AVVERTENZA.
Facendomi a pubblicare questo mio IIIº volume dieci anni dopo il IIº e non presentandolo pur compiuto, debbo scolparmi di un ritardo che parrebbe tanto meno perdonabile, quanto egli è noto che da lungo tempo aveva io, in Parigi, raccolti i materiali tutti e abbozzata l’opera da un capo all’altro. In fatti, uscito il Iº volume nel 1854, lo segui il IIº nel 1858; e nello stesso anno erano già composte in caratteri da stampa 54 pagine del presente volume. Ma ritornato in Italia per causa de’ grandi avvenimenti del 1859, io non mi chiusi in uno scrittoio. Qualche ufficio pubblico esercitato, qualche altro lavoro dato alla luce, mi distoglieano sì fattamente dalla Storia dei Musulmani di Sicilia, che ho potuto appena, un po’ nel 1862 e un po’ dal 1865 in qua, scrivere il rimanente del quinto libro; il quale termina con l’assetto della dominazione normanna, e compone questa prima parte del IIIº volume. La seconda parte, ossia il sesto libro, toccherà le vicende dei Musulmani che mano mano si dileguarono dall’isola. Ho cagione di sperare che cotesta parte finale del volume e dell’opera sia presto compiuta; sì ch’io possa nel corso dell’anno vegnente dar opera alla traduzione de’ testi arabici, che stampai a Lipsia il 1857; i quali sono la fonte principale di queste istorie.
Nè sembri smentita la buona intenzione dal fatto che, dopo avere differito per dieci anni, io non voglia or aspettare una diecina di mesi per compiere il presente volume. Io ho richiesto l’editore di pubblicarne la prima parte senza altro indugio, perchè in oggi i libri invecchian presto: e già è uscito in Italia e oltremonti qualche lavoro su periodi istorici confinanti da un lato o da un altro con quello ch’io presi a trattare. Altri lavori so che si preparano. Ragion vuole che le mie fatiche, quali che si fossero, non rimangano inutili ad altrui; e che intanto ciascun s’abbia il merito delle idee proprie e delle proprie ricerche.
Non ostante il gran tratto che è corso dalla stampa alla pubblicazione de’ primi capitoli, io non dovrò che aggiugnere o mutar qualche parola nel testo o nelle note, a pagg. 25, 36, 55, 90; come si vedrà in un’errata alla fin del volume. Pochissimi altri luoghi sono stati già corretti rifacendo le pagine, 4, 5, 9, quando si pubblicò nella Nuova Antologia del maggio 1866 uno squarcio del primo capitolo, ed uno del sesto.
Firenze, aprile 1868.
M. Amari.
LIBRO QUINTO.
CAPITOLO I.
A un tempo con le cause che rodeano al di dentro lo stato musulmano in Sicilia, operarono le cause esteriori ond’ebbe la pinta. Oltre quella universale reazione dei Cristiani occidentali contro i settatori di Maometto, s’accese all’entrar dell’undecimo secolo un genio di libertà nelle popolazioni indigene e oltramontane mescolate da parecchi secoli nel nostro territorio e fatte il nuovo popolo italiano. Il qual movimento, come sempre accade, mutò aspetto secondo gli ostacoli locali: dove fece vendetta di assalti forastieri; dove aspirò alla emancipazione da reggimento straniero; dove portò ad opere ed ordini e in ultimo a forme di repubblica; sovente partecipò dell’uno e dell’altro, e più spesse furono le nimistadi scambievoli dei cittadini. Ma dalle guerre civili ne allontana per ora l’argomento nostro, e ne conduce alle due serie di fatti che prelusero al conquisto della Sicilia: cioè la guerra di Pisa e Genova contro i Musulmani, e la cacciata dei Bizantini dall’Italia meridionale.
I Pisani, fin dalla seconda metà del decimo secolo, compariscono nella storia liberi in mare e sudditi in terra: qui reggeansi a nome del marchese di Toscana e dell’imperatore germanico, sovrano feudale; lì il commercio, necessariamente armato in mezzo ai Musulmani che solcavano d’ogni parte il Mediterraneo, portò i cittadini ad autonomia, non che non sospetta, gratissima ai signori della patria, i quali non avendo forze navali, volentieri ne accattavano da loro. Certamente i privati armatori si associarono; certamente deliberarono le imprese navali e provvidero ai mezzi, nella stessa guisa che avean fatto quand’era scopo principale il traffico; la preda si spartì come i guadagni; e la compagnia, qual che ne fosse il nome e la forma in quei primi tempi, diè nascimento al governo della repubblica. Aveano i Pisani combattuto la fazione del novecensettanta contro i Musulmani di Sicilia[1] e forse altre minori contro que’ d’Affrica e di Spagna, e avean già patito le vicende di lor nuova industria del mille e quattro, quando un’armata musulmana saccheggiò un quartiere della città.[2] Per farne vendetta ed assicurare lor commercio, i Pisani metteano in mare il navilio che sconfisse i Siciliani a Reggio; alla quale impresa molto inopportunamente si è data sembianza di guerra religiosa, scrivendo che il dotto monaco francese Gerberto, salito al trono pontificale col nome di Silvestro secondo, bandì la crociata per liberare Gerusalemme, e che i Pisani a tal invito corsero alle navi e tagliarono in pezzi i primi Infedeli in cui s’imbattessero.[3] Il vero è che la potenza surta allora nel Tirreno dovea venire alle prese coi Musulmani, come gli antichi popoli che dettero nome a quel mare avean fatto coi Fenicii, predecessori dei Musulmani in Sicilia, Affrica, Sardegna, Baleari e Spagna. Uscì dai porti di Spagna il navilio che rinnovò del mille undici l’assalto e il guasto sopra Pisa;[4] forse dagli stessi porti e per le medesime genti che a capo di pochi anni occuparono la Sardegna, infestaron Luni e soggiacquero alle forze unite di Pisa e Genova.
