NOTE:
[1]. Intorno l’età dei due figliuoli di Adelaide, si vegga il libro precedente, cap. vij, pag. 195 di questo volume.
Adelasia e Simone sono nominati ne’ seguenti cinque diplomi: anno 1101, ottobre, presso Spata, Pergamene, pag. 191; anno 1102, Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1028; anno 1105, Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. ij, nota 30; anno 1105, maggio, due diplomi, Spata, op. cit., pag. 203 212. La data poi della morte di Simone si scorge da un diploma presso Pirro, op. cit., pag. 697, dove l’anno 1108 è contato quarto del consolato di Ruggiero. È da avvertire che nell’Ughelli, Italia Sacra, ediz. Coleti, tomo IX, pag. 291, si trova un diploma di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia del 1104, XIIª indizione. Forse l’anno è da correggere 1119, poichè, oltre il nome di Ruggiero che non era per anco salito al trono il 1104, v’ha quello di Goffredo vescovo di Messina, il quale par sia stato promosso alla sede verso il 1108 e sia vissuto fino al 1120: il Pirro, op. cit., pag. 385, reca un diploma del suo predecessore Roberto, dato il 1106.
[2]. Di Ruggiero secondo, con Adelaide o solo, abbiamo, oltre l’or citato diploma del 1108, i seguenti: anno 1109, Spata, op. cit., pag. 214; anno 1110, febbraio, Neapolitani Archivii Monumenta, tomo VI, pag. 180, e presso Ughelli, tomo citato, pag. 129 (erroneamente citato dal Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 16, con la data del 1113); anno 1110, aprile, Spata, op. cit., pag. 223; anno 1110, Pirro, op. cit., pag. 1028; anno 1111, Pirro, op. cit., pag. 772; anno 1112, marzo, dato di Messina, Spata, op. cit., pag. 229; anno 1112 giugno, Pirro, op. cit., pag. 81; anno 1112, novembre, Spata, op. cit., pag. 233.
[3]. Alberti Aquensis, lib. II, cap. 13, 14; Fulcherii Carnotensis, anni 1113, 1116, 1117; Anonymi Historia, Hierosolimitana, anni 1113, 1116; Wilelmi, Arch. Tyrensis, lib. XI, cap. 21, 29; Odorici Vitalis, Hist. Eccles., lib. XIII; Bernardi Thesaur., cap. 100, presso Muratori, Rer. Ital. Scr., tomo VII; Sicardi Ep. Cremon. presso Muratori, tomo cit., pag. 590, 591. La data della morte di Adelaide si ha dalla lapide sepolcrale, presso Pirro, Chronologia Regum Siciliæ, pag. xiv, e presso Gualterio, nella raccolta del Burmanno, tomo VII, pag. 1219, nº lxxxiij.
[4]. Anonymi Historia Sicula, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 856 e versione francese, nella edizione dell’Amato, Ystoire de li Normant, pag. 312. Replica coteste parole Romualdo Salernitano, negli annali, presso Muratori, Rer. Ital. Scr., tomo VII.
[5]. Historia ecclesiastica, lib. XIII, presso Duchesne, Hist. Norm. Script., pag. 897. Si confrontino gli estratti di questa cronica presso Caruso (Bibl. Sic., pag. 920) al quale parve cosa lodevole mutilare il racconto, per toglier tutti i fatti e le parole che potessero ingiuriare Ruggiero o la madre.
[6]. Le cronache italiane non danno tal nome, nè lo troviamo nei diplomi. Pur quello del maggio 1105, citato nella pagina precedente, nota 1, contiene i nomi dei ministri di quel tempo, ossia gli Arconti: Niccolò camarlingo, Leone logoteta, ed Eugenio, che potrebbe essere per avventura l’ammiraglio di tal nome. Non è segnato nè anco Roberto nell’importante diploma di giugno 1112, che ricordammo or ora, del quale ci occorrerà dire più largamente. Un diploma del 1142, del quale abbiamo uno squarcio dal Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. vj nota 9, dà i nomi de’ commissarii deputati da Adelaide per decidere una importante lite feudale, cioè Roberto Avenel, Ruggiero de Mombrai, Raoul de Belbas e Roberto Berlais. La nota famiglia Avenel non ha che fare co’ duchi di Borgogna; e Roberto era in Sicilia molto tempo pria della reggenza, leggendosi il suo nome ne’ diplomi del primo conte.
[7]. Alexandri Abbatis, etc. presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 258, 259.
[8]. Nel Gregorio si legge Lieraris. Questo è errore di trascrizione del traduttore latino, poichè le copie del testo greco, hanno Αιεζερις, Αιεζαρις. Probabilmente Liezeri è trascrizione del nome Eleazar che portava il signore di Galati figlio di Guglielmo Mallabret, secondo un diploma greco del 1116, presso Spata, Pergamene, pag. 241. Alla forma, questo Eleazar si direbbe soprannome arabico, el-Azhar, ossia “il risplendente:” e non sarebbe nuovo, dopo quello del Cid (Sid), questo esempio d’una appellazione che i Cristiani avessero tolta dalla lingua degli Arabi. Men verosimile parmi l’imitazione del nome giudaico Eleazar.
[9]. La versione latina di questo diploma, fu pubblicata in parte dal Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. vj, nota 9. Noi n’abbiamo già data notizia più largamente nel lib. V, cap. x, pag. 286 del volume, nota 1.
[10]. Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pag. 161 e 305 segg. del volume.
[11]. V’ha delle monete arabiche e latine dei re normanni di Sicilia, battute in Messina, e delle arabiche battute “nella capitale di Sicilia,” cioè Palermo. Messi dunque da canto i molti scritti pubblicati in Sicilia ne’ secoli passati su questa materia, gli è certa la coesistenza delle due zecche nel XIIº secolo.
[12]. Oltre i diplomi del primo conte dati in Messina, uno del 1101, presso Ughelli, Italia Sacra, tomo IX, pag. 429, dice di vescovi e baroni convocati nella Cappella di Messina dalla contessa Adelaide e dal figliuolo Ruggiero; un altro del 1126, presso De Grossis, Catana Sacra, pag. 79, fa menzione di corte tenuta dal Gran Conte Ruggiero nel palazzo di Messina, ec.
[13]. Si vegga il lib. V, cap vij, pag. 185 del presente volume.
[14]. Edrîsi nota espressamente che l’armata e gli eserciti, ai suoi tempi, come ne’ tempi andati, moveano alla guerra da Palermo. Testo nella Bibl. Ar. Sicula, pag. 28. Della Zecca abbiam detto nella nota precedente e dei diwani nel lib V. cap. x, pag. 322 segg.
[15]. Presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 81, 82.
[16]. Ἀμὲρ si legge nel mosaico della Chiesa della Martorana, pubblicato dal Morso, Palermo Antico, pag. 78; ἀμιρᾶς, anche al nominativo, presso Eustazio arcivescovo di Tessalonica, ediz. di Bonn, pag. 472. Nei diplomi greci di Sicilia che citiamo nel presente capitolo, si legge ἀμηρ, ἀμμήρας, ἀμμιρᾶς e al genitivo ἀμήραδος, ed ἀμμηρὰ. Si vegga, del rimanente, cotesta voce nel Glossario greco del Ducange, il quale la notò per la prima volta nella Continuazione di Teofane.
[17]. Si vegga Ducange, Glossario latino, alle voci amir, admiralius, etc. La voce Amiratus fu usata, credo io, la prima volta da Einbardo, Annales presso Pertz, Scriptores, tomo I, pag. 490, sotto l’anno 801, dove è chiamato così Ibrahim-ibn-Ahmed, l’Aghlabita, emiro d’Affrica. Sicardi vescovo di Cremona, presso Muratori, Rer. Ital. Script., tomo VII, pag. 605, anno 1188, chiama Admiratus il capitan del navilio siciliano e admirandus un emir di Saladino. Marangone, nell’Archivio Storico italiano, tomo VI, parte ij, pag. 18, dà al capitano della armata di Sicilia, l’anno 1158, il titolo di Admiratus e poi di Almirus; Pietro Diacono, lib. IV, cap. xj, presso Muratori, op. cit, tomo IV, pag. 499, fa parola d’un Ammirarius di Babilonia (ossia del Cairo). Le traduzioni latine e italiane del secolo XV, che troviamo ne’ Diplomi arabi dell’Archivio fiorentino, danno le voci Armiratus, pag. 353, 356 e Armiraio, pag. 347, 350 a 354, per significare l’emir di Alessandria; e veggiamo anco in una traduzione del XII secolo, pag. 260, un Admirator galearum, musulmano. Si aggiungan questi al molti esempii che porta il Ducange, e si vedrà che sempre Amiratus, con le sue varianti, rispondeva ad emir. Si ricordin anco Ugo Falcando e Romualdo Salernitano, i quali chiamano Amiratus i dignitarii siciliani di tal nome, ma il primo dà il titolo di Magister Stolii ad un kaid Pietro, che capitanò una volta l’armata siciliana.
[18]. Libro V, cap. v. pag. 139 di questo volume.
[19]. Libro III, cap. j, pag. 2 segg. del 2º volume.
[20]. Il Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1016-17, pubblicò due diplomi risguardanti questo Eugenio. Nel primo, dato del 1093, egli è chiamato notaio, che allor significava segretario. Il conte Ruggiero, a sua domanda, gli concedette un monastero fuor la città di Traina, a fin di riedificarlo, e gli conferì il patronato e il governo di quello. Ciò condusse il Pirro a vestir Eugenio monaco basiliano e crearlo abate. L’altro diploma di re Guglielmo, dato il 1169, trascrivendo il precedente ed accordando anco altri beni al monastero, intitolò Ammiraglio quell’Eugenio. Sembra dunque che il segretario del 1093, in vece di chiudersi nel suo monastero, fosse stato mandato dal conte a governare la città di Palermo. Non è inverosimile che questo Eugenio sia il gran personaggio nominato senz’altro titolo che di Arconte nel diploma del maggio 1105, presso Spata, Pergamene, pag. 263. Più certa vestigia ne troviamo in un diploma greco del 1142, presso Morso, Palermo antico, pag. 313 segg. e nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo stessa, pag. 20 segg., donde si scorge come alcuni discendenti di Eugenio ammiraglio, abbiano venduti alla Chiesa detta in oggi della Martorana, degli stabili che la famiglia possedeva in Palermo. Furono venduti da Niccolò ed Agnese monaca, figliuoli dell’Ammiraglio Eugenio, Niceta moglie di Niccolò, e Giovanni, Teodoro, Stefano ed Elena loro figliuoli; dichiarando tutti costoro che fosse ricaduta a lor pro la parte di Teodicio figliuolo di Eugenio, ereditata da Zoe figliuola di Teodicio la quale era morta anch’essa. Togliendo dunque dal 1142 il corso ordinario di due generazioni, si torna allo scorcio dell’XI secolo e si può supporre con fondamento che quell’ammiraglio Eugenio fosse il medesimo del diploma del 1093.
Notisi che in due altri diplomi greci, pubblicati dal Morso, op. cit., pag. 345 e 353, il primo de’ quali senza data va riferito al 1143 (Cf. Mortillaro, Catalogo del Tabulario della Cattedrale di Palermo, pag. 23) e l’altro è dato del 1204, si trova il nome di un Giovanni, figliuolo dell’ammiraglio Eugenio. Cotesti due ammiragli Eugenii mi sembrano diversi. Il primo si può supporre contemporaneo del gran conte Ruggiero, ma il secondo torna alla metà del XII secolo. A lui credo sia da attribuire, più tosto che all’altro, la traduzione latina dell’Ottica di Tolomeo e delle profezie della Sibilla Eritrea, di che diremo nel seguito del presente libro.
[21]. Abbiam testò citato questo diploma a pag. 346, nota 2, e avvertito come presso il Gregorio porti una data erronea.
[22]. Si vegga qui innanzi a pag. 351.
[23]. Diploma del 1159, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 98, e presso De Vio, Privilegia Panormi, pag. 6. Cristoforo allor era morto.
[24]. Si fa parola di una precedente donazione dell’Admiratus domino Christodulos, nei diploma di Ruggiero conte, che l’Ughelli pubblicò con la data del 1104 e che, supponendo esatta l’indizione XIII che v’è scritta, va riferito al 1119; come abbiamo avvertito in principio di questo capitolo, pag. 340, nota 1.
Cristodulo è detto protonobilissimo in un diploma del 1123, presso Spata, Pergamene, pag. 410. Se il sig. Spata ha ben letta la sigla del titolo onorifico e del nome, e se non v’ha errore nella data, convien pur supporre che quel titolo fosse stato accordato pria del notissimo diploma del 1139. In un diploma del 1126, tradotto dal greco, pubblicato con molte varianti, o piuttosto in tenore assai diverso, prima dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. 326, e quindi dal De Grossis, Catana Sacra, pag. 79, 80, si vede soscritto, pria di “Georgius de Antiochia amiratus” e di “Admirati filius Gentilis (sic) Joannes,” un “Chrisiodorus,” e secondo il De Grossis “Christodorus, amiratus et Riodotus.” Quest’ultima lezione, sbagliata al certo, par che venga da una sigla non capita dall’ignoto traduttore latino, e potrebbe per avventura essere la medesima che fu letta Rozius in altro diploma; onde il Pirro die’ tal casato a Cristodulo. Il Chrisiodorus o Christodorus va corretto, secondo me, Christodulus; e il Rozius potrebbe essere, nè più nè meno, che il notissimo nome di Ruggiero, poichè i Greci di Sicilia soleano trascrivere la g latina o arabica con le due lettere τζ. Cristodulo, ammiraglio e protonotaro, è citato in un diploma greco del 1130, presso Trinchera, Syllabus, pag. 138. Un altro diploma greco del 1136, presso Spata, op. cit., pag. 266, fa menzione di Cristodulo già ammiraglio. In ultimo è da noverar quello del 1139, che accorda il titolo di Protonobiiissimo, pubblicato dal Montfaucon e poi dal Morso, e nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 10. È superfluo di avvertire, dopo ciò ch’io ho detto, come non si debba fare assegnamento su la lista delli ammiragli di Sicilia ne’ tempi Normanni, data dal Pirro, Chronologia Regum Siciliæ, pag. XXV.
[25]. Si vegga il seguito del presente capitolo, a pag. 362, nota 3.
[26]. Giorgio ha titolo di ammiraglio nel diploma del 1126 citato nella nota 2, della pag. 351. In un diploma latino del 1132 presso Spata, op. cit., pag. 426 segg. egli è detto dal re “amiratus amiratorum qui praeerat toto regno meo”. In uno del 1133, tradotto dal greco, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 774, egli è detto Ammiraglio delli ammiragli; è sottoscritto αμήρας in due diplomi del 1140 e 1143 nel Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 13 e 16; è intitolato ammiraglio in un diploma tradotto dal greco, di maggio 1142, presso Pirro, op. cit., pag. 390, e ammiraglio delli ammiragli in uno latino della stessa data, op. cit., pag. 698. Nel mosaico della Martorana ei prese il titolo di αμήρ soltanto, come ognun può vedere, e leggesi in Morso, Palermo Antico, pag. 78. Pare che Giorgio, per modestia o per amor di brevità, si contentasse ordinariamente di questo. Di rado ei solea aggiugnere quello di Arconte degli Arconti; ma un suo figliuolo lo nominava sempre con questo attributo.
È da ricordare la iscrizione greca che leggevasi a’ tempi del Pirro in una Chiesa di Santa Maria de Crypta in Palermo, nel sito dove surse la “Casa Professa” de’ Gesuiti, della quale iscrizione il Pirro, op. cit., pag. 300, 301, dà una traduzione latina. Era inciso il testo su la sepoltura di Ninfa, madre di Giorgio, primum principum universorum, (Ἀρχοντῶν ἄρχον) morta il 6648 (1140). Quivi non si fa parola del padre dell’ammiraglio; ma il Pirro e con lui il Morso, op. cit., pag. 108, 109, non hanno lasciata questa occasione di nominare Cristodulo e di farlo marito della Ninfa.
[27]. Così Giovanni ammiraglio, figliuolo, com’e’ pare, di Giorgio, nel citato diploma del 1126 e nell’altro del 1142, presso Pirro, pag. 698. Secondo un diploma del 1133, presso Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. v, nota 4, l’ammiraglio Teodoro fu incaricato di decidere, insieme con Guarino Cancelliere del re, una lite sorta tra il vescovo di Lipari e i cittadini di Patti, suoi vassalli. Il citato diploma del 1126, secondo il testo di De Grossis, fa menzione di un ammiraglio Niccolò, il quale nel tempo che esercitava l’ufficio di Stratego, com’e’ pare, di Mascali, era stato incaricato dal principe di descrivere i confini di quel territorio.
[28]. Lib. V, cap. ix, pag. 262-5.
[29]. Abate di Telese, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 267 et passim.
[30]. Majone è soscritto in latino Ammiratus Ammiratorum, in un diploma arabico del 1154, presso Gregorio, De Supputandis, pag. 38. Ordinariamente lo chiamavano il grande ammiraglio, come si vede dal Falcando e dagli altri cronisti; e questo titolo modificato era ormai sì comune, che Giovanni figlio di Giorgio d’Antiochia lo riferì al proprio padre soscrivendosi μεγάλου αμήραδος ὐίος, in un diploma del 1172, Tabulario della Cappella Palatina di Palermo, pag. 29. In un diploma latino del 1157, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 98, messo fuori a nome del re da Majone “grande ammiraglio degli ammiragli” si leggono, tra i testimonii dell’atto, Stefano ammiraglio figliuolo del grande ammiraglio, un altro Stefano ammiraglio, che si sa dal Falcando essere stato fratello di Majone, ed un Salernitano ammiraglio. Visse inoltre in que’ tempi l’altro ammiraglio Eugenio, del quale si è fatta menzione poc’anzi, pag. 353, nota. 1.
[31]. È noto il diploma di febbraio 1177, per lo quale Guglielmo II di Sicilia costituì il dotario alla sua sposa Giovanna d’Inghilterra. Tra i grandi del regno soscritti in questo diploma secondo l’ordine di loro dignità, si legge 25mo, Ego Walterus de Moac Regni (sic) fortunati stolii admiratus; prima del quale vengono gli arcivescovi, i vescovi, il vicecancelliere, i conti, e dopo Gualtieri si leggono i nomi del siniscalco, del conestabile, del logoteta, di due maestri giustizieri e d’un giustiziere. Seguiamo l’edizione di Rymer, Foedera, etc., tomo I, pag. 17 (London, 1816).
Margaritone, celebre capitano navale di Sicilia alla fine del XII secolo, è intitolato, senz’altro, ammiraglio del re di Sicilia, nella Cronica di Sicardo vescovo di Cremona, anno 1188, presso Muratori, Rer. Italic. Script., tomo VII, pag. 605.
[32]. Par che i Genovesi l’abbiano usato i primi dopo la Sicilia. Negli Annali del Caffaro e nelle continuazioni di quelli, si trova un admiratus di Genova il 1211 e quindi due armiragii il 1263 etc. presso Muratori, Rer. Ital. Scr., tomo VI, colonne 486, 530, ec. È notevole che la prima nominazione d’ammiraglio fu fatta in Genova del 1241, quando Federigo II surrogò Ansaldo de Mari, genovese, al suo ammiraglio Niccolò Spinola ch’era venuto a morte.
[33]. Il Nowairi, citato da M. Reinaud, Invasions des Sarrazins, pag. 69, nota 1, dice d’un emir-el-ma’ (emir dell’acqua) in Spagna. Ma non posso assentire al mio maestro di arabico che sia questa l’origine della voce ammiraglio, quando ne vediamo sì chiaramente le successive mutazioni negli scrittori e ne’ diplomi europei. Per la medesima ragione è da respingere la etimologia ammessa dal Dizionario della Crusca, cioè da emir-el-bachar (meglio bahr) ossia emir del mare. Questa dignità non mi è occorsa mai negli scritti arabi. Ibn-Khaldûn, nei Prolegomeni, testo di Parigi Parte II, pag. 32 e traduzione francese del baron de Slane parte II, pag. 37, ignorando l’etimologia della voce almeland, la suppone franca; e nella Storia de’ Berberi par ch’ei prenda per nome proprio il titolo dell’ammiraglio Ruggier Loria (leggasi El miralia in luogo di El-murakia che non ha significato), testo di Algeri, tomo I, pag. 423, Biblioteca arabo-sicula, pag. 492, e traduzione del Baron de Slane, tomo II, pag. 397. Non posso seguir l’opinione del dotto traduttore, il quale crede Merakia alterazione di Marchese. Ruggier Loria non ebbe mai questo titolo.
[34]. Confermano questo fatto, nelle imprese di re Ruggiero in Affrica, il Nowairi e Ibn-Abi-Dinar, nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 534, 537.
[35]. Edrîsi citato poc’anzi a pag. 350, nota 1.
[36]. Credo si possa affermare la giurisdizione civile e penale del grande Ammiraglio nella prima metà del XII secolo, ancorchè la non si ritragga da documenti se non che a capo di cento anni. Ognun sa che in generale l’Imperatore Federigo ristorò l’ordinamento dei re normanni, anzichè rifarlo: e non v’ha ragione di supporre ch’egli abbia innovato alcun che nella istituzione del grande ammiraglio. Or il suo diploma, pubblicato per lo primo dal Tutini e ristampato dallo Huillard-Bréholles nella Historia Diplomatica Friderici secundi, tomo V, pag. 577 segg., anno 1239, per lo quale fu nominato, vita durante, ammiraglio di Sicilia, Niccolò Spinola da Genova, dà a costui ampia autorità: 1º di costruire e racconciare le navi dell’armata regia; 2º dar patenti di corsari e fare ristorare i danni recati da loro a sudditi di nazioni amiche; 3º giudicare sommariamente, secundum statum (statutum?) et consuetudinem armate, le cause civili e criminali delle persone appartenenti all’armata, agli arsenali regii ed a’ legni corsari, e ciò con autorità di delegare altrui i giudizii; 4º dare in feudo gli ufici di comiti nell’armata quando venissero a vacare; 5º prender danaro dalle casse regie pei bisogni dell’armata: e seguono i diversi e grandissimi lucri accordati all’ammiraglio, in guerra come in pace, su lo Stato e sui marinai e naviganti. Intorno i tribunali dipendenti dall’ammiraglio e la legislazione eccezionale di quelli, si vegga il Giannone, Storia Civile del Regno di Napoli, libro XI, cap. vi, § 2, e le opere citate da lui.
[37]. Si vegga la nota 3 della pag. 354. Questo casato non comparisce in alcuno de’ diplomi dati dal Pirro ne’ quali sia nominato Cristodulo o Giorgio; neppure nella iscrizione sepolcrale della madre di Giorgio di che abbiam fatta parola poc’anzi nella pag. 352, nota 2. Romualdo Salernitano, che forse lo conobbe di persona, non dice altro che: Georgium virum utique maturum, sapientem et discretum, ab Antiochia abductum. Presso Muratori, Rer. Ital. Scr. tomo VII, pag. 195.
[38]. Il Baiân, testo di Leyde, pag. 322, e nella Bibl. ar. sicula, pag. 373, dice che il padre di Giorgio era uno degli òlûg (stranieri o barbari) di Temîm.
[39]. Hisâb.
[40]. I testi dicono con Ruggiero; ma il seguito della narrazione mostra che il principe non l’adoperò a prima giunta in affari gravi.
[41]. Ibn-Khaldûn, nella Storia de’ Berberi, testo di Algeri, tomo I, pag. 208, Biblioteca arabo-sicula, pag. 487, e versione francese del baron de Slane, tomo II, pag. 26, aggiungeva il nome patronimico d’Ibn-Abd-el’Azîz, all’Abd-er-Rahman che insieme con Giorgio capitanò l’armata Siciliana, nell’impresa del 1126 contro l’Affrica. Io credo che costui fosse quel medesimo che il Tigiani, dicendo de’ principii di Giorgio l’Antiocheno, chiama Abd-er-Rahman-en-Nasrani, ossia il Cristiano. Ma rifletto che il Tigiani, d’ordinario molto diligente, non avrebbe qui omesso il nome patronimico onde cadea sul ministro siciliano una macchia d’apostasia; e che al contrario Ibn-Khaldûn bada alle cose più tosto che ai nomi, oltrechè i suoi scritti, copiati e ricopiati per quattro secoli, ci sono pervenuti assai malconci. Non vorrei che, saltando qualche rigo, com’avvien sovente là dove è ripetuta la stessa voce, si fosse attribuito al ministro di finanze di Ruggiero il nome patronimico di Abd-er-Rahman-ibn-Abd-el-Aziz, il quale scrisse appunto di questa impresa del 1126, ed è citato da Abu-s-Salt, e questi dal Baiân, pag. 317 del testo di Leyde e 372, della Bibl. ar. sicula. L’ufizio attribuito dal Tigiani ad Abd-er-Rahman-en-Nasrani è di Sâhib-el-Ascghal, che nell’Affrica propria e nel XII secolo, al quale luogo e tempo è da riferire la cronica qui copiata o compendiata dal Tigiani, era il tesorier generale o ministro di finanze che dir si voglia. Veggasi Ibn-Khaldûn, Prolegomènes, traduzione del baron de Slane, Parte II, pag. 14-15.
[42]. Si confrontino nella Bibl. ar. sicula: il Baiân, anno 543, pag. 373; Tigiani, pag. 392; Ibn-Khaldûn, pag. 487, 501. I particolari più minuti si hanno dal Tigiani.
[43]. Si vegga il lib. V, cap. v, pag. 332 di questo volume, e ciò che diremo in appresso de’ traffichi di re Ruggiero in Affrica. Sono poi noti quei dell’imperatore Federigo II.
[44]. Diploma latino del 1133, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 773-4. Il nome proprio è scritto una volta per sbaglio Gregorius, e il topografico in luogo di Catinae va letto Jatinae, come abbiamo avvertito nel lib. V, cap. x, pag. 317 nota 2. Da questo atto non si vede appunto in qual tempo Giorgio abbia preso quell’ufizio in Giattini; ma fu di certo avanti il 1111, perchè egli nella detta qualità descrisse i limiti di un podere donato quell’anno da Rinaldo Avenel all’Abate di Lipari. Cf. Pirro, op. cit., pag. 772-3.
[45]. Tigiani e Ibn-Khaldûn, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 394, 487, e il primo anco nella traduzione francese di M. Rousseau, pag. 246, il secondo in quella del baron de Slane, Histoire des Berbères, tomo II, pag. 26.
[46]. Abbiamo citati poc’anzi questi due diplomi a pag. 354, nota 2, e pag. 355, nota 2.
[47]. L’uno è “Schiavo di Cristo” e l’altro “Schiavo del Misericordioso.”
[48]. Il Gregorio, nel descrivere l’ordinamento del governo sotto re Ruggiero e i sette grandi ufizii della Corona, si riferisce assai di rado a documenti contemporanei. Prende quei della fine del XII secolo ed anco del XIII; o argomenta su i detti del Falcando, che scrisse allo scorcio del XII; e talvolta non allega altro che l’analogia col suo favorito sistema di Guglielmo I, d’Inghilterra. Si veggano le Considerazioni, lib. II, cap. ij, e particolarmente le note 37 segg.
[49]. Abate di Telese.
[50]. Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rer. Ital. Script., tomo VII, pag. 183, anni 1121-2.
[51]. Si vegga il lib. IV, cap. viij e xv, pag. 355 segg. 364, 547 del secondo volume, e lib. V, cap. iij e vj pag. 80, 158, 169 segg. di questo terzo volume.
[52]. Ibn-el-Athîr, anni 476, 482, 488, 489, 491, 493, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 85, 119, 164, 175 191 e 202. Si confronti Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione del baron de Slane, tomo II, pag. 22 segg.
[53]. Baiân-el-Moghrib, ediz. Dozy, tomo I, pag. 311 ed estratto nella Bibl. ar. sicula, pag. 370. Il compilatore, che avea chiamati Rûm gli assalitori del 1087, dà a quelli del 1105, il nome di Rumâniûn. Se fossero stati Bizantini?
[54]. Ibn-el-Athir, anni 501, 509 e 510, edizione del Tornberg, tomo X, pag. 315, 359, 365, e Ibn-Khaldûn, vol. citato della traduzione, pag. 24, 25.
Secondo Ibn-el-Athir, anno 503, vol. citato, pag. 336, Iehia mandò quell’anno quindici galee contro i Rûm, l’armata de’ quali le combattè e ne prese ben sei. Secondo il Baiân, nella Bibl. ar. sicula, luogo citato, e nella edizione del Dozy, vol. I, pag. 314, l’armata zirita, di rebi’ secondo del 507 (mezz’ottobre a mezzo novembre 1113) riportò in Mehdia gran numero di cattivi, presi nel paese di Rûm. E torna forse alle scorrerie nel Salernitano, delle quali dicono gli annali della Cava, an. 1113, presso Muratori, Rer. Ital. Scr., tomo VIII, pag. 923. Ibn-Khaldûn, op. cit., tomo II, pag. 25 della traduzione di Slane, dice che l’armata, della quale Iehia prendea cura particolare, fece molte scorrerie contro i Cristiani francesi, genovesi e sardi, sì che furono costretti a pagargli tributo. Il testo arabico pubblicato dallo stesso dotto orientalista, tomo I, pag. 207 sembra guasto nella voce che significherebbe tributo. In ogni modo, il nome di Farangia (franchi) può significare i paesi cristiani della Spagna e quelli anco d’Italia, e il tributo può essere stato pattuito temporaneamente con qualche giudicato della Sardegna, più tosto che con Genova o Pisa. Ibn-Khaldûn non bada alle minuzie.
[55]. Questa è la prima volta, per quanto io sappia, che si fa menzione appo i Musulmani d’Affrica del fuoco greco, o, come lo chiamano gli Arabi, la nafta. I Musulmani di Sicilia l’adoprarono nella guerra contro i Normanni, se ad un episodio di quella si riferiscono i versi d’Ibn-Hamdis, ch’io ho citati nel lib. IV, cap. xiv, pag. 532 del secondo volume, e lib. V, cap. vj, pag. 165, nota 3, del presente. In Egitto era conosciuto di certo, poichè Makrizi nel Kitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 424, raccontando l’incendio che consumò una delle armerie del Cairo il 461 (1068-9), dice che v’arsero diecimila Kirbe (otri o vasi) di nafta e altrettante zarrake, o vogliam dire tubi da lanciare quel combustibile. Nondimeno parmi che l’effetto della nafta de’ Musulmani non fosse terribile quanto quello del fuoco greco. Gli scrittori normanni non ne fanno mai parola nella guerra di Sicilia, nè in quelle d’Affrica che noi trattiamo nel presente capitolo; nè la vittoria arrise mai in quella età al navilio zirita contro gli Italiani.
Ibn-Hamdis medesimo e qualche altro poeta che cantava nella povera corte di Mehdia in sul tramonto della dinastia zirita, ricordano la nafta, come orribile strumento di distruzione: “una maraviglia” sclamava Ibn-Hamdis, senza aver letta la relazione della battaglia di Mentana. Al dir di que’ poeti, la nafta: 1º galleggiava su l’acqua e non si spegnea; 2º dava baleno, fumo, tuono e puzzo d’inferno; 3º era lanciata in lingua di fiamma da tubi di rame o bronzo che fossero; ovvero, 4º con dardi; e 5º cotesta nafta, o una specie di essa, era bianca com’acqua. Ciò nei regni di Iehia, Alì, Hasan, ch’è a dire nella prima metà del XII secolo. Si veggano i versi pubblicati nella Biblioteca arabo-sicula, pag, 393 e 565 e altri inediti del Diwano d’Ibn-Hamdis, nella copia del Ms. della Vaticana, fatta dal prof. Sciahuan per uso del conte Miniscalchi, pagg. 75, 77, 118, 213, 241, 271, rime in di, di, ri, mi, na e sa. Il Nowairi accenna anco alla nafta dell’armata zirita, Bibl. ar. sic., pag. 456. Ho fatte queste citazioni in aggiunta a’ fatti pubblicati nella dotta opera Du feu grégeois, etc. par MM. Reinaud et Favé, Paris, 1845, in-8.
[56]. Questo fatto, del quale non danno alcun cenno gli annali bizantini nè i musulmani, si ritrae precisamente dal diwano d’Ibn-Hamdîs, nella citata pag. 213, della copia del prof. Sciahuan, dove si legge che una delle ragioni che mossero “il reggitore di Costantinopoli la maggiore a schermirsi col calam dal taglio della spada zirita” fu il timore “di quel dardo incendiario, che con maraviglioso effetto lanciava il fuoco nell’onda agitata e ardeavi.”
Ibn-Hamdîs, oltre questa, scrisse a lode di Iehia altre otto lunghe kaside, che leggonsi nella copia dello Sciahuan a pagg. 24, 49, 116, 169, 204, 208, 210, 267, rime in ab, ah, ru, li, mi, im, ma, ka, e la prima, la sesta e l’ottava anco nel Ms. di Pietroburgo, fog. 62 recto e verso e 63 recto. Della prima ho dati due versi nella Bibl. ar. sicula, pag. 572, e sette versi della terza leggonsi in Ibn-el-Athîr, anno 509, op. cit., pag. 280, e nella edizione del Tornberg, tomo X, pag. 359.
[57]. Si vegga il lib. V, cap. vj e x, pagg. 158, 168 e 332 di questo volume.
[58]. Lib. IV, cap. 50, presso Muratori, Rer. Ital. Scr., tomo IV, p. 523. I Beni-Hammâd erano chiamati comunemente i signori della Cala (kalà’t) dal nome della prima loro capitale, ancorchè avessero verso il 1090 tramutata la sede in Bugia. Veggasi Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione de Slane, tomo II, pag. 43 segg.
[59]. Il fatto è bene espresso dalle parole di Ibn-el-Athîr che, prima del favore dato da Ruggiero a Rafi’-ibn-Makkan, era tra lui ed Alì amistà e inganno. Cotesta disposizione d’animi si dee tirar su infino al tempo di Iehia.
[60]. È bene riferire testualmente l’affermazione degli scrittori musulmani, che rischiara un punto importante del diritto pubblico del tempo, in Affrica e fors’anco in Sicilia. Secondo Ibn-el-Athîr, Alì dichiarò “Non abbia alcuno nell’Affrica (propria) a competer meco nella spedizione di navi con mercanzie;” e secondo Tigiani, quel principe mal soffriva che alcuno nell’Affrica (propria) rivaleggiasse con lui nella spedizione di navi.
[61]. Traduco “galea” secondo l’uso comune, la voce arabica sciana e scenîa, e serbo l’altra nella forma arabica, non sapendo appunto a quale specie di navi la risponda. Per ragione etimologica, harbiia significherebbe “guerresca.” Il legno di Rafi’ è detto Merkeb, ossia “nave” genericamente e in particolare “grossa nave” da Ibn-el-Athîr e da Nowairi; ma il Tigiani la chiama safina, che vuol dir nave in generale, e specialmente da corso.
[62]. Questo diligente scrittore dice che i Siciliani, già seduti a mensa, sapendo l’arrivo dell’armata affricana corsero a lor galee; ma alla più parte fu tagliata la via del mare, e molti rimasero uccisi. “E salvossi di costoro,” continua il Tigiani citando testualmente il contemporaneo Abu-s-Salt, “chi si potè salvare, avendo volato nella sua fuga, per paura della morte, non già per leggerezza di gamba.” Il Tigiani infine dà alcuni versi scritti in questo incontro a lode di Alì, da un Mohammed-ibn-Abd-Allah.
In cotesti versi, per vero, è detto della ritirata del naviglio siciliano e della paura che gli avean fatta le navi zirite, ma non si fa parola di zuffa, nè di sangue sparso. Similmente la kasida d’Ibn-Hamdis che si legge nel solo Ms. della Vaticana, a pag. 127 della copia del professor Sciahuan, non allude menomamente a fazione combattuta, ancorchè la si estenda di molto descrivendo il terribile aspetto delle harbîe mandate dal signore di Mehdia contro le galee venute di Sicilia a Kâbes (così va corretto il nome di Fas, ossia Fez), l’anno 512. Dal silenzio de’ cronisti e sopratutto da quello de’ due poeti, argomento che il Tigiani, avendo per le mani qualche racconto non compiuto di Abu-s-Salt, abbia confusa la prima spedizione di cui trattiamo, con qualche fazione della guerra che poi si combattè tra Alì e Rafi’ aiutato da Ruggiero; forse la vittoria navale degli Ziriti alla quale accenna Ibn-Khaldûn, con data che pare erronea.
