CAPITOLO XIII.
Ho differito fin qui il ragionamento su l’architettura e le arti ausiliari, perchè mi è parso bene toccarne in quest’ultimo capitolo, ordinato a notare i vestigii che le colonie musulmane lasciarono in Sicilia; de’ quali nessun altro è più splendido e più certo di que’ che scorgonsi ne’ monumenti del duodecimo secolo. Io non dico de’ secoli precedenti, non sapendo, in vero, se in tutta l’isola rimanga oggi in piè alcun edifizio surto nella dominazione musulmana. Que’ che i padri nostri le riferivano con piena fede, ormai scendono ai tempi normanni. Sognarono alcuni eruditi del secento che l’Annunziata de’ Catalani in Messina fosse stata, in origine, mausoleo d’un supposto Messala, re di supposti Alamidi; del quale essi leggean proprio l’epitaffio nelle tavole di marmo bianco, spezzate in parte e capovolte, onde sono rivestiti gli stipiti della porta maggiore di quella chiesa.[1176] Ed ecco che, deciferando senza tanta fatica l’elegante scrittura neskhi intarsiata in quelle tavole a caratteri di serpentino e rabeschi di porfido, se ne raccapezza de’ versi, pei quali re Ruggiero invitava i grandi della corte ad entrar nel suo paradiso terrestre: senza dubbio la reggia di Messina, dove l’iscrizione adornò qualche vestibolo o corse su le pareti di qualche sala.[1177] Per errore meno indegno di scusa furon credute, e da taluno credonsi ancora, opera saracenica i palagi della Zisa e della Cuba e le rovine di Mimnerno, o meglio direbbesi Menâni, presso Palermo. Ma la Cuba mal nascose l’età sua agli occhi di Girault de Prangey; e infine è stata tradita da quella medesima iscrizione arabica che parea documento dell’origine musulmana, poich’evvi intagliato a caratteri cubitali il nome di Guglielmo II e l’anno millecentottanta del Messia.[1178] La Zisa anch’essa dopo averci tenuti tutti in rispetto con quel suo sembiante arcaico, giudicata or che abbiamo migliori lezioni d’una cronica e d’una epigrafe e che sappiam l’età della Cuba, torna a Guglielmo il Malo e in parte anco al figliuolo.[1179] Menâni poi è attribuito da una cronica a re Ruggiero; nè le sue rovine danno indizio che ci porti a mettere in forse quell’attestato.[1180]
Si può assegnare, sì, origine più antica al castello di Maredolce[1181] ed ai Bagni di Cefalà;[1182] se non che la forma primitiva di que’ due monumenti è mutata, tra pei guasti del tempo e per fabbriche sovrapposte. Diciam lo stesso della Porta della Vittoria[1183] e dell’edifizio di San Giovanni de’ Lebbrosi.[1184] Poco poi è da sperare in certi castelli d’aspetto saracinesco, abbandonati, anzi mezzo distrutti, come que’ del monte Bonifato,[1185] d’Entella e di Calatamauro in val di Mazara[1186] e qualche altro in val di Noto,[1187] non parendo che dalle ruine di fortilizii si possa ritrarre un compiuto sistema d’architettura. Io non ho fatta menzione delle chiese che chiamiamo normanne, perchè le son tutte evidentemente del duodecimo secolo, e se in una o due si potesse scoprire qualche lavoro degli ultimi lustri dell’undecimo, non porterebbe divario nell’epoca.
Del rimanente bastano gli edifizii del duodecimo secolo per determinare l’indole dell’arte che fiorì in Sicilia in tutto il periodo delle colonie musulmane. Gli autori moderni, ai quali è occorso quest’argomento, notan tutti nell’architettura siciliana de’ tempi normanni uno stile peculiare, molto diverso da quello delle nazioni europee contemporanee e perfin della Spagna musulmana;[1188] onde lo dicono misto di varii elementi, bizantino, normanno, moresco, e che so io; ai quali ogni scrittore pur attribuisce proporzioni diverse. Altri sostiene che l’architettura volgarmente chiamata gotica, della quale par che i Goti non abbian saputo mai nulla, venne dal Levante e pria di passare nel Settentrione, dov’era destinata a produrre tanti miracoli d’immaginazione, fe’ sosta in Sicilia. Allargandosi per tal modo la quistione, io sono costretto ad entrarvi, male armato com’io mi sento: onde chiederò aiuto ai maestri dell’arte, innanzi tutti al Coste, il quale studiò lungamente gli edifizii del Cairo e si valse dell’erudizione musulmana. A questa fonte attingerò anch’io qualche notizia su l’origine e i progressi dell’architettura appo gli Arabi: e sarà gran fatica, poichè non è trattato quest’argomento da nessun de’ loro scrittori ch’io m’abbia letti. Ibn-Khaldûn, nei Prolegomeni, lo tocca con alte considerazioni di filosofia storica; egli scende fino alle pratiche de’ muratori e de’ legnaioli; ma, proprio su l’origine, dice una volta che gli Arabi appresero l’architettura da’ Persiani e par lo neghi in un altro capitolo.[1189]
Gli Arabi, come ognun sa, non aveano altra parte d’incivilimento da recar seco loro fuor della Penisola, se non che un linguaggio copiosissimo, rigoglioso e ben coltivato. Meno che ogni altr’arte avea potuto svilupparsi l’architettura in quella nazione, il cui corpo era nomade e le estremità, se possedeano edifizii, li doveano a’ popoli finitimi: a settentrione Petra e Palmira piene di monumenti romani; a levante Hira con le fabbriche de’ tempi sassanidi e il famoso castello di Khawarnak, edificato ne’ principii del quinto secolo dall’architetto greco Sinimmar per comando del re arabo Nomân;[1190] a mezzogiorno il Iemen, con quell’architettura che gli potean recare i Persiani, ovvero i Cristiani d’Abissinia imitatori de’ Bizantini. La ragione storica, dunque, portava che, emigrando gli Arabi nella Mesopotamia, nella Persia, in Siria, in Egitto, nell’Affrica propria e nella Spagna, ed occorrendo loro di fondare cittadi, edificare moschee, castella, palagi, e adattare agli usi proprii gli edifizii sacri e profani de’ popoli vinti, dovessero cercare architetti nelle schiatte straniere; sia tra i vinti medesimi, schiavi, liberti, tributarii, ovvero fatti musulmani e concittadini; sia tra i sudditi dell’impero romano o degli usurpatori delle sue province. E le memorie musulmane provano che l’architettura penetrò appunto per coteste vie nella nazione arabica, ringiovanita e ingrandita prodigiosamente per numero e territorio. Le medesime vie, diciamo, per le quali i Musulmani appresero gli ordini di pubblica amministrazione de’ Sassanidi e de’ Bizantini e la medicina, le matematiche, la geografia, la chimica, la logica, la metafisica; le quali scienze tutte essi tolsero in prestito dall’antichità e le tramandarono alla rozza Europa del medio evo, più sollecitamente che non abbian fatto i Greci, eredi del gran nome romano. Pur sembra che, tra gli abitatori dell’impero musulmano, que’ di schiatta ariana abbian tanto superati i padroni loro nell’esercizio dell’architettura, quanto nelle scienze e nella pratica della pubblica amministrazione; nelle quali discipline gli uomini più notevoli erano d’origine straniera, ancorchè la lode di tutte lor fatiche fosse stata usurpata dagli Arabi, che loro aveano imposta la religione e donata la propria lingua.
Fin da’ primissimi conquisti, i Musulmani adoperarono nella costruzione l’ingegno e la mano dei nuovi sudditi. Arde, entro un anno forse dalla fondazione (638), il misero aggregato di baracche che era allor Cufa, ed ecco i coloni arabi pensano a fabbricar case di mattoni e calce; il califo Omar assente, a condizione che non le faccian tanto alte;[1191] ma commette a un gentiluomo di Hamdân (Ecbatane), per nome Ruzabeh, di disegnare un grande edifizio da porvi insieme la moschea e il tesoro pubblico: e per la moschea si tolgono colonne da’ tempii sassanidi[1192] e altri materiali dai palagi di Hira.[1193] Ruzabeh costruiva anco i mercati di Cufa a mo’ di portici;[1194] ed a capo di un secolo furono fabbricate in quella gran città delle botteghe con vòlte di mattoni e gesso, per comando di Khaled-ibn-Abd-Allah-el-Kasri,[1195] governatore dell’Irâk (725-739), celebre pei canali, i ponti ed altri pubblici lavori, di cui arricchì la provincia, per le grosse entrate che ne cavò, e pel favore che dette agl’Infedeli.[1196] Ma già a quel tempo l’architettura era progredita appo i Musulmani. Sappiamo che, occorrendo rifare più spaziosa la moschea cattedrale di Cufa, Ziad, ufiziale del califo Moawia (661-680), consultossene con architetti persiani, ai quali sforzossi di significare il concetto ch’egli avea in mente, ma non lo sapea spiegare. Pure un vecchio ingegnere dei re sassanidi lo capì; gli rispose che si doveano alzare colonne di trenta braccia, tutte di pietra di Ahwaz, assicurata con arpioni di ferro e saldature di piombo; che poi s’avea a costruire il tetto, murar le navi laterali e l’abside in fine. “Ecco per l’appunto ciò ch’io pensava,” ripigliò Ziad: e così fu fatta l’opera.[1197]
Più audace e maestosa comparisce l’arte sotto il califato di Walîd (705-715), il quale rizzò di pianta molti edifizii e molti ingrandì e decorò. Era già surta a Wâset di Mesopotamia (703) una fabbrica detta El-Kubbet-el-Khadrâ, ossia la Cupola Verde.[1198] Walîd ne fece innalzare un’altra nel maggior tempio di Damasco; della quale si narra che quando il severo Omar-ibn-Abd-el-’Azîz (717-720) si proponea di rimuovere dalla moschea tutti i vani ornamenti accumulati con molta spesa dal predecessore, venne a Damasco un ambasciatore bizantino, il quale, entrato nella moschea con parecchi mercatanti di sua nazione, alzando gli occhi alla cupola si turbò fieramente, e richiesto del perchè, rispose avere già sperato che la fortuna degli Arabi durasse poco, ma or che vedea quali edifizii sapessero fabbricare, si aspettava diuturna la possanza loro.[1199] Grande opera sembra anch’essa, alla metà dell’ottavo secolo, la cupola che edificò sul palagio di Khawarnâk, testè ricordato, un partigiano degli Abbasidi, persiano d’origine, quand’egli ebbe in dono il palagio, all’esaltazione della nuova dinastia.[1200] Nella prima metà del nono secolo, l’emir aghlabita Ziadet-Allah, sotto il cui regno fu conquistata la Sicilia, rifabbricando tutta di mattoni e di pietra la vecchia moschea cattedrale del Kairewân, fece innalzare una cupola sul mihrâb, ossia nicchia che designa la dirittura della Mecca.[1201] Allo scorcio del medesimo secolo se ne vide sorger anco nelle loggette dei giardini, dove posavano mollemente gli emiri d’Egitto;[1202] mentre il feroce Ibrahim-ibn-Ahmed alzava nella moschea del Kairewân un’altra bella e maestosa cupola, sostenuta da trentasei eleganti colonne di marmo.[1203]
Ma ritornando a Walîd, è da notare che in particolar modo ei promosse l’ornato. L’anno ottantotto dell’egira (707), quand’egli volle ampliare la moschea del Profeta a Medina, Giustiniano secondo gli mandò centomila dinar, cento artefici e quaranta some di materiali da mosaico; le quali non bastando, il bizantino ne fe’ cercare, terribile accusa della Storia, per tutte le città abbandonate dell’impero.[1204] Walîd fu anco il primo che ornasse la moschea di Damasco con mosaico a ramoscelli e fogliame, disegnati in varii colori su fondo d’oro.[1205] In quella della Kaaba alla Mecca egli aggiunse degli archi con iscrizioni a mosaico bianco e nero, e rivestì i pilastri di marmi a due colori alternati, e talvolta anco a tre, bianco, rosso e verde.[1206] Due secoli appresso, la corte di Costantinopoli donava similmente del materiale da mosaico al califo omeiade di Spagna, Abd-er-Rahman, quand’egli diè l’ultima mano alla moschea cattedrale di Cordova. Tra gli altri ce l’attesta Edrîsi, dicendo che gli archi del mihrâb «eran tutti vestiti di mosaico, da parere smaltati come tanti orecchini, e che ci si ammirava un lavorìo, sì pari, sì elegante e sì fine, che nè Musulmani nè Rûm arrivarono mai a tanta perfezione.»[1207] Notevoli parole in uno scrittore che avea forse sotto gli occhi i mosaici della Cappella Palatina di Palermo!