Mentre in Spagna tre usurpatori si contendeano il califato, e i governatori si prendean le province, trovossi a regger Denia un Abu-l-Geisc[5] Mogêhid-ibn-Abd-Allah, cristiano d’origine,[6] liberto della casa del celebre Almansor, indi soprannominato Amiri:[7] uomo intraprendente, valoroso, educato alle lettere e alle scienze coraniche in Cordova e mecenate dei dotti.[8] Appo il quale rifuggitosi da Cordova, con molta mano di partigiani, un Abu-Abd-Allah Mo’aiti, giurista chiarissimo per sapere e antica nobiltà, chè discendea di schiatta collaterale agli Omeiadi, Mogêhid, non osando per anco aspirare al principato, volle mettere su quel regolo di sua fattura; gli prestò giuramento e rese onori da califo, di giumadi secondo del quattrocentocinque (dicembre 1014); ed a capo di cinque mesi, allestita l’armata, andò con Mo’aiti ad occupar le isole Baleari. Non guari dopo, rimandato il finto principe a Denia, Mogêhid con un migliaio di cavalli e centoventi navi tra picciole e grandi, fece prora per la Sardegna.[9]
Ormai gli autori arabi chiariscon erroneo il moderno racconto della dominazione musulmana in Sardegna e confermano i nostri antichi ricordi, da’ quali si scorgea travagliata sì quell’isola con depredazioni e guasti, ma non mai occupata innanzi il brevissimo regno di Mogêhid. È verosimile, anzi direi certo, che i Sardi, abbandonati dall’impero bizantino, dai re longobardi e dall’impero d’occidente, fin dall’ottavo secolo si reggessero per loro giudici o re, chè s’intitolavan l’uno e l’altro. Fiera gente, assecurata dalla povertà, dal proprio valore e dai luoghi aspri e salvatici, scansò il giogo dei Musulmani; i quali fatto fardello (710, 752, 813, 816, 817, 935) dell’oro e argento, ma spaventati insieme dai frequenti naufragi e dalla resistenza degli isolani nelle scorrerie minori, li lasciarono tranquilli;[10] tenendoli uomini indomabili, avvezzi a star sempre con le armi allato,[11] da buscarsi appo di loro più colpi che preda. Gli annali musulmani ci narrano che dopo la strage fatta in Sardegna da Abd-er-Rahmân-ibn-Habîb (752) gli abitatori si sottomessero a tributo; onde per lungo tempo non furono molestati, anzi i Rûm ristorarono le cose dell’isola.[12] Erronea parmi la fazione dei Musulmani di Spagna a Cagliari nel mille ed uno, che si legge in un compendio di storia pisana di tre secoli appresso.[13]
Sbarcato Mogêhid in Sardegna, ruppe gli isolani con molta strage, di rebi’ primo del quattrocentosei (18 ag. a 16 settem. 1015); uccise Maloto lor condottiero e fece grandissimo numero di prigioni, donne e fanciulli.[14] L’armata, com’e’ sembra, si mostrò, prima o dopo, su la costiera tra Genova e Pisa, approdando a Luni, cui saccheggiò forse e si ritrasse; ma bastò a provocare i Pisani già possenti in mare, e i Genovesi, i quali prosperando nel commercio dovean anco adoperarsi a cacciare il vicin nemico. Par si collegassero le due repubbliche nell’umile sembianza di compagnie di mercatanti, premurose d’ubbidire ai comandi del papa e dell’imperatore; e il papa ch’era Benedetto ottavo, partigiano favorito d’Arrigo secondo e vago di por mano nelle cose temporali, par s’arrogasse di promulgare la guerra, e di negoziare con Moghêid. Nondimeno l’importanza dell’impresa stava tutta nelle forze, interesse e volontà dei Pisani e dei Genovesi; i quali andati a trovare il navilio musulmano in Sardegna, riportarono una prima vittoria nello stesso anno mille e quindici.[15] Mogêhid si sfogava con atroci supplizii sopra i Cristiani di Sardegna,[16] innasprito forse dalla resistenza che facessero i Sardi qua e là per l’isola; e sapendo i grossi armamenti che s’apparecchiavano in Terraferma, diede opera a fabbricare una fortezza.[17] Intanto i suoi, scontenti del poco acquisto, sbigottiti dal clima malsano e dai travagli della guerra, mormoravano:[18] tardava alla più parte di tornare in patria, dove li chiamavano tutte le passioni della guerra civile. Talchè, di maggio millesedici, venuta grand’oste di Pisani e Genovesi, Mogêhid si deliberò a sgombrare.[19] Combattuto dagli Italiani mentre s’imbarcava, in su l’entrar di giugno,[20] fu sconfitto, e atrocemente straziati i suoi da una tempesta, che ruppe molte navi, altre spinse a terra, ove i naufraghi erano spacciati dai Cristiani.[21] Campò Mogêhid a Denia con le reliquie dell’armata, lasciando prigioni un fratello e il proprio figliuolo Alì che gli succedette nel principato:[22] altri scrive il figliuolo e una moglie.[23] Con sì lieve fatica i nostri riebbero la Sardegna.[24]
E tosto voltarono le armi l’un contro l’altro: i Genovesi assalivano i Pisani; i quali, avutone l’avvantaggio, li cacciarono dall’isola.[25] Onde i mercatanti di Pisa cominciarono ad esercitare una clientela su quei giudici, o regoli, bisognosi di lor danaro e di loro forze navali; tennero fattorie; forse usurparono privilegi commerciali: nelle quali brighe ebbero sempre a gareggiare coi mercatanti genovesi.[26] Nel secolo ap- presso, quando le due città si reggeano a comune e Genova adulta agguagliava la rivale, si contesero la Sardegna con le armi, con le pratiche appo quei regoli ed a corte di Federigo Barbarossa,[27] e poscia con falsare la storia, immaginandosi dai Pisani due concessioni papali (1016 e 1049) e due novelli conquisti del mille diciannove e mille quarantanove, sopra Mogêhid che alfine fosse caduto in lor mani.[28] Da ricordi più genuini si ritrae che i Musulmani, dopo la fuga di Mogêhid a Denia (1016), non assalirono mai più la Sardegna.[29] Quei si tuffò tutto, scrive Ibn-el-Athîr, nelle guerre civili di Spagna;[30] molestò la contea di Barcellona; fu costretto alla pace, dicon anco a pagar tributo (1018), da una man di Normanni ausiliari della contessa Ermenseda, nella minorità di Berengario,[31] e morì nel millequarantaquattro.[32] Di certo, i corsali di Denia e delle Baleari lungo tempo infestarono le parti occidentali del Mediterraneo, poichè quel nome di Mugeto, supposto re d’Affrica, suonò terribile appo i Cristiani; chiunque combatteva gli Infedeli spagnuoli o affricani, si vantava d’aver preso o ammazzato il gran Saracino.[33]
Tolte così le favole che son debole fondamento alla gloria dai popoli, quella dei Pisani e Genovesi risplende nella liberazione della Sardegna; nel primo esempio dato in Ponente di grosse espedizioni contro i Musulmani; nell’acquistata signoria del bacino occidentale del Mediterraneo. Venuti loro a noia li armamenti navali di Moezz-ibn-Badîs,[34] i Pisani assaltarono l’Affrica il milletrentaquattro, presero Bona:[35] strepitosa vittoria che suonò oltremonti come trionfo della Cristianità sopra l’Islamismo, e probabil è vi abbiano partecipato i Genovesi e qualche nave provenzale.[36] Le due repubbliche italiane messero da parte lor odii quand’occorrea domare il nemico comune: i Pisani uniti di nuovo ai Genovesi schierarono dinanzi Mehdia (1087) quattrocento navi italiane; e prima avean assalito soli Palermo (1062), poscia occuparono le Baleari (1113-4); per tutto il duodecimo secolo i navilii d’Italia, terrore dei Musulmani, apriron la via agli accordi commerciali e alla fondazione delle fattorie nelle città marittime d’Affrica e di Levante. Quella virtù cominciando ad operare, come si è notato, nei principii del secolo undecimo, diè incentivo ed aiuto al conquisto della Sicilia.