[63]. Ibn-el-Athîr, Nowairi e Ibn-Abi-Dinar.
[64]. Ibn-Khaldûn non cita questo fatto.
[65]. Poesia citata nella nota 2 della pagina precedente.
[66]. Ibn-el-Athîr, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Ibn-Abi-Dinar.
[67]. Ibn-Khaldûn.
[68]. Ibn-el-Athîr, Baiân, Nowairi, Tigiani, Ibn-Abi-Dinar.
[69]. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 511, testo nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 280 seg. e nella edizione del Tornberg, vol. X, pag. 370; Tigiani, testo nella Bibl. citata, pag. 382 segg., 392 segg. e traduzione francese di M.r Rousseau, pag. 93 e 244 (ne’ quali luoghi la traduzione va corretta per migliori lezioni di un altro Ms. acquistato di poi da Mr. Rousseau); Nowairi, sotto gli anni 511 e 512, testo nella Bibl. citata, pag. 454; Ibn-Khaldûn, Storia de’ Berberi, testo nella Bibl. citata, pag. 486 e 488, testo di Algeri, tomo I, pag. 208 e 215, e versione francese del baron de Slane, tomo II, pag. 26 e 36; Ibn-Abi-Dinar, testo nella Biblioteca citata, pag. 535, e versione francese (Histoire de l’Afrique de.... Kaïrouani, traduite par MM. Pellissier et Rémusat), pag. 152.
Ibn-Khaldûn, nel primo de’ luoghi citati, dice che l’armata siciliana veniva in aiuto di Rafi’ per infestare la costiera ed appostare il naviglio zirita, e che Alì rinnovò il suo navilio. Nell’altro luogo accenna con pari laconismo ad una vittoria navale dagli Ziriti sopra i Siciliani, ma aggiugne che Alì arruolò allora tribù arabe e navi e andò allo assedio di Kâbes il 511. La cronologia non è osservata di certo in questo secondo frammento; nè lo si può mettere di accordo col primo, se non che supponendo la guerra navale, condotta con varia fortuna. Il Baiân, testo, ediz. del Dozy, pag. 316, e nella Bibl. ar. sic. pag. 370, sotto l’anno 512 fa parola soltanto delle ambascerie di Ruggiero a Mehdia.
[70]. Cotesti fatti, d’altronde notissimi, sono raccontati, con qualche diversità nelle date e ne’ particolari, da Ibn-el-Athîr, anno 448, edizione del Tornberg, vol. IX, pag. 425 segg.; dagli Annales Regum Mauritaniæ, edizione del Tornberg, vol. II, pag. 100 segg.; e da Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduz. del baron de Slane, tomo II, pag. 67 seg. Secondo la traduzione degli Annales, per Tornberg, pag. 106, il ribât sarebbe stato in mare. Ma il testo ha bahr, che si dice anco di gran fiume, e così la tradizione s’accorderebbe con quella, molto precisa d’Ibn-Khaldûn.
[71]. Si vegga il lib. V, cap. I, pag. 12, del presente volume.
[72]. Ibn-el-Athîr, testo, anno 407, edizione Tornberg, vol. IX, p. 205. Si riscontri il Dozy, Histoire des Musulmans d’Espagne, tomo IV, pag. 304, e Recherches, etc. seconda edizione, tom. II, pag. XXIX XXX, dove è notato un anacronismo d’Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduz. del baron de Slane, tomo II, pag. 79. L’occupazione di Denia per Moktadir torna, secondo gli autori seguiti dal Dozy, al 1079, ancorchè Ibn-el-Athîr la riferisca al 478 (1085-6).
[73]. Abbiamo la narrazione di questa impresa per Lorenzo Vernese, contemporaneo, il quale dà preziosissimi ragguagli, e più importanti compariranno quando il Bonaini ristamperà, com’egli ha promesso, questa cronica, sopra un Ms. ch’ei ne ha alle mani, molto migliore di quello che servì al Muratori. Per ora usiamo la edizione del Rerum Italic. Script., tomo VI, pag. 111, segg. Si confronti con la Chronica varia Pisana, nello stesso tomo del Muratori, pag. 101 segg. e con Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 7 e 8. Degli Arabi si vegga il Baiân-el-Moghrib, testo, ediz. del Dozy, tomo I, pag. 314, e Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduz. de Slane tomo II, pag. 206.
[74]. Lorenzo Vernese, op. cit., pag. 154; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, l. c., dice che Mobascer domandò gli aiuti ad Alì-ibn-Jûsuf.
[75]. Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, testo di Parigi, parte II, pag. 37, e traduzione francese del baron de Slane, parte II, pag. 43. La data si vede dalle scorrerie ne’ dominii di Ruggiero, le quali or or narreremo.
[76]. Dozy, Histoire des Musulmans d’Espagne, tomo IV, pag. 263, nota 4.
In due elegie scritte da Ibn-Hamdis l’anno stesso ch’ei morì (527= 1132-3) per un kaîd Ibn-Hamdûn, si fa ricordo anco del trapassato kaîd Abu-Mohammed-Meimûn; ma le vaghe lodi di virtù guerriera prodigate a costui, non danno alcuno indizio ch’egli appartenesse alla famiglia della quale noi trattiamo. Coteste elegie si trovano nel Diwan d’Ibn-Hamdis, Ms. di Pietroburgo, fog. 60 verso e 61 verso; della prima delle quali io ho dato il titolo nella Bibliot. ar. sicula, pag. 572. Mancano entrambe nel Ms. della Vaticana.
[77]. Il Marrekosci, testo, edizione del Dozy, pag. 149, narra che i Musulmani di Almeria, disdetto il nome almoravide, voleano far principe il kaîd-Abu-Abd-Allah-ibn-Meimûn, ma ch’egli ricusò dicendo: esser uomo di mare, facessero assegnamento sopra di lui contro le armate nemiche, ma dessero il principato ad un altro.
[78]. La rivolta dell’ammiraglio è accennata da Ibn-Khaldûn, il quale nella Histoire des Berbères, vol. II, pag. 183 della traduzione, gli dà il nome di Ali-ibn-Isa-ibn-Meimûn; e ne’ Prolegomeni, l. c., parla di tutta la famiglia de’ Beni-Meimûn “signori di Cadice.” Si vede ch’e’ stavano a cavallo sul mare, tra le Baleari, Denia, Cadice e Almeria.
[79]. Mi par bene raccogliere qui i luoghi degli annali, ne’ quali si fa menzione di questa famiglia:
1114. Alle Baleari, Maymonus, Lorenzo Vernese, e Ibn-Khaldûn, ll. cc.;
1122. A Nicotra, Abu-Abd-Allah-ibn-Meimûn, secondo il Baiân, testo I, 317. Ibn-Khaldûn, Berbères, II, 26, traduzione, lo chiama Mohammed: e pare lo stesso personaggio, sendo solito tra’ Musulmani, ad onor del profeta, di porre il keniet, ossia soprannome, di Abu-Abd-Allah, a chi si chiamasse Mohammed. Ma il Tigiani, nella Bibl. ar. sicula, pag. 393, dà al capitano di questa correria il nome di Ali-ibn-Meimûm, e potrebbe essere per avventura l’Alas e all’accusativo Alanta, spagnuolo, che Lorenzo Vernese dice rimaso capitano del castello di Majorca dopo la fuga di Burabe, e scampato a nuoto quando i Pisani entravano nella fortezza. È da avvertire che Tigiani, op. cit., pag. 398, accennando a quel Meimûn-ibn-Mohammed-ibn-Meimûn che assalì la Sicilia dopo il 1123, aggiugne “aver già fatta menzione di costui” Pare da ciò che nei Mss. sia stato sbagliato il nome di Alì o quello di Mohammed.
Le sorgenti siciliane dicono Gaytus Maymonus, senz’altro.
1127. A Patti e Siracusa, Meimûn-ibn-Mohammed-ibn-Meimûn, capitano dell’armata almoravide. Prendo il nome dal Tigiani, nella Bibl. ar. sicula, pag. 398, quantunque la prima voce sia mutila, Maimu e manchi altresì l’ibn seguente. Indi si potrebbe supporre il Maimu scritto per sbaglio dal copista e non cancellato, e questo personaggio tornerebbe a Mohammed-ibn-Meimûn, lo stesso capitano, cioè, della correria sopra Nicotra del 1122. Ibn-Khaldûn, Storia de’ Berberi, testo nella Bibl. ar. sic., pag. 487, e traduzione francese del baron de Slane, II, 27, dice di questa seconda scorreria di Mohammed-ibn-Meimûn dopo l’impresa di Dimas, senza porre data precisa. Gli altri autori arabi non fanno parola della impresa del 1127.
Ma parecchi de’ cristiani ne danno notizia. E primo, l’Appendice al Malaterra, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 249, porta che il 17 luglio 1027, il Gaitus Maymonus, saraceno spagnuolo, assalì Patti e Siracusa, dievvi il guasto, uccise, arse, fe’ preda e riportò prigioni uomini e donne. Lo stesso avvenimento, con le medesime parole e con errori di copia, si trova nella Epistola di fra Corrado, presso Caruso, op. cit., pag. 47, con un’aggiunta di fole, o fatti e nomi sì guasti da non potersi ravvisare. La tradizione dell’assalto del Gaito Maimono evidentemente è unica; e alla data scritta nelle due cronache non manca altro che una C per fare 1127, in luogo di 1027, che fu probabilmente cattiva correzione dei compilatori, entrambi del XIII secolo.
E così il fatto risponde a quello raccontato da Guglielmo arcivescovo di Tiro, lib. XIII, cap. 22 (estratto presso Caruso, op. cit., pag. 1001), che avendo Ruggiero assalita invano l’Affrica con 40 galee, gli Affricani, armatone 80, si vendicarono dando il guasto a Siracusa. La data torna bene, poichè il cronista nel capitolo seguente nota la primavera del quarto anno dalla espugnazione di Tiro, la quale avvenne il 30 maggio 1124.
Negli atti della traslazione del Corpo di Sant’Agata, (1126) presso il Gaetani, Vitæ sanctorum siculorum, tomo I, pag. 60, è attribuito a quella Santa il miracolo che, un anno appresso il trasporto della reliquia a Catania, i cittadini furono avvisati del prossimo assalto di pirati di Spagna; onde il nemico, trovandoli preparati, voltò la prora sopra Siracusa; dove uccise, fece prigioni “e portò via ogni cosa fuorchè le mura” dice lo scrittore contemporaneo.
Sicardi, vescovo di Cremona, presso Muratori, Rer. ital. Scr., VII, 597, scrive sotto il 1127, Barbari Syracusanam civitatem invadunt, comburunt et cuncta diripiunt.
1133 (1134 pisano). Pace fermata tra i Pisani, il re di Morroch, (Marocco) il re di Tremisiana (Telemsen) et Gaidum Maimonem. Marangone, nell’Archivio Storico ital., tomo VI, Parte II, pag. 8.
Il Makkari, testo di Leyde, vol. II, pag. 184, dice in generale delle scorrerie del Kaid-ibn-Maimûn sopra i Cristiani, e ch’egli stava in Almeria.
1137. Ne’ mari di Spagna, 22 galee genovesi inseguono le 40 di Gaito Maimone d’Almeria. Caffaro. Ann. Januenses, presso Muratori, Rer. Ital. Scr., tom. VI, pag. 259.
1159. Mohammed-ibn-Abd-el-Azîz-ibn-Meimûn, capitano dell’armata del principe almohade Abd-el-Mumen all’assedio di Mehdia, respinse l’armata siciliana venuta in soccorso del presidio. Il nome è ricordato dal Tigiani (Ms. di Parigi Supp. Arabe 911. bis, fog. 140 verso) aggiugnendo ch’ei fosse “di quella casa sì celebre di capitani navali”; ma queste parole mancano a lor luogo nella traduzione francese che fece sopra altro Ms. Mr. Alphonse Rousseau, della quale si veggano le pagg. 262, 264. Il fatto di Mehdia è raccontato dallo stesso Tigiani nello squarcio ch’io pubblicai nella Biblioteca arabo-sicula, testo pag. 402.
1161. Oberto Spinola, con 5 galee si presenta nel porto di Denia, dove Lupo, re di Spagna, gli paga 10,000 marabot (moneta degli almoravidi) e gli concede libero il commercio. Caffaro, op. cit., pag. 267. Secondo Ibn-Khaldûn, Berbères, traduz. II, 207, Lob (Lupo) ibn-Meimûn era ammiraglio degli Almohadi in quel tempo. La pace fermata tra lui ed i Genovesi è attestata anco da un diploma del 1162, nel Liber Jurium Reipubl. Januensis, tomo I, pag. 210.
Si vegga anco, su i fatti de’ Beni Meimûn, il Gayangos, traduzione del Makkari, Mohammedan Dynasties in Spain, tomo II, pag. 547, nota. Non assento al dotto traduttore che cotesta famiglia fosse berbera, della tribù di Lamtuna. Mi pare piuttosto spagnuola e forse di origine cristiana. Meimûn era de’ nomi che i Musulmani solean dare a’ liberti.
[80]. Valgano le autorità citate nella nota precedente sotto l’anno 1122. Si aggiunga Ibn-el-Athîr, anno 517, nella Bibl. ar. sic., pag. 282, il quale, senza dare il nome d’Ibn-Meimûn, dice saccheggiata Nicotra da un’armata degli Almoravidi.
[81]. Ibn-el-Athîr, loc. cit.; Baiân, testo del Dozy, pag. 317 e della Bibl. ar. sic., 371, anno 516; Ibn-Khaldûn, Storia dei Berberi, testo, nella Bibl. ar. sic., pag. 487 e nella versione francese, II, 27; Tigiani, Rehela, testo nella Bibl. ar. sic., pag. 394 segg. e nella versione francese, pag. 245 segg.; Ibn-Abi-Dinar, testo, nella Bibl. ar. sic., pag. 536 e nella versione francese pag. 153. Cotesti scrittori, che visser tutti dopo il XII secolo, par abbiano compilata la guerra del 1123 sopra due o tre cronisti contemporanei e su le relazioni ufiziali delle quali si farà menzione. De’ Cristiani abbiam solo Guglielmo di Tiro, citato poc’anzi a pag. 378 in nota. L’Abate di Telese allude alle conseguenze di questa impresa, quando, nel raccontare fatti del 1127, ei dice: “Cumque (Rogerius) ad alias iterum occupandas insulas terrasque attentius persisteret, etc.” Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 259.
[82]. Baiân, Ibn-el-Athîr, Tigiani, Ibn-Khaldûn.
[83]. Veggasi Romualdo Salernitano, anni 1121-1122, presso Muratori, Rer. Italic. Scr., tomo VII, pag. 183.
[84]. Si veggano le condizioni della corte di Mehdia in questo tempo dal Nowairi, testo, nella Bibl. ar. sic., pag. 456.
[85]. Baiân.
[86]. Si confrontino Ibn-el-Athîr, il Baiân, e la Relazione ufiziale trascritta in parte dal Tigiani.
[87]. Tigiani e Ibn-Khaldûn.
[88]. Ibn-el-Athîr, Baiân, Tigiani. È notevole che il Baiân dica delle Kabile chiamate e degli Arabi condotti. Evidentemente la prima denominazione indica qui gli abitanti antichi, arabi e berberi. Tigiani dice: le Kabile di Arabi e altri. Kabîla in arabico significa tribù.
[89]. Baiân.
[90]. Relazione, presso Tigiani.
[91]. Ibn-el-Athîr, Baiân.
[92]. Si vegga il nostro lib. I, cap. v, vij, pagg. 111, 112, 165 del 1º volume e il cap. ij del lib. V, pag. 81 del presente.
[93]. Questo fatto non si ritrae da’ cronisti, ma da una kasîda d’Ibn-Hamdîs, scritta a bella posta dopo il caso di Dimas. Nella quale il poeta, vantando il conquisto musulmano della Sicilia e le scorrerie nelle quali i Musulmani avean prese le donne dei Rûm, continua:
“E Cossira, dove si veggono i teschi degli avi loro; i teschi de’ cui rottami è cosparso tuttora il terren brullo!”
[94]. Così il Tigiani. E veramente il 21 luglio, secondo il calendario cristiano, cadde in sabato. Questo prova che l’autore seguito dal Tigiani abbia tenuto il conto civile dell’egira, non l’astronomico, che comincia un giorno innanzi. Ibn-el-Athir dice negli ultimi di Giumadi primo, senza specificare il giorno. Così anche il Baiân.
[95]. Cotesto nome è dato dal Baiân e dal Tigiani. La relazione ufiziale, co’ suoi vezzi di prosa rimata, dice “un’isola piena di ahsau.” Or, secondo i dizionarii, questo vocabolo è plurale di hisâ, o husâ “acqua che s’infiltra nella sabbia, e la sabbia stessa:” mentre huswa, singolare di ahasi, vuol dire sorso o centellino. Il Quatremère nella versione francese di Makrizi, Sultans Mamlouks, tomo I, parte 1, pag. 19, nota 19, spiega, con moltissimi esempii, hisa “puits creusé dans le sable.” Io ritengo che i due vocaboli siano stati usati promiscuamente, come sono simili le radici e vicino il significato, e che l’isolotto fosse stato detto Ahasi per cagion de’ pozzi che vi si cavassero.
Più importante osservazione è che gli Arabi contemporanei abbian parlato di un isolotto, mentre or ve n’ha due. Trascuraron essi il minore: o ve n’era un solo che poi si è spezzato; oppure le sabbie n’han formato un altro dal XII secolo in qua?
Nella carta di Smyth, nuova edizione del 1860, sono segnati a settentrione del Capo Dimas i due isolotti Baltah, divisi dalla terra ferma per uno strettissimo canale di basso fondo. I medesimi, col nome di “Isole Sorelle,” si veggono nella bella carta del Sahel, ossia costiera tunisina, pubblicata dal sig. Enrico De Gubernatis, nel primo Fascicolo del Bollettino della Società geografica italiana, Firenze, agosto 1868. Nella carta si vede il tratto di costiera da Mehdia a Dimas, del quale noi parliamo nel testo; e le Osservazioni aggiunte a pag. 245, del Bollettino, §7, danno l’odierna larghezza dello Stretto tra Dimas ed Ahasi.
[96]. Relazione.
[97]. Il Merâsid-el-Ittila’, ediz. di Leyde, tomo I, 443, ricorda de’ luoghi di questo nome a Waset e ad Ascalona, e dice che esso significhi carceri. Si potrebbe supporre che il nome del Capo fosse venuto da alcun edifizio romano che era o pareva una prigione, poichè negli atlanti marittimi si vede il segno di antiche rovine sul lato settentrionale del capo. In Makrizi, Mowâ’iz, ediz. di Bulâk, tomo I, pag. 482, 483, è intitolata così una specie di navi. Questo vocabolo poi par derivato dalla lingua greca e congenere a Dâmâs e Dâmûs “volta sotterranea.” Nel dialetto siciliano, “dammusu” vuol dire “tetto a volta” ed anco “cella sotterranea di prigione.”
Secondo Ibn-el-Athîr, Dimas, terra murata, racchiudeva un castello posto in riva allo Stretto; poi ch’egli dice che i Cristiani aveano occupato il castello, e che i Musulmani lo assediavano.
[98]. Tigiani.
[99]. Baiân e Tigiani.
[100]. Baiân.
[101]. Baiân e Tigiani. Ma Ibn-el-Athîr dice che i Siciliani aveano assalita la terra di Dimas ed erano stati respinti dagli Arabi.
[102]. Relazione.
[103]. Tigiani porta l’occupazione del castello il terzo giorno dallo sbarco; il Baiân a dì 28 giumadi primo, correggendosi il testo com’io ho fatto nella Bibl. ar. sic., pag. 371, nota 4. Il primo aggiugne che favorirono in questa fazione il nemico “alcuni Arabi corrotti da’ due capitani di Sicilia”. Secondo la Relazione fu “un de’ ribelli tiranni Arabi” che, per colpo di mano, fece entrare i Cristiani nel castello. Ibn-Hamdîs, nel verso 25 della citata kasîda, esclama: “Lo comperarono (il castello di Dimas) e vendettero alcune anime (de’ loro) alla distruzione. Dimmi s’essi hanno perduto o guadagnato in tal baratto?”
[104]. Relazione. In questo stesso documento, ridondante di figure, si dice degli assediati che “il fuoco li arse, che sembrava quel dell’inferno”. Se ne può dedurre che nell’assedio fosse stata adoperata la nafta.
Le tribù di Arabi che segnalaronsi in queste fazioni, secondo i versi 51 a 58 della citata kasîda, furon quelle dei Riâh, Dahmân, Zeid e Sakhr.
[105]. Tigiani.
[106]. Baiân.
[107]. Questo numero è dato dal solo Ibn-Abi-Dinar, compilatore moderno, ma esatto e non tanto rettorico. Forse trovavasi in alcuna delle relazioni ufiziali contemporanee; perocchè negli squarci serbati dal Tigiani si legge lo stesso numero di centomila, erroneamente dato, e forse per mero sbaglio di copista, al presidio cristiano del piccol castello di Dimas. Si vegga nella Bibl. ar. sic. la nota 5 della pag. 397.
[108]. Ibn-Hamdîs, nella kasîda citata, verso 35, dice “molti provarono a riscattarsi dalla dura lor sorte con tant’oro quant’e’ pesavano; e l’oro non fu accettato!”
[109]. Baiân, senza dire il motivo al quale io attribuisco la longanimità del governo zirita.
[110]. Ibn-el-Athîr, porta la catastrofe il mercoledì 15 giumadi 2º; il Baiân il 15 giumadi; Tigiani il mercoledì 14 giumadi. I fatti sono raccontati con poco divario in quelle tre opere. E lo stesso in Ibn-Khaldûn e Ibn-Abi-Dinar.
[111]. L’è data da Tigiani. Ibn-el-Athîr fa menzione di questa Busera, “la grida” diremmo noi.
[112]. Questa poesia, che manca nel Ms. di Pietroburgo, si legge in quello della Vaticana, pag. 127 della copia del prof. Sciahuan. La pubblicherò in appendice alla Bibl. ar. sicula.
[113]. Baiân, testo, nella Bibl. ar. sic., pag. 382, e nella edizione del Dozy, pag. 317. Si vegga il cenno biografico di Abu-s-Salt, nella nostra Introduzione, vol. I, pag. xxxviij, n. IV. Ibn-Khallikân, quivi citato, riferisce che Abu-s-Salt andò a Mehdia il 506.
[114]. Si vegga la pag. 378, in nota, anno 1127.
[115]. Alessandro di Telese, presso Caruso, Bibl. sic., pag. 259. Il cronista dice che Ruggiero “si rammaricò del non aver saputo a tempo la morte del Duca.” Or noi ritraggiamo da Falcone Beneventano e da Romualdo Salernitano, che l’era seguìta il 20 luglio.
[116]. Lettera di Ruggiero al conte di Barcellona e minuta della risposta che gli si richiedea; chè tal è di certo sendo scritta a nome del conte di Barcellona e data dal Palazzo di Palermo lo stesso giorno. La copia è cavata dall’Archivio regio di Barcellona, come si scorge dalla sottoscrizione dello archivario del tempo. Io la tolgo dalla Biblioteca comunale di Palermo, volume segnalo Q. 9. G. 1. ch’è de’ manoscritti di Antonino Amico il quale riportò di Spagna in Sicilia preziosissima raccolta di documenti storici. A questi due diplomi si riferì, al certo, il Di Biasi (Storia del Regno di Sicilia, libro VII, cap. xvi) chiamandoli “Monumenti tratti dal Regio Archivio”, senza dir di qual paese.
La data dal 1127 dell’Incarnazione, torna al 1128, poichè si tratta del mese di gennaio. Se pur non ci fosse per dimostrarlo la indizione 6ª, basterebbe il titolo di Duca di Puglia dato a Ruggiero, il quale nol potea prendere innanzi l’agosto 1127. Lascio da canto il mese di marzo, scritto per sbaglio, quando il XV. Kal. februarii indica precisamente il gennaio. La prossima state riferita alla 7ª indizione, mentre correa la 6ª, mi fa supporre usata qui per anomalia, l’indizione che si rinnovava il 25 marzo, di che v’ha esempii appo la stessa corte di Roma, nell’XI e nel XIIº secolo. Del resto, la cancelleria siciliana adoperava ordinariamente la indizione costantinopolitana. Ei non è verosimile che l’impresa fosse stata proposta per la state della 7ª indizione 1129, a capo, cioè, di 17 mesi dalla data del diploma.
Su i combattimenti che seguirono allora in Catalogna, si vegga il Surita, Anales de la corona de Aragon, lib. I, cap. xlix.
Or ecco i due diplomi:
I. Ego R (Rogerius) Dei gratia Princeps, et Dux Apuliae, Siciliae, et Calabriae Comes, concedo tibi Domino R (Raimundo) eadem gratia Comiti Barcinonensi, per honestissimos legatos tuos, videlicet Petrum Archidiaconum; et Raimundum, venientes ad nos Panormum, gratia (?) requirendi auxilium, et consilium propter guerras, et multiplices incursus Saracenorum in partibus Hispaniae, hanc subscriptam pactionem. Concedo tibi per securitatem baronum meorum, videlicet Roberti de Terona, et Roberti de Miliaco, quia si in praesentia legatorum meorum, videlicet Guilelmi de Pincinniaco, et Samsonis de Surda-valle, ad praesentiam tuam proficiscentium, iuraveris, infra octo dies eorum aduentus ad te, cartulas praesentes mearum pactionum, legatis tuis, vel legato, pro hoc negotio ad me venturis, vel venturo, iurabo quia in futura aestate septimae indictionis, in mense Julii, vel ante, galeas quinquaginta in servitium Dei, et auxilium exercitus, ad exercitum in Hispaniam, excepta occasione, quae propter hoc non sit reperta, mittam. Facta Panormi in palatio Domini Ducis, anno Dominicae Incarnationis M centesimo XXVII, Mense Martii (Januarii) XVº Kal. Februarij, indictione sexta.
II. Ego R (Raimundus) Dei gratia Barcinonensis Comes iuro, et assecuro tibi Domino Rogerio eadem gratia duci, quod ibo in Kal. Julij septimae Indictionis, vel ante, cum exercitu meo in Hispania, in servitium Dei, et auxilium tuum, et adiuvabo homines tuos terra, et mari per fidem: et in auxilio tuo, et hominum tuorum permanebo quandiu classis tua, quae Extolyum dicitur, terra, et mari Hispaniae fuerit. Ego galeis tuis, et aliis navibus tuis, et hominibus Extolij tui, et rebus eorum secura receptacula in mari, et in terra, in Civitatibus, Castellis, et Villis dabo ad posse meum, et liberam victualium, et stipendiorum emptionem: et assecuro tibi de universa adquisitione nostra, tempore exercitus lui, terra, et mari in partibus Hispaniae, scilicet Civitatum, Castellorum, Castrorum, burgorum, casalium, villarum, omnium denique terrarum, hominum, auri, argenti, et rerum omnium, tam mobilium, quam etiam stabilium, integram medietatem habendam tibi, et hominibus tuis super hanc causam tua illusione ordinatis, sine contrarietate, vel contradictione, vel vi eis illata; ei non queram, neque querere faciam, neque consentiam quomodo eam perdas. Et adiuvabo tibi eam tenere, defendere, et hominibus, et baiulis tuis per fidem, sine fraude, et ingenio, contra omnes homines, et foeminas, qui praedictam partem tibi, vel hominibus tuis ad tollendum invaserit. Quod si forte de his praedictis pactionibus aliquid minus factum in exercitu tuo factum fuerit. Infra octo dies emendabo, vel emendari faciam per iustitiam, si inde requisitus fuero, vel per concordiam, quae sit grata illi, vel illis, cui, vel quibus, minus facium fuerit factum, si ex eo, vel ex eis, qui recipere debet non remanserit. Haec attendam, et observabo per fidem sine fraude, et ingenio tibi, et baiulis tuis, et hominibus tuis; sicut supra scriptum est in praesenti cartula. Facta Panormi in palatio Domini Ducis, anno Dominicae Incarnationis M centesimo XXVII, mense Martij (Ianuarij) XV. Kal. Februarij, indictione sexta.
A carta recondita in scrinio mensae Aulae inferioris Regij Archivij.
Michel Bernardo Archivario del Regio Archivio de Barcelona. Raphael de Dominic.
[117]. Presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 257, 258. La Cronica di Falcone Beneventano e gli Annali di Romualdo Salernitano mostrano i particolari di questo brutto quadro.
[118]. Si vegga il Libro V, cap. X, pag. 271 segg. di questo volume.
[119]. Nel Capitolo 1º del presente libro, pag. 347, abbiamo accennato ad alcuni casi sotto la reggenza. Romualdo Salernitano, Annali, 1126, dice espressamente che i baroni seminavano zizzanie tra Guglielmo e Ruggiero.
[120]. Romualdo Salernitano, op. cit., dal 1121 al 1127.
[121]. Alessandro abate di Telese.
[122]. Falcone Beneventano.
[123]. Si confrontino: Alessandro abate di Telese, lib. I, e Falcone Beneventano, anni 1127 a 1129, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 259 segg. 329 segg.; e Romualdo Salernitano, anni 1126 a 1130, presso Muratori, Rer. Ital. Script., VII, pag. 184 segg. Lascio da parte le dispute che si son fatte su l’assentimento dell’antipapa Anacleto, su la doppia incoronazione del re, ecc.
[124]. Le scarse sorgenti istoriche di questo fatto non ci permettono di ritrarre precisi i particolari. Abbiamo in primo luogo la bolla dell’antipapa Anacleto, data il 27 settembre 1130, pubblicata in parte dal Baronio e poi dal Pirro, Chronologia, pag. XV e XVI, per la quale concedeasi a Ruggiero la corona del regno di Sicilia, Calabria e Puglia, dichiarandone capo la Sicilia. Ma noi non sappiam se questa bolla sia stata mai spedita, e sopratutto se Ruggiero l’abbia accettata. L’abate di Telese, scrittor di corte, non ne fa parola. Ei narra il fatto come proceduto dal solo voto del Parlamento e limita il titolo regio alla Sicilia. Ma questo abate cortigiano scrisse dopo la pace del re con Innocenzo II; onde si potrebbe supporre ch’egli avesse trascurata ad arte la concessione dell’antipapa e ridotto il titolo regio ne’ termini che poi assentì Innocenzo. La bolla, in fine, di questo papa, data il 27 luglio 1139, pare una transazione, ammettendo il titolo di re per la Sicilia e mantenendo quel di duca per la Calabria e la Puglia, pretesi feudi della Santa Sede.
Ho detto transazione, perchè il titolo usato da Ruggiero tra il 1130 e il 1139 fu Sicilie atque Italie rex, come si legge nei diplomi di settembre 1131, presso Pirro, Sic. Sacra, pag. 386, 387; del 1133 e 1137, presso Ughelli, Italia Sacra; e vedeasi a rilievo in una campana del duomo di Palermo, detta la Guzza, gittata in Palermo il 1136, indiz. xiv, della quale il Pirro, Chronologia, pag. XVI, riferisce la leggenda. Occorre anco in un diploma di Ruggiero, dato di novembre 1137 e trascritto da Falcone Beneventano, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 367. Cotesto titolo ricomparisce talvolta nei diplomi de’ due Guglielmi: ma più ordinariamente fu usato quello di re di Sicilia, del Ducato di Puglia e di Calabria, e del Principato di Capua. Si corregga con questi particolari il saggio storico ch’io scrissi nella mia prima gioventù, stampato il 1835 nelle Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia, fasc. 35, sotto il titolo di Osservazioni intorno un’opinione del Signor Del Re, ecc.
[125]. Si confrontino: Alessandro abate di Telese, lib. II, III; Falcone Beneventano, anni 1130 segg.; Romualdo Salernitano, negli stessi anni. Marangone, nell’Archivio Storico Italiano, tomo VI, parte II, pag. 9, dice dell’armata di Ruggiero. L’abate di Telese, presso Caruso, Bibl. Sic., pag. 282 e 295, fa menzione delle compagnie stanziali. La bolla d’Innocenzo II è stata già citata nella pag. precedente, in nota.
[126]. Alessandro abate di Telese, presso Caruso, op. cit., pag. 274.
[127]. Otone di Frisingen, Chronicon, lib. VII, cap. 20.
[128]. Abate di Telese, nell’op. cit., pag. 275, 276.
[129]. Anno 1133.
[130]. Anno 1133, presso Caruso, op. cit., pag. 351.
[131]. Anno 1127.
[132]. Falcone Beneventano, presso Caruso, op. cit., pag. 345.
[133]. Epistole, presso Martene e Durand, Veterum Scriptorum, ecc. tomo II. Parigi, 1724, pag. 183, 186 segg.
[134]. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 529; Tigiani, Ibn-Khaldûn, e Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 284, 398, 487 e 536. Nessuno di questi compilatori ci dice appunto in qual mese dell’anno musulmano fossero succeduti gli avvenimenti ch’e’ narrano. La durata dell’assedio e i due fatti che seguono, sono riferiti dal solo Ibn-Abi-Dinâr, nell’op. cit., pag. 537. Tutti pongono l’assedio di Mehdia prima del saccheggio delle Gerbe, del quale abbiamo la data precisa dall’Edrîsi.
Al citato luogo d’Ibn-Khaldûn risponde la versione francese di M. De Slane, vol. II, pag. 27; la quale, nello stile scorrevole e netto dell’egregio traduttore, dà talvolta ai fatti quella precisione che lor manca nel testo e li ravvicina l’uno all’altro e connette più strettamente che non abbia fatto l’autore. Così il passo “Roger prit aussitôt la résolution, etc.” rappresenta come avvenuti entro pochi mesi, due fatti tra i quali corsero nove anni, cioè dal 1127 al 1135.
[135]. Ho dati alcuni ragguagli su le cose di questa isola nella Storia del Vespro Siciliano, edizione del 1866, tomo I, pag. 309 segg. e in una lettera indirizzata al signor Federigo Odorici, tra gli Atti e memorie delle regie deputazioni di storia patria per le province modenesi e parmensi, vol. III. N’ho fatta anco menzione nel presente lavoro, libro III, cap. X, vol. II, p. 197.
[136]. Si confrontino: Edrîsi; Ibn-el-Athîr, anno 529; Baiân, anno 530; Tigiani; Abulfeda, anno 529; Nowairi; Ibn-Khaldûn e Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 73, 286, 372, 384, 415, 456, 494 segg. 498 e 537. La versione e il testo di Edrîsi si veggan anco nella Description de l’Afrique et de l’Espagne par MM. Dozy et de Goeje, Leyde, 1866, pag. 151-152; quella d’Ibn-Khaldûn, nella Histoire des Berbères, per M. De Slane, tomo I, 245; II, 397, 427; III, 63 segg. 87, 122; e quella di Tigiani, per M. Rousseau, nel Journal Asiatique, Aôut-sept. 1852, pag. 170 segg. Debbo avvertire il lettore che il paragrafo d’Ibn-el-Athîr su le Gerbe ed alcuni altri citati nel corso del presente capitolo, sono stati tradotti dal baron De Slane, in appendice al II volume della Histoire des Berbères, par Ibn-Khaldoun, pag. 578 segg. anni 529, 537, 541, 543, 544, 546, 547.
Fuorchè il Baiân, gli altri portano il fatto nel 529, e l’Edrîsi, ch’è il solo contemporaneo e lo potea ben sapere, lo riferisce allo scorcio dell’anno. Ibn-Khaldûn, in un luogo, dice l’occupazione avvenuta il 529 e in un altro il 530.
