NOTE:

[1]. Si vegga il Libro IV, cap. VI, pag. 311, del vol. II.

[2]. Chronicon Pisanum, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 101, e Breviarium pisanæ historiæ a p. 167; e Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 4, tutti nell’anno pisano 1005. Il Breviarium, compilato alla fine del XIII secolo, aggiugne che i Saraceni avevano minacciato Roma, fatto poco probabile, finto com’io credo per vantare i meriti dei Pisani appo la corte papale e rincalzare la supposta concessione della Sardegna. I compilatori pisani più moderni mano mano confusero la narrazione, ponendo questo assalto lo stesso anno della battaglia di Reggio, e proprio nell’assenza dell’armata; poi la scena si ravvivò con Mogêhid (Musetto), con la Chinzica eroina, con le esortazioni del Papa, le arringhe dei consoli pisani, i quali furono supposti con date, nomi e cognomi ec. Si veggano cotesti romanzi nel Sardo, Cronaca Pisana; e nel Roncioni, Storie Pisane, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 76, e parte I, pag. 49, 51, e si riscontri il Muratori, Annali d’Italia, 1005, il quale con sana critica rigetta tutti quegli episodii. Quanto all’origine arabica del nome Chinzica, supposta dal Muratori, mi accordo col Wenrich che la mette in forse. Rerum ab Arabibus ec., lib. I, cap. XIII, § 115. In ogni modo quella voce non ha che fare coll’avvenimento del 1004, poichè le carte pisane innanzi il mille fanno menzione d’un quartiere di tal nome. Si vegga l’avvertenza dei dotti editori del Roncioni, op. cit., pag. 63, nota 1.

[3]. Quel che si sa della battaglia di Reggio è stato riferito da noi nel Libro IV, cap. VII, pag. 341, del vol. II. La supposizione della pia gesta dei Pisani è nata in questo modo. I Benedettini della congregazione di Saint Maur pubblicarono tra le epistole di Gerberto (Recueil des Historiens des Gaules, tomo X, pag. 426, nº. CVII) una del 999, indirizzata non si sa a chi e molto oscura, nella quale il Papa, lamentando Gerusalemme profanata dai Pagani, esorta lo sconosciuto cristiano: «Enitere ergo, miles Christi, esto signifer et compugnator, et quod armis nequis, consilii et opum auxilio subveni;» nelle quali parole in vero si trova l’idea immatura d’una crociata e la domanda di oblazioni per la santa impresa. I dotti editori aggiungono in nota che i Pisani subito si messero in mare e andarono a combattere. Si cita per questo, Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, III, 400, ma in fondo non si trova altra fonte che un moderno panegirico municipale dei più avventati, voglio dir le lunghissime note di Costantino Gaietani alle vite dei papi di Pandolfo Pisano, pubblicate a Roma il 1638, e ristampate dal Muratori nel detto volume. Torniamo dunque al Tronci e peggio, e si spezza il legame tra l’epistola di Gerberto del 999 e la battaglia di Reggio del 1005, si dilegua la crociata, e resta ai Pisani la industria, la civil prudenza, e la virtù di guerra navale.

[4]. Chronicon Pisanum; e Marangone, II. cc., anno 1012.

[5]. Ne’ Mss. d’Ibn-el-Athîr si legge erroneamente Abu-Hosein, per uno scambio di lettere e punti diacritici molto facile ad avvenire nelle copie. Abu-l-Geisc (Padre dell’esercito) significa il soldato per antonomasia.

[6]. Rumi. Così il chiama Marrekosci, The history of the Almohades, testo arabico, pag. 52. Può significare schiavo greco o italiano, e, in Spagna, uom delle schiatte sottomesse dai Musulmani.

[7]. Almansor si chiamava Ibn-abi-Amir.

[8]. Dhobbi, Ms. della Soc. Asiat. di Parigi e Ibn-Bassâm, Ms. della Bibl. di Gotha, entrambi all’articolo Mogêhid. Debbo questi estratti alla cortesia, l’uno del Prof. Dozy di Leyda, e l’altro del Dottor Weil di Heidelberg. Ibn-el-Athîr dice che Mogêhid e il figliuolo Alì, suo successore, furono entrambi «uomini di dottrina, amicissimi e benefici verso i dotti, cui ricercavano nei paesi vicini e lontani.» Marrekosci fa le stesse lodi del solo figlio. La voce ch’essi usano (’ilm) è in generale, scienza, ma più specialmente il diritto con sue vaste ramificazioni. Dell’articolo di Dhobbi ho data una versione italiana nella Nuova Antologia di Firenze, maggio 1866, vol. II, p. 61. Si vegga anco Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, testo arabico, Parte II, nelle Notices et Extraits, tomo XVIII, p. 389, e Makkari, Analectes de l’histoire de l’Espagne, testo arabico stampato a Leyda, Vol. I, p. 280, 523, 524 e vol. II, 117, 129, 415, 433, 511, 526, dove sono narrati alcuni aneddoti, della generosità di Mogêhid verso illustri filologi.

[9]. Ibn-el-Athir, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407, nel cenno su i piccioli Stati che nacquero in Spagna. Ho data la traduzione italiana nella Nuova Antologia di Firenze, vol. II, p. 60, maggio 1866. Uno squarcio del testo si legge nella mia Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 271. Questo Capitolo con poche varianti è trascritto da Nowairi, Ms. di Parigi, A. F., 647, fog. 108 recto; il quale chiama Mo’aiti Abu-Mohammed-Abd-Allah. Quanto ai principii della signoria di Mogêhid a Denia, seguo piuttosto il racconto verosimile dell’annalista musulmano, che quello del Conde, Dominacion de los Arabes en España, cap. CIX, il quale del nome proprio Mogêhid, fece un titolo Mogêhid-ed-din “Guerrier della Fede:” ma ciò non si adatta alle usanze di Spagna in quel tempo. Marrekosci, loc. cit., dà appena il nome e pochissimi cenni di Mogêhid. Egli attribuisce al costui figlio Alì, successore suo nel principato di Denia e Majorca, il titolo di Mowaffek “Favorito (da Dio)” che Ibn-el-Athîr, Dhobbi, Nowairi e Conde danno a Mogêhid stesso, e ch’egli forse prese quando restò solo signore, dopo la morte di Mo’aiti.

[10]. Si vegga il Libro I, cap. VII, e X, nel vol. I, pag. 170, 175, 227 e il Libro III, cap. VIII, vol. II, pag. 180. Le scorrerie dell’816, e 817, si ritraggono da Ibn-el-Athîr nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 221, 228, del testo. Entrambe mossero d’Affrica. Nella prima non pochi Musulmani, dopo aver fatto preda, si perdettero per fortuna di mare. Quegli andati alla seconda impresa «or vinsero, or furono vinti, e se ne tornarono.»

[11]. Così leggiamo in Edrisi, autore del XII secolo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, pag. 20 e 21, e presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 112. Il passo relativo ai Sardi, ch’è mutilato nella Geographia Nubiensis, seguita dal Di Gregorio, corre così: «Gli abitatori della Sardegna sono di origine Rûm-Afarika, berberizzati, nemici di ogni altro ramo della schiatta dei Rûm: uomini prodi e di saldo proponimento che non lascian mai l’armi.» L’appellazione Rûm, nota ai nostri lettori, qui significa evidentemente gente italiana. Gli Afarika erano le popolazioni cristiane dell’Affrica, di schiatta fenicia, come accennammo nel Libro I, cap. V, tomo I, pag. 105. Berberizzati non può qui significar altro che misti coi Berberi; e ci ricorda i notissimi Barbaricini dei tempi di San Gregorio in Sardegna.

[12]. Ibn-el-Athîr sotto l’anno 92 (710-11) raccoglie la storia di tutte le scorrerie dei Musulmani in Sardegna, in unico capitolo, del quale io ho pubblicato il testo nella Biblioteca Arabo-Sicula. Quivi si legge a pag. 217 «L’anno 135 (752-3) osteggiò quest’isola Abd-er-Rahmân-ibn-Habib-ibn-abi-’Obeida-el-Fihri, il quale vi fe’ grande strage. Ma poi fermò pace con gli abitatori, a patto che pagassero la gezia; la quale fu riscossa e durò. Nè altri dopo Abd-er-Rahmân molestò quest’isola; talchè i Rûm ristorarono le cose di quella.» Accennato poi alla scorreria del 935 e in ultimo all’impresa di Mogêhid del 1016, avverte in fine: «nè fu mai più combattuta la Sardegna (dai Musulmani) dopo questo tempo.» In questo capitolo Ibn-el-Athîr dimentica le fazioni dell’816 e 817 ch’ei narra altrove come si è accennato. La menzione che si fa dei Giudici di Sardegna nell’865 (veggasi Muratori, Dissertat. Antiq. Ital. medii ævi, II, p. 1077, Diss. XXXII) si attaglia, come dicemmo, alla testimonianza d’Ibn-el-Athîr. Si vegga anco Manno, Storia di Sardegna, lib. VII, pag. 333 e seg. dell’ediz. di Capolago, 1840, vol. I, e Wenrich, Rerum ab Arabibus etc., lib. I, cap. XIII, § 112, 113. Questi due diligenti compilatori avrebbero smesso ogni dubbio, leggendo il citato capitolo d’Ibn-el-Athîr.

[13]. Breviarum, ec., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, pag. 167, anno pisano 1002. Marangone nè l’altra cronica non ne fanno menzione, e la data mal si accorda con quella, sì precisa, degli autori arabi.

[14]. Si riscontrino: Ibn-el-Athîr nei citati due capitoli del 92, e del 407, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 218, e 271; Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, testo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 461, e nelle Notices et Extraits des MSS., tomo XVII, parte I, pag. 36; Makkari, Mohammedan Dynasties in Spain, versione inglese del prof. Gayangos, tomo II, pag. 258; Conde, l. c.

[15]. Si riscontrino: Ditmar, Chronicon, lib. VII, cap. 31, presso Pertz; Scriptores, tomo III, pag. 830; Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 4; Chronicon Pisanum e Breviarium presso Muratori, R. I. S., tomo VI, pag. 107, 167, sotto l’anno pisano 1016; e il poema di Lorenzo Vernese, presso Muratori, stesso volume, pag. 124, dove si accenna che Mugeto l’anno innanzi la sconfitta finale (cioè 1016, del conto comune) s’era dato alla fuga vedendo venire l’armata pisana. Le croniche pisane laconicamente portano che i Pisani e Genovesi, fatta guerra in Sardegna con Mugeto, il vinsero. Ditmar vescovo di Mersebourg, morto il 1018, scrisse in fin della sua cronica in luogo che risponde al 1016, come i Saraceni venuti con l’armata in Longobardia occupavano «Lunam civitatem;» cacciatone il vescovo s’impadronivano delle case e mogli de’ terrazzani; come papa Benedetto chiamava alle armi i rettori e difensori della Chiesa; come il grande navilio ch’egli adunò stringeva i Saraceni nel porto. Il re allor fugge in barchetta; i suoi assaliti da’ Cristiani, per tre dì hanno l’avvantaggio; poi sono rotti e passati a fil di spade; presa la regina e troncatole il capo, il papa vuol per sè la di lei corona d’oro gemmato, e manda all’imperatore mille libbre d’oro per parte del bottino. Ma il re saraceno facea dono al papa d’un sacco di castagne minacciando di tornare con altrettanti uomini; Benedetto gli rimandava il sacco pieno di miglio aggiungendo: tanti uomini e più troverai vestiti di corazze per accoglierti. E il cronista, come scandalezzato di così fatta risposta, conchiude: Iddio giudica gli uomini; e noi preghiamolo che allontani tal flagello da quel paese, e gli accordi la pace.

Or ognun vede che si tratti d’unico fatto, di cui Ditmar scrisse le novelle che correano in Germania, cioè l’insulto degli Infedeli sopra una città imperiale, e la vendetta che n’avean presa i sudditi dell’imperatore; e i cronisti pisani notarono quel che loro premea, cioè la vittoria del navilio italiano. E però il primo ristringe il fatto a Luni; i secondi lo pongono in Sardegna; ai quali dobbiam credere come meglio informati, ancorchè non contemporanei. Tanto più che Ditmar, con quella fuga del re, prigionia della moglie, e data del 1016, ci mostra aver confuso le fazioni di questo e del 1015, come or or si vedrà nei racconto della fuga secondo gli autori arabi. Da un’altra mano non si può supporre che Ditmar abbia sbagliato il nome della città e provincia assalita. Dunque i Musulmani al tempo dell’impresa di Sardegna fecero una scorreria a Luni, prima o dopo la vittoria sopra Malôt, credo piuttosto prima che dopo; i Pisani e Genovesi gli diedero una rotta navale nello stesso anno 1015 e un’altra nella state del 1016.

[16]. Marangone e le altre Croniche Pisane, dicono «homines Sardos vivos in cruce murare.» Lo spiega Lorenzo Vernese, narrando che Mogêhid, nel fabbricare una sua fortezza, adoperava i Sardi da manovali, e poi li facea seppellir vivi dentro le mura.

[17]. Marangone e Croniche Pisane. Dhobbi nella biografia citata di sopra dice che Mogêhid “occupò la maggior parte della Sardegna ed espugnò le fortezze.”

[18]. Dhobbi, Conde.

[19]. Conde e le Croniche Pisane.

[20]. La data si ritrae da Ibn-el-Athîr, che nota Mogêhid scacciato dalla Sardegna in su la fine del quattrocentosei (8 giugno 1016). Lo stesso autore in altro luogo lo dice combattuto e sconfitto. Le croniche Pisane accennan solo alla fuga, ma Lorenzo Vernese afferma: «Rex fugisse (fugæ sese?) datur, multis jam marte peremptis; Barbarus abscessit, capto cum coniuge nato»

[21]. Dhobbi, loc. cit. e Conde, il quale lo copia inesattamente.

[22]. Ibn-el-Athîr.

[23]. Lorenzo Vernese, il quale aggiunge un lungo racconto sul riscatto del figliuolo.

[24]. Si riscontrino i due citati capitoli d’Ibn-el-Athîr, anni 92 e 407, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 218 e 271; Dhobbi, l. c. il quale narra alcuni particolari della sconfitta con le parole di un testimonio oculare; Nowairi, Storia di Spagna, l. c.; Ibn-Khaldûn, loc. cit., il quale dice che i Cristiani «ripigliarono immantinenti la Sardegna;» Conde, Dominacion ec., parte II, cap. 110; Marangone nell’Archivio Storico, vol. cit., p. 4; e il Chronicon Pisanum, e il Breviarium ec. presso Muratori, Rerum Ital., tomo VI, pag. 107 e 167, sotto l’anno pisano 1017. Lorenzo Vernese, autore del XII secolo, nel poema su la impresa di Majorca del 1114, presso Muratori, Rer. Ital. S. VI, 124, racconta in versi la guerra di Sardegna come l’avea intesa da’ vecchi della sua città, e s’accorda bene con gli annalisti arabi. «Mugelus rex Baleæ et Dianæ» (Denia e le Baleari; gli altri Pisani, anche Marangone, lo suppongono Africano) occupa la Sardegna. Vengono i Pisani con l’armata ed egli fugge (probabilmente nelle parti occidentali dell’isola). Torna l’anno appresso nel regno Calaritano con suoi Mori e fabbrica una fortezza. Incrudelisce nei Cristiani. Assalito dalle armi di Pisa, fugge di nuovo lasciando prigioni il figlio e la moglie; e i principi dell’isola rimangon sudditi dei Pisani.

[25]. Marangone, Chronicon Pisanum, e Breviarium ec., ll. cc.

[26]. A tal concetto mi portano i pochi fatti che abbiamo della Storia di Sardegna nell’XI e XII secolo, i quali si leggono nel Manno, op. cit., lib. VII. Lorenzo Vernese nel luogo citato del suo poema scrive:

Erepti Sardi jugulis, tutique fuerunt;

Indeque tota manent Pisanis subdita regno.

Sardiniæ: docuere senet quæcumque retexo;

Quæsitis Sardis, non hæc tibi vera negabunt.

Le quali parole, con le testimonianze non richieste che allega il poeta, mostrano che nella prima metà del XII secolo i Pisani non pretendeano per anco la piena signoria della Sardegna, ma un protettorato con gli abusi che ne seguitano. D’altronde non si comprenderebbe in qual altro modo avrebbero potuto signoreggiare in Sardegna i nobili e mercatanti che non governavano per anco Pisa. E si veggono molto più antichi della fuga di Mogêhid, i giudici che Benvenuto da Imola, presso Muratori, Antiq. Ital. Medii Ævi, tomo I, p. 1089, secondo le idee del XIV secolo, supponeva istituiti dai Pisani. La concessione dell’isola per Benedetto VIII è invenzione del XIII secolo, quando la corte di Roma avea dato lo scandalo di infeudare a questo ed a quello la Sicilia e la Sardegna stessa; nè alcuno ha prodotto mai il testo di quel privilegio; nè lo si allegò mai nelle contese fra i Genovesi e i Pisani presso Federigo Barbarossa, le quali si leggono distintamente nella continuazione di Caffari, anno 1164, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 294, 295.

È da avvertire che il Saint Marc, Abrégé chronologique de l’histoire d’Italie, anni 1017 e 1021, tenendo per guida il Muratori, nega la concessione papale e la dominazione pisana, senza particolareggiare gli argomenti.

Il Manno (tomo I, p. 381, dell’edizione di Capolago) non osa troncare la difficoltà nè rigettare apertamente la narrazione riferita dal Gaietani nelle annotazioni alle vite dei Papi (Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo III, p. 401); il quale, nel 1638, affermava averla tolto da Lorenzo Bonincontro da San Miniato che scrisse, dice egli, più di dugent’anni addietro. Bonincontro o Gaietani, dava con nomi e cognomi, la divisione della Sardegna tra Pisani, Genovesi e Spagnuoli dopo la sconfitta e prigionia di Musetto. Basterebbe la menzione delli Spagnuoli, per dimostrarla fattura del XV secolo.

[27]. Caffari, Annales Januenses; e continuazione presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, anni 1162 e 1164; Marangone nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, Parte II, p. 38, anno 1165. Su le guerre tra quelle due città si vegga Marangone, op. cit., p. 8 e segg., fin dal 1119 (1118). Si vegga anche il Manno, Storia di Sardegna, lib. VII.

[28]. Cotesta falsa tradizione nacque nel XIII secolo, trovandosi nel Breviarium ec., presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 167, anni 1017, 1020, 1050, non già nelle due croniche del XII secolo, cioè l’anonima del Muratori e quella di Marangone. I Genovesi a lor volta nella lite del 1164 affermavano audacemente dinanzi il Barbarossa che i lor maggiori avessero preso il Muzaito e il vescovo di Genova lo avesse mandato all’imperatore.

[29]. Ibn-el-Athîr, capitolo dell’anno 92, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 218. Ibn-Khaldûn riferisce altre scorrerie degli Ziriti d’Affrica nel regno di Iehia-ibn-Temîm (1108 a 1116), Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 482, e Histoire des Berbères, versione di M. de Slane, tomo II, p. 25.

[30]. Ibn-el-Athîr, ediz. Tornberg, tomo IX, p. 205, anno 407.

[31]. Ademari Cabanensis Chr., nel Rec. des Hist. des Gaules, X, 156.

[32]. Gayangos, The Moham. dynasties in Spain, tomo II, p. LXXXVIII. Dozy, Hist. des Musulmans d’Espagne, tomo IV, p. 290, 304, Cf. p. 21 della stessa opera e Dozy medesimo, Recherches, 2ª ediz. I, 245.

[33]. Così nell’impresa del 1035 che si ritrae da Rodolfo Glabro e che or si narrerà. Si è veduto che i Genovesi nel 1164 davano lo stesso vanto ai lor maggiori. Le supposte imprese del 1019 e 1049 nella compilazione pisana del XIII secolo provano che durasse la terribile leggenda di Mogêhid. È da notare che, all’infuori del poeta Lorenzo Vernese, tutti supponeano Mugeto re d’Affrica. Quest’errore è durato fino al Manno. Il Wernich, Rerum ab Arabibus in Italia ec., lib. I, cap. XIII, § 113 a 119, rattoppa col supposto che Mogêhid fosse il principale dei regoli musulmani di Sardegna e che avesse chiesto aiuti in Affrica. Del resto ei segue la tradizione pisana; se non che riconosce l’identità del fatto di Luni e della prima vittoria dei Pisani e Genovesi.

[34]. Si vegga il Libro IV, cap. VIII, pag. 364 del vol. II.

[35]. Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, vol. cit., p. 5, anno pisano 1035; Chronicon Pisanum, stesso anno, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VI, p. 108. Il Breviarium, nello stesso volume del Muratori, p. 167, finge la occupazione di Cartagine e le corone dei due re, di Bona e Cartagine, mandate in dono dai Pisani all’imperatore.

[36]. Rodolfo Glabro, Historiarum, lib. I, cap. VII, nel Recueil des Historiens des Gaules ec., tomo X, p. 52, narra che i Saraceni d’Affrica perseguitavano i Cristiani per terra e per mare; che entrambi si accordarono di combattere giuste battaglie; che i Cristiani vinsero con grande strage, dicendosi anche ucciso il principe saraceno Motget; e che ragunate le preziose armadure nemiche del prezzo di parecchi talenti d’argento, le dettero per voto a Odilone abate di Cluny, il quale investì il valsente in arredi sacri e limosine. Rodolfo era contemporaneo e famigliare degli abati di Cluny; ma testa bislacca e gran contatore di favole. L’offerta votiva al monastero mi fece pensare dapprima a un’impresa di Provenzali, ma fattone parola al savio autore delle Invasions des Sarrazins en France, mi ha convinto che questa fazione, di certo navale, non potè compiersi se non che da armate italiane. Però suppongo il voto di qualche ausiliare provenzale ed una delle solite esagerazioni di Rodolfo Glabro. Si tratta probabilmente dell’assalto di Bona, e vi risponde la data, poichè Rodolfo non osservando l’ordine cronologico, pone questo fatto tra la morte di Roberto duca di Normandia (22 luglio 1035) e la ecclissi solare del 29 giugno 1033. Nelle Invasions des Sarrazins en France, p. 221, il dotto autore, M. Reinaud, accettò che Mogêhid fosse il condottiero dell’armata vinta; ma so ch’egli sarà per considerare il fatto altrimenti sulla nuova edizione che apparecchia.

[37]. Par che la prima denominazione indicasse particolarmente gli uomini di Norvegia, e la seconda quei di Danimarca. Ma spesso si confondeano gli uni con gli altri. Come ognun sa, in Francia si chiamarono Normanni, e in Inghilterra Dani, tutti gli occupatori scandinavi.

[38]. Questa impresa intessuta di moltissime favole si legge in Dudone di Saint Quentin, De Moribus Normannorum, cap. I, presso Duchesne, Historiæ Normannorum Scriptores, p. 64, 65; Guglielmo di Jumièges, Historia Normandiæ, lib. I, cap. X, XI, ib., p. 220, 221; Benoit, Chroniques des ducs de Normandie, in versi francesi, tomo I, p. 47 a 69; Wace, Roman du Rou, versi 472 a 732. Si vegga anche Muratori, Antiquitates Ital. Medii Ævi, tomo I, p. 25, e si riscontri la critica del fatto in Depping, Histoire des Expéditions maritimes des Normands, edizione del 1843, p. 140, segg.

[39]. Non occorrendo citazioni distinte dei luoghi d’opere moderne dai quali ho cavati i primordii dei Normanni, indicherò quelle che mi sono riuscite più utili. Nel sentimento storico ho avuto a sicura guida la Conquête de l’Angleterre par les Normands, di Augustin Thierry, alla cui memoria debbo d’altronde amore, riverenza e gratitudine. Le minuzie dei fatti sono fornite in abbondanza dalla citata opera di Depping; e molte critiche avvertenze si rinvengono in Lappenberg, A history of England under the Norman kings, versione inglese con aggiunte del traduttore Benjamin Thorpe. Importanti e novelli fatti su la società primitiva degli Scandinavi si ritraggono dalla prefazione di Samuele Laing alla Heimskringla di Snorro Sturleson, versione inglese.

[40]. Gli storici francesi pongono vagamente la data tra l’896 e l’898, non trovandola precisa nei cronisti, e dovendo tenere questa occupazione come diversa da quella che i cronisti riferiscono al 17 novembre 876, cioè avanti l’assedio di Parigi. Si riscontrino le opere citate di Depping, lib. III, cap. III; di Thierry, lib. II; e di Lappenberg, versione inglese, p. 7, segg. I cronisti normanni in prosa e in versi confusero le tradizioni, volendo dare a Roll, nello assedio di Parigi e nella prima occupazione di Rouen, la parte principale che di certo non v’ebbe.

[41]. Al messaggero di Carlo il Semplice, che innanzi la battaglia dell’898 domandava il capo loro, i Normanni risposero: «Non n’abbiamo; siam tutti eguali».

[42]. Hrôlfr, con le mutazioni eufoniche di Rolf, Roll, Rou.

[43]. Rispondeva, secondo Depping, all’odierno dipartimento della Bassa Senna e parte di quello dell’Eure.

[44]. Wace, Roman du Rou, passim. I Francesi vendicavansi con un calembourg, più antico al certo del XII secolo quando visse l’autore: Francheis dient ke Normandie Ço est la gent de North mendie, versi 119, 120.

[45]. Si vegga il Libro IV della presente Storia, cap. X, p. 580 del secondo volume.

[46]. Wace, op. cit., verso 2108, accenna le tradizioni ritmiche, le quali in sua fanciullezza avea inteso cantare a’ giullari (jugléors, oggi jongleurs).

[47]. Dudonis super Congregationem Sancti Quintini decani, De Moribus Normannorum, presso Duchesne, Historiæ Normannorum Scriptores, p. 56 a 59. Si vegga la critica di Lappenberg, A history of England under the Norman Kings, versione del Thorpe, p. XX.

[48]. Guglielmo di Jumièges (Wilelmus Gemmeticensis), detto Calculus (1137); Odorico Vitalis (1141); Wace di Jersey, Roman du Rou (1184), e molti altri che si veggano in Lappenberg, op. cit., p. XXI a XXVIII.

[49]. L’Ystoire de li Normant et la Chronique de Robert Viscard par Aimé moine du Mont-Cassin, pubblicata da M. Champollion-Figeac, Paris, 1835. L’editore con molta sagacità ha provato irrefragabilmente il nome e nazionalità dell’autore e la data dell’opera. Prolégomènes, p. XXXIII, segg. M. Gauttier d’Arc aveva usato fino dal 1830 un MS. imperfetto di Amato nella Histoire des Conquêtes des Normands en Italie ec.

[50]. Le interpolazioni che non cadono in dubbio furon messe tra parentesi dal dotto editore. Se ne può supporre delle altre, come parmi; ed anche qua e là qualche taglio, per esempio nell’infelice fine di Dato, lib. I, cap. XXV. Nella Cronica di Roberto Guiscardo, della quale abbiamo il testo latino, il traduttore frantende alcune frasi, fin dai primi righi, dove leggendo d’una dama nec minus facie quam vitæ integritate formosa, squadernò: belle de face et de touts membres entière. Similmente parmi che nella battaglia di Canne del 1019 Amato abbia messo il nome del luogo, là dove il traduttore scrive: et sont veues les lances estroites come les canes sont en lo lieu où il croissent.

[51]. Urbano secondo, francese, fu papa dal 1088 al 1099; Ruggiero, figlio di Roberto Guiscardo, regnò in Puglia dal 1085 al 1111.

[52]. L’incontro fortuito di Melo e dei Normanni al Monte Gargano mi pare episodio classico posto a capo del poema. I fendenti di Roberto Guiscardo alla battaglia di Civitella, vengono a dirittura dalla Tavola Rotonda. Lo stratagemma di Roberto, infintosi morto e messosi nella bara per occupare un castello in Calabria del quale non si dà il nome, è copia della fazione di Hastings a Luni, favola scandinava ripetuta da Dadone di San Quintino alla fine del X secolo (presso Duchesne, op. cit., p. 64, 65) e replicata nella saga di Aroldo il Severo, come accennammo nel Libro IV, cap. X, p. 385, 386 del secondo volume.

[53]. Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, lib. IV, cap. III, § 8, si voltò con gran collera contro i Benedettini di Saint-Maur, i quali nella Histoire Littéraire de la France, tomo VIII, p. 488, ci rapivano questo Guglielmo di Puglia. Il signor Ruggiero Wilmans, tedesco, fa opera a rendercelo per varie ragioni accennate nella prefazione alla detta cronaca presso Pertz, Scriptores, tomo IX, p. 239, e più largamente discorse nell’Archivio Storico di Pertz, tomo X, p. 93, segg. Contuttociò Guglielmo, al nome ed alla parzialità sua contro i Longobardi, i Greci e gli abitatori della Puglia, mi sembra chierico venuto di Francia o nato in Italia in casa francese. Quel che parrebbe in bocca sua biasimo de’ Normanni, si trova a tanti doppii nel francese Malaterra, e suonava lode a usanza loro.

[54]. Il Malaterra, lib. I, cap. XXV, nota che in Calabria una volta il conte Ruggiero con quaranta suoi fedeli masnadieri plurimum penuriarum passus est, sed latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur; quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus, sed ipso ita præcipiente, adhuc viliora et reprehensibiliora de ipso scripturi sumus, ut pluribus patescat quam laboriose et cum quanta angustia a profunda paupertate ad summum culmen divitiarum vel honoris attingerit. In fondo dunque il vecchio conte Ruggiero se ne vantava.

[55]. Questa è la cronica che il Caruso pubblicò nella Bibliotheca Sicula, p. 827, segg., col titolo di Anonymi Historia Sicula; indi il Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo VIII, p. 740, segg., col titolo di Anonymi Vaticani Historia Sicula. La versione in antico francese che se ne trovava nello stesso MS. di Amato, è stata data alla luce da M. Champollion, op. cit., col titolo di Chronique de Robert Viscard. Non si può affatto assentire al dotto editor francese che l’autore sia Amato stesso. Se ne dee togliere in vero, come notava M. Champollion, tutta la parte che corre dal 1101 al 1283. Ma ciò che precede è compilazione scritta verso il 1146, come lo mostran le parole (presso Caruso, p. 856) Huic successit ille hominum maximus.... Rogerius.... rex Siciliæ, Tripolis Africæ.... le cui lodi l’autore, com’ei dice, non osava intraprendere. La continuazione comincia immediatamente dopo questo passo con le parole: Post mortem comitis Rogerii, prout confitetur in chronica, successit Rogerius ec.

Pongo la data del 1146, poichè vi si accenna il conquisto di Tripoli, non quel di Mehdia e di tutta la costiera che seguì il 1149. La diversità degli autori ch’io sostengo, è provata anche dalla incompatibilità di alcuni racconti, per esempio la diserzione di Ardoino, il tempo in cui Guglielmo Braccio di Ferro ebbe il comando di tutta la banda a Melfi ec.

[56]. Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 343, segg., del secondo volume.

[57]. Tale Gilberto Drengot, o Buatère, coi fratelli Rainolfo, Rodolfo, Anquetil ed Ormondo, su i quali si veggano: Amato, op. cit., lib. I, cap. XX; Rodolfo Glabro, Historiarum, lib. III, cap. I, nel Recueil des Historiens de la Gaule, tomo X, p. 25; e Guglielmo di Jumièges, lib. VII, cap. 30, presso Duchesne, Historiæ Normannorum Scriptores, p. 284. Gilberto aveva ucciso un Guglielmo Repostel che si vantava d’avergli sedotta una figliuola. I nomi son dati diversamente dai tre cronisti. Debbo avvertire che Amato qui dice regnante il duca Roberto di Normandia, onde il fatto andrebbe posposto al decennio 1026-35. Ma è da supporre sbagliato il nome anzichè il tempo.

[58]. Si vegga il Libro IV, cap. VII, p. 340 e 342 del secondo volume.

[59]. Secondo il biografo di Arrigo II, Acta Sanctorum, 14 luglio, p. 760, l’imperatore elesse Melo duca di Puglia, il quale morì a Bamberg. Lupo Protospatario, anno 1020, fa ricordo di Melo col titolo di duca di Puglia, che probabilmente gli era stato dato dai popoli o da’ suoi partigiani in Italia. Il monaco Ademaro della nobile casa di Chabanois, nella cronaca terminata verso il 1029, scrive che al tempo di Riccardo II duca di Normandia un Rodolfo con molti altri Normanni andavano armati a Roma, e, connivente papa Benedetto, assaltavano e guastavan la Puglia, vincean tre battaglie; poi sconfitti dai Russi e altri soldati dell’impero bizantino, molti n’erano condotti prigioni a Costantinopoli; e che per tre anni i Bizantini, per rancore o sospetto de’ Normanni, vietarono ai pellegrini occidentali il passaggio di Gerusalemme, senza dubbio per l’Italia meridionale. Nel Recueil des Historiens des Gaules, ec., tomo X, p. 156, Rodolfo Glabro, che scrisse verso il 1044, narra le prime imprese dei Normanni in Italia in questo modo: che il guerriero Rodolfo perseguitato da Riccardo di Normandia, andava a Roma; si appresentava a papa Benedetto; era confortato da lui a combattere i Greci nell’Italia meridionale; cominciava gli assalti; era rinforzato di innumerevoli Normanni vegnenti alla spicciolata con piacere del conte Riccardo; guadagnava due battaglie; ma dopo la terza, vedendo scemati i suoi, andava a chiedere aiuti all’imperatore ch’indi passò in Italia (1022). Dunque in Francia, una ventina d’anni dopo, si attribuiva al papa l’origine di questa guerra. Si vegga la storia di Glabro, lib. III, cap. I, nel Recueil des Historiens des Gaules ec., tomo X, p. 25, 26. Il guerriero Rodolfo è un de’ fratelli di Gilberto, di cui dicono Amato e Leone d’Ostia.

[60]. I cronisti non dicono espressamente di due fazioni a Bari, se non che nella guerra del 1051 e nell’assedio del 1071, quando l’occuparono i Normanni. Ma i casi di Melo, seguito dai Baresi, poi abbandonato, costretto a fuggire, e la moglie e il figliuolo di lui mandati dai cittadini a Costantinopoli, mostrano incominciate fin dal principio del secolo quelle fazioni che pur erano inevitabili. La plebe doveva essere amica dei Bizantini, e i nobili nemici.

[61]. Amato, lib. I, cap. XX, e Leone d’Ostia che lo copia, lib. II, cap. 37, dicono con molta brevità che i Normanni, invitati già a venire in Italia dal principe di Salerno, incontraron Melo a Capua, e che les coses necessaires de mengier el de boire lor furent données, de li seignor et bone gent de Ytalie. Il velo è molto trasparente. Guglielmo di Puglia, sia per render omaggio alle Muse, sia perchè la corte di Guiscardo dopo la iniqua occupazione di Salerno non amava a sentirsi ripetere che i principi di Salerno avessero chiamato i primi Normanni, esordisce dall’incontro fortuito dei pellegrini al santuario di Monte Gargano con uno straniero vestito di strane fogge, il quale scopre sè esser Melo, e agevolmente li persuade a far venire lor compatriotti ai suoi stipendii. Questo par di tutto punto un episodio poetico, contrario alla tradizione di Amato.

[62]. Leon d’Ostia, lib. II, cap. 37.

[63]. Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXI, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anni 1017 a 1019; Annales Beneventani, 1017, presso Pertz, Scriptores, tomo III, p. 178; Leone d’Ostia, lib,. II, cap. 37, 38. I cronisti non si accordano sul numero delle battaglie vinte dai Normanni, e Amato solo narra la seconda sconfitta. Il traduttore di Amato, non comprendendo bene il testo, nel cap. XXII, suppone che tremila Normanni fossero venuti di Salerno dopo la battaglia di Canne; ma parmi inverosimile, e da correggersi come ho fatto.

[64]. Si riscontrino: Amato, lib. I, cap. XXIV, segg., e lib. II, cap. I a VII; Guglielmo di Puglia, lib. I; Lupo Protospatario, anno 1021, segg. Il Malaterra, tacendo le imprese dei Normanni prima della venuta di Guglielmo di Hauteville, spiega pur molto precisamente nel lib. I, cap. VI, l’indole delle compagnie normanne innanzi il 1040.

[65]. Dopo la battaglia di Canne (1019) scrive Amato: Et de li Normant non remainstrent se non cinc cent et vj grant home de li Normant remainstrent, de liquel ij remainstrent avec Athenulfe ec., lib. I, cap. XXII. L’Imperatore Arrigo I, nel 1022, avea lasciato in un castello dei nipoti di Melo ventiquattro cavalieri normanni capitanati da un Trostaino. Amato, lib. I, cap. XXIX e XXXII. Nel 1040 i 300 Normanni venuti d’Aversa in aiuto d’Ardoino, ubbidivano come innanzi diremo a dodici condottieri uguali tra loro. Dunque nel primo caso una compagnia somma ad 80 cavalli, e nei due secondi a 25.

[66]. Libro IV, cap. X, p. 380 e 389, segg., del secondo volume.

[67]. Si ricordino le fazioni di Rayca accennate da noi nel Libro IV, cap. VII, p. 345 del secondo volume.

[68]. Si veggano gli Annali di Bari, e Lupo Protospatario, anni 1039, 1040 e 1041, in Pertz, Scriptores, tomo V, p. 56, 57.

[69]. Et vous i habitez comme la sorice qui est en lo pertus.... que sachiez que je vous menerai à homes feminines, c’est à homes comme fames, liquel demorent en moult riche et espaciouse terre. Amato, lib. II, cap. XVII, p. 43.

Cum terra sit utilitatis,

Fœmineis Græcis cur permittatur haberi?

Guglielmo di Puglia, lib. I.

[70]. Amato: Et estut li conte (il conte) xij pare à liquel ec. Cap. XVIII, p. 43. Guglielmo di Puglia... comitatus nomen honoris Quo donantur erat.

[71]. Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44.

[72]. Et quant il oïrent ensi parler Arduyne, se consentirent à lui et font sacrement de fidelité de chascune part de paiz se la terre non avoit autre seignor que ou à cui face tribut se clame tributaire. Et en ceste regne se clame terre de demainne et se a autre seignorie se clame colonie come sont en ceste regne la terre qui a autre seignorie. Et sanz lo roy estoit seignor Arduyne et en celle part se clament colone. Amato, lib. II, cap. XIX, p. 44, 45. Il passo che ho notato in caratteri tondi è guasto al certo, e ciò che segue è nota interpolata dal traduttore, spiegando a suo modo il diritto pubblico napoletano del XIII secolo; poichè Amato non potea scrivere nell’XI le voci regno e re. Leone d’Ostia tralascia questo importantissimo fatto, e però non possiamo ristabilire il testo d’Amato. Ma il significato necessariamente è che i Melfitani non ubbidissero a feudatario e non prestassero servigi feudali, nè pagassero tributo se non che allo stato: il che dopo il conquisto normanno si chiamò in Sicilia e in Puglia: stare in demanio.

[73]. Gli avvenimenti che ristringo in questo paragrafo, dal ritorno di Ardoino in terraferma sino all’occupazione di Melfi, son tratti da Amato, lib. II, cap. XIV, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I, Aversam subito venit Hardoinus; Malaterra, lib. I, cap. VIII; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI; Cedreno, tomo II, p. 545 della edizione di Bonn; Annali (ossia anonimo) di Bari e Lupo Protospatario, anni 1040, 1041. Oltre le discrepanze di minor momento, se ne scorge una che occorre di notare. Amato, seguendolo Leone d’Ostia, dice che Ardoino dopo l’ingiuria di Maniace rimase al servigio bizantino, suscitò occultamente i Pugliesi, e andò ad Aversa pretestando un viaggio di devozione a Roma. Guglielmo di Puglia lo fa insultare e rivoltare a Reggio, e correr di lì dritto ad Aversa. Malaterra, con poco divario, reca l’ingiuria in Sicilia, l’aperta ribellione appena ripassato il Faro, e non parla punto degli aiuti d’Aversa. Nelle due tradizioni dunque, la prima d’Amato e Leone, la seconda di Guglielmo e Malaterra, si dà essenzialmente diverso il modo e tempo dell’ammutinamento di Ardoino con la banda normanna. Or covaron essi l’onta parecchi giorni, o parecchi mesi? Chiarironsi disertori nel novembre 1040 in Calabria, ovvero nei principii del 1041 a Melfi? Guglielmo di Puglia fin dà il numero di cinquanta soldati uccisi dai Normanni alla schiera bizantina mandata a inseguirli, quando lasciarono il campo a Reggio. Amato, all’incontro, particolareggia la dissimulazione di Ardoino: com’ei corruppe Doceano con molt’oro; come fu preposto al governo di parecchie terre in Puglia; come incominciò ad accarezzare e convitare i maggiori cittadini, a compiangere gli aggravii della dominazione greca, a promettere che farebbe opera a liberarli; come infine tolse commiato, sotto specie d’andare alle perdonanze a Roma, e andò ad Aversa.

Or dovendosi necessariamente tacciare di bugia l’una o l’altra tradizione, ammettendo anche la sincerità di chi la scrivea, le condizioni dei due cronisti e l’indole di loro opere accusano Guglielmo, anzi che Amato. Del Malaterra non parlo, il quale in questo periodo ripeteva un romanzo di casa Hauteville, tacea gli aiuti di Aversa, facea capitano dei Normanni Guglielmo Braccio di Ferro, che lo fu tre anni dopo. Quella fuga inoltre con le armi alla mano dal centro della Sicilia secondo Malaterra, e da Reggio secondo Guglielmo di Puglia, infino a Melfi, è molto men credibile che la prolungata simulazione dei Normanni e che il favor di Doceano ad Ardoino, non disertore ma guerriero ingiuriato ingiustamente da Maniace. Infine il fatto riferito da Lupo e dagli Annali Baresi, che Doceano tornava di Sicilia di novembre 1040 per domare i sollevati di Puglia, dà luogo al supposto che i Normanni passassero con le forze di Doceano e fossero da lui posti a presidio in qualche terra non lontana da Melfi. Qual maraviglia che a capo di cinquanta o sessant’anni questo cambiamento di guarnigione, com’or diremmo, si raffazzonò nelle brigate dei principi e nobili normanni alla foggia che ci rappresentano Guglielmo di Puglia, e Malaterra, esagerando il valore ed attenuando la perfidia della passata generazione?