La rivoluzione di Puglia e Calabria contro i Bizantini fu capitanata e confiscata da poche famiglie novelle in Cristianità. Verso il settimo secolo, a’ primi albori della storia settentrionale, si scopre in Danimarca, Norvegia e Svezia una gente la cui lingua al par che la complessione dei corpi e gli ordini sociali attestavano l’origine germanica; se non che, sendo lor toccato in sorte un paese inculto e disabitato o quasi, non ebbero vassalli, e non trovando vitto in terra, lo cercarono in sul mare con la pesca e la pirateria. Per tali cagioni si mantenne tra essi l’uguaglianza civile perduta da’ lor fratelli nel conquisto delle province romane. Serbaron anco l’antica religione. Si reggeano in piccioli stati, sotto capi (iarls) di famiglie nobili per valore, eletti nelle adunanze (things), nelle quali gli uomini liberi, cioè tutti, deliberavano le pubbliche faccende. Ma nell’ottavo secolo, i combattimenti e traffichi nel Baltico con altri Germani e con genti finniche e slave avean già condotto gli Scandinavi a migliorare lor costruzioni navali, lor armi, e le arti necessarie all’uno e all’altro: allor fecero più grosse imprese al di fuori, e seguì in casa l’accentramento sotto regoli (kong, konung ec.); s’apparecchiò quello dei piccioli nei maggiori reami, di Danimarca, Norvegia e Svezia. I quali rivolgimenti, al par che le spesse carestie in un paese presso che privo d’agricoltura, portavano all’emigrazione. Gli uomini più audaci e procaccianti facean compagnia; sceglieano apposta un capo sperimentato, re marittimo (soekongar) come il chiamavano; varavano frotte di barche, e sì usciano a lor wicking, noi diremmo pirateria, in cerca di bottino e di gloria: chè virtù si tenea presso di loro l’astuzia e valor nel rubare. I morti per naufragio o di spada sederanno in eterno allato d’Odin, nel Walhalla, a tracannare cervogia; i reduci faranno mostra della preda, canteranno lor geste, bevendo a cerchio nelle romorose brigate l’inverno. Orgoglio dunque, cupidigia, necessità, costumi, rigoglio di corpi e d’animi, uso alle fatiche del mare, non curanza della morte, moveano i Normanni (Northmen) o Dani[37] a lontane espedizioni fuori il Baltico.
Nelle quali desolarono (787-885) lungo la marina e le rive dei fiumi, le isole britanniche, la Germania in su l’Oceano, i Paesi Bassi, e la Francia; infestarono anco la Spagna: Hastings, lor terribile eroe, pensando arricchirsi delle spoglie di Roma, s’imbattè in Luni (859), la saccheggiò;[38] ed egli o altri assaltò anco Pisa (860). Con lor lievi barche solean costeggiare, entrare nelle foci dei fiumi, risalire per ventine o centinaia di miglia dentro terra; afforzarsi nelle isole marittime o fluviali; smontati dar di piglio a quanti cavalli poteano, e temerarii innoltrarsi nelle province, taglieggiando, depredando, ardendo, ammazzando; più crudi nei monasteri, sapendoli più ricchi, o per vanto di calpestare il nume rivale d’Odin. Da Londra e Dublino ad Utrecht, Aquisgrana, Colonia, Coblentz, Treveri, Parigi, Tours, Bordeaux, e Tolosa; ed a Lisbona, a Siviglia, ad Arles, a Valenza sul Rodano, i Barbari addimesticati sentiron la mano dei Barbari freschi della Scandinavia: i quali dopo la rapina presero come gli altri a stanziare qua e là; conquistarono l’Inghilterra, e la perdettero; si posero alla foce della Loira e ne furon cacciati; si posero in su la Senna e v’allignarono.[39]
Un secolo era corso dall’esaltazione di Carlomagno, e restava appena a’ successori col titol di reame di Francia la regione che si stende dalla Loira alla Mosa, toltane a ponente la Bretagna, quando vennero a scemare il breve territorio gli Scandinavi che l’aveano già guasto, e saccheggiata Parigi (846), arsi i sobborghi (857), e strettala nuovamente d’assedio per dieci mesi (885-6). Avvenne nel medesimo tempo che Aroldo dalla bella chioma (Harald Haarfager) soggiogasse gli altri regoli di Norvegia, e facesse opera ad accentrare ed assestare il novello reame; onde molti uomini impazienti del giogo espatriarono o furon cacciati e incalzati per le isolette e pei mari, dove ripigliavano l’antico mestiere di loro schiatta. Ragunati in grande frotta, tentarono l’Inghilterra, tentarono la Fiandra, e alfine s’imboccarono nella Senna; ebbero di queto Rouen;[40] ne fecero pianta a guerra di conquisto; ruppero (898) un esercito francese che li assalì; occuparono cittadi e castella. Nelle quali fazioni ebber dapprima condottieri senza comando politico;[41] poi s’innalzò sopra tutti per valore e civile prudenza Roll,[42] nobile corsaro norvegio, bandito per atto di rapina in patria. E già s’erano costoro in sedici anni assuefatti a vivere nelle nuove stanze coi vinti, quando i popoli e clero di tutto il reame, vedendo non potere spezzar quel flagello, costrinsero re Carlo il Semplice a stornarlo con la pace. Trattò la pace il vescovo di Rouen, amico per necessità dei Normanni; ed a Saint Clair sull’Epte (912) il re concedette a Roll e sua gente il paese che occupavano:[43] quei gli prestò omaggio feudale, diè e compì la promessa di farsi cristiano egli e’ suoi, e di sposare una figlia naturale del re. Ebbe titol di conte; poi s’addimandò duca; e il territorio, Normandia; il quale fu esteso da lui e dai successori, tra le discordie dei grandi vassalli coi re, e tra le guerre civili che portarono al trono i Capeti. I compagni d’arme di Roll, avuta ciascun sua parte del territorio e divenuti signori dell’antica popolazione, presero gusto alla vita di cavalieri francesi; mutarono il culto d’Odin nel cristianesimo; l’uguaglianza del wicking in gerarchia feudale; l’incerto frutto del saccheggio in perenne esercizio d’abusi baroneschi; dimenticarono la patria che li avea cacciati; ebbero figliuoli la più parte da donne del paese. E però alla seconda generazione parlarono il linguaggio della Francia settentrionale, fuorchè nelle parti di Bayeux e di Coutances, dove, per essere sopravvenuti altri stuoli di Norvegia e Danimarca, si mantenne qualche anno di più il paganesimo, la favella scandinava oltre un secolo, e sempre un animo riottoso e contumace. Insieme con la religione e la lingua, la Francia diè ai nuovi conquistatori fogge, usanze, un po’ di cultura clericale, e tutti gli ordini della feudalità; se non che i baroni serbarono liberi spiriti in loro soggezione al duca, senza aggravar manco le infime classi. Il ducato fu più pericoloso vicino che nessun altro gran feudo, alla corona di Francia; l’odio nazionale arse per cinque o sei secoli tra gli abitatori dell’uno e dell’altro.[44] Tanto più che i Normanni, sì agevolmente gallicizzati al di fuori, non aveano perduta l’indole degli avi: insieme con gran valore, disciplina e sagacità militare, mostrarono saviezza nelle cose di stato ed economiche; ebbero sempre odorato fino del guadagno, mente astuta e man lesta a carpirlo, ira pronta raffrenata sol dall’interesse, amplessi e zuffe alternati fin tra fratelli, tra padri e figli nel partaggio degli acquisti; e con ciò un genio avventuroso, procacciante, migratorio, il quale all’entrar dell’undecimo secolo sfogò in pellegrinaggi al sepolcro di Cristo, ma non chiuse gli occhi per istrada essendoci da buscare. Qual cavaliere vivesse a disagio in casa, uscì a nuovo modo di wicking per terra, ai soldi d’altri stati; ed alla spicciolata fecero maravigliose prove in Spagna e nell’impero bizantino; raccolti e rinforzati d’altre genti, conquistarono l’Inghilterra e l’Italia meridionale.