[137]. Ibn-Abi-Dinâr, compilatore, com’ho avvertito altre volte, moderno ma diligentissimo, il quale, senza dubbio, copiò questo squarcio da qualche cronista contemporaneo, scrive che il re “pose i Gerbini superstiti nella condizione di Khewel suoi.” Questa voce significa “famigliari, servi, uomini che lavorano pel padrone.” Ibn-Khaldûn, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 498, dice che gli abitatori furono lasciati nell’isola e sottoposti alla gezìa. Lo stesso autore, narrando in altro luogo (Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 496) che l’isola si ribellò e fu ripigliata il 1153, dice che i Siciliani adoperarono al lavoro i raia’ (infime classi del popolo) e i contadini: le quali parole il dotto baron De Slane ha tradotte (Histoire des Berbères, tomo III, pag. 64) “et [les Siciliens] y établirent des agents chargés d’administrer les gens du peuple et les cultivateurs.” Anco il Tigiani, nel luogo citato, fa supporre diversa la condizione de’ Gerbini avanti e dopo la ribellione; poich’ei dice del conquisto del 1135, che gli avanzi della popolazione rimasero sotto il dominio de’ Siciliani, e di quello del 1153 che gli abitatori furono la più parte menati prigioni in Sicilia e non rimase nella Gerbe se non che la gente da nulla. Anco Edrîsi parla della cattività in Palermo il 1153.
E questa parmi la principale differenza de’ provvedimenti dati nelle due imprese. Nell’occupazione del 1135, confiscati i possessi, ma lasciata nel paese la gente, che non fu menata in cattività prima che si promulgasse l’amân. In quella del 1153, fatti schiavi quanti non furono uccisi e lasciato un pugno d’uomini, sì poco da non potersene temere altra sollevazione.
[138]. Si veggano i Diplomi Arabi dell’Archivio fiorentino, Introduzione, § XVII, pag. xxxix, segg. e Mas-Latrie, Traités de paix, etc., au moyen-âge, Paris, 1866, in 4. Introduzione, pag. 83 segg.
[139]. Si riscontri il capitolo precedente, pag. 372.
[140]. N’abbiam fatta parola nel Libro V, cap. VI, pag. 156, di questo volume.
[141]. Nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 536.
[142]. Op. cit., pag. 537.
[143]. Si riscontri ciò che abbiam detto nel Lib. V, cap. X, pag. 332, sul commercio de’ grani con l’Affrica. Ibn-el-Athîr, anno 536 (1141-2) nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 286, narra che Hasan, dopo le prede fatte a Mehdia dall’armata siciliana, mandò a implorare pace da Ruggiero, “per aver grani dalla Sicilia; perocchè la fame era orribile quell’anno e grande la mortalità.” Noi abbiam notato più volte che la carestia e quindi il bisogno dei grani di Sicilia, era ormai permanente nell’Affrica propria. Sappiamo inoltre da Ibn-Abi-Dinâr, citato nel seguito di questa narrazione, che Hasan, lo stesso anno 536, dovea a Ruggiero grosse somme di danaro.
[144]. Nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 537-8.
Questo del 536 dell’egira (1141-2) par sia stato l’ultimo trattato. Come si è detto altre volte, tali patti erano sempre temporanei, e nel XII secolo soleano stipularsi per dieci anni. Or Ibn-el-Athîr, il quale narra cotesti fatti più largamente che ogni altro compilatore, dice in principio del capitolo su la presa di Mehdia il 543, che il trattato durava allora per altri due anni. Ammettendo, com’io fo, cotesta lezione, si riterrebbe che il trattato fosse stato stipulato il 1141-2, per dieci anni. Ma il duale sanatein del testo si può supporre scritto per isbaglio, con lievissima mutazione, in luogo del plurale sanîn, che significherebbe alcuni anni e lascerebbe perciò indeterminata la data del trattato più recente.
[145]. Si vegga il nostro Libro II, cap. XII, pag. 476, del volume I.
[146]. Il Baiân, testo del Dozy, tomo I, pag. 322 e nella Bibl. arabo-sicula, pag. 373, dice che Giorgio “conosceva appunto i lati deboli di Mehdia e degli altri paesi” (dello Stato); il Tigiani nella Bibl. arabo-sicula, testo, a pag. 399, ch’ei “conoscea di Mehdia ogni cosa: l’abitato come la campagna” ed a pag. 398, ch’egli tenea spie in Mehdia.
[147]. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 536; il Baiân, sotto lo stesso anno; Tigiani; e Ibn-Abi-Dinâr, tutti nella Bibl. arabo-sicula, pag. 286, 372-3, 388-9 e 537. Ancorchè questi compilatori narrino diversamente alcuni particolari e il Tigiani non ponga data, evidentemente trattano tutti dello stesso avvenimento.
[148]. Tigiani nell’op. cit., pag. 399. Un altro Mezzo Mondo, carico di merci, fu mandato di Sicilia ad Alessandria d’Egitto, il 1242, dall’imperator Federigo.
[149]. Ibn-Abi-Dinâr nell’op. cit., pag. 537-8.
[150]. Ibn-Abi-Dinâr, l. c.
[151]. Ibn-el-Athîr, anno 537; Baiân nello stesso anno; Abulfeda, idem; Ibn-Khaldûn; e Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 287, 373, 415, 498, 538.
[152]. Le stesse autorità, fuorchè il Baiân e Abulfeda. Gigel rimase mezzo abbandonata e al tutto impoverita fino al tempo in cui scrisse Edrîsi. Veggasi questo autore, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 72, e nella edizione de’ sigg. Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique, ec., pag. 114, della versione.
[153]. Ibn-el-Athîr, e Abulfeda, anno 539, nell’op. cit., pag. 287 e 415.
[154]. Ibn-el-Athîr, anno 540, e Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 288 e 538. Ibn-Abi-Dinâr, porta questo fatto nell’anno 537, ma forse è errore del manoscritto.
[155]. Si vegga il Capitolo precedente, pag. 388.
[156]. Si ritrae da un aneddoto che Ibn-el-Athîr riferisce sotto l’anno 539, nel capitolo su la occupazione di Edessa per Zengui, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 288, e nella edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 66.
[157]. Confrontinsi: Edrîsi; Ibn-el-Athîr, anno 541; Tigiani; Abulfeda, Nowairi, Ibn-Khaldûn, Ibn-Abi-Dinâr, Ibn-Khallikân, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 73, 289, 388, 415, 457, 500, 538, 642. L’Edrîsi e il Tigiani portano il fatto nel 540; ma la differenza sarebbe di pochissimi giorni, poichè le ostilità cominciarono il terzo giorno del 541. Il Tigiani, per manifesto sbaglio, dice presa Tripoli dopo Mehdia e Sfax. Il codice d’Ibn-Khaldûn del quale ho fatta speciale menzione, è quello seguito dal Tornberg, Ibn-Khaldûni, ecc., de Expeditionibus Francorum, Upsal, 1840, pag. 37. L’Anonimo Cassinese, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 510, registra la presa di Tripoli nel 1145, contando forse l’anno dell’èra volgare sopra la indizione, senza badare al mese. Roberto abate del Monte di San Michele, presso Pertz, Scriptores, tomo VI, pag. 497, la porta il 1146.
[158]. Ibn-el-Athîr, anno 542, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 292, ed anno 543, testo, del Tornberg, tomo XI, pag. 90. Ho usata la moderna appellazione di Barbarìa, come quella che meglio rende, in questo caso, il Maghreb de’ testi. L’Affrica propria non n’era che la parte orientale.
[159]. Ibn-el-Athîr, loc. cit., e tutte le altre autorità arabiche che noi citeremo or ora pei fatti di Kâbes e di Mehdia.
[160]. Nel Capitolo precedente, pag. 369.
[161]. Cotesto abituro degli Arabi, ch’era nella parte più alta dell’antica città, fu chiamato la Moa’llaka, che vuol dir la “sospesa in alto.” Si vegga Edrîsi, edizione de’ sigg. Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique, ec., pag. 112 del testo, e 131 della versione.
[162]. Si confrontino: Ibn-el-Athir, anno 542, Tigiani; Ibn-Khaldûn e Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 290 segg. 384, 489, 500 e 538.
[163]. Citerò gli scrittori contemporanei nel capitolo seguente dove occorrerà dare un cenno della guerra di Ruggiero contro Emmanuele Comneno. Basti qui ricordare che la cronologia degli avvenimenti, incerta presso gli annalisti bizantini, è bene determinata da Le Beau, Histoire du Bas Empire, lib. LXXXVII, § 22 a 39, e dal Muratori, Annali, 1146 a 1149. La cronaca della Cava, presso Pertz, Scriptores, tom. III, pag. 192 e presso Muratori, Rer. Ital. Script., tom. VII, porta appunto nel 1147, le prime ostilità contro l’impero bizantino.
[164]. Tigiani, loc. cit.
[165]. Non occorrono citazioni pei fatti notissimi della Crociata. Le pratiche de’ Gesuiti di quel tempo con re Ruggiero si rivelano in una epistola che scrivea a questo principe Pietro il Venerabile, abate di Cluny, la quale è stata ristampata dal Caruso, Bibl. Sicula, pag. 980.
[166]. Tigiani.
[167]. Ibn-el-Athir, anno 513, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 205.
[168]. Il Tigiani dice seguito lo sbarco sette ore dopo l’arrivo dell’armata. Secondo Ibn-el-Athir, eran corsi due terzi della giornata. Or, nel giugno, il sole spunta in Mehdia verso le cinque del mattino e tramonta poco dopo le sette della sera: onde la giornata dura 14 ore. Ambo le relazioni si accordano, dunque, a porre lo sbarco tra le 2 e le 3 dopo mezzogiorno, se noi contiamo le sette ore del Tigiani, non dall’alba quando si videro i primi legni, ma dalla riunione di tutto il navilio, per la quale dovettero passar due o tre ore.
[169]. I Cristiani di Mehdia in questo tempo erano, com’e’ mi sembra, in parte indigeni dell’Affrica propria e in parte stranieri. Chi voglia notizie più particolari su’ Cristiani dell’Affrica settentrionale nell’XI e XII secolo, potrà consultare la introduzione storica dell’opera del signor Mas-Latrie, intitolata Traités de paix, ecc., pag. 7 ed 11 e 67 segg. Ancorchè io ritenga lontani dal vero alcuni particolari, quivi narrati, delle guerre che seguirono tra gli italiani e i Musulmani d’Affrica nell’XI secolo, (pag. 7, 8, 9,) ed ancorchè l’autore, per troppa tenerezza, esageri qui i meriti della Corte romana, mi piace pur di attestare la diligenza delle ricerche, la copia della erudizione e il bell’ordine di tutto il lavoro.
Oltre i fatti citati dal signor Mas-Latrie su quel favorito argomento, va ricordata una testimonianza di cronisti arabi su le chiese dell’Affrica propria nel 955. (Storia de’ Musulmani di Sicilia, tomo II, pag. 248, lib. IV, cap. II) e il detto del continuatore di Sigiberto da Gembloux: che Ruggiero, nel 1148, rimandò libero alla sua sede il vescovo di Affrica, il quale era ito da servo a consecrarsi in Roma, (presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 950). Ci occorrerà anco nei capitoli seguenti di aggiugnere qualche altro particolare su questo subietto.
[170]. Quelle del sabato e del venerdì, il 558, e il 573, dell’egira, secondo il Baiân, ediz. del Dozy, tomo I, pag. 326, e nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 374. Edrîsi descrive cotesto piano che dividea le due città e chiamavasi Er-Ramla, ossia “La Sabbia;” presso Dozy et De Goeje, Description, ec., pag. 128.
[171]. In linguaggio legale sono chiamate Omm-walid, ossia “madre di figlio.”
[172]. Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 543; Baiân, stesso anno; Tigiani; Abulfeda, stesso anno; Ibn-Khaldûn; Ibn-Abi-Dinâr, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 292 segg. 373, 399, 416, 500 segg. 539. Abulfeda, per errore, com’ei pare, avendo del resto compendiato o piuttosto mutilato il racconto d’Ibn-el-Athîr, dice che la fuga fu consigliata ad Hasan dagli ottimati. Negli scrittori cristiani si fa un cenno appena della occupazione di questa città, alla quale è dato, al solito, il nome d’Affrica. Così Romualdo Salernitano e il Dandolo, anno 1148, presso Muratori, Rer. Ital., tomo VII, pag. 191, e XII, pag. 283. Si veggan anco: Continuazione di Sigeberto da Gembloux, anno 1148; Appendice al Malaterra, luglio 1149; Ugo Falcando, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 950, 250, 410. La continuazione di Sigeberto è stata ultimamente ristampata dal Pertz, Scriptores, tomo VI, pag. 453-4, dove i nomi delle città prese sono scritti: Africa, Suilla, Asfax, Clippea.
[173]. Stesse autorità citate nella nota precedente. Edrîsi dice anco presa Sfax il 543, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 72, e nella Description, ecc. di Dozy e De Goeje, traduzione, pag. 126.
[174]. Ibn-el-Athîr, loc. cit.
[175]. Il capitolo d’Ibn-el-Athîr citato dianzi a questo proposito (Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 297) ha un passo che va corretto secondo la copia litterale che ne fece il Nowairi (Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 458, nota 1): “Il dominio de’ Franchi si stese da Tripoli del Garbo fin presso Tunisi, e dai deserti del Maghreb a quelli di Kairewâu.” Deserto del Maghreb pare che qui significhi quello di Barca.
[176]. Si confrontino gli stessi autori citati per l’occupazione di Mehdia nella pag. 418, nota 3. I Cristiani, dicendo dei conquisti di Ruggiero in Affrica, danno, oltre il nome di Mehdia, que’ di Susa, Bona, Cafsa, Sfax e Tripoli.
Chi legga gli Annali Musulmani del Rampoldi, crederà ch’io qui defraudi il pubblico d’un tesoro di fatti storici. Il Rampoldi, portata nel 1149 la presa di Mehdia, aggiunge di capo suo che 60 mila crociati francesi e italiani sbarcarono in Libia; che Ruggiero li seguì per visitare i recenti acquisti delle sue armi; ch’ei volea varcare il deserto per andare in Egitto; che Hasan signore di Bugia si oppose (!!), ma che costui fu sconfitto e i Cristiani, lasciato presidio a Bugia, passarono veramente in Egitto, ecc.
[177]. Ibn-el-Athîr, anno 544, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 297; Sefedi, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 657. Il proverbio ch’è nel testo di Sefedi, si legge con poche varianti nel Meidani, ediz. di Freytag, tomo II, pag. 588, ed anco nel Dizionario dello stesso dotto orientalista, tomo II, pag. 517.
[178]. Ibn-el-Athîr, anno 543, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 295, 296.
[179]. Il Kartâs, pag. 126 del testo e 169 della traduzione latina, ha ch’ei fosse andato a Genova. Nella Storia de’ Berberi, per Ibn-Khaldûn, testo arabico, tomo I, pag. 231, e versione francese, tomo II, pag. 58, è un luogo che M. De Slane ba tradotto: “Yahya s’embarqua pour la Sicile, afin de se rendre, de là, à Baghdad. Au lieu de pousser jusqu’à cette île, il alla débarquer à Bòne, etc.” Or l’autore, nella sua concisione, spesso frettolosa ed oscura, ha qui litteralmente: “Jehia s’imbarcò per la Sicilia, proponendosi di passare indi a Baghdad; poi si volse a Bona,” ecc. in guisa da far capire più tosto, che, arrivato in Palermo ei fosse ito a Bona, in vece di Baghdad; il qual significato ed esce più spontaneo dalle parole dell’autore, e s’adatta meglio agli altri fatti che noi conosciamo, cioè i fratelli di Jehia venuti in Sicilia; la lega proposta da Ruggiero agli emiri arabi, ecc. L’andata a Genova, nè la sembra inverosimile, nè incompatibile col viaggio in Sicilia; poichè gli Hammaditi, a Bugia a Bona e in altri loro porti, praticavano co’ Liguri, sì come co’ Siciliani, e conosceano per prova la potenza navale degli uni e degli altri nel XII secolo.
Il Marrekosci, testo arabico, pag. 147, raccontando alla grossa, dice che Abd-el-Mumen, il 540, assediò Bugia e che Jehia, vedendo non potersi difendere, fuggì sin ch’ei venne a Bona e di là a Costantina.
[180]. Ibn-el-Athîr e Ibn-Khaldûn, ll. cc. Il soggiorno di questo Abd-Allah in Sicilia è attestato anco da Ibn-Bescirûn, il quale dà alcuni versi di Abu-Hafs-Omar-Ibn-Fulfûl, recitatigli dall’Hammadita quando s’incontrarono in Sicilia. Veggasi la Kharîda di Imâd-Eddîn, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 599, 600.
[181]. Gli Arabi correvano quasi sino ai limiti occidentali dell’odierna provincia di Costantina. Si vegga Edrîsi, Description de l’Afrique, ec., traduz. de’ sigg. Dozy e De Goeje, pag. 92 a 97 del testo, e 107 a 114 della versione.
[182]. Ibn-el-Athîr, anni 547, 548, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 297, segg. e nel testo del Tornberg, tomo XI, pag. 103, 122.
[183]. Ibn-el-Athir, anno 548, e Ibn-Khaldûn, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 299, 502. Ne fa un cenno l’Anonimo Cassinese, anno 1151, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 510.
[184]. Edrîsi, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 73 e nella Description de l’Afrique ecc. traduzione de’ sigg. Dozy e De Goeje, pag. 136. Il prudente geografo, che pubblicò il suo libro poco appresso il supplizio di Filippo, si limita a dire che Bona fu conquistata “da uno degli uomini del gran Re.” Si vegga anco Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 491.
[185]. Confrontinsi: Edrîsi, Tigiani e Ibn-Khaldûn, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 74, 384, 385 e 496; il primo anco nella citata versione de’ sigg. Dozy e De Goeje, pag. 151, e l’ultimo nella versione del baron De Slane, Histoire des Berbères, tomo III, pag. 64.
La verosimiglianza e il positivo attestato del Tigiani, portano a riconoscer buona nell’Edrîsi la lezione medinat, che torna a Palermo, ed esclude il dubbio espresso dall’erudito traduttore di Edrîsi nella nota 2.
Del rimanente si vegga qui sopra la nota a pag. 400.
[186]. Edrîsi, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 73, e nella Description ecc., pag. 150, della versione.
[187]. Ibn-el-Athîr, anno 548, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 300, e nella edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 125. Abulfeda lo copia.
[188]. Presso Muratori, Rer. ital. script., tomo VII, pag. 191.
[189]. Kitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 214, 215, nel capitolo di Damiata. Si riscontri il capitolo di Tinnis, a pag. 179-180, dello stesso volume. Egli è da notare che il Makrizi, a pag. 180, registra un assalto dell’armata di Sicilia a Tinnis l’anno 348; e che non è da supporre sbaglio di cifra nelle centinaia, poichè dopo quel fatto di cronica municipale, il Makrizi ne porta altri del quarto e del quinto secolo dell’egira e poi, venendo al sesto secolo, descrive l’assalto dato a tutta la costiera il 571, del quale diremo a suo luogo.
[190]. Nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 72 e nella Description, ecc., dei sigg. Dozy e De Goeje, pag. 114, 120.
È da avvertire che nel Ms. B dell’Edrîsi si attribuisce a Marsa-ez-Zeitûna ciò che il Ms. A dice più correttamente di Koll. Seguasi pertanto il testo della Description, pag. 102, ultimi due righi e primo della pag. 103, che rispondono alla pag. 120 della versione francese.
[191]. Tunetam urbem maximam in Africa, si legge senza varianti nella edizione del Pertz, Scriptores, tomo VI, pag. 503. Questo passo, copiato con gran parte della cronica di Roberto, si trova a pag. 977 della Chronica Normanniæ, pubblicata dal Duchesne, Historia Normannorum Scriptores, con la variante Tonisam in luogo di Tunetam. Evidentemente è questo il frammento stesso della Chronica Normanniæ, ristampato dal Caruso, Bibl. sicula, pag. 921. Or la variante Tonisam, ch’era senza dubbio in uno de’ manoscritti di Roberto, ben si adatterebbe a Tenes: e l’urbem maximam in Africa, potrebbe essere supposizione di Roberto, o anco aggiunta del copista. D’altronde Tenes era città importante pel suo commercio, come afferma Edrîsi, edizione del Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique, ec. pag. 96 della versione.
[192]. Nel testo di Dozy, pag. 162 segg. e nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 318 segg. L’autore qui nota ch’ei scrive il 621 (1224).
[193]. Presso il Muratori, Rer. Ital. Script., tomo XII, pag. 283.
[194]. Si confrontino: Baiân, testo del Dozy, tomo I, pag. 323 a 326, del quale io ho ristampato uno squarcio nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 373; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione del baron de Slane, tomo II, pag. 29 segg. Sembra errore del Tigiani, Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 399, che Tunis fosse tenuta da un Ibn-abi-Khorasân quando l’assediavano le milizie di Mehdia, mandate da Hasan poco avanti la occupazione de’ Siciliani. La vittoria sopra gli Almohadi fu significata da Abd-Allah ai Pisani, per una carta bilingue del 10 luglio 1157, ch’io ho pubblicata ne’ Diplomi Arabi dell’Archivio Fiorentino, Nº I, della prima serie e VI della seconda. Si vegga l’Introduzione a quella raccolta, § XXII, dove io ho corretto il casato di questi principi secondo il testo del diploma.
[195]. Questo fatto si ritrae da Romualdo Salernitano, il quale sotto l’anno 1146, da correggersi 1149, nota la conceduta consacrazione, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 193. Non occorrono citazioni per gli altri avvenimenti notissimi ai quali io accenno.
[196]. Lo suppongo dall’accordo che poi fu fatto, secondo Ottone di Frisingen, di che alla nota 3 di questa pagina.
[197]. I sussidii al duca Guelfo sono attestati da Goffredo di Viterbo, presso Muratori, op. cit., VII, 460. Quelli ad altri feudatarii tedeschi si leggono nella epistola di Giovanni notaio a Wibaldo, abate di Stavelot e di Corvey, data del 1151, presso Martene e Durand, Veterum Scriptorum, Parigi, 1724, tomo II, pag. 422.
[198]. Epistola, presso Ottone di Frisingen, Gesta Frider., lib. I, cap. 28.
[199]. Epistola citata di Giovanni Notaio.
[200]. Ibid.
[201]. Si vegga, per questo Abate di Cluny, l’Histoire littéraire de la France, tomo XIII, pag. 241 segg.
[202]. Epistole del 1139, 1145, 1150, ristampate dal Caruso, nella Bibl. sicula, pag. 977 a 980.
[203]. Si vegga Guglielmo di Tiro, lib. XIV, cap. 9 e 20, su coteste pratiche, alle quali ho voluto accennare perchè le veggo trascurate dagli storici di Sicilia.
[204]. Ottone di Frisingen, Gesta Frider., lib. I, cap. 63.
[205]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 421 di questo volume.
[206]. Si confrontino: Niceta Coniate e Cinnamo, presso il Caruso, Bibl. sicula, pag. 1159, segg. 1174 segg.; Ottone di Frisingen, op. cit., lib. I, cap. 33; Continuazione della Cronica di Sigeberto, presso Pertz, Scriptores, VI, 453, 454 (anni 1147 a 1149); Cronica della Cava, anno 1147, presso Pertz, Scriptores, III, 192; Romualdo Salernitano e Dandolo, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 191; XII, 282 segg.
Di cotesti scrittori i bizantini e Ottone non portan data. Gli altri pongono i fatti nel 1147. Io credo incominciate le ostilità nel mese di settembre, perchè i due scrittori bizantini le fanno coincidere col passaggio de’ Crociati; e Niceta aggiugne che allora in Costantinopoli si sospettò un accordo tra’ Siciliani e i Tedeschi. Or noi sappiamo da Ottone, op. cit., lib. I, cap. 45, che questi ultimi si trovarono presso Costantinopoli nel mese di settembre. La critica del Muratori e del Le Beau, i quali ho citati nel capitolo precedente, pag. 413, nota 2, accerta del resto le date delle due imprese dell’armata siciliana in Levante, quella cioè del 1147, segnalata per la occupazione di Corfù e le scorrerie nel golfo di Corinto e quella condotta dal 1149 in poi, più gloriosa quantunque men felice. Credo sia da riferire alla prima il guasto dato a Modone del quale il Brompton, nell’Historiae Anglicanae Scriptores, tomo I, pag. 1218.
Quanto alla prigionia e liberazione di Lodovico VIII, si vegga il Muratori, Annali, 1149, e il Di Blasi, Storia di Sicilia, lib. VIII, cap. xxj. Si aggiunga la testimonianza del continuatore di Sigeberto, loc. cit., e la epistola di Lodovico VII a Guglielmo il Buono, data del 1169, pubblicata il 1839, nella Collection de Documents inédits sur l’Histoire de France, tomo I, pag. 3. Non so come l’erudito editore, Champollion-Figeac, seguendo i pregiudizii di molti compilatori francesi, abbia allegate le parole di Lodovico per oppugnare l’opinione del Muratori, che anzi me ne pare confermata.
[207]. Considerazioni, lib. II, cap. ij, alla nota 34.
[208]. Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, anno 548, e Ibn-Khaldûn, testo, nella Bibl. ar. sicula, pag. 299, 300, 503, e Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rerum Italic., VII, 194, 195, e presso Pertz, Scriptores, XIX, 426.
Il dottor Arndt, editore di Romualdo nella raccolta del Pertz, ha eliminato dalla cronica il presente capitolo, non trovandolo nel testo del codice vaticano. Ei confessa, per altro, non saper conghietturare l’origine di questa interpolazione; mentre di tutte le altre l’ha ritrovata o supposta con fondamento. E che il capitolo sia stato aggiunto dopo il primo dettato del cronista, ognun lo vede leggendo la fine di quello che precede nella edizione del Muratori e il principio di quel che segue, tra i quali due luoghi non si può supporre interruzione. Ciò mal si scorge nella edizione del Pertz, poichè il dott. Arndt, non badando alla data dell’impresa di Bona, riferì il capitolo al tempo di quelle d’Affrica, notate tutte insieme, per un’altra inavvertenza, con l’anno 1146. Il capitolo a me pare estratto dalla originale sentenza della corte de’ Pari, e però non oserei dir che non l’avesse inserito lì lo stesso arcivescovo di Salerno; ancorchè di certo non vi si scorga il suo stile, nè la tiepidezza religiosa d’un uom di Stato par suo, il quale nelle gare della corte di Palermo pendè pur troppo a parte musulmana. Ma cosifatti ostacoli vengon meno ove si consideri che l’autore avrebbe copiata qui una sentenza, dove l’ampollosità delle parole corrisponde all’atrocità del fatto. Che che sia, opera di Romualdo o di altro statista contemporaneo, o foss’anco più moderno che avesse avuta alle mani la sentenza, il ricordo è da tenere genuino e preziosissimo, trapelandone perfino i dubbii che correano su l’ortodossia del re.
[209]. Romualdo Salernitano, presso Muratori, vol. citato, pag. 193, 194.
[210]. Si riscontri Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 196, e l’obituario di Monte Cassino, pubblicato dal Caruso, Bibl. sicula, pag. 523.
[211]. Non occorre ch’io replichi i titoli delle sorgenti cristiane citate in questo capitolo e nel precedente. Le sorgenti musulmane contemporanee, sono Edrîsi ed un cronista seguito da’ compilatori i quali io nomino nel testo. Forse egli è quell’Ibn-Sceddâd, di cui feci parola nella Introduzione, vol. I, pag. xxxviij, N. VII. Edrîsi dice di re Ruggiero in due luoghi della Prefazione della sua geografia, i quali si leggono nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 15, 16. Gli squarci de’ compilatori si trovano nella stessa mia raccolta, cioè Ibn-el-Athîr, a pag. 278, 279, 300; Scehâb-ed-dîn Omari, a pag. 152; Abulfeda, pag. 114; Nowairi, pag. 448; Ibn-Khaldûn, pag. 498, 503; Ibn-Abi-Dinâr, pag. 534; Sefedi, pag. 657, 658.
[212]. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 410.
[213]. Letteralmente: “e i sonni suoi (eran come le) veglie della gente.” Nella Bibl. ar. sicula, testo pag. 16.
[214]. Romualdo Salernitano, Falcando, ec.
[215]. Alessandro di Telese, lib. IV, presso Caruso, op. cit., pag. 294.
[216]. Alessandro di Telese; Pietro il Venerabile, nelle epistole che abbiam citate in questo capitolo.
[217]. Nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 15.
[218]. Op. cit., pag. 27. Ho tradotto regoli il plurale Molûk, che propriamente significa re. Gli Arabi dell’XI e XII secolo lo dissero anco dei grandi baroni cristiani, ed inoltre fu titolo dato a grandi personaggi musulmani che non vantavan punto diritti di sovranità.
[219]. Falcando, l’Abate di Telese e tutti gli altri contemporanei.
[220]. Falcando, presso il Caruso, Bibl. sicula, pag. 410.
[221]. Ibn-el-Athîr, anno 484, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 278.
[222]. Alessandro di Telese, lib. I, presso Caruso, op. cit., pag. 266.
[223]. Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ij.
Il Wenrich, Rerum ab Arabibus, etc., pag. 309, scorge in questo titolo il wâli arabico. Non è mestieri ch’io ricorra alle leggi di permutazione per provare l’error di cotesta etimologia. La voce Βαίουλος e bajulus è usata dagli scrittori greci e latini molto innanzi l’XI secolo; tra gli altri da Ammiano Marcellino. Veggasi il Ducange, Glossario latino. Io feci già questa osservazione nel Journal Asiatique del marzo 1846, pag. 230, nelle note a Ibn-Giobair.
[224]. Gregorio, loc. cit. Su la circoscrizione provinciale si vegga il nostro libro V, cap. X, pag. 313, 314 del presente volume.
[225]. Quantunque l’ufizio della corte suprema di giustizia preseduta dall’imperatore, fosse di dettar secondo i casi novelle norme di diritto, essa pure giudicava cause speciali. Si vegga Mortreuil, Histoire du droit byzantin, tomo III, pag. 83, 84.
[226]. Si vegga il nostro libro III, cap. primo, pag. 7, 8 del 2º vol.
[227]. Ibn-el-Athîr, nell’anno 484, testo, nella Bibl. ar. sicula, pag. 278, è il più antico che noi conosciamo de’ copisti di quella tradizione. Il Gregorio la cavò, come ognun sa, dal Nowairi, Rerum Arabicarum, pag. 26, e Considerazioni, lib. II, cap. ij, nota 30.
[228]. Considerazioni, cap. cit.
[229]. Qui innanzi a pag. 437.
[230]. Nelle Costituzioni del Regno di Sicilia, promulgate da Federigo II imperatore, alcune leggi portano il nome di re Ruggiero; ma non è indizio certo. Si vegga a questo proposito il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. viij.
Son usciti alla luce, in questi ultimi tempi, i frammenti delle Assise dei re di Sicilia (Hall, 1856, in 4to) che il Merkel trovò in un codice vaticano; i quali sono stati riferiti da alcuno a re Ruggiero, da altri a Guglielmo II. Si vegga la Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, per Isidoro la Lumia; la critica di Otto Hartwig, nell’Archivio storico del Sybel, band xx, e la risposta del La Lumia nella Rivista Sicula di febbraio 1869 (Palermo, 1869). Quanto a me, il preambolo di que’ frammenti mi conduce più tosto a riferirli a Guglielmo I, alla quale opinione pendeva il Merkel.
[231]. Gregorio, Considerazioni, lib. Il, cap. ij.
[232]. Si vegga il cap. I del presente libro, pag. 351 segg. del volume.
[233]. Libro V, cap. ix e lib. VI, cap. primo, pag. 262. seg. e 365 di questo volume.
[234]. Pag. 443, 444. Si noti che il Gregorio, non comprendendo coteste denominazioni, ch’ei trovava nel Nowairi e che Mr. Caussin avea saltate per la stessa cagione nella traduzione francese, suppose che le fossero predicati dei principi Musulmani presi ad esempio da Ruggiero; onde tradusse come gli parve “comitate, benevolentia et patrociniis insignium,” Rer. Arabic., pag. 26.
[235]. Ne fa parola Ibn-Giobair, testo arabico del Wright, pag. 328 e nella Bibl. ar. sicula, pag. 83. Ho data la traduzione francese di questo squarcio nel Journal Asiatique di dicembre 1845, pag. 539, e l’italiana nell’Archivio Storico, Appendice N. 16 (1847), pag. 26.
L’hâgib, primo servitore a corte degli Abbasidi, fu primo ministro degli Omeiadi di Spagna; fu primo dopo il nâib appo i Sultani di Egitto e via dicendo; poichè l’autorità degli ufiziali così chiamati variò di molto secondo le dinastie e i tempi. Ne tratta Ibn-Khaldûn, nei Prolegomeni (testo di Parigi, parte II, pag. 14, e traduz. francese, pag. 17); De Sacy nella Chrestomathie arabe, tomo II, pag. 157, 159; Gayangos nella versione di Makkari, Mohammedan dynasties in Spain, tomo I, pag. 102, seg. 397 e XXIX.
[236]. Significa literalmente chi sta allato. Si dice anco de’ cavalli di ricambio, menati a guinzaglio. Risponderebbero i giânib, per avventura, ai protospatarii della corte bizantina. Un Niccolò protonotaro, camerlingo e protospatario, è citato in un diploma greco di Ruggiero il vecchio, dato del 1090, ch’è trascritto in uno di Ruggiero, secondo conte, dato del 1147, presso Spata, Pergamene, pag. 247.
[237]. Altrimenti detti selâhdâr, ossia “porta armatura,” dall’arabico selâh armi e dal persiano dâr, portatore. Si vegga Quatremère, nella versione di Makrizi, Sultans Mamlouks, tomo I, parte I, pag. 159.
[238]. Il testo ha giandâr, voce composta di due, persiane entrambe, che significherebbe carnefice, o, per eufemismo, littore. Si vegga del resto una nota del Sacy, op. cit., tomo II, pag. 178, 179, e Ibn-Khaldûn, loc. cit.
Giamdâr, con una m, composta dello stesso vocabolo dâr e di giameh anche persiano, suona tenitore degli abiti, come dice il Quatremère, op. cit., tomo I, parte I, pag. 11. Può darsi che, col noto scambio di consonanti, sia stato usato il primo di questi vocaboli per indicare i vestiarii.
[239]. Al Cairo e in Oriente era il dewadâr “porta-calamaio” ossia primo segretario; l’ostadâr, “maggiordomo;” il tabardâr “porta scure;” il giukandâr, “porta-racchetta” pel gioco della palla a cavallo, ec. Si vegga la citata opera del Sacy, II, 178, 179, 268, 269 e la citata del Quatremère, I, I, pag. 25 segg, 121 segg.
[240]. Il diploma del 1167, che abbiano citato nel lib V, cap. ix, pag. 263. In nota, ha la soscrizione di un Gaytus Maranus, domini regis magister et familiaris.
Il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ij, non cita documenti del tempo di Ruggiero pel gran siniscalco; nè trovonne il laborioso Di Biasi, il quale scrisse lungamente de’ grandi ufizi della corona. Si vegga la sua Storia di Sicilia, libro VI, capo xxiij, articolo 3º. Ma il primo conte Ruggiero ebbe un siniscalco.
[241]. De’ capitani degli arcieri sono soscritti nel diploma del 1172, che abbiam citato nel libro V, cap. ix, pag 262, nota 3. Un capitano de’ Negri della corte è nominato, con parecchi altri ufiziali, da Ibn-Giobair nello squarcio che citammo poc’anzi.
[242]. Diploma del 1172 citato nella nota precedente.
[243]. Ibn-Giobair, loc. cit. e propriamente a pag. 539. del Journ. Asiat. di dicembre 1845, ed a pag. 26 della Appendice dell’Archivio storico italiano.
[244]. Si vegga il Sacy, Chréstomathie arabe, tomo II, pag. 287, 305. Noi abbiam fatto cenno di questa divisa nel libro IV, cap. i ed viij, pag. 240 e 356 del 2º volume.
[245]. Capitolo ij del presente libro, pag. 411.
[246]. L’ultima e più splendida pubblicazione di questo pallio, che chiamavasi di Nuremberg dal luogo dove fu tenuto infino al XVIII secolo, è stata fatta dall’abate Bock nell’opera intitolata: Die Kleinodien des heil. röm. Reichs, Vienna, 1864.