Su lo stesso argomento degli ornati è da ricordare che nell’Affrica propria Ziadet-Allah rivestì il mihrâb di marmi da capo a piè; ornollo di iscrizioni e rabeschi; vi pose intorno intorno delle colonne picchiettate di nero e bianco (granito?) e n’alzò di faccia al mihrâb due di splendido rosso (porfido?), che non se n’era mai viste più belle in Ponente nè in Levante; per le quali l’imperatore di Costantinopoli profferì tant’oro quanto elle pesavano, ma Ziadet sdegnò di venderle.[1208] La favola di tal profferta attesta, secondo me, il commercio con architetti bizantini di Costantinopoli, del Napoletano o piuttosto della Sicilia. E poichè l’arte bizantina si estese talvolta, insieme con la protezione politica, infino all’Abbissinia, va ricordata qui la tradizione che Abd-Allah-ibn-Sa’d, governatore d’Egitto (645-656), abbia avuto in dono da quel re il bel pulpito di legno intagliato, che fu collocato nella moschea cattedrale dal legnaiolo B..kt..r di Dendera, mandato a bella posta dall’Abbissinia.[1209]
Molto ci aiuta in coteste ricerche l’Egitto, sì per le profonde radici che vi messe la schiatta arabica fin da’ primi principii del conquisto; sì per la inesauribile ricchezza, nutrice delle arti, e infine perchè quivi i monumenti del medio evo sono stati, meglio che in tutt’altro paese musulmano, illustrati dagli scrittori indigeni e studiati dagli europei. Il Makrizi, diligentissimo raccoglitore delle notizie sparse negli annali del suo paese, fa la cronaca di ciascun monumento. Sappiam da lui le vicende della moschea cattedrale di Amru, o meglio si scriva ’Amr, al Cairo vecchio,[1210] ristorata varie volte e riedificata al tempo di Walîd; per cui comando fu abbattuto (710) il tetto che parve troppo basso, e ricominciato il nuovo edifizio (maggio e giugno 711), fu terminato a capo di tredici mesi per opera di un Ichia-ibn-Henzela, liberto de’ Beni ’Amir-ibn-Liwâ,[1211] onde sembra anch’egli di schiatta persiana e forse di Hamdan stessa.[1212] In vero, nei disegni che noi abbiamo della moschea di ’Amr, l’arco dei portici, formato di due curve che s’incontrano, ritondato bensì al vertice e un poco rientrante nel pièritto, par che racchiuda gli elementi dell’arco aguzzo e di quello a ferro di cavallo, che poi svilupparono l’uno nelle parti orientali e l’altro nelle occidentali dello impero musulmano. Vi si scorge anco la costruzione con pietra di due colori alternati; e verosimil sembra che quegli archi rimangano in piè fin dall’ottavo secolo.[1213] Ma non ragioneremo su le probabilità, quando abbiamo la certezza nella moschea d’Ibn-Tulûn. Il Makrizi ci dà ampii ragguagli e precisi di questo monumento, edificato proprio nel secol d’oro della civiltà musulmana: che anzi la schiatta araba già declinava, già prendeva a nolo spade straniere per godersi meglio i piaceri dell’intelletto e de’ sensi, e già le province spiccavansi dall’impero, del quale restava il nocciolo spolpato a Bagdad. Allora Ibn-Tulûn, soldato di schiatta turca, mandato a governare l’Egitto e fattosene padrone, edificava, in quel ch’oggi chiamasi il vecchio Cairo, stanze di soldati, palagi, acquidotti, spedali; e tra gli altri monumenti immaginò una nuova moschea cattedrale. Narrasi com’avendo flagellato e messo nel carcere di polizia l’architetto cristiano che poco prima gli avea costruito un acquidotto, Ibn-Tulûn chiamò altro architetto per la moschea; ma che sentendosi chiedere trecento colonne da raccattare nelle chiese cristiane per tutto l’Egitto, ei ripugnava a tal partito e non sapea che si fare. Il cristiano allor gli scrive dalla prigione che ei fidasi di murar la moschea senz’altre colonne che le due del mihrâb: chiamato dal principe, gli abbozza il disegno sopra una pelle, e quegli approva il partito; fa rivestire l’architetto d’un pallio, com’or sarebbe attaccare al petto una decorazione; gli fa noverare centomila dinar e dà carta bianca per lo rimanente della spesa: onde l’opera fu fornita a capo di due anni, il dugensessantacinque dell’egira (878- 879). La moschea d’Ibn-Tulûn abbandonata, ristorata, ma non mai mutata sostanzialmente,[1214] è stata osservata dal Marcel,[1215] studiata dal Coste ed ammirata da tutti gli Europei, com’uno dei più bei monumenti del medio evo e come il più antico edifizio costruito con archi acuti.[1216] E veramente i disegni che ne dà il Coste, ci mostrano in quegli archi sostenuti da robusti pilastri il sesto acuto poco allungato e similissimo a quello degli edifizii siciliani del duodecimo secolo[1217] ed anco a quello del Nilometro di Raudha,[1218] il quale era stato fabbricato il dugenquarantasette dell’egira (861), al dir di Makrizi.[1219] Questo scrittore poi ci attesta il gran lusso d’architettura, di che sfoggiarono i successori d’Ibn-Tulûn, allo scorcio dello stesso secolo, e più di loro i Fatemiti nel decimo e nell’undecimo.[1220] E s’egli non ci sa dir la patria di tutti gli architetti, nè anco del cristiano d’Ibn-Tulûn, pur ci narra che tre porte del Cairo, innalzate verso il millenovanta dell’èra volgare, furon opera di tre fratelli nati in Edessa.[1221]
Non occorre particolareggiare altrimenti le memorie de’ monumenti egiziani del secolo decimo e dell’undecimo, poichè l’arte rimanea la medesima, ancorchè il gusto forestiero si fosse insinuato negli ornamenti.[1222] Lo stesso Ibn-Tulûn, dotto e pio musulmano, non rifuggì dal porre due leoni di stucco dinanzi una porta del suo castello.[1223] Il figliuolo Khamaruweih, che gli succedette, fece ritrarre sè e le sue cantatrici in una palazzina de’ sontuosissimi suoi giardini, le mura della quale eran tutte d’oro e d’azzurro, e le figure dipinte in una larga fascia e ornate di corone, orecchini e altri gioielli di gran valore.[1224] Conquistato poi l’Egitto da’ Fatemiti per mano di Giawher, liberto siciliano di schiatta greca o latina, l’uso delle immagini si fece più frequente; e perfino nella celebre moschea dell’Azhar (972) furono scolpite sui capitelli certe figure di volatili e si spacciò fossero talismani da tener lungi dal tempio le passere, le tortore e le colombe.[1225] II vero è che gli architetti dei principi egiziani dal decimo secolo in poi s’erano invaghiti de’ capricci e de’ complicati ornamenti; sì come avvenìa già nella letteratura arabica, com’avvien sempre nelle arti dopo un’epoca di bella semplicità.[1226] Contuttociò non fu abbandonato l’arco aguzzo, se non che comparisce insieme con esso qualche arco tondo o trilobato; ma non si mutò essenzialmente lo stile, nè si può dir che sia succeduta a’ be’ tempi del Nilometro e della moschea tolunida una età barocca, come quella che ingombrò l’Europa nel decimosettimo secolo. Anzi e’ parmi che dopo le Crociate l’arte arabica d’Egitto siasi ritemprata nell’antica severità. I monumenti di Kelaûn, di Berkûk, di Kaitbai, surti nel decimoterzo, decimoquarto e decimoquinto secolo, ci danno argomento di meraviglia e di riflessione, per la somiglianza loro con gli squisiti edifizii fiorentini di quelle medesime età.
Da un’altra mano ci rimarrem noi dall’esame dell’arte arabica in altri paesi; poichè a levante dell’istmo di Suez i monumenti musulmani anteriori al duodecimo secolo, per quel po’ che se n’è studiato, non mostrano forme diverse da quelle d’Egitto; e se guardiamo a ponente di Barka, non troviamo nell’Affrica propria altri edifizii di quella età che la inesplorata moschea del Kairewân. Lasciam anco da parte la Spagna, dove gli Arabi esordirono seguendo da presso l’arte romana dell’Europa occidentale e di Bizanzio, e poi continuarono con lo stile, bene o mal chiamato, moresco: ma nè questo nè il primo rassomiglian allo stile siciliano del duodecimo secolo, se non che nell’ornato.