Al par che il wicking mutò forme in Normandia la saga che il solea celebrare,[45] della quale se fu tentata alcuna imitazione,[46] la poesia popolare francese la soverchiò sì tosto, che alla battaglia d’Hastings (1066) il menestrello di Guglielmo il Conquistatore appiccava la zuffa recitando la canzone d’Orlando, francese di lingua e d’argomento. Alla saga che andava in disuso con la favella e modi del vivere degli Scandinavi, era succeduta la cronica cristiana, da che Dudone di San Quintino, chierico piccardo, cominciò (994) a richiesta del secondo conte di Normandia e compiè sotto il terzo, in prosa latina tramezzata di versi, il racconto dei fasti di quel popolo e dinastia, seguendo la tradizione orale di Rodolfo conte d’Ivry.[47] Fu necessariamente la istoria di Dudone, pei tempi innanzi il trattato d’Epte, mescolala di vero e di romanzo scandinavo, difettosa molto in cronologia; pei tempi appresso, fu diario di corte con orpelli di leggenda monastica e frasi di rettorica latina: e sotto gli altri duchi, altri chierici la copiarono e continuarono chi in prosa latina, chi in versi francesi, fino allo scorcio del duodecimo secolo.[48] Ma i principi normanni surti in Italia in questo mezzo, vollero auch’essi lor croniche ad imitazione della corte di Rouen, compilate su i racconti dei guerrieri che aveano compiuto que’ gloriosi fatti e riteneano le tradizioni de’ più antichi; onde raccontatori e scrittori vi posero ornamenti di discorso a foggia or cavalleresca or claustrale: e son queste le fonti principali di storia nel periodo che prendiamo a trattare.
Prima in ordine di tempo la Storia dei Normanni di Amato, campano e monaco di Monte Cassino, scritta tra il millesettantotto e l’ottantasei,[49] della quale corre per le mani degli eruditi da trent’anni in qua un’antica versione francese, interpolata di annotazioni e forse scorciata e infedele in qualche luogo.[50] Documento preziosissimo contuttociò; poichè l’autore, italiano di nascita e di studii, ossequioso a Roberto Guiscardo e Riccardo principe di Capua, ma assai più devoto al monistero, è testimonio immediato per la seconda metà dell’undecimo secolo; attinge per la prima metà a doppia tradizione, cassinese e normanna; e, con monacale prudenza, pur va dicendo il vero. La dedica all’abate Desiderio e l’andamento tutto dell’opera, mostran che fu dono fatto dal Monastero ai due principi protettori, per rimeritarli di loro larghezza con la fama. Proprio scrittor di corte, Guglielmo detto Appulo, ai conforti di Ruggiero duca di Puglia e di papa Urbano secondo, compose in su la fine dell’undecimo secolo[51] una cronica in versi latini, che comincia dalle prime imprese de’ Normanni in Italia e finisce alla morte di Roberto Guiscardo: narrazione molto viva, diligente e verace, fuorchè qualche episodio accattato dai classici, dalle favole scandinave e da’ romanzi francesi;[52] e d’origine francese parmi l’autore.[53] Lo fu di certo il monaco Goffredo Malaterra, il quale scrisse in prosa latina, a riscontro di quei fasti di casa Guiscarda, le geste di Ruggier di Sicilia, ritratte in parte dalla bocca del conte; e finisce, due anni avanti la costui morte, il millenovantotto. Malaterra avea letto le croniche di Normandia e qualche classico latino; avea meditato, egli o il conte Ruggiero, sull’indole degli uomini e vicende degli stati; onde da storico, anzi che cronista, tratta i primordii di casa di Hauteville in Italia, i particolari della guerra siciliana; nè parmi semplice quand’ei v’intreccia i miracoli dei Santi e delle spade normanne, quando dissimula il numero degli ausiliarii ed esagera quel dei nemici; quando salta a piè pari le imprese fallite o troppo scellerate. Dei delitti privati di Roberto e di Ruggiero, furti, rapine e agguati da masnadieri, truffe e violenze tra fratelli, il Malaterra è largo raccontatore al par che Guglielmo di Puglia; non tanto per libertà loro e grandezza d’animo dei principi, quanto per l’opinione di quelle compagnie di ventura passata nelle corti, dove si tenean vezzi guerrieri da vantarsene, e peccati veniali prodigalmente pagati alla Chiesa.[54] Tolto dunque l’orpello mitico nelle prime imprese, un po’ di reticenza o di esagerazione qua e là nelle altre, gli scritti di Amato, Guglielmo e Malaterra ci trasmettono le tradizioni normanne per tre vie dirette, paralelle e non comunicanti. Un buon compendio che parmi anco palatino e torna al millecentoquarantasei, aggiugne qualche particolare, secondo tradizioni che il tempo e gli interessi andavano guastando.[55] Leone d’Ostia, compilando nei principii del duodecimo secolo la storia generale di Monte Cassino, copia spesso Amato e vi aggiugne altri fatti con doppia circospezione di monaco e cardinale. Lupo Protospatario, autor della fine dell’undecimo, ci aiuta da magro cronista, diligente e imparziale tra Greci e Normanni. Altri contemporanei italiani e d’oltremonti, che citerò a’ luoghi opportuni, raddrizzano talvolta le opinioni degli scrittori di parte normanna; e così anche correggono qualche fatto per lo conquisto di Puglia i Bizantini, e per quel di Sicilia i Musulmani: frettolosi gli uni e gli altri e svogliati nel discorrere la caduta di lor dominazioni.
I primi Normanni capitati di qua dalle Alpi il millediciassette per le pratiche del principe di Salerno,[56] venturieri per bisogno, cupidigia o persecuzioni nel paese natio,[57] trovarono in Italia una gran voglia a scuotere il giogo degli imperatori d’Oriente. I quali, essendo rimasti signori per la seconda fiata della Calabria e della Puglia, le ressero a lor solito; lasciarono i Musulmani di Sicilia a correre e taglieggiare quelle province, non frenati da buone armi nè da prudenti accordi; e con ciò ripigliarono le antiche pretensioni su i principati di Benevento, Capua e Salerno. Indi que’ signori longobardi si voltavano ad ora ad ora agli imperatori d’Occidente; e i popoli della Puglia, maturi a novità per le condizioni generali dell’Italia, si sollevavano, chiamando in aiuto gli Infedeli di Sicilia.[58] Dopo Smagardo, patriotta mal noto (997-1000), sorgea Melo, nobil cittadino di Bari, di schiatta longobarda, del quale la balba storia dell’undecimo secolo narra le sventure piuttosto che la virtù, passando sotto silenzio come egli suscitasse o rinnovasse la ribellione pugliese; come ordinasse tre guerre in dieci anni; come traesse a cospirar seco i principi longobardi, l’imperatore d’Occidente ed il papa:[59] Melo, il ribelle italiano, morto in Germania con onori da principe; uomo di maravigliosa costanza, operosità, arte politica e valore. Come città longobarda fatta capitale dei dominii bizantini in Italia, Bari parteggiava in due fazioni,[60] onde la ribellione dapprima vi trionfò; poi la parte greca rimbaldanzì pei rinforzi di Costantinopoli, e fu ristorato il governo straniero (1011). Melo rifuggito alle corti longobarde che l’aiutavano sottomano,[61] s’abboccò a Capua co’ venturieri arrivati di Normandia, lor diè armi, cavalli e stipendio (1017), levò altre genti ne’ territorii di Salerno e Benevento,[62] e mosse con tutta l’oste contro i Greci.