In vece di questo libro, ch’è rarissimo per cagion del prezzo, citerò il Gregorio, Rerum Arabicarum, pag. 172, il quale die’ il disegno della iscrizione e il Reinaud che rifece, correggendola alquanto, la trascrizione e traduzione, nel Journal Asiatique di aprile 1846, pag. 583.
[247]. Si vegga qui sopra la pag. 434.
[248]. Ibn-Giobair, testo, ediz. del Wright, pag. 325 e Bibl. ar. sicula, pag. 84. Io ne detti la traduzione francese nel Journ. Asiat. di dic. 1845, pag. 541, e l’italiana nell’Archivio storico, Appendice cit., pag. 27. Si confronti il nostro Libro IV, cap. xiij, pag. 448 del 2º vol.
[249]. Ibn-Hammâd, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 317.
[250]. Diploma greco-arabico della Cappella palatina di Palermo, dato del 6651 (1143) e soscritto da Giorgio d’Antiochia. Il Morso che lo pubblicò nel Palermo antico, pag. 302 e il Caruso che aiutò il Garofalo a ristamparlo nel Tabularium della stessa Cappella, pag. 13, lesser male le due ultime parole; e però tradussero Laus Deo, excelso, magno. Correggo su l’originale ch’io riscontrai nell’ottobre 1860.
La diplomatica e la storia ci hanno serbati gli ’alâma di molti principi musulmani. Si vegga a questo proposito Reinaud, Monuments,.... du Musée Blacas, tomo I, pag. 109, e Documents inédits sur l’Histoire de France, Mélanges, tomo II, p. 52; Ibn-Khaldoun, Histoire des Berbères, versione del baron de Slane, tomo I, pag 27, 31, 42; II, 92, 197, 356; Tigiani, nel Journ. Asiatique di agosto e settembre 1852, pag. 163; il Kartâs, ediz. del Tornberg, pag. 190, 202, della traduzione latina, ec. Io ho dato un altro ’alâma nelle note a Ibn-Giobair, Journal Asiatique di marzo 1846, pag. 214, e dettone anco ne’ Diplomi arabi di Firenze, pag. lxviij e ne’ luoghi quivi citati in nota.
[251]. Diplomi arabo-greci della Chiesa di Catania, dati di settembre e marzo 6653, de’ quali ho avuta copia per cortesia del prof. Cusa.
[252]. Sangiorgio Spinelli, Monete Cufiche, pag. 41, 43, 47, N. clxxxij, cc, ccxxvij, e molte altre. Ve n’ha anco nelle raccolte di Adler, Pietrazewschi, Castiglioni, Marsden; e molte ne ho viste inedite nel Gabinetto di Parigi. Si confronti Mortillaro, Opere, tomo III, pag. 406 a 410, dove nella moneta inedita, N. cij, a pag. 408, è sbagliato al certo il titolo di Ruggiero dal principio alla fine.
[253]. Sangiorgio, op. cit., pag. 47, 48, N. ccxxviij e ccxxix.
[254]. El Moktader bi-kodratih. Il titolo di Moktader fu portato da un califo abbasida, da un principe di Saragozza, ec.
[255]. Edrîsi, testo, nella Bibl. ar. sicula, pag. 15. Ho aggiunta tra parentesi, innanzi imâm di Roma, la voce sostegno, che fu evidentemente dimenticata dal copista. La si trova in un titolo analogo di Guglielmo II, nel diploma arabico della cattedrale di Palermo dato il 6677 (1169) ed è replicata in un diploma della Chiesa di Morreale del 6686 (1178) e 6691 (1183) l’ultimo de’ quali fu pubblicato da M. Des Vergers, nel Journ. Asiat. di ottobre 1845, e de’ primi due ho avute copie dal prof. Cusa lodato di sopra.
[256]. Nella Bibl. arabo-sicula, testo pag. 584.
[257]. Ρογέριος ἐν χριζῶ τῶ θεῶ εὐσεβὴς κραταιὸς ρὶξ καὶ Χριζιανῶν βοηθὸς, soscrizione dello splendido diploma della Cappella palatina di Palermo, pubblicato dal Monfaucon e ristampato nel Tabulario di essa Cappella, pag. 10 e altrove. La stessa soscrizione si legge ne’ diplomi pubblicati dallo Spata, Pergamene greche, pag. 224, 430, (veggasi a pag. 411, il titolo di Conte di Calabria e di Sicilia e difensore de’ Cristiani, in un diploma del 1133); in que’ del Trinchera, Syllabus graecarum membran., p. 138, 155, 182, (veggasi a pag. 101, un diploma del 1115, col titolo di Conte di Calabria Sicilia e paese italico e difensore de’ Cristiani); e similmente nei diplomi arabo-greci delle Chiese di Catania, Morreale e Cefalù del tempo di Ruggiero, dei quali ho avute copie dal prof. Cusa. Si veggano anco i documenti citati dal Di Blasi, Storia di Sicilia, lib. VII, cap. xxij.
[258]. Diploma della Trinità della Cava, dato il 1130, allegato dal Di Blasi loc. cit., ed altro del 1137, nella cronica di Falcone Beneventano, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 367. Si vegga anche qualche altro diploma originale latino nel Pirro. Ma il gran suggello latino del re, com’ egli è noto, avea soltanto: Rogerius Dei gratia rex Sicilie ducatus Apulie et principatus Capue.
[259]. Edrîsi, nella Bibl. ar. sicula, testo pag. 27, dice che alla morte del malek Ruggiero figlio di Tancredi, ereditò lo stato il suo figliuolo, il malek Ruggiero secondo.
Lasciando da parte, come ho avvertito nel lib. V, cap. x, pag. 342 e segg. di questo volume, le monete attribuite al primo conte Ruggiero, a Roberto Guiscardo e al duca Ruggiero figliuolo di costui, le quali, secondo me, van tutte rivedute, v’ha non poche monete arabiche appartenenti senza alcun dubbio a re Ruggiero, le quali si posson supporre battute prima della coronazione. Dico quelle che hanno da una faccia la formola musulmana e dall’altra un T rabescato, da un lato del quale si legge biamr, sopra Rogiâr e dall’altro lato eth-thâni, ossia “per comando di Ruggiero secondo:” monete d’oro non rare, delle quali io ho viste parecchie nel gabinetto numismatico di Parigi. La stessa leggenda e lo stesso tipo di T un po’ svariato, si scerne nelle figure dell’opera di Sangiorgio Spinelli, tavola V, N. 4 a 9; VI, N. 1 a 14; VII, N. 1 a 7, 24, 25, 26; XXIV, N. 20, 21; XXVII, N. 3, fino all’ultimo e XXVIII, N. 1 a 9. Lo stesso ho letto distintamente in tre impronte di monete del museo di Napoli mandatemi non è guari dal Fiorelli; le quali pur ignoro se trovinsi tra quelle pubblicate del Sangiorgio. Credo non sian punto diversi il N. cxviij del Museo Naniano di Assemani, nè i N. lxiv, lxv, e lxvj del Borgiano di Adler. Di questo lxv, posso poi affermarlo, avendo attentamente osservata nell’ottobre 1864 la moneta, che serbasi nel museo di Parma. In generale e’ mi sembra che la voce biamr letta amir e il thâni. che spesso è mutilato ed è stato interpretalo a vanvera, abbiano prodotte molte delle erronee interpretazioni che son corse, come quella di emîr o l’altra di en nâr “Normanno” che ha messa fuori il Mortillaro nel Medagliere arabo-siculo, pag. 51. I principi di Sicilia che dettero il titolo d’amir ad un ministro loro, nol presero al certo per se stessi, e molto meno egli è verosimile che abbiano storpiato così sconciamente il nome di loro schiatta.
[260]. Falcone Beneventano, presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 380.
[261]. Testo nella Bibl. ar. Sicula, pag. 16, segg. Una parafrasi, non sempre esatta, di questa parte della prefazione si legge nella versione francese di M. Jaubert, tomo I, pag. xvj a xviij.
[262]. Riiâdhiiât e ’amaliiât. Secondo i bibliografi arabi, la prima di coteste classi conteneva l’aritmetica, la geometria, l’astronomia e la musica; la seconda la morale, l’economia domestica, l’amministrazione pubblica, i doveri dei re e de’ ministri e l’arte della guerra. M. Jaubert, pag. xviij, tradusse questa seconda classe littérature, sbaglio sì grosso che parmi da attribuirlo a lezione erronea del Mss.
[263]. Defêtir, sul qual vocabolo si vegga il nostro libro V, cap. x, pag. 324 del presente volume.
Questa voce insolita, e non usata qui per necessità della rima, mi fa pensar che l’autore abbia voluto anco accennare alle carte geografiche. E però ho tradotto servilmente “pergamene” anzi che “registri” ovvero, più genericamente “scritti.”
[264]. Il significato litterale sarebbe che i chiamati eran tutti sudditi di Ruggiero e che lor si domandavano le notizie de’ proprii paesi. Ma evidentemente si tratta di viaggiatori qualunque, o per lo meno d’Italiani, e di relazioni su tutte le regioni ch’e’ conoscessero. Edrîsi che scrivea pel mondo musulmano, affigurava Ruggiero come re di tutta Italia, anzi come una specie d’imperatore di Occidente.
Ho tradotta genericamente “ministro” la voce wasitah che significa propriamente “intermediario” e che M. Jaubert rese interprète. Ma nè i dizionarii, nè il fatto speciale, nè l’uso degli scrittori moderni confermano questo arbitrio di versione. Un passo di Makrizi e una nota di M. De Sacy (Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 94 e 126) provano che sotto i Fatemiti d’Egitto il wasitah era segretario di Stato e che talvolta fu chiamato così il primo ministro. In ogni modo, qui si tratta manifestamente d’un direttore di statistica nella segreteria del re; se pure Edrîsi non era egli stesso il wasitah, e non usò a bello studio questo vocabolo che non rispondeva ad alcun ufizio costituito.
[265]. Letteralmente “le lunghezze delle distanze e le larghezze di esse;” ossia le distanze in dirittura dei meridiani e de’ paralelli. E in vero, i pratici de’ luoghi non poteano dar che le distanze secondo le vie conosciute e la direzione delle stesse vie secondo la rosa de’ venti; e questo appunto è ciò che noi troviamo nella geografia di Edrîsi; ma i gradi di longitudine e latitudine, si doveano domandare agli astronomi antichi o a’ viventi. Montava poi di verificare reciprocamente le tavole di longitudine e latitudine e le distanze riferite da’ pratici: e questo è appunto ciò che Edrîsi dice essere stato praticato quando il re fece riportare col compasso quelle distanze sopra un planisfero graduato, e ricercare da qual parte fosse l’errore, nel caso di discrepanza tra le tavole e gli itinerarii. Pertanto non mi sembra precisa la traduzione francese, pag. xx: “Ensuite il voulut savoir d’une manière positive les longitudes, les latitudes” etc.
[266]. “Planche à dessinner” mi pare espressione troppo vaga. Il testo ha “tavola del tarsîm, o, diremmo noi dell’abozzo, dello schizzo o simili.” Come ognun vede, non si trattava di un foglio da disegno, ma di un foglio già delineato, una mappa, sia che fosse graduata soltanto per costruirvi le figure geografiche, sia che vi fosser anco delineati i contorni e segnati i punti principali, per verificarli, confrontandoli con le distanze itinerarie.
[267]. Mofassel significa propriamente diviso in pezzi, o composto di varii pezzi. Però mi discosto dall’opinione del mio dotto maestro Mr. Reinaud, che credea meramente diviso in gradi il disco d’argento, nel quale doveasi incidere il planisfero. Edrîsi stesso dà alla seconda forma del verbo fazel il significato di tagliare, adoperandola nel descrivere il lavorio del corallo a Ceuta (Dozy et de Goeje, Description de l’Afrique, etc., par Edrîsi, pag. 168 del testo, 201 della versione). D’altronde il planisfero d’un pezzo d’argento che pesava 150 chilogrammi ed avea per diametro poco men che due metri, non sarebbe stato punto maneggevole.
[268]. Il peso chiamato dirhem, variò e varia tuttavia ne’ paesi musulmani: la media tra i dirhem odierni di Egitto, Aleppo, Algeri, torna, evitando le frazioni troppo minute, a grammi 3,35; moltiplicato il qual numero per 112, si avrebbe il rotl rumi, ossia libbra italiana, poco oltre i grammi 375, cioè 13 grammi più della libbra di Bologna e 26 più di quella di Roma e Firenze: e il peso del planisfero monterebbe a 150 chilogrammi. Supponendolo grosso cinque millimetri e ritenendo la qualità di argento data da Edrîsi, il diametro tornerebbe a metro 1,90, secondo il calcolo che ha fatto a mia richiesta l’amico senatore Brioschi.
[269]. Credo risponda precisamente a questo, nel presente luogo, la voce Khalk del testo, “creazione” e cose create in generale, e “cosa ordinata, disposta ec.,” in particolare; sì che talvolta si ristringe agli esseri ragionevoli, secondo le idee musulmane, cioè gli uomini e i ginn.
[270]. La prefazione si legge intera ne’ codici ch’io ho designati con le lettere A. C. (Introduzione, vol. I, pag. xliv, e Bibl. arabo-sicula, testo, pagina 14, nota 1) e ne avanzano pochi righi nel D. Traduco ora le tre lezioni:
A. “.... il vestire, la lingua. E ho dato a questo (libro) il titolo di Nozhat, ec. Esso è stato messo insieme, coordinato, licenziato e connesso (rilegato?) verso lo scorcio di scewâl del 548. Comincio or a trattar, la prima cosa, della figura della Terra, ec.”
C. “.... il vestire, la lingua; e (continua a reggere comandò il re) che fosse posto a questo libro il titolo di Nozhat, ec. Ed ecco che io ubbidisco a così fatto comando, e compio questa prescrizione, cominciando la prima cosa, a trattar della figura della Terra, ec.”
D. Vi manca, coi primi fogli tutta la prefazione innanzi la voce “questo” della quale si scerne qualche vestigio, e segue “K « t » b (il titolo) di kitâb (libro) del Nozhat, ec. E ciò è stato ne’ primi dieci (giorni) di ianîr, corrispondente al mese di scewâl, dell’anno 548. Ed ecco ch’io ubbidisco a così fatto comando e compio questa prescrizione, cominciando, la prima cosa, a trattar della figura della Terra, ec.”
Riman qui a spiegare il vocabolo arabico che ho notato con le sole tre lettere della radice, mancandovi le vocali; il quale per omissione se mia o del tipografo non so, fu saltato nel testo della Biblioteca, linea 10 della pag. 19. Non potendo suppor cotesto vocabolo scritto erroneamente, in sì bel codice e in luogo sì cospicuo del testo, invece di Kitâb (libro), la qual voce viene immediatamente dopo, mi par sia da leggere Katb, “scritto” onde il passo intero tornerebbe “ed (ha comandato il re) che si desse a questo scritto il titolo di libro del Nozhat, ec.”
Or ognun vede che i codici D e C appartengono a ramo diverso dal codice A; che il più vicino al ceppo, per continuare la mia similitudine, è D dove si legge il mese di gennaio; che questo vocabolo non arabico e però mal compreso fu soppresso dal copista di C; e che il copista di A seguì un testo diverso, dato fuori com’egli è verosimile, quando il compilatore, fuggito ne’ tumulti della Sicilia, rivendicò, o si arrogò l’invenzione del titolo. Se mai si pubblicherà il testo compiuto del Nozhat, vedran più chiara i dotti la distinzione de’ tre citati codici ed anco di quello designato con la lettera B, nel quale non si può decifrare la prefazione. Duolmi che, confrontando i due Mss. della Bodlejana, io non abbia potuto, incalzato sì com’era dal tempo, notare le varianti di tutta l’opera o almeno di più lunghi squarci. Il mese di scewâl 548 corre dal 20 dicembre 1153 al 17 gennaio 1154.
[271]. Il più importante lavoro scientifico che abbia trattato di questa geografia, quello cioè del Lelewel, Géographie du moyen-âge, tomo I, pag. 92 a 107, §§ 54 a 64, vi ammette l’influenza delle dottrine geografiche dell’Occidente e la partecipazione diretta di Ruggiero.
[272]. Gli Arabi del medio evo chiamavan così il tratto della costiera settentrionale d’Affrica che corre da Tunis a Capo Spartel.
[273]. Non credo che Sefedi abbia confusa la sfera armillare, da lui per altro descritta precisamente, col planisfero di che dice Edrîsi nella prefazione. Secondo il biografo, il re mandò a Edrîsi, per costruire la sfera, dei pezzi di argento del peso di 400,000 dirhem; del qual metallo fu adoperata una terza parte e due terzi avanzarono. Ruggiero ne fece dono a Edrîsi; aggiunse altri centomila dirhem e poi una nave carica di merci latine preziosissime proveniente da Barcellona.
[274]. Testo nella Bibl. ar. sicula, pag. 657, 658. Si trova una buona traduzione francese di questo squarcio, nell’opera di Mr. Reinaud, Géographie d’Aboulféda, tomo I, Introduzione, pag. cxlv e cxv.
[275]. Scehâb-ed-dîn-Omari, grande erudito del XIV secolo, ricordando il Nozhat come il miglior trattato di geografia ch’ei conoscesse, loda Ruggiero di profonda dottrina in filosofia antica e in geometria e dell’avere speso molto tempo e danaro nella compilazione di quella grande opera. Nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 152.
[276]. Presso Muratori, Rer. Italic., tomo XII, pag. 283.
[277]. Conferma l’accusa Goffredo da Viterbo (presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 947) dicendo: «Rogerius Paganus erat de more vocatus.»
[278]. Annali, an. 539, testo nella Bibl. ar. sicula, pag. 288 e nella edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 66. Si vegga anco la traduzione francese di Mr. Reinaud, negli Extraits des auteurs arabes, etc., rélatifs aux Croisades, pag. 77.
[279]. Lascio come superflue le citazioni, fuorchè per questa briga con l’Egitto. Si guardi ciò che io n’ho detto nel cap. II, del presente libro, pag. 426, e i cenni che pria n’avea dati nei Diplomi arabi del reale Archivio fiorentino, Introduzione, § XXX, diplomi II, III, IV e V della seconda serie e note ai medesimi, dalla pag. 452 alla 458, intorno le relazioni di Pisa con l’Egitto in questo tempo.
[280]. Ibn-el-Athir, anno 547, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 300.
[281]. Limitando le citazioni com’ho fatto di sopra, le darò per questa battaglia di Negroponto, le cui circostanze non sono state ben determinate fin qui. Ne fanno parola Niceta Choniate e il Cinnamo, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 1163, 1176; la Continuazione di Sigeberto da Gembloux e Romualdo Salernitano, presso Pertz, Scriptores, VI, 455 e XIX, 429; e il Marangone, nell’Archivio Storico italiano, tom. VI, parte II, pag. 18. I Bizantini, al solito, trascuran la data; Romualdo non la dà precisa; la Continuazione di Sigeberto (che il Caruso, op. cit., pag. 951, attribuisce a Roberto del Monte) la segna con l’anno 1154 e aggiugne una circostanza riferita altresì dal Cinnamo, cioè che l’armata siciliana ritornava appunto dall’Egitto, carica di preda. Or come noi sappiamo dal Makrizi la scorreria d’Egitto dell’agosto 1155, così parrebbe a prima vista che star si dovesse alla data della Continuazione, differendola bensì d’un anno. Ma il Marangone, il quale pon la battaglia nel 1158 pisano, dà su la guerra di Guglielmo I nell’Adriatico e su questa di Negroponto tanti e sì precisi particolari, da mostrar che in quel tempo i Pisani teneano ben gli occhi aperti su i movimenti del navilio siciliano. D’altronde tutte le narrazioni portano a credere che la battaglia di Negroponto sia succeduta, non al principio ma allo scorcio della guerra.
Ritengo io pertanto, col Marangone, la data del 1157 comune. Quella coincidenza con le depredazioni in Egitto si spiega benissimo ammettendo due o più scorrerie dell’armata siciliana, delle quali i cronisti d’Egitto avessero notata una sola, la più strepitosa. E così anche si spiegherebbe l’error di data della Continuazione, il cui autore avrebbe per avventura risaputa la grande scorreria d’Egitto del 1151 o 1155 e la gran vittoria navale sopra i Greci al ritorno dall’Egitto, onde avrebbe creduta identica la data.
[282]. Makrizi, Mowa’iz, testo di Bulak, tomo I, pag. 214. Oltre la data dell’anno e del mese, il compilatore dice ch’era califo Fâiz e vizir Telai’-ibn-Ruzaik, del quale si sa essere entrato in ufizio il 1º giugno 1154. Si vegga anco la Continuazione di Sigeberto testè citata, la quale sembra molto bene informata degli avvenimenti dell’Egitto in questo tempo. Infine il dispaccio di quel vizir ai Pisani, che si legge ne’ Diplomi del regio Archivio fiorentino, nº V, della seconda serie, pag. 253, il quale pare dell’anno 1156, dice espressamente della recente scorreria de’ Siciliani in Tennis.
[283]. Continuazione di Sigeberto, l. c. Masmudi eran detti gli Almohadi dal nome della tribù che tenne l’egemonia di quella setta religiosa. Gli assalitori eran dicerto pirati spagnuoli o della costiera d’Affrica a ponente di Bugia.
[284]. Gesta Friderici, lib. II, cap. 22.
[285]. Cap. ij di questo libro, pag. 419, 420. Il dotto baron De Slane, nella versione d’Ibn-Khaldûn, Hist. des Berbères, Appendice del vol. II, 587, ha letto Ghariani, dopo aver seguita nelle pag. 37-38 dello stesso volume la lezione Feryani. Non ostante l’autorità di un erudito di tanto nome, parmi stare alla lezione Foriâni ch’è nei Mss. citati, raddoppiandovi la seconda radicale, come si legge nel Lobb-el-Lobâb, parte I, pag. 196 e nel Merasid-el-Ittila’. Quel nome etnico si riferisce a Forriana, villaggio presso Sfax.
[286]. Non aggiungo una parola del mio in tutto questo racconto.
[287]. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 551; Tigiani e Ibn-Khaldûn, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 300 segg., 381 segg., 490, 503, 504.
[288]. Ibn-el-Athîr, l. c. Si ricordi ciò che abbiam detto nel cap. ij di questo libro, pag. 425, 426 del volume, intorno le condizioni in cui fu lasciata l’isola delle Gerbe il 1153.
[289]. Si vegga il cap. ij del presente libro, pag. 409 del volume.
[290]. Si confrontino Tigiani e Ibn-Khaldûn, nella Bibl. ar. sicula, testo pag. 389, 489, 504. Ibn-el-Athîr, l. c., fa menzione della ribellione di Tripoli, senza data, nè altri particolari; se non ch’ei la dice seguita dopo quella di Sfax e pria che quella di Kabes.
Ibn-Khaldûn scrive che que’ di Tripoli dando addosso a’ Cristiani “li bruciarono col fuoco.” Credo sia stato qualche stratagemma come quel delle funi e travi apparecchiate al chiaro della luna, piuttosto che un auto da fe dei prigioni. I costumi de’ Musulmani non portavano queste crudeltà.
[291]. Ibn-el-Athîr, l. c. Ibn-Khaldûn nella citata pag. 504.
[292]. Ibn-el-Athîr, l. c., e pag. 304. Questo capitolo degli annali, ancorchè posto nel 551, contiene fatti posteriori, come quello di Tripoli, di cui altri scrittori segnan la data precisa.
[293]. Ibn-el-Athîr, cap. cit, pag. 301.
[294]. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, l. c.; Ibn-Khaldûn, testo nella Bibl. ar. sicula, pag. 504 e il Baiân nella stessa raccolta, pag. 374, il quale porta soltanto le date della sollevazione contro i Cristiani in Mehdia e della ricuperazione di Zawila, le quali mancano nel racconto d’Ibn-el-Athîr. Questi narra la sollevazione di Zawila innanzi il supplizio del Forriâni; ma non è verosimile che Guglielmo abbia differita quella vendetta per un anno e qualche mese.
[295]. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 951, con l’anno 1158 e presso Pertz, Scriptores, VI, 506, con l’anno 1157. Nella prima di coteste edizioni il nome dell’isola di cui si suppone capitale Sibilla (Zawila) è scritto Gerx; nella seconda Gerp, la quale lezione credo sia stata preferita come vicina a Gerbe, della qual isola parve al dotto editore si trattasse. Io credo che per isola si debba qui intendere penisola (gli Arabi hanno un sol vocabolo per l’una e per l’altra), e che sia da preferire la lezione Gerx, come quella che più si avvicina a Scerik, nome della penisola che separa i golfi di Tunis e di Hammamet, la quale oggi si chiama El-Dakhel, ma gli Arabi del medio evo or la dissero di Scerik, da un nome proprio d’uomo, or di Bâsciu (Basso?) nome della città principale. Non è verosimile che i Siciliani avessero ripigliata allora cotesta penisola, ma pare che Mehdia o Zawila fosse considerata allora come capitale di un piccolo stato che prendesse il nome dalla penisola vicina. A me par certo che sendo padroni di Mehdia e di Susa, i Siciliani lo fosser anco di una parte della costiera, e in ispecie della penisoletta di Monastir, appendice di Mehdia. Si vegga, su la topografia di cotesti luoghi, l’Edrîsi nella edizione dei sigg. Dozy e De Gœje, pag. 108, 109, del testo, e 126-8, della versione. Edrîsi dice che i tre villaggi o castelli di Monastir erano abitati da religiosi, come d’altronde si può supporre da quel vocabolo.
[296]. In primo luogo non mi par dubbio che il re di Sicilia credesse allor appartenere alla sua corona il diritto d’istituire sedi vescovili, come l’esercitarono gli imperatori bizantini. Si noti la fondazione del vescovado di Cefalù e il titolo di Arcivescovo di Sicilia, dato a quel di Palermo in un diploma di re Ruggiero, presso il Pirro, Sicilia Sacra, pag. 95, 96.
In secondo luogo è da ricordare che, per antica costumanza, il metropolitano di Palermo, ricordando solennemente ogni anno i suoi suffraganei, solea nominare tra quelli il vescovo di Tripoli d’Affrica, su di che si vegga il Pirro, op. cit., pag. 21.
Si consideri inoltre che tra i diplomi della Cappella Palatina di Palermo, nel Tabulario di essa, pag. 34, seg. nº XV, è l’inventario della suppellettile della Chiesa d’Affrica, nel quale si legge che una parte era stata fatta a spese dell’Arcivescovo. Mi par si alluda più tosto a quello d’Affrica che a quel di Palermo. D’altronde il fatto di trovarsi quell’inventario nella Cappella Palatina, può indicare che la Chiesa d’Affrica si volesse far dipendere dal Cappellano Maggiore, o che per lo meno la suppellettile si conservasse a cura dì questo, come proveniente da una regia fortezza.
[297]. Ibn-el-Athîr, anno 551, testo del Tornberg, vol. XI, pag. 139, 140. Si confronti il Kariâs versione del Tornberg stesso, tomo I, pag. 170 a 173; Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione del baron De Slane, tomo I, 254 segg. e tomo II, 173, 190 segg.
[298]. Il soggiorno d’Ibn-Sceddâd in Palermo l’anno 551 dell’egira, è attestato dal Nowairi, in un luogo del quale diè la versione francese M. Rosseeuw de Saint-Hilaire, Histoire d’Espagne, tomo III (Paris, 1838). Pièces justificatives, nº IV, par. 511. Questo squarcio, tradotto da M. Vincent e tolto da un Ms. arabico di Parigi che non si cita, contiene un aneddoto dì Abd-el-Mumen che il cronista riferiva essergli stato raccontato da un mercatante musulmano di Mehdia, ch’egli incontrò l’anno 551 nella capitale della Sicilia.
[299]. Presso Tigiani, che abbiam citato di sopra, nel cap. ij, pag. 379, in nota. L’Holâl-el-Mausciah dà il nome di Abd-Allah-ibn-Meimûn.
[300]. Si confrontino: Ibn-Sahib-es-Selât; Ibn-el-Athîr, anno 554; Marrekosci; Ibn-Khaldûn, nella Bibl. ar. sicula, testo pag. 197, 303-304, 319, 504. Non cito il Nowairi, perch’egli qui copia di parola in parola Ibn-el-Athîr. Cotesti scrittori non son d’accordo sul tempo della mossa da Marocco e si comprende benissimo.
[301]. Secondo alcuni cominciò l’assedio il 18 regeb (5 agosto 1159). Secondo altri tornerebbe al 12 luglio.
[302]. Marrekosci.
[303]. Ibn-el-Athir, Marrekosci, ec. dicono anche figliuoli di Molûk, ch’è il plurale di Mâlik, re; ma diceasi anco de’ grandi feudatari, come abbiamo avuta occasione di notare. Non mi par che meriti molta attenzione un luogo di Marrekosci, compilatore del XIII secolo, nel quale ei chiama i soldati del presidio “compagni del Duca.”
[304]. L’autore anonimo dell’Holâl-el-Mausciah.
[305]. Gli scrittori musulmani esprimono questo fatto al rovescio, cioè, che la galea entrava nell’arsenale bella e armata senza mettere a terra un sol uomo
[306]. Macchine da lanciar sassi, più piccole che i mangani. Il Kartas, in vero, ch’è qui il solo che faccia menzione di macchine oltre i mangani, le chiama ra’ade, cioè “tonanti,” il qual nome fu dato alle artiglierie. A me par che l’autore, il quale visse nel XIV secolo e non conoscea per l’appunto quando fosse stato fatto il primo uso della polvere nelle armi da gitto, abbia sostituito di capo suo quella nota voce ad ’arrâde che al suo tempo e nel suo paese potea parere antiquata. Forse fu errore dei copisti, e in ogni modo le lettere radicali, che son le stesse, disposte sì in altro ordine, si prestavano all’equivoco. Nello stesso modo va spiegato un luogo d’Ibn-Khaldûn, autore anch’egli del XIV secolo, secondo il quale le “tonanti” sarebbero state usate in Affrica nel XIII. Si vegga su questo dubbio il bel trattato dei sigg. Reinaud et Favé, Du feu grégeois, Paris, 1845, pag. 75 segg. e si confrontino: Dozy, Historia Abbadidarum, II, 202 e 264 e Ibn-Batuta, Voyages, Paris, 1853-58, tomo III, 148, 194, 238, 396.
[307]. Ibn-el-Athîr, ec.
[308]. Zerkesci.
[309]. Questo fatto è riferito dal solo Marrekosci.
[310]. Falcando.
[311]. Secondo l’Holâl-el-Mausciah, sarebbero state una cinquantina, poichè il numero totale delle navi si fa montare a dugento.
[312]. Ibn-Sceddâd, presso il Tigiani.
[313]. Si confrontino: Ibn-Sahib-es-Selât; Ibn-el-Athir; Marrekosci; il Baiân; Tigiani; il Kartâs; Abulfeda; Ibn-Khaldûn; Zerkesci; Ibn-abi-Dinâr, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 197, 303-308, 319-320, 374, 401-402, 403-404, 417, 504-506, 523, 540, e l’Holâl-el-Mauscîah ec. (il Pallio variopinto che ricorda gli avvenimenti di Marocco) compendio anonimo, scritto l’anno 783 dell’egira (1381-2) Ms. della Bibl. imp. di Parigi. Ancien fonds, 825, pag. 116. Non cito il Nowairi perch’egli copia letteralmente Ibn-el-Athir in questi capitoli. Di cotesti scrittori ho notate alcune differenze. L’Holâl inoltre attribuisce agli ambasciatori del presidio cristiano appo Abd-el-Mumen, l’adulazione di avergli detto ch’egli era appunto il predestinato alla monarchia universale di che parlavano i loro libri. Del racconto di Tigiani abbiam anco una traduzione francese di M. Alph. Rousseau, nel Journal Asiatique di febbraio 1853, pag. 209 segg. I capitoli più importanti d’Ibn-el-Athir sono stati tradotti in francese dal baron De Slane, nella Histoire des Berbères d’Ibn-Khaldûn, tomo II, Appendice, pag. 585 segg. Similmente i luoghi d’Ibn-Khaldûn, che abbiam citati nel presente Capitolo, si trovano nella citata versione di M. De Slane, tomo II, pag. 38, 39, 193. Il Conde, Dominacion de los Arabes en España, Parte III, cap. xliv, narra distesamente questa impresa di Mehdia, con alcuni de’ particolari notati da noi ed altri che non troviamo ne’ nostri testi. Ma la compilazione del Conde non può tener luogo de’ testi che ci mancano.
Degli autori cristiani son da vedere il Falcando e Romualdo Salernitano, sì discrepanti l’un dall’altro, il primo nel Caruso, Bibl. sicula, pag. 420, 421, il secondo in Muratori, Rer. Italic., VI, 199, e presso Pertz, Scriptores, XIX, 429.
[314]. Si confrontino il Falcando e Romualdo Salernitano, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 412 segg., 419, 421, 865, 866.
[315]. Di questa sola ragione d’economia fa parola il Falcando, op. cit., pag. 421.
[316]. Questo rimprovero l’ho aggiunto io. Pietro era forse caduto in disgrazia o tenuto com’oggi diremmo “in disponibilità.” Ma tornò ben in favore a capo di due anni.
[317]. Falcando, op. cit., pag. 135.
[318]. Si confrontino sempre Falcando e Romualdo Salernitano.
[319]. Si confrontino Falcando e Romualdo Salernitano, op. cit., pag. 434 segg., ed 866.
[320]. Imâd-ed-dîn, nella Kharida, testo nella Bibl. ar. sicula, pag. 599, dice che “l’ammazzarono i Franchi di Sicilia dopo l’anno 550 (1155-6) nella carnificina ch’ei fecero dei Musulmani.” Mi pare da riferir questo caso alla sedizion di Palermo, piuttosto che alla proscrizione che fecero non guari dopo i Lombardi nell’interno dell’isola.
[321]. Ibn-Bescrûn, citato da Reinaud, Géographie d’Aboulfeda, Introduzione, pag. CXXI. Il titolo era: Rudh-el-Uns wa Nozhat-en-Nofs, ossia “Giardini dell’Umanità e diletto dell’anima.”
[322]. Si confrontino sempre il Falcando e Romualdo.
[323]. Falcando, op. cit., pag. 440. Ne fa cenno appena Romualdo, op. cit., pag. 868. Si ricordi ciò che abbiam detto di Ruggiero Schiavo e delle popolazioni lombarde nel libro V, cap. viij, pag. 222 seg., 226 segg., di questo volume.
Si noti che Butera fu sempre feudale, e che Piazza era stata tenuta, come qui dice il Falcando, dal padre di Ruggiero Schiavo, cioè il conte Simone, figlio di Arrigo, dei marchesi Aleramidi.
[324]. Falcando, op. cit., pag. 442.
[325]. Op. cit., pag. 444-445.
[326]. Nei principii del regno di Guglielmo il Buono, quand’egli arbitro dello Stato se n’era fuggito in Affrica per paura de’ baroni nemici suoi, il Conte di Gravina lo chiamò dinanzi la regina “servum saracenum qui stolium dudum prodiderat.” Falcando, op. cit., pag. 454.
[327]. Falcando, op. cit., pag. 448.
[328]. Abd-el-Mumen fu dei più grandi uomini di Stato de’ suoi tempi; dotto anco nelle scienze filosofiche e nelle matematiche, come il prova una sua compilazione delle vere o supposte lezioni del Mehedi, che fondò primo la potenza almohade; la quale opera si trova manoscritta nella Biblioteca imperiale di Parigi, Supplément arabe, n. 238. Abd-el-Mumen, presa Mehdia, fece fare un catasto dell’Affrica settentrionale, misurar la superficie in parasanghe quadrate, dedurre un terzo pei monti, i fiumi e le paludi, e impose, in ragione della superficie rimanente, una tassa che le tribù dovean pagare in grano o in moneta. Ei cominciò a tramutare in Spagna i feroci Arabi d’Affrica. Fece allestire, dicono, 700 navi; fabbricare 10,000 quintali di saette ogni dì; scrivere 500,000 uomini, ec. Su questi preparamenti si vegga Ibn-el-Athîr, anni 555, 558, edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 162 segg., 191 segg. del testo; Marrekosci, testo, pag. 168; Kartâs, edizione del Tornberg, testo pag. 129, 131, 132, e versione, 174, 176, 177; e Ibn-Abi-Dinâr (El-Kairouani) versione francese, pag. 196.