Limitandoci dunque all’Egitto, noi chiameremo col Coste architettura arabica pura quella che vi si ammira ne’ monumenti del nono e del decimo secolo:[1227] e conchiuderemo che cotesta forma d’arte nacque su le due sponde del Tigri, e fu esercitata per lungo tempo dalle schiatte de’ vinti. Nel qual giudizio ci conferma l’esempio d’un’arte affine, quando sappiamo che, devastata la Mecca da una inondazione, il califo Abd-el-Melik, l’anno ottanta (700), mandava un ingegnere cristiano a costruire gli argini che difendessero in avvenire la città e il tempio; il qual cristiano aveva appresa l’arte, com’egli è verosimile, nelle irrigate pianure della Mesopotamia.[1228] Non dico io già che l’arte arabica sia stata creata dal nulla. Si formò al certo di antiche tradizioni della Mesopotamia, della Media e della Persia e di tradizioni bizantine, miste a lor volta di stile romano e d’orientale e pervenute nel centro del novello impero arabico per doppia via; cioè a dirittura dalle province che ubbidivano a Costantinopoli, e, di rimbalzo, dall’abbattuto reame sassanida, il quale aveva apprese tante arti e scienze dalla Grecia e dalla nuova Roma. E sì che questa gran sede di civiltà sparse luce al paro su l’Europa e su l’Asia: e in Santa Sofia diè splendido esempio delle cupole e delle iscrizioni cubitali messe a ricordo e insieme ad ornamento; le quali furon poi sì largamente usate da’ Musulmani di ogni regione. Ma con tutta la parentela e la rassomiglianza di molte parti, non si può al certo chiamare bizantino lo stile arabico, nel quale nessuno negherà lo elemento persiano. La storia ci dice l’origine dei primi architetti dei Musulmani; i monumenti sassanidi son lì ancora, con lor vòlte ovoidi per ogni luogo, e con l’arco ellittico del Taki-Kesra, per attestare che nel quinto e sesto secolo dell’èra nostra[1229] le curve descritte da unico centro non bastavano più al gusto orientale, ancorchè i Bizantini non le avessero barattate giammai.[1230]
Dove e quando sia stato per la prima volta appuntato l’arco dello stile arabico, non si ritrae da quei pochi studii che gli Europei han fatti fin qui nelle regioni adiacenti al Tigri ed all’Eufrate. Mi s’affaccia l’ipotesi che sia avvenuto nell’ottavo secolo alla Mecca. Noi sappiamo che i Musulmani, quando fabbricavan di pianta le moschee, copiavano il disegno di quella che cinge la Kaaba.[1231] Sappiam che questo santuario dell’islam era circondato di case; in modo che, ingrandito il ricinto, avvenne che da varie parti rimanessero tra l’una e l’altra angusti passaggi per aprire novelle porte al tempio. Abbiam anco, da un autore meccano del nono secolo, il numero delle porte, ciascuna delle quali era costruita ad uno, due, o parecchi archi, e sappiamo la dimensione di ciascun arco,[1232] la quale il più delle volte si adatta meglio che al tondo, al sesto acuto, che realmente si osserva oggidì nelle nuove strutture di quel tempio.[1233] Verosimile egli è dunque che cotesta forma d’arco, la quale si sparse rapidamente per tutto l’impero musulmano, eccetto l’estremo Occidente, siasi vista assai per tempo alla Mecca. L’arco ellittico della Persia ne dava il principio; lo spazio angusto consigliò forse di ravvicinare i due rami della curva sì che si tagliarono; o forse l’idea venne dall’intersezione di due o tre archi tondi nelle porte divise da quattro o cinque colonne. Ed ho messo nell’ipotesi l’ottavo secolo, perchè nel corso di quello la moschea della Kaaba fu ingrandita tre volte, e perchè l’arco aguzzo, non per anco sviluppato nelle fabbriche della moschea di ’Amr che vanno riferite a Walîd (714), si vede già bello e compiuto nel tempio d’Ibn-Tulûn (879).
Ignoriam noi come e quando siasi cominciato in Sicilia a smettere lo stile romano o bizantino. Le nuove costruzioni cominciarono di certo nel nono secolo, allorchè gli emiri aghlabiti ristoravano e ingrandivano Palermo;[1234] al qual tempo è da riferire la prima origine della strada maggiore del Cassaro, copiata forse dal mercato centrale di Kairewân, ch’era lungo quasi due miglia.[1235] Può darsi ancora che l’impulso fosse venuto da Mehdia, allorchè i Fatemiti, venti anni appresso lor nuova capitale, fabbricarono la Khâlesa (937) nella capitale della Sicilia;[1236] ovvero a capo di trent’anni, nel rinnovamento degli ordini pubblici intrapreso da’ Kelbiti,[1237] del qual periodo abbiamo i frammenti dell’iscrizione monumentale di Termini[1238] e sì, in rozzi disegni, gli avanzi di quella che coronava Bab-el-Bahr,[1239] com’or veggiamo nella Zisa e nella Cuba; oltrechè Ibn-Haukal fa menzione d’altre fabbriche nuove ch’ei notò (872).[1240] Un secolo appresso viene il conte Ruggiero ad affermarci lo splendore degli edifizii ch’avea trovati e distruttane gran parte:[1241] e di que’ che rimanevano in piè nella prima metà del duodecimo secolo ci fa fede il libro di re Ruggiero, o di Edrîsi. Questi accenna, tra gli altri, all’antico tempio di Palermo, sacro al culto cristiano, poi fatto moschea e infine cattedrale cristiana di nuovo, nella quale si ammiravano “sì peregrini lavori ed opere di dipintura, doratura e calligrafia, sì eleganti ed originali da vincere ogni immaginativa.”[1242] In ogni modo egli è certo che prima del conquisto normanno l’architettura fioriva in Palermo e in altre città della Sicilia; nè men certo che continuò a fiorire. Lo stesso Edrîsi descrive la cittadella normanna, della quale or non rimane che la cappella palatina e parte d’una gran torre. “S’erge, dice egli, nel più elevato luogo del Cassaro la nuova cittadella del gran re Ruggiero, edificata con ciottoloni[1243] e massi di pietra da taglio: fortezza ben complessa, munita d’alte torri, di saldi minaretti e robusti propugnacoli che difendono i palagi e le sale.”[1244] Si confronti cotesto ragguaglio con que’ d’Ibn-Giobair, di Romualdo Salernitano e di Ugo Falcando, i quali non occorre replicar qui; ricordinsi gli edifizii suburbani, de’ quali abbiam detto in principio di questo capitolo; vi si aggiungano le molte chiese e monasteri e gli edifizii privati di che veggiam qualche avanzo, o ne fanno menzione le antiche scritture, e si comprenderà quanto e quale sia stato il lusso architettonico della Sicilia nel duodecimo secolo.
Ma lo stile degli edifizii che rimangono di quel tempo torna all’arabico dell’Egitto. Ecco gli archi, moderatamente acuti, delle chiese in Palermo, in Cefalù, in Morreale; que’ della Badiazza presso Messina,[1245] del monastero di Maniaci,[1246] del ponte dello Ammiraglio, di Maredolce, della Zisa, della Cuba, simili, diciamo con rigore geometrico, a que’ del Nilometro e della Moschea d’Ibn-Tulûn! Ecco nelle fabbriche esteriori della Martorana, del chiostro di Morreale e in un muro anco di quel Duomo gli spigoli delle vòlte e varii membri degli ornati alternarsi bianchi e neri come nell’Azhar del Cairo! Ecco le cupole di San Giovanni degli Eremiti, della Cappella Palatina, della Martorana, di San Cataldo, di San Giovanni de’ Lebbrosi, e quella che copre la loggetta del giardino di casa Napoli presso la Cuba, e l’altra più piccina, vera sebîl che disseta ancora i viandanti nello stradale tra Villabate e Misilmeri![1247] Tornan tutte queste cupole ad una sezione di sfera, sostenuta sopra spazio quadrilatero con bel congegno di archetti pensili che s’aggruppano a ciascun angolo in forma di pina scavata, e tutte discostansi dalla costruzione delle cupole bizantine, in guisa da doversi riferire piuttosto a quella che par sia passata dalla Mesopotamia in Egitto[1248] e in Affrica. Cotesti riscontri notansi nelle parti essenziali della struttura, con tanti altri che gli uomini dell’arte hanno descritti più particolarmente.[1249]
Nè il comune legnaggio arabico apparisce men chiaramente negli ornati, ancorch’essi appartengano ad arte accessoria, capricciosa per natura e per vezzo particolare degli Arabi, e derivata anch’essa dalle province bizantine. Un fino conoscitore nota la somiglianza degli ornati siciliani con que’ de’ monumenti musulmani più antichi, per esempio della cattedrale di Cordova.[1250] Il palco di legno della moschea di Cordova, come cel descrive Edrîsi, era compagno di quel ch’ora veggiamo nella Cappella Palatina di Palermo, se non che i cassettoni, o canestri che voglian chiamarsi, erano parte circolari e parte esagoni a Cordova[1251] e in Palermo han figura di ottagono inscritto in una stella. A chi guardi il fregio di mosaico che corona le tavole di marmo bianco della Cappella Palatina di Palermo e del Duomo di Morreale, par che l’abbiano disegnato le stesse mani che fecero il modello de’ merli e de’ parapetti straforati delle moschee d’Ibn-Tulûn, di Hâkem, di Hasan o di quella detta l’Azhar. Gli arabeschi che ammiransi ne’ pulpiti di quelle moschee sembran originali o copie di quei che rendon sì vaghi i pavimenti e i troni regii della Palatina o di Morreale.[1252] E perchè nulla manchi al paragone, l’iscrizione arabica cristiana, che si è scoperta non è guari dentro la cupola della Martorana, è dipinta su assi, appunto come quelle del Cairo. Da un’altra mano lo stile di Maredolce, della Zisa e della Cuba, ch’è pur manifesto nelle rovine del palagio di re Ruggiero all’Altarello di Baida, s’accompagna quivi ad un altro elemento, offrendo ne’ pochi avanzi della gran sala terrena una reminiscenza dell’arte sassanida: una nicchia grande, o piccola abside che voglia dirsi, la quale s’innalza da un’area rettangolare e chiudesi al vertice in sezione ellittica con l’asse maggiore perpendicolare, in guisa da ritrarre uno spaccato di cupola ovoide.[1253] Ritornano in campo per tal modo negli edifizii siciliani del duodecimo secolo alcune delle prime fattezze dell’arte arabica ch’erano rimase latenti negli anelli intermedii della catena, sì come avviene nella generazione degli animali per quella legge che i naturalisti or chiamano atavismo. Non reca minor maraviglia il vedere in alcuni capitelli dei monumenti sassanidi la medesima forma di quelli, de’ quali abbiam tanta copia ne’ monumenti normanni di Sicilia.[1254]
Va notata altresì la rassomiglianza de’ giardini di sollazzo. A legger quelle pagine che si direbbero tolte da’ racconti arabi, nelle quali il prosaico e diligente Makrizi, su la fede di autori più antichi, descrive i palagi suburbani, le peschiere, i canali, le loggette, i verzieri degli emiri tolunidi e de’ califi fatemiti,[1255] ci par di vedere, un poco più particolareggiati, i medesimi ragguagli che danno gli scrittori del duodecimo secolo, cristiani, musulmani ed ebrei, intorno le delizie dei re normanni di Sicilia. Come il Cairo, Palermo ebbe quella che Ibn-Giobair chiama collana di ville regie:[1256] la Zisa, Menâni, la Cuba e Maredolce, le quali giravano quasi a semicerchio intorno la città da ponente a libeccio e scirocco. Non traviarono dal gusto orientale i fondatori della Zisa, quando la gran sala terrena, splendidamente ornata come una Ka’ah moderna d’Egitto,[1257] ha in fondo una fonte ed è tagliata in mezzo dall’aperto canale di marmo, pel quale l’acqua va a raccogliersi fuori il castello in una gran vasca, nel cui centro surse elegante loggetta fino allo scorcio del decimosesto secolo.[1258] Nella Cuba, la base del prospetto rivestita di cemento idraulico, la porta più alta del suolo, e gli avanzi degli argini, attestano che il castello rispondea sopra un laghetto artificiale;[1259] e le vestigie del medesimo cemento si scorgono nelle rovine di Menâni.[1260] Più lunga la cronica di Maredolce, o Favara che vogliam dire. Sappiamo che fu villa regia di sollazzo fino al principio del secolo decimoquarto;[1261] che Arrigo imperatore, allo scorcio del duodecimo, dimorò nel castello e trovò il parco pien di cacciagione.[1262] Pochi anni innanzi, Beniamino da Tudela, o il viaggiatore copiato da lui, faceva andare a diporto sul lago il re normanno con le sue femmine;[1263] del quale lago, disseccato in oggi, possiam noi misurare il circuito lungo la radice del monte e gli avanzi degli argini; e l’altezza si scorge dall’intonaco idraulico ond’è rivestito in alcune parti il muro del castello.[1264] I poeti di re Ruggiero, nella prima metà del secolo stesso, aveano descritti i nove canali scavati alle acque, e i pesci, gli uccelli, i boschetti di aranci e le due palme che s’innalzavan come vessillo su que’ giardini d’Armida.[1265] I quali già nel secolo precedente avean mosso a maraviglia il conte Ruggiero, quand’egli irruppe (1071) nella pianura di Palermo;[1266] ed erano stati acconci forse in sul principio del secolo, poichè il castello, fino al tempo d’Ibn-Giobair (1184), si addimandò Kasr-Gia’far;[1267] dond’egli è verosimile che l’abbia edificato l’emir Kelbita di quel nome (998-1019). L’attiguo bosco di palme, che stendeasi fino all’Oreto,[1268] va noverato forse tra i luoghi di sollazzo che Ibn-Haukal avea visti in riva al fiume, verso la metà del decimo secolo[1269] e che i Pisani aveano depredati il millesessantatrè.[1270] Dobbiamo far menzione ancora della vasta bandita che, al dire di Romualdo Salernitano, avea creata re Ruggiero in alcuni boschi e monti presso Palermo, circondatili a quest’effetto d’un muro di pietra, piantatovi nuovi alberi, e messavi gran copia di daini, caprioli e cinghiali; il qual parco dalla reggia stendeasi per parecchie miglia a libeccio oltre i gioghi de’ monti e chiamavasi, com’io credo, Menâni, col nome stesso del castello.[1271] Romualdo aggiugne che il re passava l’inverno alla Favara e l’estate a cacciare ne’ boschi del Parco. La loggetta sormontata di cupola che rimane intatta tra Menâni e la Cuba, torna sempre, qual che fosse l’età sua, al gusto dei giardini regii dell’Egitto.[1272]
Se i principi normanni seguirono gli usi dei Kelbiti, questi a lor volta aveano imitati i califi del Cairo. E la storia ce ne mostra il perchè. La casa kelbita dei Beni-abi-Hosein, mandata da Moezz a mettere, se possibil fosse, un morso in bocca a’ riottosi Musulmani di Sicilia, avea gran seguito a corte di quel califo. Sotto i degeneri successori di Moezz crebbe la possanza de’ Kelbiti, al segno ch’e’ prevalsero ne’ consigli del Cairo più facilmente che lor non avvenisse di comandare nella capitale della Sicilia.[1273] Dalla intima relazione delle due corti, seguì naturalmente maggiore frequenza di commerci tra’ due paesi: il qual fatto, se occorre nelle memorie del duodecimo secolo, del decimoterzo e fino al decimoquarto,[1274] era nato al certo avanti le Crociate e avanti il conquisto normanno dell’isola.