Ruppeli in tre o più scontri (1017-19), tornando ai Normanni i primi onori del trionfo; ed era libera la Puglia, se non che novello capitano, mandato di Costantinopoli, tagliò a pezzi l’esercito dei ribelli sul funesto piano di Canne (ottobre 1019). Ritentò Melo la fortuna, con altra schiera di Normanni sopraccorsa da Salerno, ove in tre anni n’era venuto grande numero alla sfilata; e toccò la seconda strage presso Melfi. Indi i principi longobardi a tentennare; Melo a correr oltre le Alpi, chiedendo gli aiuti d’Arrigo imperatore, e, mentre si apprestavano, morì. Dato, compagno di ribellione e fratello della moglie, andò al supplizio (1021), venduto dal principe di Capua e dall’abate di Monte Cassino. I popoli tornarono al giogo, resistendo alcun capo qua e là con aiuti dei Musulmani di Sicilia. I cinquecento Normanni che rimaneano de’ tremila passati in Italia, s’acconciarono agli stipendii di Salerno e di Monte Cassino, divisi in sei compagnie, due con l’abate e quattro col principe; qualche altro militò a Capua ed a Napoli.[63]
Non oscuri, non potenti, vissero per altri venti anni da soldati di ventura. Crebbero di riputazione nelle risse tra i piccioli stati, passando sovente dall’uno all’altro per avarizia ed arte di mantenerli tutti vivi ed infermi. Secondo i guadagni crebbero un po’ di numero, per gente di lor sangue che cercava fortuna oltre le Alpi e per uomini facinorosi arruolati nella Lombardia propria ed Italia inferiore, i quali prendeano i costumi ed apparavano la lingua dei Normanni. Sopra ogni altro si avvantaggiò di coteste compagnie il principe di Salerno, allargando suoi confini. Sopra ogni altro lor giovò il duca di Napoli, il quale ripreso lo stato mercè una compagnia, donolle il territorio ove fondarono Aversa (1029), e ’l condottiero Rainolfo funne chiamato console e poi conte. Arrigo secondo e Corrado il Salico, calando in questi tempi nei principati per mantenervi la precaria autorità dello impero occidentale sopra quella del bizantino, guardaron d’occhio benigno i Normanni come stranieri; e Corrado investì solennemente Rainolfo della contea d’Aversa (1038), dandogli a mano il gonfalone imperiale attaccato in cima a una lancia.[64]
La compagnia normanna nella primitiva sua forma sembra squadron di cavalli, da venticinque ad ottanta, condotto da un capitano intraprenditore che assoldasse gli uomini e guadagnasse per sè, ovvero da capitano eletto che amministrasse il peculio sociale, cioè lo stipendio toccato in comune e il bottino. In battaglia par che le compagnie dessero comando temporaneo ad un capitano a scelta di tutti, per quel giorno colonnello, com’or diremmo, d’un reggimento.[65] Due reggimenti o bande erano in Italia verso il milletrentotto; delle quali la prima, di veterani e lor aderenti chiamati di Normandia, stanziati ad Aversa, fatti possidenti e però meno avventurosi, s’andava rassettando, a mo’ delle istituzioni patrie, sotto un colonnello perpetuo o si chiami conte privilegiato dall’imperatore; ma più ritenea del wicking che non avesse preso del feudo. L’altra, vero wicking, di giovani che tentavano la sorte, mescolati a più numero d’Italiani, lasciò i soldi del principe di Salerno per seguire le insegne bizantine in Sicilia. Eran circa cinquecento cavalli, condotti da un capitano amministratore, il milanese Ardoino.[66]
Il savio cavaliere lombardo, ripassato co’ suoi il Faro dopo l’insulto di Maniace, gittò il dado a un gran disegno. La ribellione di Puglia male spenta con Melo,[67] si ridestò per opera del figliuolo Argiro, come prima le soldatesche bizantine sgomberavano il paese, traendo alla guerra di Sicilia: ma fe’ testa ai ribelli la fazione costantinopolitana, talchè Bari fu presa e ripresa; e infine Michele Doceano, tornato di Sicilia, ricominciò i supplizii nella capitale (nov. 1040). Argiro nondimeno rimase nella provincia, latitante o in arme.[68] Ardoino, giunto in questo medesimo tempo, praticò coi malcontenti; e non si fidando, come soldato ch’egli era, nelle forze tumultuarie, nè in Bari aperta ai Bizantini dalle fazioni e dal mare, divisò di piantar altra bandiera di rivoluzione a Melfi, addossato all’Apennino allo sbocco della maggior valle onde si valicava agli stati del Tirreno, nemici naturali di Costantinopoli; ma sopra tutti fece assegnamento su i Normanni. Andò pertanto ad Aversa ad esporre le condizioni delle cose; il fior degli eserciti greci avviluppato in Sicilia, i popoli della Puglia pronti a ripigliare le armi: «E perchè ti starai,» disse al conte Rainolfo, «contento a due spanne di terreno, come il topo nella buca, quando puoi meco signoreggiare quei ricchi campi, cacciandone le femine vestite da soldati che li hanno in guardia?»[69] Ristretti i capi a consiglio, deliberano l’impresa; stipolano federazione con Ardoino, e ch’egli s’abbia metà degli acquisti. Aversa fornì trecento uomini sotto dodici capitani, che allora e poi si addimandarono conti, uguali tra loro in grado e con ugual diritto nel partaggio.[70]
All’entrar del millequarantuno Ardoino una notte conduce chetamente le compagnie a Melfi; si fa incontro ai cittadini che pigliavano l’arme, ed «Ecco, lor grida, vi reco la libertà che sospiraste. Io tengo parola: compite or la parte vostra ed accogliete come compagni e fratelli cotesti amici miei, mandati proprio da Dio per togliervi di servitù!»[71] Fermasi il patto che Melfi non abbia signor feudale; reciprocamente si giura lega e amistà.[72] La dimane i Normanni corron predando a Venosa; il secondo dì ad Ascoli, poi a Lavello e per tutta la Puglia senza contrasto.[73] Tra le due bande e i Pugliesi che le seguirono, sommavan già a tre migliaia d’uomini; settecento soli a cavallo e pochi tra essi vestiti di corazza.