[329]. Si confrontino: il Baiân, anno 558, e Tigiani, entrambi nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 374 e 378, 379.
Il primo pone la data, dice d’uno sbarco di Rûm in generale, del novello “caso,” com’ei lo chiama, di Mehdia e dell’occupazione di Susa; il secondo fa menzione del governatore che avean messo gli Almohadi a Susa dopo che s’impadronirono di Mehdia, e poi accenna alle stragi, rapine e cattività di que’ di Susa ed a’ prigioni riportati in Sicilia dall’armata. Indi non è dubbia la identità del fatto.
[330]. Falcando non dà il nome del palagio. Il testo di Romualdo ha Lisam, nelle edizioni antiche; ma quella di Pertz, Scriptores, XIX, 434, dà più correttamente Sisam, con l’avvertenza in nota “Hodie Cisa,” la quale lezione rende forse la pronunzia all’orecchio di qualche straniero, ma io non l’ho mai vista in alcuna scrittura nostrale. Al contrario, i diplomi latini del XIII e XIV secolo ed una cronaca anch’essa del XIV, hanno Zisa, e Asisia, ed un diploma del 1238, presso Mongitore, Sacrae domus Mansionis.... Monumenta, contien la concessione d’un terreno in regione Assisii, al mascolino. Finalmente avverto che l’aggettivo El-’Azîz, anche al mascolino, poichè si sottintende El-Kasr (il palagio), occorre in fin della iscrizione arabica della sala terrena, pubblicata dal Morso, Palermo Antico, 2ª edizione, pag. 184. Ma di ciò mi propongo di trattar più lungamente nel Cap. xj del presente libro. Notisi intanto che la lezione Sisa, risponde precisamente alla trascrizione del nome Abd-el-’Azîz, il quale in un diploma del 1239, nel registro dell’imperator Federigo II, ediz. del Carcani, pag. 398, è scritto Abdellasis.
[331]. Si confrontino sempre Falcando e Romualdo, nell’op. cit., pag. 448, 449 e 870, 871. Anche nelle piccole cose si dimostra la nimistà dell’uno e lo studio cortigiano dell’altro. Falcando, per esempio, si compiace a notare che Guglielmo non arrivò a veder finita l’opera della Zisa; Romualdo la fa credere compiuta, e parla più largamente delle acque e de’ giardini di quel sito reale, de’ mosaici aggiunti da Guglielmo nella Cappella palatina, ec.
[332]. Ho corretto il giorno della morte secondo la Cronica Cassinese e il libro mortuario dello stesso monastero, presso Caruso, op. cit., pag. 512 e 522.
[333]. La parte presa dalle donne, secondo il Falcando, nelle esequie di Guglielmo I, somiglia perfettamente a quella che è attribuita loro nei funerali di Malek Salih al Cairo (1249) in un luogo d’Abu-l-Mehasin, del quale M. Quatremère ha dato testo e traduzione nella Histoire des Sultans Mamlouks, tomo I, parte II, pag. 164. Per parecchi giorni le schiave andavano per le strade battendo i cembali, e le gentil donne le seguian senza velo, piangendo e picchiandosi il volto.
[334]. Si veggano i fatti nel Falcando, presso Caruso, Bibl. sic., pag. 451 a 453.
Non mi pare inverosimile che alcuno di cotesti provvedimenti sia stato comandato nel testamento di Guglielmo I. Almeno un passo del Falcando, op. cit., pag. 454, prova che l’eunuco Pietro era stato emancipato nel testamento e che fu confermata la manomissione dai reggenti.
[335]. Si vegga il cap. III di questo medesimo libro, pag. 432, 433, 439 del volume.
[336]. I diplomi arabi e greci di Sicilia che stamperà il prof. Cusa di Palermo, daranno larga materia ad osservazioni di questa natura. Intanto io voglio notare un esempio, tolto dal diploma arabico di Morreale del 1182, del quale mandommi copia il lodato professore, e la traduzione latina si trova nel Lello (Michele del Giudice) Descrizione del real Tempio.... di Morreale, Appendice dei Privilegii e Bolle, pag. 8 e segg. In questo diploma la voce hârik, ordinariamente usata in Sicilia col significato di collina, è tradotta “terterum”, voce francese latinizzata; il nome di luogo Descîsc è trascritto “Dichichi”; el-Andalusin (gli Spagnuoli) “Hendulcini”; Giabkalîn, “Chapkalinos”, ec.
[337]. Quello che or si dice dell’Albergaria.
[338]. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 454 e 872. L’arcivescovo, ch’era partigiano dell’eunuco, confessa che costui insieme con altri, fuggì “et ad regem de Maroccho veniens, multam secum pecuniam transportavit.” Si vede dal Falcando che l’accusavan anco di aver portato seco le insegne reali, ma la regina affermò non essere stato tocco il tesoro regio.
[339]. Ibn-Khaldûn, Prolegomeni, testo arabico di Parigi, parte II, pag. 37, 38 e nella Bibl. arabo-sicula, pag. 462, e versione francese del baron De Slane, parte II, pag. 43. Lo stesso autore, nella Storia dei Berberi, testo arabico di Algeri, tom. I, pag. 326 e versione del baron De Slane, II, 208, dice che il 581 (1185-6) il califo almohade Jakûb, sapendo la mossa d’Ibn-Ghania sopra Costantina, mandò contro di lui l’armata capitanata da Mohammed-ibn-Abi-Ishak-ibn-Giâmi’, insieme con Abu-Mohammed-ibn-’Atusc, e con Ahmed-Sikilli, e che quest’ultimo kaid, con la sua squadra prese Bugia.
[340]. Applicato il diritto de’ tempi al racconto d’Ibn-Khaldûn, ognun vede che il giovanetto Ahmed era venuto schiavo in Sicilia. Ora il Falcando attesta precisamente ch’egli fosse tenuto tale a corte, dicendo che il conte di Gravina, saputa la sua fuga, rimproverò alla regina vedova la stoltezza d’avere innalzato a tanta potenza un servo saraceno che aveva già tradita l’armata; ed aggiunse esser anzi maraviglia ch’ei non avesse fatti entrare occultamente i Masmudi nella reggia, per portar via il re con tutto il tesoro. Il conte di Molise partigiano di Pietro, negava che costui fosse servo, quando Guglielmo I l’aveva emancipato nel testamento e il nuovo re e la regina aveano confermata l’emancipazione. Presso Caruso, Bibl. sic., pag. 454.
[341]. Si vegga su questa nobile famiglia, Gilles Bry, Histoire du pays et comté du Perche, Paris, 1620, in-4. Il territorio della contea di Perche rispondea quasi a quello degli odierni dipartimenti di Orne ed Eure et Loir.
[342]. Si leggano: Petri Blesensis Epistolæ;, ni 10, 46, 66, 90, 93, alcune delle quali ristampò il Caruso, op. cit., pag. 489, 501; Thomæ Canterburiensis Epistolæ, lib. I, ep. 56, 57, 58, della edizione di Bruxelles, 1682; Epistole di Giovanni da Salisbury, dal Codice Vaticano, lib. II, epistola 61 e lib. III, ep. 80, presso Baronio, Annales, anno 1168, §62, e si confronti anno 1169, §2; Epistola nº 2 di Lodovico VII di Francia a Guglielmo II di Sicilia, anno 1169, nella Collection de Documents inédits sur l’histoire de France, Série 1. Lettres des Rois, etc., tomo I, Paris, 1839, pag. 3. Questa lettera fu mandata alla corte di Palermo per un Teobaldo priore di Crépy, procuratore del monistero di Cluny, al quale dovea servire di credenziale presso Guglielmo II.
[343]. «Panormitani.... multos apud eum accusaverunt apostates de Christianis Saracenos effectos, qui sub eunuchorum protectione diu latuerant.» Così il Falcando, op. cit., pag. 461. Mi par si debba intendere de’ Musulmani già fatti Cristiani, non già di Cristiani nati, dei quali se alcuno mai si fece musulmano, il caso doveva essere rarissimo in quel tempo.
[344]. Op. cit., pag. 463.
[345]. Gaytum Sedictum, nelle edizioni del Falcando. I buoni mss. della Biblioteca imperiale di Parigi, Mss. latins, 5150 e 6262, e Saint-Victor, 164, hanno “Se dictum.” Mi sembra migliore la prima lezione che si avvicinerebbe ai nomi di Siddik ovvero Sadâka, non venendomi alla memoria alcuno che si potesse pronunziare Se.
[346]. La via Marmorea è quasi la stessa ch’or si chiama il Cassaro; ma nel XII secolo la parte più alta di quella tornava al tratto che corre dal Collegio Nuovo all’odierno palagio arcivescovile, poichè la Piazza della reggia era allora in gran parte occupata dall’Halka, della quale si è detto nel lib. V, cap. V, pag. 136, 137, di questo volume.
La Via Coperta, che conducea dall’antica reggia all’antico duomo, rispondeva alla contrada che or giace sotto il piano del Papireto.
[347]. I fatti si ritraggono confrontando il Falcando, partigiano, non cieco però, di Stefano, e Romualdo Salernitano che fu de’ congiurati. Si vegga anco Guglielmo di Tiro, lib. XX, cap. 3.
[348]. Op. cit., pag. 486.
[349]. Romualdo Salernitano, presso Caruso, op. cit., pag. 898-899.
[350]. Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 336. Si riscontri Reinaud, Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 184, secondo il quale la epistola fu scritta il 1182.
[351]. Confrontisi: Ibn-el-Athîr, anno 565, testo del Tornberg, tomo XI, pag. 231 e Makrizi, Mowa’iz, testo di Bulâk, tomo I, pagina 214-215. Compendiò entrambi il Reinaud, Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 143-144.
[352]. Questa impresa del Jemen è narrata da Ibn-el-Athîr, anno 569, testo del Tornberg, XI, 260 segg.
[353]. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 569, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 308 segg. e nell’edizione del Tornberg, tomo XI, 292; Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 506 segg.; Ibn-Khallikân nella vita di questo Omâra, versione inglese del baron De Slane, tomo II, pag. 367. M. Reinaud, negli Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 172, dà la traduzione francese di uno squarcio d’Ibn-el-Athîr.
[354]. Si vegga, per questa data, la nota che ponghiamo in fine del racconto.
[355]. Questa particolarità è aggiunta da Ibn-el-Athîr. Secondo Ducange, quel vocabolo, composto del nome etnico e di ποῦλος che in greco de’ bassi tempi significò “figlio”, par abbia designato in origine i figli de’ mercenarii turchi dell’impero bizantino. Poi si addimandarono così i soldati palatini di Alessio Comneno; e i Cristiani di Siria dettero tal nome a’ cavalleggieri. L’appellazione pareva appropriata, per tutti i versi, a’ Musulmani che militavano sotto le bandiere della Sicilia.
[356]. Lo stato delle forze si ritrae dalla lettera di Saladino. Ibn-el-Athîr quasi la copia; Ibn-Khaldûn accresce i cavalli a 2500; Makrizi dice le galee 260; il qual numero io accetto, per la grande accuratezza di quello scrittore nelle cose dell’Egitto e perchè meglio corrisponde ai 50.000 uomini.
[357]. Behâ-ed-din, narrando l’assedio di San Giovanni d’Acri per Barbarossa, descrive la debbâba de’ Cristiani: grande struttura di legno, vestita di lamine di ferro, mobile su ruote, montata da molti combattenti, armata di una trave che terminava in un collo con capo di ferro, e chiamavasi “montone”, la quale, mossa da molti uomini, percotea le mura. Dice egli anco d’una macchina simile che consisteva in una tettoia, sotto la quale gli uomini moveano una trave armata d’un ferro in forma d’aratro; e questa chiamavasi “gatto.” Vita Saladini, pag. 141, 143.
Debbâba è traduzione di “testuggine.”
Si vegga anco Reinaud, Extraits, etc., pag. 291-292. Nell’impresa de’ Siciliani sopra Alessandria occorrono simili denominazioni. La somma della lettera di Saladino, distinguendo i varii corpi dell’esercito siciliano, nomina “gli artefici delle torri e delle debbâba.” Poi nella narrazione dell’assedio leggiamo: “e rizzarono tre debbâba coi loro kebasc (che vuol dir “montone”).... le quali debbâba somigliavano a torri, sì grosso era il legname, sì maravigliosa l’altezza e la larghezza, e sì grande il numero degli uomini che le montavano.”
[358]. Nella somma della lettera di Saladino che ci dà Abu-Sciama-el-Mokaddesi, leggiamo d’un Ibn-el-Bessâr ucciso nel primo assalto da un dardo di gerkh. Op. cit., pag. 333-334. Nella vita di Saladino occorre il plurale giurûkh.
[359]. Ai tempi di Edrîsi, il faro sorgeva a un miglio dalla città per mare e tre per terra. Versione de’ signori Dozy e De Goeje, pag. 166.
[360]. La saldezza delle mura di Alessandria è attestata da Edrîsi, l. c.
[361]. Le lasciaron chiuse, dice il sunto della lettera di Saladino, coi kosciûr. Il singolare kiscr significa “scorza, corteccia” e però ho messo il significalo di “imposte” che non trovo ne’ dizionarii. Par che abbiano alzate quelle che noi diciamo saracinesche, le quali si poneano a varie distanze dentro la lunga volta d’una porta di città o fortezza, ed abbian lasciata socchiusa la porta esteriore.
[362]. Dalla somma della lettera di Saladino parrebbe ciò avvenuto il secondo giorno di combattimento; ma di certo v’ha errore, poichè nello stesso squarcio si dice che lo spaccio era arrivato a Saladino il martedì che fu il terzo giorno dello sbarco (e secondo di combattimento) e il corriere di Saladino ad Alessandria il quarto dello sbarco (e terzo di combattimento) che fu il mercoledì. Ibn-el-Athîr dice espressamente fatta la sortita il terzo giorno di combattimento.
[363]. Ibn-el-Athîr, dal quale sappiamo la spedizione di questo corriere, dice che arrivò “lo stesso giorno della partenza.”
Fâkûs giace sull’estremo braccio del Nilo verso levante, ai confini del deserto di Suez, poco lungi dal lago Menzaleh.
[364]. Si confrontino: Ibn-el-Athîr, anno 570, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 310 segg. e nella edizione del Tornberg, XI, 272 seg.; Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella stessa Biblioteca, pag. 332 segg., il quale dà la somma di una lettera scritta da Saladino ad un suo emir in Siria; Ibn-Khaldûn, op. cit., pag. 508; Makrizi nella stessa Biblioteca, pag. 518 dove la prima data si corregga 569. Nel Mesciâri-el-Ascwâk, ediz. di Bulâk 1242 (1826-7) pag. 196, 197, è un compendio dello stesso racconto di Abu-Sciama e d’Ibn-el-Athîr. Ne fa anche parola un contemporaneo, nell’opera geografica posseduta dalla Bibl. imperiale di Parigi, Suppl. Arabe, 966 bis, foglio 47 verso. Behâ-ed-din, Vita Saladini, edizione di Schultens, cap. XII, pag. 41, dà un cenno di questa impresa de’ Franchi, senza dir ch’e’ fossero que’ di Sicilia. Aggiunge ch’essi ritiraronsi dopo tre giorni con gravi perdite; dà loro 600 legni e trasporta la data al mese di sefer 570 (settembre 1174). Oltre le teride e le galee, l’autore qui nomina le botse, ch’è alterazione della nostra voce “buzzo.”
Per lieve che sia, non è da passare sotto silenzio uno sbaglio di cronologia de’ compilatori musulmani. Abu-Sciama, il quale trascrive il testo perduto di ’Imâd-ed-din, dice in principio sbarcati i Siciliani la domenica, 26 dsu-l-higgia 569 e rotti il 1º di moharrem 570. Lo stesso scrive Ibn-el-Athîr; di modo che gli assedianti, escluso il giorno dello sbarco, sarebbero stati sotto le mura di Alessandria per cinque giorni interi, poichè, sendo il 569 dell’egira quel che noi diremmo anno bisestile, il mese di dsu-l-higgia ebbe allora 30 giorni invece di 29. Da un’altra mano, sendo incominciato quell’anno di domenica e il mese di dsu-l-higgia, di mercoledì, il giorno 26 cadde in sabato e non in domenica.
Ma la somma della lettera di Saladino come l’abbiamo da Abu-Sciama, nota i soli giorni della settimana: cioè, sbarco la domenica, assalti il lunedì e il martedì, sortita e rotta il mercoledì, ritirata dell’armata il giovedì. Il giovedì appunto, 1º agosto 1174, principiò il mese di moharrem e l’anno 570 secondo il conto astronomico dell’egira, che muove dal mezzodì del 15 luglio 622, anzichè dal 16 come lo si conta più comunemente, comprendendovi la notte che precede. Onde si vede che il giorno assegnato dai compilatori alla sconfitta de’ Cristiani, fu quello in cui l’armata si allontanò d’Alessandria, non quello dell’ultima battaglia, e ch’essi per errore posero lo sbarco il 26 invece del 27. Gli imperfetti metodi di cronologia usati in Oriente e la superstizione di contare il primo del mese quando proprio si vede la luna, spiegano cotesti errori. Le giornate di quella infelice impresa van così notate:
| Domenica | 27 | dsu-l-higgia | 569 | 28 | luglio | 1174, | sbarco |
| 28-29 | » | » | 29-30 | » | » | assalti | |
| 30 | » | » | 31 | » | » | sortita; rotta de’ Siciliani | |
| Giovedì | 1º | moharrem | 570 | 1º | agosto | 1174 | ritirata dell’armata. — Strage dei 300 cavalieri. |
M. Reinaud ha dati alcuni squarci de’ citati autori arabi, ne’ suoi Extraits, etc., pag. 173. Debbo avvertire che la nota n. 1, del mio dotto maestro non è esatta. I Veneziani, i Pisani e i Genovesi, non sono già nominati nel testo come ausiliari di Guglielmo II in questa impresa, ma soltanto noverati tra i Cristiani che soleano molestar l’Egitto.
Degli autori cristiani, Marangone, nell’Archivio storico italiano, tomo VII, parte 2ª, pag. 71, sotto l’anno pisano 1175, dice partita l’armata siciliana il 1º luglio; forte di 150 galee e 50 dromoni pei cavalli, con 1000 cavalieri, molti arcieri e balestrieri e molte macchine (ædificia) e che l’armata, appena arrivata in Alessandria, prese una nave pisana proveniente da Venezia: e qui finisce il racconto e la cronica. Veggansi inoltre: Guglielmo di Tiro, lib. XXI, cap. 3; la Chronica pisana, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 191, la quale qui copia il Marangone; infine la Cronica anonima nella Historia diplomatica Friderici II, dell’Huillard-Bréholles, tomo I, pag. 890. È da notare che il Caruso, Memorie storiche, parte II, vol. I, pag. 186, 192, suppose due spedizioni d’Alessandria, nel 1174, cioè e nel 1178, togliendo l’una da Guglielmo di Tiro e l’altra dalla cronica Pisana.
[365]. Palmieri, Somma della Storia di Sicilia, vol. II, pag. 285. Il buon Di Biasi suppone che que’ tesori fossero stati spesi nella fabbrica del Duomo di Morreale. Merita tanta maggior lode, dopo ciò, il mio amico Isidoro La Lumia, il quale, invaghito com’ei sembra di Guglielmo II, ha riconosciuto, pag. 146-147, l’errore del Caruso e degli altri, e dato un cenno di questo fatto di Alessandria, secondo gli scrittori contemporanei cristiani e le poche notizie de’ musulmani che gli fornisce il compendio del Renaudot, Hist. Patr. Alexandriæ, Parigi, 1713 in-4, pag. 540.
[366]. Makrizi, Mowa’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 180. A coteste frequenti molestie si allude nello squarcio anzi citato della relazione di Saladino al califo di Bagdad, dove leggiamo (Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 336), “che del navilio del re di Sicilia si era parlato sovente e del suo esercito non si ignoravano i casi.”
[367]. Baiân-el-Moghrib, testo, nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 374. Si veggano i capitoli ij e iv del presente libro, pag. 418 e 490 del volume.
[368]. A rigore si potrebbero supporre anco due imprese estive nello stesso anno 573, che cominciò in fine di giugno 1177 e terminò il 18 giugno 1178.
[369]. Ibn-el-Athîr, anni 568 e 576, testo, nella edizione del Tornberg, tomo XI, pag. 256, 309.
L’epistola di Saladino al califo di Bagdad, inserita nell’opera di Abu-Sciama-el-Mokaddesi, della quale ho dati alcuni squarci nella Biblioteca arabo-sicula, dice occupate a nome del Sultano, Barca, Kafsa, Kastilia e Tauzer, ms. arabo della Biblioteca imperiale di Parigi, Ancien Fonds, 707 A, fog. 128 verso.
[370]. Ibn-el-Athîr, anno 576, loc. cit. Si confronti il Kârtas, edizione del Tornberg, testo, pag. 139 e traduzione pag. 186; e Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, traduzione, di M. De Slane, II, 34, 203.
[371]. Anno 1180, presso Pertz, Script., VII, 528. M. De Mas-Latrie, nella Introduzione ai Traités de Paix, ec., pag. 51, accetta ed amplifica il racconto dell’abate Roberto e dà alla restituzione delle due città il significato plausibile, che il principe almohade abbia permesso ai Siciliani di tenervi loro fondachi. E accomoda anco la differenza della data tra Roberto e l’anonimo Cassinese, affermando che le negoziazioni furono cominciate il 1180 e terminate in agosto 1181.
[372]. Marrekosci, nella edizione del Dozy, pag. 181 e nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 320. Si corregga in questo modo la traduzione del Marrekosci, ch’io detti già in nota a Ibn-Giobair, nel Journal Asiatique di marzo 1846, pag. 234 e nello Archivio storico italiano, appendice nº 16, pag. 71.
[373]. Si confronti Ibn-el-Athîr, loc. cit. con l’anonimo Cassinese, presso Caruso, Biblioteca sicula, pag. 543. L’uno dice che Kafsa fu presa il primo giorno del 576 (28 maggio 1180) e che Abu-Iakûb dopo ciò andò a Mehdia, dove trovò gli ambasciatori e fermata la tregua se ne tornò in fretta a Marocco; l’altro che Guglielmo fece la tregua in Palermo d’agosto 1181. Indi suppongo la stipulazione a Mehdia e la ratificazione a Palermo. Ma quanto all’anno, sto alla data de’ cronisti arabi i quali non sogliono scrivere i numeri in cifre e sono in generale molto più esatti. Non mi par verosimile poi che la ratificazione sia stata differita per più di un anno fino all’agosto 1181.
[374]. Si vegga qui appresso la nota 1, alla pag. 521.
[375]. Ibn-el-Athîr, l. c. Si direbbe quasi ch’egli accennasse al motivo, continuando, immediatamente dopo aver fatta menzione della tregua: “L’Ifrikia era straziata allora, ec.”
[376]. Testo del Dozy, pag. 193 segg. Si confronti Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione del baron De Slane, II, 188, 207, il quale differisce in alcuni fatti secondarii.
[377]. Presso Muratori, Rerum Italic., VI, 355-356. Vi si legge l’anno della natività 1181, indizione XIII, la quale all’uso di Genova risponde alla XIV del conto più comune, e però l’anno torna appunto al 1181 del calendario romano.
[378]. Par che Pisa in questo tempo rinnovasse ogni dieci anni la tregua con Majorca; poichè abbiamo notizie delle pratiche del 1161 e del 1173, dal Marangone, nell’Archivio storico italiano, tomo VI, parte 2ª, pag. 25 e 68. Il trattato originale del giugno 1184 è stato pubblicato da me ne’ Diplomi Arabi del Regio Archivio fiorentino, parte I, n. IV, pag. 14, seg. nella quale opera, Introduzione, pag. XXXVI, è da correggere la citazione del Caffaro e la data della spedizione di Guglielmo II, della quale ci ragguaglia la cronica anonima, pubblicata nella Historia Diplomatica Friderici II, etc.
[379]. Testo arabico del regio Archivio di Torino, pubblicato dal Sacy, nelle Notices et extraits des mss., XI, 7, segg.
[380]. Si confrontino: Guglielmo di Tiro, lib. XXII, cap. viij, nel Recueil des Historiens des Croisades, Historiens Occidentaux, tomo I, parte I, p. 1076, e la cronaca anonima del XIII secolo, pubblicata da M. Huillard-Bréholles nella Historia Diplomatica Friderici secundi, etc., tomo I, pag. 890. Questa non mette data e dice che Guglielmo II abbia voluto ajutare un principe musulmano scacciato da Majorca; il qual fatto ci condurrebbe al 1183, ed agli anni seguenti. Guglielmo di Tiro, dal Cap. v. al vij dello stesso libro, dice di avvenimenti del 1180 e della state del 1181, e incomincia il cap. viij con la morte di Malek-Sciah figliuolo di Norandino, la quale sappiamo d’altronde che avvenne di novembre 1181. Per questo dobbiam supporre il naufragio seguito nell’inverno 1181-1182 e non già nella prima spedizione, della quale abbiamo la data precisa dal Caffaro.
[381]. Ibn-Khaldûn, Histoire des Berbères, versione del baron De Slane, II, 208 a 210.
[382]. Di queste orribili condizioni dell’Affrica propria troviamo il racconto in Ibn-el-Athîr, anni 580 e 581, nella edizione del Tornberg, tomo XI, p. 334, 342 segg.
[383]. Ibn-Giobair, testo e traduzione francese, nel Journal Asiatique di dicembre 1845, pag. 526 segg. e di gennaio 1846, p. 88 segg. Il testo si legge anco nella edizione del Wright e nella Bibl. arabo-sicula; e la versione italiana, nell’Archivio storico, Appendice n. 16, pag. 35 segg.
[384]. Fan cenno di questa impresa Niceta Coniate, Guglielmo di Tiro, Sicardi vescovo di Cremona ed altri cronisti del tempo; ma quei che più largamente la narra, anzi con infiniti particolari e troppa rettorica, è un testimonio oculare che soffrì i disagi dell’assedio e tutte le onte della occupazione straniera: l’arcivescovo di Tessalonica stessa, Eustazio, dotto commentator di Omero. Il suo testo su l’eccidio di Tessalonica, fu pubblicato per la prima volta a Francoforte il 1832, e ristampato con versione latina, nella collezione bizantina di Bonn, il 1842. Isidoro La Lumia è tra gli scrittori italiani il primo che abbia fatto uso del testo di Eustazio nella sua Storia di Guglielmo il Buono. L’anonimo dianzi citato (Historia Diplomatica Friderici secundi, tomo I, parte 2, p. 890) dice anch’esso di questa infelicissima impresa; e il contemporaneo Rodolfo De Diceto, decano di San Paolo in Londra, la riferisce con grande esagerazione delle forze siciliane, nientedimeno che 85,000 fanti e 30,000 cavalli! Nell’Historiæ Anglic. Scriptores, Londra, 1652, pag. 628.
[385]. Conradi a Liechtenaw, Chronicon, Argentorati, 1609, in fol. pag. 228.
[386]. Epistola di Saladino al califo di Bagdad. Non ostante l’ampollosità dello stile, questo documento è importantissimo. Saladino volea mostrare all’universale de’ Musulmani, più tosto che al povero e negletto pontefice, come la usurpazione sua, anzi lo spogliamento di tanti piccoli usurpatori, non escludendo que’ della casa di Norandino, fosse necessario a ristorare l’impero musulmano e cacciare gli Infedeli dal territorio. Questa epistola fu mandata verso il principio del 1182. Si vegga Reinaud, Extraits.... des Croisades, pag. 184. Io ho dato nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 336-7 il testo dello squarcio dove si dice del re di Sicilia e delle repubbliche di Venezia, Pisa e Genova.
[387]. Si confrontino: l’anonima Historia Hierosolimitana, presso Bongars Gesta Dei, ec., vol. I, pag. 1155 segg.; Marino Sanudo, lib. III, parte ix, cap. 9, op. cit. tomo II, pag. 194; Sicardi vescovo di Cremona, presso Muratori, Rer. Italic., VII, 530; Francesco Pipino, Chronicon, lib. I, cap. xij, op. cit., IX; Bernardi Thesaur. cap. clxix, clxx, op. cit., VII; Chronica Anonima presso Huillard-Breholles, Hist. Diplom. Friderici secundi, ec., tom. I, pag. 890, 894; Continuazione francese di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap 5, 7, 11, nel Reçueil des Historiens des Croisades — Historiens Occidentaux, tomo II, pag. 114, 115, 119 e segg.
Le prime imprese di Margarito fecero tanto romore in Levante, che gli ambasciatori di Filippo Augusto a Costantinopoli, ragguagliando il re delle notizie della guerra, diceano presa Giaffa da Margarito, uccisivi 500 Turchi, fatti prigioni otto emiri e presa anco Gebala e trucidati quanti uomini vi si trovarono. Questa lettera è trascritta da Rodolfo De Diceto, op. cit., pag. 641 ed anco dall’autore della Gesta regis Henrici II, attribuita a Benedetto abate di Petersborough, ediz. Stubbs, Londra, 1867, vol. II, pag. 51. Pipino e Bernardo accrescono infino a 200 il numero delle galee siciliane; Sanudo dice 70 galee, 500 uomini d’arme e 300 turcopoli.
[388]. Gli Arabi musulmani chiamano taghiat indistintamente i principi stranieri. Quella voce significa in origine, violento, ingiusto, prevaricatore, ec.
[389]. Traduzione litterale del bisticcio arabo kala’t e tala’t.
[390]. ’Imâd-ed-dîn, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 206, 207. Si confronti Abu-Sciamâ, nella stessa raccolta, pag. 337.
[391]. Secreta Crucis, presso Bongars, Gesta Dei, ec., II, 194.
[392]. Niceta Choniate, De Isaaco Angelo, lib. I, § 5, pag. 483, 484; Sicardi presso Muratori, Rer. Italic., VII, 615; Conradi a Liechtenaw, pag. 232, dell’edizione citata; Continuatio Cremifanentis, presso Pertz, Scriptores, IX, 548; S. Rudberti Salisburgensis Chron., vol. cit. pag. 778. Continuazione di Otone di Frisingen, op. cit., XX, 325; Annales Aquenses, op. cit, XVI, 687; Contin. Weingart., op. cit, XXI, 474 e molti altri cronisti tedeschi. Margarito stesso confessava i tristi principii della sua vita, nel 1194 quand’egli, grande Ammiraglio di Sicilia, conte di Malta, ricchissimo e potentissimo, donava all’Archimandrita di Messina un suo casale “per espiazione dei suoi misfatti.” Chi non ne avea su le spalle di grossi e conosciuti, li solea chiamar peccati. Si vegga presso il Pirro, Sicilia Sacra, pag. 980, questo diploma il quale attesta la patria dell’Ammiraglio: “Nos Margaritus de Brundusio, etc.”
[393]. Si confrontino Niceta Choniate, De Isaaco, lib. I, § 5, e la cronica intitolata Magni Presbyteri, presso Pertz, Scriptores, XVII, 511, la quale inserisce una relazione contemporanea.
[394]. Gesta regis Henrici II, attribuite a Benedetto abate di Petersborough, edizione di Stubbs, Londra, 1867, tomo II, p. 199. Si vegga la pag. xlvij della Prefazione, nella quale il dotto editore dimostra che questa parte fu scritta verso il 1192. Lo squarcio era stato pubblicato prima, sotto il nome di Brompton, nell’Historiæ Anglic. Script., Londra, 1652, I, 1218.
[395]. Eustazio di Tessalonica, Opuscula, Francoforte, 1832, pag. 292, 294, e nella edizione di Bonn, 1842, pag. 457, 464, 466.
[396]. Nel testo d’Imâd-ed-dîn leggiamo “che i Cristiani messero su le gerkh” e “spianarono le zambûrek.” Della prima di coteste armi si è fatta menzione nell’assedio di Alessandria. La seconda è citata da Behâ-ed-dîn, edizione di Schultens, pag. 150 e da Reinaud, Extraits, etc. pag. 416.
[397]. Paolo Santini da Duccio, nel bel ms. della Biblioteca imperiale di Parigi, pubblicato in parte da MM. Reinaud et Favé (Du feu gregeois, etc., Paris 1849 in -8) dà la figura del mantellectus del XIV secolo, un asse cioè, inclinata a 45° e sostenuta da due fiancate triangolari, in forma di leggìo, dietro la quale riparavasi il soldato. Traduco mantelletti la voce giafati che si legge in Imâd-ed-dîn e con lieve variante in Ibn-el-Athîr. Questi nomina inoltre le târakîa, che M. Reinaud, con l’approvazione di M. De Sacy (Chréstomathie Arabe, tomo I, pag. 273, della 2ª edizione) credette analogo a θώραξ. Ma qui evidentemente non si tratta di corazze, e se pure quel vocabolo greco diè origine all’arabico, variò in questo il significato, vedendosi nel Vocabulista Arabico della Riccardiana resa “scutum” la voce Derak o Tarak. Credo sia appunto la nostra “targa”, ossia scudo grande del medio evo. E questo si adatta molto meglio che corazza, nel luogo di Makrizi, citato da M. De Sacy. Si riscontri Quatremère, Histoire des Mongols de la Perse, tomo I, pag. 289. Imâd-ed-dîn, in luogo di questa voce, ne mette due, cioè tirds “scudi” e satâir, che mi par usato genericamente per significare “ripari”.
[398]. Si confrontino: ’Imâd-ed-dîn da Ispahan e il suo compendiatore Abu-Sciama-el-Mokaddesi, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 205 segg. 337 segg. e Ibn-el-Athîr, anno 584, op. cit., pag. 312 segg. e nella ediz. del Tornberg, tomo, XII, pag. 2 segg. M. Reinaud ha dato un cenno di cotesto racconto ne’ suoi Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 226-227.
[399]. Gesta regis, etc. attribuita a Benedetto di Petersborough, dianzi citata, tomo II, pag. 175, 180. Si confronti quel testo con Ruggiero de Hoveden.
[400]. Si confrontino: la continuazione francese di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap. 7, nel Recueil des historiens des Crosaides, Historiens Occidentaux, tomo II, pag. 114-115 e la citata Gesta regis Henrici II, attribuita a Benedetto abate di Petersborough, tomo II, pag. 133, alla quale corrisponde Ruggiero de Hoveden, presso Caruso, Bib. Sic., pag. 960.
[401]. Gesta regis Henrici II, or or citata, II, 54. Come si ritrae dalla prefazione dello Stubbs, l’autore anonimo era informatissimo degli affari della corte inglese, negli ultimi tempi di Arrigo II e ne’ primi di Riccardo. Il qual principe avendo passato l’inverno del 1190-1 in Messina, dove ei conobbe Margarito, e la state seguente all’assedio d’Acri, i suoi intimi doveano sapere benissimo que’ fatti recenti dell’armata siciliana ne’ mari di Palestina. Ecco le parole del cronista: “Eodem vero anno, quidam vir potens et terra et mari, natione Sigulus (siculus), nomine Margaritus, per auxilium domini sui Willelmi regis Siciliæ, profectus cum quingentis galeis bene munitis, et viris bellicosis et victu et armis, in auxilium Cristianorum, et vias maris tanta calliditate obstruxit, quod Sarracenis qui Acram civitatem et cæteras terræ Jerusalem civitates et munitiones circa maritima occupaverant, nullus securus patebat egressus. Contigit autem quadam die, quod dum milites et servientes Saladini veherent arma per mare, et victualia ad subventionem filii Saladini et familiæ suæ qui erant apud Acram, occurrit eis predictus Margaritus cum suis; et commisso cum eis prœlio, illos devicit et omnes interfecit.” Il numero di 500 galee è sbagliato evidentemente dal copista, che dovea scrivere 50.
