per provare la fondazione di detta confraternita prima del conquisto normanno.
[694.] Ibn-Haukal precisamente dice: ottime piantagioni di zucche.
[695.] Bulle de Tournus, litografiata per uso dell'École des Chartes, Paris 1835. Si vegga anche Marini, Papiri Diplomatici, p. 26, 27, 222, 223. Questo papiro è lungo parecchi metri, e largo 58 centimetri. La leggenda arabica, tramezzata di qualche linea rossa, si scorge in capo del ruolo in caratteri corsivi grandi e franchi, tratteggiati con un pennello a colore in oggi bruno, anzichè nero d'inchiostro; ma sendo molto frusto il papiro in quella estremità, vi si può leggere appena qualche congiunzione e preposizione, qualche sillaba interrotta, la voce allah, ed un brano di nome Sa'îd-ibn.... Il commercio della Sicilia musulmana con Napoli, e le note relazioni di Giovanni VIII con quella città e coi Musulmani, dan valido argomento a supporre palermitano cotesto papiro, il quale per altro sembra più grossolano che quei d'Egitto.
[696.] Abbes in un diploma del 1164, presso Mongitore, Sacræ domus Mansionis.... Monumenta, cap. V; Habes in un diploma del 1206 presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 129, e Audhabes, Avedhabes, o Leudhabes in altri del 1207 e 1211, op. cit., p. 130, 136, con le note del D'Amico. Non occorre di spiegare che Aud, Aved, Leud, sieno trascrizioni della voce arabica Wed, fiume. Abbâs è nome proprio d'uomo.
[697.] Il nome agevolmente si riconosce nel Bulchar di Fazzello, Deca I, libro VIII, cap. 1, e nel Segeballarath, ibid., come un tempo si chiamava, al dir dello stesso autore, la piazza odierna di Ballarò. Senza dubbio era corruzione di Sûk-Balharâ, “il mercato di Balharâ,” il quale villaggio appunto s'accostava da quel lato alla città.
[698.] Si vegga il Libro III, cap. I, p. 34 del presente volume.
[699.] Ghirbâl, “cribrum,” oggi Gabrieli. Il nome arabico potea ben essere il latino del quale ha la significazione.
Fawâra, “polla d'acqua,” oggi La Favara.
Ain-Abi-Sa'îd “fonte di Abu-Sa'îd,” che fu un tempo, al dir d'Ibn-Haukal, governatore del paese. Si vegga il Libro III, cap. VII, p. 157 di questo volume. Il Fazzello trovò nei diplomi Ain-Seitim; oggi Annisinni o Dennisinni.
[700.] Garraffu e Garraffeddu, diminutivo siciliano del primo. Gharrâf è aggettivo “abbondante (d'acqua).” Il sito era laguna o padule al tempo d'Ibn-Haukal, giacendo fuor la punta settentrionale del Kasr. E però queste due fonti, o almen la prima, furono scoperte tra il X secolo e la metà del XII, pria che si cominciasse a dileguare il linguaggio arabico.
[701.] Si potrebbe aggiugnere a questa cagione la mutata o trascurata coltura delle montagne che accresce le piene del torrenti, ma fa menomare le acque perenni. La valle di questo fiume, là dove fa grotta nel sasso, mostra che un tempo il letto dovea essere assai più largo e profondo del presente.
[702.] Ibn-Scebbât, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 210.
[703.] I fatti delle chiese e moschee di Damasco e di Cordova sono noti a tutti. Sa anche ognuno che nel medio evo principi musulmani onorarono e credettero ecclesiastici cristiani famosi per sapere o pietà o arcana vista dell'avvenire; e similmente principi cristiani i dotti o astrologi musulmani. Secondo l'autorevole testimonianza di Lane, Modern Egyptians, Londra 1837, vol. I, p. 322, i Musulmani e i Giacobiti d'Egitto fan tuttavia fraterno scambio di superstizioni.
[704.] Ibn-Haukal nomina, 1 Bâb-el-Bahr “la porta del mare;” 2 Bâb-es-scefâ “la porta della Medicina” così detta da una fonte vicina; 3 Bâb-Scian-taghâth “la porta di Sant'Agata;” 4 Bab-Rûta “la porta di Rûta” dal nome d'un'altra fonte (Rût in arabico “fiume” dal persiano Rûd e si trova il nome in Spagna); 5 Bab-er-riâdh “la porta dei giardini” fabbricata in vece di quella, 6, detta Bab-ibn-Korhob dal nome del noto ribelle; 7 Bab-el-ebnâ “la porta dei figli;” 8 Bab-el-Hadî “la porta del Ferro;” 9 una porta nuova senza nome. La più parte di cotesti nomi si trova nei diplomi del XII secolo, come ho detto nelle annotazioni ad Ibn-Haukal nel Journal Asiatique e nell'Archivio storico italiano.
[705.] La porta dei Patitelli fa demolita nel 1564, e andò a male la iscrizione che vi si vedea al tempo di Fazzello, il quale errò, credo io, a supporla diversa dalla Bebilbachal (Bab-el-Bahr) di cui avea trovato il nome nelle scritture antiche. La torricciuola vicina che si addimandava di Baich, divenuta, di minaretto di moschea, abitazione d'un cittadino, fu intaccata dal lato occidentale nel 1534 per farvi certe ristaurazioni; e si cominciò allora a dislocare le pietre nelle quali correa l'iscrizione in unica linea al sommo dell'edifizio; se non che Fazzello, accorse, gridò, le fece rimettere, e copiò fedelmente, ma confusi, ed alcun capovolto, i gruppi di tre quattro lettere, ch'erano intagliati in ciascuna pietra. Ei pubblicò il disegno, in picciolo, nella sua Storia, deca I, lib. VIII, cap. I, credendo serbare il testo caldaico scritto poco dopo il Diluvio. Nel 1564, il vicerè spagnuolo che prolungò il Cassaro e gli diè il nome di Toledo, abbattè senza riguardo la torricciuola; ma per le cure dell'erudito Marco Antonio Martinez si trasportò la più parte delle pietre scolpite nel palagio di città, e se ne trassero i disegni: ottantaquattro pietre, delle quali mancavano ventuna. Così rimase la iscrizione, a un di presso ordinata al modo d'un lungo rigo di caratteri da stampa che sian caduti a terra e un analfabeta li abbia rimessi insieme in cinque o sei linee, dopo averne gittate via la quarta parte. Così la pubblicò due secoli appresso, per la prima volta, il Torremuzza (Siciliæ etc. Inscriptionum, 2ª edizione) e indi il Di Gregorio (Rerum Arabicarum) e il Morso (Palermo Antico). L'Assemanni accertò la natura dei caratteri; ma pochi ne lesse. Il Tychsen vi ritrovò una cifra cronologica e il frammento d'un versetto del Corano. Io ve n'ho letto un altro; è il resto M. Reinaud; il quale, com'io lo consultai su la mia lezione, la confermò, e incontanente la proseguì. Ecco la traduzione della data e dei versetti, nella quale il carattere corsivo mostra le parole che si è arrivato ad accozzare. Accenno le linee secondo la copia di Martinez:
Linea 3. Trecento, — Tychsen; aggiugnendo con dubbio trentuno. Mi parrebbe più tosto, ma non lo affermo, sessanta.
Linea 4. (Corano, sur. XXIV, v. 36.) in edifizii [i quali] permesse Dio che fossero innalzati.
Linee 5, 6, 7, 8, 9: e che si ricordasse in quelli il suo nome, lodan lui mattino e sera (v. 37) uomini [cui] non distoglie traffico nè vendita dal ricordare Dio, far la preghiera e pagar la limosina; tementi quel giorno in cui saranno confusi i cuori e le viste. — Reinaud.
Linea 12. (Sur. II, v. 256.) Non [v'ha] Dio se non Lui, il Vivente, il Sempiterno. — Tychsen.
Varie parole delle linee 4, 6, 7, 8, di Martinez rispondono alle linee 6, 7, 8, 9 di Fazzello; e mostrano viemeglio quanto i disegni di questo storico sieno più esatti che quelli del Martinez.
[706.] In numeri tondi, i beccai, i loro garzoni, gli impiegati nei macelli, e i venditori di interiora, con le famiglie, ragionate a cinque teste per casa, sommavano nel 1844 a 2000. La popolazione era circa 200,000. Ma la cifra di 700,000 che avremmo con tal proporzione nel 972 dèe scemarsi per le cause seguenti: 1º la istituzione dei macelli pubblici, che diminuisce oggi il bisogno di molte braccia; 2º la maggiore consumazione di carne da supporsi nella capitale della Sicilia musulmana, mentre le classi meno agiate, nelle presenti condizioni lagrimevoli della città, mangian carne poco o punto; 3º i giorni di magro ai quali non erano astretti i Musulmani; 4º la poligamia, la quale, se a lungo andare fa più mal che bene, pure in un periodo di ricchezza crescente poteva aumentare la proporzione da 5 a 6 o 7 a famiglia, però dare minor numero di capi di casa ossia minor numero di botteghe a numero uguale d'individui. Per queste considerazioni pongo che il numero d'anime dell'arte, stesse al numero d'anime della città come uno a cinquanta, non come uno a cento ch'è in oggi; e metto in conto dalle 5 teste a famiglia anche i bambini lattanti che Ibn-Haukal di certo non vide nelle 32 file (i numeri sono scritti non già accennati in cifre) di circa 200 persone ciascuna, che assisteano alla preghiera. Se dunque pecca il mio computo, non è di eccesso. L'area dell'abitato, che ha guadagnato un poco su le acque e perduto molto dentro terra, conferma tal giudizio. Debbo avvertire che nelle note alle due versioni italiana e francese, posi la popolazione di Palermo 170,000 anime. Il censimento che si fe poco appresso la mostrò molto maggiore, e così l'ho corretto a dugentomila.
[707.] Gayangos nelle note a Makkari, Mohammedan Dynasties in Spain, tomo I, p. 492.
[708.] D'Ohsson nel XVIII secolo contava più di 200 moschee nell'ambito di Costantinopoli e 300 nei subborghi, aggiugnendo che non ve ne fossero più nelle case dei nobili: quello appunto che faceva il gran numero delle Moschee in Palermo. Tableau général de l'empire ottoman, tomo II, p. 453, seg., edizione di Parigi 1788, in-8.
[709.] Questo è il significato della voce wethâiki, che si legge trascritta altrimenti e non tradotta nelle mie due versioni francese ed italiana. Si vegga Hagi-Khalfa, ediz. Flüegel, VI, p. 423. N. 14, 174.
[710.] Ei le narrava, ma Iakût le troncò in questo passo del testo che ci ha conservato.
[711.] I medici arabi del medio evo credono fermamente che la cipolla offenda il cerebro a chi se ne cibi. Iakût, nel Mo'gem-el-Boldân, Biblioteca Arabo-Sicula, cap. XI, p. 107 del testo, mette per comento a questo passo d'Ibn-Haukal l'estratto d'un libro arabico di medicina, ove si spiega appunto con l'indebolimento del cervello e dei sensi, il fatto che bevendo acqua salmastra dopo aver mangiato cipolle, uom non senta il mal sapore dell'acqua.
[712.] L'opera anonima intitolata Geografia, compilata di certo nel X secolo ma interpolata appresso, cava da Ibn-Haukal alcune notizie su la Sicilia, e aggiugne che i cittadini di Palermo si segnalassero su tutti i popoli vicini per eleganza di arredi e di vestimenta e urbanità nel tratto ec. Ma è dubbio se la fonte di questo passo sia del X secolo ovvero dei due seguenti. Il testo si legge nella Biblioteca Arabo-Sicula, cap. V, p. 12 e 13.
[713.] Ibn-Haukal, Geografia, MS. di Leyde, p. 69, e fog. 97 della copia di Parigi, Suppl. Arabe, 885.
[714.] Op. cit., p. 71 del MS. di Leyde e fog. 98 verso della copia di Parigi.
[715.] Del 962. Otone andò a Pisa, ove rimasero alcuni nobili tedeschi: Sardo, Cronaca Pisana, nell'Archivio Storico italiano, tomo VI, parte II, p. 75. Del 971 furono in Calabria i Pisani: Marangone, Cronaca Pisana, nello stesso volume dell'Archivio, p. 4, ovvero nel 969 secondo la Chronica Pisana, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 107, seg.
[716.] Si confrontino, la Cronica anonima Salernitana presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 554, che non porta date precise, e Lupo Protospatario, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 55, anno 969, dove il passaggio d'Otone in Calabria è riferito all'ottobre dello stesso anno in cui fu una ecclisse di sole in dicembre. Lo stesso troviamo negli Annales Casinatenses, Pertz, Scriptores, III, 171. L'ecclisse seguì il 22 dic. 968. Romualdo Salernitano autore del XII secolo dà i medesimi fatti con qualche divario presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, anno 967.
[717.] Si vegga Muratori, Annali d'Italia, 968 a 970.
[718.] Chronica Sancti Benedicti, presso Pertz, Scriptores, III, p. 209, nel cenno su Landolfo l'Ardito che cominciò a regnare il 958 (si corregga 968).
[719.] Lupo Protospatario, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 55. Ei dà il titolo di Caytus (Kaîd) a questo Bucoboli, forse Abu-Kabâil, con 40,000 Saraceni, o secondo altri MS. 14,000. Atto avea secondo alcuni MS. 60,000 uomini. Queste cifre non sono da attendere nè punto nè poco; e certo si tratta d'una piccola schiera, poichè non fan memoria di questa impresa gli annali musulmani d'Affrica nè di Sicilia. Si vegga anche De Meo, Annali di Napoli, tomo VI, p. 90, il quale s'affatica a mostrare che questa battaglia seguisse il 973. Lascio indietro le fazioni di Saraceni in Calabria interpolate nella Cronica della Cava, edizione del Pratilli, anni 970, 973.
[720.] Chronicon Salernitanum, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 556, anno 970. Si vegga anche Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXXV, § 51.
[721.] I Fatemiti sul fine del 974 e il principio del 975 presero Tripoli di Sira e Beirût, cacciati i presidii bizantini. Si vegga Quatremère, Vie de Moezz, estratto dal Journal Asiatique, p. 126 e 128. L'ambasciatore Niccolò era tornato a corte di Moezz poco avanti la costui morte, ma si è visto già come gli parlava.
[722.] Lupo Protospatario, anno 975, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 55.
[723.] Vita di San Nilo il giovane, testo greco e versione latina di Giovan Matteo Caryophilo, Roma 1624, in-4, p. 112, seg. Questo Niceforo, che primo e solo ebbe titolo di μάγιστρος in Calabria si dice mandato dai pii imperatori, e però da Basilio e Costantino, e dopo la morte di Zimisce. D'altronde la data s'adatta alla età che avea allora San Nilo, la cui vita l'agiografo tratta con ordine cronologico; e gli avvenimenti mostrano che dal 963 sino alla fine del secolo i Bizantini non poteano avere il ticchio di assalir la Sicilia che nel 976.
[724.] In Ibn-el-Athîr, solo che dia il fatto, si legge b”r bûla. Ciò mi fece pensare a Paola di Calabria; e sì proposi questa lezione nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 268 del testo. Poscia ho considerato che la prima voce sia da leggere barr “terra,” però la seconda bûlia, ossia Puglia, aggiugnendo una lettera dopo la l. A ciò mi conduce anche la fazione di Gravina.
[725.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 365; MS. A, tomo III, fog. 9 verso; MS. B, pag. 375; MS. C, tomo V, fog. 16 recto ec.; Abulfeda, Annales Moslemici, 365, tomo II, p. 524, ed Hagi-Khalfa, Cronologia, versione italiana del Carli, p. 65. Dei MS. Ibn-el-Athîr, B, ha con le vocali Kosenta; gli altri e Abulfeda non pongono vocali e sbagliano i punti diacritici. L'altra città è scritta Gelwa in B, e nell'autografo d'Abulfeda, MS. della Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe, 750, fog. 163 verso; degli altri MS. dei due annalisti, quale ha G“lwa, quale H“lwa. Lo scambio tra la w e la r che si vede sovente nei MS. arabi sopratutto in caratteri affricani, ci dà animo a leggere Cellara: chè la g arabica risponde alla nostra c, e la doppia l non si dovea scrivere ma accennare soltanto con un segno ortografico. Cellara è picciol comune dell'odierno distretto di Cosenza tra questa città e Rogliano. In ogni modo non si può assentire a M. Des Vergers la lezione Caltagirone ch'ei vien proponendo nel dare questo squarcio d'Ibn-el-Athîr, in nota a Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 175.
Marco Dobelio Citerone nella versione di Scehab-ed-dîn-'Omari, o alcuni degli eruditi siciliani che la stamparono, lessero in vece di Cosenza, Catania; e in vece di Gelwa, Avola. Indi il Wenrich, Commentarii, lib. I, cap. XV, § 131, a supporre una rivoluzione in Catania ed Avola di Sicilia. Ma nè il testo di Abulfeda copiato da Scehad-ed-dîn, nè il complesso dei fatti permettono questo supposto, tanto meno perdonabile quanto il Martorana, tomo I, p. 225, nota 155, avea mostrato la dritta strada.
[726.] Si riscontrino Lupo Protospatario, anno 976, e Romualdo Salernitano, stesso anno, nei citati volumi di Pertz e Muratori.
[727.] Ibn-el-Athîr e Abulfeda, ll. cc.
[728.] Si riscontrino Ibn-el-Athîr, l. c., e Nowairi presso il Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 19.
[729.] Ibn-el-Athîr, l. c.
[730.] Abulfeda, Annales Moslemici, tomo II, p. 450, sotto l'anno 336, trascrivendo Ibn-Sceddâd. Perciò si deve intendere del XII secolo. Risponderebbe per avventura al significato di Monakh-el-Bakar il nome di Vaccarizzo nella Calabria citeriore, distretto di Rossano. Ma v'ha Bova, Bovino e tante appellazioni della stessa etimologia nel regno di Napoli, che non si può fare conghiettura ben fondata. Lo stesso si dica del nome topografico: Le Torri.
[731.] Ibn-el-Athîr, l. c.
[732.] Si riscontrino Lupo Protospatario, anno 977, e Romualdo Salernitano, 976, nei citati volumi di Pertz e Muratori.
[733.] Il fatto è nel solo Ibn-el-Athîr, e in tutti i MS. questo nome è quasi senza punti diacritici. M. Des Vergers nella nota che citai propone di leggere Gravina. Ma v'ha la differenza del tempo e del luogo, poichè Gravina fu assalita il 976 e giace in Puglia. Oltre a ciò si dovrebbe mutare di forma qualche lettera. Leggendo Garipoli non aggiungo altro che i punti diacritici, e posso ben supporre che i Musulmani del X secolo pronunziassero in questo modo Gallipoli, come i Siciliani d'oggidì. Va avvertito qui che si potrebbe trattare per avventura d'un casale presso Catanzaro chiamato Garopoli nel XVIII secolo. Veggasi Sacco, Dizionario geografico del regno di Napoli, Napoli, 1795-6, in-8.
[734.] Ibn-el-Athîr e Abulfeda, ll. cc.
[735.] Nowairi, l. c., novera cinque imprese d'Abu-l-Kâsem in Terraferma, delle quali l'ultima il 372, e la prima il 365.
[736.] Vita citata di San Nilo il giovane, p. 4. Il testo ha φυλακτὰ ed ἐξορκισμούς.
[737.] Il De Meo, Annali di Napoli, tomo V, p. 257, anno 938, spiega che il monistero di San Nazario, poi detto di San Filareto, ad un miglio da Seminara e sei da Palma, apparteneva allo stato di Salerno e quel di San Mercurio ai Bizantini.
[738.] Vita di San Nilo, pag. 5 a 37.
[739.] Op. cit., passim.
[740.] Vita di Sant'Adalberto, Acta Sanctorum, 23 aprile.
[741.] Vita di San Nilo, p. 124 a 155, e si confrontin le citate agiografie di Sant'Adalberto.
[742.] Op. cit., p. 63.
[743.] Op. cit., p. 88, seg.
[744.] Si vegga il presente volume, p. 171-172, Libro III, cap. VIII.
[745.] φακιόλια.
[746.] Vita di San Nilo, p. 54.
[747.] Op. cit., p. 117, 118.
[748.] Op. cit., p. 123.
[749.] Op. cit., p. 120.
[750.] ἑκατὸν χρυσίνων.
[751.] νοτάριον.
[752.] È versione litterale della voce arabica walî “eletto, amico, santo ec.”
[753.] σημεῖον “segno,” probabilmente l''alâma, ossia motto e titolo scritto da un segnatario a capo dei dispacci, che tenea luogo della soscrizione nostra.
[754.] Op. cit., p. 120.
[755.] Metterò le citazioni alla fin del fatto, e qui le accennerò soltanto. La data della venuta a Benevento e Salerno si trova nella Cronica di Santa Sofia e la confermano i diplomi citati dal Muratori negli Annali.
[756.] Ditmar.
[757.] Annali di San Gallo.
[758.] Ibn-el-Athîr.
[759.] E senza ciò Abu-l-Kâsem non passava in Calabria a rischio di far unire a' suoi danni le genti d'Otone e i Bizantini.
[760.] Ditmar. Gli Annales Lobienses presso Pertz, Scriptores, tomo I, p. 211, dicono nel 982 che Otone celebrò il Natale a Salerno e la Pasqua a Taranto. La data si vede anco dai diplomi citati dal De Meo. Secondo gli Annali di San Gallo, Otone volea occupare l'Italia fino al mare Siculum et portum Traspitam (var. Traversus) che potrebbe essere falsa lezione di Taranto. E Taranto si dèe correggere, o Rossano, il nome che Ibn-el-Athîr scrive Mileto, e Ibn-Khaldûn Rametta.
[761.] Si veggano i nomi alla fine del racconto.
[762.] Ibn-el-Athîr.
[763.] Ditmar. Quos primo infra urbem quondam clausos fugavit devictos, postque eosdem in campo ordinato fortiter adiens etc. Il riscontro con Ibn-el-Athîr mostra che la prima fu avvisaglia contro una picciola schiera e la seconda giusta giornata contro l'esercito.
[764.] Ibn-el-Athîr. Aggiungo io Rossano perchè quivi era rimasta la imperatrice e la corte quando Otone si messe a inseguire Abu-l-Kâsem.
[765.] Ibn-el-Athîr. Ditmar dice similmente di avvisi dati ad Otone dagli esploratori.
[766.] Secondo Ibn-el-Athîr il venti di moharrem che risponde col conto astronomico al 14 e col civile al 15. Ditmar, tertio idus julii, cioè il 13; le necrologie date da Pertz, Scriptores, tomo III, p. 765, nota 59, hanno secundo idus julii e idibus julii; e Lamberto idibus julii, cioè il 14 e il 15.
[767.] Presso il mare, secondo tutti. Lupo Protospatario ha nei varii MS. Cotruna, Columnæ, Colupna etc.; Romualdo Salernitano dice Stilo, alla qual voce greca risponde Colonna. Mi appiglio a questa tradizione perchè Rossano giace a 45 miglia da Cotrone. Il campo di battaglia dovette essere assai più lontano, secondo i particolari della ritirata d'Abu-l-Kâsem e della fuga di Otone.
[768.] Annali di San Gallo.
[769.] Ibn-el-Athîr.
[770.] Ibn-el-Athîr. La morte di Bulcassimus è ricordata da Lupo Protospatario.
[771.] Ditmar, come Ibn-el-Athîr, dice vinta la battaglia dalla schiera sbaragliata che si rannodò. Gli Annali di San Gallo ricorrono al trovato antichissimo d'un agguato e delle miriadi di nemici che ne sbucassero.
[772.] Ibn-el-Athîr. Il MS. di Lupo Protospatario aggiugne un zero alla cifra dei morti e la raggira all'esercito siciliano.
[773.] Annali di San Gallo.
[774.] Si confrontino Chronicon Sancti Benedicti, presso Pertz, Scriptores, III, p. 209, e Leone d'Ostia, lib. II, cap. 9.
[775.] Lamberti Annales, Annales Ottemburani.
[776.] Si confrontino Ditmar, Lamberto e le croniche minori presso Pertz, Scriptores, III, p. 124, 143, e le necrologie citate quivi a p. 765, nota 59.
[777.] Ditmar.
[778.] Ibn-el-Athîr, il quale dice che il caval d'Otone si fermò, senza far menzione del mare. Ma Ditmar scrive che Otone si gittò a nuoto col cavallo del giudeo.
[779.] Ditmar.
[780.] Ibn-el-Athîr. Il nome dato da Ditmar farebbe supporre questo giudeo calabrese o pugliese, parteggiante contro i Greci dei quali parlava probabilmente la lingua.
[781.] Ditmar dice: ab Heinrico milite ejus qui szlavonice zolunta vocatur agnitus intromittitur. Più sotto parlando dello stesso lo chiama binomius. Però lo credo schiavone.
[782.] Ditmar: et perdiu et pernox ad condictum pertingere locum properavit. Sembra almeno una intera giornata. Giovanni Diacono di Venezia dice che Otone fu ritenuto su la nave tre giorni.
[783.] Gli Annali di San Gallo danno la somma del fatto, dicendo che Otone “a mala pena scampò in nave ad un castello de' suoi.”
[784.] Arnolfo, Giovanni Diacono di Venezia, dice espressamente che si salvò sa due Zalandriæ greche.
[785.] Hermanno Contratto, Sigeberto, ec.
[786.] Pratilli, nelle Interpolazioni alla Cronaca della Cava.
[787.] Muratori, Annali d'Italia; e Saint-Marc, Abregé chronologique de l'histoire d'Italie.
[788.] Ibn-el-Athîr.
[789.] Ditmar. Si veggano in Muratori, Annali, le leggi promulgate in questa dieta. Sul soggiorno a Capua si riscontri il De Meo.
[790.] Annali di San Gallo, Arnolfo.
[791.] Le autorità arabiche sono: Ibn-el-Athîr, anno 371, MS. A, tomo III, p. 33 recto; il compendio che ne fa Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 173, 174; e i cenni di Abulfeda, Annales Mosl., anno 336, tomo, II, p. 446, seg.; Baiân testo, tomo I, p. 248, anno 372; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 20; Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 38 recto; Hagi Khalfa, Cronologia, versione del Carli, anno 372, p. 66. Notisi che Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn chiamano l'imperatore franco, in vece di Otone, Berdwîl, dal nome di Baldovino che suonò tanto nelle Crociate.
Le autorità latine: Theitmari, Chronicon, lib. III, cap. 12, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 765, 766 (Ditmar dei conti di Waldeck, vescovo di Mersebourg, nacque il 976 e morì il 1018); Annales Sangallenses Majores, presso Pertz, op. cit., tomo I, p. 80 (l'autore di questa parte dice aver veduto tornare varii prigioni riscattati); Joannis Diaconi, Chronicon Venetum, presso Pertz, op. cit., tomo VII, p. 27 (l'autore finì di scrivere il 1008); Richari Historiarum, presso Pertz, op. cit., t. III, p. 561 (l'autore scrisse tra il 996 e il 998, ma fa un brevissimo cenno); Lamberti, Annales, presso Pertz, op. cit., tomo III, p. 65 (l'autore visse alla metà dell'XI secolo); Herimanni Aug., Chronicon, presso Pertz, op. cit., tomo V, p. 117. (Ermanno Contratto, come fu soprannominato, nacque il 1013, morì il 1054.) A queste croniche vanno aggiunti i cenni di altre minori presso Pertz, op. cit., tomo I, p. 211, 242; III, p. 5, 64, 124, 143; V, p. 4. Dei cronisti latini d'Italia dell'XI e XII secolo, Lupo Protospatario, e l'anonimo di Bari, presso Pertz, op. cit., tomo V, p. 55, dicono meramente che Otone combattè con Bulcassimo re dei Saraceni, il 981, e l'uccise e vi perirono 40,000 uomini; Amato, L'Ystoire de li Normant, lib. VI, cap. 22, ricorda per le generali la sconfitta di Otone; Leone d'Ostia, lib. II, cap. 9, presso Pertz, op. cit., tomo VII, p. 635, ne dice breve ed esatto; e più largamente Arnolfo, Gesta Episcopor. Mediol., presso Pertz, op. cit., tomo VIII, p. 9. In fine Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, anno 981, squadernò nella seconda metà del XII secolo che Otone vinse a Stilo e poi prese Reggio.
Il Pratilli nelle interpolazioni alla Cronica della Cava, tomo IV della sua raccolta, pose una lunga favola su questa impresa nel 982; ed un'altra nel tomo III nella Cronica dei Duchi di Napoli, anno 981, fingendo una battaglia navale a Malta.
Queste sono le autorità tra buone e triste; nè ho pur notato tutte le compilazioni dall'XI secolo in poi. Tra i compilatori assai male rabberciò cotesta guerra di Otone II il Sigonio, Historia de Regno Italico, lib. VII, il quale suppose una prima vittoria del 981, ed una sconfitta del 982 alla città di Basentello in Calabria; dove da un lato combattessero Greci e Saraceni; e dall'altro lato i Romani e i Beneventani per vendetta abbandonassero Otone. Questi due fatti li imaginò; e si capisce. Ma non so in quale istoria o geografia abbia trovato Basentello. Il Basente, il quale forse diè luogo all'errore, è grosso fiume di Basilicata che sbocca nel golfo di Taranto, tra la città di questo nome e Rossano. Il Muratori cominciò a raddrizzare così fatti errori negli Annali d'Italia, 982, e il De Meo, Annali del Regno di Napoli, tomo VI, p. 158, seg., 171, 174, seg., notò molte utili date. Nondimeno l'errore è durato dopo la correzione; e fin oggi si vanno ricantando le due giornate, la fuga dei Greci al primo scontro della seconda battaglia e il nome di Basentello.
[792.] Ibn-el-Athîr, e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
[793.] Abulfeda, e Ibn-Abi-Dinâr, ll. cc.
[794.] Nowairi, l. c.
[795.] Ibn-Khaldûn, l. c.
[796.] Si vegga per questo Mohammed il Cap. V del presente libro, p. 291.
[797.] Abulfeda, l. c. È mio il supposto dei richiami dei Siciliani in Egitto. Abulfeda non ne fa motto; ma Ibn-Khaldûn dice di più, come si è potuto vedere.
[798.] Si riscontrino: Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc. La morte di Abd-Allah e successione del figlio si legge anche nel Baiân, testo, tomo I, p. 254.
[799.] Si confrontino: Iehîa-ibn-Sa'îd, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 131, A, p. 138, seg.; Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 33 recto, anno 386, e le autorità citate da M. De Sacy, Chréstomathie Arabe, 2ª ediz., tomo I, p. 137, 138, ed Exposé de la Religion des Druses, p. CCLXXXIII, seg. La corte fatemita par che fino allora non avesse dato di somiglianti titoli onorifici che a Bolukkin, vicario d'Affrica. Si vegga Ibn-el-Athîr, citato qui innanzi a p. 288, e Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione, tomo II, p. 10.
[800.] Abulfeda, Annales Moslemici, anno 336, tomo II, p. 450, il quale trascrive Ibn-Sceddâd, e questi probabilmente alcun più antico cronista.
[801.] Nowairi e Ibn-Khaldûn; ll. cc.
[802.] Baiân, testo, tomo I, p. 254.
[803.] Nowairi presso Di Gregorio, op. cit., p. 20.
[804.] Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione, p. 178.
[805.] Nakl son le frutta secche e i confetti che gli orientali sogliono mangiare centellando col vino.
[806.] Sâheb-es-sciorta. Si vegga il Lib. III, cap. I, p. 9 di questo volume.
[807.] Dico così, perchè cercando di chi fossero cotesti due emistichii, li ho trovati in Motenebbi, entrambi in una Kasida indirizzata a Bedr-ibn-'Ammâr. Si vegga il diwano coi comentarii, MS. della Biblioteca di Parigi Suppl. Arabe, 1485, fog. 448 recto. Motenebbi, che suona il profetastro, chiamato così per aver voluto fare il profeta, è dei più celebri poeti arabi ai tempi dell'islamismo. Morì il 351 (965).
[808.] Robâ'i. Altri MS. hanno dinâr. Il rebâ'i è ricordato come moneta corrente in Sicilia nel XII secolo, e valeva un quarto di dinâr d'oro; al qual proposito si vegga il testo d'Ibn-Giobair, edizione di Wright, p. 329, 335, e la nota dell'editore a p. 23 della Introduzione.
[809.] Si confrontino: Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld, fasc. X, p. 28; e il Mesâlik-el-absâr, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1372, fog. 120 verso.
[810.] Il testo nol dice, ma lo sappiamo d'altronde, come si dirà a suo luogo.
[811.] Ciò si dee supporre dal fatto stesso, ancorchè non si legga nel testo.
[812.] Montezeh, luogo di diletto, casino, villa, talvolta loggia. Il nome di Gia'far mi fa pensare al casino reale dei Normanni detto della Favara o di Maredolce, presso Palermo; il quale par che fosse chiamato dai Musulmani Kasr-Gia'far fino ai tempi di Guglielmo il Buono. Si vegga Ibn-Giobair, nel Journal Asiatique, serie III, tomo VII (1846), p. 76.
[813.] Tigiani, Rehla, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 911 bis, fog. 16 recto. L'autore tolse questo squarcio da Ibn-Rescîk.
[814.] Quell'anno Iûsuf paralitico surrogò il figliuolo al dir delle croniche. Ma dalla misura delle lodi che si dispensano a lui ed a Gia'far, mi sembra che Iûsuf, senza lasciare per anco il governo, si fosse associato il figlio nel titolo soltanto.
[815.] Il 10 del mese di dsu-l-higgia, grande solennità appo i Musulmani di rito malekita. È anche delle feste che si celebrano alla Mecca alla fine del pellegrinaggio, e però nel poema si dice tanto del pellegrinaggio.
[816.] Kodhâ'a è un dei ceppi della schiatta himiarita, alla quale appartenea la tribù di Kelb.
[817.] Così chiamano i poeti le lance sottili e dritte, dal nome di Rodeina, moglie d'un celebre armaiuolo di Bahrein.
[818.] I devoti greci del medio evo, per falsa interpretazione d'un testo, teneano a peccato di tosarsi, onde i Longobardi e i Franchi li derideano fino al XII secolo, come qui fa il poeta musulmano.