Pertanto mi appiglio alla tradizione d’Amato e cancello quel che scrissi in contrario nel Libro IV, cap. X, p. 389 del secondo volume, seguendo Guglielmo e Malaterra e tutti gli istorici moderni che loro credettero, i quali non aveano sotto gli occhi Amato. Che se altri mi tacci di leggerezza per questo, mi spiacerà meno del ricusar testimonianza al vero una volta ch’io ne sia convinto.

[74]. Gli Annali di Bari col privilegio del «si dice» fanno montare i Greci a 18,000 e portano poco più di 2000 i Normanni; Lupo Protospatario li dice 3000. Senza esitare accetto cotesti numeri anzichè quelli dei due cronisti normanni, cioè Guglielmo di Puglia che dà 700 cavalli e 500 fanti, e Malaterra che dice tondo 500 militi da una parte e 60,000 Greci dall’altra. Al par che nelle guerre di Sicilia, convien dividere per sei la cifra dell’esercito nemico, e moltiplicare per sei quella del Normanno, quando si legga il Malaterra.

Quanto alla data, la più parte degli storici, annalisti, compilatori ed eruditi editori, non esclusi il Muratori e il De Meo, han messo l’occupazione di Melfi e la prima battaglia nel 1040. Il riscontro con fatti vicini e di data certa nella storia bizantina, ci mostra che si debba seguire piuttosto gli Annali di Bari e il Protospatario, i quali scrivono 1041. Leone d’Ostia ne fa anche espresso attestato, dicendo occupata Melfi anno Dominicæ Nativitatis MLXI, quo videlicet anno dies paschalis Sabbati ipso die festivitatis Sancti Benedicti (21 marzo) venit: e in vero la Pasqua cadde il 22 marzo nel 1041, non già nel 1040. Il Chronicon Breve Northmannicum, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 871, porta anche nel 1041 la prima occupazione della Puglia pei Normanni capitanati da Ardoino, e in marzo e maggio 1042 (dalla Incarnazione, ossia 1041 del conto comune) le due prime vittorie sopra i Greci.

[75]. Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXI, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. I, Audito reditu Michælis, sino alla fine del Libro; Malaterra, cap. IX, X; Lupo Protospatario, ed Annali di Bari, anni 1041, 1042; Leone d’Ostia, lib. II, cap. LXVI. L’ordine degli avvenimenti è uguale in tutti; le date si trovan solo in Lupo e negli Annali di Bari. Contandosi da Lupo gli anni dell’èra volgare, talvolta al modo salernitano dal 25 dicembre (Vedi Pertz, Scriptores, tomo V, p. 51), ma più sovente col periodo costantinopolitano, cioè dal 1º settembre dell’anno precedente, il settembre 1042 risponde al nostro settembre 1041, e così fino a decembre. Che in questa epoca Lupo segua tal cronologia lo provano le esaltazioni degli imperatori di Costantinopoli, le quali noi possiamo riscontrare con le date di Cedreno e degli altri Bizantini.

[76].

Pro numero comitum bit sex statuere plateas,

Atque domus comitum totidem fabricantur in urbe.

Guglielmo di Puglia, Lib. I.

[77]. Cedreno dice espressamente: Italiani delle province tra il Po e le Alpi; Amato: Et li Normant d’autre part non cessoient de querre li confin de principal pour home fort et soffisant de combatre ec. Lib. II, cap. XXIII, p. 50.

[78]. Amato, ricordata l’occupazione di Melfi nel lib. II, cap. XIX, narra nel cap. XXX il partaggio dei conquisti al conte d’Aversa e dodici altri capi normanni dei quali dà i nomi ed i territorii assegnati a ciascuno, aggiugnendo: et (à) Arduyne secont lo sacrement donnerent sa part c’est la moitié de toutes choses si come fa la covenance; il qual fatto torna al 1043. Leone d’Ostia copia Amato nel lib. II, cap. 67, con le parole: Arduino autem juxta quod sibi juraverant parte sua contradita. I nomi dei dodici oltre il conte d’Aversa son tutti normanni. I territorii assegnati son quasi tutte città vescovili in un triangolo curvilineo dal Gargano a Frigento e di lì a Monopoli, nel quale spazio rimane in vero un’altra metà di luoghi importanti da potersi supporre assegnati ad Ardoino se si conoscesse che i Normanni li aveano occupati in quel tempo.

Ma l’illustre capo non è nominato da nessun altro cronista dopo il patto di Melfi; non da Amato nè da Leone dopo quel partaggio, nè alcuno dice che gli altri territorii di Puglia, caduti poi tutti in potere dei Normanni, fossero stati tolti sia ad Ardoino sia a feudatarii italiani della sua compagnia. Il modo più plausibile di spiegar cotesto silenzio mi par di supporre la immatura morte di Ardoino e la incorporazione de’ suoi nelle compagnie normanne. Guglielmo Braccio di Ferro che veniva di Sicilia con Ardoino, è il primo dei dodici nominati nel partaggio, e nello stesso anno fu creato conte di Puglia, come or si vedrà.

[79]. Guglielmo di Puglia, Lib. I, appone questa scelta d’uno straniero a corruzione e invidia dei Normanni: Sed quia terrigenis, terreni semper honores, Invidiam pariunt ec.; ma Amato, italiano ancorchè monaco, dice: Et à ce qu’il donassent ferme cuer à li colone de la terre lo prince de Bonivent ec.

[80]. Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII; Guglielmo di Puglia, lib. I, Nam reliqui Galli ec.; Lupo Protospatario anno 1042. Secondo Guglielmo, vi fu un principio di divisione tra i Normanni dopo la deposizione di Atenolfo, volendo alcuni ubbidire a Guaimario principe di Salerno, ed altri ad Argiro. Ei narra la esaltazione di Argiro in Bari, richiesto dal popolo, ricusante questa dignità innanzi i primarii cittadini che avea convocati nella chiesa di Sant’Apollinare, sforzato dal comun voto ed eletto principe. Sembra che il poeta voglia descrivere in qual modo fosse stato fatto duca di Puglia il cittadino al quale i Normanni aggiunsero l’autorità di capo o protettore di lor banda. Ad una elezione simultanea e comune dei Baresi e dei Normanni, ci sarebbero gravi difficoltà.

Lupo scrive: et mense februarii factus est Argyrus Barensis princeps et dux Italiæ; ma non dice da chi. Il certo è che Bari in questo tempo era ribelle, nè tornò all’ubbidienza dei Greci se non che il 1043.

[81]. Amato, lib. II, cap. XXVII. Secondo il Protospatario questo assedio cominciò in agosto 1042, e durò un mese.

[82]. Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, XXVIII; Guglielmo di Puglia in fine del primo e in principio del secondo libro; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66; Lupo Protospatario, anni 1042, 1043 e 1046, nell’ultimo dei quali si nota che Argiro andò a Costantinopoli e quella corte richiamò a Bari tutti gli esuli. Non potendo dunque strappare la Puglia ai Normanni con la forza, gli imperatori d’Oriente cedeano ai voti dei popoli, salvo ad aggravar di nuovo la mano quando lo potessero.

[83]. Si riscontrino: Amato, lib. II, cap. XXVII, segg.; Guglielmo di Puglia, lib. II dal principio; Lupo Protospatario, anni 1042 a 1053; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66.

[84]. Guglielmo di Puglia, lib. I: Multa per hoc tempus sibi promittente Salerni, e segg.

[85]. Amato, lib. II, cap. XXVIII a XXX; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 66. Le tredici città assegnate, in Capitanata, Terra di Bari e Principato ulteriore, son oggi tutte vescovili, e metà l’era anche avanti l’XI secolo. Si ricordi ciò che avvertii su questo partaggio nella nota 2, p. 34.

[86]. Così dovea seguire necessariamente, ancorchè poche vestigia rimangano di quel primo abbozzo della feudalità normanna. Di certo si vede che nei principii alcune terre furono soggiogate per forza o per accordi; altre, quasi confederate, ritennero governo municipale pagando soltanto un tributo o contribuzione federale, che forse rimase in comune per supplire al mantenimento dell’esercito. In fatti Guglielmo di Puglia, supponendo bene o male un partaggio avanti la occupazione di Melfi, scrive, lib. I:

...... undique terras

Divisere sibi ni sors inimica repugnet.

Singula proponunt loca quæ contingere sorte

Cuique duci debent et quæque tributa locorum.

Amato accenna in questo modo, lib. II, cap. XXVII, gli acquisti dei Normanni sotto la condotta di Argiro, cioè nel 1042: et toutes les cités d’eluec entor constreigneient qui estoient al lo commandement et à la rayson et statute que estoient; ensi alcun voluntairement se soumettoient et alcun de force et alcun paioient tribut de denaviers chascun an.

[87]. Così le concessioni del conte Unfredo a’ fratelli germani Roberto, Maugerio e Guglielmo, e infine di Roberto a Ruggiero.

[88]. Si vegga qui sopra, p. 18.

[89]. Il luogo è determinato da Gauttier d’Arc, Histoire des conquêtes des Normands en Italie ec., Paris 1830, lib. I, cap. IV, p. 64, segg.

[90]. Su le condizioni di Tancredi di Hauteville si riscontrino: Malaterra, lib. I, cap. IV e XL: Cronica di Roberto Guiscardo, traduzione francese, lib. I, cap. I, p. 263; e testo latino presso Caruso, p. 829; Cronica di San Massenzio, detta Chronicon Malleacense, nel Recueil des Historiens des Gaules etc., tomo XI, p. 644; Guglielmo di Malmesbury, lib. III, nella stessa raccolta, tomo IX, p. 187; Odorico Vitale, lib. V, presso Duchesne, Historiæ Normannorum Scriptores, p. 584.

La cronica di San Massenzio dice la famiglia poco nota e povera; Guglielmo di Malmesbury, Mediocri parentela ortus ec. Il Malaterra e la cronica di Roberto Guiscardo rincalzano la nobiltà di Tancredi: præclari admodum generis — genere nobilis.

La parentela coi duchi di Normandia, affermata per lo primo da sbadati compilatori del XIII e XIV secolo, non è ammessa ormai da alcun critico. Si vegga un’apposita dissertazione di E. F. Mooyer stampata a Minden nel 1830 in-4, secondo la quale il supposto si riduce a due fila debolissime, 1º che il padre di Tancredi fosse stato un dei figli di Riccardo I, dei quali non si conoscono i nomi; 2º ovvero che Muriel figliuola bastarda di esso Riccardo fosse la Moriella prima moglie di Tancredi. Questa opinione par che corresse a corte di Palermo nel 1140, perchè la cronica di Roberto Guiscardo scrive uxor nobilissima Muriella nomine.

Inaspettatamente ci verrebbe un lume dagli autori arabi, se potessimo fidarci a loro scrittura ed erudizione. Ibn-Kaldûn in due luoghi della storia (Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 484 e 497) dà il nome del primo conte di Sicilia, Rogiar-ibn-Tankred-ibn-Khaira, o secondo alcuni MSS. ibn-H»w»h, che par nome di donna e indicherebbe che la casa di Hauteville vantasse la nobiltà della madre di Tancredi. Supponendo maschile tal nome, com’anche si può, si leggerebbe Hugo, o anche Geir (chè la prima lettera mutando il punto diacritico suona kh, h, ovvero g), e sarebbero nomi usati in Norvegia e in Francia. Debbo questa conghiettura all’erudito orientalista norvegio signor Broch; il quale crede suscettivo quel vocabolo della terza lezione Haby (o forse Habwu) che rappresenterebbe, con errore facile a supporre, il nome del feudo Hauteville.

[91]. Wilhelm, Drogo, Humfried, e secondo la pronunzia francese Guillaume, Dreux, Humfroy.

[92]. Amato, Malaterra e Leone d’Ostia, lo dicono condottiero della compagnia; ma parmi errore volontario dei principi di casa Hauteville. Si vegga a questo proposito il Libro IV, cap. X della presente opera, volume secondo, p. 380, nota 3, e 389, nota 1.

[93]. Si riscontrino Amato, Guglielmo di Puglia e gli altri contemporanei citati di sopra. M. Gauttier d’Arc, op. cit., lib. I, cap. V, p. 141, sostiene che Drogone ebbe da Arrigo III titol di duca; ma il passo ch’egli allega di Ermanno Contratto è dubbio, e il diploma a nome di Drogone per lo meno è erroneo, come dato il 1053. Drogone era stato pugnalato in agosto 1051.

[94]. Si veggano le autorità citate da Augustin Thierry, Hist. de la Conquéte d’Angleterre, lib. III, anni 1048 a 1065.

[95]. Si riscontri Ermanno Contratto presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 132: Indigentes bello premere, injustum dominatum invadere, hæredibus legitimis castella, prædia, villas, domus, uxores etiam quibus libuit vi auferre, res ecclesiasticas diripere ec. Arnolfo, Gesta episcoporum Mediolan., presso Pertz, Scriptores, tomo X, p. 10, 11, similmente dice i Normanni a poco a poco ingrossati in Puglia, divenuti più crudeli dei Greci e più feroci dei Saraceni. Anche ad Amato scappa di bocca qualche lagnanza quando si tratta di Monte Cassino, lib. II, cap. XLI. E lo stesso Guglielmo di Puglia, accennando alle pratiche con papa Leone, accerta che Argiro Veris commiscens fallacia mittit ec. Tralascio tante altre testimonianze, perchè superflue, ovvero sospette, come per esempio quella d’Anna Comnena.

Ferrari nostro, nella Histoire des Révolutions d’Italie, tomo I, p. 344, segg., crede calunniati i Normanni dall’umor di reazione unitaria che allor si scatenò contro la rivoluzione federale dei vescovi. Ancorchè io non osi, senza più lungo studio, negar nè accettare le nuove spiegazioni della storia patria che vien proponendo quell’alto ingegno, parmi pure di prestar fede alle precise affermazioni dei cronisti, che d’altronde si accordano con lo esempio di tutti i conquistatori o dominatori stranieri. Il fatto dei soprusi e quel della reazione non sono per altro incompatibili; e certo è che i Normanni, se servirono una rivoluzione italiana, la voltarono ad utile e comodo proprio.

[96]. Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco, presso Labbe, Concilia, tomo IX, p. 983. Il papa dice a chiare note voler recuperare il patrimonio della Chiesa romana, voler porre accordo tra i due imperatori che son le due braccia della Chiesa ec. Non occorrono citazioni per gli altri fatti che sono notissimi, e dei miei giudizii può giudicare il lettore senza altre autorità. Ho tolto il pretesto della difesa dei poveri da Amato, il quale, lib. III, cap. XVI, XVII, tra le rimostranze di Leone IX ai Normanni, scrive: Et quant cil de Bonivent oïrent tant de perfetion et de sanctitè de lo pape, chacerent lo prince et soumistrent soi à la fidelitè soe, eaux et la citè. Come ognun sa, Leone avea già scroccata Benevento al devoto Arrigo II, in cambio dei diritti su la Chiesa di Bamberg.

[97]. Chronicon Breve Northmannicum, presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 278, anni 1045 a 1052.

[98]. Amato, lib. II, cap. XLV; e III, cap. VII. Si confronti con gli altri cronisti ch’è inutile citare partitamente. Secondo Malaterra il castello fu quel di Scrible in Val di Crati.

[99]. Si confrontino: Amato, lib. III; Guglielmo di Puglia, lib. II; Lupo Protospatario, anno 1053; Malaterra, lib. I, cap. XII a XV; Leone d’Ostia, lib. II, cap. 84; Ermanno Contratto presso Pertz, Scriptores, tomo V, p. 132.

[100]. Nè Amato, nè Guglielmo di Puglia, nè Leone d’Ostia, nè alcun altro cronista narrano questa concessione, fuorchè il Malaterra nel quale leggiamo: Quorum (Normannorum) legitimam benevolentiam Apostolicus gratanter suscipiens, de offensis indulgentiam et benedictionem contulit et omnem terram quam pervaserant et quam ulterius versus Calabriam et Siciliam lucrari possent, de Sancto Petro hæreditati feudo sibi et hæredibus suis possidendam concessit, circa annos 1052. È anacronismo col 1059, e sbaglio di nome di Leone IX con Niccolò II; o il conte Ruggiero, autor vero della tradizione, sapendo dai fratelli le proposizioni che fecero allora i Normanni e qualche vaga promessa del papa prigione, le costruiva dopo mezzo secolo, a disegno o per incerta memoria, in espresso atto d’investitura. Si avverta che Amato, lib. III, cap. XXXVI, fa menzione della profferta dei Normanni avanti la battaglia di ricevere l’investitura e pagar censo: come avrebbe dunque passato sotto silenzio che il papa prigione l’assentiva? Non fo caso qui della Cronica di Roberto Guiscardo, ch’è opera della metà del XII secolo. E mi par che la epistola di Leone IX che citerò nella nota seguente distrugga al tutto il racconto di Malaterra.

[101]. Epistola di Leone IX a Costantino Monomaco presso Labbe, Concilia, tomo IX, p. 981, segg. Ancorchè non vi sia data, si dee porre tra il 18 giugno 1053 e il 19 aprile 1054, giorno della morte del papa; perchè la battaglia di Civita vi è indicata in modo non equivoco; nè si può ammettere l’opinione del Saint-Marc, Abrégé chronologique, tomo III, Parte I, p. 170, segg., che riferisce questo scritto al 1051, supponendo gratuitamente un’altra zuffa dei Normanni con soldatesche del papa. Tronca ogni dubbio Wiberto arcidiacono di Toul, il quale nell’agiografia di Leone IX, lib. II, cap. VI, presso i Bollandisti, 19 aprile, tomo II di quel mese, p. 663, inserisce uno squarcio della stessa epistola per narrare, com’egli dice, con le propie parole del papa, lo scontro di Civitatula. Aggiugne del suo i fatti che conosciamo dopo la battaglia: l’andata a Benevento e indi a Roma, fino alla morte di Leone. Amato, lib. III, cap. XXXIX, scrive: Et o la favor de li Normant torna à Rome à li X mois puis que avoit esté la bataille.

[102]. Amato, lib. III, cap. XLVI e XLVII. Stefano IX esaltato il 2 agosto 1057, morì il 29 marzo 1058. Amato narra ch’egli avea gettato le mani sul tesoro di Monte Cassino, per far guerra ai Normanni.

[103]. Guglielmo di Puglia, lib. II; Malaterra, lib. I, cap. XV. Da un altro canto Amato, lib. III, cap. XLII, segg., racconta le molestie che recavano nel principato di Salerno Unfredo, il fratello Guglielmo e Riccardo d’Aversa.

[104]. Malaterra, l. c. Amato, che in questo periodo tocca più brevemente le cose di Puglia, accenna verso il 1054 la venuta di Malgerio, Goffredo, Guglielmo e Ruggiero fratelli del conte Unfredo. Questo Guglielmo era figliuolo di Tancredi per la seconda moglie Fredesenda.

[105]. I contemporanei riferiscon questo fatto a pezzi; ciascuno il suo. Amato, lib. IV, cap. II, scrive che alla morte d’Unfredo: Robert son frere rechut l’onor de la conté et la cure de estre conte. Guglielmo di Puglia, lib. II, accenna l’oficio lasciato a Roberto come tutore del figliuolo coi versi: Rector terrarum sit eo moriente ec. Malaterra non parla di tutela, ma precisamente dice, lib. I, cap. XVIII, che Roberto susceptusque a patria primatibus, omnium dominus et comes in loco fratris efficitur.

[106]. I due fatti della mutazione del titolo di conte in duca e dell’omaggio feudale a Roma si cavano da queste autorità:

Amato, lib. IV, cap. III, narrata la occupazione di Reggio, continua: Et pour ce Robert sailli en plus grand estat qu’il non se clame plus conte, més se clamoit duc. Non fa motto del concilio di Melfi nè dell’investitura.

Malaterra che attribuì, come dicemmo, p. 43 in nota, la concessione feudale a Leone IX in favor di Unfredo, non tocca nè punto nè poco l’abboccamento di Melfi, ma nel lib. I, cap. XXXV, dopo la occupazione di Reggio il 1060, aggiugne: Igitur Robertus Guiscardus, accepta urbe, diuturni sui desiderii compos effectus, cum triumphali gloria dux efficitur.

Lupo Protospatario confonde i due fatti nel 1056 scrivendo: Et Unfredo obiit et Robertus frater ejus factus est dux; sul qual passo notava l’erudito Camillo Pellegrino che anche Drogone e Unfredo s’erano intitolati in lor diplomi or comes or dux.

La Cronica di Roberto Wiscardo (Anonimo del Caruso e Anonimo Vaticano del Muratori) tace i patti di Melfi e l’assunzione al ducato, riferendosi come Malaterra alla concessione di Leone IX che limita e particolareggia così: Discrete ac subtiliter utilitati Sanctæ Ecclesiæ prævidens, totam Apuliam atque Calabriam a finibus Guarnerii usque ad Farum comiti Humfredo et suis successoribus, nequaquam coactus in aliquo sed sola spontanea voluntate et suorum consilio Cardinalium, regendas semperque possidendas permisit. Si confronti la traduzione francese nello stesso volume di Amato, pag. 275, 276.

Guglielmo di Puglia, lib. II, narrato il Concilio di Melfi, ripiglia:

Finita Synodo, multorum Papa rogatu

Robertum donat Nicolaus honore ducali.

Hic comitum solus concesso jure ducatus

Est Papa factus jurando jure fidelis;

Unde sibi Calaber concessus et Appulus omnis

Est, locus et Latio, patriæ dominatio gentis.

La Cronica breve normanna presso Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, tomo V, p. 278 (V) ha sotto il 1059:

Robertus Comes Apuliæ factus est Dux Apuliæ, Calabriæ et Siciliæ a papa Nicolao in civitate Melphis, et fecit ei homintum de omni terra.

Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15 (ovvero 16), scostandosi questa volta da Amato, scrive: Eisdem quoque diebus et Richardo principatum capuanum et Robberto ducatum Apuliæ, Calabriæ atque Siciliæ (Nicolaus II) confirmavit cum sacramento; et fidelitate Romanæ Ecclesiæ ab eis primo recepta, nec non investitione census totius terræ ipsorum, singulis videlicet annis per singula boum paria denarios duodecim. Poscia torna alla tradizione di Amato e alla presa di Reggio, conchiudendo che Roberto ex tunc cæpit dux appellari. Dunque abbiamo quattro diverse tradizioni:

1ª Investitura di Leone IX ad Unfredo il 1053. La sostengono il cronista e il compilatore di parte siciliana. Il primo con oscurità studiata aggiugne le terre che si acquistassero alla volta di Calabria e di Sicilia. Il secondo, cinquant’anni dopo Malaterra, vi cancella la Sicilia e muta la concessione feudale in mera donazione.

2ª Investitura di Niccolò II a Roberto per la Puglia e Calabria, con titol di duca. Dal solo Guglielmo di Puglia, amico delle due dinastie normanne d’Aversa e di Puglia.

3ª Lo stesso aggiuntavi la Sicilia. In Leone d’Ostia e nel Chronicon Breve, entrambi dei principii del XII secolo. Leone era cardinale.

4ª Silenzio su l’investitura nei due contemporanei, Amato e Protospatario, i quali non ignorano il preso titolo di duca.

Dal silenzio degli uni e dalla discrepanza degli altri è da argomentare che la investitura non fosse stata mai promulgata nel paese. E veramente era tal atto d’usurpazione della potestà imperiale, tal preparamento di guerra contro l’impero, da occultarsi con ogni studio. Ma dell’atto non v’ha luogo a dubitare. Di tutti i ricordi che ne abbiamo, quel che più par s’avvicini al tenor dell’originale è l’obbligazione scritta di Roberto, copiata non sappiam quando nel Liber censuum della corte di Roma, pubblicata dal Baronio, Annales ecclesiastici, 1059, § 70, e data il 1059 stesso.

Ego Robertus Dei gratia et Sancti Petri Dux Apuliæ et Calabriæ et utroque subveniente futurus Siciliæ, ad confirmationem traditionis et ad recognitionem fidelitatis, de omni terra quam ego proprie sub dominio meo teneo et quam adhuc ulli Ultramuntanorum unquam concessi ut teneat, promitto me annualiter pro unoquoque jugo boum pensionem scilicet duodecim denarios papiensis monetæ persoluturum Beato Petro ec.

Quest’atto, tenuto forse segreto per molti anni, mi par genuino, e limita, come ognun vede, a poche terre in Puglia e in Calabria il novello tributo da pagarsi al papa.

Di più se ne scorge la natura della concessione della Sicilia, cioè di atto non compiuto, anzi di mera promessa. Guglielmo di Puglia tacque la promessa appunto perchè il signor della più parte della Sicilia, che non era mica Roberto ma Ruggiero, avea schivato l’investitura. Leone d’Ostia affermò la concessione della Sicilia e la ragguagliò a quella di Puglia e Calabria, perchè era cardinale e scrivea dopo quel terribile pontificato d’Ildebrando. Malaterra ne uscì con l’equivoco: alla volta di Calabria e di Sicilia, e con l’anacronismo del 1033. Del resto l’assentimento dei successori di Roberto, la ricusa dei successori di Ruggiero e i termini della Cronica di Roberto Wiscardo, compilazione storica della corte di re Ruggiero, provano la diversità del dritto riconosciuto al principio dell’undecimo secolo, di che riparleremo a suo luogo.

Quanto alla mutazione del titolo di Roberto, si è notato che i predecessori chiamaronsi talvolta duchi; prendendo, come ben riflette il Pellegrino, il titolo che la corte bizantina avea dato ad Argiro, luogotenente nella provincia ormai occupata dai Normanni. Forse Drogone e Unfredo bramavan così distinguersi dai conti subordinati al capo della federazione. In ogni modo è provato dalle testimonianze di Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia e Leone d’Ostia, che Roberto prese definitivamente il novello titolo all’occupazione di Cariati o di Reggio, cioè il 1059 o 1060; e in ogni modo dopo la concessione di Niccolò II. Ciò non esclude ch’egli richiedesse l’assentimento dei conti normanni, come suppongono a ragione gli storici napoletani e come si legge nell’Anonimo (Recueil des Historiens des Gaules ec., tomo X, p. 210); ma ormai chi gli potea ricusare il suffragio?

[107]. Ruggiero alla sua morte (1101) avea 70 anni, al dir del Fazello che non cita autorità. V’hanno tradizioni diverse, delle quali tratterò a suo luogo.

[108]. Malaterra, lib. I, cap. XIX, segg. Per la investitura del conte di Aversa si riscontri Leone d’Ostia, lib. III, cap. 15, (16). Per gli altri fatti i medesimi cronisti, Amato e Guglielmo di Puglia passim.

[109]. Si vegga il Capitolo precedente, p. 46.

[110]. Malaterra, lib. II, cap. I.

[111]. Et que la cité estoit vacante des homes liquel i habitoient avant, il (Robèrt) la forni de ses cavaliers. Amato, lib. V, cap. XIX.

[112]. Si vegga sopra il Libro II, cap. X, p. 426 del 1º volume, e si ricordino le guerre di Manuele Foca e di Maniace e la difesa di Catacalone.

[113]. Tomo VI, p. 174, Parigi 1715. L’editore non dice altro su l’origine della cronica, se non d’esser tolta dai Mss. del Duchesne. Or si può domandare perchè il Baluzio non citò il codice di Messina; e perchè il Duchesne non avea prima stampata la cronica nella raccolta degli scrittori di cose Normanne? Sembra che l’uno e l’altro dubitassero della antichità di quel documento.

[114]. Rerum Italic. Script. tomo VI, p. 614. Il Muratori nel breve avvertimento che pone innanzi a questo scritto, lo giudica contemporaneo «multam enim vetustatem sapit.» Ma parmi che i sospetti debbano cominciare dalla lingua e dallo stile.

[115]. Ms. della Bibl. Imp. di Parigi segnato: Baluze, armoire 2, paquet 5, nº 2, al fog. 428, segg. Tutto il volume son copie di mano del Duchesne. Questi sotto il titolo della cronica notò: «Ex codice Ms. perantiquo Bibliothecæ Senatus Messanensis, summa fide transcripta». Ma egli, non essendo mai stato in Messina, avea copiato di certo sopra una copia, senza vedere il vantato testo antichissimo.

[116]. Di Gregorio, nella Introduzione al dritto pubblico Siciliano toccando le consuetudini delle città, sagacemente notava essere il diploma del 1129, sospetto, ma non tutto. Della cronica ei tratta nelle Considerazioni su la Storia di Sicilia, lib. I, cap. II, e nota 47, e ben si appone che la copia pubblicata dal Baluzio fosse venuta da Messina. Se non che sbaglia il tempo. Sendo la copia di mano d’Andrea Duchesne che morì il 1640; non potea trovarsi, come suppone il Di Gregorio, tra i Mss. recati a Parigi dagli esuli Messinesi del 1675.

[117]. Tra le idee moderne è da notarsi la diffidenza contro il papa che non era nata in Sicilia nell’XI secolo, ma fioriva pienamente dal XIII in poi. Nel linguaggio s’incontra la classica denominazione di città Mamertina e quella di Mori adoprata genericamente per dinotare i Musulmani.

[118]. Rerum Sicanicarum compendium, lib. III. Quel grande ingegno, in suo stile breve ed un po’ frettoloso, fornito il racconto ripiglia «Alibi lego» ec. e dà senza citar nome d’autore, il racconto del Malaterra. Non dice qual de’ due gli sembri il vero o il più verosimile.

[119]. De rebus Siculis, Deca II, lib. VII, cap. I. Il Fazello, ch’era pure stato in Messina ed avea frugato quelle Biblioteche, si riferisce a tradizione orale (ducta per manus fama) pei nomi dei congiurati. Non accenna l’origine della narrazione, e la intreccia, senza citazioni, con quella di Malaterra.

[120]. Questo fatto si trova per lo primo nella Ystoire de li Normant pubblicata il 1835, se non che M. Gauttier d’Arc l’avea accennata fin dal 1830 nella sua compilazione, p. 219. Si avverta intanto che Amato parla qui e altrove (p. 148, 153, 159, 194) di un Goffredo Ridelle o Rindelle, mentre M. Gauttier d’Arc, l. c., seguito da M. Champollion (p. 342, nota) suppon che si tratti di un Goffredo fratello di Roberto e soprannominato Ridelle. Ma questa identità dei due Goffredi sembra supposta senza fondamento. Il Malaterra, lib. I, cap. IV, e quel ch’è più Amato stesso p. 94, dicono di Goffredo fratel di Ruggiero, senza far cenno del soprannome; e il Goffredo Rindelle quante fiate comparisce nella storia d’Amato, sembra piuttosto condottiero fidatissimo, che fratello di Roberto, il quale diffidava sopratutto dei fratelli.

[121]. Il Malaterra non fa menzione che di due regoli. La divisione della Sicilia musulmana in quattro stati si seppe per lo primo dagli estratti di Nowairi pubblicati il 1790; e di tre stati si facea menzione negli estratti di Abulfeda e Scehab-ed-din-Omari, noti in Sicilia per opera di D’Amico nei principii del XVII secolo, cioè una cinquantina d’anni dopo la pubblicazione della Storia di Maurolico. Pertanto i cinque regoli mori e i confini che loro assegna la cronica si debbono riferire a tradizione genuina in fondo, corrotta nei particolari. Nulla si oppone a ciò che un Raxdis (Rascid) fosse stato governatore di Messina.

[122]. Roberto andò all’assedio di Reggio quando si cominciava la mèsse, e se ne tornò a svernare in Puglia con Ruggiero dopo la scorreria in Sicilia. Malaterra, lib. I cap. XXXV; e lib. II, cap. II. Contando circa due mesi per l’assedio di Reggio si viene al settembre. La Breve istoria, facendo cominciar la congiura il 6 agosto, ci conduce alla stessa data.

[123]. «Hæc secum animo revolvens, eorum ad quæ animum intendebat, non tardus executor,» scrive il Malaterra. La quale fretta si riscontra bene con la promessa di venire a Messina entro una settimana, che leggiamo nella Breve istoria. Questa, come ognun vede, confonde in uno solo i tre assalti di Ruggiero; il che è naturalissimo in una tradizione orale.

[124]. Sessanta militi, scrive il Malaterra. Il numero si dee moltiplicare almeno per tre; poichè ogni cavaliere, nel medio evo avea seco ordinariamente due o più uomini armati e montati a cavallo.

[125]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. I, e Anonimo, versione francese (Chronique de Robert Viscart), lib. I, cap. XIII, e testo presso il Caruso, Bibliotheca Sicula p. 837.

[126]. Malaterra, lib. II, cap. II, il quale, per mancanza di ragguagli precisi o per dissimulazione, parla vagamente di faccende che dovesse compiere il duca in Puglia durante l’inverno 1060-1061. Noi le sappiamo da Amato, lib. IV, cap. III, e lib. V, cap. IV, VI, VII, ed anche un po’ da Guglielmo di Puglia, lib. II, «Morti tradendum ec.» Preso da Roberto il titolo di duca, e cominciato a mutare l’autorità di capo federale in signor feudale, cospirarono contr’esso Balalardo suo nipote, Gazolin de la Blace, Ami figlio d’un Gualtiero, e un Goffredo, sovvenuti di danari dall’imperatore bizantino, al quale prometteano rendere il paese. Roberto tornato da Reggio li oppresse con le armi; indi assediò ed ebbe a patti Troia, municipio bizantino. Amato pone appunto dopo la resa di Troia la pratica del duca con Ibn-Thimna.

[127]. I cronisti arabi che citammo nel Libro IV, cap. XV, p. 552 del 2º volume affermano avere Ibn-Thimna condotta la pratica con Ruggiero a Mileto, nè parlan d’altri; Amato lib. V, cap. VIII, dice col solo Roberto a Reggio; Malaterra, lib. II, cap. III, IV, nella stessa città col solo Ruggiero. Parmi evidente che v’ebbero almeno due abboccamenti: Roberto non venne a Reggio che per ultimare la cosa con Ibn-Thimna; ma questi s’era rivolto dapprima a Ruggiero, il quale non soggiornava per certo a Reggio, città del fratello, tra il quale e lui i sospetti non posavano giammai. D’altronde il nome di Mileto dato dai soli Arabi è di moltissimo peso, accennando il fatto più notevole di lor tradizione, sì notevole che diè origine ad un errore retrospettivo che facea Mileto capitale del re franco Baldovino, conquistatore dell’Italia meridionale, cioè Otone II. Si vegga il Libro IV, cap. VI di questa istoria, vol. 2º, p. 328, nota 1. E Mileto appunto è nominata nella Breve istoria della liberazione di Messina che citammo poc’anzi.

[128]. Tutta l’isola, dicono gli annalisti arabi.

[129]. Annalisti arabi citati dianzi.

[130]. Anonimo.

[131]. Amato, lib. V, cap. VIII, IX, X, il quale fa supporre capitano di tutte le genti Goffredo Ridelle, ma lascia trasparire il comando indipendente di Ruggiero. Malaterra dà l’impresa come ordinata e capitanata dal solo Ruggiero.

[132]. Censessanta militi, dice Malaterra, il solo che dia il numero. Al solito è da contare tre armati o più per ciascun milite.

[133]. Amato.

[134]. L’ultima settimana di carnovale del 1060, scrive il Malaterra, contando l’anno dal 25 marzo all’uso di Firenze, Puglia e Sicilia. Però torna al 1061 del conto comune ed agli ultimi di febbraio, sendo occorsa la Pasqua a’ 15 aprile. Malaterra chiama il luogo Praroli e Tre Laghi, e aggiugne che v’erano le tegolaie. Similmente l’Anonimo dice tre Laghi. È senza dubbio la punta del Faro, ond’errava il Fazzello supponendo lo sbarco a Furno o Furnari tra Tindaro e Milazzo, perchè gli parea di trovare la versione del nome topografico nel clibana tegularum del Malaterra.

[135]. Malaterra.

[136]. Amato.

[137]. Amato e Malaterra.

[138]. Malaterra.

[139]. Amato.

[140]. Anonymi Chronicon Siculum.

[141]. La narrazione si cava da Amato, lib. V, cap. X; Malaterra, lib. II, cap. IV, V, VI, e Anonymi Chronicon Siculum, lib. I, cap. XIII, presso Caruso, op. cit., p. 837, e nella traduzione francese, p. 279. Come si vede dalle note precedenti, i particolari differiscono nei due primi cronisti, e scarseggiano nel terzo, ma non sono contraddittorii.

[142]. Amato.

[143]. Amato. Il Malaterra dice vagamente: «cum maximo exercitu

[144]. Amato. Secondo il Malaterra il campo sarebbe stato a Reggio.

[145]. Malaterra scrive Germundos et galeas. La prima di queste voci, che che ne disputi il Ducange, par lezione erronea di Dermudos che è alla sua volta corruzione di Dromone.

[146]. Amato dà il numero, Malaterra le dominazioni «Cattos, Golafros et Dormundos;» se non che il primo aggiugne «lo artifice liquel se clamoit Gath.» La voce Gatto con lo stesso significato di nave, si trova anche nella Chronica Varia Pisana, presso Muratori, Rerum Italic., tomo VI, p. 112, e in Caffari, Annales Genuenses presso Muratori Rerum Ital. tomo VI, p. 254. Forse quella nota appellazione dell’ordegno di guerra passò alla nave che lo portava: parendomi meno naturale l’etimologia dall’arabico Kula’a, nome generico, nel significato che noi diamo a «legni» o «vele.» La voce Golafros, che altrove si legge (V. Ducange) Golabros e Golabos, e nella Chronica Varia Pisana presso Muratori, Rerum Italic., VI, 112. Garabi, è l’arabico nome di legno Ghorâb (corvo), donde la nostra voce «Corvetta.»

[147]. Malaterra lo chiama Belcamuer, ch’è una delle tante lezioni in che i Mss. guastano il nome d’Ibn-Hawwasci; l’Amato scrive invece Sausane, e sembra corruzione di Simsam-ed-dawla. Forse i raccontatori normanni dai quali egli attinse i fatti, confondeano il capo dei Musulmani di Sicilia al 1061, con l’ultimo principe Kelbita di cui abbiam detto nel Libro IV, capitolo XII, p. 419 segg. del 2º volume, sembrando inverosimile che Ibn-Hawwasci avesse preso appunto il medesimo titolo.

[148]. Amato.

[149]. Si vegga il Libro IV, capitolo X, XI, p. 393, 396, del 2º volume.

[150]. Malaterra.

[151]. Amato.

[152]. Malaterra.

[153]. Il nome di Calcare si legge in Amato; un Ms. di Malaterra dice Trium Monasterium. E Tremestieri è corruzione di tal voce; Edrisi nel cenno su questo luogo ha «tre Chiese».

[154]. Amato.

[155]. Conf. Amato e Malaterra.

[156]. Di questo non fanno parola i cronisti normanni: si veggano qui sopra le pag. 56 a 60.

[157]. Amato.

[158]. Malaterra.

[159]. Conf. Amato e Malaterra.

[160]. Malaterra dice mandate le chiavi; Amato, che significarono a Roberto la vittoria que de Dieu avoient reçue par Goffrède Ridelle, et lui prierent qu’il vinst prendre la cité. Il cronista scordava aver detto poco innanzi che la schiera passata in Sicilia fosse capitanata da Ruggiero, senza far motto di Goffredo Ridelle, il quale al più potrebbe supporsi condottiere dei 170 cavalieri che venner dopo. Coteste discrepanze mostrano la gelosia che s’era accesa verso la fine dell’XI secolo tra i Normanni di Puglia e di Sicilia, dei quali i primi metteano da canto a tutta possa Ruggiero, e i secondi Roberto.

[161]. Diverse manière de navie et de mariniers.... et particulierement devissent aler les nez.

[162]. Amato. La presa di Messina è narrata da Amato, libro V, capitolo XII a XVIII; e Malaterra, libro II, capitolo VIII a XII; ne fan cenno Leone d’Ostia, libro III, capitolo XVI, e XLV, e l’Anonimo, presso Caruso p. 837, e traduzione francese, libro I, capitolo XIV.

[163]. Conf. Amato, libro V, capitolo XIX, e Malaterra, libro II, capitolo XIII. Il primo scrive qui le parole che Roberto trovò Messina vota di abitatori, le quali, com’abbiam detto, si debbono prendere in senso figurato, se pur è fedele la traduzione. Malaterra afferma che i due fratelli lasciassero in città la cavalleria, il che deve intendersi di parte, non del tutto.

[164]. Conf. Amato, libro V, capitolo XX; Malaterra l. c., tra i quali è il solito divario che il primo riferisce la dedizione al solo Roberto, il secondo ad ambo i fratelli. La tradizione d’Amato è la più verosimile in questi principii della guerra siciliana. D’altronde non è provato da cosifatte testimonianze che i Musulmani di Rametta prestassero omaggio feudale. Non poteva esser altro che un accordo temporaneo e propriamente l’amân. Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, dice fatta tributaria Rametta.

[165]. Scabatripolis nel Malaterra. Scaba o Scava, voce della bassa latinità che suona fosso, è premessa evidentemente al nome di Trabilis che si legge in due diplomi latini del 1134 e 1408. Edrisi ha, per trasposizione dei punti diacritici nel testo arabico, B-r-b-l-s e Bub-l-s che va corretto T-r-b-l-s e risponde esattamente all’odierno comune di Tripi. Dall’itinerario del detto geografo, Biblioteca Arabo-Sicula p. 66, si vede che da Rametta a Monteforte correva (alla metà del XII secolo) una strada di 4 e da Monteforte a Tripi di 20 miglia. Amato tralascia questa prima stazione.