A’ diciassette marzo, Doceano lor presentava la battaglia su le sponde dell’Olivento sotto Melfi, con la legione Obsequiana dell’Asia Minore e gli ausiliarii, russi: cinque o sei contr’uno ed assai meglio armati; ma furono sconfitti.[74] I Greci toccarono la seconda rotta ancorchè rinforzati di Traci e d’Italiani a Montemaggiore su l’Ofanto, del mese di maggio; la terza, di settembre, a Montepeloso, dove i Normanni non riconobbero al certo il comune legnaggio nei Varangi, schierati contr’essi con genti greche e slave, sotto il catapano Boioanni. Si bilanciò la fortuna delle armi nel quarantadue, ripassato in Italia il fiero Maniace. Poi tornò per sempre ai Normanni.[75]
Tra coteste guerre, le due bande d’Aversa e di Sicilia stanziavano a Melfi, accomunate, com’ei sembra, e ridivise sotto dodici condottieri, i quali si reggeano a repubblica, e ciascuno s’acconciò un palagio e un quartiere nella città:[76] independenti l’un dall’altro e gelosi; ma gareggiarono sempre di virtù sul campo. Col danaro, le armi e i cavalli tolti ai nemici, e con promesse di maggiori acquisti, levaron cavalieri e fanti italiani nei principati longobardi e nella Lombardia propria;[77] incorporandoli, com’e’ parmi chiaro, in lor compagnie anzichè formarne delle nuove. Ardoino disparve: morto nei primi scontri, o messo da canto e sbeffeggiato s’ei volle comandare; rimaso doge senza soldati dopo l’unione delle due bande.[78] Gli sostituirono innanzi la battaglia di Montepeloso (1041) Atenolfo, fratello del principe di Benevento, per guadagnar fede appo i popoli dei quali avean bisogno;[79] ed a capo di pochi mesi dettero lo scambio ad Atenolfo per le medesime cagioni, in persona di Argiro, il quale a quel precipizio de’ Greci era stato gridato duca di Italia a Bari (febbraio 1042), ed avea ripigliato virtuosamente le armi.[80] Argiro, capo della rivoluzione, conveniva meno che ogni altro ai Normanni vogliosi non di liberare la Puglia, ma di sottentrare agli antichi signori. Donde all’assedio di Trani un condottiere per poco non l’uccise;[81] ed egli a dirittura praticò con la corte bizantina di riformare lo stato in Puglia;[82] tentò invano d’adescare i Normanni che uscissero d’Italia per acquistar nuove palme e nuovi tesori ai soldi dell’impero in Persia; e finì lor nemico mortale, duca di Puglia per doppia grazia dei popoli e dell’impero d’Oriente, cospirando col papa e l’imperatore tedesco allo sterminio dei Normanni.[83]
Ma gli astuti condottieri che s’erano scissi quando lor entrò in mezzo Argiro, ed alcuno era passato al principe di Salerno,[84] tosto s’accorsero che nell’unione sola era da sperar salute e trionfo sugli Italiani. Rifanno pertanto la lega normanna; le prepongono, con titolo di conte di Puglia, Guglielmo Braccio di Ferro, primo tra loro per riputazione nell’armi e numero di aderenti; si associano il conte d’Aversa; e riconoscono signor feudale Guaimario principe di Salerno. Celebrossi il nuovo patto a Melfi, di settembre millequarantatrè, fatto insieme il partaggio della terra occupata per forza o per accordo, talchè il conte d’Aversa e i dodici condottieri, Guglielmo al par degli altri, ebbero ciascuno una grossa città, rimanendo Melfi in comune come capitale.[85] Ordinamento misto tra feudale e federale, che presto volse a pretta feudalità. I condottieri tennero da baroni, com’e’ sembra, ereditarii, le città assegnate, levando tributi, sforzando gli abitatori a servigi secondo le costumanze longobarde che trovavano nel paese non cancellate dalla dominazione bizantina; ed anzi che smettere gli abusi di quella, aggiunsero quanti ne ricordavano di casa loro in Normandia.[86] Sembianza feudale anche ebbe l’omaggio al principe di Salerno; credo senz’obbligo di servigio militare, nè altro. Il nuovo conte di Puglia, elettivo, fu capitano a vita e magistrato federale, ma ebbe dritto di creare o almen di proporre novelli baroni pei territorii che mano mano s’acquistassero:[87] dimodochè il senato federale s’empiva di creature sue, ed a capo di trent’anni il terzo conte inghiottì e signor feudale e confederati, e regnò con titol di duca su la più parte dell’Italia meridionale.
La famiglia che si levò a tanta altezza veniva dal Cotentino, provincia normanna più che nessun’altra di Normandia.[88] Quivi nei principii dell’undecimo secolo tenne la picciola terra di Hauteville presso Marigny nella diocesi di Coutances,[89] un Tancredi, gentiluomo di nobiltà mezzana, di scarso avere, di gran forza e coraggio, non ignoto a corte dei duchi di Normandia, ma non congiunto loro, come poi si favoleggiò;[90] il quale fu padre di dodici robusti figliuoli, educati secondo il secolo e paese, in cacce, armi, cavalli, pietà cristiana e morale da rubatori di strada. Fatti guerrier di ventura, tre dei maggiori, per nome Guglielmo, Drogone e Unfredo,[91] capitarono dopo varie vicende in Italia; militarono a Capua, indi a Salerno, e passarono con l’esercito di Maniace in Sicilia (1038); dove Guglielmo, preposto a un drappello o compagnia che fosse,[92] meritò il nome di Braccio di Ferro. Rifulse al paro la sua virtù nella guerra di Puglia: co’ brividi della quartana addosso si gittava nella mischia a Montepeloso (1041) e ristorava la battaglia: prode tra i prodi, affabile e savio, spalleggiato da due fratelli conti anch’essi o capitani di compagnie, chi potea contendergli il primato nella repubblica militare di Melfi? Morto costui a capo di tre anni (1046), fu rifatto conte di Puglia Drogone, ch’ebbe primo l’investitura dallo imperatore Arrigo terzo (1047); e ucciso Drogone (1051), i Normanni gli surrogarono l’altro fratello Unfredo, sotto il quale repressero un gran tumulto di principi e popoli.[93]
Tumulto legittimo nel popolo che avea cercato libertà e pativa oltraggi novelli; tumulto suscitato anco dal papa e dagli imperatori d’Occidente e d’Oriente per interesse proprio, sotto la solita specie di ben pubblico, morale, giustizia, religione. I Normanni lor davano appicco. E veramente se mancassero attestati precisi della costoro insolenza e cupidità in Italia, si argomenterebbe dagli eventi contemporanei d’Inghilterra, dove gli ospiti normanni di Eduardo primo fecer tanto che provocarono i Sassoni alla ribellione.[94] Crederemo dunque agli scrittori tedeschi, italiani e bizantini di quel tempo i soprusi che narrano delle bande stanziate in Puglia, mescolate d’oltramontani e Italiani, ai quali era sola patria il campo, sola virtù il disciplinato valore.[95] I nuovi sudditi, spogliati dai conti e oltraggiati dalle soldatesche, dettero ascolto ai tre potentati che inopinatamente stendean loro la mano. Costantinopoli, per estremo rimedio, richiamava gli esuli a Bari; facea duca d’Italia Argiro figliuol primogenito della rivoluzione; prometteva alla Puglia l’età dell’oro. L’imperatore germanico si apprestava a mandare soldati, sollecitato dal papa che in quella stagione era come suo castaldo in Italia. Più che ad ogni altro premea l’impresa alla corte di Roma, la quale sorgendo da due secoli di vergogne, a’ consigli d’Ildebrando monaco e cardinale prendeva a riformar i costumi del clero e le elezioni ecclesiastiche, per le quali combattè Ildebrando papa: e con quelle nuove armi di castità e libertà ritentava gli acquisti nell’Italia meridionale. Leone nono, uom di religione e virtù private, condusse eserciti per liberare i popoli, com’ei diceva, dalla tirannide: a difendere i poveri cospirò coi due imperatori, con Argiro e coi Pugliesi tinti tuttavia del sangue di Drogone, che fu pugnalato alle spalle alla soglia del tempio. E tranquillava la coscienza con l’equivoco sacerdotale. «La morte d’alcun Normanno io non bramo, nè d’alcun uomo,» scrivea Leone pochi anni appresso a Costantino Monomaco, «ma voglio far pentire col terrore umano chi non paventa il giudizio di Dio.»[96]