[819.] Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld, fasc. X, p. 28, seg. Questa Kasîda ha 61 versi più che doppii de' nostri endecasillabi. Come ognuno comprende, non ho fatto la traduzione litterale nè anche di tutti i versi che giovano all'argomento nostro; ma ho raccolto le frasi più significative, trasponendole talvolta, troncando molte imagini, e nessuna aggiugnendone. Debbo avvertire che il passo “gli è forza smettere l'idolatria” risulta da una bella correzione che ha fatta il professore Fleischer alla p. 640 della mia Biblioteca Arabo-Sicula dove occorre il verso: “Tu li hai percosso in lor famiglie, sì che li hai fatto rimaner soletti; e nei loro riti, sì che hanno lasciato il culto degli idoli.” La frase che ho messo in corsivo è espressa da una sola voce che avea varianti, e nessuna plausibile, nei MS. d'Ibn-Khallikân.
[820.] Benedicti Sancti Andreæ Monachi Chronicon, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 700. Su l'età e l'autorità del cronista si vegga la prefazione dell'editore a p. 695.
[821.] Nella detta prefazione si nota che questo Benedetto sembri il primo o tra i primi che abbiano scritto il supposto viaggio di Carlo Magno in Terrasanta. Siam dunque precisamente nei romanzi di cavalleria, coi trovatori, le cortesie e i cavalieri erranti.
[822.] Op. cit., p. 713.
[823.] Corruzione di capitaneus, come avvisa il Ducange; o derivato da κατὰ e πὰν, come pensano altri dotti ellenisti.
[824.] Si vegga qui sopra a p. 333. Tra il 982 e il 998, poichè Iusûf non avea per anco lasciato il governo al figliuolo.
[825.] Lupo Protospatario, anno 986. Cito qui e appresso la edizione di Pertz, Scriptores, tomo V, p. 55, 56.
[826.] Romualdo Salernitano, anno 987. Qui ed appresso da Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V.
[827.] Lupo Protospatario, 988.
[828.] Lupo Protospatario, 991, e Anonimo di Bari nella stessa pagina del Pertz. Il nome ha le varianti Asto, Otho, Azzo.
[829.] Si riscontrino: Lupo Protospatario, 994; Anonimo di Bari, 996; Romualdo Salernitano, 994.
[830.] Lupo Protospatario, e Anonimo di Bari, 998. Busito è intitolato caytus, cioè kâid, condottiero.
[831.] Si riscontrino le varie lezioni della Cronica di Santa Sofia di Benevento, l'una delle quali porta precisamente la data di agosto 1002, XVª indizione, presso Muratori, Antiquitates Italicæ, tomo I, p. 257; e le altre presso Pertz, Scriptores, III, p. 177. Si vegga anche Romualdo Salernitano, 1001.
[832.] Lupo Protospatario ed Anonimo di Bari, 1003.
[833.] Si riscontrino: Giovanni Diacono di Venezia, contemporaneo, presso Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 35; Anonimo di Bari, anno 1003, presso Muratori, Antiquitates Italicæ, tomo I, p. 33; Lupo Protospatario, anno 1001 (var. 1002). La data del 1004 si trova presso Giovanni Diacono, al par che i particolari dell'impresa. Si vegga anche il Dandolo, lib. IX, cap. I, parte 44, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo XII, p. 233, con data erronea.
[834.] Chronica Varia Pisana, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 107 e 167; Marangone, nell'Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, p. 4. La data ch'è in tutti del 1006 si dee scemare d'un anno, cadendo in agosto e contandosi l'anno alla pisana.
[835.] Lupo Protospatario, anno 1009.
[836.] Chronicon Barense, presso Muratori, Antiquitates Italicæ, tomo I, p. 33, anno 1011, e le varianti del Pertz nella edizione messa a riscontro di Lupo Protospatario.
[837.] Così pensa De Meo, Annali di Napoli, tomo VII, p. 12, 13, an. 1010.
[838.] Lupo Protospatario, ediz. di Pertz, Scriptores, tomo V, p. 57, an. 1015. “Apparuit stella cometæ mense februarii et Samuel rex obiit et regnavit filius ejus.... 1016. Occisus est ipse filius præfati Samuelis a suo consobrino filio Aronis et regnavit ipse.... 1020 Descenderunt Sarraceni cum Rayca et obsederunt Bisinianum et apprehenderunt eam et mortuus est ipse admira (amira, amita etc.) et Melis dux Apuliæ.” L'abdicazione di Iûsuf innanzi il 1015; il fratricidio di Gia'far nel 1015; e la cacciata di costui nel 1019 che si leggeranno nel capitolo seguente, rispondono a un di presso ai fatti accennati da Lupo: nè monta la inesattezza dei particolari, nè lo sbaglio dei nomi. Ritengo pertanto che la cronica intenda dire dei Kelbiti di Sicilia, non di qualche avventuriere musulmano che avesse tentato di farsi signore in Calabria, che sarebbe supposizione senza alcun fondamento.
[839.] Si confrontino: Lupo Protospatario e Anonimo di Bari, anno 1016, e gli Annali del Monastero di Santa Sofia di Benevento, nella edizione del Pertz, Scriptores, tomo III, p. 177, stesso anno.
[840.] Si confrontino: Amato, L'Ystoire de li Normant, lib. I, cap. 17, 18, 19; Leone d'Ostia, lib. II, cap. 37, presso Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 651, 652; nei quali è da notare che Amato, scrittore più antico, pon meno episodii da romanzo di cavalleria: del resto si vede che entrambi attinsero ad unica fonte. Delle circostanze importanti il divario è questo, che Amato dice giunti i Normanni durante l'assedio e Leone d'Ostia prima; che l'uno suppone i Saraceni venuti a riscuotere il solito tributo il quale cessò per sempre dopo quell'impresa, e l'altro reca il fatto come un dei soliti assalti che finivano pagando una taglia. Si accordano a un di presso nella data, dicendo l'uno avan mille e l'altro circa sedici anni avanti il 1017. Ma come entrambi riferiscono agli allettamenti dell'ambasciatore salernitano la venuta dei venturieri che comparvero in Italia il 1017, così mi è parso di seguir la data di Lupo Protospatario e della Cronica di Santa Sofia di Benevento; la quale, oltre l'autorità di que' cronisti, convien meglio ad una pratica di questa fatta che non potea durare sedici anni. D'altronde la data del principio del secolo poteva essere vagamente indicata nei ricordi su i quali scrisse Amato verso il 1080, e Leone d'Ostia nei principii del XII secolo.
Non ho fatto menzione dei compilatori successivi, per esempio Odorico Vitale (morto il 1141), il quale dà 20,000 ai Saraceni e 100 ai Normanni, e son tra questi Drogone ec. Al contrario, i critici moderni mi par abbiano negato troppo facilmente l'episodio de' quaranta pellegrini, il quale, tolti gli ornamenti della Tavola Rotonda, non ha nulla che discordi dall'indole degli uomini e dei tempi.
Debbo avvertire che nella edizione della Cronica di Santa Sofia di Benevento, Pertz, Scriptores, III, p. 176, 177, si leggono le altre scorrerie qui appresso notate, cavate da aggiunte della edizione di Pratilli, tomo IV, p. 358, che non si trovano negli altri MS. Si vegga nel detto volume del Pertz, p. 173, l'avvertimento dell'editore tedesco, il quale parmi non siasi ricordato che le aggiunte veniano dalle stesse mani che interpolarono la Cronica della Cava, fabbricarono quelle di Calabria e dei Duchi di Napoli ec. Però non accetto quelle notizie come genuine:
Anno 982. Dopo la sconfitta di Otone, i Saraceni saccheggian tutta la Calabria. (Noi sappiamo che se ne tornarono in fretta in Sicilia.)
Anno 1002. Prima della marcia sopra Benevento (che è nelle altre edizioni), vengono a Bari e prendono e ardono Ascoli e il Castel di Santangelo.
Anno 1007. Nuova infestagione di Capua.
Anno 1009. Presa di Bitonto e del Castrum Natii.
Anno 1016. Durante l'assedio di Salerno, dato il guasto fino ad Agropoli e Capaccio.
[841.] Lupo Protospatario, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 57.
[842.] Ibidem. Il nome è scritto Iaffari, Zaffari etc. Si aggiugne criti che par da leggere caiti.
[843.] Ahmed-ibn-Iûsuf, soprannominato Akhal, è chiamato sempre da Cedreno Apollofar. Da un'altra mano gli annali musulmani ci dicono che il suo figliuolo Gia'far rimaneva al governo in Sicilia quand'egli andava a far guerra in Terraferma. E però il suo keniet, come lo chiamano gli Arabi, par sia stato Abu-Gia'far, “il padre di Gia'far.”
[844.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr sotto l'anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto, seg.; Abulfeda, Annales Moslemici, tomo III, p. 274, seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 22.
[845.] Lupo Protospatario, l. c.
[846.] Lupo Protospatario, l. c.
[847.] Amato, L'Ystoire de li Normant, lib. V, cap. XI.
[848.] Si veggano quelle di San Nilo, lib. IV, cap. VI, p. 317, seg., di questo volume; e di San Vitale, San Luca di Demena e San Giovanni Therista, lib. IV, cap. XI.
[849.] Leandro Alberti, Descrittione di tutta Italia, Venezia 1588, fog. 245 verso, la dà per fatta, aggiugnendo: “Insino ad oggidì si vedono le sepolture nel sasso cavate secondo i loro malvagi riti et profane cerimonie.” Ma i “malvagi riti” dei Musulmani portano dì inumare i cadaveri, non già di chiuderli in avelli dì pietra. Perciò non son questi al certo i vestigii che lasciarono sul monte Gargano.
[850.] Nowairi afferma la sostituzione conceduta prima della rinunzia di Iûsuf. N'è prova anco la poesia di Abd-allah-Tonûki della quale abbiam fatto parola nel Cap. VII, pag. 335, della quale si vegga la nota 4.
[851.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto, e seg.; Abulfeda, Annales Moslemici, anno 336, tomo II, p. 446, seg., ed anno 484, tomo III, p. 274; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 20; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 178; Ibn-abi-Dînar; MS., fog. 37 verso, seg.
[852.] Si vegga qui appresso, pag. 356.
[853.] Si vegga la poesia citata nel cap. VII, p. 335, seg.
[854.] Drappo di seta, sul quale si vegga la nota 1, pag. 54, del presente volume.
[855.] Imâd-ed-din, Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1376, fog. 40 verso, ed Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld, fascicolo X, p. 32, vita 803.
[856.] Ibn-Giobair, nel Journal Asiatique, serie IV, tomo VII (1846), p. 76, chiama Kasr-Gia'far il sito regio di Maredolce. Dei tre emiri che portarono tal nome, non veggo altri che il figliuolo di Iûsuf che abbia avuto genio e tempo da fondare questa villa regia, della quale terremo proposito nel libro VI.
[857.] Secondo Ibn-el-Athîr “un giund” e secondo Nowairi un 'Asker ossia “esercito,” voce generica la quale può comprender anche le milizie municipali oltre quella della nobiltà.
[858.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Khaldûn, ll. cc.; il passo d'Ibn-Khaldûn: “mais il epargna ses partisans” vien da una lezione erronea del testo, e va corretto “cacciò i Berberi e gli schiavi negri.” È da avvertire che Nowairi dice seguita la battaglia il mercoledì sette di scia'bân 405; il qual giorno risponde, nel conto astronomico, alla domenica 30 gennaio, e nel conto civile al lunedì 31 gennaio 1015. Il giorno della settimana è dunque sbagliato nel testo; o l'errore vien dall'uso ortodosso di contare il primo del mese arabico dal dì che si fosse vista con gli occhi la luna nuova, checchè ne notasse il calendario.
In ogni modo, la data del 16 febbraio che si legge nel Martorana ed è fedelmente copiata dal Wenrich, vien da un errore corso nella edizione del Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 21, nota c. Secondo il Martorana e il Wenrich i ribelli furon parte Affricani e parte servi di Ali; ma pei primi i testi dicono precisamente Berberi, e pei secondi 'Abîd, ossia Schiavi negri; nè s'aggiugne che fossero schiavi di Ali, anzi il fatto li mostra soldati stanziali.
Non merita esame il fatto recato dal Rampoldi, Annali Musulmani, 1002, che l'emiro “Thajo dawla per la sua iniquissima amministrazione e le enormi sue crudeltà” fu deposto e sostituitogli il fratello Ahmed. È anacronismo della rivoluzione del 1019, che l'annalista senza accorgersene replica poi a suo luogo.
[859.] Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.
[860.] Città su la catena degli Aurès; oggidì in provincia di Costantina.
[861.] El-zeug-el-baker “Coppia di buoi.” Senza dubbio la superficie da lavorarsi in una stagione con un aratro. Si vegga il Lib. I, cap. VI, primo volume, p. 153, nota 1.
[862.] Si riscontrino Ibn-el-Athîr e Nowairi, ll. cc.; il primo dei quali adopera la voce generica ghallat “prodotti del suolo,” e il secondo le due voci te'âm e themr, delle quali l'una qui significa frumento e l'altra il frutto degli alberi o arbusti, e però comprende le olive e le uve.
[863.] Ciò si ritrae chiaramente da Mawerdi, ediz. di Enger, p. 259 e 260. Quest'autore particolareggia i casi nei quali era permesso d'accrescere o diminuire il kharâg: cioè l'aumento o diminuzion di valore che non venisse da fatto del proprietario. Per esempio si accresceva il kharâg, se un'acqua inopinatamente sorgesse da inaffiare il podere, e si diminuiva se un'acqua venisse meno; ma non si mutava, se la industria del possessore migliorasse, o la sua incuria facesse andar a male la coltura. Si vegga anche ciò che ne abbiam detto, Lib. III, cap. I, pag. 18, 19, del presente volume. Non si trattava al certo di terreni decimali ossia libera proprietà di Musulmani, nel qual caso la violazione sarebbe stata assai più grave. Non di poderi demaniali, poichè i nobili del giund non andavano al certo a coltivarli da affittaiuoli. Non di poderi dei Cristiani, poichè que' che se ne risentiron furono i Musulmani.
[864.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi e Ibn-Khaldûn, ll. cc. Il primo dice che Gia'far “oppresse i suoi fratelli (in islam) e li trattò con superbia.” Nowairi che “vilipese i Siciliani e gli sceikhi del paese, e li trattò con superbia.”
[865.] Akhal (le lettere k ed h qui rendono non una ma due lettere diverse) significa uom da' cigli negrissimi da parer tinti col kohl. S'intenda dei cigli propriamente detti, non delle sopracciglia.
[866.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn e Ibn-abi-Dinâr, ll. cc. Il palagio nel quale fu assediato Gia'far non sembra la cittadella detta la Khâlesa, ma l'antico castello degli emiri nel sito della reggia attuale, ovvero un palagio nella Khalesa. È da notare inoltre che Nowairi dice seguíto il tumulto il lunedì sei di moharrem; ma quel giorno risponde secondo il conto astronomico al mercoledì 13, e secondo il conto civile al giovedì 14 maggio. Il Di Gregorio tradusse male nel Nowairi, p. 21: “et omnia pessum dabat. Tum etiam Giafaro imputabatur quod universas populi siciliensis opes diriperet;” e p. 22: “ab conspectu eorum non abscessurum.” Questi due passi van corretti: “accadesse che che accadesse (nel raccolto). Inoltre Gia'far mostrò dispregio pei Siciliani....... che non si allontanerebbe dai loro consigli.” Infine nella stessa p. 22 la frase “ego administrationis suæ rependi vicem” va spiegata più precisamente “Vi risponderò io dei fatti suoi e lo punirò io.”
[867.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anni 361, 365, 379, 386, MS. C, tomo V, fog. 10 verso,.... 27 verso, 34 verso; Baiân, testo arabico, tomo I, p. 222, 238, 240, seg.; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 9 a 16.
[868.] Baiân, testo, tomo I, p. 249.
[869.] Ibn-el-Athîr, anno 386, MS. C, tomo V, fog. 34 verso.
[870.] Ibn-Khallikân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 248.
[871.] Si riscontrino Ibn-el-Athîr, anno 389, MS. A, tomo III, fog. 100 recto; e Tigiani, Rehela, MS. di Parigi, fog. 74 recto, e 88 verso, e traduzione nel Journal Asiatique, serie V, tomo I, (février-mars 1853), p. 104 e 132; nel primo dei quali luoghi Tigiani riferisce la battaglia come Ibn-el-Athîr al 390, e nel secondo al 389.
[872.] Baiân, testo, tomo I, p. 266, anno 392. La variante “Reidan Saklabi” si legge nei testi citati da M. De Sacy, Exposé de la Religion des Druses, tomo I, p. CCXCIII, dove per altro non si dice dei fatti di Tripoli.
[873.] Si veggano i particolari in Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 40 recto, anno 393; e nel Baiân, l. c.
[874.] Si vegga in generale l'Histoire des Berbères par Ibn-Khaldoun, più volte citata, e in particolare il tomo II, p. 17 e 44.
[875.] Il testo ha le due voci webâ e tâ'ûn, che indicano al certo due pestilenze diverse.
[876.] Baiân, testo, tomo I, p. 267, anno 595.
[877.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anni 406, 413, 432, MS. C, tomo V, fog. 46 verso, 56 verso e 74 recto; e Baiân, testo, tomo I, p. 280, anno 409 ec.
[878.] Ibn-el-Athîr, anno 406, vol. citato, fog. 46 recto e verso.
[879.] Ibn-Khaldûn, Storia dei Berberi, testo, tomo I, p. 222, e versione di M. De Slane, tomo II, p. 44.
[880.] Gli atroci particolari del regno di Hâkem si leggano nello Exposé de la Religion des Druses, di M. De Sacy, tomo I, p. CCXCII, seg. Il cominciamento dell'apoteosi del tiranno nel 407 si legge a p. CCCLXXXIII, seg.
[881.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 407, MS. C, tomo V, fog. 53 recto; Baiân, anni 407 e 425, testo, tomo I, p. 279 e 285; Nowairi, Storia d'Affrica, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 702, fog. 36 verso; e Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 20; i quali non differiscono in altro che nei particolari.
[882.] Baiân, testo, tomo I, p. 280.
[883.] Si veggano nel presente volume il Lib. III, cap. II, VI. Coi Fatemiti vennero d'Oriente a poco a poco i partigiani loro e gli affiliati alla setta, ai quali è probabilissimo che oltre gli oficii pubblici siano state concedute pensioni militari. In Affrica gli Sciiti erano chiamati ordinariamente Orientali.
[884.] Bekri, nelle Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 462 e 511. Si vegga il Lib. I, cap. V, nel 1º volume, p. 105, nota 1.
[885.] Bekri, Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 472. Questa città, altrimenti detta Sabra, fu fondata e prese il primo nome dal califo fatemita Mansûr, che vi trasferì la corte da Mehdia nel 947. Si vegga anche il Baiân, testo, tomo I, p. 222.
[886.] Sul commercio e industria dell'Affrica propria abbiamo le relazioni d'Ibn-Haukal, che viaggiò quivi nella seconda metà del X secolo; e di Bekri che scrisse nel 1067. Il primo dice del commercio di Tripoli coi porti dei Rûm (Italia e Grecia); di Tenès ed Orano con la Spagna; di tutta l'Affrica propria con l'Oriente, ove si mandavano schiave mulatte e schiavi negri, Rum e Schiavoni, ambra grigia, e seta; delle manifatture di lana ad Agdabia e Tripoli; della pesca del corallo a Tenès, Ceuta e Mersa-Kharez (Journal Asiatique, IIIe série, pag. 362, seg.). Il secondo (Notices et Extraits des MSS., tomo XII) fa menzione, oltre i prodotti ordinarii del suolo, delle canne da zucchero a Kairewân, p. 484; del cotone a Malla, p. 515; dell'indago a San, o Sanab, p. 455; dei gelsi coltivati e la seta prodotta a Kabes, p. 462. Ricorda altresì le manifatture di panni e tele di Kairewân, Susa, Kafsa, p. 488, 503; il commercio dell'olio di Sfax con la Sicilia e paesi di Rûm, p. 465; le navi mercantili siciliane e d'altre nazioni che ingombravano il porto di Mehdia, p. 480.
[887.] Il Baiân ci dà minuti ragguagli di questo lusso, ritratti da Ibn-Rekîk, cronista contemporaneo; il quale spesso allega i detti di mercatanti sul valore dei corredi nuziali etc. Si veggano i particolari nel testo arabico, tomo I, p. 249 a 284, anni 373 a 415. Per darne qualche esempio: mandati il 373 in presente al califo di Egitto, cavalli, arnesi, e altre robe, del valsente d'un milione di dinâr, p. 249; il 415, nelle nozze d'una figliuola di Badîs, i gioielli, gli arredi, i vasi d'oro e d'argento e le ricche tende recati dalla sposa furono stimati un altro milione di dinâr, p. 284; nel 406, in una sconfitta dei Beni-Hammâd, si trovarono addosso a tal prigione 50,000 dinâr, a tal altro 8,000 ec. Ancorchè alcune somme siano esagerate di certo, nol sembran tutte. Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, tomo II, p. 19, riferisce altri esempii, tolti da Ibn-Rekik, i quali non si trovano nel Baiân.
[888.] Baiân, testo, tomo I, p. 256 e 258, anni 382 e 387, nel primo dei quali luoghi si dice d'una giraffa mandata dal Sudân con gli altri doni. Donde sembra che alla fine del decimo secolo si tenesse già un commercio diretto di caravane tra l'Africa propria e il Sudân. Ibn-Haukal verso la metà dello stesso secolo parla solo del commercio del Sudân con Segelmessa nello Stato odierno di Marocco, la quale fu occupata talvolta dagli Zîriti ma non rimase in poter loro. L'abbondanza dell'oro, che secondo i tempi ci fa tanta maraviglia, veniva forse dal commercio col Sudân.
[889.] Si veggano i particolari del regno di Moezz in Ibn-el-Athîr, an. 415, 417, 427, 432, MS. C, tomo V, fog. 56 verso, 59 recto, 69 verso, 74 recto; Baiân, testo, tomo I, p. 286 e 287; e ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, vers. franc., tomo II, p. 18 a 20.
[890.] Baiân, testo, tomo I, p. 282, anno 414.
[891.] Ibn-el-Athîr, Abulfeda e Nowairi, copiando tutti, com'è evidente, una stessa cronica, scrivono “che ubbidirono ad Akhal tutte le rôcche di Sicilia possedute dai Musulmani.” Da ciò argomento che alcune nei principii non gli avessero ubbidito. In questo tempo non era in Sicilia alcuna terra che non fosse tenuta da Musulmani.
[892.] Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto; Abulfeda, Annales Moslemici, anno 484, tomo III, p. 274, seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 22; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione, p. 179.
[893.] Si vegga il capitolo VII del presente Libro, p. 345, 346.
[894.] Si riscontrino: Cedreno, ediz. di Bonn, tomo II, p. 479, sotto l'an. 6354 (1025-6); Anonimo di Bari, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 53, dove il 1027 senza il menomo dubbio va corretto 1025. Il Cedreno dà il nome e la misera condizione d'Oreste; l'Anonimo i nomi delle genti che si notavano nell'esercito, alle quali aggiugne i Vandali, che si dee leggere probabilmente Varangi. Il nome del capitano vi è detto Ispo chitoniti e peggio in altre edizioni Despotus Nicus, etc.; ma la giusta lezione è quella di Lupo: Oresti chetoniti, ossia Oreste ciambellano (κοιτωνίτης). Il titolo di protospatario, ossia aiutante di campo dell'imperatore, è dato dal Cedreno a p. 496.
Ci è occorso più volte di notare che accozzaglia di genti diverse fossero gli eserciti bizantini. Nel comento delle poesie di Motenebbi, un autore arabo dice che l'esercito mandato del 343 (954) contro Seif-ed-dawla della dinastia di Hamdan, si componea di Armeni, Russi, Slavi, Bulgari e Khozari. Presso Sacy, Chréstomathie Arabe, tomo III, p. 5, seconda edizione.
[895.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 416, (1025-6), MS. A, tomo III, fog. 193 verso, pubblicato da M. des Vergers in nota a Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 180; e Anonimo di Bari, l. c. Il nome di Reggio è nell'Anonimo. Ibn-el-Athîr parla della cacciata dei Musulmani da quelle parti d'Italia e della costruzione delle stanze per l'esercito bizantino: il che si deve intendere manifestamente di Reggio; e conferma nell'Anonimo la lezione: Et Regium restaurata est a Vulcano catepano. Delle varie edizioni di cotesta cronica, alcuna ha al contrario che Reggio fosse distrutta; e sembra ignorante correzione di qualche copista. In generale son pessimi i MSS. degli Annali o Anonimo, come che voglia chiamarsi, di Bari. Il nome del catapano ha le varianti Bulcano, Bugiano, Bagiano. Baiano, nelle quali si riconosce il Βοϊωάννις, che sotto Basilio II governò felicemente la provincia, come narra Cedreno, tomo II, p. 546, parlando d'un suo figliuolo o nipote dello stesso nome, sconfitto in Puglia dai Normanni il 1041. Questo Boioanni, trasmutato in Vulcano, parve ad alcuni eruditi non uomo ma vulcano che vomitasse lave sopra Reggio; della cui distruzione indi accusarono il Vesuvio, ch'è lontano anzi che no. Si vegga un avvertimento del Martorana, Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani, vol. III, p. 2 a 6.
[896.] Ibn-el-Athîr, l. c., dice “il figliuol della sorella dell'imperatore,” nel che v'ha anacronismo col patrizio Stefano mandato il 1038, o si tratta di qualche figliuolo di Giovanni Orseolo che dovesse capitanare l'armata veneziana. Giovanni Orseolo, fratel cognato dell'imperatore Romano Argirio, era morto nel 1006.
[897.] Cedreno, tomo II, p. 479.
[898.] Ibn-el-Athîr, l. c., il quale parla di 400 kat'a, che appo gli Arabi sembra nome generico, come noi diremmo vele. Nondimeno parmi la stessa voce cattus e gattus che nelle cronache di Pisa e nel Malaterra (XI secolo) denota una sorta di navi.
[899.] Cedreno, tomo II, p. 496, 497, senza data precisa tra il 6537 e il 6539 (1029-31).
[900.] Si vegga il Cap. VIII, pag. 346.
[901.] Cedreno, tomo II, p. 499.
[902.] Cedreno, tomo II, p. 500.
[903.] Cedreno, tomo II, p. 513 e 514, il quale scrive la data di maggio 6543, per la scorreria di Tracia, poi accenna l'ambasceria di Giorgio Probato ed altri fatti, e tra gli ultimi avvenimenti dell'anno la scorreria di Licia che torna così all'agosto.
[904.] Baiân, testo, tomo I, pag. 286, anno 426 (15 novembre 1034 a 3 novembre 1035).
[905.] Questa ultima parola sì grave è nel solo Nowairi. Ibn-el-Athîr non la dà.
[906.] Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. A, tomo IV, fog. 134 recto, e Nowairi presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 22, trascrivono entrambi questo, come par manifestamente, squarcio di cronica. La sola variante che rilevi è la voce “possessioni” aggiunta da Nowairi nel luogo che notai. Abulfeda, Annales Moslemici, 484, tomo III, p. 276, e Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione, p. 179, accennano appena il successo.
[907.] Cioè che si fossero concedute anche a loro le terre da dividersi ai combattenti e il dritto di occupare le terre inculte; soli modi di concession di terre leciti ad un principe musulmano. Ma questi non poteano aver luogo o erano rarissimi nel X secolo, quando vennero le nuove famiglie d'Affrica; perchè il conquisto era fatto, e le terre prese nella costiera orientale che allora fu occupata, si tennero in fei, cioè demanio pubblico, per espressa testimonianza degli annali.
Non mi valgo del significato tecnico che potrebbe darsi al verbo, scerek, adoperato qui alla terza forma, il quale denoterebbe, non che “partecipazione,” ma “promiscuità.” Il professor Dozy, nelle sue sagaci investigazioni su la Spagna Musulmana, ha notato che nella prima costituzione della proprietà territoriale verso il 719, i conquistatori si posero nelle terre dei vinti lasciandole loro a coltivare, e si chiamarono gli uni e gli altri scerîk, ossia “comproprietario.” Si vegga il Baiân, tomo II, p. 16, nel glossario. Applicato quest'esempio al nostro caso, troncherebbe ogni dubbio; e “i Siciliani” sarebbero i vinti, ai quali i vincitori avrebbero preso una porzione di terre, come in Italia si tolse “la parte dei Barbari.” Ma su questo solo argomento non si può affermare un ordine così contrario alla legge e pratica dei Musulmani; il quale in Spagna fu eccezione, se pur non va interpretato altrimenti che il faccia il dotto professore di Leyde.
[908.] Amlâk plurale di milk e di molk. Tra queste due voci, derivate entrambe dalla stessa radice, si è preteso adesso porre una distinzione proveniente dall'idea di alcuni orientalisti francesi, che il dritto musulmano non ammetta vera proprietà fuorchè nel principe, e che ai privati, o almeno alla più parte, non dia altro che il possesso. La quale distinzione è giusta, ma applicata troppo facilmente e largamente; come accennai nel Lib. III, cap. I, p. 13 seg., del presente volume. Quanto alla diversa denominazione, mi pare arbitraria, ovvero nata di recente in Turchia, che non è la Toscana degli Arabi, nè il modello del dritto pubblico. I pubblicisti arabi del decimo secolo non fanno differenza nella denominazione; e Mawerdi, il quale sapea la lingua e il dritto, non distingue altrimenti i due modi di possesso che chiamando “proprietà della repubblica musulmana” quella delle terre il cui possessore fatto musulmano debba pagare tuttavia il kharâg, e “proprietà d'infedeli” quella delle terre che tornano decimali, ossia libere di kharâg, se pervenute in man di Musulmani. Dunque la voce amlâk ci lascia al punto donde movemmo.
[909.] Akhal potea pretendere di rivendicare un dritto usurpato; cioè sostenere che al conquisto quelle terre fossero state appropriate alla repubblica musulmana e lasciate ai Cristiani sotto censo, e che poi, divenuti musulmani i possessori, per abuso fosse stato rimesso loro il kharâg, e levata la sola decima legale.
[910.] Si veggano le belle osservazioni del Dozy, nella Introduzione al Baiân, § 1, p. 6. Mowalled significa propriamente “nato in casa” e indi “arabo di sangue misto” nato di padre arabo e madre straniera, o di madre libera e padre schiavo. Indi la voce nostra Mulatto.
[911.] Si vegga il capitolo XIII del presente Libro.
[912.] Non occorre avvertire che cotesti nomi non hanno che fare con quelli simili che dà il Cedreno ai corsari dei due stati Zîrita d'Affrica e Kelbita di Sicilia, i quali andavano a infestare i dominii bizantini di Levante.
[913.] In fatti nelle rivoluzioni del 1042, la Sicilia orientale restò ai nobili, la centrale ed occidentale ai popolani, come si vedrà nel capitolo XII di questo Libro.
[914.] Cedreno, tomo II, p. 514.
[915.] Ibn-el-Athîr e Nowairi, Abulfeda e Ibn-Khaldûn, ll. cc.
Non ho bisogno di avvertire che su questa novazione d'Akhal, principio della rovina della Sicilia musulmana, ho tenuto presente il concetto del Martorana, tomo I, cap. IV, p. 128, seg., al quale si conformò il Wenrich, Lib. I, cap. XVI, § CXL. Ma ben altra mi è parsa l'indole generale, altri i particolari del fatto; della quale interpretazione ho spiegato largamente le ragioni.
Il Martorana e con lui il Wenrich non so perchè riferiscano ad Hasan-ibn-Iûsuf, soprannominato Simsâm-ed-dawla, la pace con l'impero bizantino che seguì in principio della guerra civile, e che però fu stipolata di certo da Akhal. In vero il Cedreno, che ne fa parola, dà all'emiro di Sicilia il nome di Apolafar Muchumet il quale non risponde nè al soprannome Akhal, nè al nome proprio Ahmed. Ma Apolafar sembra alterazione d'Abu-Gia'far (si vegga il Cap. VII del presente Lib., p. 345); e in ogni modo la data del Cedreno è sì precisa da non lasciar luogo a dubbio. La Vita di San Filareto, presso Gaetani, Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 114, seg., e presso i Bollandisti, 1º aprile, p. 605, seg., conferma pienamente così fatto sincronismo.
[916.] ’Απόχαψ è trascrizione esattissima nel modo che usavano i Greci. Con le medesime lettere diedero il nome di Abu-Hafs (Omar-ibn-Scio'aib) conquistator di Creta. Si vegga il Lib. I, cap. VI, vol. I, p. 162. Il Rampoldi, che non badava a queste minuzie, trascrisse Abu-Kaab, e così l'han ripetuto il Martorana e il Wenrich.
[917.] Cedreno, tomo II, p. 513, 514.
[918.] Ducange, Glossario greco, alla voce Μαγίστερ, e Gloss. Lat., 2e ediz. alle voci Magister militum e Magister officiorum.
[919.] Ducange, op. cit., Magister militum.
[920.] Per esempio, il titolo di patrizio fu dato il 788 ad Arigiso principe di Benevento; il 916, al duca di Napoli e al principe di Salerno; il 999, a Giovanni figliuolo e socio in oficio di Pietro Orseolo doge di Venezia.
[921.] Si confrontino le due narrazioni arabica e greca, la prima delle quali si legge in Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowaîri e Ibn-Khaldûn e l'altra in Cedreno, ll. cc. Il fatto è senza ombra di dubbio lo stesso, poichè Cedreno dice che restando vincitore Apolofar, l'altro fratello chiamò in aiuto l'emir degli emiri d'Affrica, stipolando di dargli parte dell'isola.
[922.] Cedreno, tomo II, p 503, 516, 517, nell'anno 6545 (1º sett. 1036 a 31 agosto 1037), il quale dice i 15,000 prigioni romani, ossia bizantini. O si dee togliere un zero, o supporli vassalli cristiani da Sicilia.
[923.] Si confrontino Cedreno, e gli annalisti arabi, ll. cc.