Il compendio delle Crociate per Ahmed-ibn-Alì-el-Harîri, ms. della Bibl. imp. di Parigi, Suppl. Arabe, 1905 attesta che le forze siciliane si trovavano all’assedio d’Acri il 585 (1189) insieme con quelle di Costantinopoli, Roma, Genova, Pisa, Majorca, Rodi, Venezia, Creta, Cipro e Lombardia.
[402]. Eustazio, De Excidio Thessalon., edizione di Francoforte, pag. 282, e di Bonn, pag. 421.
[403]. Riccardo da S. Germano in principio della Cronica.
[404]. Ibn-Giobair, testo e traduzione francese, nel Journal Asiatique di dicembre 1845 e gennaio 1846 e traduzione italiana nell’Archivio Storico, Appendice, nº 16.
[405]. Pirro, Sicilia Sacra, pag. 531.
[406]. Constitutiones Regni Siciliæ, lib. I, titolo 45, 68, lib. III, tit. 83.
[407]. Decretales Gregorii, libro V, titolo xvij, cap. 4. “De raptoribus”, pag. 1728 della edizione di Roma, 1632.
[408]. Ibn-Giobair, op. cit.
[409]. La prova di ciò è in tutti i fatti narrati ne’ capitoli di questo libro V.
[410]. Ibn-Giobair, op. cit.
[411]. Si vegga qui appresso a pag. 541, il cenno sopra Ibn-Kalakis.
[412]. Ibn-Giobair, op. cit.
[413]. Ibn-Giobair, op. cit.
[414]. Si vegga il Cap. vj del V libro, pag. 159 di questo volume.
[415]. Ibn-Giobair, op. cit.
[416]. Si vegga la nota 2 della pag. 532.
[417]. Epistola detta Itinerario di Gherardo, inserita nella Chronica Slavorum di Arnoldo di Lübeck, lib. VII, cap. 10 della edizione del 1659. Nella raccolta del Pertz, Scriptores, XXI, 103, e 235, nota 77, il dotto editore Sig. Lappenberg, corregge il nome dell’autore dell’epistola, e pone l’ambasceria nel 1175.
[418]. Lib. V, cap. ix, pag. 262 segg. di questo volume.
[419]. Edizione di Francoforte, pag. 283, e di Bonn, pag. 422.
[420]. Pag. 304 dell’una e 504 dell’altra ediz. Il testo ha uomini τοῦ ρὶζικου. Si vegga questa voce nel dizionario greco del Ducange, secondo il quale la significazione primitiva sarebbe stata “gitto del dado,” indi “sorte, fortuna.” Parmi che il sig. Tafel nel suo Komnenen und Normannen, Stuttgard, 1870, pag. 196, abbia ristretto troppo il significato traducendo Freibeuter e corsari.
[421]. Ἀμερᾶς. Si aggiunga alle citazioni che ho date nel cap. primo del presente libro, pag 351 del volume.
[422]. Pag. 296 dell’una e 472, 473 dell’altra edizione.
[423]. Op. cit., pag. 301 e 492.
[424]. Orazione inaugurale, tra gli opuscoli della citata edizione di Francoforte, pag. 157.
[425]. Op. cit., pag. 285, della prima edizione e 430 dell’altra.
[426]. In questo medesimo capitolo, pag. 508.
[427]. Diplomi del 23 aprile e 6 maggio 1284, citati nella mia Guerra del Vespro Siciliano, cap. X, edizione del 1866, tomo I, pag. 383 in nota.
[428]. Eustazio, op. cit. p. 285 della prima ediz. e 431 dell’altra. Il traduttore latino qui ha reso “zolfo” la voce συρφετὸς, piuttosto, com’io credo, per conghiettura, che per l’autorità di altri esempii. Il vocabolo ch’io uso, corrisponde in Toscana al “pulvis stercoribus permixtus” che danno i lessici greci, insieme con quello di spazzature e di polvere delle strade; la quale in Sicilia si chiama appunto così (pruvulazzu).
Debbo avvertire che, consultato su quel vocabolo il dotto professore Comparetti dell’Università di Pisa, ei mi conferma nell’opinione che non s’abbia a intendere zolfo; ma crede che qui significhi spazzature di combustibili, come sarebbero trucioli di legno e simili: quelle materie appunto che si adoperavano nelle mine, secondo gli antichi poliorcetici greci. Tuttavia mi resta il dubbio che, appo i Greci del XII secolo, le spazzature, tecnicamente dette, fossero di qualche sostanza incendiaria, di quelle note nel medio evo sotto il nome generico di fuoco greco. Ed ho voluto accennare a tal supposto, perchè ulteriori ricerche o nuovi testi, possano rischiarare questo punto di erudizione tecnica.
Su l’antico uso delle composizioni incendiarle di salnitro e zolfo, o vogliam dire polvere da sparo imperfetta, si vegga l’opera di MM. Reinaud et Favé, intitolata Du Feu Gregeois, etc., e il cap. ij di questo medesimo nostro libro, pag. 367 del volume, nota 1.
[429]. Si vegga il lib. V, cap. vj e ix, pag. 173 e 263 di questo volume.
Il divario tra i nomi di Abu-l-Kâsim e Ibn-abi-l-Kâsim non fa alcuna difficoltà, perchè gli Arabi soleano scorciare così fatte appellazioni. Ne abbiamo un esempio vicino nei Beni Khorasân di Tunis, il qual casato correttamente si addomandava de’ Beni-abi-Korasân. Si vegga il capitolo ij di questo libro, pag. 429 del volume, nota 1.
[430]. Si vegga nel principio di questo stesso capitolo la pag. 500.
[431]. Ibn-Giobair, op. cit.
[432]. “Il figlio della rupe”, ossia l’acqua, simbolo di beneficenza. Si confrontino: Ibn-Khallikân, Biografia degli illustri Musulmani, testo, nella edizione del Wüstenfeld, IX, 67, vita, nº 772, e X, 64, vita nº 815; ed Hagi-Khalfa, Dizionario bibliografico, III, 545, nº 6680. Ho ristampati i testi nella Biblioteca arabo-sicula, pag. 631, 643, 702.
[433]. Si vegga la mia prefazione al Solwân-el-Motâ’ d’Ibn-Zafer, pag. XXIV segg.
[434]. Op. cit., pag. 2, 3.
[435]. Liber Jurium Reipub. Januens., tomo I, pag. 463, n. CCCCXXXVII, nei Monumenta hist. patriæ.
Il testo ha domum ed io traduco “palazzo” perchè la “casa” donata in Messina per lo stesso diploma, era stata quella di Margarito, cioè il palagio dove soggiornò Riccardo Cuor di Leone il 1190-91; la casa donata in Siracusa era quella di Gualtiero di Modica già grande ammiraglio; il fabbricato donato in Napoli, era il fondaco regio in porta Morizini, etc. Questo importante documento uscì alla luce la prima volta nella Hist. Dipl. Friderici II, tomo I, 66.
[436]. Si vegga la citazione a pag. 173, del presente volume, nota. 1.
[437]. Presso Caruso, Bibl. sic., pag. 404, 405. Questa e le altre edizioni mettono a capo della Storia la citata epistola, la quale evidentemente fu scritta molto tempo dopo quella. E si legge dopo la Storia nel bel ms. della Bibl. imp. di Parigi, S. Victor, nº 164.
[438]. L’autore non solamente dice e replica ch’egli scrivea “quando le tepid’aure” sottentravano alla neve ed al gelo, ec. Egli accenna anco alla occupazione della Puglia, di che gli duole un tantino, ma la sopporta purchè i Tedeschi non passino nell’isola. E continua: “Atque utinam Constantia cum rege Teuthonico, Siciliæ fines ingressa, perseverandi constantiam non haberet, nec ei detur copia Messanensium agros aut Aetnæi montis confinia transeundi!” Eccoci dunque al giugno 1190; poichè egli è noto che Arrigo mandò l’Arcivescovo di Magonza allo scorcio d’aprile e che il maresciallo imperiale di Toscana passò i confini del regno di Puglia in maggio. Nè Costanza, nè Arrigo erano con quell’esercito; ma si capisce che potea correrne la nuova o potea l’autore supporre la presenza dei due principi o anche fingerla tra le sue favorite ipotiposi; se pur non lo strascinò il bisticcio che gli veniva tra’ piedi col nome di Costanza.
Nè si dica che l’autore vivendo in qualche monastero di Francia o d’Inghilterra, dovesse sapere le notizie di Sicilia da una stagione all’altra. Nel medio evo i monasteri erano appunto gli emporii del mondo, e i frati ne andavano in traccia come i giornalisti d’oggidì.
[439]. Si vegga il cap. iv di questo libro, pag. 485 segg. del volume.
[440]. “Panormi oritur inter Christianos et Sarracenos dissentio. Sarraceni, multa suorum strage facta, exeunt et inhabitant montana.” Così l’Anonimo cassinese, anno 1189 presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 514. Similmente Riccardo da S. Germano scrisse.... “quinque Sarracenorum regulos, qui ob metum Christianorum ad montana confugerant.” Pietro d’Eboli, dopo aver chiamata Palermo città trilingue, dice de’ tumulti che scoppiarono:
Scismatis exoritur semen in urbe Ducum:
In sua versa manus præcordia, sanguinis hausit
Urbs tantum, quantum nemo referre potest.
[441]. Si vegga il cap. iv di questo libro, pag. 488 del volume. Credo che Mr De Cherrier sbagli supponendo che i Musulmani minacciarono Catania, Lutte des papes, etc., lib. I, cap. V, pag. 216 della 2ª edizione. Il fatto di Catania fu ben diverso e seguì nel 1194, come si vedrà più innanzi.
[442]. Gesta Regis Henrici, etc., edizione Stubbs, Londra, 1867, vol. II, pag. 141. Cotesta cronica, attribuita a Benedetto abate di Peterborough che la fece copiare, fu scritta, come pensano gli eruditi, a corte di Riccardo Cuor di Leone; e però ha autorità, non solamente di contemporanea, ma ancora di conterranea pei fatti siciliani del 1190, quando Riccardo passò parecchi mesi in Sicilia. Leggonsi a un dipresso le medesime parole in Ruggiero de Hoveden (presso Caruso Bibl. sicula, pag. 965) il quale inserì quella cronica nella sua, con parafrasi, mutazioni ed aggiunte, e, sendo contemporaneo anch’egli, rafforza la testimonianza col fatto stesso del plagio.
[443]. Anno 1190, presso Caruso, op. cit., pag. 547.
[444]. Gesta Regis Henrici e Ruggiero de Hoveden ll. cc.
[445]. Si confrontino Riccardo da San Germano e le Gesta II. ec.
[446]. Presso Pirro, Sicilia sacra, pag. 1132, il quale afferma aver copiato l’autentico diploma. Questo è citato in un altro della imperatrice Costanza dato d’ottobre 1198 o 1199, nella Historia Diplomatica Friderici Secundi, I, 12.
[447]. Si vegga il gran lavoro di Mr De Cherrier, Histoire de la lutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe, lib. I, cap. 5 segg.; la monografia del dottor Teodoro Toeche, De Henrico VI. Romanorum imperatore. Normannorum regno sibi vindicante, Berlino 1860; e le critiche di questo dotto opuscolo fatte dal Sig. Adolfo Cohn nel Forschungen zur deutsche Geschichte, tomo I, pag. 437 segg. e dal Sig. Otto Hartwig, nel Selzer’s Monats’blätter di Marzo 1862.
Quanto agli scrittori contemporanei, oltre le antiche edizioni, si possono ora confrontare quelle del Pertz (fino al tomo XXII) e le recenti edizioni delle Gesta Regis Henrici e dello Hoveden (tomo I) pubblicate a Londra del professore Stubbs. La raccolta del Pertz, inoltre, schiude alcune sorgenti che furono ignote ai compilatori della storia di Sicilia.
[448]. Non è superfluo avvertire che il prof. Stubbs, dando nella edizione delle Gesta, ec., II, 133, il capitolo sulle negoziazioni di Riccardo Cuor di Leone con Tancredi, ha ben corretto salmas la voce salines e spiegata tari nel glossario, (II, 257) la voce terrins, ch’era stata variamente alterata e perfino ridotta a terris; le quali voci il Caruso (Bibl. sic., pag. 960) avea lasciate tal quali, ancorchè la prima indicasse evidentemente una misura di frumento, e la seconda non potesse denotare altro che piccole monete, poichè 1,000,000 di quelle tornava, secondo lo stesso luogo del cronista, a 20,000 once d’oro.
[449]. Annales Januenses, presso Muratori, Rer. italic., VI, 370.
[450]. Ottone di San Biagio, presso Pertz, Script., XX, 325 e presso Caruso, Bibl. sic., pag. 935.
Io non veggo perchè il Toeche nel citato lavoro, sì pregevole per diligenza e critica, metta in forse l’autorità della Continuazione Sanblasiana, ch’è pure molto particolareggiata in questi eventi, nè ripugna alle testimonianze degli altri contemporanei. Il signor Cohn, al contrario, ha mostrato degno di fede quello scrittore contemporaneo, op. cit., pag. 447, 450. Quanto ad Ottobono, autore degli Annali genovesi di questo tempo, il dotto Toeche dubita della esattezza del suo racconto, perchè gli pare inverosimile che la Regina di Sicilia avesse raccolto un esercito e che in questo militassero dei Musulmani. Il primo fatto, attestato dal cronista genovese al par che dal tedesco, è naturalissimo; nè si vede ragione di negarlo. Il secondo, se non al Burigny citato dal signor Toeche, si creda alle autorità che io ho allegate in varii luoghi del presente libro. Che se a lui non parve probabile che i Musulmani avessero prese le armi a favor della dinastia cadente, si potrebbe domandare all’incontro per qual ragione gli stanziali, o anco la milizia, di quella classe dei sudditi avrebbero disubbidito al comando di combattere gli stranieri. Tanto debbo far osservare sul giudizio del Toeche, pag. 54, nota 148. Erroneo parmi quello del signor Hartwig, (op. cit. pag. 189) il quale, convinto dalla magnanimità di Arrigo VI e della scelleratezza dei Siciliani, trasporta di peso al 1197 la narrazione di Ottone di San Biagio intorno questo combattimento di Catania. Per vero il buon cronista avea messo il fatto a suo luogo, innanzi la resa di Palermo; nè può supporsi anacronismo, quand’egli, dopo lo imprigionamento dei grandi che aveano combattuto, accenna alla sorte incontrata finalmente da loro, la quale noi abbiamo buone ragioni di protrarre infino al 1196 o 1197.
[451]. Ho avuta alle mani, parecchi anni addietro la edizione di Engel, Bâle, 1744, ma mentre riscrivo questo capitolo non posso citare se non che la ristampa del signor Giuseppe del Re (Cronisti e Scrittori sincroni napoletani, Napoli, 1845, in-8 grande, pag. 401, segg.) ove è la traduzione italiana del signor Emmanuele Rocco e le note di entrambi. Debbo avvertire che l’Engel non pubblicò tutte le figure del prezioso ms. di Bâle e che perciò si può dir manchi una parte dell’opera, poichè le figure di quel codice rischiarano talvolta i fatti e danno de’ nomi. Si vegga anco Cherrier, Lutte des papes, etc., lib. II, ij, pag. 232 della 2ª ediz. et passim.
[452]. Ottone di San Biagio.
[453]. Pietro d’Eboli.
[454]. Pietro d’Eboli.
[455]. Ottone di San Biagio. “Trinacriis pars, fertur equis, etc.”, dice Pietro d’Eboli descrivendo l’entrata dell’imperatrice Costanza in Salerno, il 1191.
[456]. Ottone di San Biagio.
[457]. In questo passo di Pietro d’Eboli, si legge tra le altre cose:
Haec (apodixa) quantum Calaber, seu quantum debeat ater
Apulus, aut Siculus debeat orbis, habet.
Cotesti versi ricordarono ai due eruditi editori napoletani, quell’altro notissimo della spada di re Ruggiero, onde l’uno e l’altro lessero Afer in luogo di ater. Di certo il poeta pugliese non avea ragione di chiamare negri i suoi compatriotti; e il credito acceso nella Tesoreria di Sicilia contro l’Affrica, si spiega benissimo col tributo di Tunis. Fors’anco si può riferire a quello di Malta e di Pantellaria, popolate allora di Musulmani, come si vede nel capitolo precedente pag. 536 di questo volume. Ho detto positivamente del tributo di Tunis, perchè l’autore degli Annales Colonienses Maximi, (presso Pertz, Scriptores, XVII, 803) benissimo informato de’ casi di questa impresa di Sicilia, scrive sotto l’anno 1195: “Marroch rex Africæ 25 summarios, auro et lapide precioso, multisque donis oneratis imperatori mittit.” Si è già detto che Tunis ubbidiva in questo tempo alla dinastia degli Almohadi, residente in Marocco, che il cronista qui prende per nome proprio d’uomo.
[458]. Ottone di San Biagio alla divisione della preda accenna anco Pietro d’Eboli.
[459]. Si vegga il cap. iij di questo libro, pag. 448 del volume. Chi voglia giudicare la quantità e qualità della preda, convien che legga, da capo a fondo, l’opera dell’abate Bock, e guardi non solamente le figure cromolitografiche, ma ancora le incisioni in legno, intercalate nel testo dalla pag. 129 in giù.
L’autore degli Annales Marbacenses (presso Pertz, Scriptores, XVII, pag. 166) dicendo, come tutti gli altri cronisti tedeschi, dell’oro e dell’argento riportato dalla Sicilia il 1195, aggiunge particolarmente “cum multis pannis pretiosis de serico.”
[460]. Annales Januenses, presso Muratori, Rer. italic., VI, 370, dove si legge Gruloardus. Nell’edizione del Pertz, Mon Germ., XVIII, 109, è preferita la lezione Gilolo Ardus, la quale, come ognun vede, non differisce da Gennolardus che per la permutazione dell’n in l, e per lo scambio, facile al paro, dell’i in e.
[461]. Anonymi Fuxensis Gesta Innoc. III, cap. xxvj, nella edizione di Baluzio, tomo I, pag. 40. Il nome è sbagliato nella edizione di Caruso, Bibl. sic., pag. 645. La descrizione della battaglia, che ci occorrerà nel capitolo seguente, mostra bene il sito del campo, nel borgo ch’oggi si chiama Mezzo-Morreale, fuor la porta “Nuova.”
[462]. Anonymi Chronicon Siculum, cap. xxj, presso Gregorio. Rerum Aragonens., II, 129. Fecit quidem dictus imperator Henricus comburi in plano Genoardi, quod est extra mœnia palatii Panormi juxta jardinum Cubbæ versus Aynisindi, omnes episcopos qui fuerant in coronatione regis Trankedi. La favola di tutti i vescovi bruciati nascea certo da non falsa tradizione di supplizî dati in quel luogo per comando di Arrigo. In ogni modo il sito non è dubbio e risponde a quello ov’è in oggi l’Albergo de’ poveri. Dietro questo a N. O. scaturisce la fonte Ainsindi, in oggi detta Dannisinni.
[463]. Gennet-ed-dûnia, nell’ultimo verso della iscrizione ch’io ho pubblicata nella Rivista Sicula di febbraio 1870. Il divario è come se in italiano si dicesse “il paradiso del Mondo” invece di “il paradiso della Terra.”
[464]. Ruggiero De Hoveden, ediz. di Francfort, 1601, pag. 746.
[465]. “Insuper insulas maris vectigales faciens, imperium admodum dilatavit, etc.” Così Ottone di San Biagio, cap. xliij presso Muratori, Rer. italic., VI, 901.
[466]. Carmen. Si vegga qui sopra la nota 1 della pag. 553.
[467]. Si vegga il citato opuscolo del Dottor Toeche, pag. 61, 62, nota 164, 166, 168.
[468]. Hartwig, op. cit., pag. 188, 189.
[469]. Cioè, Ottone di San Biagio e Arnoldo di Lübeck. Non dò i nomi degli altri, perchè li ha citati il Toeche, pag. 59, nota 160. Ai quali è da aggiugnere:
Cont. Weingart., Perz, XXI, 474, che accenna alla congiura del 1196, con un “si dice:”
Annales Marbacenses, Pertz, XVII, 166, anno 1195, dove, senza far menzione di congiura, si dice imprigionata la vedova di Tancredi, il di lui figliuolo e tre figliuole, l’arcivescovo di Salerno e dieci magnati, tra i quali Margarito.
Annales Colonienses Maximi, Pertz, XVII, 803, dove non è supposta congiura nel 1195, ma sì bene nel 1197.
Annales Stadenses, Pertz, XVI, 352, dove si fa un cenno, sotto l’anno 1195, della cattura e accecamento del solo Margarito, il quale voleva uccider l’imperatore a tradigione.
Annales Piacentini Guelphi, Pertz, XVIII, 419, anno 1194.
Chronologia di Roberto di Auxerre, nel Recueil des historiens des Gaules, etc., tomo XVIII, 261, 262. Questo scrittore francese contemporaneo, nota nel 1193, che Arrigo, ritornando in Germania, riportò seco la moglie e il figliuolo di Tancredi e alcuni ottimati che aveano cospirato contro di lui; e nel 1196 fa parola di un’altra congiura, dalla quale Arrigo scampò appena e poi “conspirationis auctores horrendo discerpit supplicio.”
[470]. Radulphi De Diceto, Imagines historiarum, negli Hist. Angl. Script., Londra, 1632, pag. 678. La breve epistola è data il 20 gennaio (1195) “apud S. Marcum,” com’e’ pare, quel della provincia di Messina.
[471]. Carmen, libro II. “At Deus impatiens, etc.
[472]. Anonimo Cassinese, anno 1194, presso Muratori, Rer. italic., V, 143. Si confronti con le parole d’un altro codice nello stesso volume, pag. 73, e presso Caruso, Bibl. sic., pag. 517. Parecchi anni appresso, Corrado di Liechtenaw vide a Roma gli accecati.
[473]. Chronicon Fossenovæ, presso Caruso, op. cit., pag. 74.
[474]. Presso Caruso, op. cit., pag. 636.
[475]. Presso Caruso, op. cit., pag. 552, sotto l’anno 1194, che, secondo il calendario seguito da Riccardo, finiva in marzo 1195.
[476]. “Se et omnia sua, potestati ejus contradiderunt.”
[477]. Presso Muratori, Rer. ital., VI, 896, e Pertz, XX, 325, 326.
Anche il dottor Toeche, sì imparziale in altri luoghi, vuol negare, pag. 60, cotesti supplizii e indebolire l’autorità di Ottone di San Biagio, difesa, com’abbiam detto, dal Cohn.
[478]. Corrado di Liechtenaw, Chronicon, ediz. cit., pag. 238, anno 1198, nota le origini di cotesti racconti e i dubbii che ispiravano. Così anco Gotfredo monaco, nella raccolta del Freher, tomo I, pag. 361; e così altri cronisti tedeschi.
[479]. Arnoldo abate di Lübeck, lib. V, cap. xxv, xxvj, secondo l’edizione di Pertz, XXI, 203.
[480]. Arnoldo, op. cit., pag. 201.
Si confrontino Annales Stadenses, Pertz, XVI, 352, anno 1196; Annales Marbacenses, Pertz, XVII, 167 segg., anno 1197; Corrado di Liechtenaw, ediz. cit., pag. 232, anno 1198; Annales Colonienses Maximi, Pertz, XVII, 804, anno 1197, dove anche questa congiura è riferita con un “conspirasse dicebantur” e la connivenza dell’imperatrice con un “rumor.... varia seminat” e con un “vulgabatur.”
L’ira di Arrigo contro la moglie è attestata da Riccardo da San Germano, il quale, narrando l’ultima andata dell’imperatore in Sicilia, (cioè a Messina) continua “ubi ad se duci imperatricem iubet. Qua in Panormi, palatio constituta, quidam Guilielmus, etc.,” presso Caruso, Bibl. sic., pag. 553. Or il comando di menargli l’imperatrice, somiglia molto ad una nobile cattura. Le reticenze stesse dei contemporanei tedeschi, fan supporre assai gravi i fatti politici che si apponeano alla Costanza; ma erano ciarle de’ cortigiani e de’ condottieri, com’abbiam detto, e i cronisti naturalmente le aggravarono, scrivendo dopo la morte d’Arrigo, quando Costanza avea cacciati tutti i Tedeschi dal Regno.
[481]. Si vegga l’edizione del Baluzio, lib. II, n. 221 e si confrontino le epistole, lib. I, n. 26, 557, ec.
[482]. Annales Stadenses, presso Pertz, XVI, 352; Arnoldo abate di Lübeck, Pertz, XXI, 201; Niceta Choniate, Annales, Parigi, 1647, pag. 310. Annales Marbacenses, l. c. al dir de’ quali Arrigo fece eseguire il supplizio in presenza della moglie. Si riscontri inoltre il passo di Roberto di Auxerre, citato dinanzi, pag. 558 nota 1.
[483]. Riccardo da San Germano, presso Caruso, Bibl. sic., pag. 553. Secondo lui, Arrigo venuto in Sicilia (di certo a Messina) comanda che menino a lui l’imperatrice. Guglielmo Monaco s’era ribellato. Andando Arrigo ad assediarlo, ammalatosi, partì (dall’assedio) e morì.
Si fa menzione d’un Guglielmo Monaco nel diploma di giugno 1198, per lo quale Costanza concedette alla Chiesa di Palermo la casa del fu Guglielmo Orfanino, castellano di Castello a mare di Palermo, venduta un tempo al Monaco dall’Arcivescovo di Palermo. Indi pare che l’Orfanino avesse acquistato quello stabile dal Monaco: ma non v’ha indizio che faccia supporre l’identità della persona.
[484]. Annales Marbacenses, presso Pertz, XVII, 167. Secondo questi, Arrigo partì di Germania per la Puglia il 24 giugno 1196. Nel 1197 si trovò in Sicilia, dove la moglie malcontenta avea suscitate per tutte le città e castella congiure contro di lui. Delle quali erano consapevoli i Toscani, i Romani e diceasi il papa stesso (Celestino nonagenario e timidissimo). I congiurati voleano uccidere l’imperatore in una selva, mentre egli andasse a caccia; ed aveano raccolti 30,000 uomini! Avvertito, ei si chiuse in Messina e mandò Marqualdo de Anweiler con una mano di pretoriani e di Crociati; i quali uccidono o pigliano tutti i congiurati. Il personaggio che i congiurati voleano far re, è punito in presenza della imperatrice, inchiodatagli in capo una corona e gli altri affogati in mare, ec. Una notte freddissima poi (6 agosto) Arrigo, trovandosi in un luogo a due giornate da Messina, fu preso dalla dissenteria. Verso la festa di San Michele, si sentì meglio e volle andare in Palermo; ed era già partita la sua famiglia per mare a quella volta, quand’egli peggiorò e venne a morte. Del qual racconto minuto e partigiano si vede chiaramente l’origine. Erano i cortigiani e i condottieri che tornando in Germania dopo l’esaltazione di Costanza e d’Innocenzo III, narravano le gesta loro e del padrone, e i monaci le scriveano. E non è difficile discernervi il vero dal falso.
Roberto d’Auxerre l. c. fa supporre molto gravi i casi della tentata rivoluzione, dicendo l’imperatore “per fugam elapsus.”
Gli Annales Colonienses maximi, Pertz, XVII, 804, 805, hanno meno particolari e meno fiducia in que’ racconti. E dicono Arrigo sepolto a Napoli.
Secondo la Cronica di Sessa, ei sarebbe morto a Randazzo, che ben s’accorderebbe con gli Annali di Marbach; poichè Randazzo è su la via da Messina a Palermo.
[485]. Il dottor Toeche non vuol credere a cotesta violazione di sepoltura, perchè la racconta De Hoveden, (ediz. di Francforte, 1601, pag. 746), inglese e però nemico di Arrigo VI. Ma la s’accorda benissimo con gli altri atti di avarizia, rabbia e crudeltà, che non si possono revocare in dubbio.
Io ho abbozzati questi ultimi movimenti nel modo che mi pare risulti da’ due racconti, non incompatibili, di Riccardo da San Germano e degli Annali di Marbach. Così mi discosto da Mr De Cherrier, op. cit., lib II, cap. 5, pag. 323 segg., e molto più dal signor Hartwig il quale segue il racconto degli Annali di Marbach, senza citarli, nè mettere in forse nessun “si dice” del cronista. Anzi il sig. Hartwig suppone una vera congiura del papa coi baroni normanni, com’ei li chiama ancora, di Sicilia. Ei fa notare che Arrigo andò in furore vedendo tanti tradimenti: ed è la sola scusa data per quelle crudeltà, le quali d’altronde il signor Hartwig non nega, nè biasima.
[486]. Questa data precisa non si ritrova se non che nell’Anonimo, pubblicato dal Bréholles, Hist. dipl. Friderici Secundi, I, 892.
[487]. Oltre gli attestati de’ cronisti contemporanei, si vegga la bolla del 20 ottobre 1198 per la quale Innocenzo, contro il notissimo privilegio di Urbano II, mandò in Sicilia un legato con pien potere, presso Breholles, op. cit., I, 14. Avverto che io citerò sempre l’opera del Breholles, anche per quelle epistole d’Innocenzo III che sono state ristampate nella sua raccolta sopra le edizioni del Baluzio e del Brequigny.
[488]. L’Anonimo pubblicato nell’op. cit., I, 892, dice che Matteo arcivescovo di Capua, morì poco appresso l’imperatrice. E il documento citato dal De Meo, Annali di Napoli, IX, 143, prova ch’ei non era più in vita il 10 giugno 1201.
[489]. Si leggano attentamente i fatti nelle Gesta Innocentii III, presso Caruso, Bibl. sic., p. 642 e segg., e si badi alle date. Fu ne’ principii del 1200 che il papa propose ai ministri reggenti di concedere que’ feudi a Brienne, facendo gran ressa a scolparsi del sospetto ch’ei favorisse un pretendente al trono del suo proprio pupillo. Il primo ministro Gualtiero de Palearia, ch’era stato fin allora di accordo con Innocenzo, risaputa quella proposta in Messina, die’ in un gran furore, sparlò pubblicamente del papa, e si cominciò a guardare da’ suoi consigli e dagli uomini suoi. Questa è la chiave di tutta la storia dell’infanzia di Federigo; nel qual tempo il papa a volta a volta scomunicò ed accarezzò il cancelliere, e conchiuse sgridando Federigo adulto, perchè l’aveva allontanato dalla corte. Nelle vicende di questa lite accadde un tratto che abbandonato il cancelliere da’ suoi partigiani, carico di scomuniche e ridotto allo stremo, il papa gli profferse di ribenedirlo, sol ch’ei si rappacificasse con Brienne: al che egli rispose nol farebbe, se pure S. Pietro scendesse a bella posta dal cielo, inviato da Gesù Cristo per comandarglielo.
Sì gravi parole in bocca d’un vescovo, sembrano dettate da lealtà verso il suo principe, anzi che dalla rabbia dell’ambizione.
[490]. Giuseppe La Farina, mancato immaturamente alla patria e alle lettere, dimostrò questo fatto contro Hurler, negli Studii sul secolo XIII, Firenze, 1842, p. 786. Riscontrando gli avvenimenti di tutto il periodo della reggenza, dei quali io non posso far che un cenno, si vedrà che nel corso di quegli otto anni, gli uomini del papa non ebbero adito appo Federigo che per cinque o sei mesi e che non comandarono mai nella reggia e molto meno nel paese. D’altronde il medesimo Innocenzo confessa questo fatto tanto nelle epistole con che ei si lagna del cancelliere (1200-1202), quanto in quella del 29 gennaio 1207 per la quale ei si rallegra col pupillo della sua liberazione e lo conforta a seguire i consigli di “coloro che la madre avea deputati a educarlo e de’ succeduti in loco eorum qui ex ipsis decesserant,” presso Breholles, op. cit, I, 124. Or in quel tempo stava allato al giovanetto il cancelliere Gualtiero, riconciliato col papa, il quale nel 1210 scrivendo a Federigo, come abbiam accennato nella nota precedente, affinchè lo reintregrasse nell’ufizio dal quale avevalo rimosso, dice chiaramente che questa era una ragazzata e un atto d’ingratitudine contro colui che lo avea fin allora custodito e nutrito ed avea durato molte fatiche e sollecitudini e strette di danari per difendere lui e il reame. Presso Breholles, op. cit., I, 170. Dunque è stata esagerata stranamente la parte ch’ebbero i cardinali di Sant’Adriano e di San Teodoro nella educazione di Federigo. Si veggano anco le epistole del papa date in novembre 1200 e luglio 1201, presso Breholles, op. cit., I, 60, 82.
[491]. Questa donazione, che va riferita al 1198, è ricordata in un atto di aprile 1209, per lo quale il cancelliere Gualtiero de Palearia ridonava il giardino al Capitolo della cattedrale. Presso Amato, De principe templo panormitano, p. 127.
[492]. Diploma di settembre 1200, pubblicato dal signor Mortillaro nel Catalogo del.... Tabulario della cattedrale di Palermo, pag. 49, ristampato dal Breholles, op. cit., I, 54.
È da avvertire che l’altra metà del podere apparteneva attualmente ad un Ibrahim, figliuolo del notaio.
[493]. L’imperatore o la imperatrice donò alla chiesa di Palermo Rakal Stephani nel territorio di Vicari e tutto il tenimento di Platani e di Captedi; la quale concessione è citata nel diploma del 1211, che la confermò, presso Breholles, op. cit., I, 194. Torniamo dunque al 1195-97, ovvero al 1198 ed ai territorii dove arse la ribellione musulmana.
Per un altro diploma di aprile 1200, citato dal Pirro, Sicilia Sacra, p. 703, la reggenza concedette al vescovo di Girgenti i casali di Minsciar e Minzeclo; onde non ci discostiamo dal tempo, nè dalla regione.
[494]. La commissione di bandire la Crociata in Sicilia fu data al vescovo di Siracusa e ad un abate di Sambucino dell’ordine de’ Cisterciensi, quello stesso cioè del ricco monastero di Morreale che possedea tante terre e persone di Musulmani. Si veggano le epistole d’Innocenzo nella edizione di Baluzio, lib. I, n. 302, 343, 358, 508: dall’ultima delle quali, data il 5 gennaio 1199, si ritrae che in Sicilia alcuni laici avean presa la croce, altri avean profferto contribuzioni di vittuaglie o arnesi, ma che gli arcivescovi, i vescovi e gli altri ecclesiastici non voleano dar nulla. Indi i due commissarii proposero e il papa assentì, di prendere per la Crociata tutte le entrate ecclesiastiche, fuorchè le somme strettamente bisognevoli al mantenimento ed al culto; e di gittar anco la mano su le entrate delle sedi vacanti e sul danaro de’ monaci che vivessero fuor dal chiostro.
Ci possiamo immaginare lo scompiglio che portò questo provvedimento in Sicilia, dove tanta parte della proprietà fondiaria, forse un terzo o più, era posseduta dalle Chiese. I titolari necessariamente mugneano i vassalli e i villani. E nelle cento miglia quadrate coltivate da’ Musulmani per conto del monastero di Morreale, possiam supporre venuto proprio il finimondo. Que’ “monaci che viveano fuor del chiostro” eran forse i fattori del monastero: e ch’e’ prendessero tutto per sè e parteggiassero contro l’arcivescovo e contro il papa, lo sappiamo da una terribile epistola d’Innocenzo, data il 17 giugno 1203 che citeremo più innanzi.
[495]. Epistola n. 509, del libro I, nell’edizione di Baluzio.
[496]. La fuga de’ villani e il guasto delle ville si confermano coi diplomi seguenti:
1201. Federigo, nel mese di aprile, concede al monastero di donne, detto di S. Michele in Mazara, le terre del distrutto casale Ramella, nel territorio di Salemi. E ciò per avere sofferti molti danni, intervasionis tempore, e avere perdute tutte le entrate. Ms. della Bibl. comunale di Palermo, Q. q. r. 171.
1202. Nel territorio di Carini, casale di Zarchante, una Sorbina possedea già sei villani per sentenze del giustiziere e del cadì dei Saraceni; ed erano andati via come tutti gli altri villani, Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. vij, nota 7.