Dopo il detto fin qui, noi possiamo senza ambagi chiamare arabica l’architettura siciliana del duodecimo secolo; e possiamo conchiudere che quest’arte seguì il corso di ogni altra appartenente all’incivilimento esteriore che rimase in Sicilia fino alla caduta della dinastia normanna. Quello che alcuni eruditi supponeano stile ibride, nato al contatto de’ nuovi con gli antichi abitatori del paese, mi sembra mera specie dello stile arabico d’Oriente; poichè io non veggo nel siciliano quel profondo divario che porta a far genere novello. Anzi, parendomi che i confini tra il genere e la specie non sieno meno incerti in architettura che in zoologia, mi rimarrei da una quistione di parole, se non pensassi che l’altrui giudizio è fondato sopra erronei dati storici intorno i tempi e i luoghi. Io credo che altri abbia errato, considerando l’arte arabica più tosto nel tramonto del medio evo, che nel pien meriggio dell’incivilimento musulmano; più tosto a Granata, che al Cairo. Parmi altresì che quella influenza bizantina, che tutti i maestri dell’arte hanno notata negli edifizii siciliani del duodecimo secolo, non sia mica peculiare del paese nè del tempo, ma si scorga medesimamente in ogni stile architettonico del medio evo; nell’arabico di Egitto, come in quello di Spagna; nel sassanida, come nel lombardo e in tutt’altro che prevalse fino a’ principii del decimoterzo secolo nella Terraferma d’Italia ed oltremonti, non esclusa la Spagna dei Visigoti. Anzi ne’ monumenti sassanidi occorrono più frequenti e più schiette le linee bizantine. L’arte siciliana le ereditò dall’arabica. E ne sia prova il gran divario di stile che corse nel duodecimo secolo tra la Sicilia e l’Italia meridionale, soggette entrambe a’ principi normanni: delle quali regioni la prima contava tre secoli di dominazione arabica, la seconda era uscita da poco di man de’ Bizantini e, se ripugnava alla dominazione, seguiva la civiltà loro e talvolta chiamava artisti da Costantinopoli.[1275] Or l’arco acuto usato ordinariamente, anzi esclusivamente, in Sicilia, non passò lo stretto di Messina pria della metà del decimoterzo secolo. Una sola eccezione che ve n’ha conferma la regola: ed è da maravigliare che non se ne trovino assai più all’entrar del duodecimo secolo, quando i principi non solo, ma anco molti baroni d’ambo i lati dello Stretto discendeano dalle stesse famiglie.[1276] Io non ho fatto parola d’arte normanna, parendomi non si possa mettere in campo ne’ primi principii del secolo, quando i Normanni, sia di Francia, sia d’Inghilterra, usavano ancora lo stile dell’uno o dell’altro paese, il quale non somiglia per nulla a quello della Bassa Italia, nè della Sicilia, signoreggiate, nol dimentichiamo giammai, da guerrieri di ventura di tante nazioni, ai quali fu dato il nome di Normanni, perch’era questa la gente che primeggiò tra loro.
È da avvertire che ci limitiamo nel giudizio nostro all’arte predominante in Sicilia nel duodecimo secolo, quella, cioè, che si ritrae da’ monumenti delle regioni occidentali e da quelli che furono innalzati nelle orientali da’ principi normanni. Noi non supponghiamo già che si fosse dileguata al tutto in Valdemone un’arte indigena più antica, sorella dell’arte dell’Italia meridionale e molto vicina a quella di Costantinopoli; ma pochi monumenti ne avanzano nella Sicilia orientale, e tutti poco più o poco meno alterati da successive costruzioni. Pertanto noi non ragioneremo di quest’arte che non appartiene propriamente alla Sicilia musulmana, e in ogni modo non se ne vede grande effetto nell’architettura del duodecimo secolo; e sol possiamo supporre che nel decimo e nell’undecimo abbia dato in prestito qualche accessorio agli architetti musulmani della Sicilia. La ragione è che entrati i Greci di Sicilia e di Calabria nella corte normanna di Palermo, insieme coi vincitori Oltramontani o italiani di Terraferma, tutte quelle genti cristiane cominciarono a dar nuovo indirizzo alle lettere, alle scienze morali e ad alcuna delle arti figurative: ma l’opera fu lenta al par che l’aumento della popolazione cristiana.[1277] Avvertiamo ancora che, chiamando arabica l’architettura siciliana, intendiamo dire delle fattezze principali; non potendosi tenere diversità di stile que’ lievi mutamenti che richiede or il subietto dell’edifizio, ora il comodo o il capriccio del padrone. L’arte arabica, sì ricca e versatile, potea soddisfar appieno a coteste modificazioni senza necessità di trasnaturarsi. Basta osservare la pianta delle principali chiese normanne di Sicilia che han forma di basilica (diversa bensì da quella della Terraferma d’Italia, al par che dalla chiesa bizantina e dalla moschea),[1278] e ve n’ha alcuna costruita precisamente a croce greca; onde ognun vede che gli architetti seguivano i dettami de’ prelati e de’ principi fondatori, a un dipresso come i due architetti persiani abbozzarono successivamente il disegno della giâmi’ di Cufa secondo i cenni di Omar e di Ziad, e come l’architetto cristiano d’Ibn-Tulûn delineò la moschea senza colonne. E mi sembra che gli architetti musulmani di Palermo ben serbassero l’integrità dell’arte loro, dando alle chiese, ch’e’ fabbricavano, talvolta una forma di mezzo tra l’occidentale e l’orientale e talvolta la forma greca a dirittura. Si può ammettere similmente che artisti siciliani abbian delineato qua e là, per voler dei principi e de’ baroni, il fregio ad angoli salienti e rientranti usato in Francia e in Inghilterra col nome di chevron o zigzag, e lo stesso diciamo di alcun’altra parte accessoria; ma nessuno ne inferirà che l’arte arabica rimanesse alterata per questo, nè tributaria delle arti settentrionali. Credo anch’io che re Ruggiero, vago delle matematiche applicate e capace d’altissimi concetti, abbia dato indirizzo agli artisti che gli fabbricarono San Giovanni degli Eremiti, la Cappella Palatina, il Duomo di Cefalù, i palagi e le ville: e pur non dirassi ch’egli abbia rinnovata con ciò l’arte arabica in Sicilia.
La quale par sia stata allora esercitata quasi esclusivamente da’ Siciliani, sia di schiatta arabica o berbera, sia di schiatte indigene, fatti musulmani e alcun di loro già riconvertito al Cristianesimo, da senno o per gabbo. E veramente la moda d’intagliare iscrizioni arabiche negli edifizii de’ principi normanni, come alla Cuba, alla Zisa, e perfino nella torre della distrutta chiesa di San Giacomo la Màzara,[1279] fa necessariamente supporre artisti la più parte di linguaggio arabico. Il qual uso d’intagliare le iscrizioni nelle mura esteriori de’ monumenti accettò anco le due altre lingue che si parlavano in Palermo, la greca cioè nella chiesa della Martorana,[1280] e la latina in quella contigua detta di San Cataldo; ma l’arabico non cedè il luogo ne’ castelli della Cuba e della Zisa, ancorchè più moderni.[1281] L’arabico entrò ne’ santuarii cristiani, come ognun vede nel palco della Cappella Palatina e nella chiesa della Martorana, nella quale, astrazion fatta delle due colonne con iscrizioni, tolte evidentemente da moschee, la cupola di mosaico con epigrafi greche è fasciata alla base, com’abbiamo testè accennato, d’una iscrizione che comincia col simbolo greco bizantino e continua sino alla fine in arabico, con formole cristiane tradotte da inni antichissimi della Chiesa orientale.[1282] Convien dire anzi che gli architetti fossero rimasi, se non musulmani, per lo meno arabizzanti fino alla seconda metà del duodecimo secolo, poichè nel soffitto della chiesa della Magione, che fu edificata in quel torno, si veggono ancora, su le correnti del comignolo, le voci Vittoria, Salute, Possanza, Contentezza ed altri augurii scritti in arabico, or a caratteri neri su fondo bianco, or il contrario, ed ora in rosso con fili gialli su fondo nero; e coteste correnti alternansi tra loro e con altre che portan figure, le une di pesci e le altre di uccelli.[1283] Era capriccio degli artefici, o piuttosto superstizione d’astrologia; ma pur sempre la lingua pura e i caratteri netti e franchi provan la nazione degli autori principali di quell’opera.