[924.] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Nowairi, e Ibn-Khaldûn, e il cenno d'Hagi-Khalfa, anno 427, ch'è mal reso nella versione del Carli, p. 70. Ibn-Khaldûn, op. c., p. 180, della versione francese, guasta fatti e date, aggiugne nomi e cambia cifre. Un errore, com'io lo credo, del MS. di Parigi ha portato poi M. Des Vergers a tradurre: “et citèrent en leur présence l'émir El-Akhal, qui fut décapité par leur ordre;” in vece di: “ed assediarono il loro emiro Akbal, il quale poi fu ucciso.” La Vita di San Filareto, dianzi citata, della quale abbiam la sola versione latina, dice che Michele Paflagone mandò l'esercito da Sicilia “tum ab ejus provinciæ Toparca, tum a Siculis nonnullis sæpe rogatus;” e porta il fatto come gli Arabi: “Interim vero Barbarorum tyrannus, eo qui in Sicilia dominabatur per dolum sublato, bona illius omnia depredatus et in regnum quod ille administrabat invadens, nemine omnino obsistente, Panormi totiusque Siciliæ potitur;” e poi narra l'impresa di Maniace. La voce Toparca, come ognun vede, è generica e bene appropriata secondo il linguaggio greco a designare un principe di picciolo stato.
[925.] Nilo Monaco, Vita di San Filareto il giovane, presso Gaetani, Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 114. Il biografo intese i fatti da San Filareto che in questo tempo avea 17 o 18 anni e morì di 50. La quale testimonianza non ebbe sotto gli occhi il Martorana nè il Wenrich; e toglie ogni dubbio sul sincronismo delle due serie di fatti riferite l'una dagli Arabi e l'altra da Cedreno. Notai sopra come fossero certe d'altronde le date della prima chiamata dei due stranieri cioè Bizantini e Zîriti. Adesso aggiungo che va cancellata, come raddoppiamento di racconto, la chiamata dei Bizantini per Simsâm-ed-Dawla e la seconda degli Zîriti per Abu-Kaab; e che l'emirato di Simsâm va messo, non prima, ma dopo la guerra di Maniace. Il Martorana fu tratto in errore un po' da Rampoldi; e il Wenrich al tutto da Martorana. Rampoldi, anni 1035 e 1036, avea mescolato e alterato come in sogno d'infermo i racconti di Nowairi e di Cedreno e aggiuntivi fatti di capo suo.
[926.] Cedreno, tomo II, p. 494, 500, 504, seg., 512, 514.
[927.] Gli Annales Barenses, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 54, anno 1041, dicono di schiere russe tornate in Puglia dalla impresa di Sicilia.
[928.] I Varangi, famosi pretoriani della corte bizantina dal X secolo in poi, erano venturieri di schiatta scandinava che capitavano a Costantinopoli per la via di Russia. La venuta loro a questa impresa si ricava da altre autorità che quella citata nella nota precedente, la quale accenna forse ad ausiliari sudditi dei principi russi. Su i Varangi si vegga Gibbon, Decline and Fall, cap. LV, con le aggiunte del Milman, ed una nota di Samuele Laing, nella versione dell'Heimskringla di Snorro Sturleson, tomo III, p. 4. Il nome, derivato dalle voci scandinave Wehr, vaer, o Ware, è tradotto dal Laing “the defenders.”
[929.] Si confrontino Amato, L'Ystoire de li Normant, lib. II, cap. VIII, p. 38, Malaterra; lib. I, cap. VII; Guglielmo di Puglia, lib. I, Plebs Lombardorum Gallis admixta quibusdam ec.; Cronica di Roberto Guiscardo presso il Caruso, Bibliotheca Sicula, p. 830, presso il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, e nella versione francese, lib. I, cap. IV, p. 266, del volume stesso di Amato. Il Cedreno, tomo II, p. 545, dice circa 500 i Normanni e lor condottiero Ardoino. Secondo Amato, e Leone d'Ostia, eran 300, capitanati da Guglielmo di Hauteville. All'incontro Guglielmo di Puglia, come s'è veduto, attesta che ve ne fosse picciol numero nella compagnia, e mi pare il più verosimile.
[930.] Σφόνδιλος, il verticillum dei Latini.
[931.] Si confrontino: Lupo Protospatario presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 58, anno 1038; Cedreno, tomo II, p. 520, anno 6546, VIª indizione (1037-38), Cronica di Roberto Guiscardo, ll. cc.; Nilo Monaco, Vita di San Filareto, presso il Gaetani, Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 115, e presso i Bollandisti, 6 aprile, p. 608.
[932.] Si confrontino: Amato, Malaterra, e Cronica di Roberto Guiscardo, i quali non sono d'accordo nei particolari. Il primo non dà nè anco il nome di Messina, ma dice solo: “et ont combatu à la cité et ont vainchut lo chastel de li Sarrazin;” ma per cité par voglia significare Siracusa. Malaterra non fa cenno della porta occupata. Cedreno non dice nè punto nè poco di questo combattimento.
[933.] Cedreno, tomo II, p. 520, il quale dà ai Cartaginesi 50,000 uomini e dice espressamente seguíta la battaglia κατὰ τὰ λεγόμενα ‘Ρήματα. Questo nome risponde al Rimetta, Rimecta etc. dei diplomi dell'XI e XII secolo e alla Rimète di cui parla l'Ystoire de li Normant, lib. V, cap. XX, nelle prime imprese del conte Ruggiero. Il sito e i ricordi delle guerre precedenti fanno comprendere che gli Affricani abbiano amato a decider la sorte delle armi a Rametta più tosto che a Messina. Si spiega con pari agevolezza il silenzio di Cedreno sul combattimento di Messina, e dei cronisti normanni su la battaglia di Rametta; poichè il primo scrivea delle giornate campali, senza particolareggiare le fazioni minori; e i secondi scriveano de' trofei di lor gente, senza curarsi del resto, o trascurandolo a bella posta. In ogni modo i due combattimenti son distinti.
[934.] Cedreno, l. c.
[935.] Debbo alla cortesia del signor F. P. Broch, erudito orientalista di Cristiania, la cognizione di questa impresa di Aroldo il Severo, e di quelle sorgenti che io ho potuto studiare, come tradotte in latino o in inglese. Il professore P. A. Munch, autore d'una Storia di Norvegia dettata nell'idioma nazionale, mi ha poi favorito qualche schiarimento per mezzo del signor Broch.
I fasti di Aroldo il Severo (Harald Haardraade) si leggono nella raccolta delle Saghe intitolata: Scripta Historica Islandorum, tomo VI, (Copenhagen, 1835, in 8º), p. 119 a 161, e nell'opera di Snorro Sturleson, autore islandese della fine del XII e principio del XIII secolo, intitolata: Heimskringla or Chronicle of the Kings of Norway, versione inglese di Samuele Laing, Londra 1844, in 8º, tomo III, pag. 1 a 16, saga IX, cap. I a XV. Aroldo, fratello uterino di Olaf il Santo re di Norvegia, combattè con valore, giovanetto di 15 anni, nella battaglia di Stiklestad (1030), ove il re fu morto ed egli gravemente ferito. Nascoso da fedeli partigiani, andò a corte di Iaroslaw 1º principe di Russia, dal quale umanamente accolto, militò con lode su i confini di Polonia. Chiesta in isposa Elisabetta figliuola del re, Iaroslaw gli fece intendere che forse gliela darebbe quand'avesse acquistato terreno e danaro. Aroldo pertanto andossene a cercar ventura con la spada. (Tuttociò sembra di buon conio. S'allega l'autorità d'Aroldo stesso e de' contemporanei; un dei quali dicea averlo visto giovanetto con un bel saio rosso, sembiante regio e marziale, volto pallido, folte sopracciglia, gesti un po' violenti ma rattenuti.)
Andò a combattere in Polonia, Germania, Francia e Italia; donde passò a Costantinopoli con una compagnia di ventura, sotto il mentito nome di Nordbrikt; perchè gli imperatori non volean tra i Varangi uomini di sangue reale. (Autorità vaghe o non citate. La peregrinazione da venturiere in Germania, Francia e Italia sembra favolosa.)
Regnavano a Costantinopoli Zoe e Michele Catalacto (volean dire Calafato e si dee correggere Paflagone, senza che vi sarebbe anacronismo), dai quali fu mandato a combattere nel mar di Grecia. (Forse il 1035 contro gli Affricani e Siciliani che infestavano l'Arcipelago; ma non si può affermare.)
Aroldo indi fu fatto capo dei Varangi (non generale in capo che s'intitolava Acolutho, ma della divisione mandata in Italia), e partì con Girgir (Giorgio Maniace) il quale girava le isole greche: e sovente combattè coi corsali. (Maniace non v'era per certo.) Sta per venire alle mani con Girgir perchè facendo alto l'esercito una notte, Aroldo si era attendato sur una collina evitando i luoghi bassi insalubri in quel paese, e Girgir volea mettersi nel medesimo sito. Finisce che si tira a sorte il luogo ed Aroldo per scaltrezza o frode resta dov'è. (Fatto verosimile, forse vero, incorniciato di favole.)
Aroldo guerreggiando insieme coi Greci non fa mai dar dentro i Varangi; ma quand'è solo, combatte disperatamente, e sempre riporta la vittoria. Girgir biasimato del non guadagnar mai nulla, scarica la colpa su i Varangi; alfine l'esercito si separa in due: Girgir coi Greci ed Aroldo coi Varangi e i Latini; questi riporta infinite vittorie, e quegli se ne torna scornato a Costantinopoli, abbandonato anche dai giovani greci che vogliono rimaner con Aroldo. (La prima parte si riscontra un po' con le memorie normanne. Le altre son favole intessute su la disgrazia di Maniace.)
Aroldo allora passa con l'armata in Affrica, detta la terra dei Saraceni; ove conquista ottanta città o castella; vince in campo il re d'Affrica; guerreggia parecchi anni; fa gran bottino d'oro, gioielli e altre cose preziose, e il manda in Russia, com'abbiam detto; poi assalta la costiera meridionale di Sicilia. (Citati varii squarci di poesie. La immaginaria impresa in Affrica è tolta dal combattere in Sicilia contro gli Affricani. Gli ottanta castelli son la più parte in aria; il re d'Affrica può dinotare Abd-Allah figliuolo di Moezz, alla battaglia di Traina.)
In una battaglia navale guadagnata da Aroldo sopra gli Affricani, i cadaveri degli uccisi son buttati su l'arena alle spiagge meridionali della Sicilia che son tinte di sangue. (Citata una poesia. Quest'episodio non si può affermare nè negare.)
Aroldo va con l'armata in Blaland (questo nome danno le saghe al paese dei Negri d'Affrica a mezzodì della Serkland, ossia Affrica Settentrionale), ove riporta altre vittorie e torna a Costantinopoli. Zoe gli domanda una ciocca di capelli, e che ricambio ei ne vuole si legga nella versione latina. Guarisce poi per miracolo una pazza; libera il paese vicino d'un gran dragone; va a combattere un'oste di Pagani ai confini dell'impero; vince con l'aiuto di Sant'Olaf che appare sopra un cavallo bianco; e per voto fabbrica una chiesa a Costantinopoli. (Non occorre notare che son tutte favole. Il caval bianco di Sant'Olaf, è lo stesso di Sant'Ignazio di Costantinopoli alla battaglia di Caltavuturo nell'882, Vol. I, p. 420, Lib. II, Cap. X, e di San Giorgio alla battaglia di Cerami nel 1063.)
Mandato su l'armata con Girgir a saccheggiare la Sicilia, prendevi quattro città. La prima, scavatavi sotto una mina, per la quale sbucò nel bel mezzo d'un palagio dove allegramente si banchettava. La seconda, molto più forte, non si potea avere per battaglia. Perciò Aroldo, visto che tanti stormi di uccelletti volassero dalla città al bosco vicino, fa impiastrar di bitume certi alberi, e presi gli uccelli lor fa attaccare addosso schegge di pino sparse di zolfo e cera, e messovi fuoco lascia gli innocenti animali; sì che tornandosi a lor nidi nei tetti di strame, appiccarono l'incendio per ogni luogo della città e la fu obbligata ad arrendersi. (Lo stesso tiro è attribuito nelle saghe alla granduchessa Olga, ai re di Danimarca Hadding e Fridleif ed a Gurmund pirata.) Un'altra città più grossa, lungamente assediata, cadde con questo stratagemma: che Aroldo s'infinse malato e poi morto, e volle farsi seppellire con sontuoso funerale in città; dove i frati fecero a gara per averlo ciascuno in sua chiesa. Armati di sotto e coperti di lunghe gramaglie egli e pochi Varangi recavan la bara; mettean mano alle spade quando furono in su la porta, ed aprivano il passo a tutto l'esercito. (Somigliante strattagemma è attribuito a Roberto Guiscardo in Calabria, a Frode I, re di Danimarca ed a molti altri condottieri.) Infine stringendo un castello inespugnabile, i Varangi fingono di avvicinarsi senz'arme e giocar tra loro per beffarsi del presidio; i soldati del presidio, per non parer da meno, fan lo stesso; e replicato lo scherzo parecchi dì, i Varangi una volta traggono lor coltellacci nascosi ed occupano al solito la porta, con aspro combattimento, nel quale Aroldo fece andare innanzi con la bandiera un Haldor che fu gravemente ferito e rinfacciò il re di codardia. (Questo pare men favoloso; oltre Haldor che tornò con una cicatrice alla guancia, v'è nominato un Ulf-Ospaksson etc.)
Dopo diciotto battaglie vinte in Sicilia, raccolto gran bottino, Aroldo e Girgir, che fa sempre la parte dell'Arlecchino in commedia, se ne tornano. Aroldo poi va a conquistare coi soli Varangi Gerusalemme, a bagnarsi nel Giordano; è imprigionato a Costantinopoli per dispetto amoroso di Zoe o gelosia del novello suo marito Costantino Monomaco; è liberato per virtù di Sant'Olaf, apparsogli in sogno; fuggendo rapisce e poi lascia una principessa greca, e dopo altre avventure, sposa la Elisabetta di Russia a Novogorod, si collega col re di Svezia per torre la corona di Norvegia a Magnus figliuol di Sant'Olaf, e alfine regna insieme col nipote (1047).
Or il finto conquisto di Terrasanta, la Sicilia non ricordata mai come paese musulmano, e tanti altri indizii, mostrano che la Eneide di Aroldo nel Mediterraneo fu inventata dopo le Crociate. Dunque non è nè anco contemporanea; nè possiam su la sua fede accettar quegli episodii che somiglian meno a menzogna: per esempio il combattimento navale su le costiere meridionali di Sicilia, e l'ultimo dei quattro stratagemmi narrati di sopra. Del resto, le due autorità c'ho citato non s'accordan tra loro nei particolari, e questi variano nelle altre saghe non tradotte, come ritraggo dal signor Broch.
Ho fatto parola delle monete musulmane trovate nel Baltico al par che molte dell'impero bizantino. Su la presunta origine di esse gli eruditi sono d'accordo. Si vegga la nota del signor Laing, op. cit., tomo III, p. 4.
[936.] Si confrontino: Malaterra, lib. I, cap. VII, e la Cronica di Roberto Guiscardo, testo e versione, ll. cc. La voce Archadius, data per nome proprio del condottiero, è titolo, come tutti sanno, di grado militare, Kâid, più tosto che di magistrato, Kâdhi.
[937.] Così Malaterra. Il monaco Nilo dice 100,000; Cedreno fa supporre molto più, portando a 50,000 il numero degli uccisi. Da un'altra mano l'Anonimo par non giunga al vero dando ai Musulmani soli 15,000 uomini.
Il nome della città non è dubbio: Traina in Malaterra e nell'Anonimo; Δραγῖναι in Cedreno. Il campo in pianura è ricordato altresì da Cedreno e dal monaco Nilo; se non che questo non dà il nome della città, leggendosi nella versione non longe ab urbe, sia che i copisti avessero saltato il nome, sia che San Filareto fosse di Traina stessa. La voce πόλις che dovea essere nel testo non si può intendere capitale, e però Palermo, contro le testimonianze di Cedreno e dei cronisti Normanni citati di sopra.
[938.] Nilo Monaco, l. c.
[939.] Cedreno non parla qui dell'assedio di Siracusa, anzi dice aver Maniace soggiogato tutta l'isola. La posizione dei Musulmani a Traina lo smentisce.
[940.] Il nome basta a provare che vi stanziò Maniace, e conferma che il campo di battaglia fosse stato nelle pianure tra quel luogo e Traina. La terra che s'addimandò Maniace è descritta da Edrisi, di cui si vegga il testo nella Biblioteca Arabo-Sicula, cap. VII, pag. 64, la versione francese del Joubert, tomo II, e il compendio presso il Di Gregorio, Rerum Arabicarum, pag. 123. Portava l'altro nome, al certo anteriore, di Ghirân-ed-dekîk ossia “Le grotte della Farina.” Al tempo di Fazzello ne avanzavan ruine e si chiamavano il Casalino; De Rebus Siculis, deca I, lib. X, cap. 1. Su l'abbadia che fu in parte distrutta dai tremuoti del 1693, si veggano, oltre il Fazzello, i diplomi del XII secolo presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 396, 456, 977, 1004. Si riscontri D'Amico, Lexicon Siciliæ Topograficum, tomo II, alla voce Maniacis.
[941.] Si confrontino: Cedreno, tomo II, p. 522, Vita di San Filareto, l. c.; Malaterra, lib. I, cap. 4; Cronica di Roberto Guiscardo, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, p. 832, lib. I, cap. V, p. 266, della versione francese. Questa Cronica dà molto diversa, e manifestamente imaginaria, la postura dei luoghi e le circostanze della battaglia. Al par che Malaterra la dice guadagnata dai soli Normanni. La data si scorge dall'ordine in che pone questo fatto il Cedreno nel 6548 (1039-1040) e dal ritorno del Catapano Doceano in Terraferma di novembre 1040.
Secondo il monaco Nilo, il tiranno de' Barbari (Abd-Allah), dopo la fuga a cavallo, se ne tornò in Africa su picciolo legno e ridusse a casa le reliquie dell'esercito. Cedreno narra che il capitano cartaginese fuggendo giunse alla spiaggia, donde, montato sur una barchetta riparò in Affrica; facendo mala guardia su la costiera l'ammiraglio bizantino, cui Maniace avea raccomandato d'impedir la fuga. Chi suppose così fatta precauzione di Maniace, ignorava al certo che Traina giace a più di trenta miglia dal mare e che sorgevi di mezzo l'altissima giogaia di Caronia. Da un'altra mano, gli annali arabi portano che Abd-Allah fu cacciato in Affrica per sollevazione dei Musulmani di Palermo, come si narrerà nel seguente Capitolo. Indi è chiaro che il biografo di San Filareto, e molto più la tradizione bizantina riferita dal Cedreno, confusero in un solo due fatti distinti, cioè la sconfitta di Traina che costrinse Abd-Allah a rifuggirsi in Palermo e il tumulto di Palermo che lo cacciò in Affrica.
[942.] Amato lo dice: “Arduyn servicial de Saint-Ambroise archevesque de Milan;” Leone d'Ostia “Arduinus quidam Lambardus (cioè della Lombardia d'oggidì) de famulis scilicet Sancti Ambrosii;” Malaterra “Arduinum quendam Italum;” Lupo Protospatario “Arduinus Lombardus;” Cedreno “Arduino.... signore independente di un certo paese (Ἀρδουῖνον.... χώρας τινὸς ἄρχοντα, καὶ ὑπὸ μηδενὸς ἀγόμενον).” In questo medesimo passo, tomo II, p. 345, Cedreno dice positivamente che la compagnia normanna era capitanata da Ardoino, talchè si riscontra con Guglielmo di Paglia, lib. I, Inter collectos erat Hardoinus etc. e col Chronicon Breve Northman., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 278, che dice assalita la Puglia il 1041 dai Normanni, duce Hardoino: Tutte le circostanze dei presente fatto e dell'ordinamento a Melfi, provan lo stesso. Amato, Malaterra e gli altri scrittori di parte normanna aman meglio a far capitano della compagnia Guglielmo Braccio di ferro, che nel 1038 conducea probabilmente uno squadrone e che arrivò al sommo grado nel 1043.
[943.] Amato, lib. II, cap. XVI e Leone d'Ostia, lib. II, cap. 66, quasi con le stesse parole di lui, scrivono che Ardoino, preposto dai Bizantini al governo di varie città di Puglia dopo la ingiuria ricevuta in Sicilia della quale si volea vendicare, accarezzasse e suscitasse occultamente i popoli alla rivoluzione. Il fatto si dee tener vero, ma si dee porre innanzi l'impresa di Sicilia; perchè è impossibile, con tutta la corruzione del governo bizantino, che fosse stato affidato quell'oficio ad Ardoino dopo la diserzione; e d'altronde non lascia luogo a tal fatto il breve tempo che corse tra la fuga della compagnia dall'esercito di Sicilia e la occupazione di Melfi. Amato, che ignorava le date e i particolari, cadde facilmente in quest'anacronismo. Ardoino sembra della nobiltà minore che si sollevò il 1035 contro l'arcivescovo di Milano e fu vinta. È verosimile parimenti ch'egli ed altri rifuggiti e stranieri avessero fatto una compagnia di ventura, e che innanzi il 1038, trovandosi ai soldi dei Bizantini, gli fosse stato affidato il comando militare di qualche città di Puglia.
[944.] Si confrontino: Malaterra, lib. I, cap. VIII; Amato, lib. II, cap. XIV a XVIII; Guglielmo di Puglia, lib. I, Cumque triumphato etc, Cronica di Roberto Guiscardo presso Caruso, Bibliotheca Sicula, p. 832, e nella versione francese, lib. I, cap. V; Leone d'Ostia, lib. II, cap. LXVII; Cedreno, tomo II, p. 545. Queste autorità differiscono molto nei particolari del torto fatto alla compagnia, ed altri ne dà la colpa a Maniace, altri a Michele Doceano, succedutogli nel comando in Italia. Ho seguito a preferenza il Malaterra, la cui narrazione è più verosimile e s'incatena meglio con gli altri fatti.
[945.] Cedreno che narra più distinto questo fatto, suppone fuggito il capitan musulmano a dirittura verso l'Affrica, e che Maniace si adirò tanto con l'ammiraglio perchè appunto gli avea commesso di guardar ben la costiera che nessuno campasse da quella via. La postura di Traina, la testimonianza del monaco Nilo e quella degli annalisti arabi che ho notato di sopra (pag. 388, nota 1), dimostrano che la colpa fu d'averlo lasciato imbarcare in qualche punto della costiera e navigare verso Palermo. Indi ho notato i due luoghi nei quali più probabil è ch'egli entrasse in nave. Evidentemente Cedreno e il monaco Nilo presero il principio e la fine della fuga d'Abd-Allah e trascurarono i fatti intermedii, che soli possono spiegare la collera di Maniace.
[946.] Cedreno, tomo II, p. 522, 523.
[947.] Fazzello, deca I, lib. IV, cap. I, afferma senz'altra prova, che Maniace edificò il castello, e aggiugne ch'ei fe' gittare in bronzo i due arieti i quali stettero in su la porta del castello fino al 1448, quando piacque ad un marchese di Geraci d'adornarne un suo palagio a Castelbuono. Confiscati per ribellione d'un altro marchese di Geraci, gli arieti vennero in Palermo; si tramutarono d'uno ad altro edifizio; e fino al 1848 si videro in una sala della reggia. Ma, presa questa dal popolo, un degli arieti si trovò spezzato, com'e' par da una palla di cannone; e il Comitato di governo collocò l'altro nel Museo dell'Università. La fattura mi sembra antica più tosto che bizantina.
[948.] Amato, lib. II, cap. IX; Leone d'Ostia, lib. II, cap. LXVI.
[949.] Cedreno, tomo II, p. 523.
[950.] Secondo gli Annali di Bari, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 54, Doceano, reduce di Sicilia, entrò in Bari di novembre 1040. (Scritto 1041, perchè il nuovo anno si contava dal 1º settembre.)
[951.] Erroneamente si è inferita la occupazione di Palermo dal verso di Guglielmo di Puglia, lib. I, Premia militibus Regina solveret urbe. Il cronista vuol dire Reggio, non “la città regia.”
[952.] Annali di Bari, l. c.
[953.] Cedreno, tomo II, p. 523.
[954.] Si confrontino gli Annali di Bari, e Lupo Protospatario presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 54, 58, con Cedreno, tomo II, p. 525.
[955.] Κεκαμένος.
[956.] Cedreno, solo autore di questa tradizione, dice aggiunti rinforzi cartaginesi alla leva in massa di Sicilia e capitanata l'oste dall'emiro Apolofar. Mi sembrano sbagli di parole: che ignorando la morte di Akhal e sapendo lì l'emir di Sicilia, i Bizantini abbiano scritto il nome di Apolofar; vedendo i disertori berberi, li abbiano deffinito ausiliarii cartaginesi. Leggeransi nel cap. XII i fatti seguíti tra i Musulmani dal 1040 al 1042, pei quali credo si possa accettare dalla tradizione di Cedreno la qualità del capitano emir di Sicilia, mutare la persona e sopprimere la uccisione. Il Martorana, tomo I, p. 141, ben s'appose al nome di Simsâm; se non che lo fece andare in Egitto e tornare con rinforzi del califo fatemita, che sono sogni del Rampoldi, Annali Musulmani, 1040.
[957.] Cedreno scrive positivamente la Pentecoste; ma voltata qualche pagina (tomo II, p. 538), lo dimentica, narrando che Catacalone portò egli stesso a Costantinopoli il nunzio della vittoria di Messina, nell'atto che il popol s'era levato a romore contro il nuovo imperatore Michele Calafato. Or, secondo lo stesso Cedreno, la sedizione che tolse il trono al Calafato, cominciò il lunedì della seconda settimana dopo Pasqua del 1042, e però innanzi la Pentecoste. Della Pentecoste del 1041 non si può ragionare al certo, la quale cadde il 10 maggio, cioè quando non eran partite per anco di Sicilia le schiere dei Macedoni, Pauliciani e Calabresi. D'altronde l'annunzio della vittoria sarebbe stato un po' tardo. Perciò suppongo sbagliata la festa e che debba dir la domenica delle Palme o altra.
[958.] Cedreno, tomo II, p. 523, 524. Lascio da canto Apollofar, ucciso nella tenda in mezzo al vino; i soldati che non si reggeano in piè dall'ebrezza; le valli e i letti dei fiumi pieni di cadaveri; l'oro, argento, perle e altre gemme che si trovarono nel campo musulmano, divise a moggia (μεδίμνοις) tra i vincitori.
[959.] Cedreno, tomo II, p. 546, dice di cotesti aiuti degli Italiani della regione tra il Po e le Alpi.
[960.] Si confrontino: Cedreno, tomo II, p. 541, 547 a 549; Michele Attallota, Historia, pubblicata da M. Brunet-de-Presle, p. 11, 18, 19; Guglielmo di Puglia, lib. I, Interea magno Danaum etc., sino alla fine del libro; Annali di Bari e Lupo Protospatario, presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 54, 58, anni 1042, 1043; Chronicon Breve Northman., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 278, anni 1042, 1043. Cedreno dà ad intendere che Maniace ripigliò sopra i Normanni tutta l'Italia all'infuori di poche città, il che è falso.
[961.] Si vegga la nota 1 della pag. 387, nel capitolo precedente. I particolari della battaglia e del seguito che ebbe, portano a credere presente il narratore a Traina.
[962.] Nilo Monaco nella Vita di San Filareto, presso Gaetani, Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 115, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 609. San Filareto avea allora diciott'anni. Il tiranno era Abd-Allah figliuolo di Moezz.
[963.] Così la famiglia di San Filareto; la quale non si può supporre sola a prendere tal partito.
[964.] Mettendo da parte le memorie dei cospiratori cristiani di Messina, più probabili che autentiche, delle quali tratteremo nel seguente libro, si veggano pei Cristiani di Traina, Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e la Cronica di Roberto Guiscardo, presso Caruso, p. 838, e versione francese, lib. I, cap. XV; e per lo rimanente del Valdemone stesso, Amato, lib. V, cap. XXI e XXV, e Malaterra, lib. II, cap. XIV.
[965.] In un diploma di Tancredi conte di Siracusa, dato del 1104, si legge che il conte Ruggiero nell'istituire il vescovato di Siracusa (1093) gli aveva assoggettato tutto il clero greco e latino. Il primo non era venuto al certo coi Normanni. Il poeta siracusano Ibn-Hamdîs, ricordando le sue scappate giovanili, Biblioteca Arabo-Sicula, cap. LIX, § 1, p. 549, dice di un monistero di donne, ov'egli ed altri scapestrati andavano a bere il vino “color d'oro.”
[966.] Malaterra, lib. II, cap. XLV, dice dell'arcivescovo che si sforzava a mantener la fede in Palermo pria che v'entrassero i Normanni. Avea nome Nicodemo, secondo una bolla di Calisto II, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 53.
[967.] Si vegga il diploma del 1098 pel monastero di Santa Maria di Vicari, che citiamo nel capitolo seguente.
[968.] Malaterra, lib. II, c. XX, narra che gli abitatori fossero parte Cristiani e parte Musulmani.
[969.] Malaterra, lib. I, cap. XVII, narrando una scorreria del conte Ruggiero da Messina a Girgenti nota che gli si fecero incontro i Christiani provinciarum, che deve intendersi del Valdemone e Val di Mazara. Si vegga anche il cap. XIII di questo libro.
[970.] Si vegga il Cap. III del presente Libro, pag. 257, seg., del volume.
[971.] Si veggano i luoghi di Malaterra e d'Amato, testè citati. Le condizioni ritratte dal primo nel lib. I, cap. XIV, s'adattano appuntino agli dsimmi.
[972.] Si vegga il Libro V, ch'è il luogo proprio di trattarne, poichè le prove di coteste due condizioni compariscon dopo il conquisto normanno.
[973.] Libro II, cap. XI, pag. 484 del primo volume.
[974.] Malaterra, lib. I, cap. XIV, XVIII e XX, citati di sopra, parla di Cristiani di Valdemone, di Traina e delle province (tra Messina e Girgenti); e cap. XXIX, dei Greci di Traina che sembran parte della popolazione cristiana di quella città. Il Di Gregorio, Considerazioni sopra la Storia di Sicilia, lib. I, cap. I, ritiene la stessa distinzione di schiatte e allega, note 2, 3, la stessa autorità. Aggiugne, nota 4, un esempio di Geraci tolto dal lib. II, cap. XXIV, di Malaterra; sul quale non voglio fare assegnamento, non essendo certo se si tratti di Geraci in Sicilia o della città dello stesso nome in Calabria.
[975.] Nilo Monaco, Vita di San Filareto, presso il Gaetani, Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, 6 aprile, p. 607.
[976.] Si vegga qui appresso la vita di San Vitale di Demona.
[977.] Non v'ha un sol rigo nè un sol nome latino tra i ricordi della dominazione normanna che possano riferirsi all'epoca precedente.
[978.] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 213, 214 di questo volume.
[979.] Si veggano nel cap. III del presente Libro i ragguagli cavati dalla Vita di San Niceforo vescovo di Mileto, e il cenno che do di questa agiografia alla fine dello stesso capitolo, p. 273 del volume.
[980.] Vita di San Vitale abate, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 86; e presso i Bollandisti, 9 marzo, p. 26.
[981.] Vita di San Luca di Demona, presso Gaetani, op. cit., p. 96; e presso i Bollandisti, 13 ottobre, p. 337.
[982.] Si vegga il testamento del Prete Scolaro del 1114 presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 1005. Costui lasciò al Monastero del Salvatore in Messina trecento codici greci e “bellissime immagini coperte d'oro.” Ma è da avvertire che avea fatto viaggi in Grecia e che solea comperare da mercatanti di quella nazione.
[983.] Malaterra, lib. II, cap. XIV. Si vegga anche Amato, lib. V, cap. XXI.
[984.] Si vegga il Lib. II, cap. XII, nel primo volume, p. 485 e 486, nota 2.
[985.] Alla fin del IX secolo sembrano anche vescovi in partibus, o fuggitivi, que' di Cefalù, Alesa, Messina e Catania, che si trovarono al Concilio di Costantinopoli (870). Non conto nel X secolo San Procopio vescovo di Taormina che incontrò il martirio nel 902. Non parlo del vescovo di Camerino nelle Marche (963-967) che altri suppose di Camerina in Sicilia. Leone vescovo di Catania è soscritto in una decretale del patriarca di Costantinopoli del 995, di cui il Pirro, Disquisitio de Patriarca Siciliæ, § VII, nº 5. Umberto monaco in Lorena, è sottoscritto col titolo di arcivescovo di Sicilia nel concilio romano del 1049; sul quale si vegga il Pirro, p. 51, e le autorità citate dal Martorana, Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani, tomo II, p. 217, note 133, 134.
[986.] Si vegga il Lib. III, cap. VIII, p. 172 di questo volume. Non facciamo parola del vescovo Ippolito, non sapendosene appunto il tempo.
[987.] Si veggano le autorità citate poc'anzi, p. 396, nota 5. I Normanni non fecero conto dell'arcivescovo greco più che d'un imam di moschea; e certo non gli dettero un titolo ch'ei non avesse. La corte di Roma non solo lo riconobbe a Nicodemo ed agli arcivescovi normanni, ma n'avea già investito a modo suo Umberto.
[988.] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 214 di questo volume.
[989.] San Luca di Demona e San Vitale di Castronovo, dei quali or or discorreremo le vite, presero entrambi l'abito monastico a San Filippo d'Argira; e morirono in Calabria, l'uno il 993, l'altro, come si suppone, il 994. Dall'agiografia di San Vitale si scorge che in gioventù egli con altri frati dal monastero di San Filippo andò a Roma, e che, tornando dopo due anni in Sicilia, visse da romito su l'Etna rimpetto l'antico suo chiostro. San Luca di Demona era uscito dallo stesso monastero il 959 o poco prima. Però la cagione della partenza di entrambi par lo sgombero del monastero, il quale risponderebbe a un di presso ai fatti del Valdemone che narrammo nel cap. III di questo Libro, p. 255, seg., del volume.
[990.] Questo mi sembra il valore del testo ἀδηλωθείσαν (μόνην), Diploma del 1098 pubblicato con versione italiana da Niccolò Buscemi, nel giornale ecclesiastico di Palermo che s'intitolava Biblioteca Sacra, tomo I, p. 212, seg. Il Martorana in una risposta al Buscemi, estratta dal Giornale di Scienze ec. per la Sicilia, p. 39, si sforzò invano a distruggere l'attestato che contien questo diploma. Il conte Ruggiero vi dice chiaramente avere confermato (ἐπέκυρω) le possessioni. Dunque il monastero esisteva, e non vivea di limosine avanti il conquisto normanno.
[991.] Non occorre citare tutti i diplomi normanni che lo attestano in varie guise. Fra gli altri uno del 1093 presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 1016, prova che restava in piè la chiesa soltanto nel monastero di San Michele Arcangelo in Traina.