Verso lo stesso tempo si erano liberati i villani della chiesa di Cefalù, ibid.
1205 aprile. Federigo conferma agli Spedalieri le concessioni precedenti, alle quali egli aggiugne due poderetti in Palermo e tutti i villani del casale di Polizzi, ubicumque sunt. Presso Breholles, op. cit., I, 113.
[497]. Il luogo dello sbarco, riferito dal solo Anonimo che ha pubblicato il Breholles, op. cit., I, 893, si adatta benissimo a tutti gli altri ragguagli che abbiamo di questa impresa.
Oltrechè una schiera di Pisani combattè per Marcualdo nella battaglia di Morreale (1200), essi continuarono a dargli aiuti. Si vegga l’epistola 4 del libro V, data di Laterano il 4 marzo 1202, per la quale Innocenzo sollecita il Potestà e il Comune di Pisa a richiamare dalla Sicilia i cittadini loro, partigiani di Marcualdo.
[498]. Presso Breholles, op. cit., I, 34.
[499]. Op. cit., I, 37.
[500]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 554, del volume.
[501]. Il Caruso, Bibl. sicula, 647, ha “Magadeo.” Io seguo più volentieri la lezione del Breholles, op. cit., I, 48, la quale rappresenta il noto vocabolo Mogêhid, ch’è talvolta nome proprio e talvolta soprannome. Si vegga il libro V, cap. 1, pag. 4 segg. di questo volume. Un Ibn-Mogêhid possedeva una casa in Palermo, secondo il diploma arabico del 1190, del quale il Gregorio ha dato uno squarcio. De supputandis, etc. pag. 40.
[502]. Questa battaglia è raccontata da Anselmo arcivescovo di Napoli testimonio oculare, nella epistola ch’ei scrisse a Innocenzo, com’e’ pare, il giorno appresso; la quale si legge in tutte le edizioni delle Gesta Innocentii III, cap. xxvj. Fa cenno della vittoria, l’Anonimo pubblicato dal Breholles, op. cit., I, 893 e Riccardo di San Germano. L’occupazione di Morreale pria dell’assedio di Palermo è attestata, inoltre, da una epistola d’Innocenzo, libro III, n. 23, edizione di Bréquigny, II, 27 e Raynaldi Annales, 1200, § 3, 8.
Anselmo, scrivendo al papa, vuol dare tutto il merito della giornata a Jacopo congiunto di quello e maresciallo di Santa Chiesa, e lascia addietro quant’ei può il conte Gentile, fratello del cancelliere, ch’era sì poco gradito al papa fin da que’ primi tempi. Ma la verità trapela nell’epistola stessa, là dove si dice che fin dal principio della battaglia. Gentile e Malgerio alla testa de’ fanti, “potenter ascenderunt, transcenderunt et obtinuerunt montana, et omnes fere quot ibi inventi sunt in ore gladii posuerunt.” Or se Gentile fin dal mattino avea rotta sì fieramente la sinistra di Marcualdo, egli ebbe, per lo meno, tanto merito nella vittoria, quanto il maresciallo “qui in extremo locatus, castellum tenebat, immo ipse castellum erat exercitus.” Anzi l’è verosimile che, verso le tre, quando fu preso il campo nemico, i fanti scendendo da Morreale sul fianco sinistro o alle spalle del nemico, cooperassero efficacemente alla vittoria. Aggiungasi che l’Anonimo or citato dice rotto Marcualdo in Morreale; onde parrebbe che lì fossero state decise le sorti della battaglia.
Il castello del quale fa menzione Anselmo nel passo or or trascritto, non può esser altro che la Cuba, se pur non si voglia supporre un altro castello o palagio vicino, del quale non fosse rimasa vestigia nè memoria. Marcualdo conduceva un grosso di cavalli ed appoggiavasi co’ fanti a Morreale. Quale fianco appoggiava egli dunque? Il sinistro di certo; perchè delle due valli che sboccano nella pianura d’ambo i lati di Morreale, quella dell’Oreto è piana ed aperta; quella di Boccadifalco stretta e tortuosa; l’una è continuazione delle falde di Morreale, l’altra è disgiunta da quel luogo per gli aspri gioghi del Caputo. Però mi sembra non resti alcun dubbio sul campo della battaglia, nè su la posizione de’ due eserciti.
Il testo di Riccardo di San Germano, del quale d’altronde non si ricava alcun particolare, è evidentemente guasto in questo luogo, come notò il Muratori negli Annali. Si vegga nel Caruso, op. cit., p. 556, dal quale non si allontana qui l’ottima e recente edizione del Pertz.
[503]. Questo fatto è riferito dal solo Anonimo, presso Breholles, op. cit., I, 893.
[504]. L’Anonimo, op. cit., I, 893, il quale dice di Marcualdo vinto due volte: “Et nihilominus omnes Siculi a sua fidelitate non discedebant.”
[505]. Un diploma, presso Breholles, op. cit., I, 53, prova che Federigo era di nuovo in Palermo nel mese di agosto.
[506]. Si veggano presso Breholles, op. cit., i diplomi a favor di città o Chiese di Sicilia negli anni 1200, 1201, 1207, 1209, 1210, 1211, vol. I, 45 segg., 85 segg., 128, 913, 180, 182 segg. e specialmente a p. 194.
[507]. Questi due importanti fatti sono narrati nella continuazione di Guglielmo di Tiro, lib. XXIV, cap. 59, 60, presso Martene e Durand, Amplissima collectio, V, 676, 677.
[508]. Nelle Gesta Innocentii III, presso Caruso, op. cit., pag. 649 e presso Bréholles, op. cit., I, 57, è una epistola senza data, indirizzata, com’e’ pare, ai reggenti, da riferirsi di certo a’ primi tempi dopo la sconfitta di Marcualdo, nella quale il papa replica il divieto di far pace con costui; ma permette di perdonare a’ Saraceni, quantevolte dessero sicurtà. Innocenzo conchiudea con la solita minaccia di mandare contro essi e gli altri traditori, i principi cristiani già bell’e armati per la Crociata. E nel 1202, Innocenzo, scrivendo all’arcivescovo eletto di Palermo per raccomandargli Brienne, ch’egli allora volea far passare in Sicilia, significa al suo fidato di avere indirizzate a’ Saraceni le lettere ch’ei gli aveva chieste. Presso Bréquigny, Diplomata, etc. tomo II, p. 98, ep. 39 del libro V.
[509]. Epistola del 17 giugno 1203, presso Bréholles, op. cit., I, 102. Tra le altre cose, il papa rinfaccia a que’ monaci di avere propalato un segreto ch’essi dovean celare gelosamente; ond’erano nati tanti mali in Palermo e per tutta la Sicilia. Li accusa poi di appropriazione delle entrate, violazione di sepolture, sevizie agli uomini del loro arcivescovo, assalto contro quel prelato e corruzione del Capparrone; al quale avean dato danaro, ed alla sua moglie de’ grandi nappi d’argento ed una dalmatica de hulla (è voce arabica) che valea più di mille tarì.
Si noti bene che la epistola del settembre 1206, è indirizzata, tra gli altri, ai capi musulmani di Giato, della quale fortezza il papa avea chiamati occupatori, tre anni innanzi, i monaci di Morreale. Or egli è evidente che i Musulmani non avean data di certo a que’ frati la principale fortezza loro; onde la così detta occupazione non poteva essere che il soggiorno in qualche fattoria sotto la protezione del Capparrone, il quale col titolo di capitano generale teneva Palermo e rappresentava la legittima autorità.
Egli è probabile che, dopo l’accordo del cancelliere con Marcualdo, fosse ritornato qualche musulmano in Palermo. Noi veggiamo in un diploma del 1202, presso Mongitore Sacrae Domus mansionis.... Panormi Monumenta historica, cap. IV, la soscrizione d’un ’Amineddal, olim magister regii stabuli.” È manifestamente il titolo onorifico di Amîn-ed-daula (il fidato della dinastia) dato a qualche gaito de’ primarii della corte. Del resto non si può supporre allontanati assolutamente di Palermo tutti i Musulmani, convertiti o no; nè è inverosimile che quel vecchio servitore di corte, come parecchi altri non sospetti o dimenticati, fossero anco rimasi in città nel principio del 1200, quando la popolazione cristiana doveva essere più concitata contro gli altri Musulmani.
[510]. Epistola di settembre 1206, presso Bréholles, op. cit., I, 148.
[511]. Presso Caruso, op. cit., p. 658. Si vegga anco un diploma di Federigo, dato di luglio 1208, per lo quale fu approvato un accordo tra i monaci di Morreale e l’arcivescovo, partigiani i primi di Diopoldo, e l’altro di papa Innocenzo. Presso Bréholles, op. cit., I, 135.
[512]. Diploma d’ottobre 1211, presso Bréholles, op. cit., pag. 191 segg. Conferma questo mio supposto il diploma del 15 gennaio del medesimo anno, citato nella stessa opera p. 184, per lo quale Federigo die’ all’arcivescovo di Morreale autorità di prendere i beni e le persone dei Saraceni che non adempissero gli obblighi loro verso quella Chiesa.
[513]. Quest’ultimo fatto si legge negli Annales Colon. Maximi, presso Pertz, XVII, 825.
È da avvertire qui uno sbaglio nel quale cadde il Tychsen e dietro lui il Gregorio. Aperto nel 1781 il sepolcro di Federigo in Palermo, si trovò ricamata nelle maniche della sua veste una iscrizione arabica, della quale fu mandato un disegno al Tychsen. Questi credette leggervi il nome di Ottone; onde il Gregorio lo lesse anco, e stampò nel Rerum Arabicarum, pag. 179, segg., una dotta dissertazione per dimostrare come i Musulmani di Sicilia avessero ricamata quella veste per farne dono ad Ottone, e come questo, con altri vestimenti imperiali, fosse venuto in potere di Federigo. Nè sol quivi, ma in parecchi vasi di bronzo, il Gregorio credè trovare il nome di Ottone (op. cit., p. 183-185). Sventuratamente, altro non v’ha che la voce sultan, la quale fu letta in quel modo, per poca pratica della calligrafia arabica: onde casca tutto lo edifizio de’ doni inviati da’ Musulmani di Sicilia all’imperatore guelfo. Notò primo quello errore il De Fraehn, indi il Lanci, ed anch’io ne ho detta qualche parola nella Rivista Sicula, fasc. 2º (Palermo, febbraio 1869), in un Discorso preliminare su le epigrafi arabiche di Sicilia.
[514]. Albertus Bohemus, citato dal Bréholles, Historia Diplomatica, etc. Introduction, pag. XCLXXXI.
[515]. Quest’ultimo soprannome si legge nella Continuatio Bergensis, presso Pertz, Scriptores, VI, 440.
[516]. Si veggano i capitoli iij, v, viij di questo libro, pag. 439 segg., 534 segg., 573 segg. Quantunque l’antagonismo nazionale e religioso sia trascorso talvolta al sangue nel regno di Guglielmo I, come si legge nel Cap. iv, pag. 485, 488 e nel Cap. vi, pag. 543, pure que’ tumulti non sembrano opera immediata del clero, nè effetto di passioni religiose, ma piuttosto di rapacità e ferocia.
[517]. Cap. viij, pag. 573 segg.
[518]. Presso Bréholles, op. cit., I, 800.
[519]. Op. cit., II, 150, 152.
[520]. Diplomi di aprile 1206 e febbraio 1219, presso Mongitore, Sacrae domus mansionis.... Panormi, Monumenta. Dalle annotazioni si scorge che Miserella giacea presso Misilmeri, e Hartilgidia fuor delle mura di Palermo. L’ultimo di questi diplomi si vegga anco presso Brébolles, op. cit., I, 586. Una parte dei beni era stata già conceduta in dicembre 1202, vol. cit., pag. 96.
[521]. Diploma del 15 agosto 1221, citato dal Fazzello, Deca I, cap. 1, e indi dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1359. Temo che questa, con le altre pergamene del monastero della Martorana, sia stata trafugata nell’infausto mese di settembre 1866, quando si mandò ad effetto lo sgombero di quel monastero, senza guardare ciò che portavan seco le suore e i preti.
[522]. Diploma di novembre 1221, presso Pirro, op. cit. pag. 703, ristampato dal Bréholles, op. cit., II, 222.
Evidentemente cotesti due casali sono gli stessi ch’erano stati conceduti al vescovo di Girgenti nell’aprile del 1200, secondo un altro luogo del Pirro (pag. 703, prima colonna) citato da noi nel capitolo precedente, pag. 573. Ma s’intende bene che in quei tempi la concessione era rimasta nella pergamena. In questo diploma del 1221 l’atto è formulato con le parole concedimus.... et perpetuo robore confirmamus.
[523]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 587.
[524]. Diplomi di febbraio 1219 ed aprile 1221, presso Mongitore Sacrae Domus mansionis etc. e il secondo anche presso Bréholles, op. cit., II, 197.
[525]. Cotesti particolari si ricavano da un atto del 20 giugno 1250 (correggasi 1255), IIIª indizione, secondo anno del regno di Manfredi, del quale serbasi una copia tra’ Mss. della Biblioteca comunale di Palermo, Q. q. H. 6, donde l’ha ricopiato, non è guari, per farmi cosa grata, il sig. Isidoro Carini, addetto all’Archivio regio di Palermo, giovane conosciuto per ottimi studii su la Storia di Sicilia. E spero ch’egli possa un giorno pubblicare questo curioso documento, e che anco se ne trovi l’originale nel prezioso e negletto tabulario della Chiesa agrigentina.
L’atto, rogato in Palermo da un giudice regio, ad istanza di un procuratore del vescovo di Girgenti, racchiude la risposta di quarantacinque testimoni interrogati intorno il possedimento della chiesa di Santa Maria di Rifesi, che la Chiesa agrigentina volea rivendicare sopra l’abate di San Giovanni degli Eremiti di Palermo, fondandosi sopra un titolo di concessione, che era stato perduto al tempo delle guerre. Alcuni testimoni affermavano dei fatti di sessant’anni addietro, altri di 50 altri di 40 e via scendendo. Il decimoterzo tra i testimoni uditi, si chiamava Luciano de Bonaparte.
Lasciando gli avvenimenti che non fanno al nostro subbietto, vi si legge che il vescovo Orso era stato cacciato dalla sede ben tre volte: la prima da Arrigo VI che lo supponea figliuolo di re Tancredi; la seconda da Guglielmo Capparone, mentre ei signoreggiava Girgenti, al quale il vescovo Orso non volle prestare giuramento di fedeltà; la terza al tempo dell’imperatore Federigo. Questa fiata egli fuit captus a Saracenis et detenctus in Castro Guastanelle per XIV menses; ed allora la Chiesa perdè i suoi privilegii e i beni, et Saraceni etiam tenebant ecclesiam, campanile, et domos ecclesie, etc. Un altro testimonio, contadino, ricordando cose avvenute da sessanta anni, diceva essere stata, dopo la morte di re Guglielmo, mossa guerra in Val di Mazara, da Cristiani e da Saraceni; sì che non audebant homines de contrata exire de terris in quibus habitabant, usque ad labores (i seminati fin oggi si chiamano lavori in Sicilia) vel vineas eorum, per timor de’ Saraceni e di alcuni Cristiani; e che Orso non sarebbe stato liberato in Guastanella, nisi se ipsum per pecuniam redimisset. Un altro narrava che, dopo la morte di Guglielmo, Orso era stato cacciato, e la Chiesa occupata da’ Saraceni e dalla moglie del conte Bernardino. Un altro finalmente attestava aver militato nell’esercito, col quale il vescovo eletto Raimondo, o altro, dovea muovere contro la detta contessa.
Ognun vede ch’è questo appunto il supposto diploma di Manfredi, del quale il Gregorio pubblicò un estratto, Considerazioni, lib. III, cap. 1º, nota 5, ec. Il Pirro avea letto quel documento e forse qualche altro, poichè cita i medesimi fatti a pag. 704 ed aggiugne che Orso era stato riscattato dalle mani de’ Saraceni per cinquemila tarì.
La distrutta rôcca di Guastanella, sorgea non lungi da Raffadali, ad una diecina di miglia a settentrione di Girgenti.
[526]. Diplomi di dicembre 1224 e 28 ottobre 1238. presso Bréholles, op. cit., II. 918 segg. e V, 251; nel primo de’ quali si tratta soltanto de’ richiami della corte di Roma per torti fatti al vescovo di Cefalù, e il secondo risguarda Cefalù, Morreale, Catania.
Per Morreale si ritrasse che i Saraceni aveano fatte prede fino alle mura della Chiesa e cacciati tutti i Cristiani da’ luoghi vicini. Ma alle lagnanze l’imperatore rispondea che que’ Saraceni non ubbidivano lui nè il papa, e ch’egli avea durati tanti travagli e tante spese per costringerli, e gli era venuto fatto.
[527]. Alla metà del XII secolo, il vescovo di Cefalù possedea molti villani musulmani, come si scorge dalla platea che noi abbiam citata nel libro V, cap. viij, pag 205, 211 del presente volume.
[528]. Si vegga il lib. V, pag. 546 di questo volume.
[529]. Giovanni Villani, lib. VI, cap. 14.
[530]. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 613.
[531]. L’inquisizione riferita nel diploma del 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., V, 251, ci fa sapere che “al tempo della guerra” molti uomini del demanio s’erano rifuggiti ne’ possedimenti del vescovo di Catania, allettati dal “luogo sicuro e fertile,” e che il demanio, secondo il diritto de’ tempi, li avea richiamati alle loro sedi. In vero non si dice che fossero stati musulmani.
[532]. Le citazioni si vedranno nel seguito del racconto.
[533]. Appunto è l’Appendice al cronista Malaterra, il quale raccontava tanti fatti di Benavert, presso Caruso, op. cit., pagina 250.
[534]. Si vegga il cap. primo del presente libro, pag. 374 del volume.
[535]. Nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 491 segg. e nella Histoire des Berbères, traduzione del baron De Slane, II, 335; il quale, avendo seguita una lezione che lasciava in bianco il nome del luogo, e non ricordandosi di Lucera, ha supplito tra parentesi Melfi.
L’errore del nome proprio sarebbe stato facilissimo, se Riccardo da San Germano avesse scritto “Mirabs”, ed il copista avesse supposta un’abbreviatura nelle ultime sillabe.
L’anacronismo d’Ibn-Khaldûn non dee far maraviglia. Oltre ch’egli scrivea di memoria, la tendenza sistematica del suo ingegno lo portava ad accomodare almeno le date alle cagioni da lui supposte. Fors’anco furono estese per errore alla Sicilia, da lui o dagli autori de’ ricordi ch’egli usava, quelle condizioni che il governo hafsita avea pattuite con Federigo per l’isola di Pantellaria, delle quali noi tratteremo nel capitolo seguente.
[536]. Bekri, Description de l’Afrique, testo arabico pag. 45 e versione di Quatremère, nelle Notices et Extraits, tomo XII, pag. 499-500, afferma che la penisola di Scerîk prese il nome da Scerîk-Ibn-’Abs, che fu uno dei governatori musulmani. Chiunque sappia l’importanza del legame di tribù nei primi secoli dell’islamismo, terrà molto verosimile il soggiorno della tribù in que’ luoghi. Non è meno probabile il passaggio loro in Sicilia, poichè questa famiglia era stata una delle ribelli a Ibrahim-ibn-Aghleb; e dopo quel tempo occorse più volte di prendere da quel territorio le milizie che si mandavano in Sicilia. Di questa penisola abbiamo trattato più distesamente nel cap. iv, di questo libro, pag. 474.
[537]. Il testo d’Ibn-Khaldûn ha thâir, che vuol dir vendicatore e può significar anco sollevatore, demagogo, capo-banda, ec. Il baron de Slane, con felice infedeltà, ha tradotto “aventurier.”
Egli è da ricordare che l’Affrica propria, negli ultimi venticinque anni del XII secolo e ne’ primi del XIII, era stata agitata dalla reazione degli Arabi e de’ Berberi almoravidi contro la dominazione almohade; onde l’assalto dell’almoravide Ibn-Ghania, una lunga guerra guerreggiata e infine la fondazione del principato Hafsita di Tunis.
[538]. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 169. Le leggi promulgate, al dir del cronista, in questo parlamento, son di quelle che or chiamiamo regolamenti di polizia municipale.
[539]. I diplomi pubblicati dal Bréholles, op. cit., II. 181 a 224, provano che Federigo in questo tempo fu a Messina, Catania, Caltagirone, Palermo, Trapani, Palermo di nuovo, Girgenti e Catania. La data di Girgenti non mi par tanto certa: e le parole del Bréholles, op. cit., II, 223, nota 1, mi fanno credere che ne abbia dubitato egli stesso.
[540]. De’ diplomi di questo periodo risguardanti la Sicilia, un solo è notevole, cioè la conferma de’ privilegi singolari che erano stati conceduti alla città di Palermo il 1200 e 1210, nella infanzia di Federigo, o piuttosto, durante l’anarchia.
[541]. Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 571.
[542]. Si veggano i diplomi dati “in castris in obsidione Jati,” dal 17 luglio al 18 agosto 1222, presso Bréholles, op. cit., II, 255 a 265.
[543]. Si confrontino Riccardo da San Germano, loc. cit. e l’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 250. Del quali il primo dà soltanto il nome di Mirabetto; la seconda lo sbaglia, ma il nome del luogo che vi si aggiugne (erroneamente stampato Jacis), non lascia dubbio su l’identità della persona.
L’Anonimo pubblicato dal Bréholles, op, cit., I, 895, nota in questo tempo che Federigo vinse tutti i ribelli, fuorchè qualche castello dei Saraceni, posto in arridis montibus.
Dicono brevemente l’esito di tutte le guerre di Federigo contro i Saraceni di Sicilia l’Anonimo Vaticano (Niccolò de Jamsilla), il Monaco Padovano, e l’Abate di Usperga, ossia Corrado de Liechtenaw, presso Caruso, op. cit., pag. 677, 939, 971, e l’Anonimo Sassone, negli Scriptores Rer. Germ. Lipsia, 1730, tomo III, 121.
L’episodio de’ rubati fanciulli è riferito nella cronica d’Alberico Trium fontium, Hannover 1698, pag. 459, 460, nella quale quel tradimento è apposto “come diceasi” ad Ugo Fer e Guglielmo Porco, mercatanti marsigliesi. Tolto il caso di una coincidenza di nome che sembra assai poco verosimile, noi possiamo correggere ciò che la voce pubblica, ripetuta dal cronista tedesco, dicea di Guglielmo Porco. Questo valente uom di mare, di nobile famiglia genovese, nel 1205 vinse prima i Pisani in un combattimento navale; e poi insieme con Arrigo conte di Malta, liberò Siracusa, stretta dall’armata pisana. Nel 1211 ei prese e menò in Sicilia due navi marsigliesi. (Annali Genovesi, presso Muratori, Rer. Italic., VI, 391, 401.)
Nel 1216 egli accompagnò di Sicilia in Germania la imperatrice Costanza col figliuolo Arrigo, come si argomenta da due diplomi presso Bréholles, op. cit., I, 485, 489; nel primo dei quali si accenna a lui con le parole “ammiraglio di Messina”, e nel secondo egli è soscritto da testimonio, tra i grandi della corte imperiale, col titolo d’ammiraglio del regno. Ma nel 1221, voltosi Federigo contro i Genovesi che teneano Siracusa e godeano possessioni e privilegi in tutto il reame, comandò, tra le altre cose, di catturare costui, ond’ei salvossi con la fuga. (Annali Genovesi, presso Muratori, vol. cit., pag. 423.) Or egli è molto verosimile che Guglielmo Porco, il quale, come tutti gli uomini di mare in quel tempo, doveva essere un po’ corsaro se non pirata, abbia cercato di favorire i ribelli di Sicilia e siasi unito senza scrupolo con quel ribaldo venditore dei fanciulli. Bastava ciò perchè i Ghibellini lo spacciassero complice di quel misfatto, come riferisce il cronista Alberico; nel qual caso non sappiam se lo calunniasse o s’apponesse al vero. Del resto io credo che Guglielmo Porco sia stato in Sicilia ammiraglio, ma non grande ammiraglio, la quale dignità sembra tenuta in quel tempo da Arrigo conte di Malta. Si confrontino il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. cxliij, e il sig. Ed. Winkelman, De Regni Siculi administratione, etc. Berlino, 1859, pag. 40 e 41, i quali non si accordan tra loro.
[544]. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572.
Gli Annali Di San Rudberto di Saltzburg, presso Pertz, Scriptores, IX, pag. 782, attestano che l’imperatore, trattenuto da affari in Sicilia, non potè andare alla mostra di baroni tedeschi e italiani, bandita in Verona pel dì di San Martino del 1222.
[545]. Ancorchè il Muratori, negli Annali, porti la emigrazione a Lucera il 1224, parmi sia da riferire all’anno precedente.
Si confrontino a questo proposito: Riccardo di San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 572, dove si aggiunga la data del 1223; e i cronisti citati nell’ultimo paragrafo della nota 3 della pag. 600. L’Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 251 (sotto la indizione XIII, e l’anno che si legge per errore di stampa 1232 e che il Muratori corresse 1224) nota che l’imperatore mandò grande esercito contro i Musulmani di Sicilia; che essi rimasero nelle montagne; che l’imperatore ogni anno facea gran guasto sopra di loro, e che infine “scesero con gran vergogna, ed ei li fece dimorare nelle pianure di Sicilia, ne’ casali.” Nella edizione del Pertz, Scriptores, XIX, 495, è aggiunta la data del 1224.
Ognun vede che qui non si fa parola del tramutamento di là dallo Stretto, e che le operazioni dell’esercito regio si fanno durare parecchi anni. Parmi che a questo paragrafo si debba assegnare la data del 1225, che risponde appunto alla XIII indizione, notata nel testo della cronica, e s’accorda con la testimonianza di due altri scrittori che citeremo più innanzi.
[546]. Ciò si ritrae da un diploma del 1254, presso Pirro, op. cit., pag. 704. Un diploma di Federigo, dato il 17 novembre 1239, pubblicato prima dal Carcani e poi dal Bréholles, op. cit., V, 504, contiene, tra gli altri, il provvedimento di far un casale nelle terre del demanio a Burgimilluso (Menfi), un altro tra Girgenti e Sciacca, ed un terzo tra Girgenti e Licata: il che dà a credere che i luoghi fossero rimasti senza abitatori.
[547]. Presso Bréholles, op. cit.; II, 393. La data che manca si supplisce con poco divario, perchè Federigo fa menzione della cattura di Wadelmaro re di Danimarca, la quale si sa essere avvenuta il 9 maggio 1223.
[548]. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 573, 574.
[549]. Op. cit., pag. 572.
[550]. Presso Bréholles, op. cit., II, 409, seg.
[551]. Annales Colonienses Maximi, presso Pertz, Scriptores, XVII, 837. Il Bréholles avea già dato, in calce al diploma di cui nella nota precedente, lo stesso squarcio col nome di Goffredo di Colonia, secondo la citazione del Boehmer, Fontes, II, 355.
[552]. Secondo Edrîsi, la grossa terra di Platano, forte di sito e fertile di territorio, giacea su la riva sinistra del fiume dello stesso nome a sette miglia dalla foce (Bibl. ar. Sicula, pag. 48, 51). Il Fazzello, similmente, pon su la destra riva del Platani il monte chiamato allora Platanello, ingombro di ruine d’antica città (Deca I, libro X, cap. 3). Per tal modo il sito risponderebbe a quello che or s’addimanda il monte Sara, tra gli odierni comuni di Cattolica e Ribera, fondati entrambi nel XVII secolo (Amico, Dizion. topogr.). Ma i ragguagli che ho richiesti, non avendo mai visitati que’ luoghi e non bastandomi le carte topografiche, mi portano a dubitare. Il signor barone Spoto, sindaco di Cattolica (1870), al quale io mi rivolsi, mi ha mandata con molta cortesia una pianta del perito agrimensore sig. Dionisio Miceli, corredata di note topografiche; dalla quale veggo che il monte Sara, accessibile da tutti i lati, è privo di antiche ruine; e che all’incontro, su la riva sinistra del fiume, a poca distanza da Cattolica, v’ha altri colli scoscesi, pieni degli avanzi di muraglie, di cisterne, di sepolcri e di tutti i segni di vetusta e grossa abitazione. Avverte anco il signor Miceli che il Platani ha mutato alveo più volte e inghiottiti di molti ponti. E da un’altra mano la carta del nostro Stato maggiore, mi mostra un poco più su verso Cianciana, il monte Millaga (Melga ossia Rifugio?) con un “Castellazzo” quello forse che nella carta del 1826 è nominato “La Calata.” Convien dunque differire il giudizio su la identità del luogo. Ma pur si dee ritrovare in un quadrilatero descritto tra Cattolica e Cianciana al S. E. e il fiume Macasoli al N. O.
[553]. Riccardo da San Germano, op. cit., pag. 573, anno 1224.
[554]. Appendice al Malaterra, sotto l’anno 1223, presso Caruso, op. cit., pag. 251. Il fatto è replicato nella lettera di fra Corrado, op. cit., pag. 49. Questi squarci si veggono senza varianti di importanza nel Pertz, Scriptores, XIX, 495.
[555]. Ibn-Khaldûn citato di sopra a pag. 598, nota 1 e l’Anonimo Sassone, negli Scriptores Rerum German. Lipsia, 1730, III, 121.
[556]. La prima di coteste opinioni è riferita da Riccardo da San Germano, anno 1221, presso Caruso, op. cit., pag. 569; la seconda negli Annali genovesi, anno 1223, presso Muratori, Rer. ital. script., VI, 432. Tra due scrittori contemporanei tanto autorevoli, parmi che il genovese abbia detta la cagione, e il regnicolo il pretesto spacciato da Federigo per prender due colombi a un favo: liberarsi, cioè, dall’ammiraglio e presentare un’altra nobile vittima al papa, il quale aveva apposta a Federigo la perdita di Damiata e dell’esercito crociato, innoltratosi pazzamente verso Mansura.
Ei par certo che l’armata siciliana, di quarantacinque galee, arrivò a Damiata dopo la resa dell’esercito crociato e, saputala, ripartì immediatamente. L’attesta la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 322. Da quella autorevole cronica ha preso il fatto Mr. Reinaud, Extraits.... relatifs aux Croisades, pag. 417. Ma un documento prova che i capi dell’armata siciliana voleano anzi difendere Damiata. È lo squarcio d’una epistola del gran maestro dei Templari, stampato da Bréholles, op. cit., II, pag. 201, nota 1; col quale si confronti l’altro documento nello stesso volume, pag. 355, nota 1.
[557]. Veggasi nel Liber Jurium reip. Januensis Nº. D. col. 553 segg., un trattato di questo conte di Malta con la repubblica di Genova (25 luglio 1210) per l’acquisto dell’Isola di Cipro. Il conte fa menzione appena della fedeltà dovuta a Federigo per Malta; e del resto tratta come s’ei fosse principe sovrano. Si confronti ciò che dice delli ammiragli di Federigo, il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. cxliij segg., e si vegga anco il Winkelmann, op. cit., pag. 40, seg. Il titolo di conte di Malta usato in questo diploma, mi fa supporre che Arrigo fosse stato fin d’allora grande ammiraglio; poichè quel feudo era stato conceduto successivamente ai due grandi ammiragli Margaritone da Brindisi e Guglielmo il Grosso, suocero di Arrigo. Arrigo, per casato o per soprannome Pescatore, sembra genovese di nascita. Durante la fanciullezza di Federigo, egli aiutò sempre con forze navali i Genovesi, nelle frequenti baruffe ch’ebbero co’ Pisani nelle acque di Sicilia. Si veggano coteste fazioni negli annali Genovesi, 1204, 1205, ec., presso il Muratori, Rerum Italic., VI, 389, 391, etc.
Pertanto io non credo col Bréholles che Arrigo Pescatore sia stato eletto grande ammiraglio di Sicilia dopo la persecuzione di Guglielmo Porco, della quale si è detto nella nota 3, pag. 600, seg. Parmi più tosto che Guglielmo, nel 1216, avesse il titolo di semplice ammiraglio, come se n’era visti nel 1126, 1132, 1142 e 1157, sotto i grandi ammiragli Giorgio d’Antiochia e Majone da Bari (libro V, cap. 1, pag. 355, 356 di questo volume). D’altronde la fuga di Guglielmo e la disgrazia di Arrigo, imprigionato e spogliato del feudo di Malta, successero quasi al medesimo tempo. Genovesi entrambi o partigiani ardenti di Genova, andaron giù a corte di Federigo, insieme col credito di quella repubblica: se non che Arrigo, chinato alquanto il capo, si rialzò e Guglielmo venne all’aperta violenza e ci lasciò la pelle.
[558]. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 574.
[559]. Alberici Trium Fontium Chronicon, Hanovre 1698, pag. 518.
[560]. Appendice al Malaterra, citata poc’anzi nella pag. 602, nota 2.
[561]. Così penso, perchè nella ribellione del 1245 non ricompariscono Musulmani in quella regione, e perchè tutti i villani della Chiesa agrigentina erano andati a Lucera, come si è visto a pag. 602, nota 3.
[562]. Raynaldi, Ann. eccl., 1220, § xxj, pag. 474, della ediz. di Lucca. Riccardo da San Germano, anno 1215, presso Caruso, op. cit., pag. 564.
[563]. Si vegga il diploma del 1224, testè citato a pag. 604, nota 1.
[564]. Si veggano le date de’ suoi diplomi dal febbraio 1224 al marzo 1225, presso Bréholles, op. cit., II, 398 a 477.
[565]. Riccardo da San Germano, anni 1232, 1233, ed Appendice al Malaterra, anni 1231, 1232, presso Caruso, op. cit., pag. 605, 606 e 251.
[566]. Appendice al Malaterra, l. cit.
[567]. Riccardo da San Germano, op. cit., anno 1233, pag. 607, lo dice di Centorbi soltanto. L’Anonimo vaticano, (Niccolò de Jamsilla) op. cit., pag. 678, aggiunge al nome di Centorbi quegli altri due, ma non nota per nessuno il tempo della distruzione.
Par sia stato lo stesso, leggendosi in un diploma del 1239, (Carcani pag. 297 e Bréholles, op. cit., V, 596) il comando dell’imperatore che gli uomini già abitatori di Centorbi e di Capizzi soggiornassero in Palermo e che fosse punito chiunque volesse ritenerli in altro luogo di Sicilia. Lo stesso provvedimento è citato nel diploma del 27 febbraio 1240, presso Carcani, pagina 352 e presso Bréholles, V, 770. L’Anonimo, presso Bréholles, op. cit., I, 905, dice distrutte dalle fondamenta Centorbi, Traina, Montalbano ed altre terre di Sicilia. Da’ nomi delle città argomento le schiatte.
[568]. Si vegga il Gregorio, Considerazioni, lib. III.
[569]. Diploma del 16 dicembre 1239, presso Carcani, pag. 294 e presso Bréholles, V, 590.
[570]. Per diploma del 25 dicembre 1239, presso Carcani pag. 307, e presso Bréholles, op. cit., V, 627, 628, Federigo comandava si dessero ad partem (e poi è detto ad laborem) mille buoi a’ Saraceni di Lucera, com’essi li aveano avuti in Sicilia, a’ tempi di Guglielmo il Buono.
[571]. Dipl. del 16 dicembre, citato poc’anzi.
[572]. Dipl. del 25 dicembre 1239, pubblicato dal Carcani pag. 307 presso Bréholles, op. cit., V, 626, 627.
[573]. Per la munificenza del fu duca di Luynes (Honoré Théodoric), le ruine della cittadella di Lucera sono state illustrate col testo di Mr Huillard-Bréholles e co’ disegni di Mr Victor Baltard, nell’opera intitolata Recherches sur les Monuments etc., dans l’Italie Méridionale. Paris, 1844, gr. in folio. Si vegga anche ciò che ne ha scritto più recentemente lo stesso Bréholles, nella Historia Diplomatica etc. Introduction, pag. CCCLXXV seg.