[166]. Fraxinetum in Malaterra, Lo False in Amato; l’uno e l’altro si riconoscono agevolmente nel Fraynit d’un diploma del 1188, Frazzanò, come or si chiama; dal qual comune muove un sentiero che riesce a Maniace. Edrisi nota la strada da Tripi a Montalbano, e Galati, terra vicinissima a Frazzanò. La traduzione d’Amato confonde Lo False con la pianura di Maniace, che indica chiaramente senza nominarla: a lo piè de lo grant mount et menachant moult de Gilbert (corr. Gibel).

[167]. Conf. Amato, libro V, capit. XXI; e Malaterra libro II, capit. XIV. I Cristiani di Val-Demone scrive Malaterra; più correttamente Amato quei qui estoient là entor, e parla dei Cristiani di tutto il Val-Demone quando i vincitori tornarono dall’assedio di Castrogiovanni a San Marco e Messina.

[168]. Amato, lib. V, capitolo XXI e XXII. Malaterra, lib. II capitolo XV. Emmelesio, di cui si ignora il sito nè se ne trova cenno in altro scrittore cristiano o musulmano, è nominata da Amato.

[169]. Malaterra, libro II, capitolo XVI.

[170]. Amato, lib. V, capitolo XXII.

[171]. Malaterra, libro II, capitolo XVI, Guedeta, dice il cronista, e aggiugne che significhi flumen paludis. Il nome arabico Wadi-el-tin il quale si trova scritto Lo dictaino in un privilegio del conte Ruggiero, dato il 1004 presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1011, precisamente suona: il fiume del Fango. S’ignora il sito di queste grotte di San Felice, le quali potrebbero per avventura esser le «Quaranta Grotte» espugnate dai Musulmani nell’841, le quali sembran parimenti vicine a Castrogiovanni, abitate e difendevoli. Si vegga il nostro Libro II, capitolo V, pag. 310 del 1º volume.

[172]. Malaterra, libro II, capitolo XVII, si contenta di dare ai Normanni 700 uomini, ed ai nemici 13,000; e l’Anonimo presso Caruso p. 838 e nella traduzione francese, libro I, capitolo XIV, copia tali cifre aggiugnendo che nell’una come nell’altra si comprendessero i fanti. Amato, libro V, capitolo XXIII, copiato da Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, scocca l’iperbole dei 13,000 cavalli e 100,000 fanti Musulmani; ma lascia a Roberto i 1000 cavalli e 1000 fanti ch’avea rassegnati in Messina. È notevole che Ibn-Khaldûn, traduzione francese di M. Des Vergers, p. 183, trascrivendo quasi da Ibn-el-Athir il brevissimo cenno di questa battaglia, vi aggiugne che Ruggiero avesse 700 uomini: e potrebbe essere appunto la tradizione normanna, intesa in Palermo nel XII secolo da Ibn-Sceddâd, la cui compilazione ci manca. Per altro non sembra inverosimile che le mille lance noverate da Roberto a Messina, fossero ridotte dinanzi Castrogiovanni a 700, per malattie, morti e presidii, lasciati di certo per assicurare la ritirata sopra cento e più miglia da Castrogiovanni a Paternò, Maniace, Frazzanò e Messina. I 700 poi potrebbero essere i soli militi senza contarvi gli uomini d’arme di ciascuno. In ultimo la critica ci conduce a rigettare con le altre fole le schiere affricane dell’esercito. L’Affrica propria a quel tempo si travagliava nella irruzione degli Arabi d’oltre Nilo. E forse i narratori cristiani riportavano indietro al 1061, gli aiuti dei principi Ziriti del 1063, o contavano come «aiuti d’Affrica» qualche drappello di schiavi negri, di Berberi ec. al servigio dei Musulmani di Sicilia.

[173]. S. Matteo, XVII. 20.

[174]. Conf. Amato, libro V, capitolo XXIII; Malaterra, libro II, capitolo XVII; Anonimo presso Caruso p. 838 e nella traduzione francese, libro I, capitolo XIV, Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV, Fra Corrado presso Caruso, tomo I, p. 47. Ibn-al-Athir nella Biblioteca Arabo Sicula p. 276; Nowairi, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 25; Ibn-Khaldûn, traduzione di M. de Vergers, p. 183. I quali annalisti arabi fan cenno appena della sconfitta.

[175]. Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.

[176]. Amato, l. c.

[177]. Conf. Malaterra e l’Anonimo, l. c.

[178]. O les bras ploies et la teste enclinée de toutes pars venent li Cayte et aportent domps et ferment pais avec lo duc et se soumetent à lui et lor cités. Amato, l. c. Questo fatto che non si legge punto in Malaterra, va ridotto ai termini di tregue chieste per una stagione ed accordate a prezzo. A creder pienamente il cronista, la Sicilia si sarebbe arresa a Roberto, nè allor si comprenderebbe perch’egli se ne tornasse in Calabria lasciando presidio appena a San Marco ed a Messina.

[179]. C’est paille copertez à ovre d’Espaigne ec. Forse ricamati. In ogni modo mi sembra doversi intendere piuttosto lavorali a modo spagnuolo, che fabbricati proprio in Ispagna. La voce tarin indica al certo non il dirhem arabo, ma i tarì d’oro dei quali abbiamo fatto parola nel Libro IV, capitolo XIII, p. 439, del 2º volume; onde la somma tornerebbe a più di 300,000 lire italiane.

[180]. Et lo duc pensa une grant soutillesce.

[181]. Amato, libro V, capitolo XXIV, dicendo mandato il messaggio dallo amirail de Palerme. Secondo lo stesso autore, libro V, capitolo VIII, il ribelle che cacciò Ibn-Thimna di Palermo e se ne fece emiro, avea nome Belcho (Ibn-Hawwasci). Poi al capitolo XIII, chiama l’emir di Palermo, in maggio 1061, Sausane. Balchaot (Ibn-Hawwasci) ricomparisce alla testa dell’esercito a Castrogiovanni nel capitolo XXIII, e nel XXIV l’emir di Palermo non ha nome. Da un’altra mano Malaterra, com’abbiamo notato alla p. 66, dà emir di Palermo, in maggio 1061, Belcamuer, cioè lo stesso Ibn-Hawwasci.

[182]. Malaterra, l. c.

[183]. Amato, libro V, capitolo XXIII, narrato il principio dell’assedio di Castrogiovanni continua: «Et puis dui mois le victorious duc s’en torna a Messine.» E in vero dallo sbarco alla battaglia sotto Castrogiovanni era corso un mese incirca, come si argomenta dalla narrazione del Malaterra.

[184]. Malaterra, l. c. Si ricordi che l’esercito si adunò su lo Stretto nei primi di maggio. Messina fu presa verso la metà dello stesso mese.

[185]. Amato, libro V, capitolo XXV. È da notare che Malaterra fa menzione soltanto de’ Cristiani venuti al campo di Maniace; e Amato nel capitolo XXI accenna il medesimo fatto parlando dei soli Cristiani de’ contorni e della sicurtà lor conceduta da Roberto, poi nel capitolo XXV dice venuti al duca sotto Castrogiovanni, ovvero nella ritirata di lì a San Marco, quei del Val de Manne.... por estre aidié de lo duc et que desirroient de non estre subjette a li païen lui firent tribut de or et habondance de cose de vivre.

[186]. Si veggano Fazzello, Cluverio, Amico Dizionario topografico ec. Sono state trovate a San Marco iscrizioni latine di Alunzio. Edrisi nella Bibl. Arabo-Sic., testo p. 32, e presso di Gregorio Rerum Arabicarum, p. 115, fa cenno delle antichità che si notavano in San Marco e ci descrive la importanza della città, centro d’industria agricola e navale.

[187]. Amato, libro V, capitolo XXV. Ancorchè il cronista narri la fondazione del castel di San Marco dopo avere accennato nel capitolo XXIII il ritorno di Roberto a Messina, replica pure questo ritorno nel capitolo XXV, nè può rimaner dubbio che lo esercito si fosse fermato a San Marco durante la ritirata. Si conf. l’Anonimo presso Caruso, p. 838, e la traduzione francese, libro I, capitolo XIV, e Leone d’Ostia, libro III, capitolo XLV.

[188]. Conf. Malaterra, libro II, capitolo XVIII; e Anonimo, l. c.

[189]. «Mandato Bettumeno, in sua fidelitate, a Catania, che gli apparteneva ec.» scrive Malaterra, l. c. Con Catania andava di certo Siracusa, antico stato d’Ibn-Thimna, e i distretti.

[190]. Amato, libro V, capitolo XXV, lo dice espressamente. Sembra mero patto di difesa da una parte e tributo dall’altra; patto fors’anco temporaneo senza indole nè forma di omaggio feudale.

[191]. Veggasi il Libro IV, capitolo XII, p. 419, del 2º volume.

[192]. Si vegga il nostro Lib. IV, cap. XV, p. 547, 548, del 2º volume. I fatti qui accennati si ritraggono da Ibn-el-Athir, testo, anni 442, 448, 453, 455, 457, tomo IX e X, della edizione di Tornberg; Baiân-el-Moghrib, testo, tomo I, p. 308 a 312; Nowairi, Storia d’Affrica, MS. arabo di Parigi, ancien fonds 702, fol. 39, verso a 42 verso; Tigiani, Rehela, traduzione di M. Alph. Rousseau, nel Journal Asiatique d’agosto 1852, p. 109, febbraio 1853, p. 185 segg.

[193]. Ecco le parole d’Ibn-el-Athir, Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 276, copiate con poco divario da Abulfeda, anno 484, Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr, op. cit., p. 414, 447, 534. «Assediato in Castrogiovanni, Ibn-Hawwasci uscì a combattere; ma rotto dai Franchi si ritrasse nella fortezza: quelli cavalcarono per la Sicilia e s’impadronirono di molti luoghi. Allora lasciavan l’isola non pochi dotti e onesti uomini. Alcuni dei quali andarono appo Moezz-ibn-Badis esponendogli la condizione del paese, le discordie del popolo musulmano, il territorio in parte occupato dai Franchi; onde Moezz allestita una grossa armata e imbarcati fanti e munizioni, la fece salpare ch’era d’inverno. Alla Pantellaria, surta una tempesta, la più parte annegò; pochissimi si salvarono; la perdita del quale navilio indebolì molto Moezz, e rincorò gli Arabi sì che gli tolsero l’Affrica.» Sendo morto Moezz il 24 sciàban 454 (Bayan el Maghrib, tomo I, p. 308) ossia il 31 agosto 1062, la spedizione va posta nell’inverno precedente, cioè pochi mesi dopo la battaglia di Castrogiovanni della quale sappiamo la data dagli scrittori cristiani, sì che possiamo così correggere i musulmani citati di sopra a p. 74, i quali la pongono nel 444 (1053). Gli autori arabi, per effetto dell’anacronismo loro di otto anni, noverano questo naufragio tra le cause del facile conquisto degli Arabi d’oltre Nilo sopra l’Affrica, il quale era compiuto innanzi il 1061, come s’è notato in altro luogo.

[194]. Cristiani vero provinciarum, sibi cum maxima lætitia occurrentes in multis obsecuti sunt. Malaterra. La designazione geografica è vaga quanto la misura dell’obbedienza, e l’una e l’altra torna al concetto ch’io esprimo nel testo. Si tenga anco a mente che provincia nella latinità del medio evo spesso ha il mero significato di campagna o contado.

[195]. Veggasi il lib. III, cap. III. e lib. V, cap. XI, vol. II, pag. 255 e 397.

[196]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XVIII, e l’Anonimo presso Caruso, Bibliotheca Sicula, p. 838 e lib. I, cap. XV, della versione francese. Ho tolto dal primo il numero dei militi di Ruggiero. Il testo latino dell’anonimo ha 50, e la versione francese 200.

Il Fazzello, deca I, lib. X, cap. 1, scrive che il contado di Traina fosse popolato di cristiani, tenendo la città i Saraceni; che Ruggiero si fosse consigliato coi primi ed avesse ai conforti loro espugnata la città e fondata nei dintorni la badia di Sant’Elia, la quale addimandò d’Eubulo dal buon consiglio che gli venne in quel luogo. Ei cita in principio un privilegio greco del conte, senza indicarne la data; ma evidentemente gli è quello del 6602 (1094 dell’èra volgare) di cui Rocco Pirro, pag. 1011, dà una pessima versione latina, nella quale il nome è scritto De Ambula, nè si fa allusione a consiglio di sorta de’ Cristiani, nè a voto del conte, anzi questi non esercita altra liberalità che di concedere al Logoteta Giovanni il terreno per fondare un monastero. La citazione dunque del Fazzello va ristretta al fatto del contado abitato da cristiani, ed in questi limiti bene sta, occorrendo nomi greci e latini tra i villani donati dal conte al monastero. Il rimanente della tradizione non ha documento che il provi, nè se ne scorge vestigio nelle cronache. Donde sembra che il Fazzello l’abbia supposto dalla significazione ch’egli credea trovar nel nome d’Ambola, Embula, Eboli, e secondo lui Eubulo, e dal sapere vicine alcune popolazioni musulmane, come si vedrà nel seguito di questo capitolo. L’espressa testimonianza del Malaterra non permette così fatto supposto.

Nè ha origine contemporanea la favola (Pirro l. c.; De Ciocchis, Sacrae Regiae Visitationis, tom. II, p 642) che il Profeta Elia, comparso a Ruggiero, con una spada in mano, lo confortasse all’impresa.

[197]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XIX, XX, il quale dà alla sposa il nome di Delicia; e l’Anonimo, l. c., che la chiama Iucta (Iudicta). I fatti anteriori all’arrivo di costei in Calabria si ricavano da Odorico Vitale e Guglielmo di Gembloux, citati da M. Gaultier d’Arc. Histoire des Conquétes des Normands en Italie ec., p. 228 segg. L’autore a p. 236 in nota, sostiene che la donzella uscendo del chiostro, mutò nome in Eremberga, supposta da altri seconda moglie di Ruggiero. Si vegga anche un estratto del trattato di Ducange su le famiglie normanne, in appendice all’Ystoire de li Normant, p. 354.

[198]. In oggi due comuni distanti un miglio l’un dall’altro si addomandano Petralia Soprana, e Petralia Sottana. Secondo il D’Amico, Dizionario Topografico, questo è più recente; ma Edrisi dà una sola Petralia con la qualità di Hisn, ossia fortezza in pianura.

[199]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XX; ed Anonimo, l. c.

[200]. Malaterra, lib. II, cap. XX e XXII.

[201]. Antulium presso Malaterra, con la variante Antelium e Antileon nell’Anonimo; la cronaca di fra Corrado, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, tom. I, p. 47, ha: «Antellæ quod castrum erat in Sicilia juxta Corleonum.» Però non è dubbia la identità con Entella, il cui nome si trova in altri ricordi da me citati nella Carte comparée de la Sicile ec., index topographique. Il Fazzello, deca I., lib. I, cap. 6, dà un cenno topografico su l’antica città e sul castello, dove si difesero ostinatamente gli ultimi Musulmani di Sicilia contro Federigo imperatore. Un dotto amico mio che visitava questo castello nel 1858, mi ha gentilmente comunicate le note e la pianta ch’egli abbozzò, dalle quali si vede la maravigliosa fortezza del sito, la estensione della città antica, provveduta di cisterne e fosse da grano, e la postura di quello che a ragione si crede il castello saracenico; gli avanzi del quale al par che quelli della città, scompariscono a poco a poco, rubati per adoperarli da materiali di costruzione ne’ paesi all’intorno. Il sito, a cavaliere del fiume Belici sinistro, è notato nella mia carta comparata.

[202]. Nikl, o Nicl, che sarebbero soprannomi (stivale vecchio, ovvero ceppo, ritorta, guerriero valoroso), o Nakhli nome etnico.

[203]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXII; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., tomo II, p. 839 e nella traduzione francese lib. I, cap. XV; ed Epistola di fra Corrado, l. c. Il Malaterra narra l’uccisione d’Ibn-Thimna tra la dichiarazione di guerra di Ruggiero a Roberto e l’assedio di Mileto che seguì, al suo dire, al principio (25 marzo) dell’anno 1062. Con queste scorte ho fissata a un di presso la data.

[204]. Malaterra, lib. II, cap. XXI; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sicula, tomo II, p. 838, 839, e lib. I, cap. XV della versione francese.

[205]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIII a XXVIII; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., tom. II, p. 839 ad 841; e nella versione francese, lib. I, cap. XV, XVI. L’Anonimo suppone, con manifesto errore, l’imprigionamento di Roberto in Geraci di Sicilia; ed è questa tra le prove che la compilazione fu scritta nel secolo appresso e nell’isola.

[206]. Malaterra. Forse si deve intendere di militi, o diremmo lance, ed accrescere il numero de’ cavalli a mille in circa. La data si ritrae da ciò che Ruggiero liberavasi da’ suoi nemici in Traina, nel cuor dell’inverno, dopo quattro mesi d’assedio. Vanno dedotte inoltre due o più settimane corse dall’arrivo al principio della sollevazione.

[207]. Malaterra.

[208]. L’Anonimo, il quale ancorchè compilasse da ottant’anni dopo il fatto, par abbia attinto ad altre memorie oltre quelle di Malaterra, e potea per avventura conoscere il titolo preso da Ruggiero in quei primi tempi del conquisto.

[209]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXIX e XXXI; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., tomo II, p. 841; e nella traduz. francese, lib. I, cap. XVI. Il nome di Plotino è scritto Glotino nel testo latino dell’Anonimo, e Porino o Polarino in quel di Malaterra. È da avvertire che, secondo il Malaterra, i Trainesi bevvero tanto in quel freddissimo inverno perchè la state soleano patire intollerabili calori per la vicinanza dell’Etna(!!) donde balnearum æstuationibus æstuari assueti etc. Mi par chiaro qui il significato di “avvezzi ad un caldo da stufa,” e che queste parole non attestino l’uso dei bagni a Traina nel 1062, ma piuttosto in Palermo verso la fine del secolo, quando scrivea Malaterra. La testimonianza di questo scrittore che le campagne di Traina fossero abitate anco da Musulmani, si conferma per un diploma del 1085 presso Di Chiara, Opuscoli ec., Palermo, 1855, in-8, pag. 167. I nomi dei villani conceduti alla Chiesa di Traina nei dintorni della città son tutti musulmani.

[210]. Si vegga qui sopra la pag. 80.

[211]. La morte di Moezz è recata nel 453 da Ibn-el-Athir, testo, anno 484, nella Biblioteca arabo-sicula, p. 277, e dal Nowairi, op. cit. fol. 40 recto. Ibn-es-Scerf, citato nel Baiân, p. 308, la riferisce al 453, ma Abu-s-Salt, ibid., porta la data del 24 sciaban 454; e Tigiani, l. c., conferma l’anno, al pari che Ibn-Abbâr, nell’Hollet-es-Siarâ, MS. della Società Asiatica di Parigi, fol. 108 verso. Mi attengo a questi tre ultimi scrittori, come autorevoli sopra ogni altro nelle cose dell’Affrica.

La condizione di Tamîm al principio del regno è così definita da Tigiani, MS. di Parigi, sup. 911 bis, fol. 135 recto, e trad. di Mr Rousseau: «E gli Arabi gli tolsero ogni cosa, non rimanendogli se non che il perimetro delle mura di Mehdia. Ma talvolta, confederandosi con alcuna tribù d’Arabi, trovò modo d’uscire in campo contro cui veniva ad assalirlo, e di assediare alcuna delle città ribellatesi da lui.»

[212]. «Comperto quod Arabici et Africani, qui Arabia et Africa, quasi auxilium laturi Siciliensibus, causa lucrandi advenerant etc.» Malaterra. Gli Affricani son forse quegli schiavi ziriti dei quali fa menzione Ibn-el-Athîr.

[213]. Ibn-el-Athîr, anno 484, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, p. 277; e Nowairi, op. cit., p. 447, e presso Di Gregorio, p. 26. Entrambi recano il fatto, senz’altra data, dopo la esaltazione di Tamîm, e seguono a raccontare, con la transizione d’un indi, il passaggio d’Aiûb a Girgenti ed altri gravi successi infino al 461 (1068-69). L’indi mi par che qui valga dopo tre o quattro anni. Si avverta che il nome Aiûb è la forma arabica di Giobbe.

[214]. Questi particolari si traggono dal seguito della storia. Credo venuta prima la schiera di Castrogiovanni per induzione della parola con che Malaterra incomincia il cap. XXXIII del lib. II. I limiti che ho immaginati alla regione in cui comandò Aiûb, sono da un canto lo stato di Girgenti tenuto da Ibn-Hawwasci, dall’altro il castel di San Marco che suppongo in man dei Normanni. A qual principe musulmano ubbidisse la parte dell’isola tra Licata e Taormina, non si può argomentare da alcun dato certo nè dubbio.

[215]. Le fonti latine non danno alcun nome che si possa ridurre ad Anattor; e la variante di Malaterra, Avator, è da escludersi come quella che riporterebbe a Caltavuturo, terra troppo lontana. Ma la Geografia d’Edrisi nota, senza vocali, un A. n. t. r. N. s. t. ri sul Simeto, a mezzogiorno di Adernò. Come il sito accennato qui dal cronista giace poco lungi da San Felice, ove si narra che la gualdana riposò per avere perduti assai cavalli; e come noi troviamo nella impresa del 1061, San Felice vicina a quel tratto del Simeto (veggasi qui innanzi la pag. 72), così è probabilissima l’identità de’ due luoghi citati da Malaterra e da Edrisi.

[216]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII, e l’Anonimo presso Caruso, Bibl. sicula, tomo II, pag. 811, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XVII.

Il Malaterra racconta questi fatti prima di notare, com’ei suole, il principio del nuovo anno, che, secondo il suo conto, correa dal 25 marzo. L’avvenimento più importante, cioè l’avvisaglia di Castrogiovanni, si dovrebbe dunque porre innanzi il 25 marzo 1063, ma le altre circostanze ci sforzano a differire la correría di Caltavuturo e Butera allo scorcio della primavera, quando in Sicilia si patisce talvolta il gran caldo e la siccità notati da Malaterra. Da un’altra mano gli avvenimenti che seguono non permettono di supporre cotesta scorrería in giugno o luglio. Non è superfluo avvertire che il Malaterra dà soltanto i nomi delle città e castella, e che son aggiunte da me le indicazioni del corso dei fiumi che i Normanni manifestamente seguirono.

[217]. «Africani ergo et Arabici cum Siciliensibus plurimo exercitu congregati ut bellum comiti inferant etc.» — Sicilienses non può significare altro che Musulmani di Sicilia. Così anche nei cap. XVII e XXXIII dello stesso lib. II del Malaterra. Non accadde mai in alcuno Stato musulmano che si armassero gli dsimmi. Va errato dunque il Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, cap. XVIII, nel supporre, su la dubbia interpretazione d’una variante del Malaterra, che i Cristiani di Sicilia facessero parte dell’oste musulmana a Cerami.

[218]. Si argomenta 1º dagli annali arabi che portano andato l’esercito in Palermo; e 2º dalla morte del kaid di Palermo nella giornata di Cerami.

[219]. Tal supposto, molto probabile a priori, è rinforzato dal fatto che il bottino fu mandato al papa per un Meledio, di nome greco e però calabrese o siciliano. D’altronde è da considerare che i Musulmani non si sarebbero trattenuti per tre giorni in ordine di battaglia su l’altura opposta a Traina, se non avessero viste forze maggiori di quelle che la cronica normanna attribuisce al conte Ruggero.

[220]. Ho posto il nome del paese il quale non si trova in Malaterra.

[221]. Questa data non si legge nelle cronache. La deduco da quella precedente scorreria a Butera determinata approssimativamente nella nota 1 a pag. 96 e dalla impresa de’ Pisani in Palermo che seguì poco appresso.

[222]. Serlone v’entrò con 30 militi e n’uscì con 36. Del resto Malaterra non parla nè punto nè poco degli abitatori di Cerami.

[223]. Anonimo.

[224]. «Et splendenti clamucio, quo pro lorica utimur (utuntur?) armatum... et clamucium quo indutus erat nullis armis poterat violari, nisi ab imo in superius impingendo, inter duo ferrea quæ per juncturas cumcatenata sunt, ingenio potius quam vi vitiaretur.» Così Malaterra, il quale par che avesse avuta sotto gli occhi l’armatura conservata forse dal conte Ruggiero. Il Ducange, Glossario, citando questo passo, suppone il vocabolo corruzione di Camicium, chemise de maille. E in vero la descrizione mostra un giaco di maglia orientale col petto e il dorso coperti di laminette a mo’ di squame, come se ne vede ne’ nostri musei.

[225]. Arcadius. Di certo Kâid non Kâdi, come s’è supposto.

[226]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXII; e l’Anonimo presso Caruso, Bibliotheca Sicula, tomo II, pag. 841-843 e nella traduz. francese, lib. I, cap. XVIII; e l’Epistola di Frà Corrado, presso Caruso, op. cit., tomo I, p. 48.

L’Anonimo ebbe sotto gli occhi di certo il Malaterra ed altre memorie; poichè riferisce alcuni particolari diversi. Il più importante è che Ruggiero avesse mandato Serlone a Cerami due giorni innanzi la grande battaglia; che il dimani dell’arrivo, Serlone fosse uscito a combattere; che Ruggiero fosse ito a trovarlo la sera col grosso della gente e che tutti insieme si fossero avanzati contro il nemico il dì seguente, verso le sette. Il racconto di Malaterra, al contrario, fa supporre avvenuti tutti i combattimenti in un sol giorno.

Forse questa battaglia fu ricordata da alcun cronista musulmano, i cui scritti non sono pervenuti infino a noi, poichè Soiutl nella biografia di Mohammed-ibn-Ali-ibn-Hasan-ibn-Abi-l-Berr (Biblioteca Arabo-Sicula, testo, cap. LXXVI, p. 672) riferisce il conquisto cristiano della Sicilia al 455 dell’egira (1063), la quale data non si trova negli altri ricordi musulmani.

[227]. Malaterra, l. c. «Comes, Deo et S. Petro cujus patrocinio tantam victoriam se adeptum recognoscebat, de collato sibi beneficio non ingratum existens, in testimonium victoriæ suæ, per quendam suorum...... Apostolicus vero, plus de victoria..... mandat: vexillumque a Romana sede, Apostolica auctoritate consignatum; quo prœmio, de Beati Petri fisi præsidio, tutius in Saracenos debellaturi insurgerent

Questo è lo stendardo che il Giannone, lib. X, cap. II, dice mandato da Alessandro II al conte Ruggiero mentre accingeasi all’impresa di Sicilia. L’illustre storico napoletano, il quale cita qui il Baronio, anno 1066, n. 2, non si guardò questa volta dalle insidie del cardinale annalista.

[228]. Malaterra.

[229]. Argomento cotesta pratica dal confuso ed erroneo cenno che ne fa Amato, Ystoire de li Normant, lib. V, cap. XXVIII: Roberto, durante l’assedio di Bari (1068-1071), affinchè i Saraceni non potessero munirsi e provvedersi, domandò l’aiuto dei Pisani, i quali apprestate lor navi e compagnie di cavalieri e balestrieri, vennero dritto alla città, spezzarono la catena del porto, e messero a terra parte di loro forze: dopo la vittoria del duca in Puglia ebber da lui grandissimi doni, e se ne tornarono a Pisa. Ognun vede che il racconto di Amato, per vizio di copista o dell’autore, non regge. Si tratta al certo di Palermo, non di Bari dov’erano Greci e non Musulmani; e del fatto del 1063, non della espugnazione di Palermo del 1072, nella quale non compariscono i Pisani. Da ciò argomento una pratica di Roberto nel 1063 rimasta senza effetto, e scontraffatta nella traduzione francese che noi abbiamo. Non posso supporre che l’autore, vivente e adulto in quel tempo, abbia commesso un anacronismo di dieci anni e scambiato il nome della città; nè che i Pisani fossero venuti una seconda volta a spezzar le catene del porto di Palermo, senza che ne facciano parola i loro annali.

[230]. Iscrizione del Duomo di Pisa nell’Archivio Storico Italiano, tom. VI. Parte II pag. 5.

[231]. In portu vallis Deminæ, scrive Malaterra. Per antonomasia significherebbe Messina, ma il cronista suol sempre indicare quella famosa città col suo nome, nè è da supporre abbia usata in questo luogo solo una perifrasi. Secondo Edrisi, i porti del Valdemone su la costiera settentrionale erano cominciando di ponente: Caronia in sul confine di quella provincia, Oliveri e Milazzo; e in mezzo a’ due primi si ricorda la spiaggia di San Marco ove si costruivano navi. Nei novant’anni che corsero dal 1063 alla compilazione di Edrisi, non si scavarono di certo novelli porti, e forse non ne fu distrutto alcuno. Dunque dobbiamo ristringerci ai quattro nominati.

[232]. Iscrizione del Duomo di Pisa.

[233]. Iscrizione stessa, la quale accenna vagamente alla preda nelle campagne. Noi sappiamo da Ibn-Haukal che lungo l’Oreto giaceano gli orti di delizia dei Palermitani.

[234]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV; Marangone, anno MLXIII, nell’Archivio Storico italiano, tomo VI, par. II, p. 5, 6; e la Chronica varia Pisana nel Muratori, Rerum Italic. Script., tomo VI, p. 167. La data precisa che dobbiamo al Marangone, è il giorno di Sant’Agapito, ossia il 20 settembre; ma stando all’ordine cronologico del Malaterra, risalirebbe agli ultimi di giugno o primi di luglio, poich’ei riferisce il fatto innanzi le scorrerie di Collesano, Brucato e Cefalù che seguirono, al dir suo, nei principii della state. Credo meriti maggior fede il Marangone, e sia da supporre qui men rigorosa la successione di fatti notata dal cronista normanno. Notisi che la iscrizione del duomo di Pisa porta qui l’anno comune in vece del pisano: Anno quo Christus de Virgine natus, ab illo Transierant Mille etc.

[235]. Malaterra tace questa precipua cagione che apparisce dai fatti.

[236]. Vecchio castello presso la spiaggia da Termini a Cefalù; nella prima metà del XII secolo era terra assai ricca e fortificata, come si scorge da Edrisi e da parecchi diplomi.

[237]. Conf. Malaterra, lib. II, cap. XXXIV e XXXV; e l’Anonimo presso Caruso, Bibl. Sicula, tomo II, p. 843; e nella versione francese, lib. I, cap. XIX. Il testo di Malaterra ha il nome di Gualtiero de Simula (var. de Simila) l’Anonimo de Cullejo (var. de Simelio) e la versione da Similico.

[238]. Lib. II, Cap. XXXVI.

[239]. Malaterra, l. c. Senza ciò sarebbe falso il plurimo exercitu che leggiamo pochi righi innanzi il quingentis tantummodo militibus. Si vede sempre più chiaramente che per milite sia da intendere un cavaliere seguito da due o parecchi uomini d’arme.

[240]. Tarentula, lycosa tarentula, aranea tarentula ec., abitatrice de’ luoghi aridi e inculti nella Spagna, Francia meridionale, Puglia ec., e vuolsi abbia preso il nome dalla città di Taranto e datolo alla danza tarantella.

[241]. “Taranta quidem vermis est araneæ speciem habens, sed aculeum veneni feræ punctionis, omnesque quos punxerit multa venefica ventositate replet, in tantumque angustiatur ut ipsam ventositatem quæ per anum inhoneste crepitando emergit, nullo modo restinguere prævaleant et nisi clibanica vel alia quævis ferventior æstuatio citius adhibita fuerit, vitæ periculum incurrere dicuntur.” Malaterra, l. c. Secondo i cronisti delle Crociate il morso portava grande enfiagione e dolori; nè si potea curare se non col fuoco, con la triaca, o, secondo Alberto d’Aix, commettendo un certo peccato.

[242]. Si vegga la ritirata dell’imperatore Lodovico, andato nell’867 contro il Sultano di Bari (Lib. II, cap. VIII, p. 377 del Iº volume.)

Alberto d’Aix, Gauthier e Vinisauf, citati da Michaud, Histoire des Croisades, tomo I, p. 297 della ediz. del 1825, raccontano somiglianti disastri de’ Crociati a Beirut, Sidone e Tiro nel 1099.

[243]. Non rimane oggi, nè si trova in alcun diploma. Il buon Di Blasi, Storia di Sicilia, libro VII, cap. 8, si sforza a difendere l’onor dell’agro palermitano da questa grave accusa; e il Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, tomo II, p. 44 e 324, si fa beffe del Malaterra, non senza collera.

[244]. Bugamo presso il Malaterra, Burgamo nella Epistola di fra Corrado, il quale aggiugne che a’ suoi tempi, cioè allo scorcio del XIII secolo, questa terra lontana sei miglia da Girgenti, si chiamasse Buagimo e appartenesse in feudo alla famiglia Montaperto. È in que’ dintorni l’odierno comune di Montaperto. Il soprannome d’uomo che passò al castello, sembra Abu-’l-Giami’, Abu-’l-Gema’, ovvero Abu-el-’Agemi.

[245]. Malaterra, lib. II, cap. XXXVI, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 195, Epistola di Fra Corrado nell’op. cit. p. 48. Si riscontri Lupo Protospatario, an. 1065, ediz. di Pertz, il quale dice che Roberto uccise molti Saraceni e riportò statichi di Palermo. Così i Normanni doveano raccontare il fatto ritornando in Puglia.

[246]. Libro V, cap. XXVI, p. 150. Nel cap. XXVIII dello stesso lib., p. 164, è da leggere Palermo in vece di Bar, la quale lezione è confermata dal sommario dell’indice che non risponde al testo. Si vegga anco Bar, posta in luogo di Palermo, a p. 293.

Et quant lo duc sapientissime vit la disposition et lo siege de Palerme et que des terres voisines estoit aportee la marchandite, et se alcuns negassent la grace par terre, lui seroit aportee par mer, apareilla soi a prendre altre cite a ce que assemblast autre multitude de navie pour restreindre Palerme.... premerement asseia Otrante etc.

Roberto non s’era avvicinato a Palermo nel 1061 quand’ei venne la prima volta in Sicilia. Il passo che citiamo non si può riferire dunque che al suo ritorno in Calabria dopo l’assedio del 1064, come lo conferma la occupazione d’Otranto che segue immediata. Manca almeno un capitolo tra il XXV e il XXVI, il che non farà meraviglia a niuno che abbia letta attentamente questa traduzione francese di Amato.

[247]. Ibn-el-Alhir sotto l’anno 481, nella Bibl. ar. sic., testo, p. 278; Nowairi, op. cit. p. 448, e presso il Di Gregorio, Rerum. Arab., p. 26.

[248]. Il Malaterra porta l’anno di questo combattimento, e Ibn-el-Athir quello del ritorno d’Aiûb in Affrica, i quali coincidono in cinque mesi (31 ottobre 1068 principio del 461 dell’egira, a 24 marzo 1069 fine dell’an. 1068 dell’incarnazione). Sembra dunque che Aiûb fosse tuttavia in Sicilia e forse in Palermo al tempo del combattimento, e che a lui abbia fatta allusione il conte Ruggiero con le parole riferite dal Malaterra: Si ducem mutaverunt, ejusdem nationis, qualitatis et religionis est cujus et cæteri sunt.

Sembra da coteste parole che il nuovo duce non fosse stato vinto per anco da’ Normanni, il che ben s’adatterebbe ad Aiûb. Se poi non si vanta la sconfitta del re d’Affrica e d’Arabia, può spiegarsi in questo modo che Aiûb, quantunque emir de’ Palermitani in quel tempo, non si fosse trovato alla testa della gente che uscì a combattere.

[249]. Malaterra, lib. II, cap. XXXVII e XXXIX.

[250]. Malaterra, lib. II, cap. XXXVIII, XLI, XLIII.

[251]. Cf. Malaterra, lib. II, cap. XLI e XLII presso Caruso, Bibl. Sic., p 197, L’Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 843, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XX, p. 291, pone questa battaglia dopo lo scontro del 1063 che abbiamo riferito a p. 104. Manca forse qualche squarcio in cui si trattasse anco dell’assedio di Palermo del 1064.

Il Malaterra descrive con evidente meraviglia il modo che si teneva a mandare dispacci pe’ colombi. Chi voglia saperne più largamente, potrà consultare La Colombe Messagère di Michele Sabbâg, tradotto da S. de Sacy, Paris, 1805, in 8º; Reinaud, Extraits des auteurs arabes etc., relatifs aux Croisades, p. 150, Quatrémère, Hist. des Sultans Mamlouks; par Makrizi, tomo II, parte II, p. 115 e segg.

[252]. Cf. Amato, lib. V, cap. XXVII, p. 159 a 164; Malaterra, lib. II, cap. 40, 43, presso Caruso, Bibl. Sic., tomo I, p. 198, 199; Guglielmo di Puglia, libro II e III, presso Caruso, op. cit., 112, p. 117, 118; Anonimo, presso Caruso, op. cit., p. 844, 845, e traduzione francese, lib. I. cap. XXII, p. 224; Lupo Protospatario, anni 1069, 1071; Romualdo Salernitano, anno 1070; Cronica Amalfitana, presso Muratori Antiq. Ital., tomo I, p. 213.

Seguo per la data del principiato assedio e della resa, Amato, la cui testimonianza conferma le correzioni cronologiche del Muratori, Annali.

[253]. Non ne parlano qui i cronisti, ma si vede che Ruggiero ne prese a’suoi stipendii dopo la occupazione di Palermo.

[254]. Amato, lib. VI, cap. XIII; lib. VII, cap. I e II.

[255]. Amato, lib. VI, cap. XVI e XIX, parla dei principi che accompagnavano Roberto al cominciare dell’assedio e che, espugnata la città, egli andò alla Chiesa avec la moiller et ses frere et avec lo frere de la moiller et avec ses princes. Si tratta dunque de’ principi di Salerno; nè è possibile che andando in persona non avessero condotte soldatesche di sorta.

[256]. Guglielmo di Puglia, lib. III, presso Caruso, Bibl. Sic.; p. 122. Amato, lib. VII, cap. II.

[257]. Cf. Malaterra, Amato e Leone d’Ostia ne’ luoghi indicati qui appresso.

[258]. Malaterra, lib. II, cap. XLV, p. 200.

[259]. Amato, lib. VI, cap. XIV, pag. 178. Cf. Leone d’Ostia, lib. III, cap. XVI e XLV.

[260]. Amato, lib. VI, cap. XV, pag. 178.

[261]. Si vegga il vol. II, p. 68, 157, 189, 296 e segg.

[262]. La foce d’Oreto ne’ principii del XII secolo s’apriva più discosto che in oggi dalla città, come il mostra il ponte dell’Ammiraglio, il quale rimane a levante dell’alveo attuale del fiume.

Il mare poi senza dubbio s’è ritirato in questo punto, come nell’antico porto (la Cala).

[263]. «Castel Iehan mes maintenant se clame lo chaste Saint Iehan etc.» Questo torna senza alcun dubbio all’Ospizio de’ Lebbrosi, poi manicomio ed ora opificio di cuoia. La tradizione ricordava fino al XIV secolo, (Veggasi Anonymi Chronicon Siculum, presso Di Gregorio, Rerum aragonensium, tomo II, p. 124) che Roberto vi avesse fatto stanza durante l’assedio. Ne fa parola anco il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, allegando un diploma del 1209; ma questo è in vero del febbraio 1219 ed attesta soltanto quel che non è mai caduto in dubbio, cioè essere stato fondato l’ospizio da’ principi normanni della Sicilia. Si vegga presso Mongitore, Mans. S. Trin. Mon. hist., p. 21, e nella Historia Diplomatica Friderici II, tomo I, p. 590.

[264]. Si veggano i Cap. III, e IV, di questo libro pagine 70, 110, del volume.

[265]. Et quant li Sarrazin issoient virent novelle chevalerie et li Normant les orent atornoies et let prisrent et vendirent pour vils prison.

[266]. Et clama li Sarrazin a combatre.

[267]. Amato. Il palagio occupato alla prima giunta, par quello che nel XII secolo Ibn-Giobair chiama Kasr-Gia’far e gli scrittori cristiani Favara, di che ho fatta parola nel lib. IV, cap. VII, vol. II, p. 350. Fu villa di delizia del re Ruggiero, come innanzi era stata probabilmente degli emiri di Palermo; sia che parte degli edifizii loro fosse stata conservata da’ Normanni, o tutto rinnovato.

[268]. Una chiesetta diroccata il 1598 quando si fabbricò in quel sito il noviziato de’ Minimi di San Francesco di Paola, si chiamava della Vittoria e vi si leggea questa iscrizione: «Roberto Panormi duce et Siciliæ Rogerio Comite imperantibus, Panormitani cives ob Victoriam habitam, hanc ædem B. Mariæ sub Victoriæ nomine sacrarunt. An. Dom. 1071.» (Inveges, Pal. nob. Er., 7, an. 1071, nº 9; Mongitore, Palermo Divoto di M. V., lib. I, cap. V; Giardina, Le antiche porte di Palermo, (Palermo, 1732) p. 11, 12).

La iscrizione data il 1071 è falsa senza alcun dubbio, come lo provano la latinità, le formole e il titolo di Panormitani Cives, che allor sarebbero stati i Musulmani. Pure questa iscrizione attesta infallibilmente un’antica tradizione, che non v’ha ragione di mettere in forse. Errarono poi gli eruditi Palermitani ponendo all’assedio da quel lato Roberto piuttosto che Ruggiero. Il titolo della Vittoria rimase alla Chiesa e al Convento de’ Paolotti, il quale fu occupato per lunghissimo tempo da uno o due squadroni di cavalleria, ed or v’ha stanza l’artiglieria.