Mentre i nemici si sfogavano senza unità di consiglio nè d’azione, i Normanni si rassodarono, si estesero nelle Calabrie sopra i Greci;[97] e vennero d’oltremonti i figliuoli di Tancredi per la seconda moglie Fredesenda, primo tra essi Roberto Guiscardo (1047); al quale il fratello Drogone non sapendo come provvedere, mandollo con un pugno d’uomini ai confini di Calabria; fe’ racconciare un ridotto di legname in cima a un monte; lo chiamò Rocca di San Martino; disse lì al giovane di pigliar se potesse quanto scopriva con gli occhi; e volte le spalle se ne tornò in Puglia.[98] Cominciò Roberto il conquisto della Calabria da ladrone: rapire bestiame, saccheggiar ville, sequestrare le persone che paghin riscatto, ardere i cólti a chi ricusa la taglia, ammazzare cui difende la roba; tantochè un distretto si sobbarcava alla signoria feudale e i masnadieri passavano a un altro. Nel pessimo tirocinio, Roberto si fe’ gran capitano; si rimpannucciò con un matrimonio ed un tradimento; assoldò gente e se ne attirò molta più con promessa di bottino, con giustizia nel dividerlo, con quel suo sembiante marziale e risoluto, con piglio da buon compagno, e riputazione di smisurato coraggio, costanza, astuzia e profondità di consiglio. Un’oste di Calabresi per tal modo seguiva le fortune di Roberto quando papa Leone calò in arme a Civita sul Fortore, e i Normanni ragunarono tutte loro forze per difendersi. Affamati, ributtata dal papa ogni lor proposizione e preghiera, furono costretti a combattere (18 giugno 1053), capitanando Unfredo l’esercito e la prima schiera, Riccardo conte d’Aversa la seconda, e Roberto la terza, tutta di Calabresi. Gli Italiani del papa, senza capitano, fuggirono; i Tedeschi si fecero tagliare a pezzi; gli Italiani delle compagnie e que’ di Roberto trionfarono allato ai Normanni.[99]
Lasciata da canto la supposta concessione feudale del papa in questo tempo,[100] certo è che i vincitori il fecer prigione baciandogli i piedi, e che Leone benedisse lor vivi e loro morti, lagrimò, fece lunghe penitenze, dicon anche miracoli, e dopo dieci mesi tornò libero a Roma, rannodate con Argiro e coi due imperatori sue trame contro i Normanni;[101] ma la morte le troncò (1054) e prevenne anco Stefano nono che parlava di ripigliare l’impresa (1058).[102] Unfredo intanto usando la vittoria di Civita, soggiogava il rimanente della Puglia; minacciava Bari e qualche altra città da non potersi espugnare di leggieri; il Guiscardo ripigliava l’opera in Calabria;[103] e con questo crescea la potenza di casa Hauteville, fatti conti Malgerio in Capitanata e Guglielmo in Principato, e venuti altri fratelli e aderenti.[104] Sperò Unfredo lasciare l’oficio in retaggio: in punto di morte, chiamato a sè Roberto, lo istituì tutore del figliuolo minore; raccomandò forse entrambi ai capi normanni; e quando ei spirò (1056) il Guiscardo fu promosso a conte di Puglia.[105] Il quale fe’ sentir la mano del masnadiere al pupillo ed ai compagni; represse duramente con forza e frode quei che si ricordavano dell’uguaglianza; e divenne di fatto signor feudale. Compose agevolmente una sembianza di dritto, prendendo titol novello e investitura dalla corte di Roma.
Già Ildebrando preludeva per bocca di Niccolò secondo alla guerra del sacerdozio contro l’impero, ordinando libera la elezione dei pontefici (1059); già l’idea guelfa lampeggiava nella mente del cardinale toscano e del papa savojardo vissuto a Firenze: la corte di Roma, volendo sciogliersi della soggezione ai Tedeschi, dovea farsi puntello delle forze, quali che si fossero, che trovava in Italia. Niccolò dunque, tenuto un concilio a Melfi sopra la disciplina ecclesiastica, vi compì faccenda più grave: abboccatosi con Roberto scomunicato, lo ribenedisse, l’investì della signoria di Puglia e Calabria, che le tenesse, con titol di duca, in feudo della Chiesa romana, giurassele fedeltà, le fornisse servigio militare al bisogno, e pagassele censo annuale di dodici denari a jugero su i terreni tenuti da lui medesimo o conceduti a’ Normanni fino a quel dì. Promise inoltre a Roberto l’investitura della Sicilia.[106] La corte di Roma non aveva dunque posseduto Puglia, Calabria nè Sicilia, in fatto nè in carta, se non che nella falsa donazione di Costantino e nelle interpolazioni dei diplomi di Lodovico il Pio, Otone terzo ed Arrigo secondo; ma avea nel clero dell’Italia meridionale fautori e clienti; avea nel popolo riputazione di liberatrice e santa, e spirava religioso terrore nei feroci venturieri d’oltremonti. La sostanza dunque fu, che il gran censore della simonia diè in soccio a Roberto que’ suoi partigiani e un podere d’incerto padrone, per cavarne censo in buona moneta ogni anno, servigio di buone spade occorrendo, più i guadagni contingenti della sovranità feudale. Onesto o no tal baratto, la corte di Roma prestava forze vere in Terraferma; all’incontro nel patto aleatorio della Sicilia non mettea nulla del suo. Alla quale origine corrisposero i successi, poichè, conquistata l’isola, niuno domandonne l’investitura alla corte di Roma; anzi il papa risegnò parte dell’autorità ecclesiastica al principe che procacciasse un po’ di credito a San Pietro nell’isola bipartita tra Fozio e Maometto. Nello stesso modo che a Roberto e per gli stessi motivi, Niccolò secondo largì l’investitura d’Aversa al conte Riccardo; il quale poco appresso carpiva il principato di Capua (1062). Così la dominazione normanna mettea radici, rafforzata dalla parentela e comunanza d’interessi di Riccardo e Roberto; dal matrimonio di costui (1058) con una sorella del principe di Salerno, per la quale ripudiò con ippocriti cavilli Alverada, prima cagione di sua grandezza; e infine dall’acquisto della Calabria che Roberto e Ruggiero compirono nella state del millesessanta.