Spero io che questa definizione della architettura siciliana del duodecimo secolo, messa innanzi dall’Hittorf, confortata da’ lavori del Coste e, se mal non mi avviso, anche dal dotto giudizio dello Springer e corredata delle notizie ch’io ho aggiunte qui, sia decisa inappellabilmente, quando lo studio di nuovi testi arabi e di altri monumenti della Siria e della Mesopotamia designerà precisamente il tipo ch’ebbe l’architettura arabica orientale dall’ottavo all’undecimo secolo. Coi quali studii troncherassi fors’anco quell’altra lite su l’origine dell’architettura, impropriamente detta gotica, del Settentrione. Uno de’ più eletti ingegni del secol nostro[1284] ha trattato questo argomento, sostenendo, con molta erudizione e molto amor patrio, come lo stile gotico non consista nell’arco acuto e come sia nato dalle idee filosofiche, politiche e religiose che nella prima metà del duodecimo secolo andavano germogliando entro le congreghe ecclesiastiche dell’Isola di Francia. Ma s’egli ha dimostrata la novità dello stile settentrionale e il merito di coloro che primi l’usarono in Francia, o, com’altri vuole, in Germania o in Inghilterra, non si potrà negare da un altro canto che l’arco acuto è pur parte principale dell’arte del Settentrione; che si vedea già bello e compiuto nella moschea d’Ibn-Tulûn nel nono secolo, e che s’ammirava anco in Sicilia alla fine dell’undecimo e nella prima metà del seguente. Non va rigettata dunque l’opinione del Coste e dell’Hittorf.[1285] I pellegrini normanni e tedeschi che visitavano Gerusalemme e il Sinai avanti la prima Crociata; i guerrieri dell’Occidente, nobili e plebei, laici e chierici, che ritornavano a lor case dopo sciolto il voto della liberazione, riportarono, com’egli è verosimile, l’idea dell’arco acuto ed altre movenze dell’arte arabica; la quale con la sua vaghezza e grandezza non potea non abbagliare gli inculti popoli dell’Europa. Nè parmi supposto temerario che, sostando in Sicilia, alcun de’ reduci abbia vista l’arte medesima fiorir sotto lo scettro cristiano e servire agli edifizii sacri. Senza dubbio que’ concetti germogliarono in menti preparate dalle tradizioni dell’architettura romana e da un cupo sentimento religioso ignoto nell’Europa meridionale; senza dubbio la qualità de’ materiali di costruzione e i bisogni del clima, per esempio i tetti acuminati, richiesero delle modificazioni e suggerirono di tentare un arco assai più aguzzo che non si fosse mai veduto in Egitto, nè in Sicilia; e spesso, com’egli avviene, la necessità parve virtù, e la bizzarrìa, volo del genio o sublimità dell’affetto. Spuntò per tal modo quello stile che non è romano, nè lombardo, e neanco arabico, nè bizantino, quantunque abbia preso di questo e di quello, ma pur costituisce una forma nuova dell’arte e va noverato tra le poche creazioni felici del medio evo.
Ritornando al mio argomento e toccando delle arti accessorie all’architettura, io non sosterrò che tutti i be’ mosaici siciliani del duodecimo secolo sien opera della schiatta musulmana. I soggetti cristiani delle immagini poteano esser comandati anco a Musulmani; ma i tipi immutabili della Chiesa bizantina copiati fedelmente, il disegno, i colori, le epigrafi in greco, rivelan la mano di artisti di quella schiatta, sia che fossero venuti apposta da Levante, come quei che avea testè chiamati l’abate Desiderio a Monte Cassino, sia degli indigeni di Sicilia e della Bassa Italia. Nè ripugno al supposto che uomini nati di schiatte italiche nell’una o nell’altra regione abbian presa parte al lavoro e lasciatovi per segno le epigrafi latine. Non escluderò nè anco gli Arabi, quando Edrîsi, nel paragrafo della cattedrale di Cordova testè citato,[1286] disse che nè Musulmani nè Rum avean mai fatti mosaici più belli. Oramai non si può allegare, e reggerebbe poco nel caso nostro, il supposto orrore d’ogni fedel musulmano contro le immagini d’uomini o d’animali: contuttociò egli è probabile che i Musulmani, più tosto che alle istorie bibliche ed alle rappresentazioni de’ santi, abbiano lavorato a quello che soleano far più sovente, cioè nelle chiese agli ornamenti e negli edifizii profani alle immagini di fantasia, come quelle della sala terrena della Zisa e della stanza normanna del palazzo reale. Del resto egli è noto che valenti critici hanno studiati i mosaici di Sicilia e li hanno giudicati superiori a que’ contemporanei della nostra Terraferma.[1287]
Accennerò appena alle dipinture su legno che rimangono ne’ cassettoni ottagoni del palco della Cappella Palatina di Palermo, tutti intagliati, divisi da lunghe aguglie capovolte a mo’ di stalattiti, ornati d’oro, d’azzurro, di bianco e d’iscrizioni arabiche. Le dipinture son da riferire alla prima metà del duodecimo secolo, come la più parte de’ cassettoni; sapendosi da scrittori contemporanei che il palco era ornato per l’appunto con que’ disegni e que’ colori, e rimanendovi intatte, la più parte, le iscrizioni arabiche. Ma a quell’altezza arriva poca e trista luce dalle finestre sottoposte, sì che le iscrizioni furono ignote fino al principio di questo secolo, e le figure e i rabeschi dipinti entro i cassettoni non si conoscono altrimenti che per le piccole fotografie fatte due anni addietro a luce riflessa da uno specchio, quand’io mi accinsi a pubblicare le iscrizioni. Nessuno ha osato poi di giudicar le dipinture senza osservarle da presso: onde convien tacerne per ora ed aspettare qualche occasione, che permetta ai conoscitori di studiare a loro bell’agio questi avanzi di un’arte siciliana del duodecimo secolo.[1288]
Venendo alla scultura, non veggo alcuna ragione di negar ai Musulmani di Sicilia il lavorìo degli ornati in alto e basso rilievo e in particolare de’ capitelli elegantemente scolpiti, che ammiriamo in varii monumenti dell’epoca normanna, massime nel chiostro di Morreale. Perocchè il grande numero e la forma de’ capitelli esclude il supposto che fossero tolti da più antichi edifizii, e, come dicemmo pocanzi trattando de’ mosaici, non regge il vecchio canone che là, dove si veggono effigie, sia da escludere l’origine musulmana. Buoni giudici spassionati hanno notata la eccellenza di così fatta opera di scultura.[1289] De’ fonditori di bronzo abbiamo toccato nel capitolo precedente. Passando dal mestiere a quella che in oggi si chiama propriamente arte, noi non rivendicheremo alla scuola musulmana le due porte di bronzo del Duomo di Morreale, contemporanee e pur di stile molto diverso, nell’una delle quali si legge il nome di Bonanno da Pisa, nell’altra quel di Barisano da Trani.[1290] Pure la imitazione degli ornati arabi è notabile in alcuni compartimenti della porta di Bonanno: e più assidua, dico anzi servile, si scorge in un lavoro anteriore almen di ottant’anni, cioè le porte di bronzo della camera sepolcrale di Boemondo a Canosa, ch’erano una volta ageminate in argento. Nelle quali non solamente i fregi e il campo son tutti arabeschi finissimi e complicati, ma l’artista perfin copiò delle lettere cufiche nei tre cerchi che occupano il campo del battente sinistro; talchè si direbbe opera orientale, se non vi si leggessero allato in latino le lodi di Boemondo e se la soscrizione, parimente latina, non portasse il nome di Ruggiero campanaio di Amalfi, autore delle porte e d’un candelabro.[1291] Possiam noi supporre questo Ruggiero musulmano di Sicilia, battezzato col nome del padrone normanno che l’emancipò; possiamo supporre che, nato in Amalfi, avesse appresa l’arte, com’altri suoi concittadini ed altri Italiani, in Costantinopoli, oppure in Sicilia o nel Levante musulmano; ch’egli avesse gittato il bronzo ed altri disegnati i modelli: ma in nessun caso è dubbia la scuola, alla quale appartiene questo lavoro. A ciò s’aggiunga che i Musulmani di quella età, con opera diversa e assai meno agevole, fabbricavan porte di ferro istoriate a figure di animali. Noi lo sappiamo precisamente delle porte di Mehdia,[1292] della qual città si è visto ch’ebbe fin dalla sua fondazione strette relazioni con la Sicilia. E non sembra inverosimile che fossero state della stessa fattura le porte di ferro che Roberto Guiscardo riportò di Palermo in Troja di Puglia, insieme con varie colonne e capitelli di pregio:[1293] il qual fatto spiana la via all’ipotesi che artisti musulmani di Palermo abbiano partecipato al disegno dei lavori di bronzo gittati un secolo appresso pel Duomo di Morreale.