È da ricordare che al tempo d’Ibn-Haukal (veggasi il nostro Libro IV, pag. 297, del II vol.) sorgea da quella parte il Me’sker, ricinto fortificato senza dubbio, che i Normanni appena entrati in Palermo, mutarono in cittadella, come sarà detto largamente alle pag. 137-138 di questo terzo volume. Si dee dunque supporre che il ricinto stesse tuttavia in piedi al tempo dell’assedio. Ma in qual modo allor fosse separato dalla città vecchia, e se compreso nell’àmbito delle sue mura, non si ritrae: e però non possiamo determinare se durante l’assedio il tenessero i Musulmani ovvero i Normanni. De’ quali due supposti credo più verosimile il primo, e che lo alloggiamento del conte Ruggiero fosse posto appunto rimpetto il Ma’skar, alla distanza di sei o settecento metri; poichè il Ma’skar par si stendesse fino all’odierno sito di Porta nuova o un po’ più alto.

[269]. Si vegga qui innanzi la p. 110.

[270]. Amato, il quale narra ciò al bel principio dell’assedio, senza poi far parola della battaglia navale dinanzi il porto, che fu combattuta alla fine. Non credo si possa riferire a questa la presura delle due sole navi che cita il cronista.

[271]. Guglielmo di Puglia e l’Anonimo.

[272]. Malaterra.

[273]. Anonimo, testo latino e traduzione francese in parte.

[274]. Si vegga il vol. II, p. 304.

[275]. Malaterra.

[276]. Di questi aiuti tace il Malaterra. Guglielmo ne parla precisamente innanzi la battaglia del porto. Amato ne fa menzione dopo la resa della città (Lib VII, cap. I, p. 103), quando ripiglia a raccontare le ostilità del principe Riccardo in Terraferma... venoient sur la cite de Palermo li Arabi et li Barbare et faisoient empediment a la victoriose bataille de lo duc Robert et pource il requist et chercha l’ajutoire de lo prince Richart etc.

[277]. Muratori, Annali, 1071.

[278]. Amato, l. c.

[279]. Il traduttore francese saltò senza dubbio la voce mura.

[280]. Amato, lib. VI, cap. XVII, p. 179.

[281]. Id. id., cap. XVIII, p. 180.

[282]. Guglielmo di Puglia.

[283]. Guglielmo di Puglia.

[284]. Nessuno de’ cronisti ha notata la importanza di questa diversione; Guglielmo, il solo d’altronde che narri il combattimento navale, ripiglia Dat validas animo ducis hæc victoria vires, e dice dell’assalto dalla parte di terra, senza notare nè far supporre il tempo scorso tra l’uno e l’altro. Il Malaterra fa menzione appena del navilio normanno, dicendo che si trovava dal lato di Roberto il giorno dell’assalto.

Ne conchiudo che la vittoria navale non fu piena nè splendida, ma utilissima, come quella che obbligava i Musulmani a difendersi anco nel porto, cioè, a dividere in tre le scarse loro forze, invece di opporle in due sole parti a Ruggiero ed a Roberto.

[285]. Amato.

[286]. Malaterra, Machinamentis itaque et scalis ad trascendendos muros artificiosissime compaginatis. Gli è vero che la più parte si ruppe o non servì all’opera. La grande altezza del muro richiedea si desse larga base a coteste scale e però le doveano essere montate su ruote.

[287]. Amato.

[288]. Amato dice en la nativite de Jshu Christ (Cap. XXII) e en l’aurore de jor (Cap. XVIII); l’Anonimo Barese, il 10 gennaio, e Romualdo Salernitano, di gennaio. Si noti la festa celebrata nella chiesetta della Vittoria alla Kalsa il 2 gennaio, della quale diremo or ora.

[289]. Malaterra.

[290]. Guglielmo.

[291]. Amato.

[292]. Malaterra.

[293]. Amato, Cf. Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. La più parte dei compilatori siciliani ha fatto entrare nella Khalesa Ruggiero.

[294]. Non fa mestieri notare che questa chiesa della Vittoria sia diversa da quella fuor la Porta Nuova di cui si è detto di sopra. Giace propriamente in un vicolo “chiamato oggi della Salvezza” il quale aprendosi tra la Chiesa della Gancia e il monastero della Pietà, mette capo al bastione dello Spasimo.

Le prime memorie in cui sia scritta la tradizione di questa Porta della Vittoria, tornano alla fine del XV secolo: dalle quali si scorge ch’eravi dipinta una Madonna molto celebre tra i devoti della città; che si ottenne dal governo il permesso di fabbricarvi una chiesa; che questa fu murata nel 1489; e che nel 1497, l’arcivescovo di Palermo, assentendegli il Senato della città, decretò di celebrarvi una festa annuale il 2 gennaio. Nel XVI secolo poi vi fu messa la seguente iscrizione latina, ch’è riferita del Giardina (Le Porte di Palermo, Palermo 1732, pag. 11) e che or si vede dipinta sur un’asse dopo il secondo altare a destra:

“Porta hæc, in quam Rogerius invictissimus Siciliæ comes irrumpens, aditura exercitui christiano ad urbem hanc Panormum ab iniqua Saracenorum servitute emancipandam patefecit, victoria cognomento ab eo devictorum hostium summo cum honore ob insignem reportatam victoriam, Deiparæ Virginis cultu victoris ejusdem principi ardenti ac pio desiderio consecrata est, quintilio mense dom. incarnationis MLXXI.”

Altra iscrizione poi attesta una novella ristorazione delle fabbriche seguita il 1701. Oggidì si veggono: 1º Gli avanzi d’una porta nel posto che ho indicato; 2º Una Madonna col Bambino e una bandiera, immagine ritoccata o ridipinta, il cui stile par non possa riferirsi all’XI secolo. Cotesta dipintura rappresenta senza dubbio la favola raccontata del P. Ottavio Gaetani, cioè che la Madonna comparve lassù a Ruggiero con la bandiera in mano, chiamandolo ad entrare in città. Quanto all’iscrizione di cui ho dato il tenore e ch’è opera di Antonio Veneziano, ognun vede che renda la tradizione qual correa presso gli eruditi nel XVI secolo; poichè vi è nominato Ruggiero in luogo di Roberto e messa la data di luglio 1071 in vece di gennaio 1072. Rimondata de’ miracoli e delle invenzioni degli eruditi, la tradizione torna al mero fatto che i Normanni entrarono da quella porta: e ciò sta benissimo col racconto de’ cronisti contemporanei. Quando poi vi fosse dipinta per la prima volta l’immagine della Madonna, e se fossevi stata fabbricata una cappella nell’XI secolo o nel XII, o dopo, non mi preme ora investigarlo, nè sarebbe agevol cosa. Si vegga il Giardina l. c; Mongitore, Palermo Devoto di Maria Vergine, I, 31 segg., 250 segg.; Inveges, Palermo Nobile, 1071; Di Marzo Ferro, Guida di Palermo, 1858, pag. 360-361. Debbo le notizie locali e il confronto del Mongitore, al dotto giovane, il professore Antonio Salinas, ch’io ne richiesi, non essendomi accaduto mai d’entrare in questa chiesetta della Vittoria.

[295]. Amato.

[296]. Anonimo.

[297]. Amato. Et lo duc, a ceus qui sont remez liquel habitent en la cite a liquet avoit donne mort de li parent et fame il fist garder les tors. Mes pource que Palerme estoit faite plus grant qu elle non fu commende premerement dont de celle part estoit plus forte dont premerement avoit este commencie la cite se clamoit la antique Palerme. Il commencerent contre celle antique Palerme contrester cil de la cite. Et puiz quant la bataille penserent que il devoient faire et en celle nuit se esmurent o tout li ostage et manderent certains messages liquel doient dire coment la terre s’est rendue.

Le parole che ho lasciate in carattere tondo sono al certo sbagliate nella traduzione. Anzi nel primo periodo è saltato evidentemente qualche brano del testo latino, il quale dovea dire che Roberto aspettandosi l’assalto di coloro ec., fece guardar bene dai suoi le torri della Khalesa.

La voce “contre” va corretta di certo, entre, senza che il periodo non darebbe significato. Que’ della città (antica) non poteano contendere con la città antica.

[298]. Si vegga la nota precedente con la correzione che ho fatta alla voce “contre.”

[299]. Amato. Et puis quant il fut jor dui Cayte alerent devant loquel avoient l’ofice laquelle avoient li antique avec autres gentilhome liquel prierent lo conte ec.

Credo non si possa interpretare altrimenti di quel che io ho fatto. Gli antique sono senza alcun dubbio gli sceikh, i componenti la gemâ’, di che ho fatto parola nel Lib. IV, cap. XII, vol. II, p. 426, ossia i magistrati della repubblica. I due Kâid, ossia capitani, aveano dunque preso l’oficio della gemâ’, ch’era, nel presente caso, il governo politico. Il magistrato avea risegnato l’uficio, forse la notte stessa, forse con la spada alla gola, forse con spargimento di sangue. I due Kâid eran proprio i capi Palleschi dell’assedio di Firenze.

[300]. Amato, o grand reverance plorant.

[301]. Cf. Amato, Guglielmo, Malaterra e l’Anonimo. Si vegga il lib. IV, cap. V di quest’opera, vol. II, p. 301. Il nome di Nicodemo è aggiunto con buona autorità dal Pirro, Sicilia Sacra, p. 53 e segg.

[302]. Que sans nulle autre condition ne convenance doie recevoir la cite a son commendement.

[303]. Lib. II, cap. XLV.

[304]. Presso Caruso, Bibl. Sic., p. 846, e traduz. franc, lib. I, cap. XXII, p. 295, sur certene loy et covenances qui encore sont gardees. Qui i dotti editori hanno aggiunto tra parentesi janvier 1072, epoca della resa. Va corretto, anno 1146, quando fu scritta quella parte di cronica com’io ho provato qui innanzi. Cap. I, p. 24.

[305]. L’espugnazione di Palermo si ritrae da:

Amato, lib. VI, cap. XII a XXII.

Malaterra, lib. II, cap. XLIII, XLIV, XLV.

Guglielmo di Puglia, lib. III.

Anonimo presso Caruso, op. cit., e la traduzione francese, ll. cc.

Leone d’Ostia, lib. III, cap. XVI, e XLV.

Lupo Protospatario e Anonimo Barese, 1072, presso Pertz, dov’è la necessaria correzione januarii in luogo di junii.

Cronica della Cava, anni 1070, 1072.

Cronica Amalfitana, presso Muratori, Antiq. Ital., tomo I, p. 213.

Romualdo Salernitano, anni 1070 e 1073.

Cron. di Santa Sofia di Benevento, presso Muratori, Antiq. Ital., tomo I, p. 259.

Fra Corrado presso Caruso, Bibl. Sic., p. 48.

Per la data, ho seguìta col Muratori (Annali, 1072), la testimonianza dell’Anonimo barese, la quale si accorda con quella di Amato, che l’assedio cominciasse in agosto e durasse cinque mesi. Il Malaterra attribuisce la stessa data all’assedio e pone la resa nel 1071, poichè egli cominciava il nuovo anno a’ dì 25 marzo.

Il Fazello, Deca IIª, lib. VII, cap. I, contro le testimonianze contemporanee, senza allegare nè anco una tradizione, dice aperta la città da’ prigionieri cristiani. È proprio il caso della occupazione di Tunis successa a’ suoi tempi. D’altronde avendo fatta consegnar Messina da’ Cristiani, il Fazello non seppe negare un onore somigliante alla città di Palermo.

[306]. Amato, lib. VI, cap. XXI, p. 182. Ibn-Khaldûn pone l’anno 464, (28 settembre 1071-15 settembre 1072), come fine della dominazione musulmana in Sicilia, notandovi la dedizione di Mazara, ed erroneamente quella di Trapani, Bibl. Arabo-Sicula, testo, cap. L, § 19, p. 497, 498.

[307]. Dux eam (Palermo) in suam proprietatem retinens et vallem Deminæ, cæteramque omnem Siciliam adquisitam et suo adjutorio, ut promittebat, nec falso, adquirendam, fratri de se habendam concessit...... Nam et medietas totius Siciliæ, ex consensu Ducis et Comitis, suæ sorti (di Serlone) Arisgotique de Poteolis inter se dividenda cesserat, eo quod hic consanguineus eorum erat, uterque autem consilio et armis probissimi viri erant. — Malaterra, lib. II, cap. XLV, XLVI.

Dopo questo attestato d’un partigiano sì caldo del conte Ruggiero, d’un vero storiografo di corte (Quoniam ex ædicto principis tempus scribendi imminet. Lib. III, preambolo), non occorre esaminare quello di Amato, lib. VI, cap. XXI, il quale, seguìto da Leone d’Ostia, lib. II, cap. XVI, dice ritenuta da Roberto la sola metà di Palermo e del Valdemone e ceduto il rimanente dell’isola a Ruggiero. In ciò è un anacronismo dal 1072 al 1091, quando Ruggiero duca di Puglia cedette una metà di Palermo a Ruggiero di Sicilia suo zio. Contuttociò non ho esitato di scrivere su la testimonianza del solo Amato l’assentimento dell’esercito alla concessione in favor di Ruggiero. Et lo comanda que vieingue tout lo excercit et loa lo excercit qu’il lo devisse doner a lo frere. Et adont lo duc donna a son frere ec.

[308]. Il sito, non indicato precisamente dai cronisti, è senza alcun dubbio quello che Edrisi chiama Hagiar-Serlu, “la Pietra di Serlone,” Bibl. Arabo-Sicula, testo p. 60, e presso Di Gregorio, Rerum Arabic., p. 122. Io l’ho notato nella carta comparata della Sicilia.

Il Fazello, Deca Iª, lib. X, cap. I, e Deca IIª lib. VII, cap. I, sbaglia il sito e dà due forme diverse del nome di quella rupe a’ suoi tempi.

[309]. Malaterra, lib. II, cap. XLVI; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic. p. 846, e nella traduzione francese, lib. I, cap. XXIII.

[310]. Si vegga il lib. III, cap. IX, e il lib. IV, cap. V, di quest’opera, Vol. II, p. 180 e 297.

[311]. Degli scrittori contemporanei, Amato, ossia il suo traduttore francese, dice una forte roche, Malaterra, castellum, Guglielmo di Puglia e l’Anonimo della metà del XII secolo, castrum.

Il Falcando, verso la fine dello stesso secolo, chiamava cotesta cittadella Palatium novum, descrivendone il muro, mira ex quadris lapidibus diligentia, miro labore constructum, exterius quidem spaciosis murorum anfractibus circumclusum etc. (presso Caruso, Bibl. Sic., p. 406), e altrove nomina una porta Galculæ, e dice serrate tutte le porte Galculæ, trattando senza il menomo dubbio della medesima cittadella (op. cit. p. 432 e 441).

L’altro Anonimo Siciliano (Muratori, Rer. Ital., tomo X, e Di Gregorio, Rerum Aragon., tomo II), narrando nel cap. IV, secondo le guaste tradizioni del XIV secolo, il conquisto di Palermo e la edificazione della cittadella, aggiugne qui locus dicitur hodie Galea (corr. Galca) in quo nunc est palatium. Il Pirro infine, (Sicilia Sacra, p. 293), citando un diploma del XII secolo ov’è nominata la porta Xalces, aggiugne che ai tempi suoi, cioè nella prima metà del XVII secolo, la regione dov’era stata innalzata la Porta Nuova si chiamava Xalces o Alga.

Nè mancano i diplomi. Uno dell’Arcivescovo di Palermo dato il 1132,(Tabularium regiae ac imperialis capellæ etc. Panormi, 1835, p. 7), chiama questo luogo castellum superius panormitanum; e il dotto editore, con la scorta del Fazello e dei diplomi, accenna il perimetro che movendo a mezzodì dal convento di San Giovanni degli Eremiti, passava a ponente per un giardino dove surse una chiesa di Sant’Andrea, indi a tramontana pel luogo detto il Papireto, ed a levante per la piazza del Palagio Reale il quale rimanea chiuso nel mezzo. Un contratto del 1167 (op. cit., p. 24) riguarda una casa quae est intus Chalca; un altro del 1258 (op cit., p. 68) concerne altro stabile situm in Galcam Panormi prope palacium Caseri; e fino al 1309 (op. cit., p. 94) sappiamo d’altra casa sita in Galca Panormi in ruga (rue, strada) Sanctæ Mariæ Magdalenæ de Galca. Così anche un diploma greco del 6662 (1153) presso Morso, Palermo antico, p. 334, dice della Porta Γάλκας ed il transunto siciliano a p. 342, della “porta di Xalcas”.

Senza il menomo dubbio, ancorchè manchi ogni documento arabico, il nome era El-Halka, trascritto nel modo che ciascun credea più conforme alla pronunzia; il quale vocabolo, passando per bocche non arabiche, perdè a poco a poco la prima lettera aspirata e si ridusse in ultimo ad Alga. Il Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, ritrasse dalle antiche carte il sito, il nome, e fin anco il significato ch’ei dà esattamente, ancorchè trascriva a suo modo Yhalca ed applichi erroneamente questo medesimo nome alla Khalsa o Khalesa. Il Cascini e quindi il Morso, Palermo antico, p. 228, 230, con errore diverso, fecero derivare Chalca ec. dallo aggettivo arabico che significa alto.

[312]. Guglielmo di Puglia e Amato.

[313]. Verso il 1832 rispianandosi il suolo della Piazza del palazzo reale, furono scoperte tre o quattro fosse da grano spaziose molto e profonde, costruite in forma d’una pera.

[314]. Lib. VI, cap. XXIII. — Ecco ora le autorità contemporanee risguardanti la costruzione dei due fortilizii dell’Halka e del mare.

Guglielmo di Puglia, lib. III.

Munia castrorum fecit robusta parari,

Tuta quibus contra Siculos sua turba maneret,

Addidit et puteos, alimentaque commoda castris.

Obsidibus sumptis aliquot, castris due paratis.

Malaterra, lib. II. cap. XLV. Amato, lib. VI, cap, XXIII; Anonimo Duo fortissima castra, alterum juxta mare, alterum in loco qui dicitur Galea (corr. Galca), presso Caruso, Bibl. Sic., p. 846. e nella traduzione francese, lib. I, cap. XXII. Amato e il Malaterra dicono d’una sola fortezza, senza dubbio l’Halka che era la più importante.

[315]. Pirro, Sicilia Sacra, p. 69 e 1369.

Nel primo de’ citati luoghi il Pirro fa menzione anco della chiesa di San Pietro e Paolo accanto il Castellamare di Palermo, fabbricata per ordine di Roberto e compiuta il 6589 (1081) come l’attestava una iscrizione greca. Ecco dunque le due cappelle destinate a’ presidii delle due fortezze.

La citata concessione di beni nel territorio di Mazara fu fatta senza dubbio avanti il partaggio definitivo dell’isola, nella quale Mazara toccò al conte Ruggiero.

[316]. Fazello, Deca Iª, lib. VIII, cap. I, e Deca IIª, lib. VII, cap. I.

La Cronaca Amalfitana, presso Muratori, Antiq. ital., tomo I, p. 214, e Romualdo Salernitano, anno 1076, dicono finita in quel torno da Roberto la chiesa di Santa Maria Vergine in Palermo.

[317]. Amato, Malaterra, Guglielmo di Puglia, ll. cc.

[318]. Guglielmo di Puglia, lib. III.

Reginam remeat Robertus victor ad urbem;

Nominis ejusdem quodam remanente Panormi

Milite, qui Siculis datur Amiratus haberi.

La voce amiratus qui non sembra posta per cattivo scherzo; perchè stanziata in Palermo la Corte normanna, il primo ministro e capitan generale ebbe appunto questo titolo come diremo a suo luogo.

[319]. Malaterra, lib. III, cap. I.

[320]. Amato, lib. VI, cap. XXIII, p. 184. Cf. Guglielmo di Puglia, lib. III.

[321]. Chronic. Amalph., presso Muratori, Antiq. Ital., tomo I, p. 213. Romualdo Salernitano, anno 1071.

[322]. Leone d’Ostia, lib. III, cap. LIII. Si confronti Amato, lib. VIII, cap. XXXV.

[323]. Lib. VIII, cap. XIII.

[324]. Questo fatto è riferito da Amato, lib. VIII, cap. XXIX.

[325]. Le prime pratiche di Gregorio VII con Roberto si ritraggono da Amato, lib. VII, cap. IX; ancorchè il cronista, che ben potea saperlo, non dica il soggetto delle negoziazioni e le supponga spezzate per una quistione di cerimonia, il che non è niente verosimile. Il papa, dice Amato, andato a Benevento volea che Roberto venisse a trattare in città; il duca amava meglio discorrere all’aria aperta nel suo campo. Amato segna con molta precisione la data, dicendo che all’esaltazione d’Ildebrando, trovandosi Roberto gravemente infermo a Bari, si era sparsa in Roma la sua morte, onde il papa avea mandato a condolersene con la moglie e poi a rallegrarsi con lui della salute ricuperata e che indi si cominciò a negoziare (Libro VII, cap. VII, VIII).

[326]. Amato, lib. VII, cap. X, XII, XIII.

[327]. Si confronti particolarmente con le altre autorità contemporanee Landolfo, Histor. Mediol., edizione di Pertz. — Scriptor., tomo VIII, p. 100.

[328]. Questo particolare è riferito da Malaterra, lib. III, cap. XXXIX.

[329]. I fatti riportati senza speciale citazione dopo il ritorno di Roberto dalla Sicilia in Terraferma, si ritraggono da Malaterra, lib. III, Guglielmo di Puglia, lib. III, IV, V, Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 846 e segg. Amato non arriva che alla morte di Riccardo principe di Capua. Si confronti per la Cronologia, Muratori, Annali, dal 1072 al 1085, e Gibbon, Decline and Fall, cap. LVI.

[330]. Credo se ne debba eccettuare quel tratto di costiera che da Caronìa, confine occidentale del Valdemone, si stende al fiume detto di San Leonardo o di Termini che veggiamo confine orientale del territorio palermitano nel 1093. Perocchè i cronisti ci narrano che Roberto ritenne per sè il Valdemone e Palermo; nè egli è verosimile che Ruggiero abbia ceduto il territorio di Cefalù, e di tutta quella regione la quale, non appartenente al Val Demone nè a Palermo, egli avea corsa per molti anni, irrompendo nella costiera settentrionale per la valle dell’Imera.

[331]. Malaterra, lib. III, cap. IV, V.

[332]. Malaterra, lib. III, cap. X.

[333]. Nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 497.

[334]. Il Reiske, Annali di Abulfeda, tom. III, nota 260, credè trovare in questa corrotta lezione delle cronache cristiane il nome d’Ibn-el-Wardi; nel che l’ha seguito il Wenrich. Ma la correzione non mi pare niente certa.

[335]. Si vegga il lib. IV, cap. XIV, pag. 526, 527 del secondo volume.

[336]. Malaterra, lib. III, cap. I.

[337]. Malaterra, lib. III, cap. I, scrive ad infestandam Catanam. Ritraendosi ch’egli avesse occupata Catania il 1071 e che la si tenesse per lui il 1076, parmi si debba intendere l’infestagione del contado.

[338]. Malaterra, lib. III, cap. VII.

[339]. Malaterra, lib. III, cap. VIII, IX. Si confronti l’Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 847; Fra Corrado, anno 1075; Lupo Protospatario, 1076, il quale dice preso a Mazara il nipote del re di Affrica con 150 navi: ma cotesta tradizione ripugna a quella più autorevole del Malaterra.

[340]. Si vegga qui appresso la fazione marittima del 1085 sopra Nicotra.

[341]. Malaterra, lib. III, cap. X, e XXX.

[342]. Malaterra lo chiama Hugo de Gircaea praeclari generis a Cenomanensi provincia; l’Anonimo Hugo de Brachia, presso Caruso, Bibl. Sic. p. 847 e la trad. francese, pag. 298, Hugue de Brechie, e lo dice genero del Conte. Si confronti Ducange, Les familles normandes, nella edizione di Amato, per Champollion, pag. 357. Le parole dell’Anonimo quem dominum Cathaniae praefecerat, fan supporre Ugo feudatario di Catania.

[343]. Malaterra, lib. III, cap. X; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 848; Fra Corrado, anno 1076.

Una tradizione locale, confrontata con una scrittura del XVI secolo, la quale non sappiamo se sia fondata esclusivamente sulla medesima tradizione, porterebbe a credere distrutta la fortezza di Judica o Zotica, dal popolo di Caltagirone, colonia genovese che avesse prestate sue forze al conte Ruggiero. Tratterò a suo luogo della probabile origine genovese di Caltagirone. La tradizione, in vero, e la citata scrittura del secolo XVI la quale è trascritta nel Ms. dei privilegii della città di Caltagirone, fog. 602, a 609, col titolo di Chronica Pheudorum Hamopetri, dicono occupata Judica dagli uomini di Caltagirone al tempo di re Ruggiero, dal quale s’erano ribellati que’ Musulmani; onde il re, non sapendo altrimenti domarli, promise il territorio a chi espugnasse la rôcca. I Caltagironesi vi riuscirono per tradimento di una loro concittadina, tenuta a forza dal signor musulmano; la quale ordinò coi propri fratelli di aprire una notte le porte del castello; talchè andativi gli armati di Caltagirone, entrarono, distrussero ogni cosa e s’ebbero dal re il territorio. Questo fatto, sotto il regno di Ruggiero il re, non può ammettersi; tanto più che il feudo di Judica e quello di Fatanasino che v’era congiunto, compariscono in un diploma del 1160, venduti dal fisco regio al Comune, non già donati. Più verosimile sarebbe che i Caltagironesi, per pratica della donna, avessero occupato il castello com’ausiliarii del Conte Ruggiero nel 1076, e che la tradizione avesse poi confuso il conte e il re dello stesso nome, e guasta la data al par che il titolo d’acquisto del territorio. Ma non registrerò al certo un fatto storico sopra simili supposti. Certo egli è che alla metà del XII secolo la rôcca era distrutta; poichè Edrisi non ne fa parola, mentr’egli pur nota il mensil, o diremmo noi villaggio, di Judica. Della fortezza rimasero spaziose cisterne e pochi ruderi; e l’asprezza del monte mostra il sito inespugnabile. Su queste condizioni topografiche e su le tradizioni, si vegga Amico, Dizionario topografico della Sicilia, articolo Judica: e Aprile, Cronologia Universale della Sicilia, pag. 64 segg., 91 seg. Ne fa cenno anche il Fazello, Deca I, lib. X, cap. II, trattando di Caltagirone.

[344]. Ab hac eadem urbe strictior sinus terrae ab utroque latere mari urguente, longius in mare porrigitur, pascuis uberrimis abundans. Convien che il sito della città sia mutato alquanto, o piuttosto modificati gli anfratti della spiaggia, per alcuna delle note cagioni.

[345]. Malaterra, lib. III, cap. XI, XII; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 848.

[346]. Elias Cartomensis (variante Crotomensis) presso il Malaterra, lib. III, cap. XVIII e XXX. Il nome cristiano fu dato al battesimo, se pur quello che leggiamo ne’ cronisti, non è alterazione di Alì, Eliâs, o Eliseo. L’altro nome, etnico o patronimico, non si può stabilire con certezza su la trascrizione latina. Cartami significherebbe oriundo di Cartama di Spagna, vedi Merâsid-el-Ittila’, tom. II, pag. 399, 400. Si potrebbe anco leggere secondo il Lob-el-Lobâb, pag. 205. Kardami, e Kirtimi o Kortomi (venditore di Zafferanone), o finalmente si potrebbe supporre un’alterazione più grave e ridurre il nome etnico a Kotami, ossia berbero della tribù di Kotama, ch’ebbe tanta parte nella fondazione della dinastia Fatemita e lasciò tante radici in Sicilia, come abbiamo accennato nel libro III, cap. I, V, VI, pag. 35 segg. 122, 157. etc. del II volume.

[347]. Sepibus et siropibus claudens, Malaterra. Stropus non si trova con questo significato nel Dizionario di Ducange, ma bene il derivato Strupatura e Stropatura.

[348]. Golafros nel Malaterra. Si vegga il Capitolo II di questo libro pag. 66, nota 5.

Debbo avvertire che nella edizione del Malaterra va corretta Temîm: la parola Tunicii, sì in questo luogo e sì nel lib. IV, cap. 3. Tunis non divenne capitale dell’Africa propria se non che dopo la caduta della dinastia zirita e dopo il conquisto del paese per gli Almohadi, nella seconda metà del XII secolo. Egli è evidente che un copista o forse il primo editore del Malaterra, ignorando questo nome di Temîm, principe zirita, credè buona lezione Tunisii che tanto somiglia a quell’altra nella scrittura. Se prova occorresse di questo, si potrebbe vedere il lib. IV, cap. 3 del Malaterra nella edizione del Caruso, dove è notata due volte la variante Thumin che si avvicina alla vera lezione e pur gli eruditi del XVI, XVII e XVIII secolo, la messero da parte come erronea, perchè lo Stato di Temîm si era fatto pur troppo celebre in Europa dal XIII secolo in poi, sotto il nome di Regno di Tunis.

[349]. Si noti che Roberto, chiamato dagli Amalfitani, assediava Salerno in questo tempo; che i Pisani ebbero talvolta pratiche con Roberto; come racconta Amato, lib. V. cap. XXVIII, pag. 164, e che Ruggiero, chiamato il 1086 da’ Pisani e da’ Genovesi all’impresa di Mehdia, ricusò, allegando i patti ch’egli avea con gli Ziriti.

[350]. Malaterra, lib. III, cap. XV a XVIII; Anonimo, presso Caruso. Bibl. Sic., pag. 853, il quale chiama il liberatore di Ruggiero, Casaldus con la variante Ansadus, Anraldus, e Cansaldus e nella traduzione francese, pagina 310, Ansalarde.

[351]. I diplomi di concessione e la carta topografica dei poderi che ha data, ancorchè poco esattamente, Don Michele del Giudice (Lella) in appendice alla Descrizione del Real tempio ec. di Morreale, Palermo, 1702, in fol., ci abilitano a misurare sopra una buona carta il territorio continuo conceduto intorno a Giato; senza contare gli altri beni che la sciocca pietà di Guglielmo II largì in molti altri luoghi. Il detto territorio, posto la più parte in provincia di Palermo, torna a un triangolo curvilineo il cui vertice settentrionale sia posto a Giardinello, l’orientale tocchi i boschi di Ficuzza, ed un lato, inarcandosi verso mezzogiorno, venga a formare l’angolo di ponente, non lungi da Alcamo in provincia di Trapani. Or in quest’area sono adesso tre soli comuni: Piana de’ Greci, 7270, San Giuseppe li Mortilli, 6412, Camporeale, 3157. Le cagioni di questo gravissimo fatto dello spopolamento della Sicilia dall’XI al XVI secolo, toccate nella Notice che accompagna la mia Carte Comparée de la Sicile, Paris, 1859, saranno da noi trattate nel VI libro.

[352]. Jacenses (l. Jatenses) natura montis quo habitabant, numerosa multitudine suorum fisi, erant enim usque ad tredecim millia familiarum. È probabile che in questo numero sia compresa la popolazione di molti villaggi tra quelli accennati poc’anzi nel testo. E però ho detto doversi ragionare gli abitatori di tutto il territorio per lo meno a 60,000.

[353]. Malaterra, lib. III, cap. 20, 21, dove si legge: Statutum servitium et censum persolvere renuntiant. Malaterra non dice da chi fosse stata determinata la quantità del servigio e la somma del censo. Il nome Jacenses va corretto Jatenses. Un altro che va letto senza alcun dubbio Corleone, è stampato Cortitum con la variante Cornilium.

[354]. Undecumque terrarum artificiosis cæmentariis conductis.

[355]. Malaterra, lib. III, cap. XXXII.

[356]. Malaterra, lib. III, cap. XXXVI dice de’ tesori del conte Ruggiero guardati strettamente a Troina del 1082.

[357]. Il testo ha la variante Betchumne. Si veggano le strane lezioni del nome d’Ibn-Thimna nel lib. IV di questa istoria, cap. XV, pag. 552 del vol. II. La somiglianza della t con la c ne’ Mss. latini del XII e XIII secolo mi farebbe leggere volentieri Bentimino, ossia Ibn-Thimna.

[358]. Il vescovado di Catania fu ristorato il 1091.

[359]. Malaterra, lib. III. cap. XXX; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 853, 854 e traduzione francese pag. 310, 311, dove Roberto di Sordavalle è detto de Quinteval.

[360]. Malaterra, lib. III, cap. XXXVI.

[361]. Notisi che il Conte Ruggiero cominciò il primo ottobre ad allestire l’armata che dovea vendicare questo atroce insulto. È da supporre ch’ei battesse il ferro mentre gli era caldo.

[362]. Così il solo Anonimo.

[363]. Si vegga lo squarcio di una Kasida d’Ibn-Hamdts, che ho riportato nel lib. IV, cap. XIV a pag. 532 del II volume. Quivi il poeta, contemporaneo e siracusano, si vanta de’ “nemici della fede percossi ne’ loro focolari, delle navi piene di leoni e lancianti nafta, che vengono a saccheggiare le città de’ Barbari, de’ guerrieri dalle luccicanti maglie di ferro, i quali se ne tornan con l’armadure squarciate dalle sciabole musulmane ec.” Cotesti particolari si adattano a capello alla fazione di cui trattiamo; nè alcun’altra ne ritroviamo negli annali del tempo, alla quale convengano.

[364]. Malaterra, lib. IV, cap. 2.

[365]. Resesalix nel Malaterra per errore al certo de’ Mss. dove si dovea trovare la trascrizione del nome Arabico Ras-es-saliba, ossia Capo della Crocifissa, che leggiamo in Edrisi.

[366]. Turonem. Edrisi nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, pag. 34, fa menzione del monte Tur o Taur a Taormina, celebre per le divozioni che vi si praticavano e pei miracoli.

[367]. Il porto di Lognina è designato in Edrisi con lo stesso nome.

[368]. Malaterra. Variante: di Giorgio.

[369]. La superiorità de’ balestrieri cristiani è notata dal solo Anonimo.

[370]. Così il Malaterra. L’Anonimo dà al Conte l’onore di aver ferito l’emiro.

[371]. Conf. Malaterra, lib. IV, cap. I, II; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 854, 855; Lupo Protospatario, anno 1088; Romualdo Salernitano, anno 1088, il quale dice che gli assediati per la fame arrivarono a mangiare i bambini. Ancorchè questi due cronisti pongano la dedizione di Siracusa nel 1088 e il Malaterra nel 1085, non è dubbia la data dell’ottobre 1086, poichè il Malaterra dice incominciati gli appresti del navilio cristiano nell’ottobre 1085, l’assedio nel maggio seguente e finito nell’ottobre. Una nota ms. contemporanea, citata dal Pagi, Annali di Baronio 1087, N. II, porta questo anno la occupazione di Siracusa per Ruggiero e il guasto d’Africa (Mehdia) pei Pisani. E ciò ben torna contando l’anno dal settembre all’agosto.

[372]. Malaterra, lib. IV. cap. III.

Il primo errore, volontario o no, di questo autore o di chi gli dettava lo scritto, sta nella cronologia. Posto l’assedio di Siracusa nel 1086, i Pisani non gli poteano offrir allora la città di Mehdia, la quale fu presa nel 1087. Si trattava dunque della lega e de’ preparamenti alla spedizione.

[373]. Veggansi i libri III, cap. VI; IV, cap. IX; V, cap. III, vol. II, p. 139-367; vol. III, pag. 80, 81.

[374]. Si vegga la Introduzione ai Diplomi Arabi dell’Archivio fiorentino § XVI, pag. XXVI

[375]. Ibn-el-Athir dice per quattro anni; Guido per tre mesi. Mi accosto anzi al primo che al secondo.

[376]. Oltre i Pisani e i Genovesi, Guido cita un Pantaleo Amalfitanus, inter Graecos, Sipantus. Gli Arabi dicono Pisani, Genovesi e tutti gli altri Rûm ossia, qui, Italiani.

[377]. Così tutti gli scrittori arabi.

[378]. Guido.

[379]. A un di presso 435,000, ovvero 1,160,000 o infine 1,450,000 di lire nostre. La prima cifra si legge in Ibn-el-Athir, la seconda in Nowairi e la terza in Ibn Khaldûn. E questa è la più verosimile, posto il poco valore dell’oro nell’Affrica propria nell’XI secolo, di che ho toccato nel lib. IV, cap. VIII, pag. 362 del Vol. II, ed anco nella Introduzione ai Diplomi arabi dell’Archivio fiorentino, § XII, pag. XVI e seguenti. Guido dice vagamente “prezzo infinito d’oro e di argento.”

[380]. Questi due altri patti si leggono nel solo poema di Guido e mi sembrano verosimili. Non così l’ultimo che egli aggiugne, cioè di tenere come suoi signori i Pisani e i Genovesi, di riconoscere l’alto dominio del Papa e pagargli tributo annuale.

[381]. Marangone, nell’Archivio storico italiano, tom. VI. parte II, pag. 6; Chronica Pisana, presso Muratori Rerum Italic., tom. VI, pag. 109 e 168; Caffaro, nello stesso vol. del Muratori, pag. 253: Anno 1088, In exercitu Africæ; Chronic. Mon. S. Sophiae Beneventi, presso Muratori, Antiq. Ital., tom. I, pag. 259; Chronica Fussenavæ Anno 1087, presso Muratori, Rer. Ital., tom. VII; Poesia latina di Guido, nel Bulletin de l’Académie de Bruxelles, tom. X, parte I. pag. 524 segg. ripubblicata da M. Du Méril, Poesies populaires latines de Moyen-âge, Paris, 1847, in-8, pag. 239 segg.; Chronica di Leone d’Ostia, continuata da Pietro Diacono, Lib. III, cap. 71, presso Muratori, Rer. Ital. tom. IV, la quale dà tutto il merito dell’impresa al papa e vi fa perire centomila Saraceni; Bernoldi, Cronic., presso Pertz, Script., tom. V, pag. 447. Si vegga un’altra autorità contemporanea citata dal Pagi, Annali del Baronio, anno 1087, N. II (§ VIII del Baronio.)

El-Bayân-el-Moghrib, testo arabico, edizione Dozy, tom I, pag. 309, 310; Ibn-el-Athir, anno 481.,ediz. Tornberg, tom. X, pag. 109, 110; Nowairi, nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, pag. 434; Tigiani, nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, pag. 390, 391 e traduzione francese di M. Rousseau nel Journal Asiatique di febbrajo 1853, pag. 72, leggendosi per manifesto errore del Ms. il riscatto di 1000 dinar; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione di M. De Slane, tom. II, pag. 24,; infine Ibn-Abi-Dinâr (El Kaireuani) testo, nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 530 e traduzione francese, pag. 146, dove i traduttori han letto Veneziani in luogo di Pisani. Secondo Ibn-el-Athir e Nowairi fu pattuita la restituzione dei prigioni Musulmani. Tigiani dice positivamente il contrario. I versi che ci rimangono dell’elegia arabica sono stati tradotti nella Nuova Antologia di Firenze, vol. II, fasc. V, pag. 62, maggio 1866.

La data esatta, che si legge nel Bayân, e ch’è seguita da Tigiani e da Ibn-Khaldûn, torna al 480 dell’egira (8 aprile 1087-26 marzo 1088). La conferma la ecclisse solare del 1 agosto 1087; poichè Abu-s-Salt, citato dal Tigiani, dice seguìto il caso di Mehdia immediatamente dopo la ecclisse totale del sole nella costellazione del Lione, sotto la quale erano state gittate le fondamenta di quella città. Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Abi-Dinâr riferiscono il fatto al 481. Marangone dà il giorno di San Sisto del 1088 (1087 dell’anno comune), e la cronica di Santa Sofia il 1089. Ricordisi che, se si dovesse credere al Malaterra, sarebbe stata presa Mehdia il 1086.

Su la citata poesia latina è da notare la esattezza de’ nomi geografici e di molti fatti che si ritraggono da fonti musulmane. Per esempio veggiamo Madia (Mehdia) mirabile e vasto porto e Sibilia (Zawila) città attigua a quella; Pantalorea (Pantellaria) Timimus (Temîm) gli Arrabites (Arabi) nemici di Temîm, macris equis insidentes, corporibus ductiles ec. In generale si può dire che, tagliando un paio di zeri nelle cifre numerali, la narrazione corra esattissima.

Si riscontri il Muratori, Annali, 1088, il quale, non avendo alle mani le memorie arabiche, nè il poema di Guido, cammina con troppo sospetto; suppone esagerata troppo la importanza del fatto; si adombra di quella espugnazione contemporanea di due città, Almadia e Siviglia (El-Mehdia e Zawila) la seconda delle quali gli pare la nota città di Spagna; e conchiude erroneamente “che lo sforzo de’ Pisani fu contro Tunisi.” A cotesto sbaglio lo condusse per avventura la lezione del Malaterra: urbem regiam regis Tunicii, dove, senza dubbio, è da leggere regis Temimi, sì come ho notato in questo medesimo capitolo pag. 158, nota 1.

[382]. L’ha, sesta lettera dell’alfabeto arabico, fu resa per lo più, sino ad uno o due secoli addietro, con le lettere latine ch; e il dal, ottava lettera, più spesso con una t che con una d. L’Anonimo ha Hamus.