[992.] Diploma del 1144 nel quale re Ruggiero accenna il decreto del padre, presso Pirro, Sicilia Sacra; p. 1021. Il Martorana nella risposta citata vuole inforsare l'attestato; ma non può cancellare quel tenebant et possidebant tempore impiorum Saracenorum, come tradusse il Lascari, e gli si può credere ancorchè non si conosca l'originale greco.
[993.] Testamento di Gregorio categumeno del monastero di San Filippo di Demona. Il testo greco con altri diplomi del monastero fu pubblicato dal Buscemi, op. cit., p. 381 a 388, e più correttamente dal Martorana, op. cit., p. 60 a 64 con novella versione italiana di monsignor Crispi, valente ellenista siciliano, morto non è guari.
[994.] Si ricordi il fatto del vescovo Leone nel 925.
[995.] Si vegga il cap. XI del Lib. III, e il cap. III del Lib. IV, p. 214 e 264 del presente volume.
[996.] Antica sede del vescovato di Tricarico.
[997.] Presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 86, e presso i Bollandisti, 9 marzo, p. 96. I soli dati cronologici, oltre l'anno della versione, sono la contemporaneità con San Luca di Demona, il titolo di Catapano di Calabria che occorre nel racconto, e il nome del monastero di Armento, il quale si sa fondato nella seconda metà del decimo secolo. La morte septimo idus martii feria sexta ha portato i Bollandisti a notare l'anno 994. Si vegga anche De Meo, Annali di Napoli, tomo VI, anno 994. I nomi dei luoghi in Calabria ove si dice soggiornato San Vitale in romitaggio dopo il ritorno dalla Sicilia, son Liporaco presso Cassano, Pietra di Roseto, Rappaco presso San Quirico, Misanelli, Armento, Sant'Adriano presso Basidia, una cella presso Turi, e infine Rapolla.
[998.] Otone I, come notaron bene il Gaetani e i Bollandisti. E però torna al 968 o 969 nelle scorrerie che abbiamo accennato al cap. VI del presente Libro, p. 311 del volume.
[999.] Vita di San Luca di Demona, versione dal testo greco che sembra perduto, presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 96, e presso i Bollandisti, 13 ottobre (tomo VI), p. 332. Questa seconda e recente edizione è illustrata di erudite annotazioni. Il sant'Elia di Reggio primo maestro di San Luca, fu, al dir dei Bollandisti, lo Speleote che dimorava a Melicocca presso Seminara, op. cit., p. 333, § V. Per error di stampa nel Gaetani è recata quest'agiografia il 13 settembre, quando vi si legge tertio idus octobris, l'anno dell'Incarnazione 993 e del mondo 6493 secondo l'èra alessandrina.
[1000.] Si vegga il capitolo precedente, p. 387.
[1001.] Si vegga il Lib. II, cap. XII, 517 del primo volume.
[1002.] L'agiografo sclama: Ov'era in quelle solitudini il soffice letto, la pulita stanza, il tappeto, le stuoje, i bagni, le brigate di amici, il pan fino, i pesci, l'olio, i condimenti, le frutte, il vino, la lettura del Vecchio e del Nuovo Testamento? Ma par ch'ei voglia accennare il contrasto con la vita di qualche prelato di Calabria, piuttosto che con quella di San Filareto stesso in gioventù.
[1003.] Vita di San Filareto, presso il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 112, seg.; e presso i Bollandisti 6 aprile (tomo I), p. 605, seg., versione d'un testo greco che sembra perduto.
[1004.] Si vegga il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 109, che se la bevve; e i Bollandisti, 17 luglio (tomo IV), p. 288.
[1005.] Presso il Gaetani, op. cit., tomo II, p. 107; e presso i Bollandisti, 24 febbraio (tomo III), p. 479: il primo dei quali lo fa morire il 1054; e i secondi il 1129. Figliuolo d'un conte calabrese che fu ucciso nelle scorrerie dei Musulmani di Sicilia, nacque in Palermo dalla madre condotta in schiavitù, e sposata da un Musulmano; andò in Calabria a battezzarsi e trovare i tesori nascosi del padre; si fece monaco sotto San Nilo (morto il 998), operò in vita molti miracoli, e morendo risanò d'un'ulcera Ruggiero Guiscardo nipote di Roberto, il quale diè in merito grandissimi beni al monastero. Questo Ruggiero Guiscardo, che la storia non conosce, questo sbalzo dalla fine del X alla fine dell'XI secolo, convengon bene alle avventure favolose che abbiamo appena accennate.
[1006.] La vita di San Simeone da Siracusa fu scritta per ordine dell'arcivescovo di Treveri da un Eberwin abate del monastero di San Martino, il quale avea praticato con Simeone nella torre e l'aveva assistito a morte. Si vegga presso il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 101; o meglio presso i Bollandisti, 1 giugno, p. 87, seg. Si riscontri la Cronica di Sigeberto, anno 1016, presso il Pertz, Scriptores, tomo VII, p. 555.
[1007.] Si cominci dai Cristiani che compiangeano i prigioni di Siracusa (878) nelle strade di Palermo, Lib. II, cap. IX, p. 408 del primo volume; si scenda via via nel X secolo ai patti di Hasan in Reggio, alla guerra di Taormina e Rametta, al segretario cristiano d'Abu-l-Kâsim, Lib. IV, cap. II, III, VI, p. 247, 257 e 320 di questo volume; e si arrivi nel presente capitolo ai fatti dell'XI secolo, e si vedrà durar sempre il cristianesimo.
Di questa opinione sono stati quasi tutti gli scrittori delle cose ecclesiastiche di Sicilia, come si può vedere del Mongitore, Opuscoli d'Autori Siciliani, tomo VII, p. 119, seg. Il Di Gregorio tenne la stessa sentenza, Considerazioni su la storia di Sicilia, lib. I, cap. I.
La sentenza contraria è stata di recente sostenuta dal Martorana, Notizie Storiche dei Saraceni Siciliani, tomo II, p. 43 a 75; al quale rispose il sacerdote Niccolò Buscemi, Biblioteca Sacra per la Sicilia, (Palermo 1832), vol. I, p. 195 seg., 373 seg., ed egli replicò in varii articoli del Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia del 1834, raccolti poi in un volumetto, p. 17 seg., 133 seg. Io ho citato di sopra alcuni documenti allegati dall'uno e dall'altro, e, com'è naturale, ho tenuto presenti le ragioni pro e contra, ma non posso qui esaminarle partitamente.
[1008.] Nel Mo'gem-el-Boldân di Jakût, Biblioteca arabo-sicula, testo, p. 117.
[1009.] Presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 617, nella notizia della Chiesa siracusana. Il comento si trova non solo nei fatti che abbiamo esposto, ma anche in un diploma di re Ruggiero dato il 6642 (1134), il quale attesta la sollecitudine del padre a liberare dagli Agareni la Sicilia e i suoi abitatori cristiani; presso Pirro, p. 975.
[1010.] Questo supposto è del Martorana, Notizie storiche, tomo II, p. 68 a 73; il quale non so se vi sia stato condotto dal Rampoldi che sognò una tregua di tre anni tra i Musulmani e i Bizantini di Sicilia, dopo la partenza di Maniace. Si vegga la risposta del Martorana, p. 16, nota. Il Martorana cadde in errore, credendo che l'appellazione di Greci, sì frequente in Sicilia nello XI e XII secolo, non dinotasse i Siciliani di linguaggio greco, ma necessariamente si dovesse riferire a gente venuta di fresco dalle province bizantine.
[1011.] Si vegga il Lib. II, cap. XII, p. 476 seg. del primo volume.
[1012.] Questa cronica in forma di lettera di Fra Corrado, priore del convento domenicano di Santa Caterina in Palermo, ha una data che risponde al 1290. Si vegga presso Caruso, Bibliotheca Historica regni Siciliæ, tomo I, p. 47, questo cattivo compendio di fatti dal 1027 al 1282, del quale non conosciam tutte le sorgenti ed alcuna si potrebbe supporre versione inesattissima dall'arabico. Oltre gli errori madornali su i fatti e i nomi, vi si nota l'anacronismo d'un secolo nella scorreria dello spagnuolo Meimûn-ibn-Ghania in Sicilia, ch'è messa il 1027 in vece del XII secolo. In ogni modo, ancorchè la storia sembri più tosto alterata da errori di compilazione o di copia che falsata a disegno, non si può fare alcuno assegnamento su l'attestato di Fra Corrado.
[1013.] Girio.
[1014.] La versione latina di questo diploma fa pubblicata dal Di Giovanni, Codex Siciliæ diplomaticus, nº CCXCVIII, p. 347; il testo greco dal Morso, Palermo antico, p. 321, e dal Garofalo, nel Tabularium... capellæ collegiatæ.... in regio panormitano palatio, p. 1, seg.; e tutti han creduto si trattasse d'una confraternita in Palermo; massime il Morso, il quale vi fabbricò sopra la strana conghiettura da noi accennata nel cap. V del III Libro, p. 298 di questo vol. in nota.
Ma quella preghiera pel patriarca e per gli imperatori (βασιλεῶν) mal conveniva ad un corpo morale esistente in Palermo nell'XI e XII secolo. Il Martorana, Notizie ec., tomo II, p. 219, pensò doversi riferire la fondazione ai Greci bizantini ch'ei suppone occupatori di Palermo nella guerra di Maniace; e mise anco in forse l'autenticità del diploma. Il Mortillaro in un'aspra critica contro Garofalo, Opere, tomo II, p. 67, seg., rincalzò cotesto sospetto.
A me non par luogo di credere apocrifa la pergamena; ma tengo certo che la confraternita delle Naupactitesse non sia stata mai in Palermo. Dapprima i nomi dei confratelli sottoscritti, greci la più parte, mi avean fatto pensare ad alcuna delle città ed isole di Grecia assalite dai Normanni di Sicilia; ma consultatone M. Hase, ha notato che tra que' nomi ve n'abbia di forma italiana, e che il nome di un Ruggiero Nanainà ci richiami alla Puglia. Però debbo all'autorità del maestro il pensiero che segno nel testo. Aggiungo che la voce imperatori, al plurale, fa credere rinnovati gli statuti mentre sedea più d'uno sul trono di Costantinopoli; e ciò, dopo il 1048 data del primo diploma, tornerebbe al regno di Costantino Duca (1060-67), il quale si associò i figliuoli, o di questi e della madre (1068); e sarebbe appunto prima della occupazione di Bari per Roberto Guiscardo.
[1015.] Ibn-el-Athîr dà i fatti in ordine cronologico infino agli armamenti dei Bizantini, il 416 (cap. IX di questo Libro a p. 365 del volume); e indi salta al 484 raccogliendo in un capitolo tutti gli avvenimenti dalla abdicazione di Iûsuf, il 388 (998), al compiuto conquisto dei Normanni (1091); nel quale capitolo la data e' particolari scarseggiano da Iûsuf alla occupazione di Moezz (1037), e mancano al tutto d'allora infino alla chiamata dei Normanni (1060). Or appunto alla fine del X secolo, cioè al tempo di Iûsuf, giugne la cronica d'Ibn-Rekîk (Introduzione, p. XXXVII del primo volume). Ibn-Rescîk supplì forse i primi quarant'anni dell'XI secolo, ibid. I cenni su la seconda metà sembrano cavati da Abu-Salt-I-Omeîa o da Ibn-Sceddâd (Introduzione, p. XXXVIII), i quali scrivendo nel XII secolo, quando era giù la dominazione musulmana di Sicilia, o non conobbero o non vollero raccontare tutti i particolari della caduta.
Questo concetto si conferma a legger Abulfeda, Nowairi e Ibn-Khaldûn, nei quali si vede manifestamente la stessa lacuna, ancorchè non abbian sempre copiato o compendiato Ibn-el-Athîr, ed abbiano avuto in originale alcune sorgenti. Abulfeda muta un po' la divisione della materia. D'un fiato ei dà nell'anno 336 tutta la storia degli emiri kelbiti di Sicilia, trascritta da un autore ch'è al certo Ibn-Sceddâd: capitolo aggiunto dopo la prima copia o edizione, poich'è scritto di mano d'Abulfeda stesso in margine del MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 750. Poi nel 484 fa un capitolo compendiato, com'ei pare, sopra Ibn-el-Athîr, dov'ei viene a ripetere alcuni fatti del capitolo del 336, non avendo badato a cancellarli quando aggiunse lo squarcio d'Ibn-Sceddâd. Nowairi e Ibn-Khaldûn, dividendo loro storie generali per dominazioni, non per anni, fanno capitoli apposta su le cose di Sicilia; ma vi allogano gli stessi fatti d'Ibn-el-Athîr, più o meno particolareggiati e sempre interrotti nel periodo che notammo. Tutti par abbiano ignorato le storie particolari della Sicilia scritte da Ibn-Kattâ' e da Abu-Ali-Hasan (Introduzione, p. XXXVII, nº I, V).
[1016.] Nel 1052. Si vegga Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 34, 35; e Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 81 verso, e 82 recto, che particolareggia molto più i fatti.
[1017.] Sapendosi di certo dagli autori cristiani che lo sconfitto a Traina fu Abd-Allah-ibn-Moezz, il tumulto che lo cacciò avvenne di necessità dopo la battaglia, non immediatamente dopo la uccisione di Akhal.
[1018.] Traduco quasi litteralmente da Ibn-el-Athîr dove si legge “Per dio la fine dell'opera vostra, ec.;” la qual voce fa supporre un recente e grave caso.
[1019.] Alcuni autori portan trecento; ma è differenza di copia, potendosi scambiare facilmente le due voci arabiche che significano quei due numeri. Qual dei due sia il vero nol so.
[1020.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, anno 484, MS. C, tomo V, fog. 109, recto, seg.; Abulfeda, Annales Moslemici, stesso anno, tomo III, p. 274, seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, op. cit., p. 23; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 181; Ibn-Abi-Dinâr, MS., fog. 37 verso, seg. Quest'ultimo è il solo che aggiunga il compimento ed-dawla al soprannome Simsâm e mi sembra però più corretto.
[1021.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, e Ibn-Khaldûn, ll. cc., i quali copiano con varianti unico testo. Nowairi, l. c., non dice degli uomini di vilissima condizione. E forse copiando come gli altri, saltò quelle parole perchè gli parvero contraddittorie al fatto trovato nel medesimo testo, o altrove, e dato da lui solo; cioè il governo degli Sceikhi in Palermo. Abulfeda, in fin del capitolo su i Kelbiti ch'ei trascrive da Ibn-Sceddâd, dice che s'impadronirono della Sicilia i Kharegi, ossia ribelli.
[1022.] Si riscontrino: Ibn-el-Athîr, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Nowairi, ll. cc. I primi tre aggiungon al novero dei regoli Ibn-Thimna; ma Nowairi, ch'è il più diligente di tutti in questo periodo, dice costui surto appresso: e ciò si accorda meglio con gli altri fatti.
Ibn-Menkût sembra di schiatta arabica. Questo nome che in un sol MS. di Nowairi si legge con la variante Metkût, non può essere diverso da quell'Ibn-Menkud da cui si addomandò un castello appunto in Val di Mazara, ricordato da Edrisi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 119 della versione latina. Nacque di certo della famiglia e probabilmente fu predecessore d'un Kâid Abu-Mohammed-Hasan-ibn-Omar-ibn-Menkûd, poeta siciliano ricordato da Imâd-ed-dîn nella Kharida, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 43 recto. Un Kaid Abd-Allah-ibn-Menkût, della stessa tribù e forse della stessa famiglia, si vede alla corte di Tamîm, principe zîrita di Mehdia, il 481 (1088-9) presso Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 106 verso, con la variante Menkûr nel Baiân, tomo I, p. 310 del testo arabico. E con le varianti Metkûd, Medkûr, si trova lo stesso nome in Affrica nel XIII secolo presso Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 103, 222. Le dette varianti son dei copisti, nè montano. Quella tra Menkût e Menkûd potrebbe venir dal suono similissimo che hanno quelle due lettere finali nella pronunzia degli Arabi. Infine è da avvertire che l'una e l'altra voce ha significato in arabico.
Quanto ad Ibn-Hawwâsci (le ultime tre lettere corrispondenti al ch francese e sh inglese), questo nome si legge anche Hawâs e Giawâs; e li credo errori di copie. Hawwâsci significherebbe “l'agitatore, il demagogo,” e ben converrebbe a quegli che Ibn-Thimna diceva appo i Normanni “servo suo rivoltato” (Leone d'Ostia, lib. III, cap. 45); un che esmut lo peuple et lo chacerent de la cite et se fist amiral (Amato, lib. V., cap. 8).
È da avvertire infine che in Ibn-Khaldûn leggiamo Abd-Allah-ibn-Hawwâsci signor di Mazara e Trapani, e non si vede il nome di Ali-ibn-Ni'ma, nè si parla di Castrogiovanni e Girgenti. Viene probabilmente da un rigo saltato nella copia in questo modo: “a Mazara e Trapani Abd-Allah-ibn-Menkût ed a Castrogiovanni Ali-ibn-Ni'ma detto Ibn-Hawwâsci ec.”
[1023.] All'assalto dei Normanni, il 1062, era venuto in soccorso di Messina il navilio palermitano. Diremo a suo luogo del navilio del principe di Sicilia che si trovò il 445 (1053-4) a Susa rivoltata contro gli Zîriti.
[1024.] Nei due MSS. di Nowairi si trova Kelâbi e Meklâbi, ma la giusta lezione data da Ibn-Khaldûn è Meklâti, che differisce dall'ultima pei punti diacritici d'una sola lettera, e dalla prima per questi e per un picciol nodo che segna la m, e che facilmente sfugge alla vista in una scrittura frettolosa. D'altronde Ibn, o Ben, Meklâti, risponde al Benneclerus di Malaterra (lib. II, cap, 2, 3), il quale scrisse probabilmente Benmecletus.
Nella Kharida d'Imâd-ed-din, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 36 verso, abbiamo tre lamentevoli versi del poeta siciliano, il Kâid Abu-l-Fotûh figliuolo del Kâid Bedîr (o Bodeir) Sened-ed-dawla, Ibn-Meklâti ciambellan del sultano. Trovandosi nel capitolo tolto da Ibn-Kattâ', erudito e filologo siciliano che morì nel principio del XII secolo, Bedîr o il figliuolo è probabilmente il signor di Catania. Il sultano del quale egli si intitolò Hâgib, (ciambellano) col soprannome di “Base dell'Impero,” pare Simsâm, che in sua misera condizione tenesse corte e desse titoli.
In ogni modo Meklâta era tribù berbera e forse ramo di Kotâma, come si legge in Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 172, 227, 294, e tomo II, p. 237.
[1025.] Nowairi, l. c. Gli altri tacciono questo fatto importante.
[1026.] Hagi-Khalfa, compilatore assai moderno, è il solo che porti questa data nel Takwim-et-Tewârîkh (Cronologia), edizione di Costantinopoli, p. 60. Pur si adatta benissimo in mezzo a quel tratto di venti anni che gli annalisti lasciano sì oscuro. S'aggiunga che Ibn-el-Athîr, Abulfeda e Nowairi, i quali non scrivono la data della elezione nè della deposizione di Simsâm, pongono appunto nel 444 (1052-53) il primo passaggio dei Normanni con Ibn-Thimna, che seguì nove anni dopo (1061). Sembra dunque che le croniche lette da loro abbiano confuso la caduta dei Kelbiti con la chiamata dei Normanni. Ibn-Khaldûn s'allontana da ogni probabilità, dando Simsâm cacciato di Palermo e poi ucciso il 431 (1039-40).
[1027.] Cosmografia di Kazwîni, intitolata Athâr-el-Bilâd, testo arabico, p. 383. Il compilatore che visse nel XIII secolo, dice avvenuto il caso dopo il 440 (15 giugno 1048 a 3 giugno 1049). Il cronista di cui trascrive le parole ma non dà il nome, fu al certo contemporaneo, perchè visse avanti l'occupazione normanna del 1091. Forse Abu-Ali-Hasan, autore d'una storia di Sicilia, citato altrove da Kazwini.
[1028.] Prima da Akhal; poi dalle due parti nella guerra civile e in ultimo da Abd-Allah-ibn-Moezz. Nol dicono gli annalisti, ma non cade in dubbio.
[1029.] Si vegga il cap. X di questo Libro, p. 393, 394.
[1030.] Litteralmente significa “Il figlio del Demagogo.” La citazione è a p. 420, nota 2.
[1031.] Si vegga il cap. XV del presente Libro.
[1032.] A Siracusa, come si scorge dalle poesie d'Ibn-Hamdîs.
[1033.] Si vegga la nota 2, p. 421.
[1034.] Si vegga il capitolo IX di questo Libro, p. 373 del volume.
[1035.] Si vegga il Lib. III, cap. VIII e X, p. 146 seg., e 248 seg., di questo volume.
[1036.] È da fare eccezione per poche città marittime come Mazara, Marsala, Trapani, le quali per la vicinanza con l'Affrica e l'antichità delle colonie, sopratutto Mazara, doveano serbare ordini e tendenze politiche analoghi a que' di Palermo. Il dritto non si trascurò di certo a Mazara, dove sorse il più celebre giureconsulto del tempo.
[1037.] Imâd-ed-dîn, nella Kharîda, MS. di Parigi, A. F., 1375, fog. 133 recto, lo pone tra i poeti egiziani, notando pure che si dovrebbe noverar tra quei di Sicilia. Il titolo che gli dà di Sâheb-Sikillia, mi porta alla conghiettura che annunzio nel testo. Pure si potrebbe supporre dimenticata qualche parola, dopo Sâheb, per esempio, Sciorta, nel qual caso sarebbe stato prefetto di polizia in Sicilia.
[1038.] Lo scoliasta è Ibn-Scebbât. Gli estratti di Bekri, sono pubblicati nella mia Biblioteca Arabo-Sicula, p. 209, seg., del testo, secondo un MS. di M. Alphonse Rousseau.
[1039.] Quest'opera di Iakût è la principale raccolta di notizie di geografia descrittiva che ci rimanga su i paesi musulmani del medio evo. Si veggano i ragguagli che ne dà M. Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduzione, p. CXXIX, seg. Ormai ve ne ha in Europa varii MSS., si che si può sperar quanto prima una buona edizione del Mo'gem. Ritraggo la data della pubblicazione dal MS. del British Museum, 16,649. Prolegomeni, fog. 3, recto.
Gli articoli su la Sicilia e sue città e terre, che io ho dato nella detta Biblioteca, p. 105 a 126 del testo, son tratti dai due soli MSS. di Oxford e British Museum. I nomi stessi leggonsi nel Compendio del Mo'gem intitolato Merasid-el-Ittilâ', pubblicato recentemente a Leyde dal professor Juynboll; ed io li ho posti nella Biblioteca, p. 127 a 132. Iakût non conobbe forse l'opera di Edrisi, e di certo non la usò trattando della Sicilia: la sola notizia che s'accordi un po' con Edrisi, è quella di Catania, di cui diremo più innanzi. Oltre i nominati nel testo, Iakût cita in due articoli Ibn-Herawi ed Abu-Hasan-Ali-Ibn-Badîs. Infine i versi ch'ei trascrive da una satira d'Ibn-Kalakis, venuto in Sicilia al tempo di Guglielmo il Buono; gli fornirono un sol nome geografico novello, cioè Oliveri; e nessuna notizia importante: D'Ibn-Kalâkis diremo nel Libro VI.
[1040.] Mo'gem nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 115.
[1041.] Ibidem: ecco il passo di Iakût: “Ho veduto scritto di propria mano d'Ibn-Kattâ' su la coperta del Târîkh-Sikillîa (Storia di Sicilia) queste parole: Trovo in alcuna copia della Sîrat-Sikillia la nota marginale che sono in quest'isola ventitrè città ec.” La voce sirat significa “Memoria, cronica,” ma non sappiamo se qui sia nome generico o titolo speciale del libro.
[1042.] Dhia' che vuol dir propriamente “podere demaniale” e in generale podere, possessione rurale. Come ogni podere avea i suoi proprii coloni o agricoltori, così il nome si estendeva agli abituri pochi o molti; e però il significato può variare da Masseria o villa infino a Villaggio.
[1043.] Questo fatto fu generale in Europa nel medio evo. Ma in Sicilia, tra istituzioni e configurazione del suolo, dura fin oggi. All'infuori di alcune regioni dove l'agricoltura è progredita per eccezione, gli abitatori battuti e impoveriti non hanno avuto alacrità che basti a scender dalle loro vette per avvicinarsi alle terre da coltivare e alle strade.
[1044.] Il numero dei comuni attuali è di 352, cominciando da Palermo e terminando a San Carlo che ha men di 300 anime. Secondo Abu-Ali, nell'XI secolo si contavano almeno 340 tra città e rôcche. Spiegherò nei VI libro la osservazione che qui accenno su la diminuzione dei villaggi.
[1045.] Ibn-Haukal, del quale copiò tanti squarci l'autore del Mo'gem, non dicea forse d'altra città che Palermo.
[1046.] Il Mo'gem e il Merâsid hanno Ads”n”t che si dovrebbe leggere Otranto. Ma anzichè supporre l'errore di trasferirsi quella città in Sicilia, parmi si debba mutare la t finale in w e leggere Adsernô.
[1047.] Il Mo'gem, citando Abu-Ali, dice che el-B”iâw era “città” importante anzi che no, sol promontorio occidentale, nel luogo “men coltivato e men ferace dell'isola.” Senza dubbio dunque Lilibeo, al quale già gli Arabi davano l'attuale forma di Boèo mutando in articolo arabico le prime due sillabe. Occorrendo intanto il nome di Marsa-Ali (Marsala) nei fatti storici del 1040, come dicemmo nel capitolo precedente, p. 420 di questa volume, è da supporre che quella città, nella prima metà del secolo avesse già doppio nome, il nuovo di Porto d'Ali e l'antico mutato in Boèo, ovvero che coesistessero le due terre, l'una crescente, e l'altra in decadenza.
[1048.] Così addimandasi tuttavia il monte che sovrasta ad Alcamo, nel quale il Fazzello, Deca I, lib. VII, cap. IV, afferma che sorgea l'antica Alcamo, tramutata nel sito attuale per comando di Federigo d'Aragona il 1332. Potrebbe darsi che Alcamo fosse stata sempre dove è oggi. Edrisi (1154) la chiama menzîl ossia stazione, e Ibn-Giobair (1184) beleda ossia terra: il che prova che non era fortezza nel XII secolo. Da un'altra mano il castello sul monte si chiama tuttavia Bonifato, e nel XII secolo era lì presso un villaggio dello stesso nome, con 600 salme di territorio, come si scorge da un diploma del 1182 presso Del Giudice, Descrizione del Tempio di Morreale, appendice, p. 14. Posto ciò, non abbiam ragione di supporre che Iakût dia, come due città, due nomi diversi della stessa. Rivedendo i diplomi citati dal Fazzello e dal D'Amico nel Dizionario topografico, ricercandone altri, ed esaminando con occhio d'archeologo i ruderi di Bonifato e le vecchie mura d'Alcamo attuale, si potrà sciogliere il nodo.
[1049.] Nel testo è K”r”b”na. Non dubito che sia da aggiugnere un punto alla b arabica, e leggere Karîna.
[1050.] Nel testo si legge in due articoli Katâna e Katânîa, date entrambe come città, ed è probabile che le due notizie vengano da fonti diverse.
[1051.] Manca in Edrisi; e i diplomi del XII secolo non ne parlan come di città esistente. Ragione di più per supporre che Iakût abbia preso questo nome da Abu-Ali o da Ibn-Kattâ'. Si vegga il Lib. II, cap. XII, p. 468, seg., del I volume.
[1052.] Il Mo'gem ha Giâlisuh; e un diploma arabo e latino del 1182 per la chiesa di Morreale, ha nell'arabico Giâlisû, e nel latino (al genitivo) Jalcii: che pare trascrizione di alcun dei chierici francesi che in quel tempo venivano a mettersi in prelatura in Palermo. Il vero nome sembra l'italiano “Gelso” che ritien tuttavia quel podere. Nel secolo XII si noverava tra i villaggi, come si vede dal detto diploma. Qual maraviglia dunque che nell'XI fosse stata, come dice Iakût, “città nello interno della Sicilia?” Il sito risponde a tramontana di Corleone.
[1053.] Nel X secolo era cittadella o città distinta da Palermo e contigua, come si vede da Ibn-Haukal, p. 296 del presente volume. Gli Arabi d'Affrica teneano città distinte Mehdia e Zawila, Kairewân e Mansuria, poco più o poco men distanti che Palermo e la Khalesa nel X secolo. La distinzione era ragionevole, sì per la importanza delle popolazioni, e sì per l'agevolezza di mantenersi in una città, quando l'altra fosse occupata dal nemico. Iakût avverte che ai tempi suoi, al dir d'un Abu-Hasan-ibn-Bâdis, la Khalesa era quartiere dentro la città di Palermo.
[1054.] Messina nello stesso articolo del Mo'gem è detta prima boleida e poi medina. Quest'ultimo in un libro attribuito falsamente a Tolomeo; il primo senza citazione. Se si riferisse ai tempi in cui Messina par mezzo abbandonata? Si vegga il Lib. II, cap. X, p. 427 del volume I.
[1055.] Mîlâs nel Mo'gem è data come villaggio; nel Merâsid come città. Vi si legge inoltre Milâs “forte rôcca su la spiaggia” che potrebbe essere l'attuale Mili nello Stretto di Messina, o piuttosto variante d'ortografia, come Katâna e Katânîa.
[1056.] In oggi è nome d'una tonnara nel golfo di Castellamare. La ricorda come terra abitata un diploma del 1098 presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 294: ed è detta villaggio in due del 1170 e 1251 che cita D'Amico, Dizionario topografico, agli articoli Cetaria e Scupellum. Cetaria, città antica secondo Tolomeo, forse detta così dalla pesca dei tonni che vi si facea come oggi. Scopello fu colonia di ghibellini lombardi rifuggiti in Sicilia, ai quali poi l'imperatore Federigo II concedette la città di Corleone.
[1057.] Per manifesto errore, Trapani è messa due volte con ortografia diversa, e la prima volta, con la forma Itrâbinisc è data come beleda (terra).
[1058.] Si noti il gran divario con la geografia di Edrisi, nella quale si dà il nome di città alle sole: Castrogiovanni, Catania, Girgenti, Marsala, Mazara, Messina, Noto, Palermo, Randazzo e Siracusa. Si vede bene che v'era passato per lo mezzo il conquisto normanno e la immigrazione italiana.
[1059.] Billanoba, patria del poeta siciliano Billanobi, sembra distrutta pria del conquisto normanno; non leggendosi nei tanti diplomi che abbiamo dal fine dell'XI secolo in qua. Billanobi fiorì alla metà di quel secolo, come innanzi diremo.
[1060.] Si vegga la nota 7 della pagina precedente.
[1061.] Giattîn fu patria, secondo Iakût, di un dotto musulmano. Un diploma arabo-latino del 1182 dà il nome in arabico Getîna e in latino Jatina.
[1062.] S”m”ntâr, patria d'un altro dotto, secondo Iakût. Samanteria era massa, ossia podere, della chiesa romana in Sicilia secondo un'epistola di San Gregorio, lib. VII, ep. 62, presso il Pirro, Sicilia Sacra, p. 32.
[1063.] Biblioteca Arabo-Sicula, p. 124 del testo e variante del MS. di Oxford nelle aggiunte, p. 41 della Introduzione. Iakût scrive Kerkûr, che ho corretto secondo Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione, tomo I, p. 274. Il testo del Mo'gem, dice: “Kerkûr una delle ville di Sfax in Sicilia.” Si potrebbe intendere villaggio popolato da uomini di Sfax o meglio correggere “delle ville di Sfax ed altra in Sicilia.”
[1064.] Oltre a ciò nell'articolo “Sardegna” Iakût aggiugne che secondo alcuni era anche nome di città in Sicilia; nota Saklab, quartiere di Palermo; e, con manifesto errore, pone Taranto in Sicilia.
[1065.] Io ho raccolto con pazienza i nomi dei villaggi nel dizionario topografico del D'Amico, nel Pirro, nella Sicilia nobile del Villabianca, nei diplomi delle chiese di Palermo e Morreale, in que' della Commenda della Magione, in que' dati dal Di Gregorio in appendice agli scrittori dell'epoca aragonese, e in altri pubblicati qua e là. Mi propongo di porli in appendice alla versione della Biblioteca Arabo-Sicula.
[1066.] Tali per esempio Godrano (ghidrân, palude), Baida (la Bianca), Abdelali (Abd-el-Ali nome proprio), Zyet (Zeid nome proprio), Chadra e Cadara (Khadra, la verde) ec.
[1067.] Si vegga il Lib. III, cap. I, p. 33, seg. di questo volume.
[1068.] “Fonte, grotta, capo, posata, stazione, rôcca, torre.” La voce rahl entra in cento sette nomi topografici di Sicilia. La voce kala, o kala't, in venti; la voce menzîl in diciotto.
[1069.] Tra i nomi delle 24 città riferiti di sopra v'ha di origine arabica le sole Alcamo, Khalesa, Marsala e Sciacca.
[1070.] Per esempio Wadi-Musa (il fiume di Mosè) il Simeto; Dittaino (Wadi-t-tîn il fiume fangoso) il Chrysas degli antichi; Marsa-s-scegira (Porto dell'albero) la Punta di Circia presso il Pachino; Rasigelbi (Ras-el-kelb o ghelb, la Punta del Cane) presso Cefalù; Oiûn-Abbâs (le fonti d'Abbâs) le Tre Fontane presso Selinunte; Ras-el-Belât (il capo degli archi o del lastricato) il capo Granitola ec.
[1071.] Questa è, secondo gli ultimi dati geografici, 4025 miglia quadrate di Sicilia per le province di Palermo, Trapani, Girgenti e Caltanissetta, che rispondono a un di presso al Val di Mazara; 2220 per quelle di Catania e Noto, che rispondono quasi al Val di Noto; e 1180 per la provincia di Messina, che torna all'antico Val Demone. Il quale dopo il XIII secolo fu ingrandito a mezzodì infino a Catania ed a ponente oltre Cefalù. La proporzione dunque della superficie dei tre valli è di 0,52, 0,31 e 0,17; e i 328 luoghi arabici vi stanno alla ragione di 0,64, 0,30 e 0,06. La popolazione attuale (1853) è distribuita così:
| Val di Mazara | Palermo. | 541,326 | |
| Girgenti. | 250,795 | ||
| Trapani. | 202,279 | ||
| Caltanissetta. | 185,531 | ||
| 1,179,931 | |||
| Val di Noto. | Catania. | 411,822 | |
| Noto. | 254,593 | ||
| 666,415 | |||
| Val Demone. | Messina. | 384,664 | |
| Totale. | 2,231,020 | ||
Donde la proporzione della popolazione in oggi torna a 0,52, 0,30 e 0,18.