Ruggiero, ultimo figlio di Tancredi, passò in Italia verso il millecinquantasei, giovane di venticinque anni o in quel torno,[107] grande, ben complesso, di bell’aspetto, facil parola, coraggio a tutta prova, animo vago di lode, ambizioso per tanti esempii di sua casa e nazione, turbolento, ma aperto e liberale, scevro dei vizii capitali di Roberto, suo pari forse in guerra, savio nelle cose di stato, senza quegli alti voli che sapea spiccare il Guiscardo. Il quale promosso a conte di Puglia, ricominciata dopo breve spazio l’impresa di Calabria, e fatta invano una punta infino a Reggio (1056), era tornato in Puglia, quando gli parve di tentar con poche forze nuovo colpo, tra quelle popolazioni spicciolate, discordi, disubbidienti all’impero bizantino: verghette agevoli a spezzare, poichè lor nojava di stringersi in fascio. Manda Ruggiero con sessanta cavalli (1057) sugli estremi gioghi meridionali dell’Apennino; e quegli compie da maestro l’usata fazione normanna, del piantarsi in un ridotto su le alture e dare il guasto giù nei piani: talchè tutta la val di Saline presso il Capo dell’Armi si sottomesse alla signoria feudale di Roberto. Con giovanil probità, Ruggiero gli consegnava il danaro rubato: con sagacità lo consigliava sopra un nuovo sforzo che s’apprestò contro Reggio; e andativi entrambi, Ruggiero con audaci scorrerie provvide l’esercito di vittuaglie; ma resistendo forte i cittadini e sopravvenuto l’inverno, l’assedio fu sciolto. Allora nacque discordia tra i fratelli, lagnandosi Ruggiero che Roberto per avarizia e invidia male assai lo rimeritasse; ond’ei s’accostò all’altro fratello Guglielmo conte di Principato, fatto anch’egli nimico di Roberto, al quale recarono molestia con depredazioni e scaramucce; poi rappattumati, Ruggiero tornava agli stipendii del duca con quaranta cavalli; e tosto non vedendogli snocciolar moneta, se n’andava e ripigliava le scorrerie. A Melfi, il giovane incapricciatosi dei cavalli di un vicino, li avea rubati di notte con un di sua masnada per nome Blettiva, maestro di furti; e di lì a poco saputo di certi mercatanti che viaggiavano da Amalfi a Melfi, li appostò, spogliò e taglieggiò, e col danaro accrebbe la compagnia fino a cento uomini. Ma entrato l’anno millecinquantotto e straziata la Calabria dalle genti di Roberto, da una pestilenza e da orribil fame, le popolazioni sottomesse alla signoria normanna si levarono; trucidarono intere compagnie: onde Roberto si consigliava di tramutar di Puglia in Calabria, dal campo nemico al suo proprio, il lioncello ch’avea messo tal giubba in due anni. E gli interessi raccendeano subitamente l’amore fraterno: Roberto concedeva a Ruggiero la metà dei territorii acquistati e da acquistarsi nell’estrema Calabria. Fermata la sede a Mileto, Ruggiero, del millecinquantanove, soggiogò la più parte del paese; conciò male due vescovi, greci al certo, che gli vennero incontro armati in Val di Saline; balzò in Capitanata insieme con Roberto e fece cavar gli occhi a un altro Normanno che s’era ribellato contro il fratello Goffredo; tornò con Roberto in Calabria per far una scorreria fino a Reggio (1059) ed apprestaronsi a maggior guerra. E in vero, del millesessanta, Roberto, raccolto quasi un esercito e preso con seco Ruggiero, calò a Reggio nel mese di luglio, e dopo molti combattimenti, nei quali il giovane si segnalò come in tutta sua vita, i valorosi cittadini furon chiusi dentro le mura, piantate le macchine a far la breccia; sì che Reggio esausta s’arrese a patti, riconoscendo signore il duca. Il quale mentre assestava la città, Ruggiero soggiogò le castella vicine, fuorchè Squillaci; e anch’essa, dopo qualche mese, aprì le porte.[108]
In venti anni così dalla ribellione d’Ardoino, le compagnie di Normanni e Italiani s’erano impadronite della vasta provincia bizantina. Salerno, che fu prima a chiamarle e sempre le favorì, divenuta era difatto lor tributaria, e i principi imparentati per forza con casa Hauteville. Non van contati i piccioli stati: Napoli mezza libera; Benevento carpita dal papa; Monte Cassino badia o feudo, non si sapeva; Amalfi presa e lasciata da Salerno. La casa di Aversa, congiunta per matrimonii con gli Hauteville e coi principi di Salerno, stava per dar di piglio al principato di Capua ed a Gaeta. Della dominazione lombarda rimaneva a Salerno appena il nome che sparve tra non guari (1077). Con ciò la compagnia, mutando ordini a poco a poco, da federazione ch’era di venturieri trapassava a nobiltà territoriale, vassalla la maggior parte di Roberto di Hauteville, la minore di Riccardo d’Aversa: e le due novelle dinastie, riconosciuta la sovranità feudale, prima di Salerno, poi degli imperatori germanici, le aveano disdette entrambe, acconciandosi in quella del papa. Garbuglio di dritto pubblico, se dritto si dovesse cercare in quel periodo, tra la fermentazione degli elementi onde poi s’aggranellò un reame, non conquistato da un popolo sopra un altro, non riformato per movimento nazionale, nè religioso, nè sociale, ma per una rivoluzione mista di tutti que’ modi. I soldati mercenarii che fecero trionfare dopo mezzo secolo la ribellione di Melo, longobarda, latina ed aristocratica, usurparono la dominazione coi suoi frutti sopra i Bizantini e sopra gli abitatori ad un paro. Nella lunga e vana guerra, i venturieri furon costretti a mutar sovente i patti tra loro stessi, con le popolazioni soggiogate o confederate e coi principi vicini; e il duca di Puglia che s’innalzò tra quelle vicende, non venne a capo d’allargarsi in Calabria e quindi in Sicilia, senza la spada d’un altro condottiere; onde nacquero nuovi piati e andirivieni, finchè Roberto Guiscardo, correndo ad altre ambizioni, morì in Grecia (1085), e primeggiò in casa di Hauteville il conte Ruggiero signor della Sicilia. Infino a quel dì non vi ebbe dritto pubblico propiamente detto nell’Italia dal Garigliano a Trapani, se non che patti temporanei, i quali ben si assomiglierebbero a quei del wicking sotto gli Hastings e i Roll.
E come i compagni di Roll, così i Normanni d’Italia, in lor vita da masnadieri mostrarono splendidamente le virtù che fondano gli stati. Virtù di guerra, la quale s’apprese immantinenti agl’Italiani entrati nelle compagnie; poichè non istà nella forza e nel coraggio, comuni alla più parte degli uomini, ma negli ordini, nello esercizio, nella fidanza singolare e collettiva dei combattenti, nell’onor militare, nella tradizione delle vittorie. Prudenza civile adattata a quegli umili principii: attirar sotto lor bandiere forti Italiani; accomunarli d’interessi ai Normanni; trovare partigiani nelle città; vezzeggiare ed arricchire il clero; divider opportunamente i furti; non sperperare la parte propria, ma ammontarla col capitale comperando nuovi uomini e nuove armi; tosare i sudditi senza lasciarli ignudi al tutto; azzuffarsi tra loro al partaggio e fin venire alle armi, ma rifar l’amistà e la fratellanza come se nulla fosse stato, quando i popoli si sollevano incoraggiati da quella discordia. Tali erano i condottieri normanni. Pieghevoli alle usanze del paese, fermatavi per sempre la dimora, e pochi di numero, non sembravano reggimento straniero: l’Italia meridionale godea sotto di loro la independenza e governo men molesto, da non meritar odio e molto meno disprezzo.