Ma ritornando alle costruzioni dopo il lungo discorso su le arti ausiliari, ci occorre un ramo d’ingegnerìa assai coltivato in Palermo, per l’abbondanza delle acque che sgorgano alle radici de’ monti vicini. Il biasimo che fa Ibn-Haukal a’ Palermitani, perchè la più parte bevesser acqua di pozzo, ci ha condotti, contro l’opinion comune, a conchiudere che la vasta ramificazione di acquedotti e condotti minori, che in oggi recano l’acqua infino a’ piani più elevati delle case, non si dovesse riferire alla dominazione musulmana. Ma da un altro canto quel congegno non può esser nato dopo il duodecimo secolo. Arabica è la voce giarra, che designa in Sicilia una parte principale del sistema, cioè i pilastri, ne’ quali si fa montar di tratto in tratto l’acqua per lasciarla ricadere giù e renderle in parte la forza perduta nel cammino: le quali costruzioni furono usate allo stesso effetto in Ispagna e lo sono tuttora nell’Affrica settentrionale.[1294] Che se il vocabolo catusu, il quale in Sicilia vuol dire doccia di terra cotta, ha etimologia greca e latina, noi veggiamo che gli Arabi, toltolo in prestito, come tanti altri vocaboli, da’ popoli civili, mutarono alquanto il significato da “urna o brocca” in “secchia,” e in Occidente vi aggiunsero il significato di “condotto o doccia;” onde questa voce siciliana si deve immediatamente agli Arabi.[1295] Infine è arabica di pianta la voce darbu, misura d’acqua corrente, usata fino ai nostri giorni in Palermo e scritta in un diploma arabico del duodecimo secolo.[1296]
Dalle cose passando agli uomini, sarebbe da investigare per lo primo quali avanzi di sangue arabo e berbero fossero rimasi negli odierni Siciliani. A tal quesito parmi non sappia rispondere l’anatomia nè la fisiologia, dopo sette secoli, nel corso de’ quali la schiatta italica, di gran lunga predominante, ha avuto agio di assorbire ogni altra. E là dove mancano i rigorosi metodi scientifici, dobbiamo diffidare delle apparenze, delle opinioni preconcette, delle osservazioni parziali e de’ subiti giudizii. Per la medesima ragione mettiamo da canto le conghietture che suggerisce qua e là una diversa sembianza e indole degli uomini in qualche regione o città dell’isola, e ci ristringiamo ai fatti storici e linguistici.[1297]
Abbiamo notate a lor luogo le crisi della popolazione musulmana. La quale, oltre le stragi della guerra e delle proscrizioni, scemò per la emigrazione in Affrica, incominciata il millesessantotto e non cessata al certo fino al compimento del conquisto; cresciuta dopo breve sosta, pei supplizii del cencinquantatrè, e per le stragi del censessantuno; continuata pian piano sotto Guglielmo il Buono; accelerata dalle sedizioni del centottantanove, e dai terrori del cennovantanove, fino alle ribellioni del dugenventuno e dugenquarantatrè, per le quali, altri si rifuggì in Affrica o in Egitto, ed altri cercò scampo nella religione de’ vincitori; mentre il grosso de’ ribelli era deportato in Puglia e scompariva, tra per apostasia e per emigrazione, ne’ principii del secolo decimoquarto. Verosimil sembra che, in tutte queste vicende, la più parte degli usciti fossero oriundi di schiatte straniere, più tosto che antichi abitatori dell’isola. In tale opinione mi conferma il fatto che i Saraceni di Lucera parlavano, o per lo meno intendean bene, l’italiano;[1298] il che conviene per l’appunto alla popolazione rurale sottomessa dai Musulmani e lasciata sotto il giogo dai Normanni, nelle platee dei quali ci occorrono tanti villani musulmani di origine italica o greca.[1299] Ma dopo la seconda deportazione in Puglia scomparisce nell’isola, sì come abbiam detto di sopra, ogni notizia di abitatori musulmani;[1300] si veggono famiglie siciliane in Egitto e in Affrica;[1301] il linguaggio arabico si spegne d’un subito in Palermo stessa: sì che ne avanza appena, nella seconda metà del decimoterzo secolo, una soscrizione in atto pubblico[1302] e il ricordo di traduttori dall’arabico in latino, tra i quali veggiamo degli Israeliti.[1303] Mancano in Sicilia nella stessa generazione le iscrizioni sepolcrali arabiche:[1304] e se i nomi di città, villaggi e grandi tenute duran la prova del mutato linguaggio, quei delle strade in città e de’ piccoli poderi cambiano o si corrompono,[1305] sì che pochi ne avanzan oggi.[1306] Potrebbe supporsi, in vero, da’ capitoli di Federigo l’Aragonese, che fosse rimaso qualche avanzo di popolazione musulmana infino alla prima metà del secolo decimoquarto;[1307] ma quando si riflette al silenzio di ogni altra memoria per sessant’anni, sembra più verosimile che quelle leggi abbian avuto di mira i mercatanti musulmani stanziati o passeggieri nelle città marittime, e gli schiavi recati dalla costiera d’Affrica, e soprattutto dall’isola delle Gerbe, dopo il milledugentottantaquattro.[1308]
La somma de’ ricordi storici dunque è, che nei primi del trecento rimanea nella Sicilia propriamente detta poco o punto di quelle schiatte orientali ed affricane. Delle isole adiacenti, al contrario, Pantellaria, secondo l’attestato degli scrittori musulmani del decimoterzo secolo,[1309] non avea mutata schiatta nè religione, se non ch’era soggetta ai re di Sicilia, e che poi fu occupata temporaneamente da avventurieri genovesi; ma fino al decimosesto secolo, ancorchè gli abitatori professassero già il Cristianesimo, “avean comune co’ Saraceni l’abito e la favella,” al dir del Fazzello.[1310] Non sappiamo se in Malta la dominazione romana abbia spento del tutto il linguaggio punico, nè se v’abbiano fatto stanza, come a me par verosimile,[1311] degli antichi abitatori insieme coi Musulmani che se ne insignorirono e furono soggiogati a lor volta dal conte Ruggiero. Il quale, avendo istituito immantinente un vescovado, non cade in dubbio che soggiornassero allora in Malta de’ Cristiani, e sembra assai verosimile che la schiatta italiana fosse penetrata o piuttosto cresciuta con la dominazione siciliana in quell’isola.[1312] Meglio che co’ barlumi delle croniche, la mescolanza della schiatta si prova con l’idioma maltese, il cui dizionario e, quel ch’è più, la grammatica, è mezzo italiano e mezzo arabo; onde gli abitatori, senza avere appresa mai altra lingua, agevolmente conversano coi Barbareschi.[1313]
Qual dialetto dell’idioma arabico abbiano usato i Musulmani di Sicilia non è agevol cosa a determinare, quando del parlar volgare altro non resta che un oscuro esempio in tre diplomi del duodecimo secolo,[1314] ed al contrario gli altri documenti son dettati nell’inelegante, ma corretto stile degli atti pubblici;[1315] nè le opere de’ poeti e de’ prosatori disconvengono alla lingua dotta di quell’età. Il significato preso da alcuni vocaboli conferma bensì il plausibile supposto che fosse prevalso in Sicilia l’arabo occidentale o maghrebino che voglia dirsi: e meglio si farà il paragone quando uscirà alla luce il gran dizionario maghrebino che apparecchia il Dozy. Per dar qualche esempio noteremo che wed in Sicilia, come in Spagna, suonò “fiume,” non “valle,” come nella patria della lingua; che marg, passando nel dialetto siciliano, piegò la significazione originale di “prato” in quella di “padule;” che rahl, “stazione,” designò in Sicilia assolutamente un “casale;” sciarr, “mala opera,” si ristrinse a “rissa:” e molte altre differenze di tal fatta potremmo notare riscontrando i dizionarii classici, sia che le voci abbiano veramente mutato di valore, sia che i lessicografi, come lor avviene in tutte le lingue, abbiano ignorati molti significati ammessi in alcune regioni e presso alcune tribù.
Meno male possiam noi discorrere della pronunzia, della quale ci fanno testimonianza, fin dall’undecimo e duodecimo secolo, moltissimi nomi proprii trascritti in greco o in latino, e la sentiamo ancora nei nomi topografici e ne’ vocaboli siciliani derivati dall’arabico; se non che nel primo caso avvien talvolta che il mal noto s’abbia a spiegare con l’ignoto, e nelle parole viventi il suono può essere alterato. Aggiungasi che in uno de’ diplomi di maggior momento, dico la gran pergamena arabo-latina di Morreale, la versione è opera di un chierico francese, di que’ che trassero a corte di Palermo ne’ primi anni di Guglielmo il Buono; onde alcune lettere latine notan suono diverso da quel che rendono in bocca nostra.[1316] Contuttociò la materia non manca. Uscito che sia alla luce l’egregio lavoro del professor Cusa intorno i diplomi arabi e greci di Sicilia, si ricaveranno con maggiore certezza le leggi che i suoni del parlare arabico seguivano passando nel greco e nel volgare della Sicilia: il quale studio renderà più agevole il gran lavoro d’un glossario di vocaboli siciliani derivati dall’arabico. Intanto ecco quanto ritraggo dalle ricerche fatte fin qui intorno l’influenza che quell’idioma esercitò sul volgare siciliano.
Com’io ho detto a suo luogo,[1317] la Sicilia, al punto del conquisto musulmano, era bilingue, parlandovisi il greco e il latino, o per dir meglio un idioma italico, il quale negli atti pubblici vestiva i panni del latino e pur non gli riusciva di celare al tutto le umili sembianze native. A provar ciò mancano per vero in Sicilia delle scritture del settecento, ottocento e novecento, come quelle che abbiamo in varii luoghi della Penisola;[1318] ma nei primi diplomi latini, greci ed arabi di Sicilia che tornano allo scorcio dell’undecimo secolo, è manifesta la forma volgare di alcuni nomi proprii o topografici, che non erano nati al certo in quella medesima generazione. Tra i primi abbiam già notati Bambace, Diosallo, Mesciti, Notari, La Luce, Saputi, Caru, Francu, Fartutto, Pacione, Pitittu, Strambo ed altri di antichi abitatori.[1319] De’ secondi, un diploma greco del milleottantotto ricorda il fiume dei Torti;[1320] uno del millenovantaquattro conduce i confini d’un podere ad serram dello Conte e quindi ad petram serratam quae vocatur La Castellana;[1321] uno del millecento cita La Schala di Lampheri e il monte de Cavallo, ed accenna al corso di una valle per ostro sive Xirocco.[1322] Il latino notarile del medio evo, che torna ordinariamente a traduzione mentale dal volgare, comparisce già in un diploma del conte Ruggiero dato il millenovantuno, nel quale, oltre il fraseggiare tutto italiano, ci occorre verbo accrescere:[1323] e più apertamente si mostra in un altro diploma dello stesso principe, datato del millenovantatrè e contrassegnato dal suo notaio, o, diremmo noi, segretario, Antonio della Mensa, il quale se fosse siciliano o calabrese io non so, ma di certo scriveva in una lingua ch’egli credea latina in grazia delle sole desinenze e di qualche preposizione.[1324]
A cotesti avanzi del siciliano anteriore al conquisto, ne aggiugnerò altri del duodecimo secolo. Non dimenticando che in quella età la Sicilia s’empiva a poco a poco di colonie della Terraferma, io metto da canto l’attestato del bando latino di Patti (1133) spiegato in volgare,[1325] e lascio indietro molti altri esempii di vocaboli che si potrebbero riferire tanto al siciliano, quanto al pugliese, al toscano, al genovese, al monferrino o che so io,[1326] e noto in un diploma del millecentrentatrè il campo Lu Marge,[1327] ch’è bello e buono vocabolo arabico, vivente oggidì in Sicilia. Ci occorrono in un’altra carta i nomi topografici Luhrostico e Tremula,[1328] de’ quali il secondo è certamente siciliano; in un’altra del cencinquantasei, il sostantivo Olivastro;[1329] nel centottantadue Scuteri;[1330] nel dugenventisei Gabbaturi;[1331] nel dugenquaranta Ienchi e Ceramiti.[1332] E qui fo sosta, poichè non mette conto a spigolare qua e là dei vocaboli nel decimoterzo secolo, che ci ha lasciati degli scritti interi in siciliano. Anzi mi sarei già fermato alla metà del duodecimo, se avessi potuto credere contemporanei all’originale i transunti di due carte greche pubblicate per lo primo dal Morso;[1333] delle quali l’una è data il millecencinquantatrè, e l’altra, che ha soltanto la indizione, è stata ben collocata nel millecenquarantatrè.[1334] Ma non avendo esaminati i testi, e sorgendo gravi difficoltà su l’epoca de’ transunti, mi convien rinunziare a prova sì comoda e lesta.[1335] In ogni modo son persuaso che il volgare siciliano avea già presa nel duodecimo secolo una forma assai somigliante all’attuale: e che già aspirasse a divenir lingua cortigiana lo provano le prime poesie italiane dettate in Sicilia. Le leggende della maggiore porta del Duomo di Morreale, gittata in bronzo da Bonanno pisano, sendo latine con abbreviature e con qualche parola prettamente toscana, non danno esempio, a creder mio, del linguaggio parlato in Sicilia allo scorcio del duodecimo secolo;[1336] dimostrano piuttosto, che l’uso della corte di Palermo rincorava gl’Italiani delle altre province a farsi innanzi con lor volgari, somiglianti l’uno all’altro e tutti al latino. E mi pare molto verosimile che in quel primo assetto delle colonie continentali in Sicilia fossero stati più disformi l’un dell’altro i dialetti di varie regioni dell’isola, i quali ritengono fino ai nostri giorni tanti vocaboli e modi di dire diversi.