[1072.] Si vegga il cap. XI, del lib. III, e i cap. III e XI di questo Libro, p. 213, seg., 258 e 398, seg., del volume.
[1073.] Da Ibn-Scebbât, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 211, 212 del testo.
[1074.] Mo'gem, nella Biblioteca Arabo Sicula, aggiunte al testo, p. 40 della Introduzione. Quest'Ibn-Herawi, pare lo stesso che Ali-ibn-Abi-Bekr da Mosûl detto Herawi come oriundo di Herat: il quale fu in Sicilia dopo il 1175. Iakût dà come dubbia questa tradizione dei sepolcri dei Tabi', ossia Musulmani della generazione dopo Maometto.
[1075.] Da Iakût, Mo'gem e Merâzid, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 123 e 131. La notizia precedente è data con la lezione di Katânîa e la presente di Katâna, delle quali d'altronde il compilatore riconosce l'identità. Ei non dice da chi abbia cavato questa seconda notizia; non copiata al certo da Edrisi. Questo autore nota il doppio nome di Città dell'Elefante, che venia dal simulacro di pietra “messo anticamente in un eccelso edifizio, e adesso trasportato dentro la città nella chiesa dei Monaci” (benedettini). Edrisi in vece delle chiese lastricate di marmo, dice delle giami' e moschee, del fiume intermittente (l'Amenano), del porto frequentato, e di altri particolari ignoti a Iakût. Su l'elefante di lava si vegga il Lib. I, cap. IX, p. 219 del 1 volume.
[1076.] Mo'gem e Merâsid, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 111, e 128 del testo.
[1077.] Mo'gem, op. cit., p. 116, 123 e 130. Qui Iakût non cita Abu-Ali, ma par che tolga le notizie da lui. Aggiugne che la giusta ortografia fosse Kasr-ianih e che il secondo fosse nome rûmi (latino o greco) d'un uomo. Già era avvenuta la trasformazione di cui dissi Lib. II, pag. 280 del 1º vol.
[1078.] Si vegga Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduzione, p. CXXXII.
[1079.] Mo'gem nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 112, 117, e 126 del testo. Le longitudini, sembrano prese dalla “cupola d'Arîn” al modo di alcuni antichi geografi arabi, su la quale si confrontino Reinaud, op. cit., p. CXL, seg.; e Sédillot, Mémoire sur les systèmes géographiques des Grecs et des Arabes, Paris 1842, in 4º.
Il falso Tolomeo dà a Palermo 40° di longitudine e 35° di latitudine, oroscopo la Vergine e casa di regno a dieci gradi dell'Ariete ec.; a Messina, 39° longitudine, 38° 40′ latitudine, oroscopo il Sagittario, casa della vita a 9° 27′ di quel segno; a Siracusa, 39° 18′ longitudine, 39° latitudine, oroscopo la Zampa del Lione, casa della vita a 13° del Cancro, casa del regno ad altrettanti dell'Ariete ec.
Gli errori degli Arabi su la posizione geografica di Palermo giunsero fino ai tempi d'Abulfeda, come si vede nella costui Géographie, versione di M. Reinaud, tomo II, p. 273, seg., dove la longitudine è notata 35° dall'isola del Ferro; e la latitudine, 36° 10′ ovvero 36° 30′. Nondimeno Abu-Hasan-Ali, astronomo di Marocco, segnava più correttamente latitudine 37° 30′, e più scorrettamente longitudine 45° 20′; presso Sédillot, Instruments astronomique des Arabes tomo II, p. 204.
Per comprendere od po' il gergo del Kitâb-el-Melhema, dirò, a chi non sta saputo in astrologia, che la posizione si determinava su i segni del zodiaco. Quello che spunta all'orizzonte in faccia al luogo n'è l'oroscopo principale, il tâli' come dicono gli Arabi. Le “case” della vita del regno e degli altri destini, rispondono ai punti dell'ecclittica divisa in dodici parti uguali facendo capo dal tâli', in un MS. d'astrologia intitolato Kitab-en-Nogiûm, Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 1146, fog. 13 recto, la casa della vita è appunto all'oroscopo, e quella del regno al quarto scompartimento a sinistra; il che non risponde al sistema del falso Tolomeo. Anche le denominazioni son alquanto diverse; e il campo al sistemi era libero in vero agli astrologi.
[1080.] Trecento miglia.
[1081.] Marûg-ed-Dseheb e Tenbîh nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 1, 2. Masudi alle altre favole aggiugne che perì nell'Etna Porfirio, autor dell'Isagoge.
[1082.] Il testo ha Arzen che i dizionarii arabi definiscono vagamente albero di legno durissimo da far bastoni, ma è precisamente il cedro. Non si noverano tra gli altri alberi le querce.
[1083.] Questo personaggio par favoloso. Edrisi chiama Tûr il monte di Taormina, santuario famoso; e questo ricorda la falsa etimologia di πόλεν Ταύρου καὶ μενύας, su la quale facea sì gravoso scherzo l'arcivescovo Teofane Ceramèo.
[1084.] Kazwini, trascrivendo questo passo come nel Mo'gem, aggiugne la voce “sulfurei,” ch'è giudizio forse suo proprio e non d'Abu-Ali.
[1085.] È il plurale di khebeth, scoria. Questa voce, non è rimasa nel dialetto siciliano, nel quale la lava impietrata si chiama “sciara:” e parmi bella e buona la voce arabica scia'râ che significa propriamente “irsuta” e in sostantivo “luogo coperto di piante” e “bosco”.
[1086.] Presso il Mo'gem, p. 118, 119 della Biblioteca Arabo-Sicula, testo arabo. Il medesimo passo di Abu-Ali è trascritto da Kazwini, nell'Agiâib-el-Mekhlûkât, p. 166; e nello Athâr-el-Bilâd, p. 143, seg., dei testi pubblicati dal Wüstenfeld.
[1087.] Iakût e Kazwini pongono questo fatto in fin della citazione d'Abu-Ali, dopo le parole “e dicesi esser quivi (nell'Etna) miniere d'oro; ond'è che i Rûm lo chiamavano il monte dell'oro.” Quel “dicesi” potrebbe interrompere la citazione; il che gli Arabi dinotano ordinariamente con la voce “finisce” ma spesso la dimenticano.
[1088.] Vita di San Filareto presso il Gaetani, Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, pag. 607.
[1089.] Presso Ibn-Scebbât, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 210.
[1090.] Mo'gem, op. cit., p. 116. L'autore non cita in questo luogo. Si vegga anche Kazwini, 'Agiâib, p. 166, seg., e nell'Athâr, p. 143, seg.
[1091.] Abu-Hâmid si trovò in quell'anno a Bagdad. Si vegga Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, introduzione, p. CXII.
[1092.] Tohfet-el-Albâb di Gharnati, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 74, 75. Il passo del Corano a che allude l'autore è nel verso 22 della sura II.
[1093.] Kitâb-el-Asciârât di Herawi, ibid., e se ne vegga la versione inglese del professor Samuele Lee, in appendice allo Ibn-Batuta's Travels, Londra, 1829, in 4º, p. 6. Herawi venne in Sicilia dopo il 1173, e morì ad Aleppo il 1215. Si vegga Reinaud, Géographie d'Aboulfeda, Introduzione, p. CXXVII, seg.
[1094.] Si vegga in questo periodo la Storia critica delle eruzioni dell'Etna del canonico Giuseppe Alessi.
[1095.] Tenbîh, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 2.
[1096.] Il nome è guasto in tutti i MSS. La buona lezione mi sembra iascf (in francese yachf) variante di iascb che adopera Masûdi. Come ognun vede, l'una e l'altra è il latino jaspis, d'origine semitica, del quale i Francesi han fatto jaspe. Gli Arabi rendono indistintamente con una f o una b la p che manca in loro alfabeto. Ognun sa la copia, mole e qualità dei diaspri e soprattutto delle agate di Sicilia. Gli antichi favoleggiavano su le proprietà mediche dell'agata, più o meno, come Masûdi.
[1097.] Mo'gem nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 118.
[1098.] Si vegga a p. 439.
[1099.] Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 463.
[1100.] Mo'gem, op. cit., p. 116, 118. L'etimologia sembra piuttosto confusa col Πλοῦτος che ai tempi dei Pagani, come ai nostri, era il Dio dell'oro e dell'inferno.
[1101.] Mo'gem, op. cit., p. 116 e 118. Si ricordi anche la miniera di ferro presso Palermo, di cui Ibn-Haukal.
[1102.] Presso Gaetani, Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 607.
[1103.] Mo'gem, op. cit., p. 118.
[1104.] Ibn-Hamdîs in una poesia che ho pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 565, dice de' fuochi lanciati dall'armatetta siracusana in una impresa contro i Cristiani.
[1105.] Iakut non ne fa parola, nè Edrisi. Il primo che li accenni è Ibn-Scebbât, Biblioteca Arabo Sicula, testo, p. 210, negli estratti non già di Bekri, ma del continuatore per nome Ibn-Ghalanda.
[1106.] Mo'gem, op. cit., p. 115.
[1107.] I fiumi di Lentini, Ragusa e Mazara.
[1108.] I diplomi dell'XI e XII secolo dicono di foreste e boschi or distrutti, come la foresta del monte Linario presso Messina, il bosco Adrano tra Prizzi e Bivona ec. L'Etna perde molto dei suoi da un secolo in qua. Il Monte Pellegrino di Palermo fu terreno boschivo fino al XV secolo. Edrisi dice della Benît (Pineta) a ponente di Buccheri ec.
[1109.] Mo'gem, op. cit., p. 111.
[1110.] Vita di San Filareto, l. c.
[1111.] Squarcio dato da Ibn-Scebbât, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 210.
[1112.] Mo'gem, op. cit., p. 116.
[1113.] Si vegga il cap. V di questo Libro, p. 295 del volume, e un altro squarcio d'Ibn-Haukal trascritto nel Mo'gem, op. cit., p. 119, ove leggiamo “La più parte del terreno di Sicilia è da seminato.”
[1114.] Mo'gem, op. cit., p. 116. Il testo dice: “e la terra di Sicilia produce lo zafferano.” Tutto questo squarcio par si debba attribuire ad Abu-Ali.
[1115.] Mo'gem, op. cit., p. 110.
[1116.] Ibn-Haukal dice del cotone coltivato a Cartagine ed a Msila. Descrizione dell'Affrica, versione di M. De Slane, nel Journal Asiatique, serie III, tomo XIII.
[1117.] Si vegga sopra, cap. V del presente Libro, p. 299 a 307.
[1118.] Si vegga il Lib. I, cap. IX, p. 206 del volume I, nota 2; e il Lib. II, cap. X, p. 415 dello stesso volume. Per l'XI secolo l'attesta Bekri; pel XII i diplomi.
[1119.] Le poesie arabiche a lode del re Ruggiero, delle quali si tratterà a suo luogo, descrivono le piantagioni di agrumi nella villa regia di Favara o Maredolce presso Palermo. Un diploma del 1094 presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 770, dice di una Via de Arangeriis presso Patti.
Da un'altra mano si sa che varie sorta di melarance vennero dall'India in Siria ed Egitto dopo il principio del quarto secolo dell'egira e decimo dell'era cristiana. Veggasi una nota di M. de Sacy all'Abdallatif, Relation de l'Egypte, p. 117. Probabilmente la Sicilia, la Spagna, e con esse gli altri paesi in sul bacino occidentale del Mediterraneo ebbero gli aranci e i cedri in questo medesimo tempo dalla Siria e dall'Egitto.
[1120.] La canna da zucchero, secondo Ibn-Haukal, e però nel X secolo, si coltivava in Affrica (versione di M. De Slane, nel Journal Asiatique, III serie, tomo XIII); secondo Ibn-Awwâm, e però nell'XI, era notissima in Spagna; un diploma del 1176, parla di un molino da cannamele in Palermo; e però non è dubbio che cotesta industria risalisse in Sicilia all'XI o anche al X secolo.
[1121.] La piantagione di datteri a San Giovanni dei Leprosi fuori Palermo, posta accanto a un oliveto, è ricordata in un diploma del 1249 presso Mongitore, Sacræ domus Mansionis... Monumenta, cap. IV. Fu tagliata nel XIV secolo dall'esercito angioino che assediò Palermo.
[1122.] Edrisi dà il nome di Nahr-Tût “fiume Gelso” al fiume detto oggi Arena a mezzogiorno di Mazara, e dice dell'abbondanza della seta prodotta a San Marco in Val Demone.
[1123.] Si scorge da due diplomi del 1284, e dalla Cronica di D'Esclot, cap. CX, dei quali ho fatto cenno nella Guerra del Vespro Siciliano, edizione di Firenze, 1851, cap. X, p. 209.
[1124.] Mo'gem, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 116.
[1125.] Vita di San Filareto, presso Gaetani, Sanctorum Siculorum, tomo li, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 607.
[1126.] Mo'gem, l. c.
[1127.] Vita di San Filareto, l. c. La versione latina del Padre Fiorito ha: ad vehicula trahenda aptissimi; ma mancando il testo greco, non siam certi se si tratti di carri o di lettighe.
[1128.] Mo'gem, l. c.
[1129.] Mo'gem e Vita di San Filareto, ll. cc. Si ricordin anco i grandi armenti dell'emiro Iûsuf, cap. VIII del presente Libro, p. 354 del volume.
[1130.] Vita di San Filareto, l. c.
[1131.] Mo'gem e Vita di San Filareto, ll. cc.
[1132.] Vita di San Filareto, l. c.
[1133.] Mo'gem, op. cit., p. 116 a 118. In Sicilia le vipere e gli scorpioni sono assai più rari e men letali che in Affrica, Egitto ed Oriente.
[1134.] Libro de Agricultura, su autor.... ebn el Awam Sevillano, versione spagnuola di Banqueri, col testo arabico, Madrid, 1802, in folio, tomo II, p. 193 e 231. Si tratta d'una specie di popone, detta in arabico Nefâq, credo quel che in Sicilia si dicono meloni da tavola, ovvero i meloni d'inverno.
[1135.] “Nuara” (in arabico nowâr, secondo Ibn-'Awwâm, tomo II, p. 213) si addimanda l'aja di poponi, zucche, cocomeri; “vaitali” (ar. batîl) il rigagnolo dei giardini: “gebbia” (ar. giâbia), un gran serbatoio d'acqua per irrigare gli orti ec.
[1136.] La malvetta rosata, come la chiamiamo in Sicilia, è il Pelargonium radula roseum dei botanici.
[1137.] Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 296.
[1138.] Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 418.
[1139.] Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 104.
[1140.] Kitab-el-Felaha, d'Aba-abd-Allah-Mohammed-ibn-Hosein, citato da M. Cherbonneau in una Memoria su la Culture arabe au moyen-âge negli Annales de la Colonisation algérienne, giugno 1854.
[1141.] Diploma del 1140, pel quale si concedono alla Chiesa di Catania “duas terras ad bombacea” presso De Grossis, Decacordum, tomo I, p. 77. Edrisi nota che il cotone si coltivava in gran copia a Partinico.
[1142.] Ibn-Sa'id, Kitâb-el-Badi, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 137, e Mokhtaser Gighrafia, op. cit., p. 134, con la correzione a p. 43 dell'introduzione, ove si tratta di Pantellaria.
[1143.] Fazzello, Deca I, lib. I, cap. 1.
[1144.] Abu-Mehasin, Storia d'Egitto, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 660, fog. 103 recto, facendo parola di Rascida e Abda figliuole di Moezz, nate innanzi il 972 e morte sotto il regno di Hâkem (996-1021), dice aver la prima lasciato il valsente d'1,700,000 di dinâr, in drappi di varie sorte e profumi, e la seconda un moggio di smeraldi, tanti quintali d'argento ec., e trentamila scikke (o sciukke) siciliane. Questa voce significa taglio d'abito, nè sappiam se sia nome generico ovvero appellazione speciale di questo drappo. Se in quelle cifre si sente l'odor delle mille e una notte, il cronista ch'ebbe alle mani Abu-Mehasin, non inventò quella maniera di drappo. D'altronde abbiam fatto cenno del gran lusso degli Zirîti in Affrica: e le ricchezze dei despoti son talvolta di quelle verità verissime che han sembiante di favola.
[1145.] Si vegga il cap. XI del Lib. III, p. 230 di questo volume.
[1146.] Si chiama volgarmente Calatrasi. Tirazi vuol dire artefice del tirâz, ossia opificio regio delle vesti di seta ricamata. Si vegga su questo indizio di Kalat-et-Tirazi una nota nell'erudita opera di M. Francisque-Michel, Récherches sur les étoffes de soie au moyen âge, Paris, 1852, in 4º, tomo I, p. 77, al quale io ho dato questa notizia e in cambio ne toglierò cento, spigolate nelle antiche poesie francesi, che serviranno a illustrare questa industria siciliana nel XII e XIII secolo.
[1147.] Si vegga la p. 443.
[1148.] Bekri, Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 463.
[1149.] Op. cit., p. 480, 488.
[1150.] Si vegga il cap. II di questo Libro, p. 247, seg.
[1151.] Ho dato il testo di quel paragrafo nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 10.
[1152.] Edrisi, Géographie, versione di M. Jaubert, tomo II, pag. 266 e 69. In quest'ultimo luogo M. Jaubert non so perchè abbia preferito la variante Fîlâna.
[1153.] Keitûn nel dialetto, arabico di Siria ed Egitto, vuol dire, ripostiglio o magazzino. Viene dal greco Κοιτὼν che, dal significato primitivo di letto, passò a quelli di camera, albergo, e, presso i Greci del medio evo, guardaroba e stazione di navi: i quali si veggano nella nuova edizione del Thesaurus di Enrico Etienne.
[1154.] Si vegga il fine del presente capitolo.
[1155.] Presso Gaetani, Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, d'aprile, p, 607.
[1156.] Presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 842.
[1157.] Io pubblicai questa iscrizione nella Revue Archéologique di Parigi, del 1851, p. 669, seg. Alcuni eruditi palermitani vorrebbero mantenere alla Cuba un altro secolo o due d'antichità, supponendo l'iscrizione più moderna dell'edifizio. Ma non riflettono che la non è incisa in lapide, ma proprio scolpita in giro delle mura, senza vestigie di racconciamenti.
[1158.] Girault de Prangey, Essai sur l'architecture arabe, Paris 1841, tavola XIII, nº 3, 4.
[1159.] In una colonna della cattedrale di Palermo, presso il Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 137.
[1160.] In due iscrizioni sepolcrali presso Di Gregorio, op. cit., p. 146, 152.
[1161.] V'ha l'eccezione delle effigie d'uomini e animali in qualche monumento, come i lioni dell'Alhambra ec. Ma in Sicilia non se ne vede alcun esempio. I mosaici d'animali nella sala della Zisa in Palermo, appartengono ai tempi normanni.
[1162.] Si vegga il cap. V di questo Libro, p. 302, seg., del volume.
[1163.] Si vegga il cap. IV di questo Libro, p. 274.
[1164.] Il Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 188, ne diè un disegno preso ad occhio, come si usava al suo tempo, e ridotto, nel quale ei confessò non poter leggere che qualche sillaba; ed io stento anche a questo. Si vegga, del resto, la nota della pagina precedente. Il disegno di poche lettere che veggiamo nell'opera citata di Girault de Prangey, Essai ec., mostra la bellezza dei caratteri e la trascuranza di chi li avea ritratti prima. L'amico Saverio Cavallari che mi ragguagliò qualche anno addietro della distruzione dei caratteri, n'avea fatto altra volta un disegno che fin qui non ci è riuscito di trovare.
[1165.] Si ricordi che il miglior disegno è quel pubblicato dal Fazzello.
[1166.] Il conte Annibale Maffei vicerè di Sicilia li tolse di Palermo e recò a Verona. Scipione Maffei pubblicò le iscrizioni nel Museo Veronese, p. 187, e indi il Di Gregorio nel Rerum Arabicarum, p. 146 a 149. Alla interpretazione attesero G. S. Assemani e il Tychsen. Son le solite formole e brani del Corano, coi nomi proprii; l'uno dei quali mi par vada letto Ibrahim-ibn-Khelef-Dibâgi (in vece di Ibrahimi filii Holaf Aldinagi), morto il 464 (1072); e l'altro è Abd-el-Hamîd-ibn-Abd-er-Rahman-ibn-Scio'aïb, morto il 470 (1078). Secondo il Lobb-el-Lobâb di Soiuti, l'appellazione Dibagi, vuol dire “operaio di seterie,” ed era anche nome patronimico nella discendenza del califo Othoman-ibn-'Affân.
[1167.] Presso Di Gregorio, op. cit., p. 144 e 152, il quale tolse l'interpretazione da quelle pubblicate dall'abate De Longuerue e da Adriano Reland. La prima dà il nome dello sceikh e giurista sagacissimo Ahmed-ibn-Sa'd-ibn-Mâlek-(ibn-Abd?)el-'Azîz bisognoso (dell'aiuto) del Signore (non Gubernatoris jurisperiti sapientis Ahmedis filii Saad ben el Malak potentissimi qui pauperis instar est erga dominum suum), morto il 413, (1023); e la seconda di Mohammed-ibn-Abi-Se'âda (non filii ebn Saadh) morto il 444 (1052 non 471, ossia 1079). Le quali iscrizioni non ben disegnate nè ben trascritte in caratteri arabici, e però male interpretate, o furon tolte di Sicilia o Reggio, o provano il soggiorno e morte nei dintorni di Napoli di due Musulmani di Sicilia, Affrica o Spagna, che vi fossero andati, il primo forse per faccende pubbliche o rifuggito, e il secondo per mercatura.
[1168.] Presso di Gregorio, p. 164, 165, 166. I due primi non si possono interpretare senza più esatti disegni. Nell'ultimo, il secondo rigo, mal deciferato dal Di Gregorio, nè ben corretto da Fraehn, Antiquités Mohammed., tomo I, p. 15, va letto: (Iddio vivente) “stante” e poi la sentenza del Corano, sura XXXII, v. 21, (voi avete) “nell'inviato di Dio, un bel conforto. Questo è il sepolcro d'Abu-Bekr...”
[1169.] Presso Di Gregorio, p. 171, il quale sbagliò tutto, fuorchè una formola e la data. Va letta così: ... (Benedica) Iddio al profeta Maometto e sua schiatta..... (Chi spende il proprio avere in servigio) di Dio, fa come l'acino di frumento, dal quale germoglian sette spighe....... (Iddio prospera) cui vuole: immenso egli è e sapiente [sura II, verso 263]........ (sepolcro di)...... ibn-Hosein, Rebe'i (?), Fâresi.... morto.... l'anno 417 (1026).
[1170.] Presso il Di Gregorio, p. 141. La leggenda mal trascritta dal Di Gregorio è “Nè (spero) aiuto che in Dio,” sentenza tolta dal Corano, sura XI, verso 90.
[1171.] Pubblicata da Lanci, Trattato delle simboliche rappresentanze, tomo II, p. 25.
[1172.] Un lucido di questa iscrizione ch'era messa da architrave in una finestra, mi fu mandato il 1853 dai signori Agostino Gallo e Saverio Cavallari. Sendo inedita, mi par bene darne la versione: “In nome del Dio clemente e misericordioso; che Iddio benedica al profeta Mohammed e sua schiatta. “Ogni anima assaggerà la morte, nè avrete vostro guiderdone che il dì della Risurrezione. Chi sarà campato dal fuoco e introdotto nel Paradiso, sarà allor felice: perchè la vita di quaggiù non è altro che roba d'inganno.” [Sura III, v. 182.] Questo è il sepolcro di Oma-er-Rahman (cioè la serva di Dio) figliuola di Mohammed, figlio di Fâs; la quale morì il primo.....”
[1173.] Presso Di Gregorio, op. cit., p. 138 e 140.
[1174.] Op. cit., p. 141. Il Di Gregorio lesse male l'ultima frase, nè credo ben l'abbia corretta il Lanci, Trattato delle simboliche rappresentanze ec. Parigi, 1845, tomo II, p. 24, tavola XV. Parmi si debba leggere thikati Allah, “La mia fidanza (è) Dio.”
[1175.] Presso Di Gregorio, op. cit., p. 131. Non si può deciferare sul rame che ne pubblicò il Di Gregorio con la interpretazione di Tychsen. Ma di certo non v'ha una sillaba del verso 55 (si corregga 52) della sura VII, che credette leggervi il professore di Rostock.
[1176.] Mi fu mandata a Parigi il 1844 dal principe di Granatelli. Il lato leggibile è a dritta di cui guardi. Nei due primi righi son le formole; nel terzo, un frammento della sura XXXVIII, verso 67; nel quarto “.... sepolcro del cadi Kkidhr...;” il quinto e sesto non si scorgono bene; nel settimo “.... di Dio sopra di lui (morto) il venerdì cinque...;” nell'ultimo: “quattro e novanta e....” mancando il secolo che sarebbe il quarto o quinto della egira (1003, o 1100). A destra e sinistra corrono due righi perpendicolari a mo' di cornice, che non ho potuto leggere.
[1177.] Presso il Di Gregorio, op. cit., p. 154. La lezione e interpretazione di Tychsen, date dal Di Gregorio, difettano in molte parti, e sbagliano la data ch'è pur chiarissima. Ecco come leggo questa iscrizione, mettendo tra parentesi le parole da supplirsi, e indicando con punti le altre che mancano: “(In nome di Dio) clemente e misericordioso, (e benedica Iddio ec.) (Dì loro: Grave annunzio; e voi ne ri-)fuggite [sura XXXVIII, verso 67, 68]. Questo è il sepolcro dello sceikh........ il Kâid egregio Abu-Hasan-Ali figliuolo del....... il giusto, e benedetto il trapassato Abu-Fadhl........ (figlio del).... e benedetto il trapassato Abd-Allah, figlio di Moha(mmed).... (figlio del).... e benedetto il trapassato Ali, figlio di Tâher.... (che sia benigno) Iddio a lui. Il quale morì la notte del giovedì, cinque del mese........ (e fu sepolto?) il venerdì, l'anno trecento cinquantanove (969-70)... (morì attestando non esservi altro Dio) che Allah ed essere Maometto l'inviato di Dio.” L'errore che notai nel testo è di porre il nominativo Abu in luogo del genitivo abi nei due luoghi dove occorre.
[1178.] Si ricordi l'avvertenza fatta nella Introduzione, p. XVI e XXIV.
[1179.] Si vegga il Lib. I, cap. III, V e VI, ed il Lib. III, cap. I, p. 283, 284, 296, 297, 321 del volume I, p. 5, 6 di questo volume, e s'aggiungano le seguenti:
Oro, anno 268, (881-2) di grammi 1,05 nel Museo di Parigi. In fin della leggenda del rovescio parmi leggere la voce robâ'i. Si confronti con quella simile pubblicata da Castiglioni e notata da Mortillaro, Opere, tomo III, p. 352, nº IX.
Oro, anno 295, (907-8) di grammi 4,25 nel Museo di Parigi col nome del parricida Abu-Modhar-Ziadet-Allah.
In queste monete non si legge il nome di Sicilia, ma i dotti le credono siciliane dall'opera. Le altre monete aghlabite di Sicilia notansi dal Mortillaro, Opere, tomo III, p. 343, seg., nº I a XII.
[1180.] Si vegga il catalogo nelle opere di Mortillaro, tomo III, p. 357, seg., dal nº XIII all'LXXXIX. Quivi l'ultima con data dell'anno e del paese è del 439, (1047-8).
A queste 77 monete sono da aggiugnere le seguenti:
| Oro, | anno | 343 | (954-5) | di grammi | 1,05 | nel Museo di Parigi. |
| id. | ” | 344 | (955-6) | ” | 1,05 | ibid. |
| id. | ” | 1,05 | ibid. senza data, col nome del califo Moezz. | |||
| id. | ” | 1,05 | ||||
| id. | ” | 1,05 | ||||
| id. | ” | 396 | (1005-6) | indicata come quarto di dinâr da M. Soret, Lettre à S. E. etc. de Fraehn, Saint-Pétersbourg, 1851, p. 50 nº 121. | ||
| id. | ” | 414 | (1023-4, ovv. 424) | ” | 1,00 | nel Museo di Parigi. |
| id. | ” | 421 | (1030) | ” | 1,00 | ibid. |
| id. | ” | 422 | (1031) | ” | 1,00 | |
| id. | ” | 423 | (1031-2) | ” | 1,00 | |
| id. | Altre otto senza nome nè data | ” | 1,00 | ibid. | ||
| id. | ” | 422 | indicata come triens da M. Soret, p. 50, nº 122. | |||
| id. | ” | 437 | (1045-6) | id. p. 51, nº 124. | ||
| id. | ” | 445 | (1053-4) | id. p. 51, nº 125. | ||
[1181.] Il Mortillaro, vol. cit., p. 176, seg., 339, 340, citando il Tychsen ed altri, ha sostenuto quest'uso dei vetri improntati; e mi par s'apponga al vero. Ei nota, anche a ragione, la mancanza assoluta di monete arabiche di rame battute in Sicilia; alla quale non credo si possa opporre la moneta pubblicata dal principe di San Giorgio Spinelli, Monete cufiche dei principi longobardi ec., p. 31, nº CXXX. Prima, perchè non v'ha data di anno nè di luogo; e secondo, per essere molto dubbia la leggenda Emir-el-Mumenîn che l'autore credè scoprirvi. Resta a trovare il paese e l'età in che fu coniata questa e altre monete di rame, certamente musulmane, che il principe di San Giorgio dà nella tavola IV.
[1182.] Nei varii MSS. questa voce è scritta senza mozioni. È da leggere o la prima vocale, come in aggettivo numerale distributivo che nel nostro caso significa “di quei che vanno a quattro” (in un dinâr) proprio il latino quaterni. Ho fatto già parola di questa sorta di moneta siciliana, nel cap. VII del presente libro, p. 334 del volume. Le autorità sono, in ordine cronologico: 1º Ibn-Haukal, Geografia, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 11, secolo X; 2º Ibn-Khallikân nel luogo che cito al cap. VIII, p. 334, il qual autore trascrive le parole d'Ibn-Rescik, che visse nell'XI secolo, ma riferiva un fatto del X; 3º Ibn-Giobair, stessa citazione, XII secolo; 4º diploma arabico di Sicilia del 1190 presso Di Gregorio, De supputandis apud arabes temporibus, p. 40, 42.
Una trentina di dinâr d'oro, tra omeiadi e abbassidi, che ho pesati nel Museo di Parigi, sono per lo più di 4 grammi traboccanti. Dieci dinâr fatemiti d'Egitto mi han dato lo stesso risultamento: il migliore arriva a grammi 4,35, e il più scadente a grammi 3,45.
[1183.] Ne diremo più distesamente nel sesto Libro.
[1184.] Il singolare nei detti diplomi è tare.
[1185.] Regii Neapolitani Archivii Monumenta, Napoli, 1845, seg., in 4º. Il tari vi occorre per la prima volta in un diploma di Gaeta del 909, tomo I, parte I, p. 9, dove si vegga l'erudita nota degli editori. Poi negli atti privati stipolati a Napoli infino al mille, i prezzi son pagati per lo più in tari d'oro. Nel documento CCXL, anno 996, dato di Napoli, tomo II, p. 143, si legge “auri solidos XIII de tari ana quadtuor tari per unoquoque solidos,” la quale proporzione è replicata, con più o meno errori di grammatica, nei documenti CCXXXIII, anno 993, p. 129, e CCLV, anno 977, seg., 178. Si vegga anche il diploma del 1076 dell'Archivio della Cava, citato da M. Huillard-Breholles, nelle Recherches sur les Monuments et l'histoire des Normands etc. dans l'Italie Méridionale, publiées par les soins de M. le duc de Luynes, p. 166, dove si fa menzione di soldi d'oro, ciascun dei quali tornava a quattro tari di moneta d'Amalfi.
[1186.] Monete cufiche battute dai principi longobardi ec. interpretate.... dal principe di San Giorgio Domenico Spinelli. Nella prefazione dell'erudito signor Michele Tafuri, p. XXII, seg., si accenna la lega inferiore a quella di Sicilia; e in una nota, p. 227, la differenza dei caratteri. Le monete di cui trattiamo son le prime trenta della raccolta. Il peso varia da 18 a 23 acini di Napoli, cioè da 0,80 ad un grammo. Debbo aggiugnere che, accettando le conchiusioni generali dei dotti editori, non son d'accordo in tutti i particolari. Per esempio, varie leggende non mi sembrano ben trascritte; non tengo punto provata la cronologia che distribuisce coteste monete ai principi di Salerno; nè che tutte sieno state coniate in Salerno. Ve n'ha forse d'Amalfi; e forse è di Napoli il nº XXVII.
[1187.] Il dal arabico è suono partecipante della d e della t; e trascrivendolo in latino o greco, si rendea sempre con la t: per esempio da dâr-es-sen'a, “tarsianatus,” donde noi abbiam fatto “arzana' e arsenale.”
[1188.] Il dirhem, peso, parte aliquota dell'ukîa (uncia) e differente secondo i paesi, si adoperava esclusivamente per l'argento. Dal peso in argento nacque la denominazione di moneta ch'era usata fin dai tempi di Maometto; e rimase sola moneta nisâb, ossia legale, in che si ragionava la decima, il prezzo del sangue ec. Il dirhem, moneta effettiva, fu poi diverso.
Or il robâ'i tornava a tre dirhem nisâb, poichè il dinâr si ragionò dodici. Naturalmente gli Arabi di Sicilia, nel commercio, chiamavan quella moneta d'oro “un tre dirhem,” e nell'uso bastava dire trâhîm al plurale. Il vocabolo tari, introdotto in tal modo presso gl'Italiani di Napoli e poi presso i Normanni e Italiani di Sicilia, restò denominazione di moneta d'oro; mentre da un'altra mano i Normanni di Sicilia, usando il sistema degli Arabi, ebbero il dirhem moneta ed anche il dirhem, o tari, peso di argento. Indi la voce tari-peso o trappeso. Spariti con la dinastia normanna i tari d'oro, la voce tari restò come denominazione di peso e moneta d'argento. Gli eruditi del secolo passato arrivarono, dopo molti errori e ricerche, a distinguere i tari dei diplomi antichi da quei che aveano alle mani e che valeano quasi la quarta parte dei primi, cui chiamarono per questo tari d'oro. Il dotto Conte Castiglioni sbagliò, come parmi, negando cosiffatta etimologia della voce tari.