Sapendosi dalla storia che Chamut, fatto cristiano con tutta la famiglia, rimase sotto il dominio del conquistatore, possiamo ben identificare il casato con quello del Ruggiero Hamutus, già proprietario di certi beni che Federico II concedea nel 1216 alla chiesa di Palermo (Diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 142) e dell’Ibu-Hamûd, ricchissimo signore che Ibn-Giobair vide in Sicilia nel 1185. Questo nobil uomo poteva esser figliuolo o nipote del regolo di Castrogiovanni. Sapendosi ch’ei portasse il soprannome d’Abul-I-Kâsim, sembra anco il Bulcassimus, celebre per brighe alla corte di Palermo, ne’ primordii del regno di Guglielmo il Buono; l’Abu-I-Kâsim al quale Ibn-Kalakis intitolava il suo Ez-Zahr-el-Basim; e l’Ibn-Abi-I-Kâsim, al quale Ibn-Zafer, venuto in Palermo, dedicava, una diecina di anni innanzi, l’Asalib-el-Gaiah, il Mosanni, il Dorer-el-Ghorer, e la seconda edizione del Solwân-el-Motha’, sì come io ho notato nella Introduzione al Solwân (Firenze, 1851) pag. XXIV a XXVII. Si avverta che il nome di Kâsim e il soprannome di Abu-I-Kâsim tornano assai frequenti tra i Beni-Hamûd. Le genealogie di costoro si rinvengono nel Ms. di Parigi, intitolato Ansâb-el-Arab, Supplem. Arabe, 467, fog. 90, verso, e in quello della stessa Biblioteca intitolato ’Omdet-et-Talib, Ancien Fonds, 636 fog. 93, verso e segg. nelle quali opere non si fa parola dei Beni-Hamûd di Sicilia. Della casa spagnuola di questo nome dicono tutte le istorie di Spagna e d’Affrica dell’XI secolo; per esempio Marrekosci, testo, pag. 30 segg., 43 segg.; il Bayân, tom. I, pag. 308; Ibn-Khaldûn, Storia de’ Berberi, traduzione francese, tom. II, p. 152 segg.; Dozy, Histoire des Musulmans d’Espagne, tom. III, p. 316 segg. e passim, tom. IV, p. 13 e segg.

Non merita alcuna fede il libro di Nicasio di Burgio, conte palatino XXIII, intitolato La Discendenza di Achmet, ec. Trapani 1786, in-fol., nel quale si sostiene che la famiglia Burgio discenda da questo Hamudita.

[383]. Malaterra, lib. IV, cap. 5; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 855; Fra Corrado, op. cit., pag. 48.

Il Malaterra pone questo fatto nel 1086; ma al certo sbaglia d’un anno, com’è manifesto dalla correzione che abbiam fatta alla sua testimonianza su la espugnazione di Siracusa e di Mehdia, qui innanzi pag. 168 e 172, in nota. Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi, Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 278, 414, 448, 534 portan la data del 481 (1088-89).

I nomi delle castella prese nella provincia di Girgenti, sono tolti dal Malaterra, correggendo alcun evidente errore del testo. Rimane dubbio il suo Racel, che ho trascritto sicuramente Rahl (stazione), ma vi manca il nome che dee seguire per determinare quella appellazione generica, il qual nome io non saprei indovinare tra i moltissimi Rahl di quella provincia. Credo avere ben letto Ravanusa il Remise, (variante Remunisse) del testo, poichè Micolufa sorgea presso Ravanusa. Del resto Simone da Lentini, autore del XIV secolo, il quale copiò Malaterra, nel suo libro “La conquista di Sicilia” recentemente uscito alla luce (Collezione d’opere inedite o rare, Bologna, 1865, in-8) dà otto soli nomi degli undici, dicendo non avere ritrovati gli altri ne’ testi; ed un Ms. della stessa opera, appartenente alla Bibliothèque de l’Arsenal in Parigi (Ital. N. 68) ne dà sette soltanto: Platani, Musan, Guastanella, Catalanixetta, Bosolbi, Mocofe, Cyaxo “e li altri, aggiugne, non so chi si fussiru e nun si canuxirianu, ec.”

Intorno i nomi che non si trovano nella lista odierna de’ Comuni di Sicilia, si vegga il Dizionario Topografico del D’Amico e l’Indice che io ho messo in fine della Carte comparée de la Sicile, Notice.

[384]. Malaterra, lib. IV, cap. 6; Anonimo, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 855. Secondo Fra Corrado, op. cit., pag. 48, Castrogiovanni e Girgenti furono occupate nello stesso anno. Ma ciò non è detto precisamente da Malaterra; nè citato l’anno dell’avvenimento, il quale, secondo la serie dei fatti narrati dallo stesso cronista, tornerebbe al 1087, ovvero ai primi mesi del 1088. Gli Arabi pongono la resa di Castrogiovanni nel 484, tre anni dopo quella di Girgenti (1088-89) e le fanno cedere entrambe agli orrori della fame: Ibn-el-Athir, Abulfeda, Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nella Bibl. Arabo-Sicula, testo, p. 278, 414, 448, 534.

A Sciacca si crede, o almeno si credeva un tempo di possedere proprio il fonte battesimale nel quale fu reso cristiano il degenere nipote d’Alì. Si vegga una Memoria di Vincenzo Venuti, con corredo di diplomi che puzzano di falso, negli Opuscoli di Autori siciliani, Tom. VII, pag. 16. (Palermo, 1762).

[385]. Malaterra lib. IV, cap. XII, XIII, XV; Anonimo presso Caruso, Bibl. Sicula, p. 855; Fra Corrado, op. cit., p. 48. Per la venuta di Urbano II in Sicilia e l’assedio di Butera, seguo la cronologia del Pagi, Annali di Baronio, 1089, § IX. Gli annalisti Musulmani, citati di sopra, differiscono dai cristiani; tacendo di Noto e Butera e ponendo ultima città occupata Castrogiovanni, ma concordano nel designare il 484 (22 febbraio 1091 a 11 febbrajo 1092) come l’anno in cui fu compiuto il conquisto normanno.

[386]. Resacrambam, Malaterra.

[387]. Malaterra, lib. IV, cap. XVI. Il tempo che durò la guerra di conquisto è confermato da Edrisi, il quale lo dice appunto trent’anni, contando dal 453 (26 genn. 1061 a 14 genn. 1062). Testo nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 26.

[388]. Di questo sito han trattato Fazello, Deca 1, lib. 4, cap. I; Amico, Dizionario topografico, traduzione italiana, tom. II, Appendice, alla voce Pantalica; Massa, Sicilia in prospettiva, tom. II, pag. 126; Ferrara, Guida di Sicilia, pag. 151; Bourquelot, Voyage en Sicile, Paris, 1848, pag. 491 segg.

L’importanza di Pantalica nel 1093 si scorge dal diploma trascritto dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. 618, dove il nome è scritto Pantegra, mentre si legge Pantargo in altro diploma del 1151, op. cit. p. 993; e l’Edrisi, testo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 56, 57 lo dà Bentarga. Ei chiama l’Anapo Nahr-Bentargha, ossia fiume di Pantalica.

[389]. Malaterra, lib. IV, cap. XVIII; Cf. Anonymi Chronicon Siculum, presso il Caruso, pag. 856 e nella traduzione francese, p. 312. Ancorchè il testo del Malaterra porti questi fatti nel 1092, mi è parso di seguire più tosto la data notata dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. XI e 612, secondo una inscrizione sepolcrale oggi, a quanto e’ pare, perduta.

[390]. Oltre che questo risulta chiaramente dai fatti, sel sapeano ben Ruggiero e i suoi contemporanei. «Comes ergo totius progeniei suæ sustentator, citra Romam versus Siciliam, sicuti maria ab undique cingunt, abundantia rerum et industria callentis, sapientis consilii præcellebat; unde et omnes sua negotia ad ipsum conferebant.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI Cf. cap. XVII, XX ec.

[391]. Lib. III, cap. XLI.

[392]. Così espressamente nel lib. IV, cap. XXIV, trattando di quella ch’ei chiama ribellione d’Amalfi, del 1096.

[393]. Si veggano i cap. I e V del presente libro, pag. 31, 37 segg. e 141 del volume.

[394]. «Maxime quia Apuli, expeditionibus aliquo annorum curriculo desueti, corpus nullis plagis et diutinis laboribus fatigando, quin recreando sibi potius indulgere, quam expeditionibus iterum assuescendo, insudare nitebantur.» Malaterra lib. IV, cap. XXVI.

[395]. Malaterra, lib. III, cap. XLI.

[396]. Malaterra, lib. IV, cap. XXIV.

[397].

«Simon fonte, pictus fronte inunctione chrismatis,

Heredatur: solidatur Dux futurus Siculus:

Calabrenses suos enses sibi optant adjici:

Pater totum implet votum: Dux concessit fieri.»

Malaterra, lib. IV, cap. XIX.

[398]. Malaterra, lib. III, cap. XLI. Sul primo partaggio si vegga il cap. I del presente libro, pag. 51 del volume.

[399]. Malaterra, lib. IV, cap. IX segg.

[400]. Si vegga il capitolo VI, pag. 156, dove si dice delle soldatesche capitanate da Elia Cartomi, le quali sembrano di certo musulmane.

[401]. Malaterra, lib. IV, cap. XVII.

[402]. Malaterra, lib. IV, cap. XXII.

[403]. Si veggano i cap. IV e VI del presente libro, pag. 107, 176 del volume.

[404]. Lupo Protospatario, anno 1096; Annales Cavenses, sotto lo stesso anno, presso Pertz, Scriptores, tom. III, pag. 190; Pietro Diacono, lib. IV, cap. XII; Romualdo Salernitano anno 1096. Alcuni compilatori hanno notato che, se i Musulmani fossero stati 20,000, si sarebbe continuato l’assedio. All’incontro è da considerare che il Conte e gli altri capitani cristiani non amavan di certo a rimanere in balìa de’ Musulmani, appunto in quella spaventevole eruzione di passioni religiose.

[405]. Malaterra, lib. IV, cap. XXIV. Si confronti Guiberto Abate, Historia Hierosolim., lib. III, cap. I.

[406]. Mi par che il Malaterra, col suo tentoria bitumine palliata, alluda soltanto al colore; siccome in un altro luogo (lib. III, cap. XIX), descrivendo la costruzione della Chiesa di Traina, ei dice: Parietes depinguntur diverso bitumine. Pure potrebbe significar tende di tele incatramate, poichè la voce bitumen si adoperava nella bassa latinità per designare ogni sorta di materia resinosa. Veggasi Ducange alla voce bituminare. Quanto al verbo palliare, credo che qui sia usato nel senso di colorare, non di addogare, dipingere a forma di pali, o strisce.

[407]. Malaterra, lib. IV, cap. XXVI a XXVIII.

[408]. Vita di San Brunone, negli Acta Sanctorum, ottobre, tomo III, pag. 662 segg., 719 segg. e il diploma del conte Ruggiero, dato il 1098; su l’autenticità del quale ho molti dubbii, non ostante i lunghissimi comenti degli eruditi editori. Cotesto diploma e parecchi altri relativi al Monastero di San Brunone si leggono ne’ Regii Neapolitani Archivii Monumenta, vol. V, ni 450, 466, 477, segg. 494, segg. 510; pag. 129, 171, 203, 204, 205, 208, 245, 246, 249, 278.

[409]. «Et sumptis ab Anselmo corporalibus cibis, gratiosi revertebantur.»

[410]. Eadmeri, Vita S. Anselmi, estratto, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, pag. 974, 975.

[411]. «E (i Franchi) infestarono qua e là l’Affrica (propria) occupandone qualche luogo, che poi perdettero.» Mi par che queste parole accennino chiaramente ai fatti di Bona e Mehdia da noi testè raccontati (cap. I e VI, pag. 13 e 168, del presente volume) e forse ad altri che ignoriamo.

[412]. Letteralmente sarebbe in latino: Femure sublato, pepedit crepito magno.

[413]. Ibn-el-Athîri Chronicon, testo, anno 491 (1097-8), ediz. Tornberg, tomo X, pag. 185 segg. e nella mia Biblioteca Arabo Sicula, testo, pag. 278, 279. È da notare che lo stesso nome di Barduil (Baldovino) è dato dagli annali musulmani all’imperatore Ottone II (Veggasi il nostro lib. IV, cap. VII, pag. 328 del secondo volume). Sembrerebbe che, sotto uno dei primi Baldovini di Gerusalemme, fosse passata dai Cristiani a’ Musulmani qualche falsa tradizione su l’impero de’ Franchi, pervenuto in linea retta da Carlomagno alla casa di Bouillon.

[414]. Si vegga il Capitolo precedente, pag. 168 di questo volume.

[415]. Si noti che il Conte, conducendo i suoi Saraceni all’assedio di Capua, era corso fino a Benevento, alla quale città avea messa una taglia. Malaterra, lib. IV, cap. XXVI.

[416]. Si vegga il Capitolo precedente, pag. 176.

[417]. Ruggiero assediava Butera, come si è notato al luogo citato, nell’aprile del 1089. Il papa venne a trovarlo nella stessa primavera o nella state; e poi nel settembre fu celebrato il Concilio di Melfi, dove si proclamò la tregua di Dio, e il duca Ruggiero ebbe l’investitura dal papa.

[418]. Malaterra, lib. IV, cap. XXIII, il quale dice del vescovo di Traina: nam Italus erat et illorum partium gnarus. Questa espressa testimonianza porta a correggere i luoghi di Pirro del Fazello e di tutti i compilatori, che credono fatto vescovo di Traina, e poi di Messina, Roberto di Grantemesnil fratello della prima moglie di Ruggiero, ch’era abate di Sant’Eufemia in Calabria fin dal 1062.

[419]. Pandolfo Pisano presso Muratori Rerum Italic. Script., tom. III. parte I, p. 353.

[420]. Malaterra, lib. IV, cap. XXVII.

[421]. Op. cit., lib. IV, cap. XXIX.

[422]. Lupo Protospatario e Romualdo Salernitano, entrambi sotto l’anno 1101. Il giorno è determinato dal registro mortuario cassinese, presso Caruso, Biblioth. Sicula, pag. 523. Lasciando da canto gli altri scrittori Arabi che vagamente dicono morto Ruggiero avanti il 494, ci basti ricordare Edrisi e Ibn-Khaldûn, i quali pongono la morte del conte precisamente in quell’anno, cioè dal 6 novembre 1100 al 26 ottobre 1101. Si veggano i due testi nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 26, 485 e 498, e la versione del secondo per M. de Vergers, pag. 183.

[423]. Malaterra, lib. IV, cap. XXV.

[424]. Si vegga qui innanzi, pag. 192.

[425]. Malaterra, lib. III, cap. XXII.

[426]. Id., lib. IV, cap. VIII.

[427]. Id., lib. IV, cap. XIV, Cf. Anon. Chron. Sic., presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 856, e nella traduzione francese, p. 312. Su la figliuolanza del Conte Ruggiero, si vegga il Pirro, Chronologia Regum Siciliæ, pag. X segg., e Ducange, Familles Normandes, in Appendice ad Amato, pag. 354 segg. Il Pirro nel detto capitolo, pag. XI, novera anco tra i figliuoli del conte Ruggiero un Malgerio, il cui nome si cava da’ Diplomi della sua raccolta ed anco è soscritto in altri dell’Archivio di Napoli, due de’ quali dati il 1094 uno il 1098, uno il 1102 ed uno il 1096 pubblicati nel Regii Neapolitani Archivii Monumenta, vol. V, pag. 205, 208, 249, 278 e vol. VI, pag. 164. Il diploma del 1098 è stato pubblicato anco dai Bollandisti (Vita di San Brunone, ottobre, tomo III, pag. 662 segg.). Credo illegittimo questo Malgerio, perchè il Malaterra tace di lui, non essendo sforzalo dagli avvenimenti a nominarlo, e non pensandosi, forse, a lui in corte quando si trattava della successione.

[428]. Malaterra, lib. IV, cap. XIX.

[429]. Sapendosi con esattezza il giorno della morte dei re Ruggiero a dì 26 febbrajo 1154 e ch’egli avesse allora 58 anni, 2 mesi e 5 giorni, la sua nascita torna al 22 dicembre 1093. Su questa data si sono fatte molte controversie da chi voleva a forza far nascere il bambino dopo l’assedio di Capua, per le parole del Malaterra: ibi se impregnavit Comitissa Adelasia de comite Rogerio. Ma non si è riflettuto che questo Ruggiero è appunto il padre! I Bollandisti non avean dunque bisogno di supporre un’interpolazione del testo di Malaterra, per provar seguìto l’assedio di Capua il 1098, come il fanno nella vita di San Brunone, tom. III di ottobre, pag. 655 segg.

[430]. Malaterra, lib. IV, cap. XIV.

[431].

Marchionis, Militonis,

Bonifacii itali,

Neptis ornat, quod exornat

Uxor Adelasia

Brutiorum Siculorum

Comitem Rogerium etc.

Questi versi latini di metro italiano, attribuiti a Maraldo, monaco di Calabria contemporaneo del primo conte Ruggiero, celebrano la nascita del costui figliuolo per nome anco Ruggiero e il battesimo datogli da San Brunone. Li pubblicò per lo primo il Bulini, nel Prospetto della Storia de’ Certosini, come ritraggo dagli Acta Santorum, mese d’ottobre, vol. III, pag. 656 segg. dove i dotti editori li ristamparono a proposito di San Brunone. Ma l’appellazione classica di Bruzii data a’ Calabresi odora di erudizione troppo più moderna. Inoltre i primi quattro versetti sembrano copiati dalla prosa del Malaterra che dinanzi citammo. Perciò non mi fido troppo all’attestato di frate Maraldo.

[432]. Anonymi hist. sicula, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 856, e nella traduzione francese, pag. 312.

[433]. Historia Ecclesiastica, lib. XIII, presso Duchesne, Histor. Norman. Scrip., pag 897.

[434]. Pirro, Chronologia Regum Siciliæ, pag. XII e XIII; Muratori Annali d’Italia, an. 1090.

[435]. Fin anco gli Autori dell’Art de verifier les Dates (ediz. del 1777 vol. III, pag. 630), e il diligentissimo Saint-Marc (Abregé de l’Histoire d’Italie, tom. II, pag. 1039) danno un Bonifazio I, Marchese di Monferrato dal 1060 al 1100.

[436]. Osservazioni critiche sopra alcuni particolari delle Storie del Piemonte e della Liguria, tra le Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino, Serie seconda, tomi XIII, XIV, XV.

[437]. De’ Simoni, negli Atti della Società ligure di Storia Patria, vol. I, pag. 141, 142, 647, 648; e il medesimo, Lettera a M. Amari, nella Nuova Antologia, vol. III, pag. 193 segg. Firenze, settembre 1866.

[438]. Si veggano più precisamente i confini, nella Nuova Antologia, l. c.

[439]. Breve di Gregorio VII, del 3 novembre 1079, da Labbe, Concilia, presso San Quintino, op. cit. Memorie dell’Accademia di Torino, tom. XIII, p. 53.

[440]. Introduzione, pag. X a XIII. Tra gli altri errori familiari all’impostore maltese replicati in questa pergamena, è la lettera aín aggiunta nel nome di Messina. Ecco intanto la storia del diploma.

L’Archivio di Napoli comperò questa ed altre pergamene da privati nel 1844, com’io ritraggo dall’erudito signor Giuseppe Del Giudice. Il professore Lettieri che sapea benino la grammatica arabica ma non avea tanta pratica della lingua e molto meno della paleografia, credè tener nelle mani un gioiello; onde, tutto lieto, lo presentò al Congresso, come si scorge dagli Atti della settima adunanza degli Scienziati italiani, Napoli, 1846, pag. 641. Quivi si legge che l’accademico signor De Ritis mise in forse l’autenticità del Diploma e che disputatone un poco, si passò ad altri argomenti e sollazzi. Il Congresso non s’era adunato di certo per giudicare cartapecore arabiche, nè trattar di cose letterarie. Mi sia lecito aggiugnere che, vivendo io allora in Parigi, informato della scoperta, dichiarai a priori falso cotesto documento; e che dopo il 1849, procacciatomi per favore del dottissimo Duca di Laynes, il fac-simile, che n’era stato inciso in rame, mi confermai nel giudizio e confermollo anco il mio maestro M. Reinaud. Morto intanto il Lettieri mentr’egli si apparecchiava a pubblicare la traduzione e il comento, rimasene il manoscritto ai suoi eredi; ma il diploma fu messo in mostra con una bella cornice nella sala dell’Archivio di Napoli, il cui Direttore, principe di Belmonte, nell’opera intitolata Legislazione positiva degli Archivii del Regno, Napoli, 1855, pag. 86, lo noverava tra “i più curiosi dell’Archivio” quantunque avvertisse “bisogna andar cauti e vedere se sia autentico.” Il fatto è che la cornice e il diploma sono rimasti per tanti anni e rimangono forse anch’oggi, esposti all’ammirazione del colto pubblico.

[441]. Si vegga l’Introduzione, nel volume I della presente opera, pag. XXXIII, XXXIV.

[442]. Su i diplomi di Sicilia venuti in luce innanzi il XIX secolo, si vegga il Gregorio, Introduzione al Diritto pubblico siciliano, pag. 33 segg.; 87 segg. della prima edizione, e in varii luoghi delle Considerazioni. Anco il Gregorio diffidò delle versioni de’ diplomi greci, come si scorge dalle Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 12.

[443]. Si rinvengono, insieme con documenti d’altro idioma, nelle seguenti opere:

Morso (Salvatore), Palermo antico, 2ª ediz. Palermo, 1827, in-8.

Buscemi (Niccolò), nella Biblioteca Sacra per la Sicilia, ossia Giornale Lett. Scient. Ecclesiastico, Tom. I, II. Palermo, 1832, 1834.

Martorana (Carmelo), Risposta al Buscemi, nel Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia, Palermo, 1834, in-8.

Garofalo (Luigi), Tabularium Capellæ Collegiata in r. panormitano palatio, Panormi, 1835, in foglio.

Mortillaro (Vincenzo), Catalogo de’ Diplomi.... della Cattedrale di Palermo. Palermo, 1842, in-8.

» Elenco cronologico delle antiche pergamene della Magione Palermo, 1859, in-4.

» Opere, tomo IV. Palermo, 1848.

[444]. Spata (Giuseppe), Le Pergamene greche esistenti nel grande Archivio di Palermo, tradotte ed illustrate, Palermo, 1861, in-8 (uscito il 1865).

» Sul cimelio diplomatico del Duomo di Monreale, Palermo, 1865, in-12.

[445]. Avverto che per brevità saranno da me citati senz’altra qualificazione che di inediti, tutti i diplomi arabici di Sicilia de’ quali mi ha cortesemente mandate copie il Prof. Cusa.

[446]. Trinchera, Syllabus membranarum, etc. Napoli, 1865, in-4.

[447]. Ve n’ha alquanti nelle collezioni poc’anzi citate, a pag 203, nota 2.

Inoltre si vegga il Di Chiara, Opuscoli editi, inediti e rari sul Diritto pubblico eccl. della Sicilia, Palermo, 1855, in-8.

[448]. Si vegga i nostri libri III, cap. xj, e IV, cap. xj, pag. 216, 217, 396 a 399 e 414 del vol. II.

[449]. Malaterra, lib. IV, cap. xviij, xx, xxix.

[450]. L’Ystoire de li Normant, lib. V, cap. xij, xxj, xxv; lib. VI, cap. xix. Si noti anco il titolo di Cristianissimo ch’ei dà a Roberto Guiscardo, nel lib. V, cap. xxv.

[451]. Forma siciliana della voce appetito.

[452]. Non è da confondere questo vocabolo col derivativo dalla terra di Giudica (Judica) che alcuni scrissero Zotica.

[453]. Corre il cane. Sicil.

[454]. Si veggano i diplomi citati qui appresso a pag. 208 per San Marco, Rametta, Librizzi, San Filippo di Fragalà.

[455]. Presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 475.

[456]. Lib. IV, cap. xj, a pag. 399 del secondo volume.

[457]. Così gli ignoti autori della Breve istoria della liberatione di Messina, di cui abbiamo già detto nel lib. V, cap. II, pag. 56 di questo volume; il Fazzello con la sua fola de’ prigioni che aprirono la porta di Palermo, e tutti quanti. Il Martorana, Notizie, ec., lib II, cap. ij, pag. 43, accortosi di cotesto errore, corse ad un altro, supponendo spento il Cristianesimo in Sicilia: del che abbiamo trattato nel libro IV, cap. xj, pag. 414 del vol. II.

[458]. Considerazioni, vol. I, Prefazione, pag. xx segg. lib. I, cap. ij, pag. 43-44.

[459]. Non occorre citare le molte carte greche di Messina, nè le poche che si conoscono di Traina, quando abbiamo tante testimonianze dirette su quelle popolazioni. Ne fan fede per le altre i diplomi seguenti:

Rametta, 1096, traduzione dal greco, presso Gregorio, Considerazioni, tomo I, pag. xxvj delle note; ch’è sentenza con giudici e testimonii greci e alcuno forse latino: Giovanni Melo, Pietro Ricato, Niccolò Tisita, ec.

San Marco, 1110, testo greco, edito dal Buscemi nella Biblioteca Sacra, Palermo, 1832, vol. I, pag. 375 segg. donazione al Monastero di San Barbaro. La traduzione latina, con la data del 1097, fu pubblicata dal Martorana, nella sua Risposta al Buscemi, pag. 48, estratto dal Giornale di Scienze e Lettere per la Sicilia del 1831. Cf. Spata, Pergamene, pag. 215.

Librizzi, 1117, traduzione dal greco, presso Gregorio, Considerazioni, lib. I, pag. lvj, lvij delle note, con nomi di frati, di Lipari e di Patti, alcuno dei quali francese e un Filippo arabo, monaco. V’ha dei nomi di notabili del paese, manifestamente greci e alcuno italico: come Niccolò di Filippo, Niceta Gallo, Niccolò Gala, Filippo Manca, Giovanni Gaitane, Andrea Police.

Monastero di San Filippo di Fragalà presso il Comune di Mirto, molti diplomi greci dati dal 1090 al 1145, pei quali furono donati a questo celebre monastero greco di Sicilia de’ villani, tra i cui nomi patronimici notansi; Bruno, Corte, Niccolò Faber, Claudus Stephanus, Galatano de Flavanu, Teodoro Accomodato, ec. presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1027, 102; ignorandosi pure se que’ vocaboli di Faber e Claudus fossero stati tradotti dal greco o si trovassero trascritti nel testo.

Ἀχάρων (Alcara li Fusi?) 1118 (?) greco, pubblicato non felicemente dal Buscemi, op. cit., pag. 365. Cf. Spata, op. cit., pag. 291.

Cefalù, 1131, traduzione latina dal greco, presso il Pirro, op. cit., pag. 799; e platea greco-arabica dei villani, citata poc’anzi a pag. 205.

Siracusa, 1104, diploma latino, nel quale si fa espressa menzione del clero greco e clero latino, presso Pirro, op. cit., pag. 619.

Aci e Catania, 1095, 1144, platee de’ villani arabo-greche, nell’Archivio della Cattedrale di Catania. Si vegga inoltre per Catania la carta di franchigia del 1168, presso Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. IV, nota 21, nella quale si legge: Latini, Græci, Judæi et Saraceni unusquisque juxta suam legem judicetur.

[460]. Per esempio in Vicari, 1098, diploma greco in favore d’un monastero, al quale furono donati de’ villani di varii paesi, con nomi musulmani, greci e fors’anco italici: Niccolò figlio di Vitale, Basilio, Sabato, Goffredo, Ziero ec. Traduzione latina presso il Pirro, op. cit., pag. 295. Notinsi anco i nomi greci tramezzati a italiani e francesi di Vicari e Cammarata nel diploma del 1175, presso Gregorio, De supputandis, ec., pag. 55, ripubblicato da Spata, Pergamene, pag. 451 segg.

[461]. Ricordisi l’arcivescovo greco che trovarono i Normanni entrando in Palermo. Quivi era nel 1138 un protopapa greco, secondo il diploma pubblicato nel Tabulario della Cappella Palatina a pag. 8. La stessa raccolta racchiude molte altre carte greche dal 1141 sino a tutto il secolo XIII. Lo stesso attestano non poche iscrizioni bilingui e trilingui.

[462]. Di Giovanni, Ebraismo in Sicilia, passim; Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. j, pag. 7, 15; Zunz, Zur Geschichte und Literatur, Berlino, 1845, vol. I, pag. 487. Ognun sa che nel viaggio, vero o finto, di Beniamino da Tudela, compilato in ogni modo con ottime notizie verso il 1170, sono annoverati 200 giudei in Messina e 1500 in Palermo: traduzione inglese di Asher, Londra, 1840, pag. 159 segg. Si vegga intorno questo viaggio il Lelewel, Géographie du moyen-âge, tomo IV, pag. 37 segg.

Nella platea di Catania data del 1144, dopo gli schiavi, leggonsi i nomi di 25 famiglie di Giudei. Ve n’era anco (1120?) in Siracusa.

[463]. Lib. III, cap. I, pag. 32 segg. del secondo volume.

[464]. Cap. citato, pag. 35 segg. dello stesso volume.

[465]. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. j, pag. 5 segg. 10, 17.

In Girgenti la popolazione musulmana vincea tanto di numero la cristiana, che San Gerlando, il 1096, fece fabbricare un immenso castello a rifugio de’ suoi frati, e che il vescovo Gualtiero, il 1141, edificò novelle fortificazioni; usando per tre anni, come cava di pietre, i monumenti Agrigentini. Ch’ei non riposi in pace! Cronichetta de’ Vescovi di Girgenti, presso il Gregorio, op. cit., lib. I, cap. I, nota 14.

Si ricordino anco le varie narrazioni d’Ibn-Giobaîr, Journal Asiatique di dicembre 1845 e gennaio 1846, ed Archivio Storico Italiano, vol. IV, Appendice, N. 16, dove si dice delle popolazioni musulmane di tutti i villaggi tra Palermo e Trapani, della gelosia con che i Cristiani guardavano la ròcca di Monte San Giuliano, ec.

[466]. Libro III, cap. I, pag. 32, segg. del 2º volume. I nomi etnici che seguono son cavati dai diplomi e riscontrati col Lobb-el-Lobâb, con Ibn-Kaisarani, Dsehebi, il Merasid-el-Ittilâ e le altre opere che citerò ne’ singoli casi.

[467]. La copia del diploma ha Zagari, che non torna a nome etnico noto. Ritenendo la grande somiglianza della r col w nella scrittura affricana, leggo Zegawi; su la qual voce si vegga De Slane, traduz. francese d’Ibn-Khaldoun, Berbères, tomo IV, pag. 31.

[468]. Hamdi, o Giamadi; Halbasi, o Giolaisi, ec. dove mancano le vocali e le trascrizioni greche. Altri non trovo affatto, come Arkhi, Baruki, Betresen (pitrusinu? ossia prezzemolo) ec.

[469]. Inedita dell’Università di Palermo. Abu-Tâhir-Abd-er-Rahman-ibn-Abd-Allah-ibn-Zeidun-el-karawi.

[470]. Righa è nome di tribù berbera e anco di luoghi in Affrica, De Slane, op. cit., tom. I, pag. 294. Si avverta che le stesse lettere, mutativi i punti diacritici, porterebbero Reba’i, che torna alla tribù arabica di Rebi’a, una di quelle che occuparono l’Affrica nell’XI secolo, venendo dall’Egitto: (De Slane, op. cit., tom. I, pag. 32); oppure a quella di Reb’a, ramo di Azd. (Ibn-Kaisarani, Homonyma, Leyda, 1865, pag. 194.)

[471]. Su questi ultimi tre nomi si vegga De Slane, op. cit., tomo I, pag. 171, 282 e 285, e tomo III, 273, 279. Del resto, Verro potrebbe esser nome latino.

[472]. Il testo arabico avrebbe Argiâknû, e la trascrizione greca dà ερτζυκνου. Aragigun è isoletta alla foce della Muluia, secondo Edrisi, Description de l’Afrique et de l’Espagne, Leyda, 1866, pag. 206 della traduzione.

[473]. Mismar si chiamava la Penisola di Magnisi, tra Siracusa e Agosta. La trascrizione greca di questo nome, che portavano due famiglie di villani d’Aci, dà μεσίμερη. Se il copista greco avesse presa una w per una r, sbaglio assai frequente nei manoscritti affricani, sarebbe questo il notissimo casato de’ Ma-es-samâ «Acqua del Cielo.»

[474]. Quantunque Edrisi scriva il nome di Vicari Biku, la voce Bekkara potea rappresentare questa o altra terra di Sicilia. Si vegga il nostro lib. II, cap. X, pag. 418 del primo volume, nota 3.

[475]. Questa iscrizione, edita dapprima nelle Mines de l’Orient, tomo I, fu ripubblicata, sopra l’originale, da M. De Fresnel, nel Journal Asiatique di dicembre 1847, con una buona traduzione inglese di Farâs Schidiâk. La data è del 569 (1174), il nome della sepolta, Maimuna figlia di Hasan, figlio di Alì Hodseilita. Se non che dopo questo nome, la versione portava «an attendant of Ibn-es-Soosee.» Parendomi strana per più rispetti cotesta qualificazione, io domandai da Parigi al mio compagno di esilio Francesco Crispi, allora in Malta, un lucido di quelle parole e avutolo in dicembre 1853, non tardai a leggervi «soprannominato Ibn-es-Susi.»

[476]. Si vegga il lib. V, cap. I, pag. 27, 28, 30, 34 di questo volume.

[477]. Lib. V, cap. V, pag. 140 di questo volume.

[478]. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. I, note 25, 26 ec. È inutile citare i diplomi antichi che contengono nomi francesi. Noterò in vece che in uno del 1175, pubblicato dal Gregorio, De supputandis, ec., pag. 52 e segg., indi da Spata, Pergamene, ec., pag. 451 segg., traduzione latina del XIII secolo dall’arabico e dal greco, si leggono i nomi di Sir Bonom de Custasin, Sir Ricalinus de Calatabutur ec. In un diploma arabico inedito della Chiesa di Cefalù, serbato nell’Archivio di Palermo, si legge il nome di un Sir Gulielm, banchiere o non so che in Cefalù. Par che i francesi, nobili o no, nel XII secolo amassero in Sicilia di fregiarsi col titolo di Sire.

[479]. Esaminati diligentemente i nomi di tutti i comuni attuali e de’ villaggi abbandonati, che sono pur molti, i quali io già pubblicava nel 1859 con la Carte Comparée de la Sicile, ne occorre pochi, di pochissima importanza e origine dubbia: Castelnormando si chiamava nel XVII secolo, al dire dell’Amico, Dizionario topografico, l’attuale Comune di Valledolmo, ma non ve n’ha notizie anteriori; Ciambra un villaggio presso Monreale; Merhela Gulielm (la stazione di Guglielmo) un luogo presso Monreale, che parrebbe stazione di caccia d’uno dei re di quel nome. Tralascio Francavilla, comune, e Monpileri villaggio distrutto su l’Etna, poichè Pila, Piliere sono nella nostra favella, come nella francese. Metto anco da canto i nomi composti con la voce burg,i quali possono riferirsi tanto al francese quanto all’italiano e all’arabico.

[480]. Presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 477.

[481]. Falcando presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 466. Lo sciocco Arrigo de’ principi di Navarra, fratello della Regina, era stigato da’ cortigiani a prender la somma degli affari in luogo di Stefano de’ conti di Perche. E schivando il peso superiore alle sue forze, allegava tra le altre cose: francorum se linguam ignorare, que maxime necessaria esset in CURIA. Si trattava dunque, non del paese, ma della corte; dove il principe fanciullo, bisnipote del conte Ruggiero, e discepolo di Pietro di Blois, parlava com’e’ pare il francese; e i cortigiani italiani ed arabi si adattavano. Si ricordi con ciò l’attestato di Ibn-Giobair, che lo stesso Guglielmo II parlasse l’arabico. Infine è da notare che delle lingue usate nella corte poliglotta di Palermo, la men difficile al Navarrese doveva esser quella della Francia.

[482]. Considerazioni, lib. I, cap. I, nota 27.

[483]. Cap. cit., nota 28.

[484]. Strenuos bello milites Longobardos (del Napoletano) ac Transmontanos.... sibi largitionibus alliciens, dice il Falcando del ministro Majone, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 419. Poi ve n’ebbe degli Spagnuoli, op. cit., pag. 439 e sempre de’ Musulmani.

[485]. In questo medesimo libro, cap. VII, pag. 191 del volume.

Sappiamo da Pietro di Blois (Epistolæ, nº 66), che dopo la morte di Guglielmo il Malo, l’Arcivescovo di Rouen mandò alla corte di Palermo trentasette giovani francesi dotti o di nobil sangue. Si veggano le epistole di San Tommaso di Canterbury e dell’abate di Cluni alla regina reggente in Sicilia e al ministro di lei Riccardo Palmer, nel cui epitaffio mi pare compendiata la biografia degli avventurieri di cui trattiamo:

Anglia me genuit, instruxit Gallia, fovit

Trinacris.

[486]. Ibn-el-Athir, testo nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 278, Novairi nella stessa opera, pag. 448, e presso Gregorio, Rerum Arabicarum, pag. 26.

[487]. Ugo Falcando presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 406-407.

[488]. Diploma del 1193, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1288. La voce rua o ruga di certo non prova l’origine francese della popolazione. Oltrechè Messina era essenzialmente greca, leggiamo quella voce in un diploma del Barbarossa, il quale prometteva ai Genovesi rugam unam cum ecclesia, balneo, fundico et furno in ogni città che lo impero fosse per acquistare nel regno di Sicilia. Liber Jurium Reipub. Genuensis, tomo I, pag. 207, diploma del giugno 1162.

[489]. Ravellus magister Amalphitanorum Messane, è soscritto in un diploma greco del 6680 (1172), traduzione latina presso Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. II, nota 32.

[490]. Diploma arabico del Monastero di Monreale dato il 1182, e traduzione latina presso Del Giudice, Descrizione del Tempio.... di Morreale, pag. 12, in fine della divisa di Summini.

[491]. Michele da Piazza, presso Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, pag. 77. La quale notizia si riferisce al XIV secolo.

[492].

Acquaviva (Caltanissetta).Acquaviva (Molise [due] Terra di Bari, Ascoli).
Altavilla (Palermo).Altavilla (Principato Ulteriore, id. Citeriore, Alessandria, Monferrato).
Bivona (Girgenti).Bibbona (Pisa).
Vicari (Palermo).Biccari (Capitanata).
Briga [S. Stefano di] (Messina).Briga (Novara, Cuneo).
Brolo (Messina).Brolpasino (Cremona). Si ricordi anco Broglio.
Burgio (Girgenti).Borgio (Genova).
Cammarata (Girgenti).Camerata (Bergamo, Ancona).
Caronia (Messina).Corona (Bergamo).
Castania (Messina).Castana (Pavia); Castano (Milano).
Chiaramonte (Siracusa).Chiaramonti (Sassari); Chiaromonte (Basilicata).
Cinisi (Palermo).Cinisello (Milano).
Corleone, anticamente Coriglione, (Palermo).Coreglia (Lucca, Genova); Corigliano (Calabria, Otranto).
Gagliano (Catania).Gagliano (Abruzzo, Otranto).
Geraci (Palermo).Gerace (Calabria).
Gravina (Catania).Gravina (Bari).
Gualtieri (Messina).Gualtieri (Reggio d’Emilia).
Mirabella (Catania).Mirabella (Principato); Mirabello (Cremona, Pavia, Alessandria, Monferrato, Milano, Molise).
Motta [due] (Messina, Catania).Motta (Calabria Ulteriore 1ª e 2ª, Cremona, Novara [due], Capitanata, Pavia, Milano) [due].
Novara (Messina).Novara (Novara) [Piemonte].
Palazzolo (Noto).Palazzolo (Terra di Lavoro, Milano, Brescia, Novara); Palazzuolo (Firenze).
Paternò (Catania).Paterno (Principato, Calabria, Ancona). Paderna (Alessandria). Padernello (Brescia). Paderno (Como, Cremona, Brescia, Milano). Paterno, villa e chiesa presso Firenze.
Pettineo (Messina).Pettinengo (Novara).
Piazza (Caltanissetta).Piazza (Massa e Carrara, Bergamo, Como). Piazzatorre (Bergamo). Piazzo (Torino, Bergamo [due]). Piazzolo (Bergamo).
Sala [Paruta] (Trapani). Sala [di Partinico] (Palermo). Sala, antico casale presso Sciacca.Sala (Como, Parma, Novara, Bologna, Alessandria [due], Como, Principato).
Sambuca (Girgenti).Sambuco (Firenze, Cuneo). Sambughetto (Novara).
Saponara (Messina).Saponara (Basilicata).
Scaletta (Messina).Scaletta (Cuneo).
Scopello [Tonnara di].Scopello e Scopa (Novara).

[493]. Presso Gregorio, Considerazioni. lib. I, cap. III, nota 46. Il Francese è di Limeuil, nel Dipartimento della Dordogne (Limoliensis). Ho detto bresciano un Herbertus Braosensis (Bressensis?).

[494]. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 771, 772. Tolceto era villa nel territorio dell’attuale comune di Nè, in provincia di Genova, come si vede dagli Atti della Società Ligure di Storia patria, vol. II, parte II, pag. 769. V’ha anco tra’ testimonii un Roberto di Sardevalle (o Surdavalle come si legge nel Malaterra, libro III, cap. XXX), il qual nome potrebbe tornare a Sordivolo in provincia di Novara. Guglielmo de Surdavalle è soscritto in un diploma del 1090, presso Spata, Pergamene, pag. 248.

[495]. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 76.

[496]. Presso Spata, Pergamene, pag. 266.

[497]. Presso Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. V, nota 3, pag. LI, LII.

[498]. I diplomi siciliani e napoletani del XII secolo e le Costituzioni di Federigo imperatore, provvedono severamente affinchè non solo i servi della gleba e i villani, ma anco i borghesi, non si partano dalla terra del signore.

[499]. Merûsid-el-Ittila’, testo, all’articolo Ankabord. Ma Edrisi, Géographie, trad, di Jaubert, vol. II, pag. 118, 120, 261, 262, ristringe i limiti dalla parte di mezzogiorno; e Abulfeda conosce già le divisioni politiche dell’Italia, Géographie, trad. di M. Reinaud, pag. 36, 37 ec.