La robusta pianta del parlare italico resistè meglio che ogni altra lingua all’invasione dell’arabico. Dalla Siria, dalla Mesopotamia, dall’Egitto, scomparvero gli antichi idiomi entro breve tempo dal conquisto degli Arabi, rimanendo nella sola liturgia cristiana; dileguaronsi in un baleno nell’Affrica settentrionale, insieme con la religione, gli idiomi trapiantati ne’ tempi istorici; perfin l’aspro berbero autoctono fu respinto dal parlare arabico verso mezzodì e verso ponente. Ma in Spagna l’esotico latino cedè poco terreno e ripigliò tosto il perduto, serbando inviolata la grammatica. La qual diversa fortuna, se va apposta precipuamente ad altre cagioni, come sarebbero la distanza dall’Arabia, il numero de’ conquistatori stanziali e la durata del dominio loro, pure è da riferire in parte all’indole della lingua e al gran tesoro di civiltà che Roma avea profuso in Occidente insieme con quella. Le cagioni della corruzione dovean operare in Sicilia più debolmente assai che in Spagna; ed a quelle dovean anco resistere i Siciliani per la remotissima antichità di lor idioma italico e per la parentela di esso col greco, che gli avea disputata l’isola fin dall’ottavo secolo avanti l’èra volgare.
L’arabico pertanto ha lasciati nel parlare siciliano minori vestigi che non si creda comunemente: veruno nella grammatica,[1337] un’ombra nella pronunzia, poche centinaia di vocaboli nel dizionario, e qualche modo di dire. Io non posso entrare ne’ particolari, poichè richiederebbero il glossario accennato dianzi, il quale alla sua volta dovrebbe fondarsi sopra un dizionario etimologico, che niuno fin qui ha compilato con gli aiuti della linguistica moderna. Dirò dunque per sommi capi, che ne’ derivati siciliani l’accento rimane quasi sempre al posto dov’è ne’ vocaboli arabi corrispondenti, sia che la vocale si prolunghi nella lettera analoga, sia che le s’attacchi la consonante che segue. Delle tre vocali arabiche, la prima suona in siciliano or a, or e; la seconda sempre i; e la terza quasi sempre u. Delle consonanti la b (2ª lettera dell’alfabeto arabico) rimane per lo più inalterata come in “balata, burgiu, burnìa;” talvolta, soggiacendo alla legge della pronunzia greca, si muta in v come nelle voci “vava, vattali.” La th (4ª lettera) divien sempre t come in “Butera, tumminu.” La g (5ª lettera) serba il suono, come in “giarra, giubba,” o l’addolcisce in c, come Muncibeddu, e raddoppiata nel vocabolo hâggem, suona alla greca ng nel casato “Cangemi:” ma la voce “zubbiu” (fosso profondo) è esempio della permutazione in z, che il Dozy ha notata in molte voci spagnuole. L’h (6ª lettera) si aggrava in c, come nel detto nome Cangemi e in “coma, camiari,” o sparisce, per esempio nel nome topografico Mars-el-Hamâm, divenuto Marzamemi. Similmente la kha (7ª lettera) si muta in g, per esempio “Gausa, gasena,” e può quasi scomparire come in “maasenu” (magazzino). La d araba (8ª lettera), ch’era molto vicina al t, come si vede in tanti esempii di vocaboli tolti dal greco, s’identificò alcuna volta con la d nostra come in “darbu, Dittainu” (Wadi-t-Tîn), o mutossi in t come in “Targia, tarzanà (Dar-es-sena’h, darsena, arzanà, arsenale). La ds (9ª lettera) non occorre in derivati certi; la z (11ª lettera) ha il suono italiano in “Zisa, zizzu,” o prende quello della s, come in “magasenu” citato dianzi. Al contrario, la s (12ª lettera) inalterata in “Sutera, senia,” si muta in z nelle voci “zicca, zuccu (suk, tronco d’albero), zotta” (frusta). Frequentissima nei derivati dell’arabico, la sc (13ª lettera) rende il suono arabico in “Sciacca, sciabica,” che un tempo si scriveano con la x. L’altra s (14ª lettera), che c’è già occorsa in “darsena,” fa ora s, ora z, e suona aspra di molto in “zabara” e “zurriari” (stridere de’ denti). Come la d, la dh (15ª lettera) fa d nel siciliano “dagala, dica” (ambascia), e diviene t in “reticu,” derivato da radhi’ (bambino lattante). La z (17ª lettera), che altri trascrive dh, par abbia preso l’uno e l’altro suono in Sicilia, rimanendo l’attestato del secondo nell’antico vocabolo “annadarari” (invigilare su i pesi e le misure) e argomentandosi il primo dal nome topografico “Zaèra,” del quale diremo più innanzi. L’ain (18ª lettera dell’alfabeto), sola tra le arabe che non si possa rendere con l’alfabeto romano e però notata dagli orientalisti con un’apostrofe, mi par si pronunzii arabicamente da’ Siciliani in un verbo d’uso frequentissimo.[1338] E suona cotesta lettera nell’accento di “tarzanà,”[1339] citato or ora; ovvero si muta in consonante italiana, come nello allegato esempio di reticu; al che risponde la trascrizione dell’ain seguita ne’ diplomi arabo-greci di Sicilia, ne’ quali quella consonante, o si perde nella vocale, come in Ὀθουμέν e in Ἄβδ (’Othman, ’Abd), o la si muta in γ, per esempio in Νίγμε, Σεγίτ, (Ni’ma, Sa’îd); ed altri nel duodecimo secolo tentò di notarla con l’h, come poi fece nel decimosesto Leone affricano, poichè leggiamo in un diploma il nome di Habes, invece di (Wed-)’Abbâs, ch’era l’Oreto. Il gh (19ª lettera) o rimane g forte come in “gana,” o si muta anche in c come in “Cutranu,” che si scrive, e forse un tempo si pronunziò, “Godrano.” La k (21ª lettera) suona in Sicilia c, come in “Calata, cammisa, coffa;” ma par abbia avuto un tempo anco il suono della g che le danno gli Egiziani, poichè leggiamo “caitus,” e “gaitus” negli scritti latini del duodecimo. Nè altrimenti l’altra k (22ª lettera) che ricorre in “gaffa, mingara, cuscusu” e nell’avverbio “a cuncumeddu.” E quando il parlare arabico si sparse in Sicilia, la pertinace d che i Sardi e i Siciliani sostituiscono alla l della nostra Terraferma, si trovava radicata sì profondamente, che trasformò anco la l (23ª lettera arabica) in alcuni vocaboli tolti dall’arabico, come gebel in Mongibello, pronunziato “Muncibeddu” e il verbo “sciddicari” (sdrucciolare), che viene da zeleg e zelek. L’ultima h (26ª lettera), al par che le sue sorelle, si rende talvolta con una g, come in “zagara;” talvolta svanisce, poichè altri pronunzia lo stesso vocabolo “zaara:” ed abbiamo in Zaèra, nome d’un sobborgo di Messina, un altro esempio di questa attenuazion di suono; ma l’origine arabica non si può dimostrare, se non con l’omonimo palagio degli Omeiadi in Cordova. Il w (27ª lettera) suona v come in “Favara;” ma, se iniziale, par sia stato pronunziato u, ovvero o, come “Odesuer” (Wadi-es-Sewâri), ed anche sia scomparso al tutto come supposto articolo, il che si argomenta da Dittaino (Wadi-el-Tîn), che un tempo suonò di certo “Udittain.” Le altre lettere t, r, t, f, m, n, j (3, 10, 16, 20, 24, 25, 28 dell’alfabeto) non hanno suono diverso dall’italiano, nè mutan mai.
Chi compilerà il glossario delle voci arabiche passate nella nostra lingua illustre e nei dialetti,[1340] dovrà resistere a tentazioni frequenti; poichè i suoni dell’arabo sono sì svariati e il dizionario sì prodigiosamente ricco, che col metodo de’ vecchi etimologisti, la cui schiatta non è spenta del tutto, si potrebbe rannodare all’arabo ogni vocabolo dell’italiano e di altre lingue ancora. Da un’altra mano, le leggi fonetiche ricavate fin qui non imperano assolutamente in tutti i tempi e i luoghi; e chi non ammettesse eccezioni e talvolta non osasse scostarsi dal fil della sinopia, non avanzerebbe mai in un lavoro etimologico. Ho voluto dir questo per iscusarmi se non presento qui una lista de’ vocaboli siciliani che sono evidentemente, o mi sembrano, derivati dall’arabico; e se differisco ad altro tempo, o rimetto a’ posteri, un lavoro che richiede anzi tutto più diligente ricerca de’ vocaboli siciliani per ogni luogo dell’isola e, in quanto si possa, per ogni tempo. Perocchè leggendo nel dizionario del Pasqualino le voci disusate al suo tempo, le quali ei prese da antichi glossarii, ne veggo bandite di tempo in tempo molte di vero conio arabico. Ed è ben ragione che l’elemento straniero si elimini a poco a poco: ma questo fatto per lo appunto va notato in una esamina storica della lingua.
Rimanendo sempre su i generali, dirò che i vocaboli siciliani di origine arabica si riferiscono la più parte alle cose rurali, alle industrie cittadinesche, alle vestimenta, ai cibi, ed a qualche istituzione di polizia urbana. Come nello spagnuolo e nel portoghese che ne son ricchi, così nel siciliano che n’è povero, occorrono voci arabiche, assai più sovente ne’ sostantivi che negli aggettivi: ed al contrario i verbi, scarsi in quelle due lingue al segno che si è dubitato se alcuno se ne trovasse,[1341] non mancano nel siciliano.[1342] Sono da notar anco de’ traslati o modi di dire tradotti litteralmente dall’arabico;[1343] e come per contrapposto i proverbi arabi si contano a dito nelle raccolte de’ siciliani.
Non voglio pretermettere che buon numero dei vocaboli arabi passati nel siciliano si trova anco nella lingua illustre; anzi che occorrono in questa e in qualche altro dialetto delle voci arabiche ignote in Sicilia, per esempio nel genovese, camâlo, mésaro, macrama; in Arezzo cáida;[1344] a Pisa un tempo calega;[1345] in Liguria e in Toscana, maona o magona[1346] e nella lingua illustre acciacco, azzurro, butteri, carciofo, collare (per salpare), petronciana, scialbo, tarsia. Altri son comuni al siciliano: ammiraglio, barda (siciliano varda), camicia (siciliano più correttamente cammisa), canfora, cifra e zero (trascrizioni diverse dello stesso vocabolo), dogana, gabella, garbo, gelsomino, fondaco, liuto, magazzino, sensale, tariffa, vasca: oltrechè i termini scientifici, come alambicco, alcali, almanacco, giulebbe, taccuino, zenit, corrono nella più parte delle lingue viventi d’Europa. La Terraferma d’Italia, di certo, li ebbe or dalla Sicilia, or dalla Spagna, or direttamente dalle costiere meridionali del Mediteraneo.