[1189.] Tarîkh-el-Hokemâ. Ho accennato nel Libro III, cap. V, p. 100 del volume, l'articolo sopra Empedocle. Il testo di tutti gli estratti di Zuzeni è ormai pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 613, seg. Nella biografia d'Archimede, si riferisce al gran Siracusano il disegno delle dighe e ponti che dettero abilità a coltivare gran tratto della valle del Nilo nelle inondazioni di che fecero cenno gli antichi (veggasi Harles, Bibliotheca Græca, tomo IV, p. 172); e gli si attribuiscono molte opere genuine o spurie, e tra le seconde, credo io, un “Discorso su gli orologi ad acqua con soneria” che Casiri erroneamente suppone significare il bindolo, (Bibliotheca Arabico-Hispana, tomo I, p. 383.) Di Corace si dà il noto aneddoto col discepolo non trascrivendo il nome, ma traducendolo Ghorâb (Corbo, Κόραξ), e aggiugnendo che egli fu greco dell'Isola di Sicilia. Archimede ed Empedocle si dicono greci senz'altro.
[1190.] Kitâb-el-Mewâ'iz, ediz. di Bulâk, tomo I, p, 127, e nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 669. Una versione di questo squarcio, per M. Caussin de Perceval si legge nelle Notices et Extraits des MSS., tomo VIII, p. 33, segg.
[1191.] Estratto della Dorra-Khalíra (Perla Egregia ec.) d'Ibn-Kattâ', inserito nella Kharîda d'Imâd-ed-dîn, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 596. I versi leggonsi nel MSS. della Kharîda, di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 43 verso, e del British-Museum, Rich. 7593, fog. 35 recto. Ecco i tre dell'elegia ch'io cito, scritta non sappiamo per quale personaggio.
“Alla morte (appartien) ciò che nasce, non alla vita: l'uomo non è che ostaggio di essa.
Diresti gli anni suoi (foglio) di cui si spieghi un lembo, finchè sopravvien la morte e sel ravvolge.
Chi impreca al tempo non l'intacca, no; ma quand'esso scocca (suo strale) non fallisce mai il colpo.”
[1192.] Ovvero Kerni. L'uno e l'altro è nome di tribù; e il secondo anche etnico, da un villaggio presso Bagdad.
[1193.] Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 395.
[1194.] Mo'gem, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 149. Questo passo serbatoci da Iakût, manca, come tanti altri, nei MSS. d'Ibn-Haukal che abbiamo in Europa. La carta di Istakhri lo conferma pienamente.
[1195.] Si vegga la tavola delle longitudini e latitudini pubblicata da Lelewel nell'Atlante della Géographie du moyen-âge, Bruxelles, 1850. Ibn-Iûnis, nella lista delle posizioni geografiche (p. 4) segna le seguenti:
| Sicilia (forse a Palermo) | long. | 39° | lat. | 39° |
| Tunis | 29° | 33° | ||
| Kairewân | 31° | 31° 40′ | ||
| Tripoli d'Affrica | 40° 40′ | 33° |
[1196.] Mo'gem, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 115 del testo dove si dà allo Stretto il nome di Faro.
[1197.] Op. cit., p. 114.
[1198.] Ibn-Haukal, op. cit., p. 119, il qual passo si trova soltanto nel Mo'gem. Ibn-Haukal non conoscea forse le carte greche rifatte dagli Arabi dopo Mamûn, poichè l'opera geografica ch'egli aumentò e corresse con le proprie osservazioni era quella d'Istakhri; della quale abbiamo il MS. pubblicato in fac-simile dal Dottor Moëller col titolo di Liber Climatum, Gothæ, 1839, in 4º. Quivi, a p. 39, si trova il disegno più primitivo che si possa immaginare del Mediterraneo: lo spaccato di un orciolo, nel quale il collo affigura lo stretto di Gibilterra e la pancia è piena di tre palle che rappresentano la Sicilia, Creta e Cipro. Il circolo della Sicilia s'avvicina alla curva che significa la costiera d'Affrica, ad un punto ove è scritto “Tabarca.” Questa figura ridotta alla metà, si ritrova anche nell'Atlante della Géographie au moyen-âge, del dotto Lelewel, tavola terza. Un'altra figura vieppiù strana, a p. 25 dell'edizione di Gotha, spinge la Sicilia a levante verso Tripoli.
[1199.] Journal Asiatique, IVe serie, tomo V (1845), p. 91, e Archivio Storico Italiano, App. XVI, p. 21.
[1200.] Squarcio riferito da Ibn-Scebbât, il cui testo si vegga nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 210.
[1201.] Mo'gem, op. cit., p. 114.
[1202.] Op. cit., p. 115. La merhela, “cavalcata” ossia quel tratto di strada che si percorre d'un fiato, è misura itineraria degli Arabi, un po' vaga, e diversa secondo i luoghi. Edrisi nella descrizione dell'isola, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 48 del testo, ragiona la merhela leggiera a diciotto miglia in circa. Così gli 11 rilievi da Messina a Trapani secondo il miglio di Sicilia del tempo di Edrisi che risponde al miglio romano e all'attuale di Sicilia, tornerebbero a 198 miglia. Ma ragionando la merhela a venti miglia, quella misura sarebbe quasi esatta, poichè gli itinerarii della posta di Sicilia del 1839, portavano 172 miglia a cavallo da Messina a Palermo per le Marine, e 68 da Palermo a Trapani per via rotabile, ch'è necessariamente più lunga. Secondo lo stesso Edrisi, la giornata di cammino, diversa dalla merhela, era da 24 a 36 miglia, e in media 30. Il miglio attuale di Sicilia risponde a 1487 metri; il romano si ragiona 1481 o 1475.
[1203.] Catalogo della Bodlejana, nº DLXIV (Marsh. 173), MS. del 1034 dell'egira (1624-5). La voce che traduco “Ausiliare” significa propriamente “Colui che rende prospero un successo.” La voce “acciacchi” è trascritta, non che tradotta. Il testo ha il plurale di Sciakwa, con l'articolo as-sciakwa, donde parmi derivato acciacco.
[1204.] Trascrivo anche questa voce. Takwîm, in arabo vuol dire designazione di prezzo, annotazione precisa e indi libretto di appunti. Questo MS. anche moderno, ma senza data, è segnato nella Biblioteca Parigina, Ancien Fonds, 1027. Di certo s'è perduto nella nuova legatura, una trentina d'anni fa, il titolo che si legge nel catalogo stampato e in un foglio di mano del maronita Ascari: “Takwîm al Adouiat al Mofredat.” Il nome dell'autore è scritto diverso da quello di Oxford: Ibrahim-ben-abi-Said-al-Magrebi-al-Olaij; ma forse portava Ibn-Ibrahim e Sikilli in vece di Olaij, come lesse Ascari.
Del rimanente non solo i due MSS. sono identici al modo di prima e seconda edizione corretta, ma la seconda edizione corse anche sotto il titolo di “Ausiliare pei medicamenti semplici,” poichè Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 182, nº 13, 145, dà appunto questo ad un'opera di cui ignorava l'autore, la quale comincia con le stesse parole del MS. di Parigi. Il principio dell'introduzione con le varianti dei due MSS. si legge nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 694, seg., del testo.
[1205.] Abbicci o meglio il greco α, β, γ, δ, che era l'ordine antico degli Arabi, e in fatti presero da quello le notazioni numerali in lettere.
[1206.] Ecco le rubriche delle colonne verticali nel MS. di Parigi. — 1. Nome del medicamento. — 2. Qualità (se vegetabile ec.). — 3. Specie diverse. — 4. Quale specie sia da scegliere. — 5. Natura (se caldo, freddo, secco ec.). — 6. Forza. — 7. Indicazione nelle malattie del capo. — 8. Id. degli organi respiratorii. — 9. Id. degli organi digestivi. — 10. Id. generali del corpo. — 11. Modo di adoperare il medicamento. — 12. Dosi. — 13. Effetti nocivi. — 14. Come ripararvi. — 15. Surrogati. — 16. Numero progressivo. — Le colonne 7, 8, 9, 10, sono molto più larghe che le altre. Nel MS. di Parigi le sedici colonne prendono ambe le facciate del libro aperto e v'ha cinque semplici, ossia cinque divisioni orizzontali, in ciascuna. Il MS., che finisce al fog. 122 recto, ha l'ultima pagina in bianco, sì che vi manca la conchiusione e forse alcuno degli ultimi articoli.
[1207.] Si vegga la bellissima edizione d'Avicenna fatta a Roma il 1593, coi caratteri Medicei, p. 124, segg. Avicenna dà 800 semplici, Abu-Sa'îd 545. Entrambi li pongono nell'ordine alfabetico dell'Abuged; ma l'ordine secondario in ciascuna lettera iniziale è diverso. Del resto Avicenna compose questo capitolo in tavole, come Abu-Sa'îd, ancorchè nella edizione romana, per guadagnare spazio, i cenni ch'erano in colonne sian messi in continuazione.
[1208.] MS. della Biblioteca pubblica di Leyde, dell'anno 899 dell'egira, (1493), nº 41, segnato nel Catalogo del 1716, nº 727, p. 440. Il titolo in arabico che leggiamo nel catalogo non si trova più nel MS. Io l'ho pubblicato con la introduzione e la tavola dei capitoli nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 697 del testo.
Ecco la tavola dei capitoli: 1. Medicamenti semplici giovevoli contro la cefalgia; 2.... contro le malattie degli occhi; 3.... degli orecchi; 4.... del naso; 5.... della bocca; 6.... della gola e del collo; 7.... del fegato e dello stomaco; 8.... degli intestini e purgativi; 9.... del sedere e tumori che vi nascono; 10.... delle reni; 11.... della vescica; 12.... degli organi maschili; 13.... della matrice; 14.... delle articolazioni; 15.... ferite; 16.... tumori e pustole (buthûr, donde i butteri del vaiolo); 17.... malattie polmonari; 18.... Febbri e mal'aria; 19.... Veleni e morsicature di animali; 20.... Sostanze proficue alla sanità generale della persona.
[1209.] Hagi-Khalfa, Dizionario Bibliografico, edizione di Flüegel, tomo V, p. 75, nº 10,057.
[1210.] Il mecenate ricordato da Hagi-Khalfa non si trova tra i principi d'Affrica nè di Spagna; ma quel soprannome e quel nome proprio, spesseggiavano nella dinastia hafsita di Tunis che surse in principio del XIII secolo. Si potrebbe dunque supporre uom di quella famiglia che non avesse regnato nè lasciato memoria di sè negli annali politici.
[1211.] Imâd-ed-dîn, Kharîda, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 589, del testo. Questa notizia trovandosi nell'Antologia d'Ibn-Kattâ', il poeta fu anteriore al principio del XII secolo.
[1212.] Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 674. Almanzor tenne l'oficio di primo ministro o piuttosto lo scettro della Spagna dal 976 al 1001.
[1213.] Ognun sa che molte consonanti non si distinguono altrimenti che pei punti messivi sopra o sotto; e che la scrittura monumentale chiamata Cufica non ha punti, il che la rende spesso sì incerta. Ma il carattere neskhi punteggiato si usò fin dal primo secolo dell'egira, com'or lo provano varii monumenti; nè par che negli esemplari del Corano sia caduto mai equivoco su le consonanti.
[1214.] Questi si accennano con vocali e anche consonanti. Ma molte consonanti prescritte dalle forme grammaticali non si notavano allora, come il provano gli antichi esemplari del Corano. Si veggano i lavori di M. De Sacy, Notices et Extraits des MSS., tomo VIII, p. 290 segg., 355 seg., e tomo IX, p. 76, seg. La lista delle lezioni arcaiche o erronee che voglian dirsi, delle copie primitive del Corano, è molto più lunga, come si vede nei frammenti su Pergamena che possiede la Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe.
[1215.] Si riscontrino: Imâd-ed-dîn, Kharîda, squarcio tolto da Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 598; Dsehebi, Anbâ-en-Nohâr, op. cit., p. 645, ed Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel, tomo II, p, 209, nº 2472, tomo VI, p. 36, nº 12,632, e p. 70, nº 12,752. Il nome è dato diversamente, ma si vede l'identità della persona.
Nella Kharîda troviamo dodici versi di questo autore. I primi quattro son cavati da una elegia d'ignoto argomento; se non che vi leggiamo:
“Ed entra (il nemico o l'esercito ec.) in un deserto che ha abitatori: entra come il mare; se non che gli manca l'onda amara.
“Vedresti lor lettighe da camelo piene di nemici che portan via la preda, navigar quasi galee su le teste degli abitatori.” MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 49, v. 7, e del British Museum, fog. 37, v. 7.
[1216.] “Le gitto uno sguardo furtivo, temendo per lei gli appuntatori e le spie.
“E vorrei lamentarmi seco di questo immenso affetto, ma non oso; tanto è il mio pudore!
“Quantunque ella sembri avara dell'amor suo, tutto io le dono il mio e la candida amistà.
“E nasconderolle, quand'anco ne dovessi morire, l'incendio di dolore che m'ha messo (in seno).” MSS. cit.
[1217.] “Non domandar agli uomini del secolo che operino secondo giustizia: da ciò li scusano i costumi del secolo e degli uomini.
“E se vuoi che duri l'amistà col tuo compagno, studiati a chiudere gli occhi su quel ch'ei fa.” MSS. cit.
[1218.] 'Irâb, è la dottrina delle mutazioni grammaticali dei vocaboli, astrazion fatta della sintassi che si chiama Nakw.
[1219.] Si confrontino: Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 673, 674; Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo I, p. 356, nº 926, e IV, p. 284, nº 8398; e Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld. Avvertasi che Ibn-Besckowâl, secondo il MS, della Société Asiatique di Parigi, il solo che io abbia potuto consultare, nol dice di Saragozza, ma soltanto spagnuolo; nè fa menzione dell'origine di Medina. Potrebbero esser dunque due Ismail-ibn-Khelef, l'uno spagnuolo e l'altro siciliano.
[1220.] Così la chiamano gli Europei. Si pronunzierebbe più correttamente Amr.
[1221.] Si confrontino: Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 647, e Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn, op. cit., p. 676. Ho corretto secondo Soiuti il nome che in Dsehebi si legge Omar-ibn-Ali ec. Argomento l'età da quella del suo maestro Ibh-Fehhâm, lodato di sopra, e del celebre tradizionista Silefi, morto il 1180, il quale al dir di Dsehebi conobbe Omar-ibn-Ali al Cairo Vecchio.
[1222.] Casiri, Bibliotheca Arabico-Hispana, tomo I, p. 501, trascritto dal Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 237. Ma Casiri non dà in arabico nè il nome dell'autore, nè il titolo del libro. Dice il primo oriundo siciliano e nato a Ceuta, avendo letto al certo Sikilli e Sibti; che potrebbe significare “Siciliano stanziato a Centa” o al rovescio. Duolmi che le difficoltà dell'Escuriale e le mie, mi abbian tolto di andare a studiar questo Manoscritto, come ho fatto di tutte le altre opere d'Arabi siciliani.
[1223.] Op. cit., p. 644.
[1224.] Imâd-ed-din, Kharîda, estratti dalla Dorra d'Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 597 e 592. Del primo abbiam due versi tolti da un'elegia ed un epigramma in altri due versi; del secondo due soli versi; ed altrettanti del terzo.
Ecco l'epigramma di 'Atîk, nella Kharîda, MS. di Parigi, fog. 46 verso, e del British Museum, f. 35 verso.
“Non temer (il soggiorno) di un poderetto presso picciol paese; chè là dove si respira, si mangerà.”
“Iddio scompartisce il nutrimento a tutte le creature, e il tribolarsene è da stolto.”
[1225.] Ibn-Besckowâl, op. cit. all'articolo: Khelef-ibn-Ibrahim-ibn-Khelef, soprannominato Ibn-Hassâr, il quale nacque il 427 e morì il 511 (1036-1117).
[1226.] Ancorchè le due sorgenti della sua biografia lo chiamino entrambe Sikilli, pure Imâd-ed-dîn lo mette tra i poeti dell'Africa propria, senza spiegare il perchè.
[1227.] Si riscontrino: Imâd-ed-dîn, Kharida, estratto della Dorra d'Ibn-Kattà', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 604 del testo, e Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, op. cit., p. 647. Il primo dà il nome di Mohammed Ibn-Abi-Bekr, il secondo di Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah; ma la supposta causa della morte, raccontata da entrambi con poco divario, non lascia dubbio su l'identità della persona. I versi, che son sette, si leggono nella Kharîda. Il misero pazzo dice che versava a un tempo lagrime e sangue; e finisce così:
“Oh! sventura, amici miei, fui ferito; e non v'accorgeste che mi fiedean le spade di due pupille.”
“Il fegato mi si è versato nel petto. E fino a quando vedrò alternar la mattina e la sera, cruciato sempre dall'amore?” MS. di Parigi, fog. 133 recto, e del British Museum, fog. 100 recto.
[1228.] Si vegga la pregevole monografia malekita di M. Vincent, intitolata Études sur la loi musulmane, Paris, 1842, in 8º.
[1229.] Mo'gem-el-Boldân nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 123, ed Aggiunte a p. 40 della Introduzione. Iakût, non so su qual fondamento, vuol che il nome “Calabria” si legga in arabico Killawria.
[1230.] Makrizi, Mokaffa', nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 663, il quale non porta data; ma ce l'additano i nomi di Gioneid e Nûri, ricordati da Giami nelle Vite dei Sufiti. Abu-l-Kasim-Gioneid da Bagdad, tenuto in suo tempo il primo veggente o visionario dell'Irâk, sagace al certo e sentenzioso, morì il 297, 298 o 299 (909-911); ed Abu-Hosein-Ahmed-ibn-Mohammed-Nûri, che si credea secondo solo a Gioneid, era trapassato pochi anni innanzi. Si vegga la biografia di Gioneid, tradotta dal persiano di Giami per M. De Sacy, Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 426 a 429 con le note corrispondenti.
[1231.] Par desso l'Abu-Bekr Sikilli che Giami pone in lista, op. cit. p. 409. D'altronde Makrizi nel cenno biografico non dimenticò l'appellazione di Sufita.
[1232.] Perchè Makrizi lo chiama Misri e Sikilli. Non è mica probabile ch'ei fosse nato in Egitto e venuto in Sicilia.
[1233.] Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 474, nº 9271.
[1234.] Ibn-Besckowâl, op. cit., al nome: Derrâg. L'età si scorge da quella d'un suo maestro in Spagna, per nome Abu-Gia'far-Ibn-'Awn-Allah, che andò in pellegrinaggio il 342 (953).
[1235.] Ibn-Besckowâl, op. cit. a questo nome. Un discepolo di Râik, per nome Sa'Id-ibn-Iûsuf da Calatayud, morì il 395 (1004).
[1236.] Imâd-ed-dîn, Kharîda, estratto dalla Dorra d'Ibn-Kattâ nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 595. Il titol di emiro si diè per cortesia a tutti i rampolli di famiglie principesche. Mi par bene tradurre tutti i versi che abbiamo di lui, alle allusioni dei quali non troviamo riscontro nelle croniche; ma vanno naturalmente tra l'abdicazione di Iusûf, 998, e la caduta della dinastia.
“Ella mi dicea: Ho visto uomini prodi, ma nessuna (spada) del Iemen agguagliò mai la tua.
“Uso tanto ai tumulti della plebe, che ormai ti credi invulnerabile a lor sassi.
“Ma fino a quando affronterai temerario i fati, offrirai il petto alle lance?
“Ed io le risposi: Di tutto ho sentito parlare fin qui, fuorchè d'un Kelbita vigliacco.”
E scrisse ad un suo cugino questo rimbrotto:
“Ti credei spada ch'io sguainassi contro il nemico, non che volgessila contro me medesimo.
“Mi affaticai ad innalzarti ed onorarti; ed eccomi alfine sgarato (chiuso) in un carcere, non lungi dalle tue stanze.”
[1237.] Homaidi, Geswat-el-Moktabis nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 578. L'autore, che nacque il 1029 e morì il 1097, trascrive due versi di Ahmed-ibn-Abi-Mokâ ch'eran passati per la bocca di Abbas-ibn-Amr nel seguente modo: 1 Abu-Mohammed-Ali; 2 il cadi Ibn-Soffâr; 3 Abbas-ibn-Amr; 4 Thâbit da Saragozza, ec. Però il soggiorno di quel Siciliano in Spagna par si debba riferire ai primi trent'anni del secolo.
[1238.] Ibn-Besckowâl, Silet, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 578. Le cagioni che lo avessero distolto dal tornare in Sicilia e dal rimanere in Granata, non son dette dal biografo ma supposte da me.
[1239.] Makrizi dà il nome d'Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Mosallim, (secondo, altri, aggiugne, Moslim) ibn-Mohammed, Koreiscita. Degli altri scrittori che facciano parola di lui, Hagi-Khalfa segue il nome dato da Ibn-Khallikân, Soiuti quel che ai trova in Makrizi, i rimanenti lo chiamano Mazari, o Abu-Abd-Allah-Mohammed-Mazari.
[1240.] Il testo d'Ibn-Khallikan dice “la memoria delle tradizioni e il Kelâm, sopra quelle.” Kelâm, come abbiam notato altrove, era la “scolastica” il metodo delle scuole teologiche. Però mi sono discostato dalla versione di M. De Slane “the Manner in which be lectured on that subject.”
[1241.] Qui anche mi è parso che la voce “dottrine” renda il testo fewâid, più precisamente che la versione litterale inglese “good passages.” Di quest'opera fan parola Ibn-Khallikân, e Makrizi; e la nota Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 545, nº 3908.
[1242.] Ibn-Khallikân e Makrizi, il quale la dice positivamente di subietto teologico.
[1243.] Makrizi.
[1244.] Iakût, nel Moseterik, edizione di Wüstenfeld all'articolo: “Mazara.”
[1245.] Appendice anonima ad Hagi-Khalfa, nella edizione di Flüegel, tomo VI, p. 650, nº 93.
[1246.] Adab, dicono gli Arabi in una parola. L'Encyclopédie des Gens du monde, sarebbe appo loro un'opera di Adab, la qual voce racchiude la buona educazione.
[1247.] Ibn-Khallikân lo dice Motefennin, ossia dotto in varii rami di sapere; il furioso teologo Ibn-Mo'allim, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 200, fog. 100 verso, aggiugne: “e primeggiò nella scienza del detto e dello speculato.”
[1248.] Kharesci, Comento al Compendio di Khalîl-ibn-Ishak, Ms. di Parigi, Sup. Ar. 405. foglio 5 verso. Debbo avvertire che simile notizia, con poco divario, mi è stata data dall'erudito e svegliato Soleiman-Kurdi da Tunis, che ho conosciuto a Parigi, il quale ricordava benissimo il fatto della sepoltura di Mazari a Monastir, cavato, credo io, da Ibn-Khallikân.
[1249.] Kharesci, l. c. Si vegga anche la versione del Khalîl, Précis de jurisprudence musulmane etc., traduit par M. Perron, tomo I, p. 5, e la nota del traduttore a pag. 511. Della Modawwana abbiam fatto cenno nel Libro III, capitolo XI, p. 222 di questo volume.
[1250.] Makrizi.
[1251.] Makrizi, il quale dà nomi d'un Ahmed-ibn-Ibrahim-Razi, maestro suo al Cairo vecchio, e di parecchi discepoli ch'ebbe Mazari ad Alessandria.
[1252.] Zerkescl, Storia degli Almohadi, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 522. Argomento la data del soggiorno a Mehdia da quella che si assegna al passaggio del giovane Ibn-Tûmert in detta città, cioè la fine del quinto secolo dell'egira. Si veggano Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 163, e il Kartâs, versione del professore Tornberg, intitolata Annales Regum Mauritaniæ, tomo II, p. 150. Ibn-Tûmert comparve più zelante asci'arita che il suo maestro Mazari; ma il maestro era dotto e galantuomo; il discepolo spezzava strumenti di musica, sgridava nobili donne per le strade, architettava miracoli; e suscitò nella schiatta berbera una delle più importanti rivoluzioni che mai vi fossero avvenute.
[1253.] Ibn-Khallikân dice che alcuni riferissero la morte di Mazari il 18 rebi' primo del 536, altri il lunedì 2 dello stesso mese. Questo giorno di settimana non va bene secondo i nostri calendarii. Nel conto civile, rebi' primo di quell'anno cominciò di sabato, e nel conto astronomico di venerdì; il che s'aggiunga alle tante prove che i Musulmani nel medio evo contavano i mesi non sul calendario, ma su le testimonianze legali di chi avesse vista primo la luna nuova.
Il Baiân, testo, tomo I, p. 322, dà la morte di Mazari il 536; Makrizi il 530, Kâresci, l. c., il 536.
[1254.] Villaggio ad otto miglia, O. S. O., da Tunis.
[1255.] Penisola alla estremità meridionale del Golfo di Hammamet, non lungi da Mehdia. Sapendosi che Mazari morì in Mehdia, e che il cimitero di questa città era in Monastir, non ho dubbio a leggere così in vece di Menasciin, che nella edizione dei Wüstenfeld si dà come luogo della sepoltura di questo insigne giurista.
[1256.] Si confrontino: Ibn-Khallikân, Biographical Dictionary, versione di M. De Slane, tomo III, p. 4, e testo, tomo I, p. 681, e nella edizione del Wüstenfeld, fascicolo VII, p. 12, biografia 628; Makrizi, Mokaffa', nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 667, 668; Soiuti nel cenno biografico di Abd-el-Kerîm-Iehia-ibn-Othman, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 676; Zerkesci, Hagi-Khalfa ed Ibn-Mo'allim, ll. cc. Il libro di quest'ultimo, venutomi alle mani dopo la pubblicazione della Biblioteca Arabo-Sicula, fu scritto tra il 701 e 708 dell'egira (1302-1308) a Damasco: una furibonda polemica asci'arita, nella quale son levati a cielo gli ortodossi e s'invoca la spada dei principi contro chi differisse d'un pelo dalla loro credenza. Il titolo dell'opera d'Ibn Mo'allim è Stella del ben diretto, e lapidazione del traviato.
Debbo avvertire in ultimo che si potrebbero supporre due scrittori contemporanei nati a Mazara entrambi e nominati Mohammed; cioè il figlio di Alì e li figlio di Mosellim; Makrizi non solamente dà al suo Mazari questo nome patronimico ma anche altro nome di tribù, e lo dice morto di scia'bân 530 (maggio 1136); le quali particolarità tutte differiscono da quelle che leggiamo in Ibn-Khallikân e negli altri autori citati. Makrizi avrebbe dunque confuso il Mazari tradizionista domiciliato in Alessandria con quello assai più rinomato che morì in Affrica.
[1257.] Zerkesci, l. c.
[1258.] Si vegga il cap. XI del Lib. III, p. 219, segg.
[1259.] Karesci, l. c., il quale aggiugne che secondo altri Ibn-Iûnis mori allo stesso giorno di rebi' secondo, cioè 20 giorni appresso.
Probabilmente è questi lo Sceikh Siciliano che veggiamo nell'antica compilazione malekita anonima, intitolata Sciarh-el-Ahkâm, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 480, fog. 85 verso; e il Siciliano citato da Agihûri nell'altro Commentario sopra Khalîl, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 397, vol. I, fog. 390 recto. Secondo una lista messa a capo delle glose di Ahmed Zurkani all'opera di Khalîl, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 402, fog. 1 recto, la citazione Sikilli indicava sempre Mohammed-ibn-Iûnis.
[1260.] Si vegga sopra la nota a pag. 478.
[1261.] Ibn-Besckowâl, op. cit., nell'articolo di Soleiman-ibn-Iehia. Costui, tornato a Cordova, vi professava dritto malekita nel 478 (1085). Credo Abd-el-Hakk discepolo d'Ibn-Iûnis, perchè lo Sciarh-el-Ahkâm, dà su l'autorità sua una sentenza d'Ibn-Iûnis, l. c.
[1262.] Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 479, nº 3785.
[1263.] Makkari, Analectes sur l'histoire ec. d'Espagne, testo arabico, tomo I, p. 917. I Detti arguti son tra le venti opere celebri che accennò in cinque versi il letterato spagnuolo Ibn-Giâbir, morto in Aleppo il 780 (1378), delle quali Makkari dà i titoli compiuti.
[1264.] Ibn-Besckowâl, op. cit. all'articolo: Thâbit, Sikilli.
[1265.] Makrizi, Mokaffa', nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 664. Rebe'i è nome etnico che si riferisce a famiglie di varii ceppi arabici: Nizâr, Azd, Temîm, Kelb, ec. V'ha nella raccolta del Di Gregorio, p. 171, la iscrizione sepolcrale d'un Rebe'i, morto il 1026.
[1266.] Ibn-Besckowâl, op. cit., al nome d'Ali-ibn-Othmân: Il titolo dell'opera è Loma'-fi-Asl-el-Fikh. Il nome etnico dell'autore forse va letto “Adserbi” e significherebbe “oriundo dell'Aderbaigiân.” Ali potrebbe per avventura essere il medesimo di cui rimanea nel Museo di Daniele l'iscrizione sepolcrale citata nella nota precedente; dove la voce Rebe'i è preceduta da altre che mancano, fuorchè la sillaba an, ch'è appunto la desinenza del nome patronimico Othmân. In tal supposto, l'andata in Spagna tornerebbe nei primi venticinque anni dell'XI secolo; nè parrebbe inverosimile che l'erudito mercatante fosse ito a morire a Napoli, o Salerno.
[1267.] Ibn-Besckowâi, op. cit., a questo nome. Il titolo dell'opera è Tebsira-fil-Fikh; la quale manca in Hagi-Khalfa, al par che la precedente.
[1268.] Makrizi, citato da Sacy, Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 196. Su l'officio di mohtesib, si vegga qui sopra la p. 8, Lib. III, cap. I.
[1269.] Kharîda, d'Imâd-ed-dîn, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 604. Un giorno il cadi entrando nella stanza del primo ministro Afdhal, vistogli dinanzi un calamaio d'avorio intarsiato di corallo, improvvisò:
“Per divina possanza si ammollì il ferro nelle mani di David, sì che il filò in maglie come gli piacque.
“Ed ecco arrendevole a te il corallo, pietra che l'è, forte e schiva al tratto.”
Un'altra volta, avendo fatto Afdhal condurre un canale infino al villaggio di Karâfa presso il Cairo, il cadi che possedea quivi una casa ed un orto, gli domandò l'acqua per la casa. Il fece in sette versi, nei quali descrivendo gli alberi intristiti del suo giardino, conchiude così:
“All'udire il lamento del bindoli (sul canale, gli alberi) dicono con favella d'afflitto innamorato:
“Veggo l'acqua ed ardo di sete, ma ahimè non ho modo di andarvi a bere.”
V'han di lui pochi altri versi erotici.
[1270.] Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 398, nº 8978. Ibn-Ge'd è chiamato sceikh, cioè dottore, e imâm, cioè principe, onoranza che già dai capi di scuola scendeva ai dotti di minor nota.
[1271.] Mo'gem nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 114.
[1272.] Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel, tomo VI, nº 13,437, p. 265.
[1273.] Si vegga il cap. XIII di questo Libro, p. 433, nota 6.
[1274.] Mogtehid, come si è detto altrove, significa “dottore che cava dall'analogia e dalla ragione novelli assiomi o corollarii dì giurisprudenza.”
[1275.] Così traduco rekâik, plurale di rekîka, litteralmente “sottilità.” Il significato tecnico è: “virtù di intelletto, di studio e di costumi che innalza l'uomo sì che s'avvicini alla divinità.”
[1276.] Citato da Iakût, nel Mo'gem, articolo Sementâr che si vegga nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 113, 114. Oltre Ibn-Kattâ', l'autore del Mo'gem si riferisce ad un Mohibb-ed-dîn-ibn-Niggiâr, che alla sua volta allegava Abn-Hasan da Gerusalemme.
[1277.] Mo'gem, l.c.
[1278.] “Discordie civili incalzanti; popolo dimentico (di sè stesso); secolo che infierisce sul genere umano:
“Quelle soggiornano in questo a lor agio; nè accennano d'andar via: coprono (il mondo) tutto d'iniquità e d'errore.
“O sconsigliato procacciator di male, seguace d'ogni colpa, che mi dirai tu?
“Hai venduto la tua casa dell'eternità a vilissimo prezzo, di ben mondano che svanirà quanto prima.”
Si vegga il testo di Oxford nella Bibl. Arabo-Sicula, p. 36 della Introd.
[1279.] Mo'gem, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 114.
[1280.] Il biografo scrive che costui ietekallam, cioè litteralmente “ragionava;” ma il significato proprio è “ragionava secondo la scuola teologica detta degli Arabi Kelâm, che torna quasi alla nostra teologia scolastica.” Si vegga Renan, Averroës et l'Averroïsme, p. 79-80.
[1281.] Homaidi aggiugne ch'ei “trattava anche le scienze” (olûm): si deve intendere dunque d'altre scienze che la teologia, e però legge, o matematiche o filosofia.
[1282.] Il breve cenno biografico di costui si legge nel Gedswet-el-Moktabis di Homaidi, MS. della Bodlejana, estratto, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 578. Ibn-Besckowâl, Ms. della Società Asiatica di Parigi; al nome di Alî-ibn-Hamza, copia il cenno di Homaîdi.
[1283.] Si vegga la bella prefazione di M. De Sacy agli estratti delle Vite de' Sufiti di Giâmi, dei quali diè il testo persiano e la traduzione francese, aggiungendovi il testo arabico e versione d'un capitolo dei Prolegomeni d'Ibn-Khaldûn, Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 287, segg.
Ibn-Khaldûn sembra molto proclive alla dottrina sufita, di che riferisce l'origine ai compagni di Maometto; e si sforza a spiegare l'estasi sufita con la doppia sorgente delle percezioni umane dalle sensazioni esteriori e da disposizioni interne che gli parea non dipendessero da quelle, come gioia, tristezza ec.