[500]. Presso Muratori, Rer. Ital. Script., tom. IV, pag. 498.

[501]. Eustathii Metropolitae Thessalonicensis, De Capta Tessalonica, edizione di Bonn, pag. 415. Eustazio scrive λαμῶαρδικοί e λογγιθάρδοι.

[502]. Pietro Diacono, presso Muratori, Rerum, Italicarum Scriptores, tom. IV, 518. Si vegga poi Costantino Porfirogenito, De Themathibus, p. 1462, e Muratori, Annali d’Italia, anno 1008.

[503]. Presso Caruso, Bibl. Sic., de’ primi a p. 419, 444, 450, e de’ secondi a’ luoghi citati qui appresso. Si vegga anco Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 868.

[504]. Presso Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. IV, nota 25. Il Gregorio non porta la data; ma la non può essere posteriore al 1153.

[505]. Falcando e Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 440, 442, 443, 868.

[506]. Falcando, presso Caruso, op. cit., p. 448, 462, 480, 481.

[507]. Deca I, libro I, cap. VI, e libro X, cap. I e II, per Aidone; e per San Fratello, Deca I, libro IX, cap. IV, dove si legge et Longobardorum, ut ex incolarum idiomate colligitur, oppidum. E ciò conferma l’Amico, nel Dizionario topografico.

[508]. Pirro, Sicilia Sacra, pag. 582, 588.

[509]. Diploma dell’imperator Federigo, dato di Cremona il 20 febbraio 1248, (Historia Diplomatica Friderici II, tom. VI, p. 695) dal quale si vede che Corleone era stata conceduta molto innanzi a’ lombardi Oddone e Bonifacio de Camerano, e Scopello anche prima di Corleone.

[510]. Questa opinione del dottissimo Tedoro Wüstenfeld, è sostenuta dal fatto che il nome di Scopello, non arabico al certo nè greco, si trova nella provincia di Novara in Piemonte e comparisce in Sicilia allo scorcio dell’XI secolo.

[511]. Ho citate le sorgenti nella mia Storia del Vespro Siciliano, cap. II, edizione del 1866, vol. I. p. 18, 22.

[512]. Continuazione di Saba Malaspina, presso Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, pag. 356.

[513]. Op. cit., p. 358.

[514]. Pag. 196 segg.

[515]. Veggasi il cap. VI di questo Libro, p. 156 del volume.

[516]. Si vegga l’albero genealogico pubblicato dal De’ Simoni, nella Nuova Antologia di Firenze, settembre 1866. Un Oddone Bono, marchese, è segnato tra’ testimoni nel citato diploma del 1095, presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 76; e Bono, marchese, feudatario nelle vicinanze di Corleone, è nominato nello stesso diploma. Probabilmente un Oddone de’ marchesi di casa aleramica, soprannominato il Buono.

[517]. Si scorge da’ diplomi del 1094, 1114 e 1136, presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 75. 1177 e 1156, e del 1113, presso Gregorio, Considerazioni, libro I, cap. V, nota 20.

[518]. Alessandro Abate di Telese, Libro II e III, presso Caruso, Bibl. Sic., p. 266, 293.

[519]. Alessandro Abate di Telese, loc. cit. Falcando, presso Caruso, op. cit., p. 413, 417, 418. Si vegga anche un diploma di questo conte Simone, dato il 1147, nel quale sono testimonii due di Piazza, presso Lünig, Cod. Ital. Dipl., tomo II, pag. 1639.

[520]. Pagina 223.

[521]. Bonifazio d’Incisa, cugino carnale di Arrigo e di Adelaide contessa di Sicilia, come si scorge dall’albero aleramide pubblicato dal De’ Simoni, Nuova Antologia, settembre 1866; e Arrigo d’Incisa nominato il 1186, presso Moriondi, Monumenta Aquensia, vol. II, p. 348. Arrigo d’Incisa combattente nella battaglia di Ponza, secondo Speciale citato da me nel Vespro Siciliano, cap. XVIII, tomo II, p. 160 dell’edizione 1866. Giovanni ed Aloisio d’Incisa, feudatarii al principio del XIV secolo, presso Gregorio, Biblioteca Aragonese, tomo II, pag. 468; e Simone d’Incisa nominato in documenti del 1309, 1317, 1319, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 97, 103, 109, 113.

[522]. Un diploma del 1157, presso De Meo, Annali del Regno di Napoli, sotto quell’anno, è dato da “Albertus, Dei et Regis gratia Comes de Gravina, filius et heres Bonifacii, marchionis“. Debbo al dottissimo Teodoro Wüstenfeld, lodato di sopra, questa ed altre citazioni fatte sugli Aleramidi e molte altre che tralascio, come non necessarie al mio argomento.

[523]. Si confronti ciò ch’egli dice di Nicosia e di Aidone e San Fratello ne’ luoghi citati di sopra.

[524]. Catania 1857, in 8º. Si vegga la Prefazione, p. 47 e seg., e i canti di San Fratello e Piazza, p. 332 seg.

[525]. Lettera indirizzatami dal professore Angelo De Gubernatis, pubblicata nel Politecnico di Milano, giugno 1867, pag. 609, segg.

[526]. Secondo i quadri delle entrate e spese de’ Comuni italiani nel 1858, pubblicati il 1863 nella Rivista dei Comuni, Caltagirone possedea, tra fitti di terre e canoni, con una popolazione di

24,417anime,L.313,558
Palermo194,463»»236,215
Messina103,324»»95,609
Catania68,810»»38,523

Notisi esser compresi in cotesti patrimonii i beni urbani, che sono molto maggiori nelle grandi città che nelle piccole, e che non risalgono di certo all’XI e XII secolo.

[527]. Un diploma di Guglielmo I, dato il 1 maggio 1160, attesta che i fedeli uomini di Calatagerun avessero comperate dal re Ruggiero e da Guglielmo stesso, le terre dette di Fatanasino e di Iudica per 40,000 tarì di Sicilia, Pergamena del Municipio di Caltagirone, della quale io ho una copia. È citato anco ne’ ricordi municipali un diploma del 1 settembre 1143, il quale, da quanto ne so, or è perduto.

[528]. Secondo i quadri ch’io ho testè citati, vien dopo Caltagirone e Palermo, la città di Mistretta, con una popolazione di 10,638, ed un patrimonio territoriale di L. 102,926, e immediatamente dopo Messina, occorre Nicosia, popolazione 14,731, e patrimonio L. 89,783.

[529]. Fazzello, Deca I, libro X, cap. 2; Amico, Dizionario topografico della Sicilia, alla voce Caltagirone; Aprile, Cronologia universale della Sicilia p. 64 seg., 91 seg. A rincalzare la tradizione, era citato un diploma che non si ritrova, e una lapide del campanile di San Giorgio, che più non esiste.

[530]. Si vegga il cap. VI di questo libro, p. 153 del volume, nota 1. Debbo le notizie locali, le copie e fac-simile del diploma del 1160, e d’un altro del 1201 e quella della Cronica di Camopetro, al signor avv. La Rosa di Caltagirone, che mandolle nel 1847 in Parigi al barone Friddani, il quale le avea richieste per me.

[531]. Testo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, p. 55, e presso Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 120.

Una montagna che sta di faccia a Caltagirone a tre o quattro miglia, si chiama tuttora Cansaria e l’è nominata Ganzaria, Chanzaria, e Cancheria, ne’ diplomi dal XIII al XV secolo. Lo scambio di Hisn in Kala’t non fa specie. La seconda parte del nome topografico, gerun, come la si legge nel diploma del 1160, senza la declinazione latina, esclude com’e’ parmi l’etimologia di girone o altro vocabolo nostrale, e porta piuttosto a credere che i coloni italiani venuti a porsi presso la Kala’t-el-Khinzarla, abbiano mantenuto il nome arabico di qualche antico castello, ritrovo de’ ginn (demonii) mutando la n in r. Può darsi anco che gli Arabi a lor volta, avessero trasformato in quel vocabolo qualche derivato di Gela, come Gelonum (castrum). Gela sorgea, com’e’ pare, a poche miglia di distanza.

[532]. Pirro, Sicilia Sacra, p. 618 e 622, dove è stampato: Ecclesias Calatageronis et quae sunt in territorio ejusdem cum pertinentiis suis.

[533]. L’Inveges, nella Carthago Sicula, non ne dà notizie degne di fede.

[534]. Si veggano i diplomi del 1094 e 1095, citati poc’anzi a p. 221.

[535]. Si vegga la nota a p. 220.

[536]. Falcando, presso Caruso, Bibl. Sicula, p. 423 seg. infino a 442.

[537]. Falcando, op. cit., p. 415, dice de’ Baresi frequenti in Palermo.

[538]. Considerazioni, libro II, cap. vij, p. 165. Il professor Diego Orlando nell’opera intitolata Il Feudalismo in Sicilia, Palermo, 1847, in-8, cap. XIV, nota 43, pag. 282, ha dimostrato questo errore del Gregorio con alcune delle autorità ch’io verrò citando.

[539]. Si veggano in questo stesso libro i cap. II, III, VI, p. 69, 74, 95, 100, 153, del presente volume, e soprattutto le narrazioni di Amato, citate nel nostro, cap. IV, pag. 119, 120, 121, 129, 132.

[540]. Una legge attribuita a Guglielmo, Libro III, titolo xxxiv (Historia Diplomatica Friderici II, tomo IV, p. 142), prescrive che gli schiavi (servos et ancillas) fuggitivi fossero resi ai padroni loro o consegnati al bajulo; e un’altra di Federigo, libro III, titolo xxxvj, p. 143, li chiama mancipia, spiegando più particolarmente il detto provvedimento. Per una legge delle Assisae, nello stesso volume, p. 227, è vietato tra le altre cose che alcun giudeo o pagano (cioè musulmano), comperi servum christianum, o lo tenga sotto qualsivoglia pretesto. Si veggano anche i Fragmenta juris siculi, pubblicati dal Merkel, Commentatio, Halis, 1856, pag. 18, 20, 34.

[541]. Diploma inedito della Chiesa di Catania.

[542]. Il testo greco di questo diploma, serbato oggi nello Archivio regio di Palermo, è stato pubblicato dal sig. Spata, Pergamene, p. 215 seg.

[543]. Presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 976 e 1008.

[544]. Diploma del 1114, presso Pirro, op. cit., p. 1004.

[545]. Regii Neapolitani Archivii Monumenta, volume V, nº 497 e 510, p. 249, 278, i quali si leggono anco nella vita di S. Brunone, Acta Sanctorum, tomo III di ottobre, come abbiamo accennato nel cap. VII del presente libro, p. 487, nota 2 di questo volume.

Gli editori laici di Napoli non mettono in forse l’autenticità di cotesti diplomi; gli ecclesiastici di Anversa la sostengono con gran calore; ed io non avendo sotto gli occhi quelle scritture, non posso, così senz’altro esame, dichiararle false. Pure ho gravi sospetti. Il fatto principale è un sogno miracoloso, raccontato con troppi particolari; e lo scioglimento del nodo, una larghissima donazione al monastero di San Brunone. Oltre a ciò il primo di cotesti diplomi dà il titolo del conte Ruggiero con formole insolite, e il secondo è dato di giugno, Xª indizione 1102, in Mileto “nella camera dove giaceva infermo il conte,” quando si sa ch’egli era morto il 22 giugno IX indizione 1101. Quella stessa qualità mista di servi e villani, della quale non si conosce altro esempio, accresce i dubbii.

In ogni modo, i diplomi se non falsi, sono di certo anomali, scritti da cappellani del conte fuor dagli usi cancellereschi e non fanno grande autorità in una quistione di Dritto pubblico.

[546]. Falcando, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 458.

[547]. Diploma arabico, inedito e senza data, della Chiesa di Cefalù. Facendovisi menzione dei dinâr di Abd-el-Mumen e dei roba’i ducali di Sicilia, par che torni alla metà del XII secolo.

[548]. Si vegga il cap. IV di questo libro, p. 107, del volume, intorno i prigioni di Bugamo.

[549]. Presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 771.

[550]. Morso, Palermo Antico, documento nº VI, p. 344, diploma della prima metà del XII secolo.

[551]. Constitutiones Regni ec., libro III, titolo ij, iij, p. 162, 163, e più esplicitamente nelle Assisae, stesso volume, p. 232, Rescriptum pro Clericis. Era vietato in generale ai vescovi di ordinare sacerdoti de’ villani, senza permesso dei Signore; ma si spiegava così, che il divieto fosse assoluto (tolto il caso di estremo bisogno) pei villani obbligati a servire, intuitu personæ, ut sunt adscriptitii et servi glebæ et alii hujusmodi, ma che i vincolati respectu tenimentorum vel aliquorum beneficiorum, poteano rinunziare a que’ beni e farsi chierici.

[552]. Diplomi presso Pirro, Sicilia Sacra: del 1091, p. 521, del 1093, p. 695, del 1094, p. 771, del 1134, p. 976, oltre quelli citati di sopra e moltissimi altri. In uno del 1083, a p. 1016, si legge villicos.

[553]. Diplomi, ne’ Regii Neapolitani Archivii Monumenta, tomo V: del 1087, p. 117; del 1092, p. 140; del 1126, p. 521 ec.

[554]. Diplomi greci dell’archivio di Palermo, pubblicati dal sig. Spata, Pergamene, ec.: del 1101, p. 192; del 1112, p. 234; del 1116, p. 242; del 1136, p. 265; diploma del 1143, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, p. 14; e un altro arabo-greco del Monistero di Morreale, inedito, dato il 1151. La stessa voce occorre in parecchi diplomi greci del Napoletano, pubblicati dal Trinchera, Syllabus, ec. del 1130, a p. 139; del 1154, a p. 199, del 1165, a p. 219, risguardanti alcuni monasteri di Calabria.

[555]. Diplomi arabi inediti del 1145 (Chiesa di Morreale); 1177? (Chiesa della Magione in Palermo); 1178 e 1183 (Chiesa di Morreale).

[556]. Diplomi greci, presso Spata, Pergamene, ec., del 1099, rinnovato il 1114, p. 237; del 1101, p. 192; del 1116, p. 242; del 1123, p. 409. Occorre anco lo stesso nome generico in un diploma greco del 1098, pubblicato dal Buscemi, nella Biblioteca Sacra, vol. I, Palermo, 1832, in 8º, p. 212, la cui traduzione latina si ha dal Pirro, Sicilia Sacra, p. 293; e nel diploma arabo-greco del 1151, citato nella pag. prec., nota 4. E similmente nei diplomi greci del Napoletano, per esempio uno del 1145, presso Trinchera, Syllabus, p. 182, ed un altro dello stesso XII secolo, op. cit., p. 557. Non occorre citare i diplomi latini.

[557]. Diploma greco-arabico inedito, del 1095, appartenente alla Chiesa di Catania, nel quale il ruolo dell’Ahl-Liagi (gente di Aci), è tradotto Πλάτια τῶν αγαρηνῶν τοῦ Γιάκιου (Ruolo degli agareni di Aci); ed un altro anche greco-arabico della medesima data, appartenente alla Chiesa di Palermo e contenente una donazione di uomini, buoi e terre, fattale dal conte Ruggiero, dove al vocabolo αγαρήνοι risponde anco l’arabico rigiâl, ed in una spedizione latina, presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 76, il vocabolo villani. Il nome agareni occorre in molti diplomi latini.

[558]. Si veggano le rubriche de’ diplomi del 1143 e 1149, presso Mortillaro, Tabulario della Cattedrale di Palermo, p. 23 e 30. Occorre tal voce sovente nei diplomi greci del Napoletano, pubblicati dal Trinchera, Syllabus: del 1136, p. 155 (relativo alla Sicilia); del 1145, p. 182, con la variante υελλάνοι; del 1188, p. 297 idem; ed un altro senza data, ma del XII secolo anch’esso, con lo errore υιλλάνη. Veggasi anche Ducange, Glossario greco, il quale alla voce Βελλάνος cita un diploma del conte Ruggiero.

[559]. Presso Trinchera, Syllabus, p. 557, nº XVI dell’appendice.

[560]. Diplomi arabici del 1150 e 1154, appartenenti alla cattedrale di Palermo, dei quali ho avuta copia dal professor Cusa, e il secondo fu pubblicato mediocremente dal Gregorio, De Supputandis, ec., p. 34 seg. e dal Caruso, nella Biblioteca Sacra, vol. II, Palermo, 1834, p. 46. Diploma arabico del 1169, appartenente alla stessa cattedrale di Palermo, del quale ho copia per cortesia del lodato prof. Cusa. In quest’ultima copia veggo la lezione Kh.. r.. sc in luogo di H.. r.. sc (lettere 7, 10, 13, in luogo delle 6, 10, 13, dell’alfabeto arabico). Non par verosimile che fosse stata adoperata una traduzione della voce rusticus (heresc significherebbe ruvidezza). Chi voglia vedere le conghietture del Gregorio e del Tychsen su questa e su la voce mils o mels del medesimo diploma, legga la nota a alla pag. 36 del De supputandis.

[561]. Diploma latino del duca Ruggiero figlio di Roberto, dato di agosto 1086, presso Pirro, Sicilia Sacra, p. 74, 75; Diploma del vescovo di Catania, dato di settembre 1114, il quale rilasciava al monastero di Santa Maria in Josaphat di Paternò la decima sopra i rustici Saraceni, donati a quello dal conte Arrigo.

[562]. Ducange, Gloss. lat.: Rustici, Coloni, Glebæ adscriptitii ec., Rustis.

[563]. Secondo la Costituzione, libro III, titolo 60, era vietato di far giudice o notaio qui vilis conditionis sit, villanus aut angarius forsitan, filii clericorum spurii, aut modo quolibet naturales.

[564]. Considerazioni, libro II, cap. vij, p. 168. Più evidentemente dimostrasi il significato generico della voce rustico nelle Assise del regno di Sicilia, pubblicate dal Merkel, Halis, 1856; dove a pag. 17, titolo III, si raccomanda a tutti i signori di usare umanamente co’ loro soggetti: cives, burgenses, rusticos, sive cujuscumque professionis homines; e non si fa motto di villani, angarii ec. Contro il suo solito, il Gregorio non cita alcun diploma in questa delicata investigazione; contentandosi di porre in nota parecchi luoghi delle Costituzioni, dove occorrono i vocaboli rustico e villano, nei quali luoghi ei credette ritrovare «le classi tutte in cui fu distribuita la nazione siciliana e quale differenza tra esse passasse». (Considerazioni, vol. II, p. 70. Nota 8 del cap. vij.)

Ma le Costituzioni, in primo luogo, promulgate in Melfi il 1231, non furono dettate esclusivamente per la Sicilia. Sendo comuni a tutte le province che ubbidivano a Federigo nell’Italia meridionale, ricordano varie denominazioni di classi inferiori che usavansi qua e là in luoghi usciti, qualche secolo o due secoli innanzi, da dominazioni molto diverse.

In secondo luogo, le Costituzioni non sono mica un codice sistematico e compiuto, nel quale tutti i diritti si trovino esposti in bell’ordine; ma bensì una raccolta di alcune leggi; confusa raccolta di leggi, di principi diversi, e tempi diversi dello stesso principe. Non vi sì può dunque supporre a priori, nè in fatto vi si nota, una tale precisione di linguaggio che le stesse cose sieno sempre designate con gli stessi vocaboli.

Or questo appunto presuppose il Gregorio, quand’ei conchiuse che in Sicilia i rustici fossero diversi dai villani; perchè gli uni erano nominati nelle leggi, libro I, titoli x, xxxiij; II, titolo iij; III, titolo xiiij e gli altri nelle leggi lib. II, xxxij; III, titoli ij, vj. Nè egli considerò che il titolo xxxij del libro II rassegnava per vero ogni classe di persone; onde se vi mancano i rustici, son da tenere designati dalle altre classi che vi si leggono, cioè angarii e villani; o, per dir meglio, che rustici significasse genericamente i villani, gli ascrittizii e i servi della gleba, più particolarmente nominati nei titoli ij e iij dello stesso lib. II. In vero non poteano essere trascurati i villani nella legge contro l’asportazione delle armi, lib. I, titolo x; nè i rustici trascurati nel novero delle classi ammesse alle testimonianze contro baroni, ovvero escluse, lib. II, titolo xxxij; oppure dimenticati nella legge che ammettea i villani alla successione ne’ beni tenuti in demanio, lib. II, titolo x.

Nè regge l’altro ragionamento dell’illustre pubblicista siciliano, che i rustici fossero diversi da’ villani, perchè le costituzioni stabilivano una composizione, come diceasi nelle leggi barbariche, per gli uni e non per gli altri: onde gli tornava che i villani non avessero persona, giuridicamente parlando. Perocchè composizione era il prezzo del sangue, maggiore secondo il grado, e favoriva quindi gli uomini in ragion diretta della altezza del grado loro; ma di ciò non tratta alcuna delle Costituzioni di Federigo. Queste al contrario ammettono la gradazione delle persone per aggravare la pena secondo l’altezza: onde il borghese dovea pagare più che il rustico, il milite più che il borghese, il barone che il milite, e il conte che il barone. La ragione stessa è seguita nel fissare la taglia per la cattura dei fuorusciti; dove sono nominati i rustici e non i villani: nè può presumersi che il legislatore abbia voluto assicurare l’impunità a’ banditi servi della gleba, sopprimendo la taglia per loro.

Io non so poi dove il Gregorio abbia letto che le testimonianze de’ villani fossero ammesse contro rustici e borghesi. La costituzione ch’egli cita non ne fa menzione, nè allude a questo; nè alcun’aura io ne trovo che prevegga il caso; ond’è probabile sia corso qualche errore di stampa, sia nel testo del Gregorio, sia nella nota.

Finalmente è da considerare che il Gregorio stesso, ponendo i rustici in condizione diversa dai villani, non era ben certo in che differissero dai borghesi; e, per dir pure qualcosa, proponeva il supposto che il medesimo ordine sociale si chiamasse dei borghesi nelle città e de’ rustici nelle campagne. Distinzione al tutto arbitraria; la quale in ogni modo non proverebbe la esistenza d’una classe di mezzo tra i borghesi e i villani.

Il professor Diego Orlando, fin dal 1847, dimostrava l’errore del Gregorio col mero confronto delle Costituzioni, nell’opera intitolata Il Feudalismo in Sicilia, Palermo, in-8, cap. XIV, nota 32, pag. 275.

Non tacerò che in due diplomi dello Archivio di Napoli, la voce rustico sembra perfetto sinonimo di borghese. Si leggono entrambi nel quinto volume dei Regii Neapolitani Archivii monumenta, (Napoli, 1857) sotto i numeri 477 e 494, pag. 203 e 245. Nel primo de’ quali, dato del 1091, si vieta di molestare il monastero di San Brunone presso Stilo, a chiunque, stratigoto o vicecomite, rusticus aut miles, servus aut liber: e nell’altro dato il 1098, accennando a certi richiami dei Veterani Squillacenses relativamente ai limiti del territorio conceduto a San Brunone, si conchiude che vedendo, rusticorum causam contra fratres nil juris obtinere, è data la decisione a favor del monastero. Ma questo solo esempio non varrebbe contro il ritratto delle Costituzioni. Quand’anco non cadessero su i primi documenti del monastero di San Brunone que’ gravi dubbi che abbiamo notati di sopra, si potrebbe supporre idiotismo locale quel significato della voce rustici, ovvero neologismo del cappellano del conte Ruggiero, uomo probabilmente straniero, che scrisse i diplomi, se autentici; o del monaco, anch’egli straniero, che li fabbricò dopo, se falsi.

[565]. Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. vij, pag. 167. Si veggano in Ducange, Glossar. lat., le voci Angaralis, Angarea, Angariae, Angariales, Angariarius, Angarii.

[566]. Gli Angarii citati nelle Costituzioni, lib. II, titolo xxxij; III, x, ix; sono ragguagliati a’ villani. Ne’ diplomi napoletani si dice di angaria dovuta da villani (Trinchera, Syllabus, pag. 300, 334, 558, 559, dipl. 1188, 1198.) E nei siciliani si veggon chiese e monasteri liberati da prestazioni ed angarie (Spata, Pergamene greche, dipl. 1117, pag. 247; dipl. 1171, pag. 273, 275); ma non comparisce in Sicilia alcuna classe denominata angarii.

[567]. Si vegga il lib. IV, cap. xj, pag. 398, 399 del secondo volume.

[568]. Dei tre primi diplomi ho le copie mandatemi dal prof. Cusa; ed uno fu pubblicato, in parte e male, dal Gregorio, De supputandis, ec., pag. 34. Il quarto è stato stampato da M. Des Vergers, con traduzione francese e comento, nel Journal Asiatique, ottobre 1845, pag. 313 segg.; ed io ne detti una versione nell’Archivio Storico Italiano, tomo IV, appendice, pag. 49 segg. L’eruditissimo editore sbagliò supponendo ascrittizii gli uomini di cui si tratta; e sbagliai anch’io seguendolo in questa interpretazione e nella lezione Mils in luogo di Maks.

[569]. Oltre la spiegazione che troviamo nel Kamûs, tradotta in parte nel Dizionario di Freytag, il significato della voce Maks si scorge nei seguenti testi arabi: The Travels of Ibn-Jubair, ediz. Wright, pag. 52, 53, 66; Ibn-el-Athiri, Chronicon, ediz. Tornberg, tomo XII, anno 604, pag. 183; Annales Regum Mauritaniæ, ediz. Tornberg, pag. 88; Makrizi, Mewâ’is, ediz. di Bulâk, tomo II, pag. 121; Abu-l-Mehâsin, Annales, ediz. Juynboll, tomo II, pag. 286. Si vegga anche Sacy, Memoires sur le droit de proprieté en Egypte, nelle Mémoires de l’Académie des Inscriptions, tomo V, pag. 64; lo stesso, Chrèstomathie Arabe, 2ª ediz., tomo I, pag. 172; tomo II, pag. 60, 84, 168; e Quatremère, Sultans Mamlouks, di Makrizi, tomo II, parte ij, pag. 97. In cotesti passi Maks talvolta significa contribuzioni indirette.

[570]. Si veggano quelle diverse voci nel Ducange, Gloss. latino. Molti esempii forniscono di questa classe di uomini, i diplomi latini e greci del Napoletano; quelli, per esempio, degli anni 932, 975, 1054, 1080, 1082, 1096, nei Regii Neapolitani Archivii Monumenta, tomo I, pag. 63, 239; tomo V, pag. 8, 97, 114, 165; e presso Trinchera, Syllabus, diplomi del 1097, 1145, 11... pag. 81, 182 segg. 559, et passim. Gli stessi provvedimenti delle Costituzioni che richiamavano i fuggitivi dalle terre del demanio, e il citato diploma di Morreale del 1183, confermano la frequentissima fuga dei villani che andavano a stanziare, da commendati, in altri luoghi.

[571]. Sono sì frequenti coteste concessioni de’ villani co’ beni loro, che non occorrerebbe quasi di citarne i testi. Per accennarne alcuno, noterò i diplomi greci del 1098, da Buscemi, nella Biblioteca Sacra, vol. I, Palermo, 1832, pag. 212; del 1101, 1112 e 1146, presso Spata, Pergamene, ec. pag. 192, 234, 242; del 1143, nel Tabulario della cappella Palatina di Palermo, pag. 14; del 1136, presso Trinchera, Syllabus, pag. 155; la traduzione latina d’un diploma greco del 1096, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 382, per lo quale il conte Ruggiero donava, con molti altri beni, al novello vescovo di Messina: in Oliverio villanos centum et terras et tenimenta quæ ibi habitantes prius tenebant.

[572]. Diploma arabico-greco, inedito, del 20 febbraio 1095, appartenente alla chiesa di Catania, il quale contiene la platea dei villani di Aci. Si vegga anche in Trinchera, Syllabus, pag. 182, segg. il diploma, che contiene la dotazione del vescovado di Squillaci. Il conte Ruggiero concedea al vescovo tra le altre cose, di ricettare ne’ suoi poderi de’ villani estranei “purchè non fossero ne’ privilegi di lui, nè de’ suoi baroni.”

[573]. Diploma del 1095, due del 1144 e due del 1145; tutti arabo-greci appartenenti alle chiese di Catania e di Morreale e all’Archivio regio di Palermo, citati di sopra.

[574]. Si vegga la pagina 244, e si confronti il tit. III, lib. vij, delle Costituzioni ec.

[575]. Il Gregorio pubblicò, Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 4, l’atto di riconoscimento di un villano di Collesano in data del 1279, scritto in latino. Uno simile ed assai più importante, scritto in arabico e com’io credo nel 1177 (v’ha l’’alama di Guglielmo il Buono e il riscontro del mese di Rebi 1º con agosto, perciò un de’ tre anni 1177-8-9) si conserva nel reale Archivio di Palermo. I figli di Musa Santagat, da Menzil Jusuf (Mezzojuso) confessano sè essere uomini di Gerâid dell’abate Tabat, e promettono di star sempre nella obbedienza della chiesa; e l’Abate loro perdona, pone sopr’essi la gezia di trenta rob’ai all’anno e il canone di 20 Modd di grano e 10 di orzo. Essi infine pregano l’Abate di permettere che soggiornino dovunque loro aggradi.

[576]. Abbiamo dimostrato poco fa, pag. 239, che si debba anco intendere de’ villani ciò che il Gregorio dice de’ rustici.

[577]. Costituzioni, lib. III, tit. X. Cf Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. vij, pag. 167.

[578]. Considerazioni, lib. II, cap. vj, pag. 140, 141, 142, e cap. vij, pag. 166-167.

[579]. Un diploma del conte Ruggiero, dato, com’e’ pare, del 12 febbraio 1095, e scritto in greco, se non che i nomi degli uomini (rigiâi) sono in arabico, concedeva alla chiesa di Palermo settantacinque agareni, undici buoi, e dei poderi ne’ territori di Giato, Corleone e Limona; dovendo gli Agareni pagare alla chiesa, per doma, in inverno 750 tarì e altrettanti in agosto, con 150, mudd di frumento e 150 d’orzo. Ogni villano così dava in ogni anno 20 tarì, due salme di frumento e due d’orzo e nulla più. Si avverta che la spedizione latina del medesimo diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 76, non contiene i particolari delle prestazioni. Una pessima traduzione latina del testo greco, si legge presso il Mongitore, Bullae, ec. Panormitanæ Ecclesiæ, pag. 13, opera del gesuita Giustiniani da Scio, il quale, tra le altre cose, tradusse laudemium la frase λογοῦ δόματος. Pieno anco di errori il testo pubblicato dal Mortillaro, nel Tabulario della cattedrale di Palermo, pag. 8 segg.

Non cito qui il diploma del 1093, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 695, per il quale furono conceduti al vescovo di Girgenti 400 villani col casale, Cathal. in quo frumenta, etc., poichè il testo iui par sì corrotto da non potervi far assegnamento; nè ha chiarita quella dubbia lezione il Gaglio, negli Opuscoli di Autori siciliani, tom. IX.

La voce δόμα occorre anco in un diploma greco di Sicilia del 1192, presso Spata, Pergamene, pag. 306, e in tre diplomi greci della estrema Calabria del 1188, 1198 e 11.., presso Trinchera, Syllabus, pag. 300, 334 e 557, col significato di tributo principale, diverso dalle angarie e dagli altri pesi che sopportavano i villani: tributo personale, senza dubbio, poichè talvolta si pagava ad altro signore che quello del luogo ove attualmente soggiornasse il villano. Il sig. Spata ha tradotto vagamente esazione, e il sig. Trinchera, con troppa precisione, jus hospitii. Ma quella voce nel greco dei bassi tempi valea dono; come si scorge da’ luoghi del Nuovo Testamento, delle Basiliche e di altri scritti del medio evo, citati nel Thesaurus, edizione Hase, Parigi, 1833, tomo I, col. 1642. Non sarebbe stato vezzo nuovo di chiamar così un’odiosa imposizione.

[580]. The Travels of Ibn-Jubair, testo edito dal Wright, pag. 328, 336, 344. Il testo di questo squarcio si vegga anco nel Journal Asiatique, dicembre 1845, p. 509, 520, 531; la versione francese ivi a p. 538 e in gennaio 1846 pag. 81, 202, e la versione italiana nell’Archivio Storico Italiano, vol IV, Appendice nº 16, pag. 34, 40, 46.

[581]. Si vegga il lib. II, cap. 12, pag. 475 del 1º volume.

[582]. Qui innanzi a pag. 246, nota 3, e il diploma del 1095 a pag. 247, nota 3.

[583]. In questo atto del 1177 i tre villani venuti a riconoscere l’autorità del signore, sono tassati di trenta roba’i in ciascun anno solare, per gezie, 20 modd di frumento e 10 d’orzo.

La moneta d’oro detta in arabico roba’i e in greco e latino tarì, pesava poco più di un grammo, donde tornava in valor di metallo a tre franchi e mezzo in circa. Si vegga il lib. III, cap. xiij, pag. 457 a 460 del secondo volume.

[584]. Veggansi tutti i diplomi latini e greci, nel Pirro Sicilia Sacra; Spata, Pergamene, ec. e gli inediti che è occorso di citare nel presente capitolo.

[585]. Nel diploma greco del 1188, presso Trinchera, Syllabus, p. 300, i pesi de’ villani sono specificati: δόματα καὶ ᾶγγαρὶας καὶ καννίσκια, doni (ossia il tributo) angarie e regalucci; e lo stesso notasi con poco divario nei diplomi del 1198 e 11..., pag. 334, 557.

[586]. Si vegga qui innanzi pag. 213.

[587]. Diploma del 1150, di Lucia di Cammarata, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 801.

[588]. Diploma del 1188, presso Trinchera, Syllabus, pag. 297.

[589]. Diploma del 1262, presso Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. vj, nota 19.

[590]. Considerazioni, lib. II, cap. vj, pag. 135 segg.; cap. vij, pag. 169.

[591]. Si vegga su la significazione del vocabolo rustici la pag. 239 del presente capitolo.

Borghesi eran detti i cittadini di Palermo, (Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 10) di Morreale, (Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iv, nota 19) del casale di Sinagra, (Gregorio, op. cit., lib. II, cap. vj, note 18, 19) di Siracusa, (Diploma del 1172, presso Spata, Pergamene, pag. 442) del territorio di Santa Maria in Cammarata, (Diploma del 1150 presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 801) e di Oppido in Calabria (Diploma del 1188 presso Trinchera, Syllabus, pag. 297).

[592]. Presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 475.

[593]. Re Ruggiero vietava a’ bajuli di molestare gli abitatori Lombardi di Santa Lucia che avessero pagato il diritto di marineria, di esigere da loro angarie, ajutorii e fin anco l’erbatico per le loro greggi; e prescrivea fossero liberi come i Lombardi di Randazzo: presso Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. iv, nota 25. Nello stesso capitolo quarto sono particolareggiati gli antichi diritti del fisco, e non si trova alcuna tassa diretta su i borghesi se non la gezia ai Giudei. Nel cap. v, nota 4, è pubblicata una sentenza di magistrati del 1113 sugli abusi che commetteva il vescovo feudatario contro gli abitatori di Patti.

[594]. Considerazioni, lib. II, cap. vj, vij, e in particolare la nota 19 del cap. vj, ch’è squarcio d’un diploma del 1262.

[595]. Considerazioni, lib. I, cap. ij, iij, iv e v.

[596]. Cap. VIII di questo libro, pag. 207 del volume.

[597]. Considerazioni, lib. I, cap. iv, pag. 77. Quivi nella nota 22 il Gregorio allega una sua propria nota al Novairi, nella quale spiega che cosa fosse la gezia presso i Musulmani, e cita poi alcuni diplomi di Sicilia su la gezia che pagavano i Giudei, ed un luogo del registro di Federigo II imperatore, relativo a due musulmani di Lucera. E nulla più!

[598]. Si veggano nelle Considerazioni, lib. I, cap. iv, note 18, 19, 20, 21, le citazioni su i diritti antichi, nelle quali occorre la sisia de’ Giudei e non mai dei Musulmani.

[599]. Si riscontrino le Considerazioni, lib. I, cap. ij, pag. 44, e la nota 45 che non prova nulla. La voce gezia occorre una sola volta ne’ diplomi che io conosca relativi alla condizione delle persone, latini, greci e arabi: appunto nel diploma arabico ch’io credo del 1177, citato dianzi pag. 216 nota 3, per lo quale tre musulmani si riconosceano villani di un abate e questi loro imponea canone e gezia. I greci portano l’appellazione di σόμα, appunto come pei villani cristiani di Terraferma (pag. 250, nota 1). È degno di molta attenzione un diploma latino del Conte dato il 1091, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 521, per lo quale Ruggiero rammenta aver già donato al Monastero di Sant’Agata di Catania varii poderi e animali e quattro villani co’ loro figliuoli nella città di Messina, due de’ quali cristiani e due saraceni. Se pur non occorressero tanti nomi cristiani nelle platee di villani che ci rimangono, basterebbe questo sol diploma a mostrare che i Normanni non liberarono mica i loro correligionari dalla servitù della gleba.

[600]. Ibn-el-Athîr, Annali, testo nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 278. È replicato questo luogo dal Nowairi, op. cit., pag. 448 e presso Gregorio, Rerum Arabicarum, pag. 26.

[601]. Geografia, squarcio su la Sicilia, nella Biblioteca Arabo-Sicula, testo, pag. 26.

[602]. Si vegga qui sopra a pag. 248.

[603]. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. I, nota 11 e i seguenti diplomi, dei quali gli arabici inediti son citati secondo le copie che me ne ha mandate il professor Cusa.

XII secolo. Omar-ibn-Hosein-et-Tamimi vende un pezzo di terra al monastero di Bardhali (?). Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.

1132. Permuta di acque tra Abd-er-Rahman-el-Lewati ed Hosein-ibn-Ali-el — Kindi, squarcio arabico, presso Gregorio, De supputandis, p. 44.

1137. Ibn-Baruki vende una casa all’Arcivescovo di Messina. Diploma arabico della Cappella Palatina di Palermo, inedito.

1157. Il Gaito Abd-el-Malek vende degli stabili al vescovo di Girgenti. Diploma latino, Pirro, Sicilia Sacra, pag. 698.

1161. Abu-Bekr e Ahmed, conciatori di pelli, e altri vendono una casa in Palermo al prete Raoul. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.

1164. Sittelkiul, figlia del Kaid-Se’ûd e un figliuolo di lei, vendono alla figliuola d’un Giovanni Romeo una casa nel sobborgo di Palermo. Diploma greco, presso Trinchera, Syllabus, ec., pag. 218.

1176. Othman-ibn-Jusuf-el-Howari vende al prete Pietro ec. una casa in Palermo. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.

1180. Abu-l-Abbas-Ahmed-et-Tamimi e l’Haggi-Abu-l-Fadhl vendono un podere nel territorio di Palermo all’Arcivescovo Gualtiero Offamilio. Diploma arabico della Cattedrale di Palermo, inedito.

1183. Mes’ud-Koresci e un suo figlio vendono una casa in Palermo alla dama Margherita. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.

1190. Zeinab-bent-Abd-Allah-Ansari vende a Niccolò Askar una casa in Palermo. Diploma arabico della Cattedrale di Palermo. Gregorio, De supputandis, pag. 40.

1192. Hosein e Meimun suo figlio vendono al monastero del Cancelliere una loro casa in Palermo. Diploma greco, presso Trinchera, Syllabus, ec., pag. 315.

1193. Ibrahim-ibn-Mohammed-Koresci vende al cristiano Giulio una casa in Castrogiovanni. Diploma arabico dell’Archivio di Palermo, inedito.

1196. Costanza figliuola di Abu-l-Fadhl vende de’ beni urbani. Diploma greco, presso Morso, Palermo Antico, pag. 368.

[604]. Oltre i diplomi, lo provano le Consuetudini di Palermo, citate dal Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. I, nota 11.

[605]. Le notizie che do sul prete Scholaro son cavate dalle traduzioni latine di tre diplomi greci del 1099, 1114, e 1128 (o 1130) pubblicate dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1003 segg., e da’ comenti del Pirro; il quale argomenta il nome di famiglia da quello che porta in due altri diplomi del 1162 e 1184, Ula figlia del figliuolo primogenito del fondatore (op. cit., pag. 1009). Mi par che Scholaro non si debba tenere col Pirro nome proprio, ma soprannome tolto dalle σχόλαι, ossia guardie del corpo degli imperatori bizantini, nelle quali avesse incominciata la sua avventurosa vita il futuro abate Saba. Le traduzioni, come opera del celebre Costantino Lascari, meritano fiducia in questi diplomi, perchè non vi occorrono quelle parole tecniche di gius pubblico Siciliano che il dotto ellenico mal conoscea. Qualche difficoltà che occorre, come il titolo di re dato a Ruggiero II, il 1114 e il 1128 (pag. 1005), potrebbe nascere da errori sulla copia della versione, della quale il Pirro ebbe alle mani parecchi esemplari diversi l’un dall’altro.

Il diploma del primo conte Ruggiero attesta così i meriti del Prete Scholaro: Igitur, quoniam et tu prædictus Scholarius perfectam erga nos habuisti et optimam intentionem, promptitudinem et conscientiam; fidelissimus existens in omnibus rebus nostris, et summa exercens ministeria, et servitia nobis, restituere tibi voluimus parva munera pro tuis maximis et honestissimis ministeriis ac servitiis: pro quibus donamus, ec.

[606]. Si vegga il lib. III, cap. ix, e lib. IV, cap. viij, pag. 187, nota 3, e pag. 353 nota 1, del 2º volume. I luoghi d’Ibn-el-Athîr e del Nowairi quivi citati si trovano nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 284 e 437.