Senza disputare altrimenti delle origini del parlare siciliano, su le quali hanno lavorato e lavorano ancora i letterati dell’isola,[1347] e senza gittarmi nella mischia che ferve intorno a Ciullo d’Alcamo,[1348] io ammetto che verso la metà del duodecimo secolo il siciliano parlavasi tanto o quanto in tutta l’isola e tendeva alla forma attuale, senza essere giunto però, non dico già alla mèta, chè le lingue vive non si congelano, ma a quel tratto del corso che soglion varcare quetamente senza notabili alterazioni. Così dovea succedere per la presenza delle colonie testè venute da varie parti della Terraferma, unite da commerci tra loro e molto più strettamente col grosso dell’antica popolazione di linguaggio italico, o, per dir meglio, siciliano. Nella quale condizione di cose dovea nascere un idioma cortigiano o legionario che chiamar si voglia, non altrimenti che quello che s’ode da dieci anni in qua nel nostro esercito; e quel parlare dovea, con l’andar del tempo, sempre più accostarsi al dialetto indigeno, prendendone molto più che non gli desse.
Da cotesta vena di linguaggio, torbida ancora per la sospensione delle parti che duravano fatica a compenetrarvisi, emerse la poesia italiana propriamente detta. Se ciò sia avvenuto alla metà del duodecimo secolo o nei principii del seguente non si potrà sapere per l’appunto, se il caso non ci farà trovar prove più chiare di quelle allegate fin qui. Ma parendo assai verosimile che il linguaggio più comune a corte di Federigo imperatore, de’ Guglielmi e fors’anco di re Ruggiero, sia stato un dialetto italiano, e concorrendovi la espressa testimonianza di Dante, per non citare tutti gli altri, possiamo tener certo il fatto. E per vero nessun altro luogo d’Italia si può immaginare più adatto che la Sicilia al nascimento delle muse italiane. Lo studio della poesia araba, approfondito da mezzo secolo in qua, ha dissipati gli errori di chi la credea madre della poesia spagnuola, provenzale ed italiana. Nè la ragion poetica, nè la macchina, nè la rima delle poesie neolatine può riferirsi in alcun modo alle arabiche. La moda sola, credo io, delle splendide corti musulmane della Spagna fece entrare ne’ castelli cristiani dell’Occidente, insieme con altri argomenti di lusso, il sollazzo di ascoltare poesie in lingua volgare del paese: i premii e gli onori incoraggiarono i poeti nazionali a recitare nelle brigate principesche i versi che si sentiano per lo innanzi negli oscuri crocchi delle città e delle campagne; talchè la poesia volgare, meglio che nata, si dee dir emancipata e nobilitata in quel tempo. Lo stesso è da supporre nella corte musulmana dei re normanni e svevi di Sicilia; a’ quali forse avvenne d’ascoltare lo stesso giorno de’ poeti arabi e de’ poeti siciliani e di largire agli uni come agli altri una manata di tarì d’oro. Solo legame tra le poesie neolatine e le arabiche mi sembrano i metri delle mowascehe e de’ zegel, dei quali ho fatta parola nel capitolo undecimo di questo libro.[1349] Io spero che nuove ricerche in tal campo riescano a rischiarare quel periodo della nostra storia letteraria: ma si può ritenere fin d’ora che la Sicilia debba agli Arabi, e la Terraferma italiana debba alla Sicilia, chè del primato dell’altra grande isola io dubito forte, la inaugurazione della poesia nazionale.
Si possono spigolare qua e là altri bricioli del patrimonio che la popolazione musulmana legò alla Sicilia. Il nome arabico di Sciorta o Xurta, com’è scritto nei Capitoli de re Aragonesi di Sicilia,[1350] prova come l’istituzione d’una guardia cittadina, che vegliasse alla pubblica sicurezza nelle città, risaliva fino alla dominazione musulmana. Venìa da quella parimente il sistema metrico che fu in uso nell’isola fino alla fondazione del reame d’Italia; chè non solo alcuni nomi delle misure d’acque correnti, da noi citati già in questo capitolo, e il verbo stesso testè ricordato che significa la vigilanza della pubblica autorità su’ pesi e le misure di piazza, derivano manifestamente dall’arabico, ma altresì alcune denominazioni in varie parti del sistema: la canna nelle misure lineari;[1351] la salma e il tumolo nelle misure di superficie e nelle cubiche per gli aridi;[1352] il cafiso in quelle de’ liquidi;[1353] il rotolo e il cantaro ne’ pesi.[1354] Che se ne’ multipli e nelle suddivisioni troviamo vocaboli latini, gli è naturale effetto della mescolanza dei popoli e si può supporre che que’ nomi fossero entrati dopo la dominazione musulmana o durante quella. Le denominazioni metriche della Sicilia passarono, com’e’ sembra, nella Bassa Italia quando soggiacque alla dominazione de’ Normanni in Sicilia; e forse alcuna v’era stata recata prima dal commercio, come abbiam provato per le monete.[1355] Il rubbio di Roma, Lombardia, Piemonte e Genova, anch’esso d’origine arabica; il rotolo, ch’era in uso a Genova, sì come a Napoli; il carato, peso usato dagli orafi anche nelle altre province che non ebber colonie musulmane, furono evidentemente recati dal commercio.[1356]
Quando si riflette su la catastrofe delle popolazioni musulmane di Sicilia, seguìta più tosto per fatto delle genti cristiane che del governo, si noterà con minore maraviglia che non sia durata nell’isola alcuna foggia di vestire de’ Musulmani. De’ nomi stessi di quelle fogge pochi sono arabi e questi comuni alla Sicilia ed alla Terraferma.[1357] Altri ha riferito a’ Musulmani i manti neri, di che nel secolo passato e ne’ principii del corrente soleano avvolgersi le donne siciliane andando a messa, ed anche a diporto, i quali non sono scomparsi del tutto in alcuni paesi di Sicilia; ma tal supposto mi sembra fondato piuttosto su l’analogia de’ costumi gelosi, che su la rassomiglianza di quella foggia siciliana a’ camicioni ed a’ veli delle donne musulmane.
Direbbesi che all’incontro i Cristiani di Sicilia avessero prese volentieri da’ loro concittadini circoncisi quelle usanze che soddisfacean meglio alla gola. Più che le vivande, sono rimasi arabi di nome e di fatto in Sicilia i camangiari,[1358] massime i dolciumi, antica manifattura del paese; poichè ritroviamo in Affrica, fin dallo scorcio del nono secolo, delle torte condite con lo zucchero di Sicilia.[1359] Un Ducange arabo, se mai l’avremo, ci spiegherà molti vocaboli di tal fatta che or leggiamo inutilmente nelle istorie e nei racconti; e per tal modo ci svelerà tutte le rassomiglianze de’ buon gustai siciliani con que’ dell’Egitto: gli uni e gli altri grandi consumatori dello zucchero prodotto ne’ due paesi e scambiato assiduamente tra loro infino al decimoquinto secolo, in grazia forse della qualità diversa o delle raffinerie, mantenute in Egitto, mancate presto in Sicilia.[1360] Perocchè nelle descrizioni del prodigioso lusso della corte fatemita, serbateci dal Makrizi, le feste del ramadhan al Cairo, per la quantità e qualità della roba che si mangiava, somigliano perfettamente alla novena del Natale, al Carnovale e alla Pasqua in Palermo. A casa de’ grandi officiali dello Stato, e con maggiore profusione a corte, solean imbandirsi delle figurine e de’ castelli di zucchero e panforti finissimi e varie maniere di paste dolci, delle quali e d’altre vivande più sostanziali, acconciate con vaghi colori, ed ammonticchiate in vassoi d’argento, d’oro e di porcellana della Cina, si facea come una cuccagna.[1361] Allo scorcio del medio evo, e infino a’ nostri tempi, si veggon usati in Egitto de’ canditi simili alla zuccata di Sicilia[1362] ed una specie di gelatina dolce estratta dal pollo pesto:[1363] e la cuccìa di Sicilia, pasta di grano immollato, mescolato con latte, si mangiava e si mangia in Egitto e si chiama ancora kesc.[1364] Perfin si rassomigliano le frasi, con le quali vanno gridando per le strade i venditori di frutte del Cairo e que’ di Palermo.[1365]
Maraviglierà taluno ch’io scenda a tai piccolezze, tenute a vile dagli storici delle passate generazioni, e non tocchi di quella eredità di vizii e di virtù, ch’altri credea lasciata da’ Saraceni al popolo della Sicilia. E sì che talvolta è parso anche a me di scoprirne qualche avanzo, ma poi mi sono accorto della incertezza di così fatte induzioni. Una matura riflessione su l’indole e i costumi de’ Siciliani paragonati a quei degli altri popoli italiani non mostra tal divario che non si possa spiegare con la geografia e con la storia e s’abbia quindi a ricercare negli arcani delle schiatte. Per altro, quando la storia e la lingua ci hanno mostrata identica la massima parte della schiatta, sarebbe temeraria quella critica che s’accignesse a inforsare il fatto con cagioni, le quali è più facile immaginare che provarle. Assai più che l’incerta mescolanza di un fil di sangue straniero, sarebbe da valutare l’esempio de’ costumi che le colonie arabe o berbere abbian lasciato per avventura alle popolazioni della Sicilia occidentale, più pronte in vero alla violenza che quelle della regione di levante: ma anche in questo fatto le cagioni son dubbie e diverse, e chi sa se non v’abbiano operato più che ogni altro le condizioni topografiche e sociali? La sola conchiusione certa è che il conquisto musulmano recò in Sicilia nel nono secolo, e mantennevi fino all’undecimo, uno incivilimento ed una prosperità ignoti allora alle altre regioni italiane, i quali nel duodecimo e per gran parte del decimoterzo rifluirono su la Penisola e contribuirono allo splendore della patria comune.
Compio nella patria unita e libera un lavoro, al quale m’accinsi nell’esilio, trent’anni addietro, mosso da brama irresistibile di guardar nelle tenebre che avvolgeano la Storia di Sicilia avanti i Normanni, ed allettato dall’agevolezza che mi offriano le scuole e le biblioteche di Parigi. Incominciai l’arduo lavoro con animo di siciliano che bramava la libertà d’un piccolo Stato e desiderava l’unione dell’Italia, senza sperarla vicina: lo termino confidando che tutti gli Italiani sempre più si affratellino; che veggano nella unità e nella libertà la salvezza e l’onore di tutti e di ciascuno; che quindi il paese cresca di sapienza, di saviezza, di possanza, di ricchezza, e che la nuova Roma, per ammenda dell’oppressione armata dell’antichità e delle male arti de’ tempi appresso, promuova ormai nel mondo la giusta libertà dell’opera e la illimitata libertà del pensiero.