M. De Sacy nota la somiglianza con alcuna setta indiana, e la probabilità che i Musulmani avessero conosciuta questa in Persia, li primo che abbia preso nome di Sufita si crede un Abu-Hâscim, verso la metà del secondo secolo dell'egira ed ottavo dell'èra cristiana; ma la dottrina si sviluppò più tardi, l'ordine forse nel X secolo, e la vestizione della Khirka alla fine, com'ei pare, dell'XI. Argomento ciò dal trattato sufita di Sadr-ed-dîn-Kunewi, morto il 673 (1274), MS. di Parigi, Ancien Fonds, 426, poichè il mistico mantello era pervenuto a costui, per una seguenza di nove superiori, da un Mohammed Scîli, dal quale in su non si ricordava vestizione, ma soltanto “Sodalizio e insegnamento;” e questo risaliva ad Ali. Giâmi, che visse nel XV secolo, riferiva la vestizione ad Ali stesso: ed è naturale che con l'andar del tempo crescessero le imposture della setta.
[1284.] Si vegga la p. 480.
[1285.] Il titolo del Dalîl-el-Mokâsidin “Guida dei Cercatori” sa di sufismo; poichè “cercare”, nel gergo della setta, accennava alla perfezione spirituale, allo spirito divino che si dovea trovare in fondo dell'anima.
[1286.] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 228 e segg. di questo volume.
[1287.] Nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 590 del testo, tolti dalla Kharîda d'Imâd-ed-dîn, il quale alla sua volta li avea presi da Ibn-Kattâ'. Questo ibn-Tazî è tra i primi nella raccolta d'Ibn-Kattâ'.
[1288.] Abu-Hâmid da Granata, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 74; e Pseudo-Wakidi, op. cit., p. 199. Abu-Hâmid si trovò a Bagdad il 1122, come notammo nel Lib. I, cap. IX, p. 85 del primo volume.
[1289.] Pag. 477 e 482
[1290.] Ibn-Besckowâl, MS. della Società Asiatica di Parigi, al nome: Musa.
[1291.] MS. di Leyde, Nº 366 dell'antico catalogo arabico. Ho pubblicato la prefazione nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 698, 699.
[1292.] Lib. III, cap. XI, p. 229 di questo volume.
[1293.] Si vegga il Lib. III, cap. XI, p. 223 di questo volume.
[1294.] Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 674. Tralascio i nomi dei maestri e discepoli di questo Hasan-ibn-Ali, ricordati dal biografo.
[1295.] Op. cit., nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 678. Il biografo dice senz'altro il Mobtedâ.
[1296.] Quest'opera si trova ad Oxford, nei MSS. arabici, nº DCCCXLI. Catalogo, tomo I, p. 182. Si vegga anche D'Herbelot, Bibliothèque Orientale, all'articolo Mobteda.
[1297.] Si vegga la citazione a p. 472.
[1298.] Si confrontino: ibn-Khallikân, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 632; Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ; Sefedi, Wafi-fil-Wefîât; e Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, pagine 644, 659, 675.
[1299.] Si confrontino: Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, e Soiuti, op. cit., nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 648, 678. Il secondo lo chiama Ibn-Debbâgh (il figlio del Conciatore). Ibn-Kattâ, citato da Soiuti, dice che “costui osservava con molta cura i libri degli antichi, e indagava ogni più riposta notizia degli scrittori.”
[1300.] Si vegga la p. 475, nota 3.
[1301.] Si vegga la citazione a p. 477.
[1302.] Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn, nella biografia di Omar-ibn-Ieîsc da Susa, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 678. Omar, che fu discepolo del Siciliano, dava a sua volta lezioni nel 498 (1104); la qual data mi serve di guida. V'ebbe in Oriente al medesimo tempo un poeta siciliano dello stesso nome, del quale diremo innanzi.
[1303.] Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 646. Potrebbe essere lo stesso che il Segretario Ibn-Kûni, che ebbe il medesimo nome, soprannome e nome patronimico. Si vegga la p. 464.
[1304.] Lascio indeterminato il male che gli abbian fatto. Il testo dice: “Gridarono contro di lui, e indi non prosperò.”
[1305.] Il primo, perchè il padre e il figlio di Sem'âni, entrambi scrittori conosciuti, soggiornavano in Mêrw. Si vegga Reinaud, Introduzione alla Géographie d'Aboulfeda, p. CX; e d'Herbelot, Bibliothèque Orientale, all'articolo: Samaani. Suppongo la cattedra di teologia, perchè Soiuti in progresso del racconto usa la voce Kelâm.
[1306.] Cioè: “di Ponente:” Africa, Sicilia e Spagna.
[1307.] Soiuti, Tabakât-el-Loghewîn, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 673.
[1308.] Rûmi.
[1309.] Ibn-Khallikân e Dsehebi, i quali aggiungono che altri il dicea nato a Mehdia. Fu nominato anche Azdi, dalla tribù di Azd, dalla quale nasceva il padrone del padre divenuto dopo l'affrancamento patrono della famiglia; ed anche Kairewâni dalla città dove fece soggiorno.
[1310.] Ibn-Abbâr, Hollet-es-siarâ, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 108 verso.
[1311.] Diwân di Bellanobi, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 681. Ecco i due versi d'Ibn-Rescîk, scritti probabilmente in Sicilia, che attestano questo fatto e insieme l'orgoglio dei liberti delle corti musulmane.
“Segretario io già fui dell'esercito dell'emir; e condussi le faccende (pubbliche) dirittamente:
“Non tenni bottega, no, in un mercato d'arti, il cui nome conviene alla (viltà della) cosa.”
Qui si scherza sulle voci sûk “mercato e plebe” e Mihâl “arte ed astuzia.”
[1312.] Scehab-ed-dîn-Omari, dà quest'aneddoto in tre o quattro pagine, notando ch'ei l'abbrevia dal testo d'Ibn-Bassâm. Io l'ho pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 651, 652, stralciandone molte lamentazioni erotiche, se tali possan dirsi, in prosa e in verso. Ibn-Seffâr autore del racconto afferma che in realità non c'era stato nulla di male: e ciò scolpi non Ibn-Rescîk, ma l'opinione pubblica che condannava, come ognun vede, quelle sozzure.
[1313.] Ibn-Khallikân e Scehâb-ed-dîn-Omari. La data ch'essi non notano si legge in Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 21, 22, e più precisamente in Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, fog. 81 verso, e seg., sotto l'anno 442; il quale pone in ramadhan 449 (novembre 1057), il saccheggio di Kairewân, che seguì poco dopo la partenza di Moezz.
[1314.] Ibn-Bassâm, squarcio inserito da Scehâb-ed-dîn-Omari nel Mesâlik-el-Absâr, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 650, 651. Il testo ch'è in prosa rimata, gonfio e voto, dice: “Non andò guari che venne un'armata di Rûm, ed all'alba il mare apparve tutto colline minaccianti estremi fati e poggi carichi di morte repentina ec.;” ma non aggiugne il successo dell'impresa, nè dice appunto la nazione che avea messo a galla le terribili colline. I Bizantini da tanto tempo non comparivano nel bacino occidentale del Mediterraneo. All'incontro i Pisani il 1034 aveano assalito Bona e Cartagine, e nella seconda metà del secolo osteggiarono Palermo; poi Mehdia insieme coi Genovesi ec.
[1315.] Imad-ed-dîn, Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 591. Il nome dell'uno è: Abu-Hasan-Ali-ibn-Ibrahîm-ibn-Waddâni, e dell'altro Abu-Adb-Allah-Mohammed-ibn-Ali-ibn-Sebbâgh, il Segretario. I tre versi si leggono nel MS. di Parigi, fog. 35 recto; e sembrano scritti dal Maggi o dallo Zappi.
[1316.] Ibn-Bassâm, op. cit., p. 651.
[1317.] Si confrontino: Ibn-Khallikân, Dizionario Biografico, versione inglese di M. De Slane, tomo I, p. 384; Dsehebid, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 644; Scehâb-ed-dîn-Omari, op. cit., p. 649 a 653. I due primi riferiscono come meno autorevoli altre tradizioni che recavano la morte d'Ibn-Rescîk nel 450 o nel 456. Si vegga anche il Baiân, edizione del Dozy, testo, vol. I, p. 307. Abbad-ibn-Mohammed soprannominato Mo'tadhed-billah, regnò dal 433 al 461 (1041-1069).
[1318.] Si vegga sopra a p. 490.
[1319.] Le Pagliucce d'oro, Ibn-Khallikan ed Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 509, nº 9394, ed i “Neologismi;” Ibn-Kallikan, l. c.
[1320.] Il Tipo, Hagi-Khalfa, op. cit., tomo I, p. 468, nº 1302. È citato anche da Ibn-Kallikân, nella detta biografia, e in un altro luogo relativo all'aneddoto dell'emiro kelbita Iusuf raccontato da noi nel cap. VII di questo Libro, p. 333 del volume. Si vegga anche Makkari, Analectes de l'histoire d'Espagne, testo arabico, tomo I, p. 904, e il Mesâlik-el-Absâr, MS. di Parigi, fog. 77 recto.
[1321.] La bilancia delle geste, Hagi-Khalfa, op. cit., tomo VI, p. 285, Nº 13,497.
[1322.] Hagi-Khalfa, Dizionario Bibliografico, edizione di Flüegel, tomo II, p. 142, Nº 2285.
[1323.] Spesso occorrono versi d'Ibn-Rescîk nelle antologie, biografie ec. Molti se ne trovano nel Diwân di Bellanobi, che sembrano raccolti in Sicilia, come diremo trattando di quel poeta. E quivi ho letto i versi d'Ibn-Rescîk, ai quali alludo, nei quali le parole sono brutte quanto l'argomento.
[1324.] Di quest'opera, che citano Ibn-Khallikân, ibid., ed Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 263, nº 8338, abbiamo due MSS. in Europa, l'uno a Leyde (22 Golius, catalogo del Dozy, tomo I, p. 121, nº CCXXXVII), e l'altro al British Museum, (nº 9661, Catalogo CCXXXIX E). Io ho percorso il MS. di Londra. In principio, chè non notai il numero del foglio, Ibn-Rescîk dice che la ragione poetica dei Iunân (Greci antichi), era fondata tutta “su gli obbietti morali o fisici; poichè i Greci non pensarono mai a ciò che fa il principale vanto dei poeti arabi;” con che vuol significare gli scherzi di parole, gli enigmi, le tumide metafore ec. Non ho tradotto letteralmente, perchè non son certo della lezione di alcune voci. Il MS., in parte è di moderna e pessima scrittura africana, e in parte di buon neskbi del 644 dell'egira.
[1325.] Hagi-Khalfa, l. c.
[1326.] Questi due versi sono dati da Ibn-Scebbât, a proposito della supposta etimologia della voce Sicilia, e da Soiuti, nella biografia del Siciliano Ibn-Abd-el-Berr, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212 e 672.
“Sorella di 'Adîna in un nome del quale non partecipò altro paese (del mondo), e cerca (se ne trovi),
“Nome cui Dio illustrò, accennandovi in forma di giuramento; — segui (dunque o principe) gli avvisi dei dotti; e, se nol vuoi, va pure a tentoni.”
Soiuti aggiugne che le parole “cui Dio illustrò ec.” si riferiscano a quel verso del Corano (Sura XCV, vers. I), “(Giuro) per l'olivo e pel fico” deve, al dir di alcuni comentatori, quei due alberi sono nominati per eccellenza tra tutti i vegetabili; e secondo altri il primo allude a Gerusalemme, e il secondo a Damasco.
Quanto a 'Adîna, parmi si debba intendere Atene. Egli è vero che gli eruditi arabi sogliono scrivere altrimenti questo nome; egli è vero che la prima lettera del nostro testo, cioè l'ain, sia esclusivamente semitica e non soglia adoperarsi dagli Arabi nelle voci straniere. Ma la geografia arabica non offre altro nome che soddisfaccia al caso; ed Atene vi si adatta appuntino: nome dato ad onore di Minerva che recò l'olivo, onde quest'albero, in greco, si dice anco Αθηναις.
Debbo qui avvertire che nel tradurre î due versi ho seguito la felice interpretazione del professore Fleischer e la correzione sua al testo della Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212. Non così la lezione “Medina” ch'egli propone in vece di 'Adîna; parendomi che le condizioni supposte dal poeta non convengano punto all'antica Jathrib, poi detta Medinet-en-Nebi, ossia la città del Profeta.
[1327.] Græce Sîcalea quod latine est ficum el olivam, leggesi nell'Anonymi Chronicon Siculum, presso Di Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, p. 121, e in Bartolomeo de Neocastro, op. cit., l, 115. Questa etimologia di Σικελία da συκῆ ed ἐλαία, non si trova negli scrittori greci nè anco dei bassi tempi. Mostra grande ignoranza non solo della storia ma anche della lingua confondendo il ι e l'υ l'ή e l'ε, come l'orecchio le rendea simili a chi non le avesse mai lette nei libri. E però si può supporre trovato dei liberti siciliani che sapessero dall'infanzia il greco volgare e non avessero studiato profondamente altra letteratura che l'arabica.
[1328.] Si confrontino: Ibn-Scebbat, di Dsehebi e Soiuti, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212, 648, e 671, 672. L'ultimo cita a proposito della detta etimologia un passo di Ibn-abd-el-Berr, non sappiamo di quale opera, trascritto da Ibn-Dehia, autore spagnuolo (1153-1235) nelle storie del poeti Maghrebini intitolata il Matreb. Il primo dà l'etimologia sul Tethkîf-el-lisân, opera d'Ibn-Kattâ', che naturalmente l'avea tolta dal maestro Ibn-Abd el-Berr. Il nome d'Ibn-Menkût, data dal solo Dsehebi, è scritto Medkûd; su di che si vegga il cap. XII di questo Libro, p. 420 del volume.
[1329.] Si vegga il Lib. III, cap. XI, e il cap. XIII di questo Libro, p. 219 e 439 del volume.
[1330.] La voce Kattâ', che non è nei dizionarii, si trova nella continuazione di Bekri, ove significa i picconieri di zolfo in Sicilia; squarcio dato da Ibn-Scebbât, Biblioteca Araba-Sicula, p. 210. L'ho trovata anche col significato di “tagliator di pietra” in una leggenda cristiana, MS. arabo di Parigi, Ancien Fonds, 66, fog. 175 recto.
Ibn-Khallikân, comincia la vita di Ali-ibn-Gia'far Ibn-Kattâ' con una genealogia che si rannoda a quella degli Aghlabiti, risalendo fino ai primi progenitori della tribù di Temîm. Egli dice averia scritta così nella bozza del suo dizionario biografico senza sovvenirgli onde fosse tolta; ma aver sotto gli occhi altro albero di parentela di propria mano d'Ibn-Kattâ' nel quale non entrano punto gli Aghlabiti. Noi ci appigliamo, com'è naturale, a questo, che porta: Abu-l-Kasem-Ali-ibn-Gia'far-ibn-Ali-ibn-Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Hosein, Sciantareni, Sa'di; onde si vede che corsero quattro generazioni tra l'emigrato di Santarem, e il nato in Sicilia il 1041. Si corregga conforme a ciò la notizia data nella Introduzione, vol. I, p. XXXVII. nº I.
[1331.] Dsehebi, Anbâ-en-Nokâ nella Biblioteca Arabo Sicula, testo, p. 643.
[1332.] Kasr-Sa'd. Si vegga il viaggio d'Ibn-Giobaîr, nel Journal Asiatique, serie IV, tomo VII (1846), p. 42. La conghiettura è fondata su l'identità di nome della tribù e del villaggio. D'altronde Ibn-Kattâ' essendo detto meramente Sikilli era cittadino della capitale.
[1333.] Si confrontino: Imad-ed-dîn, Ibn-Khallikân, Dsehebi e Soiuti.
[1334.] Lo Dsehebi, nella vita di Nasrûn-ibn-Fotûh-ibn-Hosein Kherezi, e 'l Soiuti in quella d'Isma'il-ibn-Ali-ibn-Miksciar, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 618 e 674, notano di quei due grammatici che fossero stati compagni d'Ibn-Kattâ'; e del secondo si dice essere divenuto celebre la mercè del letterato siciliano. Soiuti nelle biografie di Ased-ibn-Ali-ibn-Mo'mir, Hoseini, lo ricorda discepolo in tradizione d'Ibn-Kattâ'; e lo stesso in quella di Ali-ibn-Abd-el-Gebbâr-ibn-Abdûn, gran filologo e tradizionista, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 673, 677.
[1335.] Soluti, l. c. Ogni libro si leggea in pubblica scuola con licenza scritta dall'autore o di chi il tenesse da lui; e così successivamente. Or i letterati d'Egitto, a proposito del Dizionario di Gewhari, spacciarono che Ibn-Kattâ', vedendolo mal noto e molto desiderato nel paese, avesse fabbricato la serie della licenza: onde le sentenziarono nom di coscienza “troppo sciolta” in questa materia. Così Soiuti; il che spiega quell'accusa di “troppa scioltezza nel riferire” che leggiamo più vagamente in Ibn-Khalikân. Il Dizionario di Gewhari era stato pubblicato a Nisapûr in Khorasân il 390 (1000), e l'autore morto il 393 o 398.
[1336.] La biografia di Ali-ibn-Kattâ' è data da: Ibn-Khallikân, Dizionario biografico, versione inglese di M. De Slane, tomo II, p. 265, 266; Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 646; Soluti, Tabakât-el-Loghewîn, op. cit., p. 676. Imad-ed-dîn, nella Kharîda, op. cit., p. 589, ne fa anche un breve cenno, aggiugnendo aver conosciuto in Egitto chi lo avea veduto vivente; e aver trovato una tavoletta scritta da lui il 509. Si vegga anche Abulfeda, Annales Moslemici, anno 515, tomo III, p. 462.
[1337.] Soluti, op. cit., p. 677.
[1338.] Hagi-Khalfa, Dizionario Bibliografico, edizione Flüegel, tomo II, p, 135, nº 2243; e Soluti, op. cit., nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 677. L'autografo par che fosse venuto alle mani di Iakût. Si vegga la Biblioteca Arabo-Sicula, p. 115.
[1339.] Si veggano nel capitolo precedente, la pag. 430; e in questo capitolo, p. 490 ec. Ibn-Kattâ' par che abbia dato l'ortografia di tutti i nomi topografici dell'isola. Oltre quel di Sicilia citato dianzi, v'ha quel di Kosîra (Pantellaria), nella, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 124.
[1340.] Kharîda, nella Biblioteca Arabo-Sicula, cap. LXIII, § 3, p. 589 a 598.
[1341.] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo II, p. 135, nº 2243. Ne fa menzione lo stesso autore, tomo III, p. 203, nº 4935, e Ibn-Khallikân, e Soiuti, ll. cc.
[1342.] Makkari, Analectes sur l'histoire d'Espagne, tomo I, p. 634 del testo arabico, trascrive un passo dello storico Ibn-Sa'id, il quale dando l'autobiografia si scusava con l'esempio di tre scrittori, tra i quali nomina Ibn-Kattâ'.
[1343.] Ibn-Khallikân e Soiuti, ll. cc., Hagi-Khalfa, op, cit., tomo I, p. 373. Nº 1025. Par che sia esemplare di quest'opera il MS. dell'Escuriale DLXXIII, che Casiri tradusse “Liber Verborum tripartitumque”, ma si tratta forse dei “verbi triliteri”; e quivi afferma essere stato Ibn-Kattâ', Domicilio Cordubensis. Notando poi l'opera di versificazione, della quale or or faremo parola, Casiri lo spaccia origine siculus patria Hispalensis, ed anche trascrive male il nome. Indi gli Ebn-al-Kattaa ed Ebn-Cataa del Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 239. Il Casiri non avea punto fatto equivoco tra il padre e il figliuolo, ma avea reso con lettere diverse lo stesso nome. Io non so, non avendo veduto i due MSS., se vi sia qualche parola da far supporre il soggiorno d'Ibn-Kattâ' a Cordova e Siviglia; nè sarebbe impossibile che prima d'Egitto ei fosse andato in Ispagna. Ma Casiri suol troppo facilmente far dono alla Spagna di scrittori che non le appartengano per niun conto.
[1344.] Ricordato da Ibn-Khallikân e da Soiuti. Hagi-Khalfa ebbe alle mani quest'opera, poichè ne trascrive le prime parole, com'ei suole. Dà anche uno squarcio della introduzione, dove Ibn-Kattâ' ricorda le 308 forme di nomi, tra sostantivi e aggettivi, date dal celebre grammatico Sibûweih, le aggiunte d'altri, e in fine le sue proprie. Dei masdar, ossia infiniti adoperati sostantivamente come noi diciamo l'andare., il fare ec., si erano notate 36 forme, e Ibn-Kattâ' le condusse a 100. Compi questo trattato in regeb del 513. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo I, p. 146, nº 31.
[1345.] Soiuti, l. c. Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 94, nº 7714.
[1346.] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo II, p. 190, nº 2429. Nondimeno Nawawi, The Biographical Dictionary, testo arabico, pubblicato dal Wüstenfeld, p. 126, attribuisce quest'opera all'altro siciliano Abu-Hafs-Omar-ibn-Khelef-ibn-Mekki. Ibn-Scebbat la cita a proposito della Sicilia, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 212, senza dar il nome dell'autore.
[1347.] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo V, p. 102, nº 10, 207.
[1348.] Op. cit., tomo V, p. 151, nº 10, 492.
[1349.] Op. cit., tomo V, p. 44, nº 9853.
[1350.] L'uno intitolato: Il Salutifero nella scienza della versificazione, si trova in Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 7, nº 7384. L'altro è all'Escuriale col titolo di: Eloquente prosodia in compendio che (tutto) abbraccia. Si vegga Casiri, Biblioteca Arabo-Hispanica, tomo I, p. 82, cod. CCCXXIX.
[1351.] Catalogo dei MSS. arabi del British Museum, Parte II, p. 281, nº DXCVII.
[1352.] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo V, p. 136, nº 10,395. Il dotto editore traduce “Liber de Palatiis eorum nominibus et naturæ descriptione, alphabetice dispositus,” supponendo così un errore nel pronome loro ch'è replicato due volte nel testo, e che non si può dire se non di persone; e tenendo Kisâr come plurale di “palagio,” la qual forma se pur si può ammettere, è inusitata. Inoltre una descrizione di palagi, senza dire di qual paese, mi sembra opera troppo aliena dagli studii d'Ibn-Kattâ'. Però mi è avviso di ritenere la lezione loro, che trovo altresì nel MS. di Parigi, e di considerare Kisâr, come plurale di Kasîr, “breve, corto, nom corto d'ingegno e di qualità, imperfetto” che si legge nel Dizionario di Meninski. Sarebbe allora un dizionario biografico di “Scrittori minori,” come noi diremmo. Del resto avverto che il più delle volte è impossibile di tradurre con certezza i titoli dei libri arabi, quando non si sappia l'argomento, o non si abbia alle mani tutta l'opera, per comprendere quegli enimmi.
[1353.] Hagi-Khalfa, op. cit., tomo IV, p. 145, nº 7901, e tomo VI, p. 109, nº 12,867. Lo cita anche l'autore del Mesâlik-el-Absâr, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 656. Mi è parse bene rendere la prima voce col significato proprio di Sali. Gli Arabi l'adoperarono a un dipresso come noi al traslato, per significare “bellezze letterarie, espressioni vivaci ec.”
[1354.] Ibn-Khallikân, l. cit., e tomo III, p. 190 della medesima versione inglese. Ma Hagi-Khalfa attribuisce ad altri l'opera così intitolata, e nelle altre notizie biografiche di Ibn-Kattâ' non se ne fa parola.
[1355.] Si vegga il Dizionario arabico di Freytag, tomo III, p. 170.
[1356.] Ibn-Khallikân, l. c., afferma che Ibn-Kattâ' lasciò molte poesie; e ne dà per saggio tre squarci, un dei quali non si trova negli estratti che ce ne serba. Imâd-ed-dîn nella Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 20 verso a 22 recto, e MS. del British Museum, Rich. 7593. Il Soiuti, nel Tabakât-el-Loghewîn, in fin della biografia d'Ibn-Kattâ', dà altri 13 versi, che ho copiati dal MS. del Dottor John Lee, ma non si trovano in quel di Parigi. Abbiamo nella Kharîda il primo verso d'una sua Kasîda a lode di Afdhal, e frammenti di cinque altre.
[1357.] A ciò parmi che alludano i tre versi trascritti da Ibn-Khallikân, op. cit., “Consume not this life ec.” nella versione inglese di M. De Slane, tomo II, p. 266.
[1358.] Dalla Kharîda, MS. citato di Parigi, fog. 21 verso.
“Somigliante a cotesta nostra, l'età degli antichi popoli che perirono, sfoggiava di colori e sembianti (affé) non spregevoli.
“La diresti scatola d'oro, piena di rubini, così alla rinfusa, non legati.”
A comprender meglio l'allusione, è da sapere che le due voci che ho tradotto “alla rinfusa” e “legato” sono Nethr e Mensûm, le quali hanno anche il significato, l'una di “prosa” e l'altra di “poesia.”
[1359.] La citazione a p. 464.
[1360.] Id., p. 477, 478.
[1361.] Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 647. Si vegga per costui l'altra citazione qui innanzi a p. 471.
[1362.] Id. 474.
[1363.] Id. 476. Il nome di Omar con la stessa genealogia e condizioni è dato da Dsehebi, Biblioteca Arabo-Sicula, 647; quello di Othman da Makrîzi e Soiuti, p. 663, 676.
[1364.] Dsehebi, op. cit., p. 645.
[1365.] Id. p. 646.
[1366.] Id. p. 648.
[1367.] Ibid.; e Soiuti, p. 673, citando Iakût.
[1368.] Dsehebi, op. cit., p. 647.
[1369.] Id. p. 646; e Soiuti, p. 677. Ho corretto il nome secondo Soiuti.
[1370.] Soiuti, p. 675.
[1371.] Mo'gem, nella Bibl. Ar. Sic. p. 124.
[1372.] Mo'gem, op. cit. p. 110.
[1373.] In un Diwan di Motenebbi, copiato il 1184 dell'èra volgare, si notano in appendice i comentatori, e tra quelli si legge il nome d'un Sikilli-ibn-Fûregia, (Mines de l'Orient, tomo IV, p. 112.) Una delle copie di quel diwano con simile appendice che possiede il British Museum (Catalogo orientale, parte II, p. 281, nº DXCVII) dà tra i comentatori. Abu-Hasan ec. Seîkillî (corr. Sikîlli) ed Ibn-Fûregia, senza aggiugnere il nome di Siciliano. Costui scrisse a difesa di Motenebbi due opere: L'accusa contro Ibn-Ginni, e La vittoria sopra Abu-l-Feth. Abu-Hasan-Abd-er-Rahman, potrebbe essere il medesimo ricordato a p. 497, col nome proprio di Ali.
[1374.] Pag. 482 e 488.
[1375.] Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione de M. Des Vergers, p. 183.
[1376.] Si vegga la p. 509. La Correzione della lingua, d'Ibn-Mekki è citata da Nawawi, Biographical Dictionary, testo arabico, p. 126, a proposito delle varianti del nome proprio Abraham, Ibrahim ec. È attribuita anche ad Ibn-Mekki da Ibn-Khallikân, versione di M. De Slane, tomo I, p. 435, e da Soiuti; e con una variante da Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo III, p. 604, nº 7189.
[1377.] Kharîda, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 597. Imad-ed-dîn non solamente cita Ibn-Kattâ', ma par che trascriva da lui questo squarcio di prosa rimata. Abd-er-Rahîm-ibn-Mohammed-ibn-Nobâta, fiorì in Mesopotamia nella seconda metà del decimo secolo. Gli Arabi citano il vescovo Kos e questo Ibn-Nobâta, come noi faremmo di Demostene e Cicerone: e in vero, serbate le proporzioni tra l'eloquenza arabica e la greca e latina, Ibn-Nobâta si può dir felicissimo oratore. Così parmi dalle sue khotbe, che ho percorso nel MS. della Biblioteca Parigina, Ancien Fonds, 451. Si vegga la biografia d'Ibn-Nobâta in Ibn-Khallikan, versione inglese, di M. De Slane, tomo I, p. 396.
[1378.] Dsehebi, Anbâ-en-Nohâ, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 646, 647. A' cenni biografici di Dsehebi e della Kharîda, si aggiunga quello di Soiuti, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 677.
[1379.] Nella Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 45 recto e seg., v'hanno dodici epigrammi d'Ibn-Mekki; su i quali è fondato il mio giudizio.
[1380.] Kharîda, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 595. Ho tradotto “racconti” la voce riwâiât. Credo che già nell'XI secolo prevalesse appo gli Arabi l'uso dei finti racconti in prosa, chiamati riwâiât al par dei racconti di fatti veri.
[1381.] Kharîda, MS. citato, fog. 40 verso, seg. Sono nove d'una Kassida; undici d'un'altra, spezzati a due o tre versi, una stanza di sette versi brevi, e l'epigramma che fè incidere in un pugnale.
[1382.] Si vegga sopra, p. 471 e 494.
[1383.] Mo'gem-Boldân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, Correzioni ed aggiunte che fan seguito alla Prefazione, p. 43.
[1384.] Iakût-Moscterik, edizione del Wüstenfeld all'articolo Waddân; Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 591.
[1385.] Kharîda, estratti dalla Dorra d'Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 592.
[1386.] Ibid.
[1387.] Ibid.
[1388.] Op. cit., p. 591.
[1389.] Karîda, ecc. nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 595.
[1390.] Ibid. Si vegga il presente capitolo, p. 464.
[1391.] Op. cit., p. 595.
[1392.] Op. cit., p. 596. Si vegga il presente capitolo, l. c.
[1393.] Op. cit., p. 598.
[1394.] Ibid.
[1395.] Ibid.
[1396.] Op. cit., p. 590.
[1397.] Cronica di Cambridge. Si vegga l'Introduzione mia nel primo volume, p. XL, nº VII; e il cap. X del Lib. III, p. 210 dei presente volume.
[1398.] Pag. 507.
[1399.] Si veggano i particolari nel Capitolo XIII di questo libro, p. 429, seg.
[1400.] Capitolo XII di questo Libro, p. 422. Kazwini, che dà questo fatto senza citazione, allega in altro luogo (Agiâib-el-Mekhlûkât, edizione del Wüstenfeld, testo, p. 166) la Storia di Sicilia di Abu-Ali-Hasan-ibn-Iehia; nè par n'abbia conosciuta alcun'altra. Si potrebbero anzi supporre entrambi que' passi tolti di peso da Iakût, il quale allega sovente quella istoria nel Mo'gem-el-Boldân, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 109, 111, 115, 118. Nelle tre copie a me note del Mo'gem, manca in vero l'articolo di Malta; ma si dee supporre che Kazwini l'abbia avuto sotto gli occhi in esemplari migliori.
A prima vista parrebbe che Abu-Ali-Hasân potesse identificarsi con Ibn-Rescîk, il quale portò quei due primi nomi. Ma distruggono tal supposto il nome patronimico Ibn-Iehia, la qualità di giureconsulto e la celebrità stessa d'Ibn-Rescîk, poichè tra le sue opere notissime niuno annovera la storia di Sicilia. Abu-Ali-Hasan-ibn-Iehia, s'egli è, come sembra, il narratore del caso di Malta, scrisse tra il 1049 e il 1091, come notai a suo luogo.
[1401.] Hagi-Khalfa, ediz. di Flüegel, tomo II, p. 135, nº 2243.
[1402.] Si vegga qui innanzi a p. 511, 512.
[1403.] Hagi-Khalfa, ediz. di Flüegel, tomo II, p. 124, nº 2196.
[1404.] Cap. VII di questo Libro, p. 333 e seg. del volume.
[1405.] Nome derivato dal castello Tûb nell'Africa propria, del quale fosse stato oriundo il padre, alcuno degli avi. Questo nome di luogo si trova nel Riâdh-en-Nofûs, p. 191 della Biblioteca Arabo-Sicula, ed anche nel Lobb-el-Lobâb di Soiuti, edizione di Leyde.
[1406.] Pag. 516.
[1407.] Nel cenno d'Imad-ed-dîd, tolto probabilmente da Ibn-Kattâ', è detto, tra le altre lodi, “Sostegno di sultani.”
[1408.] Luogo citato.
[1409.] Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 30 recto.
[1410.] Kharîda, MS. citato, fog. 30 verso.
“L'incantesimo non sforza altrimenti che le grazie di costei; l'ambra grigia non (olezza) altrimenti che l'alito suo.
“Ignoravamo il suo soggiorno, quando ne venne fuori una fragranza che ci fe dire: ella è qui ec.”
“La morte, oh bramo la morte, s'io non debba mai stringerla al seno: chè la virtù, onde ho vita, è il suo sembiante.
“Se mai sitibondo bevesti dell'acqua a lunghi sorsi, (sappi) che ciò è nulla al (paragone del) mio (contento a) baciarla in bocca.”
[1411.] Non potendo lasciare addietro le accuse contro la società di cui ricerchiamo la storia, ho pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 590, quest'epigramma; e qui, a malgrado mio, lo traduco. Ma non si può affermare che Ibn-Tûbi lo avesse scritto piuttosto in Sicilia, che in Oriente o in Affrica.
“Con questi versi descrisse un r....... eccellente in suo mestiere:
“Quel dai grandi occhi negri che torcea lo sguardo da me, mandaigli a dire l'intento mio per un mezzano;
“Ed ecco che questi il mena seco sotto mano, cheto cheto, come flamma (di lampada) si tira l'olio.”
[1412.] Si vegga qui sopra a p. 515. Ecco i versi che troviamo nella Kharîda, tolti probabilmente da una Kasîda, dei quali ho dato il testo nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 591.
“I miei son tal gente, che, quando l'unghia di destrieri leva sotto le nubi (del cielo) nubi di polvere,
“I brandi loro lampeggiano e mandano sangue dal taglio, come scroscio di pioggia.
“Terribili altrui, difficili a maneggiare, or s'avventano ad Himiar ed or a Cesare:
“Difendono lor terra, ch'altri non entri a pascervi; troncano ogni mal che sopravvenga.”
Himiar, come ognun sa, è il supposto progenitore della schiatta del Iemen, alla quale appartengono i Kelbiti. La gente del poeta sono i suoi partigiani o i concittadini. Lo credo palermitano, perchè è chiamato Sikilli senz'altro e perchè Ibn-Rescîk, sbarcando a Mazara, gli scrisse una breve epistola in versi che abbiamo nella Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 34 verso.