[607]. Si vegga il lib. IV, cap. iv, pag,. 282 segg. del 2º volume. Giawher è detto il kâid da Makrizi, Mewâ’iz, ediz. di Bulâk, tomo II, pag. 273, e nella Biblioteca Arabo-Sicula, pag. 669.

[608]. Erano la più parte Spagnuoli e vi occorre anco de’ Genovesi e de’ Veneziani. Presentibus archaido Lodovico Alvares, archaido Andreuccio Cibo, conestabilibus stipendiariorum christianorum ec., leggesi nella traduzione contemporanea del trattato di commercio stipulato tra Pisa e Tunis il 1353, ch’io ho pubblicata nei Diplomi Arabi dell’Archivio fiorentino, pag. 308. Si vegga anco la Prefazione mia a quella raccolta, pag. xxij e xliv e nota 7 della pag. 175. Occorre il nome dell’Alcayt-Ferrau-Iove in un diploma del 1315, presso Capmany, Memorias historicas.... de Barcelona, Docum. XXXI, pag. 62.

[609]. Diploma catalano del 1313, presso Capmany, Memorias historicas, ec. tomo IV, Docum. XXVI, art. 6, e Dipl. del 1323, Docum. XLII, art. 5, e 16.

[610]. Lib. IV, cap. xij, pag. 420, 421 del 2º volume.

[611]. Lib. V, cap. ij, iij, iv, pag. 68, 70, 75, 99, 130 del presente volume. Notisi che Amato, nel luogo citato da me alla pag. 75, con molta precisione chiama amirail il capo del governo musulmano in Palermo, mentre egli ha dato a’ condottieri e castellani il titolo di cayt.

[612]. Platee greco-arabiche de’ vassalli del vescovo in Catania e in Aci, delle quali la seconda data del 1095 e la prima, rinnovata molti anni appresso, va riferita senza dubbio allo stesso tempo.

[613]. Diploma latino del 9 dicembre 1092 presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 522, 523.

[614]. Diploma greco del 1123, presso Spata, Pergamene, ec., pag. 410.

[615]. Diploma greco-latino del 1132, presso Spata, op. cit., pag. 426.

[616]. Diploma arabo-greco del 1172, nel Tabulario, ec. della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30 e seg. Quivi tra i testimonii della delimitazione di un podere, sono nominati Giovanni figlio dello ammiraglio Giorgio, Niccolò Logoteta, Abu Tâib e Mukhlûf, detti nel testo greco οι καΐτοι τῶν τοξότων e nella parafrasi arabica kaix degli Arcieri ed un γέρον καΐτος Chapzis (leggesi Hamza), il quale nell’arabico è detto sceikh e kâid senz’altro. Nel testo greco inoltre è data la qualità di kaid a un Niccolò che nell’arabico è detto Farrâse (gli editori lesser male Carasc) che significa propriamente cameriere, colui che bada a’ tappeti, ai letti, ec.

Così questo diploma cita dei kâid delle tre classi poste da noi, cioè i primi quattro condottieri, il quinto nobile, e il sesto cameriere di corte.

Ritornando alla prima classe, si rammenti che Ibn-Giobair fa menzione di una schiera di schiavi negri musulmani, i quali servivano Guglielmo II sotto un kâid della stessa lor gente: nel Journal Asiatique, dicembre 1815, pag, 509, e traduzione francese pag. 540; e nell’Archivio Storico Italiano Appendice al vol. IV, pag. 33.

[617]. Kâid Barûn, direttore, diremmo noi, del Demanio; diploma dell’aprile 1150, mal pubblicato dal Caruso nella Biblioteca Sacra, ec. Palermo, 1834, pag. 28, del quale ho miglior copia per cortesia del professore Cusa. Pare sia lo stesso paggio (fatâ) Barun, il cui nome si legge in un frammento d’iscrizione monumentale nella casa del Municipio di Termini. Imâd-Eddin, nella Kharida (Biblioteca Arabo-Sicula, testo, pag. 581,) novera tra i poeti siciliani un Giâfar-ibn-Barûn.

Gaitus Ricon (?) domini regis Magister Camerarius et familiaris, e Gaytus Maranus, domini regis magister et familiaris, soscritti in un diploma del 1167, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 25.

Καΐτος Βονλκατάχ, uno degli Arconti della corte, diploma greco del 1168, presso Spata, op. cit., pag. 440.

Caitus Riccardus, capo dei Segreti, diploma di origine greca, dato il 1169, traduzione latina, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1017, e il medesimo in un diploma greco del 1183, presso Spata, op. cit., pag. 291.

Gaitus Martinus, già morto, camerario del re. Diploma latino del 1172, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 454.

Gaytus Johannes, camerario del re. Diploma latino-arabico del 1187, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 37, 38. Quivi è citato nel lesto latino il Gaytus Riccardus di cui si è detto poc’anzi, e lo si vede soscritto in arabico tra i testimonii col titolo di Kâid. Al contrario il Gaytus Giovanni è pria nominato e poi sottoscritto nel testo arabico Fatâ, cioè paggio della corte e Fatâ anco un Ammâr testimonio. Il Morso, il quale trascrisse e tradusse cotesto diploma, lesse erroneamente in luogo di Fatâ la voce Kata che non significa nulla, e identificò questa con Gaytus, cioè Kâid.

[618]. Presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 463.

[619]. Testo nel Journal Asiatique, dicembre 1845, pag. 552, e nella edizione di Wright, pag. 315; traduzione francese nel detto Journal, gennaio 1846, pag. 203; e traduzione italiana nell’Archivio Storico italiano, vol. IV, Appendice nº 16, pag. 46.

Lo stesso autore, edizione del Wright, pag. 146, denota con la voce Za’im il capo d’una tribù araba ch’ei vide cavalcare allato a Self-el-islam, fratello di Saladino, quando quegli entrava solennemente alla Mecca. Il Kamûs le dà lo stesso significato di capo d’una gente e signore; colui che ha dritto di parlare a nome della gente o se ne fa mallevadore. Mawerdi, scrittore di Baghdad al X secolo, chiama Zâim il capo supremo d’un esercito, testo, edizione Enger, pag. 67; e Makrizi, narrando la morte del Sultano mamluko Khalil che seguì allo scorcio del XIII secolo, gli mette in bocca le parole ch’ei non si tenesse principe, ma solo Za’im dell’esercito: Histoire des Sultans Mamlouks, traduzione di Quatrémère, tomo II, parte I, pag. 153. Si vegga anche il Lobb-el-Lobâb, pag. 108, 109 del Supplemento. Da ciò si ritrae come, non ostante i significati particolari presi in varie circostanze, questo vocabolo torni sempre a capo elettivo o ereditario, e di fatto si avvicini di molto al barone del medio evo cristiano.

[620]. Gaytus Micheret de Jatino, testimonio in un diploma latino del 1133 presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 774.

Gaitus Abdi Malach, venditor di un podere al Vescovo di Girgenti tra il 1157 e il 1171, presso Pirro; op. cit., pag. 698.

Gaitus Maimon e καϊτ ἀυδερραχμεν, de’ Saraceni di Siracusa; Gaitus Hamar, e Gaitus Brahim di que’ del vicino casale di Aguglia, testimonii in un diploma greco latino del 1172, presso Spata, Pergamene, ec., pag. 414.

Gaytus Ramun di Michiken.... Gaytus Humur dello stesso luogo, Gaytus Aly-el-Bonifati di Gurfa.... Gaytus Abdelguaiti, id... Gaytus Aly Petruliti di Yhale.... Gaytus Husein di Cassaro (in val di Mazara) testiinonii con altri molti, in un atto greco-arabico del 1175, del quale una traduzione latina del XIII secolo si legge presso Gregorio, De supputandis, etc., pag. 52 segg., e presso Spata, Pergamene, pag. 453. Alcun di costoro è intitolato anche Sceikh, come il Kâid Hamza, di cui nel diploma del 1172 citato qui innanzi, pag. 262 nota 3.

[621]. Riccardo da San Germano, Chronicon, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 547, anno 1190.

[622]. Si veggano i nomi di quattro kaid di Arcieri nel Diploma del 1172, citato di sopra e l’attestato d’Ibn-Giobair.

[623]. Si veggano i molti Gayti citati dal Falcando presso Caruso, Bibl. Sicula, passim, e gli altri nomi cavati da’ diplomi che abbiam tutti citati a pag. 263. Leggiamo un Arabicus miles, soscritto da testimone in un diploma latino dei 1151 presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 933. Probabilmente precedea l’iniziale del nome che non si potè leggere o fu saltata nella stampa. Il testimonio parmi un kâid che traduceva il suo titolo di nobiltà nel linguaggio latino del tempo.

[624]. Diplomi dell’imperatore Federigo, dati il 16 dicembre 1239, 12 marzo e 15 aprile 1240, nella Historia diplomatica Friderici II, tomo V, pag. 596, 820, 902. Diploma del 1274, nel Tabularium ec. della Cappella Palatina di Palermo, pag. 82, segg.

Da questi si scorge che il gaito di Palermo fosse l’amministratore diretto dei beni demaniali nella città e territorio di Palermo, sotto l’autorità del Segreto della Provincia. Il diploma del 1274 mostra che quell’uficio non durò oltre il regno di Manfredi e ch’era annuale e forse dato in appalto.

[625]. Innocentii III Epistolæ, Libro IX, ep. 158, edizione di Parigi 1791, in-fol. nei Diplomata Chartæ, etc. di Brequigny, Part. II, tomo I. Archadio et universis Gaietanis, etc. Si corregga Jati il nome topografico Jaci.

[626]. Considerazioni, lib. I, cap. I, pag. 6, nota 40. Lo squarcio di Leone Affricano che indusse in errore il Gregorio, è dato da lui medesimo in nota, nel Rerum Arabicarum, pag. 238. Si vegga ciò che noi abbiam detto di quell’erudito musulmano nel lib. I, cap. X, pag. 236 del 1º volume.

[627]. Diploma latino del 1091; presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 521.... et ego cum exercitibus militum meorum fortiter laboravi.... patiundo diversa pericula in terra et in mari et immensam famem et nimiam sitim ad invicem: numerus autem illorum meorum militum qui in acquisitione terre Sicilie mortui sunt, soli Deo et Sanctis ejus cognitus est; mihi vero, cum omnibus aliis hominibus incognitus.

[628]. Si vegga un Diploma del 1114, presso Pirro, Sic. Sacra, pag. 1177.

[629]. Il diploma si legge nel Pirro, Sicilia Sacra, pag. 520. Diremo nel capitolo seguente la ragione per la quale le terre di minor conto mancano nelle prime circoscrizioni delle Diocesi. Non facciamo il medesimo confronto per Randazzo, nè per le altre colonie lombarde della diocesi di Messina, perchè ci è sospetto d’interpolazione il primo documento, dato il 1082, che il Pirro pubblicò, op. cit., pag. 495, sopra una copia del XVI secolo.

[630]. Cap. VIII, pag. 231 di questo volume.

[631]. Si vegga il cap. IV di questo libro, pag. 107 del presente vol.

[632]. Diploma greco, presso Spata, Pergamene, pag. 409 segg.

Ha sbagliato il signore Spata supponendo mariti entrambi della Moriella, normanna, come si argomenta dal nome, e signora del villaggio di Pitirrana, i due musulmani vassalli di lei, che avean già posseduto il molino. La voce ἄνθρωπος nel medio evo ebbe anche questo significato, e qui l’è evidente.

[633]. Malaterra, libro II, cap. xlv; Leone d’Ostia, libro III, cap. xvj, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 201, 280. I luoghi di Eadmero e di Romualdo Salernitano sono trascritti dal Gregorio, Considerazioni, libro I, cap. vij, note 16, 17. Non può allegarsi l’Amato nè pro nè contro, poichè il traduttore francese, accennando (libro VI, cap. xxj, pag. 182), al fatto stesso narrato dal Malaterra, dice che Roberto: donna... toute la Sycille, senza definire altrimenti la natura della concessione.

[634]. Diplomi del 1082, 1091 e 1099, il primo dei quali ne’ Regii Neapolitani Archivii Monumenta, tomo V, pag. 97, e gli altri due presso Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, etc., pag. 68, 85; diploma del 1094, citato dal Gregorio, Considerazioni, libro I, cap. vij, nota 19; diplomi di Roberto e del suo successore, dati il 1079, 1083, 1084, 1092, e suggelli di piombo, presso Buchon, Nouvelles Recherches sur la principauté française de Morée, volume II, parte I. Paris, 1843, pag. 360, 361.

[635]. Diplomi del 1081 e 1094, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1016 e 771.

[636]. Si vegga il Gregorio, Considerazioni, libro I, cap. vij, pag. 151.

[637]. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 770, 842. Diplomi del 1091 e del 1093.

[638]. Gregorio, loc. cit.

[639]. Somma della Storia di Sicilia, cap. XIX, pag. 84, segg. del vol. II.

[640]. Si vegga questo libro V, cap. j, iij, v, vij, pag. 28 segg., 43, a 54, 87 ad 89, 141 segg. 182, 183.

[641]. Si vegga il cap. ij, di questo libro, pag. 77 segg., e il cap. iij, pag. 82 segg., 94 segg.

Roberto die’ soltanto 100 uomini d’arme nel 1068. Veggasi la p. 104.

[642]. Cap. v, pag. 133.

[643]. Cap. vj, pag. 161.

[644]. Cap. viij, pag. 183, 184 segg.

[645]. Si vegga a questo proposito il Gregorio, Considerazioni, libro I, cap. vij, pag. 142.

[646]. Op. cit., libro I, cap. vij, citando nelle note 17 e 18, il contemporaneo Abate di Telese.

[647]. Loc. cit., nota 16, da un diploma.

[648]. Diploma, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 80, 81.

[649]. In Prolocutorio panormitani palatii. A fin di evitare la voce parlatorio, che mal suonerebbe, mi è parso di usare quella antica dizione fiorentina.

[650]. Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 84, 85. In questa carta l’arcivescovo Pietro, papalino de’ suoi tempi, non curando il plebiscito, chiama tuttavia duca il re Ruggiero.

[651]. Diploma senza data, presso Pirro, op. cit., pag. 696, citato dal Gregorio, libro I, cap. vj, nota 7. Quivi la parola etiam (partem) va corretta tertiam; come risulta d’altronde da un diploma del 1142, presso Pirro, op. cit., pag. 698, nel quale re Ruggiero confermava il provvedimento del padre.

[652]. Diploma del 1093, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1016, che mi sembra traduzione dal greco.

[653]. Diploma del 1105, ed un altro senza data da riferirsi anco ai primi principii del XII secolo, citato in uno del 1133, presso Gregorio, Considerazioni, libro I, nota 30 al cap. ij, e nota 4 al cap. v. Squarcio di un diploma del 1108, e citazioni di altri, presso Pirro, Sicilia Sacra, Chronologia, pag. xiii.

I primi conti di Terraferma e il primo Ruggiero di Sicilia son intitolati sovente consoli nell’Anonimo, contemporaneo di re Ruggiero, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, pag. 834, 836, 843, 844, 854, 855, 856, e nella traduzione francese, edizione di Champollion, pag. 276, 277, 290, 312.

[654]. Oltre i molti e notissimi attestati degli scrittori ch’e’ sarebbe superfluo a citare, veggansi i diplomi del 1028, 965 e 1036, ne’ Regii Neapolitani Archivii Monumenta, tomo IV, pag. 206, e tomo VI, p. 147, 150, ec. e le monete, presso San Giorgio Spinelli, Monete Cufiche, pag. 4, 140, 145, 146, 248.

[655]. Guglielmo di Puglia, libro I.

........ Gallorum exercitus urbem

Condidit Aversam, Rannulfo consule tutus

[656]. Considerazioni, libro II, cap. vij, pag. 174 segg.

[657]. Si riscontri il cap. viij del presente libro, pag. 228.

[658]. Presso Gregorio, Considerazioni, libro II, cap. iv, nota 15.

[659]. Op. cit., libro I, cap. iv, nota 23.

[660]. Op. cit., libro I, cap. v, nota 3.

[661]. Op. cit., libro II, cap. vij, nota 23.

[662]. Libro I, cap. ix, e libro II, cap. xij, pag. 208 segg. e 472 segg. del Iº vol., libro III, cap. i e iij, e libro IV, cap. xj, pag. 10 segg., 397 segg. del 2º volume.

[663]. Questo argomento è trattato, con molta critica ed autorità di citazioni, dal Mortreuil, Histoire du Droit byzantin, Paris, 1843-6, volume III, pagg. 49, 75 ad 82.

[664]. Considerazioni, libro II, cap. vij, nota 21.

[665]. Si veggano i fatti di varie città dell’Italia Meridionale, ricordati nel presente libro, cap. i e ij, pagg. 31, 37, 38, 51, 52, 87 a 89.

[666]. Diploma senza data, da riferirsi all’XI secolo, presso Trinchera, Syllabus, Appendice, pag. 557. I detti uomini pagavano εὶς τὸ πλεμικόν.

[667]. Si vegga il cap. ij di questo nostro libro, pag. 82, 85, 90 del volume.

[668]. Diplomi greci del 1094, 1105, 1136, 1182, 1168, 1171, 1217, 1225, presso Spata, Pergamene, pagg. 180, 188, 203, 266, 293, 437, 274, 309 e 312, 327 e 330; e diploma greco del 1140 nel Tabularium della Cappella Palatina di Palermo, pag. 28, col transunto arabico, nel quale cotesti Arconti della Corte son detti vizir, ch’era il nome arabico dell’ufizio. All’incontro è adoperato il mero titolo in tre diplomi arabici di Sicilia inediti del 1144 e 1145, poichè quivi il vocabolo ἄρχον è esattamente trascritto, non tradotto e, come voce straniera, prende al plurale la forma arâkinah, secondo le regole grammaticali. Non cito gli altri diplomi greci, ne’ quali l’emir degli emiri, primo ministro dei re di Sicilia, è intitolato Arconte degli Arconti.

[669]. Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 247. Il Lascari in una traduzione latina quivi stampata a pag. 253, traduce lo stesso vocabolo dominus.

[670]. Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 244.

[671]. Diploma greco, op. cit., pag. 266.

[672]. Diploma greco, op. cit., pag. 286, 288.

[673]. Diploma greco, op. cit., pag. 438, 439. Nello stesso atto, pag. 437, sono nominati gli Arconti del Segreto, cioè i Direttori di Finanza della Corte.

[674]. Diploma citato del 1188, presso Trinchera, Syllabus, pag. 297.

[675]. Il Thesaurus di Henri Etienne, ediz. di Hase, etc. dà alla voce Ἄρχων i soli significati antichi; ma spiega Ἀρχοντία, etc., prefettura del basso impero. Il Glossario greco del Ducange cita invece il significato più moderno, cioè nobili e baroni ed anco l’Arconte degli Arconti di Costantino Porfirogenito. Ma le compilazioni di dritto alle quali si riferisce il Mortreuil, Histoire du Droit byzantin, vol. II, pag. 375 e 421, e vol. III, pag. 95, mostrano mantenuto nel X, XI e XII secolo il significato di supremo magistrato giudiziale. Nella stessa opera, vol. III, pag. 68, veggo che i corpi de’ dignitarii della Chiesa si chiamassero anco Ἀρχοντικία, e le citazioni delle pagg. 81-82 provano dato quel titolo ad alcun ufizio municipale.

[676]. Traduzione d’un diploma greco, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 300. Vi si leggon anco i senes Noti e i senes Rosati; ma questi nomi topografici sembrano sbagliati, perchè Noto giace in altra regione e Rosato non si ritrova in altre carte.

[677]. Γέρουσία. Diploma greco, presso Spata, Pergamene, pag. 410.

[678]. Traduzione latina d’un diploma greco di novembre 1104, presso Gregorio, Considerazioni, libro I, cap. iij, nota 10. Quivi si fa cenno di sacerdoti, simul considentibus, con gli Anziani e poi di testimonianza di molti Buoni uomini. Ma il testo forse metteva questi insieme con gli Anziani e la traduzione, che il Gregorio confessa inesatta, alterò il senso.

[679]. Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 285 segg.

[680]. Idem, ibid., pag. 293 segg.

[681]. Diploma greco del 1138, inserito in uno del 1188, presso Trinchera, Syllabus, pag. 297. I Buoni uomini e gli Anziani doveano determinare tutte le appartenenze d’un feudo recentemente conceduto: boschi, vigne, ec., fino a’ villani ed a’ borghesi.

[682]. Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 438.

[683]. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 774. Invece di Catinae, si dee legger quivi Jatinae, della qual terra si tratta e non di Catania. Gli Anziani in questo diploma, scritto originariamente in latino, sono detti majores natu, traduzione literale di sceikh. L’altra terra nominata è Mertu, villaggio or distrutto in provincia di Palermo.

[684]. Diploma greco-arabico, nel Tabularium della Cappella Palatina di Palermo, pag. 29.

[685]. Traduzione latina del XIII secolo, dal greco e dallo arabico, pubblicata dal Gregorio, De Supputandis, pag. 34 e segg. e meglio dallo Spata, Pergamene, pag. 451 seg. È da notare che la traduzione dall’arabico ha il solo vocabolo senes che risponde a sceikh; ma nella traduzione dal greco si legge senes de regimine terrarum adiacentium. Dond’ei sembra che la voce γέροντες fosse seguita da qualche altra che la specificava o che il traduttore avesse aggiunto de regimine, per mostrare che si trattasse di Anziani e non di vecchi.

[686]. Diploma greco del distrutto archivio Capitolare di Messina. Una copia procacciatane dal canonico Schiavo, serbasi nella Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. H. 4, fog. 321; dalla quale il Tardia e il Morso trasser quelle che si ritrovano nella stessa Biblioteca, Q. q. F. 143 e Q. q. E. 172, fog. 427. Avvene di più una traduzione latina, Q. q. G. 12, fog. 55. 56. E questa è la stessa, di cui die’ un pezzo il Gregorio, a proposito de’ maestri de’ borghesi, come or or diremo. Avvertasi che il Ms. è citato dal Gregorio con l’antico posto, Q. q. H. 15. Debbo la copia greca e latina di questi diplomi al dotto mio amico Isidoro La Lumia.

[687]. Diploma arabico della cattedrale di Palermo e nuova spedizione del medesimo nel 1154, mai pubblicati dal Gregorio e poi dal professor Caruso nella Biblioteca Sacra, Palermo, 1834, vol. II, pag. 46 segg.

[688]. Diplomi del 1122, 1217, 1223, 1224 e 1225. presso Spata, op. cit., pag. 256, 313, 314, 315, 317, 322, 323, 329, 330.

[689]. Il primo è diploma greco, presso Spata, Pergamene, pag. 216; il secondo, squarcio di traduzione latina d’un diploma greco, presso Gregorio, Considerazioni, libro II, cap. II, nota 25; e gli ultimi due diplomi greci, presso Spata, op. cit., pag. 286, 293 segg. I nomi proprii mi sembrano mescolati greci e italici.

[690]. Diploma greco, presso Spata, op. cit., pag. 261, ed a pag. 263, un transunto latino contemporaneo dove si legge la traduzione litterale Boni homines. Ancorchè l’editore non abbia avuta sotto gli occhi la pergamena originale, pure l’atto è da tenersi autentico, pei motivi ch’egli discorre nelle annotazioni. Ed ancorchè il testo greco sembri guasto in qualche luogo, pur non è in quello che ci importa; cioè dove i Buoni uomini dicono chiaramente: Noi abbiamo conceduti i beni. E noi significa il comune piuttosto che le persone, poichè erano trascorsi necessariamente moltissimi anni dalla concessione. De’ nomi proprii di cotesti Buoni uomini, laici o chierici, la più parte mi sembrano greci o latini e due soli oltramontani.

[691]. Diploma d’ottobre 1204, del quale v’ha copia tra i Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. G. 12. fog 114, citato per la prima volta dal La Lumia, per provare la esistenza de’ giurati in quel tempo, quando il Gregorio li trovava per la prima volta dal 1222 al 1231. Si vegga l’opera di quel mio dotto amico, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze, 1867, in 12º, pag. 200. Avuta copia di questo documento dallo stesso La Lumia, mi par di pubblicarlo, come quel che rivela la forma del municipio lombardo di Sicilia ai tempi normanni, ai quali va riferita manifestamente la istituzione.

In nomine Dei Eterni Salvatoris omnium, Jesu Christi, Amen. Anno felicis suæ Incarnationis Millesimo Ducentesimo quarto, mense octobris Nonæ Indictionis. — Quoniam acceptum est illi per quem salus venit in mundum, et interest opera civitatis haud minimum judicare, fundare Ecclesias, et fundatas pia sollicitudine promovere; inde est quod Nos Rogerius de Drusiana et Joseph de Ytalia, de regio mandato instituimus una cum cæteris Bonis hominibus, et universo populo Nicosino; cum in honore et titulo Salvatoris fundassemus Ecclesiam in montem appellatam Sancti Salvatoris in terra Nicosini, ut in eadem Ecclesia acceptum Deo et sollemnius serviatur quantum vestra interest, et licet laicis de Ecclesiis ordinare, eamdem Ecclesiam ad jurisdictionem transferimus Sanctæ Ecclesiæ Latinensis cum omnibus possessionibus, et cæteris bonis, quae ipsa hodie habet, et in futurum est, Deo propitio, habitura. Salvo jure Sanctæ Messanensis Ecclesiæ cui ipsa tenetur persolvere tarenum annuum pro incenso.

Ad hujus autem nostræ concessionis memoriam, et robur in perpetuum valiturum, per manus Magistri Johannis Rocté (?) presens scripta est pagina et subscriptarum personarum testimonio roborata. Anno, mense et Indictione præscriptis. Regnante Domino nostro serenissimo Rege Frederico, anno (Dei gratia) octavo.

Ex scripturis existentibus in Archivio Sanctissimæ Collegiata Capitularis Insignis Matris Ecclesia Sancti Patris Nicolai, Præcipui et Principalis Patroni hujus Urbis Nicosiæ, extracta est præsens copia — Collatione salva.

Notarius Dominus Petrus Franciscus Paulus de Gugliotta Archivarius.

[692]. Si veggano gli articoli di cotesta antica compilazione di diritto, citati da Hegel, Storia della Costituzione de’ Municipii italiani, Appendice pag. 419 segg. della traduzione italiana.

[693]. Nelle Memorie della R. Accademia delle Scienze in Torino, 2ª serie vol. XIII, pagg. 32, 50, 57, 99.

[694]. Ducange, Glossario latino, ultima edizione, alla voce Boni homines.

[695]. Considerazioni, lib. II, cap. vij, pag. 182, 183.

[696]. Ducange, Glossario latino alla voce Magister, e Glossario greco, alla voce Μαγίστερ. Nella lunghissima lista, che prende sedici colonne dell’ultima edizione del glossario latino, una sola fiata questo vocabolo pare scambiato con major nei magistri communiae o magistri civium; ma l’esempio è posteriore al XII secolo.

[697]. Si vegga la citazione che abbiamo fatta in questo medesimo libro cap. viij, pag. 219.

[698]. Oltre il supposto del Gregorio, così pensa anco l’Hartwig, Codex Juris municipalis Siciliae, Parte I, Cassel, 1865, pagg. 40, 41. Al ragionamento del dotto giureconsulto alemanno io oppongo che i majores civium di Messina nel XII secolo e que’ di Palermo in tempo indeterminato, ch’egli cita, i quali tornano secondo me al XIV secolo, significano evidentemente i rappresentanti del municipio, Buoni uomini, Anziani, o comunque si chiamassero nelle due città primarie dell’isola, non già i capi del mnnicipio, sindaci o giurati. Perciò gli ufizi non sono meno diversi l’un dall’altro che i significati de’ due titoli.

[699]. De’ due documenti citati dal Gregorio, de’ quali ho avuta testè la copia per favore del dotto mio amico Isidoro La Lumia, quel di Collesano non offre se non che una soscrizione in mezzo a molte altre di testimonii, dalla quale si può argomentare solamente che il maestro di borghesi fosse ammesso nelle grandi solennità a corte del feudatario di Collesano. L’altro è la sentenza della quale abbiamo fatta menzione testè a pag. 285. Da cotesto atto si ritrae che Ruggiero, maestro della Borghesia di Traina, e Meles figlio del maestro dei Borghesi, erano stati chiamati come assessori in un giudizio di confini, con molti altri anziani di quella città ed anziani e Buoni uomini di altre terre vicine. Ma questo Ruggiero è nominato dopo tre persone, il Cantore cioè del Capitolo, un Canonico ed un Roberto Galabeta. Non sembra egli dunque il capo del municipio. Il figlio è soscritto dopo altre sei persone.

[700]. Nel diploma dianzi citato è soscritto, dopo Adelicia nipote di re Ruggiero, il figliuolo di lei Adamo Avenel.

[701]. Nel diploma del 1142 citato dianzi, abbiamo i seguenti nomi degli Anziani di Traina, ch’io divido secondo che mi sembra la loro nazione: francesi signor Josfré (Jeoffroi) cantore (della cattedrale), signor Renò (Reinault?) canonico; italici Guglielmo Maleditto, Giovanni Longobardo, il monaco Filadelfo Oca; greci Roberto Galabeta, Riccardo Gambro, Giovanni Catrobarba, Notaio Leone Cutzaniti, Meles, figlio del maestro de’ Borghesi e altri. I francesi, come si vede anco da altri diplomi, richiedeano sempre il titolo di sieur, κύριος. Il maestro della borghesia avea per nome Ruggiero.

[702]. Dati del 1421 e pubblicati da Orlando, Un Codice di Leggi e Diplomi Siciliani, Palermo, 1857, in-8, pag. 139 segg.

[703]. Diplomi del 1340 e 1392, presso Pirro, Sicilia Sacra, pagg. 410, 849.

[704]. Diploma inedito del Regio Archivio di Palermo, dato il 1140, scritto in lingua arabica con caratteri ebraici.

[705]. Si vegga il passo di questo scrittore, nel presente nostro libro V, cap. iv, pag. 130 del volume.

[706]. Si veggano le citazioni qui sopra a pag. 284 a 286.

[707]. Quantunque cotesta mi sembri l’origine più probabile de’ geronti di Sicilia, non debbo tacere che i Boni homines della Terraferma italiana fossero anco detti nel medio evo Seniores civitatis. Veggasi la Lex romana del manoscritto di Udine citata poc’anzi a pag. 288, nota 1. Ma quella voce di origine romana non occorre sovente nella schiatta greca, se non che nella Sicilia del Medio evo.

[708]. Qui sopra a pag. 286, 287.

[709]. A buon diritto il La Lumia, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, pag. 200, ha notati questi giurati di Nicosia del 1204, come ufiziali proprii del municipio. Ma parmi ch’egli erri ammettendo un «Capo municipale» di Centuripe su la fede della versione d’un diploma greco del 1183, presso Spata, Pergamene, pag. 293, dove ἐξουσιαστῆς è reso podestà. Potestà etimologicamente sta bene, ma non ha che fare col magistrato delle repubbliche italiane così chiamato, e probabilmente non accenna ad altro che al bajulo.

Il citato diploma del 1172 si legge presso il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ij, nota 32.

[710]. Diploma del 1168, citato di sopra, presso Spata, Pergamene, pag. 438, 439.

[711]. Malaterra, lib. IV, cap. xvj.

[712]. Diploma latino del 1168, presso Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. iv, nota 4; diploma latino del 1133, op. cit., lib. I, cap. v, nota 4; diploma latino del 1145 presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 800.

[713]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 223, nota 5.

[714]. Diploma del 1197, presso Aprile, Cronologia universale della Sicilia, pag. 109. A pag. 111 è un diploma analogo di Federigo, dato il 1210.

[715]. Su i privilegi e consuetudini di Palermo e Messina, mi riferisco ai citati lavori del La Lumia, pag. 199, segg. e dell’Hartwig, op. cit. Di que’ di Catania abbiam fatta menzione poc’anzi.

[716]. Ho detto de’ quartieri di Palermo nel cap. iv del presente libro, pag. 118 del volume, e in altri luoghi quivi citati. Si vegga anco per l’Halka il cap. v, pag. 137. Il quartiere detto ne’ diplomi latini Seralcadi, risponde a quello chiamato degli Schiavoni nel X secolo.

[717]. Si vegga il cap. I, del presente libro, pag. 55, 56. La poca popolazione spiega il detto dell’Anonimo presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 837, che Roberto, presa la città, ordinolla a suo piacimento; se pur quel verbo non si riferisce al sistema di difesa, più che al governo civile.

[718]. Ciò ha notato con molta sagacità l’Hartwig, Codex Juris munic. Siciliæ, pag. 14, e certissima io tengo la importanza della città verso la metà del XII secolo; non così al 1060, come par che supponga il signor Hartwig. Non occorre aggiugnere ch’io consento appieno con lui sul valore dei diplomi messinesi del XII secolo.

[719]. Falcando, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, pag. 404, 405, 458, 469 e 477.

[720]. Considerazioni, lib. I, cap. ij, v, vj.

[721]. Il Feudalismo in Sicilia, Palermo, 1847, in-8.

[722]. Non si può attribuire che a Roberto capitano del l’esercito, il disegno di che fa parola il Malaterra dopo la occupazione di Palermo, cioè dividere tra Serlone e Arisgoto di Pozzuoli metà della Sicilia, o metà di quel ch’era dato a Ruggiero.

[723]. Lib. IV, cap. XV, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 235.

[724]. Diploma arabo-greco, inedito, della Chiesa di Catania, dato il 1095.

[725]. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. ij, pag. 20, 21; e confrontisi il diploma del 1094, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 771. Si avverta che la Contea di Paternò fu conceduta al marchese Arrigo sotto la reggenza di Adelaide sua sorella.

[726]. Si legga il diploma, presso Fazzello, Historia Sicula, Deca I, lib. vj cap. 5.

[727]. Questo ultimo fatto è stato osservato sagacemente dal Gregorio, Considerazioni, lib. I. cap. ij, pag. 23.

[728]. Utamur ea (praeda) dividentes Apostolico more, prout cuique opus est. Così lo fa parlare il Malaterra, lib. II, cap. xlij, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 197.

[729]. Si vegga il cap. vij del presente libro, pag. 187, e 192.

[730]. Mortreuil, Histoire du Droit byzantin, vol. I, pag. 297, vol. III, pagg. 58, 59.

[731]. Il fatto ricordato da noi nel cap. vij di questo libro, pag. 187, 188, se pur lo s’abbia a credere, va ristretto alla conversione de’ Musulmani dell’esercito, o degli schiavi. Non occorre dimostrare la utilità di convertire al cristianesimo l’universale della popolazione musulmana, massime delle grandi città. E Ruggiero di certo lo comprendea.

[732]. Si confronti l’epistola 24 del libro IX, di Gregorio VII, con le parole del Malaterra e con le date dei diplomi relativi alla Chiesa di Traina, riferiti dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. 495. Si vegga anche Dichiara, Opuscoli, Palermo, 1855, in-8, pag. 134 segg.

[733]. Proposui in Tragina construere episcopatum... tradidimus tibi gubernationem ejusdem episcopatus... Monasteria quoque habebis sub potestate. — Urbanus secundus mihi, ore suo sanctissimo et venerando, præcepit, nipote pater spiritualis... ecclesias ædificavi jussu summi Pontificis et Episcopos ibidem collocavi, ipso laudante et concedente et ipsos Episcopos consecrante. — Ecclesias ordinavi.... cui in Parochiam assigno quidquid infra fines subscriptos continetur. — Stephanus, cui in parochiam assigno e altre simili parole leggonsi nei diplomi del Conte, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 382, 520, 695, 842. Urbano II stesso, nella bolla per la quale conferma il vescovo di Siracusa, op. cit., pag. 618, dice del conte Ruggiero: Syracusanam itaque ecclesiam novissime restaurans.... Pontificem Syracusanæ elegit ecclesiæ.... a prodicto Rogerio concessa sunt infra hos terminos adjacentia, etc. Si riscontri del resto il Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. vij.

[734]. Si vegga il Pirro, Sicilia Sacra, nella notizia di ciascun vescovato.

[735]. Diploma del 1090, pel monastero di San Filippo di Fragalà; del 1092 per quel di Santa Maria di Mili; del 1093 per que’ di San Michele Arcangelo di Traina, di Sant’Angelo di Brolo e di San Pietro e Paolo d’Itala; del 1098 per quel di Santa Maria di Vicari, ec. presso Pirro, op. cit., pag. 1027, 1025, 1021, 1016, 1034, 294, ec.

[736]. Bolla del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 952, data di Mileto e però, com’e’ sembra, scritta d’accordo con Ruggiero.

[737]. Diploma del conte Ruggiero, dato il 1094, op. cit., pag. 771, 772. L’abate di Lipari e di Patti ebbe poi titolo di vescovo il 1131.

[738]. Nel diploma di Ruggiero a favor del monastero d’Itala, citato poc’anzi, si legge che coloro che contravvenissero agli ordinamenti da lui dati per questo monistero, auctoritate apostolica nobis tributa, sint et esse debeant anathemisati, jussu et prætextu Domini Summi Pontificis Urbani et omnium successorum Patrum. E ciò oltre la sanzione dell’anatema che si solea porre nelle donazioni a chiese, la quale si legge in fine del medesimo diploma: che chiunque violasse la donazione sit et esse debeat maledictus a consubstantiali Trinitate, ec. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1035.

[739]. Malaterra, lib. IV, cap. xxix, presso Caruso, Bibl. Sicula, p. 247.

[740]. Malaterra, lib. IV, cap. vij, op. cit., pag. 231.

[741]. Malaterra, l. c.

[742]. Per abbreviare, mi riferisco al Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. ij, nota 13 e 15, su le concessioni feudali ch’ebbero i prelati.

[743]. Gregorio, op. cit., lib. I, cap. vj, pag. 130.

[744]. Gli stati di Ibn-Menkut, Ibn-Hawasci, Ibn-Meklati e della repubblica di Palermo, e quello d’Ibn-Thimna, surto più tardi, rispondono, su per giù, alle diocesi di Mazara, Girgenti, Catania, Palermo e Siracusa. Il Val Demone che die’ le diocesi di Messina e di Patti, era distinto d’altronde per la popolazione cristiana. Si vegga il nostro libro IV, cap. xij e xv, pag. 420 e 549 del 2º volume.

[745]. Le prime sei furono Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Girgenti, Mazara, già nominate, 7. Patti e Lipari vescovo (1131) 8. Archimandrita di Messina, 9. Cefalù (1145), 10. Morreale (1182), 11. Lipari sola (1399), 12. Nicosia (1816), 13. Caltagirone (1816), 14. Piazza (1817), 15. Noto (1844), 16. Trapani (1844), 17. Caltanissetta (1844), 18. Vescovo di rito greco in Palermo: senza contare il vescovo di Malta (1089), nè la giurisdizione eccezionale dell’Abate di Santa Lucia, nè la sede d’Acireale, decretata il 1844 e poi non istituita.

[746]. Sendo stato quel di Palermo il solo vescovo che rimase in Sicilia poco innanzi il conquisto normanno, il conte Ruggiero fissò la diocesi per esclusione, descrivendo, tra il 1082 e il 1093, le tre che la circondavano. E però il primo atto che contenga la lista delle terre della diocesi palermitana scende fino al 1122.

[747]. Lib. IV, cap. iv, pag. 274 segg. del 2º volume.

[748]. Edrisi, testo, nella Biblioteca Arabo-Sicula, pagg. 32, 36, 37, 39, 40, 41, 42, 44, 50, 52, 55. Lo stesso autore parla degli iklîm nella descrizione d’altri paesi, per esempio dell’Affrica e della Spagna, come può vedersi nella traduzione francese de’ sigg. Dozy e De Goeje, a’ luoghi citati nel loro glossario sotto la voce iklîm.

’Aml, è governo, anche nel significato di territorio assegnato al governatore ’Amil.

[749]. Un diploma arabico della Chiesa di Palermo, dato il 1149, presso Gregorio, De Supputandis, pag. 34, cita l’iklîm di Giato. Uno greco arabico, inedito, del Monastero di Morreale, dato di maggio 1151, cita que’ di Corleone e Sciacca; un altro, anche inedito e greco-arabico della cattedrale di Palermo, dato del 1169, cita quel di Termini.

[750]. Sono le diocesi di Palermo, Mazara, Siracusa e Catania, presso Pirro, Sicilia Sacra, pagg. 82, 842, 618 e 520. Di quella di Girgenti, op. cit., pag. 695, abbiam solo i confini. Lasciamo addietro quella di Cefalù perchè la torna al XII secolo. E quella di Messina, op. cit., pag. 583, per sospetto che il testo sia stato alterato, come tanti altri diplomi messinesi.

[751]. Testo, nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 27.

[752]. Diploma del 1091, presso Pirro, op. cit., pag. 520.

[753]. Bolla di Callisto II, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 82.

[754]. Si confronti Edrisi con questi nomi e si vegga la Carte Comparée de la Sicile, etc., ch’io pubblicai a Parigi, insieme con M. Dufour, il 1859.

[755]. Diploma del Monastero di Morreale, arabico latino, dato il 15 maggio 1182. La versione latina contemporanea si vegga presso del Giudice, Descrizione del real Tempio ec. di Morreale, appendice, pag. 8 segg. Lo stesso documento pone 42 tra villaggi e ville nel territorio di Giato, che appartenne alla diocesi di Mazara e poi a quella di Morreale.

[756]. Journal Asiatique di gennaio 1840, pag. 73, e nell’Archivio Storico italiano, Appendice N. 46 (1847), pag. 30.

[757]. Diploma arabico inedito della Cattedrale di Palermo, dato il 1169, citato nella Biblioteca Sacra per la Sicilia, vol. II, Palermo, 1834, pag. 45.

[758]. Diplomi greco-arabici del 1143 e 1172, nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 13, 28.

[759]. Diploma del 1093 presso Pirro, op. cit., pag. 842.

[760]. Si vegga la citazione nel nostro lib. IV, vol. 2º, pag. 277, nota 3. Mutati in oggi i nomi ufiziali, chiamo circondario quel che nel 1858 dissi distretto.

[761]. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. ij, pag. 23 e nota 14, nella quale la citazione del Pirro si corregga: pag. 771.

[762]. Si veggano le concessioni di Regalbuto e di Catania, a pag. 321, nota 2, e a pag. 326, nota 2.

[763]. Literalmente Omm, ossia «madre», testo nella Bibl. Arabo-sicula, pag. 39, 40. L’autore parla del gran traffico che faceasi a Sciacca e dell’abbandono di Caltabellotta, ove non rimanea che il presidio del castello.

[764]. Amato e Malaterra, citati nel cap. ij di questo lib. V, pag. 74 e 77.

[765]. Op. cit., pag. 32. Quivi si dice esser Caronia il principio dell’iklîm di Demona. Non si tratta dunque di territorio di una città, come ne’ luoghi da noi citati poc’anzi, a pag. 310, nota 2.

[766]. Son citati nel nostro lib. II, cap. xij, pagg. 469, 470 del Iº volume, che uscì alla luce il 1854. Or abbiamo i testi greci pubblicati dallo Spata, Pergamene, pag. 163 a 344, ne’ quali i due Monasteri di San Filippo e di San Barbaro son chiamati Τῶν δεμέννων, ἐν δεμέννοις e più spesso δεμέννων senz’altro e una volta (pag. 274) δαιμέννων, e il territorio di cotesti demenni è detto in un diploma del 1101 (pag. 191) χώρα, in uno del 1117 (pag. 245) διακρατήσις (equivalente d’iklîm in un diploma greco del 1151 presso Spata, Cimelio diplomatico di Morreale, pag. 60, del cui testo arabico io ho una copia) e finalmente, ne’ diplomi del 1182 e 1192 (pagg. 292, e 305) diviene Βαθεία, cieca traduzione di vallis che già prevalea nel latinismo volgare del paese.

Si noti che il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ij, non potè provare con certezza in qual tempo il vocabolo valle fosse divenuto denominazione amministrativa. D’altronde alcuna delle citazioni ch’ei fa nella nota 24 di quel capitolo, non tornano; e quelle fondate in sul Pirro han poco valore quando si riferiscono a traduzioni dal greco.

[767]. Si vegga il nostro lib. II, cap. xij, pag. 465 segg. del 1º volume.

Il Malaterra, lib. II, cap. x, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 208, fa menzione della provincia di Noto, durante la guerra del Conte e in particolare verso il 1076. Ma oltrechè questo fatto non implicherebbe che il Conte, insignoritosi dell’isola, avesse mantenuta quella provincia, la narrazione porta più tosto a credere che si trattasse del territorio della città, o forse del distretto o iklîm. Si vegga il cap. vj del presente nostro libro, pag. 153, del volume, dove abbiamo nominato il Val di Noto per indicare il luogo, non per attribuire all’XI secolo questa denominazione di geografia politica.

[768]. Anonymi historia sicula, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 856.

[769]. Malaterra, lib. IV, cap. xviij.

[770]. Malaterra, lib. IV, cap. xxv. Il testo porta che del 1079 la principessa, accompagnata da un vescovo e da parecchi altri cortigiani, con una scorta di 500 lance, andò a Termini; ch’ella proseguì il viaggio per mare usque Pannoniam; e che indi, apparecchiatele navi e date le vele a’ venti, arrivò, per prospero viaggio, al porto d’Alba (Alba maris, Blandona, Biograd, Zara vecchia) appartenente al re d’Ungheria. Senza dubbio quell’«usque Pannoniam» è erroneo e va corretto usque Panormum, come si legge in una variante data dal Caruso, pag. 344 (Muratori, V, 599). Noi possiamo riconoscere in parte la strada che tenne il cortèo fino a Termini, e conchiudere che movea da Traina. I documenti che citeremo qui innanzi, pag. 340, nota 3, ci mostrano che nel 1094 una «strada regia» passava per Traina; che nel 1096 una «strada francese» dalla sorgente del fiume Torto, ossia da’ dintorni di Vicari, andava a Levante, cioè verso Traina; e che nel 1132 una strada correa da Palermo a Vicari, Castronovo, Petralia. Senza dubbio il corteo della sposa battè quello stradale militare. Perchè poi fosse ito a Termini piuttosto che a Palermo, si può ben ritrovare, senza il supposto che la strada del 1132 non fosse aperta il 1097. Palermo appartenne tutta a’ Duchi di Puglia, fino al 1091; quando ne fu ceduta una metà al conte Ruggiero. Or egli è verosimile, per non dir necessario, che, tra parenti così sospettosi, e non senza ragione, i patti della cessione vietassero l’entrata di nuove forze militari dell’uno o dell’altro nel territorio comune: e forza considerevolissima erano 300 militi, ossia circa 1000 cavalli. Sembra dunque che la scorta abbia lasciata la principessa alla frontiera del territorio proprio del Conte, ch’era Termini, e ch’ella, accompagnata da’ grandi della Corte, sia andata per mare nel gran porto di Palermo, dove si allestì l’armatetta che poi la recò nell’Adriatico.

[771]. Diplomi arabici della Cattedrale di Palermo, il primo de’ quali fu citato e il secondo pubblicato dal Gregorio, De Supputandis, pag. 34, a 39. Tra gli altri errori, il Gregorio prese per nome proprio la trascrizione arabica della voce Stratego. Un po’ meno infelicemente, il professore Caruso ristampò l’uno e pubblicò l’altro nella Biblioteca Sacra, Tomo II, Palermo, 1834, pag. 46, segg., 55, segg. Io ne ho avute, per cortesia del professor Cusa, due buone copie cavate dall’originale. Alla fine del primo, in luogo dell’era barbara, che suppose il Gregorio e il Caruso copiò, va letto: «con la data di marzo». Questo Abu-Taib, figliuolo, come dicono i diplomi, dello sceikh Stefano, sembra di famiglia musulmana convertita e forse di quelle indigene che, dopo avere abbracciato I’islam, ritornarono al cristianesimo. Ei mi pare identico con l’Eugenio detto il Bello (Τοῦ καλοῦ e l’è traduzione letterale di Abu-Taib) segreto della corte, secondo un diploma del 1183, presso Spata, Pergamene, pag. 293; lo stesso che nella traduzione latina d’un diploma greco, presso Gregorio, De Supputandis, pag. 54 segg. e presso Spata, op. cit., pag. 452 segg. è detto Eugenio de Cales. La voce Biccari, a pag. 57 del Gregorio, e Biccaib, a pag. 454 dello Spata, va corretta Bittaib, ch’è il nome Abu-Taib, pronunziato volgarmente e messo al genitivo. Ho scritte le lettere N-zh-r-d come le veggo nelle copie, e le suppongo nome topografico, non casato sì come parve al Gregorio e al Caruso. Ma non trovo riscontro ne’ nomi topografici di quel contorno de’ quali sappiamo pur molti. La forma de’ caratteri, mutati i punti, mi fa pensare a Battelari, il quale luogo si vegga nella mia Carte Comparée de la Sicile, pag. 29.

[772]. Presso Spata, Pergamene, pag. 434. Il nome del comune manca; ma il diploma appartenea al vescovato di Cefalù.

[773]. Considerazioni, lib. I, cap. iij.

[774]. Il Gregorio stesso, dopo avere sostenuto nel lib. I, la esclusiva competenza criminale, pubblicava nel lib. II, cap. ij, nota 32, la traduzione d’un diploma greco del 1172, dal quale risulta che in quell’anno medesimo e al tempo dell’arcivescovo Roberto (1090-1108), lo stratego di Messina esercitava giurisdizione civile. Si vegga d’altronde su la competenza di quel magistrato, l’Hartwig, Codex juris municipalis Siciliæ, Parte I, pag. 32 segg.

Inoltre lo stratego di Demenna esercitava giurisdizione civile, secondo un diploma greco del 1136, presso Spata, Pergamene, pag. 265; e così anco lo stratego di Centorbi, secondo un diploma del 1183. op. cit., pag. 293. Operano gli strateghi come agenti del Demanio regio in Giattini (così va letto, non Catinae, e sparisce indi lo stratego di Catania supposto dal Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. iij, nota 6) secondo un diploma latino del 1133, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 774; e in Siracusa secondo un diploma greco-latino del 1172, presso Spata, Pergamene, pag. 443, 444.

[775]. Gregorio, op. cit., lib. I, cap. iij, nota 20. Nel Diploma del 1172, citato poc’anzi, è nominato, oltre lo stratego, anche il vicecomite di Siracusa.

[776]. Intorno i vicecomiti in Italia si vegga Hegel, Storia de’ Municipi italiani, versione italiana, pagg. 128, 441, 473.

[777]. Ibn-Giobair, nel Journal Asiatique, genn. 1846, pag. 80, e nell’Archivio Storico Italiano, Appendice, nº 16. pag. 32, dice del cadì di Palermo che giudicava le liti tra i Musulmani, sotto Guglielmo II. Il nome dell’uficio comparisce in un diploma greco, del 1143, presso Morso, Palermo antico, pag. 306; la giurisdizione poi nelle seguenti carte: 1123, greca, presso Spata, Pergamene, pag. 410; 1137, arabica inedita della Cappella palatina di Palermo; 1161, arabica inedita della Commenda della Magione di Palermo, oggi nel regio Archivio; 1202 latina, presso Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 7.

Si avverta che la prima e l’ultima mostrano funzioni di giudice e le due altre quel che noi chiamiamo pubblico ministero, a tutela delle donne e de’ minori. Molti altri contratti di vendita sono stipulati, come di ragione, dinanzi testimonii, senza intervento del cadi.

Il cadi di Lucera, dopo la deportazione dei Musulmani di Sicilia in Terraferma, è citato in un diploma dell’imperator Federigo, dato il 25 dicembre 1239, nella edizione Carcani, pag. 30, e nell’Historia Diplomatica Friderici II, tomo V, pag. 627-628.

Ibn Giobair, op. cit., pag. 87, e traduzione italiana, pag. 35, dice dello Hakim di Trapani, innanzi il quale era stata attestata l’apparizione della nuova luna, per determinare legalmente i giorni del digiuno di ramadhan. Il titolo di Hakim dato al primo magistrato di Malta, viene evidentemente da’ tempi musulmani, passando pei normanni.

[778]. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. iij; Hartwig, Codex Juris municipalis Siciliæ, Parte I.

[779]. Gregorio, Considerazioni. lib. I, v e vj.

[780]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 245, nota 2. In fin del ruolo di Aci, quivi citato, ch’è dato di Messina il 6603 (1095) si dice che tutte le platee del paese del Conte e di quelli de’ suoi terrieri, erano state scrìtte in Mazara il 6601; e quindi si ordina che se alcuno degli Agareni notato nel presente ruolo si trovasse in quegli altri, ei fosse immediatamente reso dal vescovo di Catania a chi di dritto. Lo stesso si scorge dal preambolo di un ruolo arabo-greco dei villani di Catania, dato il 1144.

[781]. La voce rab’, al plurale ribâ’ fu studiata da Mr. De Sacy e, con buone autorità, tradotta casa, nella Rélation de l’Egypte par Abdallatif, pag. 303, nota. Ma in cotesto significato la sembra idiotismo dell’Egitto. Il significato di podere, che ha evidentemente questa voce ne’ diplomi di Sicilia e nella geografia di Edrisi, ritrovasi anco in Azraki, Storia della Mecca, e l’è tolto probabilmente da scritture de’ primi tempi dell’islamismo. Senza citare tutti i diplomi arabici della Sicilia ne’ quali occorre questa voce, ricorderò quelli del 1149 e 1154, il primo de’ quali presso Gregorio, De Supputandis, pag. 34, e l’altro nella Biblioteca Sacra per la Sicilia, tom. II, pag. 46. Nelle traduzioni ufiziali di Sicilia del XII secolo, rab’ è reso in latino cultura, terræ laboratoriæ, al collettivo, e terræ senz’altro (diploma del 1182, testo arabico inedito; la traduzione latina pubblicata da Del Giudice, Descrizione del real tempio, ec. in una delle appendici, nella quale i luoghi ch’io cito si ritrovano a pagg. 10, 12 e 18) e altrove in greco τετραμέρως, che pare scambio con la voce rub’ «quarta parte» derivata dalla stessa radice (diploma del 1172, greco-arabo, nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 29, 30).

La voce cultura, determinata dalle parole ad duo paria bovium, si legge anco in un diploma latino del 1094, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 521. E risponde senza dubbio al rab’, il quale, come si scorge da’ citati diplomi del 1149 e 1154, si misurava a zeug, cioè paia di buoi, paricla, come scriveano latinamente nel medio evo: quella stessa misura di superficie della quale ci è occorso di trattare nel lib. I, cap. vj, e lib. IV, cap. viij, pag. 153 del 1º volume e 352, del 2º.

[782]. Diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 384, dove si legge: cum omni lenimento et pertinentiis suis, secundum anticas divisiones Saracenorum.

[783]. Si veggano i diplomi arabici del 1149, 1174, 1172, e sopratutto quello del 1182, citati nelle note precedenti.

[784]. Cotesto titolo ai trova ne’ diplomi arabici del 1149 e 1154, citati poc’anzi nella pag. 316, nota 1; in uno greco arabico del 1172, pubblicato nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 30, 31; in uno arabico del 1182, inedito che apparteneva al Monastero de’ Benedettini di Morreale, ec.

Mettendo da parte la traduzione del Gregorio: «Duana veracis conservata a Deo» (De Supputandis, pag. 35) e quella del XIII. secolo «Doana Veritatis» (presso Gregorio, op. cit., pag. 57) la quale servì di guida all’illustre pubblicista e mediocrissimo arabizzante siciliano, noi diremo della versione «Bureau de vérification du domaine.» data da M. Noël Des Vergers (Journal Asiatique di ottobre 1845, p. 340) trascrivendo un brano del detto diploma del 1149 per comento a quello del 1182, ch’egli pubblicava. L’autorità di questo erudito francese, di cui abbiamo deplorata non è guari la morte, è di molto peso, perch’egli sapea per benino l’arabico; e molto meglio di lui e di noi tutti lo sa M. Caussin De Perceval, ch’egli consultò in quel suo studio sul diploma arabico di Morreale del 1182. Evidentemente que’ due dotti uomini dettero all’aggettivo passivo Ma’mûr il significato del sostantivo côlto, come appunto l’ha preso questa voce in italiano; e, trattandosi evidentemente di beni demaniali, lo tradussero domaine. Quanto all’articolo del sostantivo tahkik essi lo considerarono «appositivo», come dicono i grammatici. E così la traduzione starebbe benissimo: «Uficio della verificazione de’ côlti» o meglio «dell’appuramento degli Stabili,» perocchè la voce ma’mûr può applicarsi a qualsivoglia terreno reso profittevole dall’industria dell’uomo, con lavori agrarii o fabbriche.

Se non che i ragguagli dell’amministrazione pubblica d’Egitto nel medio evo, i quali m’è occorso di studiare, conducono a interpretazione diversa. E primo, nella Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, opera del XIII secolo, Ms. arabico di Parigi, Ancien fonds 140, è citato, a pag. 400, il Diwan-el-Khazânat-el-Ma’mûrah, ossia “ufizio de’ forzieri,” ma’murah, e, pag. 407, il Beit-el-Mâl-el-Ma’mûr, ossia il Tesoro (col significato di cassa dello Stato) ma’mur; nei quali due casi quest’ultima voce, messa, sia al mascolino, sia, come plurale irregolare, al femminino, è evidentemente aggettivo passivo, come noi diremmo “ben fornito, pieno:” e si diceva a mo’ di formola parlando delle entrate pubbliche, nel pio supposto che le fossero sempre abbondanti, ovvero a mo’ d’invocazione ad Allah che sempre le accrescesse. Lo stesso Ms. de’ Patriarchi d’Alessandria, a pag. 224, dice del Diwân-et-Tahkîk senz’altro predicato e senza spiegar che maniera d’ufizio e’ fosse. Ma ben lo sappiamo da Makrizi, il quale nel Kitâb-el-Mewâ’iz (Descrizione dell’Egitto) testo arabico di Bulak, 1270 (1853) vol. I, dando ragguaglio de’ varii ufizi istituiti da’ califi fatemiti, dice, pag. 401 che il “carico del Diwan-et-Tahkîk era di tenere il riscontro a tutti gli altri diwani.” Tahkîk, dunque, va tradotto verificazione o riscontro; e ma’mûr torna a “regio, pubblico” e nulla più. Quell’ufizio in Palermo era la Tesoreria reale, la Controleria, come si disse un tempo con voce francese, e teneva in compendio, o forse in duplicato, i registri che noi conosciamo di tutti i beni pubblici, feudali o demaniali che fossero, e senza dubbio quelli di ogni altra entrata e di tutte le spese, de’ quali non ci è pervenuto alcun ragguaglio.

Avvertasi che nel citato diploma di Morreale del 1182, (Journal Asiatique d’ottobre 1845, pag. 318) il medesimo ufizio è detto brevemente Ed-Diwan-el-Ma’mûr ossia “l’ufizio ricco, pieno,” e però il regio Tesoro. Lo stesso si nota nel diploma del 1172, presso Gregorio, De Supputandis, pag. 56, e in un ruolo di villani arabo-greco e inedito della Chiesa di Catania, soscritto da re Ruggiero, del quale ho copia. In un diploma arabico inedito dell’opera della Magione di Palermo, dato il 1161, la cittadella dell’Halka in Palermo stessa è detta Kasr Ma’mur; e in un trattato di pace di Kelaûn col re di Sicilia, nella mia Biblioteca Arabo-sicula, pag. 349, gli ufizi delle gabelle del Sultano son chiamati Diwan Ma’mûr.

[785]. Si leggano presso Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv, note 4, 5, 6 e 7 gli antichi esempii di questo titolo latino ai quali si aggiunga Doana Secretie, secondo il diploma del 1172, nel De Supputandis, pag. 56, il qual nome talvolta si compendiava, per antonomasia, nella sola voce doana, dogana, ec. Non occorre poi notare che questo vocabolo, usato con significato ristretto in Europa, sia prettamente l’arabico o meglio persiano diwân. Mentre in Sicilia lo si applicava, arabicamente, a tutto ufizio pubblico, gli Italiani di Terraferma lo ristrinsero a ciò che oggi diciamo dogana, perchè l’ufizio delle gabelle d’entrata delle merci era il solo, o il principale, col quale praticassero i nostri mercatanti negli Stati musulmani del Mediterraneo.

[786]. Si riscontri il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv. nota 33, il quale non si accorse dell’origine greca, e pur si rise de’ suoi predecessori. Inoltre, ragionando esclusivamente su l’episodio del notaio Matteo, egli negò che i difter della corte siciliana contenessero i catasti; la qual cosa era provata ad evidenza dalle autorità ch’egli avea citate nella nota 4 del medesimo capitolo.

[787]. Thesaurus di Errico Etienne, edizione Hase, alla voce διφθέρα.

[788]. Nel diploma arabico del 544 (1449-50) in favore del Monistero di Santa Maria de Gurguro, oggi detto della Grazia, presso Palermo, si legge che i confini di certi poderetti assegnati a’ villani della detta Chiesa da un delegato del governo, erano stati registrati nel difter-el-hodûd del Diwan di Riscontro della Tesoreria. Questo diploma, citato dal Gregorio De Supputandis, pag. 38, nota a, fu poi pubblicato dal professor Caruso nella Biblioteca Sacra, vol. II, pag. 58. Un diploma del 1169, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1017, nel quale fu trascritto il sigillo (diploma) del conte Ruggiero a favor del Monastero di San Michele Arcangelo in Traina, aggiugne: Solam enim divisionem prædictam casalis Busceniæ in fine sigilli denotatam, quoniam totaliter literæ deletæ erant et non poterant clare legi, transcripsit ex quinternis magni secreti in quo (sic) continentur confines Siciliæ, ut certe habeas in futurum, etc. Prova anco il mio assunto il diploma di Morreale del 1182, del quale il testo è inedito, e la versione latina, contemporanea ed ufiziale, fu pubblicata da Del Giudice. Questa ha in fine: Has autem divisas predictas a deptariis nostris de saracenico in latinum transferri precipimus; mentre nel testo arabico si legge essere stato trascritto il diploma dai difter del Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr. Si noti che un diploma arabo-greco del 1151, del quale la parte arabica è inedita e la greca è stata pubblicata dallo Spata, Cimelio del Monastero di Morreale, Palermo, 1865, in-12, pag. 59, segg. si contengono al paro i nomi de’ villani e i confini del podere. Similmente in un altro diploma arabico inedito di Morreale dato il 1178, per lo quale furon donati alla Chiesa di Morreale de’ poderi in Corleone e Calatrasi, il re ordinava al Diwan-et-Tahkik-el-Ma’mûr di cavare dai difter del diwano e dalle antiche giarâid (platee o ruoli) la descrizione de’ poderi e i nomi de’ villani.

[789]. Un diploma arabico della Chiesa di Palermo fa supporre che i beni allodiali fossero anch’essi registrati nel catasto dello Ufizio di Riscontro della Tesoreria. Niccolò Askar, famiglio del Kasr-el-Ma’mûr (la cittadella regia, l’Halka) di Palermo comperava una casa di proprietà di Zeinab figlia di Abd-Allah-el-Ansari, posta nel Cassaro antico della città, presso la Bab-es-Sudân (Porta de’ Negri). Metto io da parte, perchè dubito delle lezioni del testo arabico, il nome del magistrato e il titolo del diwan che aveano autorizzata cotesta vendita, accertati che il danaro servisse a quella donna per riscattarsi dalle mani di certi stranieri Rûm che l’avean presa (se fossero stati i Lombardi?). E venendo al presente nostro argomento, noto che il passaggio di proprietà fu registrato nei difter del Diwan-el-Ma’mûr, come si legge in piè del diploma. L’atto di vendita è dato «il 7 settembre, corrispondente al mese arabico di scia’ban del 587» (1191) e la registrazione nell’uficio di riscontro del tesoro, il 10 ottobre (così io leggo) della IXª indizione.

Ognun vede che Ma’mûr, ne’ due luoghi citati, torna a regio precisamente, come abbiam detto poc’anzi, pag. 322. nota 2. Di questo diploma la più parte fu pubblicata, con molti errori, dal Gregorio, De Supputandis, pag. 40. seg. Ne ho avuta dal Prof. Cusa una buona copia, cavata dal testo originale.

Debbo intanto avvertire che gli atti più antichi di vendita, de’ quali abbiamo il testo arabico, non sembrano registrati all’ufizio di riscontro. Era dunque innovazione degli ultimi anni di Guglielmo II, ovvero formalità che solea trascurarsi, quando l’atto non capitava, come questo, nelle mani del pubblico ministero?

In ogni modo i defetir-el-hodûd, ossia quinterni magni Secreti, sembrano veri catasti dove fossero descritti i confini di ciascun podere, non già que’ del solo territorio di ciascun paese o iklîm.

[790]. Con tal supposto il Gregorio comincia il citato cap. iv del lib. II, delle Considerazioni.

[791]. Diploma presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 522. Notisi che questo diploma è scritto originalmente in latino, onde il termine che occorre due volte, quando Northmanni primum transierunt in Siciliam, non può venir da errore di traduzione.

[792]. Si vegga questo medesimo libro, cap. viij, pag. 247 segg., 253 segg. del presente volume.

[793]. Si vegga il Gregorio, Considerazioni, lib. 1, cap. iv, e particolarmente la nota 21. Ma gli squarci di carte siciliane del XII, XIII e XIV secolo quivi trascritti, fanno sospettare qualche errore di copia. Ed errore o bugia dee sospettarsi nel diploma del 1274, dove descrivendo le decime solite a riscuotersi dalla cattedrale di Palermo su le gabelle antiche del fisco, si la salire la decima a ventidue tarì d’oro e grani due sopra ogni cento tarì entrati nelle casse regie. Sarebbe stata una bella decima: poco men che la quarta parte!

[794]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 255 nota 1. Mi par bene di spiegare qui perchè io renda con l’italiano “canova” il vocabolo arabico dokkân.

Che questo abbia avuto ed abbia tuttavia in Egitto ed Oriente il significato generico di bottega, si vede da’ dizionarii arabi, non esclusi que’ sì moderni di Bochtor e di Lane, nè i dizionarietti italiani ed arabici stampati a Bulâk. Si vede anco dagli autori che cita il Sacy (Chréstomathie arabe, tomo I, pag. 252, e traduzione di Abdallatif, pag. 303); dai proverbii arabi moderni (Freytag, I, 141); da Lane stesso (Modern Egyptians, cap. XIV) il quale dà perfino un disegno di dokkân del Cairo: e la torna sempre a stanza terrena dove si vendano commestibili e altre merci. Fu chiamato anche così lo studio de’ notai musulmani, secondo un luogo d’Ibn-Khaldûn, trascritto in nota da Sacy (Chréstom., tom. I, pag. 39, 41).

Contuttociò, nel caso nostro quella voce va tradotta “canova;” non parendo possibile che il conte Ruggiero e i suoi feudatarii abbian preso il monopolio di tutte le merci. Si deve intendere, a creder mio, delle grasce soltanto, e forse di quelle che si vendessero a minuto.

La nostra voce “canova” potrebbe per avventura venir dall’arabico e tornare ad hanût, ch’è dato come sinonimo di dokkân, ma si dice particolarmente delle botteghe dove si vende il vino. Secondo i lessicografi (Lane, Dizionario, vol. I, pag. 661, 1ª colonna) quella voce suonava in origine hânuwa. Or gli Italiani doveano pronunziarla “canova”, come kammâl, “camálo” e harrâka, carácca.

[795]. Lasciando da canto la lista de’ diritti antichi secondo Andrea da Isernia, che si legge nella nota 18, del capitolo or citato delle Considerazioni, ed anco i diritti rilasciati e i soprusi vietati dal vescovo di Catania a favore di que’ cittadini nel 1168, come si legge in principio della nota 21, faremo qualche osservazione su i diritti antichi di Palermo, Messina, Girgenti, Sciacca e Licata, citati in diplomi del 1274, 1270, 1266, 1280, 1309.

Primi son ricordati in Palermo i diritti di Rahadina e di Rahaba; e le sembran voci arabiche, l’una delle quali alterata nella trascrizione (rahâin plurale vuol dir pegni) e l’altra significa piazza (Makrizi, Mewd’is, testo arabico tom. II, pag. 47, segg. nomina una cinquantina di luoghi del Cairo e Cairo vecchio così chiamati). Seguon le dogane della carne, del pesce, ec., che ognuno intende; la tintoria; il dazio de’ vasai, de’ sellai, della seta, del filetto del cotone, dell’orpello, la catena del porto; la tassa del fumo (così chiamavasi nel Basso impero una tassa personale scompartita per case, fuochi, come si disse poi in Sicilia) i bagni di Giawher, della Guidda e i mulini di Kalbi, Malfiteri, del Cadi, ec.

In Messina non troviamo altre denominazioni arabiche se non che la gabella del cafiso dell’olio (nota misura di Sicilia ed è il cafiz degli Arabi) e la gabella itriarum seu tinctorum; dove leggerei ac in luogo di seu, poichè itria in arabico vuol dire vermicelli o simili paste e in Sicilia dura la espressione di vermicelli di tria. V’ha inoltre la gesia de’ Giudei e alcuna delle denominazioni non arabiche notate in Palermo.

In Girgenti poi e nelle altre due città della stessa provincia nominate di sopra, oltre la gesia de’ Giudei e alcune altre tasse già accennate in Palermo e in Messina, scorgiamo quella su lo zucchero, sul sale e sul ferro e quella della cangemia. Di cotesta voce non credo sia stata rintracciata l’origine; nè potrebbesi, senza aver visti i nomi arabici trascritti in greco nelle platee de’ villani di Sicilia. In quelle mi è occorso il vocabolo Haggiâm “colui che mette le coppette e che esercita la bassa chirurgia” (secondo gli usi di Sicilia salassatore e barbiere;) il quale, trascritto esattamente χαγγέμη, ma pronunziato alla greca cangemi, è casato frequente in Palermo; dove rimanevano al principio di questo secolo alcuni farmacisti di tal nome e ve n’ha tuttavia. La gabella della Cangemia in Girgenti e Sciacca sembra dunque un dazio su i salassatori; la quale classe poteva essere numerosa poichè nel medio evo si facea molto uso delle coppette per cavar sangue.

S’abbia il detto fin qui come un saggio delle ricerche che si potrebbero fare sul sistema daziario ed anco su le industrie e i fatti economici in generale della Sicilia nell’XI e XII secolo: lievissimo saggio poichè l’è fondato principalmente su i pochi brani che die’ il Gregorio, dove d’altronde è dubbia la lezione di molte parole.

Non debbo tacere che il sig. Lodovico Bianchini trattò anche questo argomento nella sua Storia Economico-civile di Sicilia, Palermo, 1841, in-8, parte III, cap. i; ma egli non aggiunse gran cosa a ciò che si sapea dal Gregorio.

[796]. Considerazioni, lib. I, cap. iv. Il Gregorio crede eccezioni quelle di Catania e di Patti, ch’ei cita nelle note 11 e 12; ma sembra appunto il contrario.

[797]. Si vegga ciò che ne abbiamo raccontato in questo libro V, cap. v, pag. 140, 141, del presente volume.

[798]. Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. v.

[799]. Op. cit., lib. II, cap. iv.

[800]. Tra le altre una nel 1098, alla quale accenna Ibn-el-Athîr, an. 491, testo, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 191.

[801]. Si vegga il nostro libro IV, cap. xv, pag. 548, del 2º volume, e il lib. V, cap. iii, pag. 80, di questo volume.

[802]. Si vegga qui sopra il cap. vij, pag. 188, 189.

[803]. Si veggano i fatti narrati nel cap. vj, di questo lib. V, p. 158, 168. L’ultimo fatto d’armi tra Ruggiero e gli Ziriti era stato combattuto il 1075, come si legge nello stesso cap. vj, pag. 451.

[804]. Si ritrae che montava alla terza parte del grano esportato e che l’imperator Federigo la ridusse alla quinta. Diploma citato dal Gregorio, Considerazioni, lib. III, cap. vj, nota 31. Per un diploma greco del 1117, il secondo conte Ruggiero, tra le altre cose, accordò al console genovese in Messina la franchigia della estrazione delle merci infino a 60 tari. Traduzione latina presso Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ix, nota 3. Questo, se non altro, prova l’uso dei dazii di esportazione e può riferirsi con molta verosimiglianza a quel su i grani.

[805]. Se n’è detto nel cap. ix di questo libro, pag. 247. Si riscontri il Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. v.

[806]. Considerazioni, lib. I, cap. ij.

[807]. In questo lib. V, cap. vij, pag. 184, segg.

[808]. Cap. ix, pag. 263, 265 di questo volume.

[809]. Lib. V, cap. iv, pag. 110 e 111, di questo volume.

[810]. Lib. V, cap. iv, pag. 124 del volume.

[811]. Alberto d’Aix, Historia Hierosolymitana, lib. XIII, cap. xiij, presso Caruso, Bibliotheca Sicula, pag. 921.

[812]. Il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv, vede l’imitazione dall’inglese anco nella costituzione dell’armata siciliana del XII secolo.

[813]. Leonis Tactica, cap. XIX. Si vegga anche la traduzione francese di Maizeroi, Paris, 1778, pag. 146. Occorrono cotesti navilii de’ varii temi, ossia province, in molti fatti delle istorie bizantine ch’e’ sarebbe lungo a citare.

[814]. Lib. IV, cap. vj, pag. 313, del 2º volume.

[815]. Ms. arabico di Parigi, Supplément arabe, 885, fog. 94 verso. Ho reso “villaggi” la voce dhia’ che significa propriamente: “podere demaniale, beneficio militare” (Si vegga il nostro lib. III, cap. j, pag. 22, del 2º volume). Ma la tassa sopra ogni fumo, così il testo, ossia casa, conduce al significato che do io. Abbiam testè fatta menzione della gabella detta del fumo in Sicilia nel XII secolo. Si vegga Ducange, Glossario latino, alla voce fumagium e simili, il Glossario greco alla voce καπνικὸν, e il Cedreno, edizione di Bonn, tomo II, pag. 831.

[816]. Ibn-Khaldoun, Prolégomènes, traduzione francese del baron De Slane, parte II, pag. 39.

[817]. Makrizi, Kitâb-el-Mewâ’iz, (Descrizione dell’Egitto) testo arabico, tomo I, pagg. 482 e 483.

[818]. Ancorchè io risguardi M. De Slane come mio maestro in arabico, non posso accettare la traduzione ch’egli dà di questo passo, Prolégomènes, parte II, pag. 40. «Elle se composait de navires qu’on faisait venir de tous les royaumes où l’on construisait des bâtiments. Chaque navire était sous les ordres d’un marin portant le titre de caïd, qui s’occupait uniquement de ce qui concernait l’armement, les combattants et la guerre; un autre officier, appelé le raïs, faisait marcher le vaisseau, etc.»

Secondo il testo arabico, edizione di Parigi, parte II, pag. 35, e di Rulâk, pag. 123, io tradurrei. “L’armata (spagnuola) era raccolta da tutto il reame. Di ciascun paese dato alla navigazione veniva un’armatetta, capitanata da un kâid, uomo di mare che badava alle cose della guerra, alle armi ed ai combattenti e da un rais (pilota) che avea cura della navigazione, ec.”

La differenza tra le due versioni è che io intendo “province” della Spagna la voce che M. de Slane rende “royaumes” e che alla voce ostûl (στόλος) do il significato ordinario di armatetta, quando M. de Slane la traduce «navire». E veramente, la voce Mamlaka, il cui plurale è usato qui dallo autore, significa “reame” ed anco “parte d’un reame:” e in ogni modo, al tempo d’Ibn-Khaldûn, erano ben ridivenute reami quelle che furono mere province sotto gli Omeiadi. D’altronde non si comprenderebbe come il califo di Spagna armasse i suoi legni «in tutti i reami» del Mediterraneo e dell’Oceano, che erano tutti nemici; nè com’egli accozzasse un’armata di dugento vele, prendendo «una nave» da ciascun paese della Spagna dato alla navigazione. Aggiungo che Ibn-Khaldûn, in moltissimi luoghi delle sue opere, dà alla voce ostul il significato ordinario di “armata” e non di “una nave.” Così negli stessi Prolegomeni, parte II, pag. 37, del testo di Parigi e in altri squarci del medesimo autore, raccolti da me nella Bibl. Arabo-Sicula, pag. 486, 487, 488 ec.

[819]. Si vegga qui sopra a pag. 278, note 2 e 3, e il cap. viij, a pag. 223, nota 5. Nel diploma per l’Archimandrita di Messina, dato il 1130, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 973, prima colonna, leggiamo di un podere conceduto all’Archimandrita, cum terris, preeminentiis et datium marinariorum qui cum eo habitant. L’è traduzione dal greco, nella quale non veggo se si tratti del dazio pe’ marinai dovuto dagli abitatori, o del dazio su i marinai che soggiornavano in quel territorio. Un diploma del 1197, op. cit., p. 1289 fa supporre il primo caso anzi che il secondo.

[820]. Diplomi presso il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. iv, nota 15.

[821]. Si veggano i cap. X e XIII della mia Guerra del vespro Siciliano, dove sono ricordate nella battaglia del golfo di Napoli del 1287, le galee di Milazzo, Lipari, Trapani, Siracusa, Catania, Agosta, Taormina, Cefalù, Eraclea, Licata, Sciacca.

[822]. Cap. xiij, pag. 428, segg. del 2º volume.

[823]. Si vegga il cap. ix, del presente libro, pag. 257.

[824]. Cap. v di questo medesimo libro, pagg. 136 a 139 del volume.

[825]. Cap. vi, pag. 161.

[826]. Cap. viij, pag. 210.

[827]. Testo, nella Biblioteca Arabo-sicula, pag. 41. Rendo con la voce primitivo il vocabolo Azali, che significa propriamente «senza principio, eterno quanto al principio, ec.» ciò che parlando de’ popoli noi diciamo impropriamente «aborigene.»

[828]. Mi si permetta questo vocabolo, che non è nella Crusca, ma nell’uso generale d’oggi, ed evita una anfibologia.

[829]. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 383. Quivi leggiamo ad magnam viam francigenam Castrinovi. Probabilmente l’è traduzione dal greco, portando l’anno costantinopolitano e leggendovisi la espressione Papæ veteris Romæ, che sa di bizantino. Tuttavia la lingua e lo stile la fanno supporre versione molto antica.

[830]. Un diploma greco-latino del 1132, presso Spata, Pergamene, pag. 424, fa menzione di una strada che dal podere di Mutata (ignoro il sito) conduceva a Petralia, Castronovo, Vicari e Palermo. Ancorchè nel latino si legga soltanto via, e manchi in questo passo il testo greco, mi sembra che si tratti del medesimo stradale francese.

[831]. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1012.

[832]. Diploma presso Pirro, op. cit., pag. 773.

[833]. Diploma del 6594 (1086) XIIª indizione, pubblicato dal Sig. Piaggia, Nuovi studii su la città di Milazzo, Palermo 1866, in-8 grande, pag. 68, nota 6. Goffredo Burrello, feudatario di Milazzo, descrivendo in questo diploma i limiti del podere detto Bucello nel territorio di quella città, li fa correre usque ad viam quae vadit a Sancto Philippo in villam Milatii, deinde constringendo per viam viam ad aliam frangigenam quae conjungitur prope mare ante villam Milatii, deinde revertetur per eamdem viam frangigenam usque ad mare, etc. Non debbo tacere che questo documento, copiato dai Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, e voltato già dal greco, come apparisce dall’èra costantinopolitana, fu alterato senza dubbio, sia nell’originale, sia nella traduzione. E veramente, oltrechè la XII indizione non torna nel 1086, noi troviamo il titolo di “Chiese messinese e trainese” e del “primo vescovo di esse Roberto”; ed egli è evidente che coteste parole non furono scritte nel detto anno, poichè allora non si potea dir che del Vescovato di Traina; sendo notissimo che il tramutamento della sede e la giunta di Chiesa messinese nella denominazione della diocesi, seguirono nel 1091. Ciò nondimeno non v’ha ragione di supporre inventata da qualche erudito del XVII o XVIII secolo la denominazione di via francese; e però io accetto questa testimonianza di un fatto materiale, la quale risalisce in qualunque modo al XII secolo.

[834]. Diploma arabico-latino del 15, maggio 1182, di cui la parte latina fu pubblicata da Del Giudice, Descrizione del Tempio di Morreale, Appendice, pag. 8 segg. e il testo arabico è inedito. Il luogo ch’io cito si trova a p. 11, della Descrizione, in fin della divisa di Bufurera, dove si legge viam exercitus, e ciò risponde perfettamente al testo arabico: tarik-el-’askar.

[835]. Del Giudice, op. cit., pag. 16, 19, 21, ec. Il diploma latino qui ha via pubblica, e l’arabico mehaggia e talvolta anche tarik, come sopra nella «Strada dell’esercito.»

[836]. Tychsen, Introductio in rem nummariam, ec., pag. 146. Lo Spinelli, Monete Cufiche battute da Principi longobardi, normanni e svevi, Napoli, 1844, in-4, pag. 16 e 232, suppone, che il disegno di questa moneta fosse stato inventato dall’Abate Vella. Il Mortillaro, che avea ben riconosciuto (Opere, tomo III, pag. 339), appartener la moneta a re Tancredi, lo dimentica adesso (Medagliere arabo-siculo, pag. 35) per seguire il supposto dello Spinelli. E pure nel disegno che questi dà, Tavola II, nº 1 (io non ho sotto gli occhi quello di Tychsen) si legge benissimo el-Malik-Tan-rid.

[837]. Adler, Museum Cuficum Borgianum, pag. 80, seg. ni lxiv a lxxv.

[838]. Monete Cufiche, pag. 329, 330, nº cclxxix.

[839]. The Oriental coins, tomo I, pag. 299, 300. nº cccviij.

[840]. Monete Cufiche, ec., in-4, pag. 16 a 19, ni lxv a lxxij, lxxv, dcxlix a dclvij.

[841]. Il Medagliere Arabo-Siculo della Biblioteca Comunale di Palermo, coordinato e illustrato dal Marchese Vincenzo Mortillaro, Palermo 1861, in-8, pag. 36-39. Io non so perchè il Mortillaro, pag. 36, nº 1, identifichi col nº lxvj, dello Spinelli la moneta che diè Adler, op. cit., al nº lxix; e, pentendosi d’averla già attribuita a re Ruggiero (Mortillaro, Opere, tomo III, pag. 405) accetti adesso la lezione dello Spinelli, che la rimanda al primo conte. Da quanto si può giudicare sopra disegni grossolani, Adler non lesse tutto, Mortillaro supplì male, e la lezione K*m*t, sostituita da Spinelli, non si raccapezza nella figura (tavola II, nº 2). Men dubbio mi sembra in questa e nelle seguenti, il nome di Ruggiero; ma questo conviene al figliuolo, come al padre, ed anche al Duca di Puglia dello stesso nome.

[842]. N. lxxij, pag. 19, tavola II, nº 23, il quale si confronti col 24, ed anche col 4 ec.

[843]. Si vegga il nostro Libro IV, cap. xiij, pagg. 456-8, del 2º volume.

[844]. Paruta, presso il Burmanno, Thesaurus Antiquitatum Siciliae, ec. tomo VII, pag. 1223, e tomo VIII, tavola clxxxvj. Credo che i ni 3 e 4, di quella tavola, i quali hanno da una faccia il T in luogo del cavaliero armato, appartengano al secondo conte Ruggiero.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sia il Sommario sia le Correzioni e Aggiunte relativi alla Parte Prima, raggruppati in originale al termine della Parte Seconda, sono stati riportati a fine libro.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.