[1413.] Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 593, 594. Lasciando il principio di una Kasida data da Imâd-ed-dîn, ch'è pur bello, tradurrò i soli versi che alludono ad avvenimenti politici. Il poeta, dopo la finzione obbligata del viaggio d'una bella (se fosse Meimuna?) e dell'arrivo di lei alla collina, ov'era forte proteggitore un bel cavaliero, continua così:
“Un da' grandi occhi negri, tinto le palpebre di kohl: il quale mi strappa dalla paziente (rassegnazione) poich'è caduto in dure strette:
“Che Dio guardi le piagge dell'isola, se il principe d'un alto monte avrà in guardia gli armenti scabbiosi che pascono in quella!
“(Principe) i cui nemici edificano castella inaccesse. Ma forse i baluardi di Babek respinsero Ifscîn?
“Io reco la verità in mie parole, nè oso penetrare i segreti di Dio;
“Io il vidi che già s'era recata in mano la somma delle cose, il vidi un dì bersaglio a una furia di sassi, ed ei sorrideva.
“Lioni in una guerra che faceva ardere nel loro costato una fiamma accesa già dagli (antichi) odii.”
Qui finisce inopportunamente lo squarcio della Kasîda, della quale ci si dà, in grazia delle antitesi, quest'altro verso che descrive, dice Imâd-ed-dîn, i morti in battaglia.
“Redhwân li sospingea lungi dal dolce soffio del Paradiso, e Malek li avvicinava al fiato del fuoco (infernale).”
Non ho bisogno di avvertire che questi ultimi sono dei ministri dell'eterna giustizia, a credere dei Musulmani. Il Babek nominato nel primo squarcio è il ribelle comunista al quale accennai nel Lib. III, cap. V, p. 113 di questo volume; e Ifscîn, il capitano turco che il vinse. La lezione “un alto mente” è la sola che mi par si possa sostituire ad una voce del testo che non dà significato (Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 593, nota 8), e si adatterebbe al signore di Castrogiovanni. Infine i guerrieri caduti nelle mani di Redhwân e Malek, dovrebbero essere i Cristiani.
[1414.] Akhbâr-el-Molûk, di Malek-Mansûr principe di Hama, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 612, 613. Il nome compiuto di questo poeta si ha da Nowairi. Il Nâsir-ed-dawla, citato qui è il secondo della casa di Hamadân, che portò quel titolo; il quale, costretto a fare il capitano di ventura in Egitto, rinnovò al Cairo gli esempii degli emir el-Omrâ di Bagdad, e d'Al-mansor a Cordova, e in fine fu ucciso il 465 (1072).
[1415.] Nowairi, Storia d'Egitto, nella Biblioteca Arabo-Sicula, l. c., in nota. Ibn-Modebbir entrò in officio il 453 (1061). Il riscontro del nome e del tempo mi fan supporre che il poeta sia il grammatico del quale parla Soiuti, e il dice maestro dello egiziano Omar-Ibn-Ie'isc, il quale alla sua volta diè lezioni in Alessandria il 498 (1104). Biblioteca Arabo-Sicula, p. 678.
[1416.] Akhbâr-el-Molûk, l. c.
[1417.] Cioè degli Arabi di Medina.
[1418.] Mawkifi, vuol dire oriundo di Mawkif borgata di Bassora. Delle due Kasîde, ove si ricorda questa famiglia, la prima fa le lodi d'un Mohammed, (fog. 2 recto), e la seconda d'un Abu-l-Fereg (fog. 10 recto), che ben potrebbe essere la stessa persona. Cito la copia del MS. dell'Escuriale che mi fu donata dal conte di Siracusa.
[1419.] Degli eruditi Arabi, i soli che faccian parola di Bellanobi, sono Iakût, Mo'gem nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 108, all'articolo Billanoba, e l'editore dei dugentotrentasei versi di questo poeta che si trovano nel codice dell'Escuriale, CCCCLV del catalogo di Casiri. Questi lesse il nome etnico Albalbuni, e suppose scritti i versi a lode di principi siciliani e in particolare d'Ibn-Hamûd. Si vegga il di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 237, e la nota scritta a capo del codice dell'Escuriale, ch'io ho pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 680, dove il detto nome è dato con tutti i segni ortografici, Bellanobi. Quivi anche si legge che il giurista Abu-Mohammed-Abd-Allah-ibn-Iehia-ibn-Hamûd, Hazîmi, avea recitato in Alessandria all'editore, l'anno 513 (1119), que' versi di Bellanobi sentiti di sua propria bocca, e varii squarci d'Ibn-Rescîk e d'altri poeti non siciliani. Questo Ibn-Hamûd non era della famiglia Alida di tal nome che regnò in Spagna e ne venne un ramo in Sicilia, ma della tribù d'Hazîma ch'apparteneva a quella di Nahd, e però alla schiatta di Kahtân.
Ecco alcuni versi della citata elegia:
“Ottima e santissima delle madri, m'hai gittato in seno un'arsura, che il fuoco non l'agguaglia.
“Tra noi si frappone la distanza dell'Oriente all'Occidente; e pure giaci qui accanto, la casa non è lungi da te!
“Oh che s'irrighi la tua zolla, ad irrigarla scendanvi perennemente nubi gravide di pioggia,
“E mentr'esse spargeranvi stille di pianto, sorridan lì i più vaghi fiori.
“Dite all'Austro: Costei mori musulmana; accompagnaronla le preci della sera e della mattina;
“Sosta tu dunque su la moschea Akdâm, e tira su a settentrione senza torcere a manca ec.“
La moschea Akdâm a Karâfa presso il Cairo, è ricordata da Makrîzi nella Descrizione dell'Egitto, testo arabico, stampato di recente a Bulâk, tomo II, p. 445, dove si fa parola del cimitero di Karâfa, della incerta etimologia di quella denominazione d'Akdâm, ec.
[1420.] Pag. 510.
[1421.] Kharîda, capitolo dei poeti egiziani, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 605 e seg. Secondo Imad-ed-dîn, questo poeta morì avanti il 544 (1149-50); onde mal reggerebbe il supposto che il Kâid-Mamûn fosse alcuno dei regoli di Sicilia, i quali si intitolavano Kâid, come s'è detto. Che che ne fosse, io ho pubblicato nella Biblioteca Arabo-Sicula tutto lo squarcio di questa Kasîda, serbatoci da Imâd-ed-dîn. Similmente si leggono nel luogo citato e nella prefazione, p. 77, i versi contro il poeta Moslim, il quale, non contento dei cinque dînar, domandò un'altra pensione in merito della poesia; e gli accrebbero il sussidio di mezzo dînar al mese. Imad-ed-dîn dà quasi un centinaio di versi di Megber.
[1422.] Mesalik-el-Absar, nella Biblioteca arabo-Sicula, testo, p. 654, 655.
[1423.] Squarcio di poema dato da Imad-ed-dîn nella Kharîda, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 609. I primi tre versi e il settimo, riferiti anco da Tigiani, si leggono nella Historia Abbadidarum del Dozy, tomo II, p. 146, dei quali si può vedere la traduzione del dotto editore. Gli altri son del tenore seguente:
“Su, alma, non tener dietro all'accidia, i cui lacci allettano, ma l'è trista compagna.
“E tu, o patria, poichè mi abbandoni, vo' fare soggiorno nei nidi delle aquile gloriose.
“Dalla terra io nacqui, e tutto il mondo sarà mia patria, tutti gli uomini miei congiunti.
“Non mi mancherà un cantuccio nello spazio; se nol trovo qui, lo cerco altrove.
“Hai tu ingegno? abbi anco cuore: chè l'assente non conseguì mai suo proposito appo colui che nol vede.”
[1424.] Ibn-Bassâm narra che un giorno sedendo Mot'amid a brigata, recatogli un carico di monete di argento, ne donò due borse ad Abu-l-Arab; il quale vedendo innanzi il principe tante figurine d'ambra, e tra le altre una che fingea un camelo ingemmata di pietre preziose, sclamò: “A portar coteste monete, che iddio ti conservi, ci vuol proprio un camelo.” E Mot'amid, sorridendo, gli regalò la statuetta: onde il poeta lo ringraziava con versi estemporanei. Dal Mesâlik-el-Absar, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 656, e da Tigiani, nella Historia Abbadidarum, del Dozy, l. c.
[1425.] Oltre i versi di risposta all'invito di Mot'amid, che si trova nelle biografie d'Abu-l-Arab, la Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1376, fog. 35 recto, e Sappi. Arabe 1411, fog. 8 recto e verso, dà squarci di altri due poemi, dei quali il primo sembra, e il secondo è di certo, indirizzato a Mo'tamid. Quivi si accenna ad una impresa in terra nemica, alla quale si trovava il poeta, poich'ei dice: “Notti (gloriose) che tutte le notti tornassero a noi con le medesime speranze ec.”
[1426.] La biografia di Abu-'l-Arab si ricava da: Imad-ed-dîn, Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 606; Ibn-Khallikân, Dizionario Biografico, versione inglese di M. De Slane, tomo II, p. 277 nella vita di Ali-ibn-Abd-el-Ghani-el-Husri; Scehâb-ed-dîn-Omari, Mesâlik-el-Absâr, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, 655 e seg. Fa cenno di lui Melik-Mansur, op. cit., p; 613. Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel, tomo III, p. 314, nº 5678, nota il diwano delle sue poesie. Non trovo in alcun autore il titolo dell'opera di arte poetica alla quale par che voglia alludere Scehâb-ed-dîn-Omari.
[1427.] Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique ec., versione di M. De Vergers, p. 87, 88, e citazione di Nowairi, ibid., nota 96. Al dir di Nowairi, questo Hamdîs discendea della tribù di Kinda, che sarebbe collaterale a quella di Azd, entrambe del Iemen, ossia del ceppo di Kahtân. Suppongo Ibn-Hamdîs nato il 447 (1055-1056), poichè morendo il 527 (1132-3) avea circa ottant'anni, leggendosi nel suo diwân, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 573, i versi seguenti, un po' senili:
“Ecco un bastone ch'io non strascino nel sentiero della vergogna; mi regge ansi a scostarmene.
“O vogliate dir che l'impugno per correr meglio all'ottantina, non per battere (gli alberi e raccorre) foglie al mio gregge. [Si vegga il Corano, Sura XX, verso 19.]
“Io sembro un arco, e il bastone la corda; l'arciere v'incocca canizie e caducità.”
[1428.] Le allusioni a questo fatto si raccapezzano da due Kasîde, la prima delle quali ho data nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 552 e seg., e comincia così:
“Le sollecitudini della canizie hanno scacciato l'allegrezza della gioventù. Ah! la canizie quando comincia a splendere la t'abbuia!
“Per un'ombra d'amore il destino mi spinse lungi; e l'ombra fuggì da me e sparve.
. . . . . . . . . . . . . . .
“Una brezza vespertina mormora, rinfresca, e sospinge soavemente (la barca).
“Ella sciolse. Evviva! E la morte facea piangere il cielo sugli estinti che giaceano in terra.
“Il mugghio del tuono incalzava le nubi come il camelo che freme contro la compagna ribelle.
“D'ambo i lati di lei avvampano i baleni, col lampeggiare di spade brandite.
“Passai la notte nelle tenebre. O bianca fronte dell'aurora, arrecami la luce!
. . . . . . . . . . . . . . .
“In quella (terra) è un'anima amante, che alla mia partita, mi infuse questo sangue che scorremi nelle vene;
“Luoghi ai quali corrono furtivi i miei pensieri, come i lupi si rinselvano nella (natia) boscaglia.
“Quivi fui compagno dei lioni alla foresta; quivi in suo covile visitai la gazzella.
“O mare! dietro da te è il mio giardino, del quale mi ascondi le delizie non già le miserie!
“Lì vidi sorgere una bella aurora, e lungi di quello mi coglie il vespro.
“Ahi se non m'era data la speme, quando il mare mi vietò di porvi il piede,
“Io montava, in vece di barchetta, l'arcione, e correva in quelle piagge incontro al sagrifizio.”
Ho dovuto tradurre liberamente le strane metafore che ha il testo nell'ultimo verso. L'altra Kasîda, è scritta in risposta ad un amico che par abbia profferto ad Ibn-Hamdis, dopo molti anni, di rappattumarlo con possente famiglia perch'ei tornasse in Sicilia, ove i Musulmani, com'e' parmi, volean tentar qualche sollevazione. La difficoltà di ridurre a lezione plausibile alcuni versi di questo lungo componimento, mi distolse dal pubblicarlo nella raccolta dei testi. Nondimeno vi si scorge manifesta la cagione della fuga; e la famiglia nemica par si chiamasse dei Beni-Hassân. Il poeta, già maturo e collocato a corte di Mo'tamid, ricusa di tornar di presente nella Sicilia soggiogata dai Normanni; ma perdona a tutti, e finisce la Kasîda sclamando:
“Lode ai viventi, lode a coloro le cui ossa giacciono nelle tombe, lode sia a tutti!
“Lode, perchè non dura quivi il letargo; e grandi eventi ne riscoteranno anche me.”
[1429.] Si vegga la descrizione ch'ei fa di costoro e il paragone con gli Arabi di Sicilia in una Kasîda che comincia: “Pascon la bianca foglia il cui frutto è sangue (lo stipendio dei mercenarii ec.)” nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 561 e segg.
[1430.] Ibn-Khallikân. L'Autore dell'Akhbar-el-Molûk intitola Ibn-Hamdîs dsu-l-wizâratein (quel dal doppio officio) che solea dirsi a vizir investito di comando civile e militare: ma qui mi sembra allusione al genio poetico e valor guerriero d'Ibn-Hamdîs.
Tra i molti componimenti indirizzati a Mo'tamid ve n'ha uno, nel quale, ricordando la patria e i parenti, conchiude con effusione di gratitudine:
“Nè tu mi chiudesti la via dell'andar appo loro; ma ponesti il dono a vincolo che mi ritenesse;
“Ed una generosa amistà, la cui dolcezza spandendosi nel mio cuore lo rinfrescò, arso ch'esso era dal cordoglio.”
Di questa Kasîda ho dato uno squarcio nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 554. Si veggano le altre poesie indirizzate a Mo'tamid ed al costui figliuolo Rescîd, delle quali ho dato le rubriche nella stessa raccolta, p. 567, 569, 570.
[1431.] Diwân d'Ibn-Hamdîs, nell'op. cit., p. 569. Il poeta tornando a Siviglia, fece questi versi al figliuolo che avea nome Abu-Hâscim. Suppongo si tratti di Talavera, poichè il testo dice, per antonomasia, “la battaglia.”
“Oh Abu-Hâscim! le spade m'hanno sminuzzolato: ma, lode a Dio, non voltai faccia dal taglio loro.
“Ricordaimi, in mezzo a quelle, il tuo sembiante, mentre non mi prometteano riposo alle fresche ombre.”
[1432.] Questi versi riferiti da varii annalisti e biografi, si leggono presso Dozy, Historia Abbadidarum, tomo I, p. 246, tomo II, p. 44. Altri ve n'ha nel Diwan d'Ibn-Hamdîs, accennati nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 571.
[1433.] Nowairi, Storia di Beni-Abbâd, presso Dozy, op. cit., II, 138, e Biblioteca Arabo-Sicula, p. 459.
[1434.] Makkari, Analectes sur l'histoire etc. d'Espagne, testo arabico, tomo I, p. 321 e seg., dà in tre squarci 48 versi di questa Kasîda. Mansûr-ibn-Nâsir-ibn-'Alennâs, regnò dai 1088 al 1104, nello stato hammadita, che già avanzava per territorio e forze il reame del ceppo zîrita di Mehdia. Si vegga Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 51 e seg., dove si fa menzione dei sontuosi palagi edificati a Bugia da Mansûr e dal padre.
[1435.] Diwân d'Ibn-Hamdîs. Le rubriche si leggono, op. cit., p. 572.
[1436.] Ibn-el-Athîr, anno 509; nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 280.
[1437.] Ve n'hanno squarci nella Kharîda, le cui rubriche si leggono nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 608.
[1438.] Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 124, nº 2196.
[1439.] Diwân, op. cit., p. 572, 573. Ibn-Hamdîs diceva al raccoglitor del diwan, aver letto nelle opere di Storia Naturale questa filial pietà delle aquile, e che la non si notasse in alcun altro animale.
[1440.] Le notizie d'Ibn-Hamdîs, si ricavano da: Ibn-Khallikân, Biographical Dictionary, versione di M. De Slane, tomo II, p. 160 seg.; Imad ed-dîn, Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 607 e seg.; Malek-Mannu, Tabakat-el-Scio'arâ, op. cit., p. 612. Scehab-ed-dîn-Omari, Mesalik-el-Absâr, op. cit., p. 653 e seg.; e soprattutto dagli avvertimenti premessi a varie poesie, nel Diwân di Ibn-Hamdîs dal raccoglitore anonimo, il quale lo conobbe di persona e conversò con lui, come si ritrae da una glosa, op. cit., p. 573. Gli estratti cominciano dalla p. 547. Il Diwân pur non contiene tutte le poesie; mancandovi la Kasîda pel palagio di Mansûr, dianzi citata, e altre di cui si leggono squarci nella Kharîda, in Ibn-el-Athîr, Nowairi ec.
[1441.] La giraffa, il cavallo, lo scorpione, le melarance, gli anemoni, i doppier di cera ec. Parte di coteste descrizioni, mancanti nel Diwân d'Ibn-Hamdîs, son date da Nowairi in un volume della Enciclopedia, MS. di Leyde, nº 273, e ne occorrono sovente in varie raccolte enciclopediche, per esempio il Giâmi'-el-Fonûn, di Ahmed Harrâni, autor del XIII secolo, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 367, fog. 18 verso e 39 recto.
[1442.] “Come se scaldi specchio di pece, (vedi) il rosso del fuoco camminar su quella negrezza.” Da Scehâb-ed-dîn-Omari nel Mesâlik-el-Absâr, volume XVII, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1372, fog. 76 verso.
[1443.] La Kasida dedicata a Iehia-ibn-Temîm, principe di Mehdia, comincia con questo verso:
“È fiamma questa che squarci le tenebre della notte, o la lampade il cui fuoco (si alimenta con) l'acqua dell'uva?
“Ovvero sposa che comparisca alta sul seggio ec.” Diwân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 572.
[1444.] Nella parafrasi di queste ed altri squarci d'Ibn-Hamdîs non aggiugnerò nulla del mio. Tradurrò fedelmente, ma scorcerò, e trasporrò, studiandomi a rendere il manco male che io possa il colorito dell'originale.
[1445.] Questo vocabolo furbesco si usa tuttavia in Sicilia; e chi sa se venne dagli Arabi? Forse nacquero da quella espressione figurata i nomi di moscato e moscatello.
[1446.] Dinân, plurale di denn, orcio lungo che finisce aguzzo.
[1447.] Cioè l'otre di pelle di gazzella che serviva a portar l'acqua.
[1448.] Diwân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 548 e seg. Questa Kasîda comincia coi versi:
“L'anima sfogò tutte voglie in gioventù, e la canizie le ha recato suoi ammonimenti.
“La fortuna non la piantò come virgulto in buon terreno, nè poi ne raccolse i frutti,
“No; fui sorteggiato alle passioni che mi divisero in pezzi tra loro:
“Logorai le armi in guerra; fornii molti trascorsi alla pace ec.”
[1449.] Razza di cavalli rinomata nelle antiche poesie degli Arabi. Si vegga una nota di M. De Slane nel Journal Asiatique, Serie III, tomo V, (1838), p. 467, 477.
[1450.] Ibn-Hamdîs, adopera altrove la stessa figura. Gli Arabi odierni d'Affrica, come ognun sa, dicono del combattere che “parli la polvere.”
[1451.] Antimonio o altra polvere negra con che le donne d'Oriente (ed oggi anche ve n'ha in Europa) tingono i lembi delle palpebre e le occhiaie.
[1452.] Diwân di Ibn-Hamdîs nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 563 e segg.
[1453.] Mesâlik-el-Absâr nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 151.
[1454.] Diwân d'Ibn-Hamdîs, op. cit., p. 553, dalla Kasida che abbiam testè citato a p. 526, nota 2.
[1455.] Stesso Diwân, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 562.
[1456.] Nella Kasîda, della quale or or darò cinque versi nel testo, ripiglia dopo il biasimo del popolo le lodi dei guerrieri: “uomini che quando li vedi in furore, ameresti meglio il ratto dei lioni.... Galoppanti su snelli corsieri, a' cui nitriti fanno eco in terra di nemici le nenie delle piagnone.... Li vedi caricare or con la lancia or con la spada; ferir d'ambo i lati non altrimenti che il re nel giuoco degli scacchi.... Muoion della morte del valore in mezzo alla mischia, quando i vigliacchi spirano in mezzo alle donne dal turgido petto. Imbottiscon della polvere de' campi i cuscini che lor si pongono sotto gli omeri nella sepoltura.” Quest'ultimo era costume dei devoti guerrieri.
[1457.] Diwân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 554.
[1458.] Litteralmente “le falangi, delle dita, ec.” op. cit., p. 558. Questa lunga Kasîda, scritta, com'e' pare, in Affrica, lagnandosi di qualche principe zîrita, comincia, p. 554, col verso:
“Ho vestito la pazienza com'usbergo contro i colpi della sorte. O tristo secolo, poichè non vuoi la pace, su combattiamo.”
[1459.] Ibn-Bassâm, Imâd-ed-dîn, Scehâb-ed-dîn-Omari, Malek-Mansûr ec., ll. cc.
[1460.] Nella Karîda, Biblioteca Arabo-Sicula, p. 608.
[1461.] Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 608. L'autore lo pone al par che il padre tra i poeti Spagnuoli; Ibn-Bescirûn, tra quei del Maghreb di mezzo, che risponde presso a poco all'Algeria.
[1462.] Iakût nel Mo'gem, Homaidi nella Gedswa, Ibn-Kattâ' nella Dorra, Scehâb-ed-dîn-Omari nel Mesâlik, estratti, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 122, 377, 594, 653. Ibn-Bescowâl, Ms. della Società Asiatica di Parigi, copia il cenno di Homaidi.
[1463.] Kharîda, da Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 597. Una Kasîda è indirizzata a Mo'tasim, sui quale si vegga il Dozy, Recherches sur l'histoire d'Espagne, tomo I, p. 116.
[1464.] Si vegga sopra a p. 514, 516.
[1465.] Kharîda, da Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 596.
[1466.] Si vegga a p. 511, in questo capitolo.
[1467.] Imâd-ed-dîn, Kharîda nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 589, loda i suoi versi come “di buon gitto e intessuti con gusto.” Si vegga anche Dsehebi, Anbâ-en-nokâ, op. cit., p. 647. I versi si trovano nella Kharîda e somman quasi a dugento.
[1468.] Si vegga la p. 494, in questo capitolo.
[1469.] Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 24 verso, e altrove.
[1470.] Ibid., e 25 verso. Di cotesti barbuti, l'uno chiamavasi Gia'far-ibn-Mohammed, e l'altro Hamdûn, nomi che non troviamo nelle memorie del tempo. Del secondo ei diceva: “La barba d'Hamdûn, è una casacca che gli serve a ripararsi dal gran freddo. O piuttosto, quand'ei vi s'asconde in mezzo, la ti pare un mantello da letto addosso a una scimmia.”
[1471.] Op. cit., fog. 24 recto, 26 recto ec. Ve n'ha non men che otto, un dei quali è di lode. A fog. 26 verso, lode d'una ballerina.
[1472.] Kharîda, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 26 recto.
“Andai a fargli visita per novellare, che alla sua borsa io non pensava per ombra.
Ma suppose che venissi a chieder danaro, e fu lì lì per morir di paura.”
[1473.] Kharîda, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 590:
“Con le parole ti avvicina ogni cosa; richiedilo, ed ecco ch'è lontano (cento miglia).
“L'amico non faccia assegnamento su la sua promessa; il nemico non tema mai la minaccia.”
[1474.] Kharîda, MS. cit., fog. 29 recto:
“Gran pezza sopportai la mal indole di costui e dicea tra me: s'emenderà forse.
“Ma or che ha tolto moglie, alla larga! ho paura delle cornate.”
[1475.] Ad un butterato di vaiolo, e a due di fiato puzzolente, op. cit., fog. e 27 recto e 28 recto.
[1476.] Op. cit., fog. 24 verso: “O tu che mi biasimi del fuggire gli uomini e viver solitario,
“(Sappi), ch'io non so star con le vipere.”
Ed a fog. 29 recto: “Quand'uom ti dice villania, lascialo andare, che Dio ti aiuti! Abbaieresti forse contro il can che t'abbaia?”
[1477.] Kharîda, estratto d'Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 592. Ecco i versi che leggiamo nel MS., fog. 37 verso:
“Le indoli e costumi degli uomini, variano come le qualità d'acqua che tu conosci.
“Qui la limpida e pura, e puoi gustarla un sol giorno; e qui la torbida e puzzolente.
“Negli uomini il bene è pozzetta invernale che (la estate) si corrompe; il male è pozzo ridondante e inesauribile.”
[1478.] Dal Mesâlik-el-Absâr, estratto, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 154.
[1479.] Kharîda, estratto d'Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 592. Sendo messo da Ibn-Kattâ' immediatamente prima d'Abu-Mohammed-Kasîm-ibn-Nizâr, sembra anche dei Kelbiti che sgombrarono di Sicilia con Ahmed, come notammo nel cap. IV di questo Libro, p. 291.
[1480.] Kharîda, estratto d'Ibn-Kattâ', op. cit., p. 592. Nel MS. son questi versi:
“Se l'amico mi fa ingiuria, regalo alle sue ciglia un allontanamento,
“Vieto all'occhio mio di vederlo: mi sia cavato l'occhio se il guarda!
“Gli ficco negli occhi il suo proprio tratto come uno stecco;
“Lo pongo giù nell'infima abside, quand'anche ei sedesse su le due stelle polari;
“La rompo con lui, foss'egli pure Ahmed-ibn-Abi-Hosein.”
[1481.] Si veggano il cap. VII ed VIII di questo Libro, p. 334 e 349 del volume.
[1482.] Si vegga il cap. IX di questo Libro, p. 368, e la Kharîda, estratto d'Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 596. È chiamato emiro. Il titolo di Thiket-ed-dawla, sarebbe lo stesso che avea portato l'avolo Iûsuf.
[1483.] Si vegga in questo capitolo la p. 481.
[1484.] Dal Mesâlik-el-Absâr, nella Bibl. Arabo-Sicula, p. 154, 155.
[1485.] Kharîda, estratto da Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 598. Ecco tre versi che troviamo nel MS. di Parigi, fog. 48 verso.
“M'ange un dolore ch'io ignorava: un padrone che tiranneggia me debole, ed io pur gli servo.
“Una sua perfida parola mi fa bramar sempre chi promette e non attende.
“Oh Dio! accresci in me il desiderio dell'amor suo, e serba sempre nel mio cuore gli affetti che lo struggono!”
[1486.] Kharîda, estratto d'Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 506. Questa famiglia tenne la signoria di Mazara; ma non sappiamo se Hasan fu di quei che regnarono, nè se fu quel medesimo Ibn-Menkût, di cui abbiam detto in questo capitolo, p. 504.
[1487.] Op. cit., p, 592. Si vegga il cap. XII di questo Libro, p. 421. I versi di costui nella Kharîda, MS., fog. 37 recto, sono:
“Non v'ha letizia al mondo; il mondo è tutto angosce,
“Che se letizia appare, è poca e non durevole.
“La eletta degli uomini lascia il mondo; chè l'una e l'altro non possono stare insieme.”
[1488.] Si vegga il cap. XII di questo Libro, p. 427 del volume.
[1489.] Kharîda, estratto d'Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 595.
[1490.] Ibid.
[1491.] Op. cit., p. 598.
[1492.] In questo cap., p. 489.
[1493.] Kharîda, p. 597.
[1494.] Op. cit., p. 592.
[1495.] Ibid.
[1496.] Op. cit., p. 597.
[1497.] Op. cit., p. 591.
[1498.] Op. cit., p. 592. Questi e il precedente sì segnalano per elegante gravità nei pochi versi che ne abbiamo. Ahmed, come ognun vede, era fratello d'Abu-Abbâs-ibn-Mohammed citato poc'anzi.
[1499.] Pag. 513.
[1500.] Pag. 477.
[1501.] Ibid.
[1502.] Pag. 474.
[1503.] Pag. 477.
[1504.] Kharîda, op. cit., p. 591.
[1505.] Kharîda, op. cit., p. 598.
[1506.] Op. cit., p. 597.
[1507.] Op. cit., p. 595.
[1508.] Potrebbe essere per avventura il Bellanobi o altro Abu-Hasan. Ne abbiamo soli cinque versi, senza cenno biografico nella Enciclopedia di Nowairi, MS. di Leyde 273, p. 747 e 749.
[1509.] Iakût, Mo'gem, estratto, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 108.
[1510.] Kharîda, estratto d'Ibn-Kattâ', nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 598.
[1511.] Ibid.
[1512.] Op. cit., p. 597.
[1513.] Ibid.
[1514.] Op. cit., p. 595.
[1515.] Pag. 476, 477, in questo cap.
[1516.] Pag. 504, in questo cap.
[1517.] P. 505, in questo cap.
[1518.] Pag. 512, in questo cap.
[1519.] Ibid.
[1520.] Ibid.
[1521.] Ibid.
[1522.] Pag. 511.
[1523.] Pag. 512.
[1524.] Pag. 476 e 511, in questo cap.
[1525.] Pag. 477, in questo cap.
[1526.] Pag. 412, in questo cap.
[1527.] Pag. 464, in questo cap.
[1528.] Pag. 478, in questo cap.
[1529.] Salix Ægyptiaca.
[1530.] Ciò si dee pensare a priori. Lo conferma il Diwân d'Ibn-Hamdîs, che abbiamo intero, dal quale Imâd-ed-dîn, Ibn-Khallikân, Scehâb-ed-dîn-Omari, scelsero qualche bello squarcio e parecchi mediocri e lasciarono i migliori, quasi sempre a rovescio del gusto nostro.
[1531.] Kharîda, estratti d'Ibn-Kattâ', nel MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 27 verso, e altri epigrammi d'Ibn-Tazi dal fog. 24 recto; altro di Moscerif-ibn-Râscid, a fog. 30 recto; e la descrizione d'una festa d'Ibn-Hamdîs, qui innanzi a p. 531.
[1532.] Ibn-Abbâr, presso Dozy, Historia Abbadidarum, tomo II, p. 62, ed estratto nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 329.
[1533.] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, MS. C, tomo V, anni 435, 442, 448, 453, 455; Abulfeda, stessi anni; Baîan, testo, tomo I, p. 288 e segg.; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo I, p. 31 e seg., e II, p. 21; Tigiani nel Journal Asiatique, d'agosto 1852, p. 84 a 96; Leone Africano, presso Ramusio, Navigatione et Viaggi, vol. I, fog. 3 recto e verso, edizione di Venezia 1563.
[1534.] Marrekosci, The history of the Almohades, testo arabico, pubblicato dal professor Dozy, p. 259.
[1535.] Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 24, dice che la Sicilia di nuovo “si commosse come le onde del mare.” Il Di Gregorio pensò correggere il testo, e tradurre “et solemnis precatio pro eo fiebat in insula,” accennando ad Ibn-Hawwasci. Ma il testo è chiaro e senza mende.
[1536.] Histoire de l'Afrique et de la Sicile, p. 181 della versione di M. Des Vergers. Quivi si legge “l'un des principaux chefs des habitants les plus turbulents de la ville;” e la voce che ho messo in corsivo, sarebbe traduzione plausibile dell'arabico awghâr, come M. Des Vergers corresse il testo dell'unico e mediocre MS. ch'egli ebbe alle mani. Quivi si legge arghâd, che significherebbe “uomini di viver lieto;” ma non si adatta alla parola “caporioni” che precede. Ma un MS. di Tunis, ha la variante agwâd, “nobili” che io seguo nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 484. Le lezioni inoltre del MS. e del testo di M. Des Vergers, darebbero voci arcaiche o neologie; la variante del MS. di Tunis al contrario è di uso comunissimo, e con la voce precedente fa il senso preciso “capi dei nobili.”
[1537.] Si vegga il passo di Leone d'Ostia che citai nel cap. XII di questo Libro, p. 421 in nota.
[1538.] Questi regnò, o stette sul trono dal 991 al 1031.
[1539.] Ibn-Khaldûn e Nowairi.
[1540.] Tigiani, versione, op. cit., p. 109, e testo nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 377, 378.
[1541.] Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 484, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 275, 276 del testo; Abulfeda, Annales Moslemici, tomo III, p. 274 e seg., anno 484; Ibn-Khaldûn, Histoire de l'Afrique et de la Sicile, versione di M. Des Vergers, p. 181 e seg.; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 23 e seg.; Ibn-Abi-Dinâr, Storia d'Affrica, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 533; i quali con più o men particolari ripetono unica tradizione. Si veggano anche Amato, l'Ystoire de li Normant, Lib. V, cap. 8; l'Anonymi Chronicon-Siculum, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, p. 836, e versione francese nello stesso volume di Amato, p. 278; Malaterra, lib. II, cap. 3; e Leone d'Ostia, lib. III, cap. 45: dei quali chi dice d'Ibn-Thimna cacciato di Palermo; chi del cognato d'Ibn-Hawwasci ucciso da lui; e da lor soli si ritrae che Ibn-Hawwasci fosse riconosciuto principe in Palermo. I nomi storpiati pur si ravvisano. Ibn-Thimna, è scritto Bettumenus, Vulthuminus, Vultimino ec.; Ibn-Meklati, Belcamedas, Bercanet, Benneclerus, e in una variante del Caruso, op. cit., p. 179, Benemeclerus; d'Ibn-Hawwasci si è fatto maggiore strazio, Belchaoth, Belchus ec. Sempre della voce ibn rimane la b, vi s'aggiugne la l dell'articolo che segue, ed è esatta anche la prima consonante del nome patronimico; il resto si dilegua.
Debbo aggiugnere che Ibn-Giûzi, autor del XIII secolo, dà seriamente una favola assurda che non cavò di certo dagli annali musulmani, ma da qualche tradizione orale o raccolta d'aneddoti. Scrive che i Franchi conquistarono la Sicilia il 463 (1070-71), chiamati da Ibn-Ba'ba', governatore dell'isola, per paura del califo d'Egitto il quale gli domandava il tributo ed ei non potea pagarlo. Si legge nel Merat-ez-Zemân, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 326.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (comentario/commentario, seguita/seguíta e simili; molti nomi arabi, come Khalesa/Khâlesa), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Le correzioni elencate a pag. 563 (Avvertenza dell'Autore) sono state riportate nel testo.
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