[574]. L’errore sembra contemporaneo, poichè in una epistola che scrisse Gregorio IX a Federigo (presso Bréholles, op. cit., IV, 452) richiedendolo di far ascoltare pazientemente i frati Predicatori da que’ Saraceni “che si dicea capisser bene l’italiano,” la città è chiamata Nuceria Capitanatae; il qual nome di provincia non lascia alcun dubbio su la città della quale si trattasse. Ma in Riccardo da San Germano, ne’ diplomi di Federigo e in molti altri della Curia romana, si legge correttamente Lucera.
Lo scambio del nome fu notato ben da Giovanni Villani, Lib. VI, cap. xiv, là dove ei disse de’ Saraceni di “Licera, oggi Nocera in Puglia”; ma i compilatori, dimenticando questa avvertenza, hanno trasmesso di generazione in generazione quell’errore, il quale rimarrà, forse per lungo tempo, nelle bocche e nelle scritture di chi studia la storia ne’ compendii frettolosi.
Ed errore anco è che a Nocera di Principato sia stato mutato il soprannome a’ tempi di Carlo II d’Angiò, come si crede comunemente. Un diploma del 1221, tolto dal Bullario Cassinese e ricordato dal Bréholles nell’op. cit., II, 119, ha il predicato di “Nuceria Christianorum.” Sembra verosimile che quello di “Paganorum” sia stato dato per cagione de’ molti villaggi (pagi) de’ dintorni, o della tarda conversione di quegli abitatori. Si vegga Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva. Napoli, 1703 in-4, parte I, 195; e parte III, 106, ne’ capitoli di Nocera e Lucera.
[575]. Introduzione, pag. XXXI, XXXII.
[576]. Sapendo che un erudito napoletano si apparecchia a confutar l’opinione del Bernhardi che tien falsa la cronica di Spinelli, aspetto la difesa pria di dar giudizio sopra sì grave quistione.
[577]. Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 270; Bréholles, V, 509.
[578]. Frammento inedito del registro di Federigo, dato alla luce dal Bréholles, op. cit., V, 426, 427.
[579]. Diploma del 16 dicembre 1239. Carcani, pag. 297; Bréholles, V, 595, 596.
[580]. Diploma del novembre 1239, poc’anzi citato, presso Bréholles, V, 505.
[581]. Il Pirro die’ parte della spedizione latina di questo diploma, nell’op. cit., pag. 764, senza fare menzione del testo arabico, ch’è scritto in capo della pergamena originale. Io ho copiato il testo in Girgenti, nel maggio 1868, quando mi richiese d’interpretarlo il sig. avvocato Giuseppe Picone, zelante cultore della storia del suo paese. La data è del 10 gennaio del 675, come appunto la riferisce il Pirro. La scrittura arabica, brutta e intralciata, è ben diversa da quella de’ diplomi dell’epoca normanna, e mostra anch’essa la decadenza dei Musulmani di Sicilia in quel tempo; contuttociò le regole della grammatica e dell’ortografia sono osservate con pochissime eccezioni.
I notabili richiesti di fare testimonianza, sono chiamati nel testo arabico “uomini illustri” e sceikh; la prima delle quali denominazioni è traduzione dei “Buoni uomini” delle municipalità latine e la seconda è propriamente arabica; ma sembra qui adoperata come traduzione di Anziani e non prova, secondo me, che soggiornassero tuttavia in Vicari de’ notabili musulmani.
Il suggello in cera verde ha, intorno l’effigie, la leggenda Ubertus Fallamonaca, che serve a dar correttamente questo casato, alterato dalle desinenze latine nei diplomi, e serve a mostrare il buon conio italiano de’ vocaboli che lo compongono.
[582]. Presso Carcani, pag. 268, e presso Bréholles, V, 504-505.
[583]. Diplomi del 12 marzo 1240, presso Carcani, pag. 370-372, e presso Bréholles, V, 822 segg.
[584]. Nella cronica dell’Anonimo (Niccolò de Jamsilla), presso Caruso, op. cit. pag 678, si nota ch’ei fondò in Sicilia Augusta ed Eraclea (s’intende parlare di Terranuova); in Calabria Monteleone ed Alitea; Dordona e Lucera in Puglia; e Flagella in Terra di Lavoro e che spiantò in Sicilia Centorbi, Capizzi e Traina; nella provincia di Benevento la città di tal nome e in Puglia San Severo.
[585]. Diploma dell’11 gennaio, presso Carcani, op. cit., pag. 318, e presso Bréholles, op. cit., V, 668.
[586]. Diploma del 13 dicembre 1249, presso Carcani, op. cit., pag. 290 e presso Bréholles op. cit., V, 574, seg. Un altro diploma del 28 novembre, Carcani, 279, dà il ragguaglio che i Giudei i quali avean promesso di far fruttare quel palmeto della Favara, erano arrivali di recente in Palermo.
[587]. Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.
[588]. Lib. V, cap. iij e vj, pag 86 e 159 segg. di questo volume.
[589]. Diploma del 17 novembre 1239. Carcani, pag. 268, e Bréholles, V, 504. In questo diploma, pag. 505 della edizione del Bréholles, si legge “et eos per opera maran [orum] curie nostre facias applicari.” Sostituirei la voce maram [me] che significava “la fabbrica.” Oltre che la nostra voce “marrani” non ha che far qui, abbiam visto poc’anzi che Federigo in quel tempo adoperava de’ Saraceni ne’ suoi castelli di Siracusa e di Lentini.
[590]. Presso Bréholles, op. cit., V, 456.
[591]. Op. cit., V, 471. Manca la data in questo diploma.
[592]. Appendice al Malaterra, op. cit., pag. 252.
Nell’epistola di fra Corrado, presso Caruso, op cit., pag. 49, è copiato, come tanti altri, questo capitolo dell’Appendice, ma vi si legge Lucera in vece di Nocera.
Niccolò de Jamsilla, presso Caruso, op. cit., pag. 677 segg., dà in principio questo bel compendio della guerra: «che Federigo voltosi in Sicilia contro i Saraceni, i quali nella sua infanzia, ribellatisi, stanziavano in alte montagne, ne li cacciò al piano, con le armi della sua potenza e saviezza; e prima una parte, e con l’andar del tempo quasi tutti, mandolli a soggiornare in Puglia, sotto giusto vincolo di servitù, nel luogo che si chiama Lucera.»
[593]. Si vegga il libro V, cap. vj e x, e il presente libro, cap. j, ij e v, pag. 158, 168, 332, 368, 401 e 517.
[594]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 645.
[595]. Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit., pag. 252.
[596]. Si vegga la vera e la falsa genealogia, in Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 281 della versione francese.
[597]. Ibn-Khaldûn, Berbères, II, 280 a 298, descrive i primordii degli Hafsiti infino all’usurpazione d’Abu-Zakaria.
[598]. “Senior” nella versione latina.
[599]. In primo luogo avverto non potersi ammettere il supposto dell’erudito amico mio Huillard-Bréholles, cioè che l’Abbuissac della traduzione sia da leggere Abou-Zak, e che questo sia abbreviazione di Abou-Zakaria. Oltrechè non v’ha esempli di cotesta contrazione, nè le lettere corrisponderebbero, non torna il nome del padre, il quale qui è Abu-Ibrahim, quando il padre di Abu-Zakaria si chiamava Abu-Mohammed.
Il nome d’Abu-Ishak non sarebbe nuovo nella famiglia hafsita. Si chiamava così un figlio dello stesso Abu-Zakaria, secondo Ibn-Khaldûn, op. cit., II, 341, 355.
Abu-Ibrahim, padre dì colui che soscrive il trattato, figliuolo di Abu-Hafs e però cugino di Abu-Zakaria, comparisce nel 1223 governatore di Castilia in Affrica per l’altro fratello Abu-Mohammed (Secondo) ch’era allor prefetto d’Affrica. Questo leggiamo in Ibn-Khaldûn, op cit., II, 297; ond’egli è verosimile che Abu-Zakaria abbia adoperato in alto ufizio questo figliuolo del cugino.
[600]. Ibn-Khaldûn op. cit., II, 301 narra che Abu-Zakaria, appena insignoritosi dell’Affrica propria, si messe a perseguitare Ibn-Ghania. Di questo capo almoravide abbiamo fatta menzione nel presente libro, cap. v, pag. 520 del volume.
[601]. “Cum declaratum sit quod isti populi pro personis et statu jam pacem inierint cum domino nostro califa, sacerdote, imperatore Fidelium”. Così la traduzione. La voce resa sacerdote è senza dubbio imam; tutti e tre i titoli messi insieme corrispondono appunto a que’ che presero i principi almohadi.
[602]. Questo trattato, tradotto dall’arabico in latino per un Marco Dobelio Citeron, fu pubblicato dapprima da Leibnitz, Codex jur. gent. dipl., II, 13; poi da Lünig, Codex Ital. dipl., II, 878; dal Dumont, Corps dipl., I, 168; dal Bréholles, op. cit.. III, 276, con buone varianti tolte da un ms. di Parigi; e infine dal Mas-Latrie, Traités de paix et de commerce etc. Paris, 1866, pag. 153 segg. Temo che l’originale sia perito nello incendio dell’Escuriale, poichè il dotto prof. Gayangos, che ne interrogai molti anni addietro, mi rispose non trovarsi più in Ispagna, per quante ricerche ei n’avesse fatte.
Parmi che il Citeron abbia letti male parecchi vocaboli nel capitolo che risguarda Pantellaria, il quale incomincia “Et etiam detur illis dimidium tributi insule C.... signatum et ordinarium tempore messis solite.” Ho creduto al contrario, accettare la versione “sint navigantes et iter facientes cum caravalis euntibus ad Africam” ond’io ho scritto “sì in nave e sì in caravana.” Ancorchè la voce caravana si legga sovente ne’ diplomi latini di Federigo, col significato di compagnia di barche, o come or dicesi, “convoglio”, il senso del periodo porta più tosto a carovana di terra; nè so che al tempo di Citeron si dicesse ancora de’ convogli di barche. D’altronde non mancano esempli di scorrerie de’ marinai cristiani sbarcati in Affrica. Nel 1284, cioè mezzo secolo dopo il trattato di Federigo II, un galeone catalano dell’armata di Sicilia prese Margam-ibn-Sabir, capo della tribù araba di Gewara, mentr’egli cavalcava alla volta di Tunis e recollo a Messina, dove fu compagno di prigionìa di Carlo lo Zoppo.
Avvertasi che il Gregorio, discorrendo di questo trattato nelle Considerazioni, lib III, cap. viij, ritenne la erronea lezione di Corsica.
[603]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 597 del volume.
[604]. Si legge nella traduzione “neque habeant christiani.... jurisdictionem super ullum mahometanum, preter prefecium mahometanum, missum... ad regendum tantummodo populos unitatis.” Non potendosi ammettere, per le ragioni dette nel testo, che questi Unitarii sieno gli Almohadi, nè che “populos unitatis” qui significhi in generale i Musulmani, suppongo che Citeron abbia letto Wahabiti, e che ignorando questo nome di setta, nato da quello del fondatore Abd-al-Wahhâb, abbia tradotto a caso “Unitarii”, ricordando che Wahhâb si novera tra’ novantanove titoli di Dio. S’egli non è così, il traduttore saltò di certo un periodo, secondo il quale il governatore degli Almohadi o de’ Musulmani acconciatisi con loro, doveva essere destinato da Tunis.
[605]. Si vegga il cap. v del presente libro, pag. 536 del volume.
[606]. Jakût, nel Mo’gem-el-Baldân, di cui ho dato l’estratto nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 124. Sul dominio che esercitava il re di Sicilia lo Pantellaria, veggansi Ibn-Sa’ld e Scebab-ed-dîn Omari, nell’op. cit., pag. 134, 150.
[607]. Si veggano Tigiani e Ibn-Khaldûn, citati nel cap. ij del presente libro, pag. 400, nota 2.
[608]. Mudeggian, pronunziato anco Mudegiar (Mudejar) e Mudeggial. Si confronti il citato luogo di Scebab-ed-dîn Omari, con Dozy, Glossaire des mots espagnols, ec. nel supplemento delle aggiunte, pag. 322.
[609]. Si vegga il capitolo precedente a pag. 605, 606, di questo volume.
[610]. Diplomi del 24 giugno e 20 settembre 1236, e 28 ottobre 1238, presso Bréholles, op. cit., IV, 872, 912, V, 255.
A pag. 626 e 907 son due altri diplomi del 25 dicembre 1239 e 17 aprile 1240, per le spese necessarie a quel principe.
[611]. Diplomi del 23 gennaio e 6 febbraio 1240, presso Carcani, op. cit., pag. 324, 339, e presso Bréholles, V, 687, 726.
[612]. I diplomi leggonsi nelle due raccolte citate, a pag. 356, 360 della prima, e V, 782, 793 della seconda.
[613]. Saba Malaspina presso Caruso, op. cit., pag. 806. Guglielmo di Nangis, Gesta Phil. III, nella collezione di Dom Bouquet, XX, 476, lo dice “tributo;” la Cron. de rebus in Italia gestis, etc., edizione di Bréholles, pag. 322, lo chiama censo, che solea pagarsi all’imperatore Federigo.
[614]. Saba Malaspina, loc. cit., dice che il re di Tunis, al tempo dell’impresa di San Luigi, avea sospeso da tre anni il pagamento di questo tributo. Io ho dati i particolari e le citazioni nella Storia del Vespro siciliano, cap. v e xij, edizione di Firenze, 1866, tomo I, pag. 82 segg. e 350. Si vegga anche il Gregorio, Considerazioni, lib. III, cap. viij; la raccolta del Mas-Latrie poc’anzi citata, pag. 52 dell’Introduzione, e i documenti a pag. 156 segg.; ed Alphonse Rousseau, Annales tunisiennes, Alger, 1864, in-8, pag. 422 segg. Ma io non assento la correzione che fa Mr Rousseau nel testo di Marrekosci, nè la sua opinione intorno al tributo.
Aggiungasi che, del 1300, il grande ammiraglio Ruggier Loria, passato al servigio di Carlo II di Napoli, fu inviato dal novello suo signore a Tunis per cavar quant’ei potesse del tributo che gli Angioini pretendeano, prima di far la pace con Federigo l’Aragonese. Ciò si ritrae da un diploma del regio Archivio di Napoli, registro 1299-1300. C. fog. 224. L’ultimo documento poi in cui si parli di quel tributo, sembra un lodo del re di Aragona che, nel 1309, lo dichiarò appartenente a Napoli, salvo alla Sicilia di far valere i suoi diritti con le armi. Surita, Annali di Aragona, lib. V, cap. lxxv, citato dal Gregorio, Considerazioni, lib. IV, cap. vij.
Prima di lasciare questo argomento, avverto che non si può supporre alcuna analogia tra il tributo di Tunis e la metà della entrata pubblica in Pantellaria. Oltrechè questa si dovea pagare dalla Sicilia a Tunis e non da questo a quella, poichè la Pantellaria era amministrata da un governatore siciliano, si incontrerebbe la inverosimiglianza della somma annuale pattuita. La Pantellaria non potea produrre pur la decima parte della somma del tributo, il quale tornava ad un peso d’oro che in oggi varrebbe 325,000 lire italiane. Secondo il catasto più recente, che fu terminato nel 1853, la rendita annuale di tutte le proprietà urbane e rurali della Pantellaria montava appena a 100,000 lire. Or quell’isola, dopo le aspre vicende dell’XI secolo, non era di certo meglio coltivata che al tempo nostro, nè più ricca.
[615]. Presso Bréholles, op. cit., V, 577 segg. Si vegga, quanto alla data, la nota del diligentissimo editore.
[616]. Annali di Colonia, citati qui innanzi nel cap. vj, pag. 553.
[617]. Così ho io detto nella Introduzione a’ Diplomi arabici del Reale Archivio fiorentino, pag. V, VI, LXXII, secondo l’autorità di M. De Sacy e le mie proprie osservazioni. M. De Mas-Latrie ha contrastato il fatto nella pregevole opera citata, Introduction, pag. 290 segg., ma non ha potuto negare alcune differenze, ch’ei chiama lievi e veramente nol sono.
[618]. I documenti citati, per questa immaginaria legazione, dal Gregorio, Considerazioni, lib. III, cap. viij, nota 5, portano tutti il titolo di sultano di Babilonia.
Non occorre esaminare chi sia il Nazardino o Zefedino delle due epistole pubblicate tra quelle di Pietro Della Vigna, lib. II, cap. xviij, xix, fattura di qualche frate dilettante di politica in que’ tempi. Evidentemente i nomi rispondono ai titoli notissimi di Nasir-ed-dîn e Seit-ed-dîn; ma non credo col mio amico Bréholles, op. cit., V, 397, nota 3, che il falsario abbia voluto indicare col primo un figliuolo di Malek-Kâmil. Piuttosto penserei al suo nipote Dawud, Malek-Nâsir il quale possedea Damasco e Gerusalemme innanzi il partaggio del 1228. Gli scrittori cristiani dicono che questi si oppose fieramente alla cessione di Gerusalemme e si sa ch’egli riprese la città nel 1239. Si vegga qui appresso, a pag. 637, la risposta attribuita al suo padre, da alcuni scrittori musulmani.
[619]. Questo mosaico vedeasi al tempo del Pirro, com’egli dice espressamente nella Sicilia Sacra, pag. 805, ma in oggi non ne rimane vestigia, essendo stato rifatto in gran parte quel portico. Se ne fa menzione in una notizia manoscritta su la chiesa di Cefalù, opera del XIV secolo, serbata in oggi nel regio archivio di Palermo, come ritraggo da’ signori Isidoro la Lumìa e Isidoro Carini, che l’hanno presa in esame per farmi cosa grata. Gli stessi eruditi amici mi hanno significato trovarsi nel detto archivio un ultimo diploma del vescovo Giovanni, dato del settembre 1213, ed un atto del 14 marzo 1218, nel quale è nominato Alduino vescovo di Cefalù. Si aggiunga ciò alle notizie che dà il Pirro, loc. cit., su quei due vescovi.
Le parole che, al dire del Pirro, leggeansi sotto le due figure erano: “Vade in Babyloniam et Damascum et filios Paladini quaere et verba mea audacter loquere ut statum ipsius valeas melius reformare.” Poco dubbio v’ha nel correggere la voce Paladini, che dee dire Saladini o meglio Safadini. Con questo titolo, che risponde a Seif-ed-dîn, i Cristiani solean chiamare Malek-Adel; e mi par migliore lezione che quella di Saladini, la quale farebbe supporre che la precedente parola filios fosse stata adoperata per errore, in vece di nipoti. Ma suppongo una lacuna nell’ultimo inciso, non potendosi ragionevolmente riferire l’ipsius a Malek-Adel, ma più tosto a Gerusalemme, o alla Terra Santa in generale. Forse il pezzo di mosaico che contenea l’iscrizione era già guasto, quando furon copiate quelle parole dal Pirro o da altri.
Che Malek-Adel avea, pria della sua morte, divisi gli Stati a’ figliuoli e datone loro anco il governo, si legge negli Annali d’Ibn-el-Athîr, testo del Tornberg, XII, 230, sotto l’anno 615. Si vegga anche Reinaud, Extraits, etc., pag. 393.
[620]. Le sorgenti arabiche, inedite avanti il 1857, si trovano quasi tutte nella Bibl. arabo-sicula; cioè: la Storia de’ Patriarchi d’Alessandria, cronaca diligentissima e contemporanea di un cristiano copto, a pag. 322 segg. e gli scrittori musulmani: Ibn-el-Athîr, pag. 314, segg.; Abulfeda, pag. 418 segg.; la raccolta falsamente attribuita a Jafei, pag. 510 segg. la quale contiene preziosi frammenti d’Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Nowairi, Ibn-el-’Amîd, e Ibn-el-Giuzi; e in fine, Makrizi, pag. 518, segg. Ho avuto anco sotto gli occhi il quinto volume della Storia universale d’Ibn-Khaldûn, stampata non è guari in Egitto, nel quale è un compendio delle Crociate e giova, non ostante la troppa brevità. Si veggano le pag. 350 seg. di quel volume.
Il mio maestro M. Reinaud, del quale serbo sempre gratissima la memoria, compilò su questi medesimi testi i §§ 78, 79, 80, dei suoi Extraits etc., relatifs aux Croisades. Piacemi anche dover citare intorno a cotesti avvenimenti, due altri miei carissimi amici francesi, l’autore, cioè, della Lutte des papes et des empereurs de la Maison de Souabe, lib. V, cap. iij, e l’Huillard-Bréholles, nella Introduzione alla sua Hist. Diplom., etc. Chi voglia considerare la tradizione ghibellina, com’ella raffazzonò cotesti avvenimenti a capo di mezzo secolo, legga Bartolommeo de Neocastro, presso il Gregorio, Bibl. Arag., I, 199 segg., al quale si può contrapporre uno scrittore francese de’ tempi nostri. Dico M. De Mas Latrie, da me citato per altri suoi dotti lavori, il quale nella diligentissima Histoire de Chypre, Paris, 1852-61, narra la Crociata di Federigo e le pratiche precedenti e contemporanee, come l’avrebbe fatto un guelfo sfegatato del XIII secolo, s’egli fosse stato armato dalla erudizione del XIX.
Citerò via via le sorgenti arabiche, con la pagina che prende il testo nella Bibl. arabo-sicula.
[621]. Ibn-Kethîr e Abu-Sciâma, pag. 510; il secondo de’ quali aggiugne alla risposta: “Dì... che io non somiglio a certi altri e che non ho, ec.” Cotesti frizzi postumi, sono rivolti manifestamente contro il fratello Malek-Kâmil.
[622]. Ibn-Kethîr, Abu-Sciâma, Bibars, Abulfeda, Ibn-Khaldûn e Makrizi; dei quali altri dice promessa Gerusalemme, altri tutti i conquisti di Saladino, in Terrasanta s’intende, e altri una parte de’ conquisti.
Ibn-el Athîr, arrivato allora all’età di 69 anni e morto il 1233, o non seppe, o tacque a disegno, le pratiche di Mo’azzam col Kharezmio e di Kâmil con l’imperatore. Può darsi benissimo l’uno o l’altro caso; il primo perchè quelle pratiche doveano tenersi molto segrete, e il secondo perchè il vecchio compagno di Saladino volea dissimulare le vergogne de’ discendenti. Soltanto ei narra nell’anno 623 (Tornberg, XII, 302, 303) che Mo’azzam, dopo aver cooperato efficacemente alla vittoria di Damiata, rimase malcontento di Kâmil e ch’egli era anco sospinto contro costui dal califo di Bagdad: onde si rappacificò con Ascraf, a fine di resistere verso ponente a Kâmil e dall’altro lato a’ Kharezmii.
[623]. Pseudo Jalei.
[624]. St. de’ Patr., anno 944, dell’èra dei Martiri (29 agosto 1227 a 28 agosto 1228.) Quivi non si dà, in vero, il nome dell’ambasciatore siciliano, ma si dice essere lo stesso ch’era venuto in Egitto l’anno innanzi. Or noi sappiamo da Riccardo da San Germano, che il 1228 fu mandato ambasciatore al Cairo l’arcivescovo di Palermo. Il nome dell’ambasciatore musulmano è dato da Bibars, Abulfeda, Nowairi, Makrizi.
[625]. Questo fatto è raccontato da Joinville, testimonio oculare al tempo della Crociata di San Luigi. Si vegga la edizione di M. Francisque Michel, Paris, 1859 in-12, pag. 62-63. “L’on disoit que l’emperiere Ferris l’avoit fait chevalier.... En ses bannieres portoit les armes de l’empereur etc.”
[626]. Storia de’ Patr., ec.
[627]. Makrizi.
[628]. Storia de’ Patriar. Parmi vada reso meglio “minuterie d’oro” il vocabolo mesâgh, che M. Reinaud, negli Extraits ec., pag. 247, ha tradotto “objets de fonte.” Con questa espressione di “minuterie” il cronista de’ Patriarchi d’Alessandria volle significare forse la sella d’oro, ec. del Makrizi.
[629]. Storia de’ Patr. e Makrizi.
[630]. Makrizi.
[631]. Ibn-el-Athîr dice di scewâl del 625, che risponde al settembre; la St. de’ Patr. d’Alessandria, il 29 abîb del 994 (4 agosto 1228).
[632]. Tutti gli scrittori arabi.
[633]. Ibn-el-Athîr, anno 624, ediz. del Tornberg, XII, 308.
[634]. Abulfeda e Ibn-Kethir.
[635]. Ibn-el Athîr, anno 625, senza fare menzione del patto precedente coi Kharezmii.
[636]. Ibn-el-Athir, nell’anno 623, narrate le pratiche di Dawûd con Ascraf, e le negoziazioni de’ due fratelli, trascrive un pezzo della supposta lettera di Kâmil, il quale, secondo il cronista, minacciò di andarsene e lasciare il fratello solo a fronte de’ Crociati. Questo capitolo che manca nella Bibl. ar. sic., si legga nella edizione del Tornberg, XII, 313.
[637]. Cf. la St. de’ Patr. d’Aless. e Ibn-el-Athîr. Abulfeda attesta la partizione tra i due fratelli.
[638]. Questo fatto risulta chiarissimo da tutte le narrazioni arabiche. Gli scrittori arabi affermano che Ascraf rimase al campo del fratello, mentre si negoziava con l’imperatore.
[639]. Makrizi.
[640]. Il testo dice proprio “si trovò addosso.” Il vocabolo, tolto al certo da una cronaca contemporanea, è replicato da Abulfeda e da Bibars.
[641]. Bibars.
[642]. Tutti gli scrittori arabi.
[643]. St. de’ Patr. ec.
[644]. Tutti gli scrittori arabi.
[645]. St. de’ Patr. Aggiungo il nome del primo e il titolo del secondo, su la fede degli scrittori occidentali.
[646]. Tutti gli scrittori arabi.
[647]. Ibn-el-’Amîd, pag. 511; Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 519.
[648]. Ibn-el-’Amîd, pag. 511.
[649]. Makrizi, pag. 520.
[650]. St. de’ Patr. Matteo Paris, Historia Anglorum, ediz. di Londra, 1866, in-8, tom. II, 303, nota in questa occasione le “xenia multa et pretiosa in auro et argento et olosericis et gemmis et bestiis mirabilibus, quas Occidens non vidit aut cognovit.”
[651]. Stor. dei Patr. ec. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit., pag. 580, nota nell’anno 1228 questi curiosi doni dello elefante, e de’ muli, mandati dal sultano per mezzo dell’arcivescovo di Palermo. Potrebbe esser questo il medesimo elefante che il 1237, all’assedio di Pontevico, portava sul dosso una torricciuola con le bandiere imperiali, scortato da molti Saraceni, come dice il Salimbene, Parma, 1857, pag. 48.
[652]. Conf. Bibars, pag, 514 e Makrizi, pag. 522.
[653]. Bibars, pag. 514; Makrizi, pag. 521.
[654]. Abulfeda e Nowairi.
[655]. Makrizi, pag. 520.
[656]. Bibars, pag. 514.
[657]. Ibn-Khallikân, testo, edizione del baron De Slane, I, 88; di Wüstenfeld, fascicolo I, pag. 103, Vita N. 75; e nella Bibl. ar. sic., pag. 624.
[658]. Ibn-el-’Amîd, op. cit., pag. 511. Il nome del padre è scritto h n f r i e, mettendovi le vocali, tornerebbe a Hunfroi, o meglio Humfroi. Nella nota 5 di quella pagina, io proposi di leggerlo Henri, parendomi si accennasse ad una principessa parteggiante per Federigo II: Alice, vedova d’Ugo re di Cipro, e reggente per lo figliuolo Arrigo, la quale, allontanata dalla reggenza per opera dei principi d’Ibelin che furono nemici di Federigo, vivea in Siria quand’ei vi passò. Alice era figliuola di Arrigo, de’ conti di Champagne e di quell’Isabella di Lusignano ch’ebbe per primo marito Umfredo signore di Thoron; ma, separata da lui per intrighi politici ed ecclesiastici, sposò successivamente Corrado di Monferrato, Arrigo di Champagne ed Amerigo di Lusignano, dal quale ebbe Ugo I, re di Cipro e marito d’Alice.
Riflettendo meglio, mi accorgo che Alice non potè ereditare la signoria di Thoron, la quale non so d’altronde che le sia stata mai conceduta da Federigo. Potrebbe darsi dunque che si trattasse nel testo di una figliuola di Umfredo di Thoron, nata d’altra madre, dopo il suo divorzio da Isabella; nel qual caso starebbe bene la lezione del testo. E qui mi rimango, non avendo alle mani i documenti che occorrerebbero per verificare questo dubbio di genealogia feudale del regno di Gerusalemme.
Della terra di Thoron compresa nella pace, fa anche menzione Marin Sanudo, Secretorum fidelium Crucis, lib. III, parte xj, cap. 10, 11, 12, presso Bongars, Gesta Dei par Francos, II, 210 segg. il quale è benissimo informato de’ particolari di questa Crociata, ed ebbe alle mani qualche scrittore arabo, s’io mal non mi appongo.
[659]. Bibars, pag. 513-514.
[660]. Così il Makrizi, che vide al certo qualche documento. Gli altri scrittori arabi, al par che i latini, notano gli anni soltanto.
[661]. Si confrontino i citati scrittori arabi e i documenti latini di parte imperiale e di parte papale, raccolti dal Bréholles, op. cit., III, 86 a 110, tra i quali è la supposta traduzione francese del testo arabico del trattato, mandata dal patriarca di Gerusalemme al papa, con le sue proprie osservazioni in latino. Questo fiore di diplomazia ecclesiastica è stato ristampato dal Mas-Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, 626 segg. Ma di certo non risponde al trattato originale, mancandovi i nomi de’ paesi ceduti all’imperatore. Così il miglior documento rimane sempre la costui circolare, come or si chiamerebbe, data di Gerusalemme il 18 marzo, nella quale si dice stipulato il trattato a 18 febbraio. La data del 24 che recano gli Arabi, potrebbe esser quella in cui Malek-Kâmil ratificò.
Ludd è nominata ne’ soli scritti musulmani; Ramla nella sola St. de’ Patr. Secondo Ibn-el-’Amid, pag. 511, furono ceduti a Federigo tutti i villaggi tra Gerusalemme e Jaffa.
[662]. Così nel citato diploma del 18 marzo; nè il patriarca di Gerusalemme osò affermare il contrario nel suo scritto sì capzioso e sì violento.
[663]. Ibn-el-Athîr, pag. 316; Nowairi, pag. 513; Bibars, pag. 514; Ibn-el-’Amîd, ibid. Si veggano gli aneddoti narrati e le poesie scritte in questa occasione, presso Reinaud, Extraits, pag. 433 segg. Gli aneddoti si leggono anco nel testo d’Ibn-el-Giuzi, pag. 515.
[664]. Reinaud, Extraits, pag. 433.
[665]. Bibars, pag. 514.
[666]. Dahri litteralmente “eternista,” cioè negante la creazione.
[667]. Ibn-el-Giuzi, pag. 515.
[668]. L. c.
[669]. Così mi pare, non ostante ciò che dice la Continuazione di Guglielmo di Tiro, nello squarcio che trascrive il Bréholles, op. cit., III, 85.
[670]. M. Reinaud, Extraits, pag. 429, su l’autorità di Dsehebi, narra che alcuni Crociati proffersero a Kâmil d’uccidere Federigo, e che il Sultano mandò a lui stesso la lettera originale. Non mi venne fatto di ritrovare questo testo a Parigi, quand’io raccolsi gli altri per la Biblioteca arabo-sicula; ma senza meno, lo avremo ne’ volumi della Bibliothèque des Croisades, che si stampano a cura dell’Accademia delle Iscrizioni.
Matteo Paris, nella Hist. Anglorum, ediz. citata, II, 313, riferisce la voce che i Templari e gli Spedalieri avessero avvisato Kâmil della prossima andata di Federigo da Gerusalemme al Giordano, e che Kâmil avesse mandata la lettera loro all’imperatore. Ma nella Abbreviatio Chronicorum, ediz. citata, III, 259, l’autore messe la postilla ch’eran calunnie dei nemici di que’ religiosi.
[671]. Makrizi, pag. 522, dice l’ultimo di giumadi secondo del 625 (25 maggio 1229). La St. dei Patr. ch’egli entrò in Gerusalemme nei primi di quaresima del 945 (1229), che stettevi altri due giorni e che, andato ad Acri, ripartì per l’Italia dopo la Pasqua.
Nowairi pone anco la consegna di Gerusalemme in rebi’ secondo del 626 (marzo 1229.)
[672]. Ormai è certo che gli Ismaeliani erano chiamati hasciscin, dalle note preparazioni d’hascisc, ossia cannabis indica, e che, divenuti celebri pur troppo nel tempo delle Crociate, il loro nome volgare, pronunziato assassin, diè questo brutto vocabolo ad alcune lingue europee.
[673]. Ibn-Khaldûn, Storia univ. ed. del Cairo, tomo V, pag. 352, segg.; Reinaud, Extraits, ec. §§. LXXIX ed LXXX, pag. 436. segg.
[674]. Riccardo da San Germano, presso Caruso, op. cit. pag. 603.
[675]. Ibn-Khaldûn, vol cit., pag. 433.
[676]. Reinaud, op. cit., pag. 435, citando pel primo fatto lo Pseudo Jafei e per l’altro Abu-l-Mehâsin.
[677]. Annales Colon. Maximi, presso Pertz, Script., XVII, 843.
[678]. Op. cit., pag. 842.
[679]. Novella xcviij delle antiche edizioni. Questa favola era stata pria raccontata più volte in tempi diversi, mutando sempre i personaggi. Nel IX e X secolo fu attribuita agli Ismaeliani di Persia; nel XII a que’ di Siria, quando Saladino andò a trovare Sinan. Un continuatore di Guglielmo di Tiro, copiato da Marin Sanudo, fece spettatore del suicidio Arrigo, conte di Champagne, poi re di Gerusalemme. Si veggano le citazioni nel diligente lavoro di M. De Frémery, Nouvelles Recherches sur les Ismaeliens. Paris, 1855, estratto dal Journal Asiatique del 1854.
[680]. Bibars, op. cit., pag. 515.
[681]. Epistole del 1245 e 1246, presso Bréholles, op. cit., II, 325, 427.
[682]. Si vegga il principio del § III della Cronica di Kelaûn, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 341, e la traduzione che io ne ho data nella Guerra del Vespro Siciliano, tomo II, pag. 333 segg. della edizione del 1866.
[683]. Si vegga l’attestato del Makrizi, qui sopra a pag. 640.
[684]. Annales Colon. Maximi, presso Pertz, Scriptores, XVII, 812.
[685]. Bartolommeo de Neocastro, cap. L, presso Gregorio, Rerum Aragon., I, 73. Il nome proprio si legge Malbalusus. Il nome topografico, che vive ancora, significa, in arabo, luogo di preghiera, e propriamente il piano aperto dove si fa la preghiera solenne.
[686]. Chronicon De Rebus in Italia Gestis, edizione Bréholles, pag. 174. Non assento al Bréholles, Historia Diplom., etc. Introduction, pag. ccclv, nota 2, che fossero venturieri arabi, e molto meno che Federigo ne abbia fatti venire d’Affrica. Il mio dotto amico prestava troppa fede a Matteo Spinelli.
[687]. Nusf-ed-dunia. Si ricordi la nave di Mehdia così denominata, della quale abbiam detto nel presente libro, cap. ij, pag. 406 del volume.
[688]. Nell’Appendice al Malaterra, presso Caruso, op. cit,. pag. 252, si legge sotto l’anno 1240, XV, indiz. “Rogerius de Amicis ivit ad Soldanum Babiloniae” e nel 1241, Iª indiz. “Soldanus de.... et.... insiluerunt (in) christianos qui habitabant Jerusalem et ceperunt illos, occiderunt et captivos duxerunt.... Et in illis diebus Dominus Rogerius de Amicis manebat (in) Babiloniam et in Cayrum cum Soldano.” La data e questa circostanza del soggiorno lungo, provano la identità della persona dell’ambasciatore principale con quella designata dalla Storia de’ Patriarchi d’Alessandria. In questa poi si legge: “E del maggiore di questi due ambasciatori dicono ch’ei porti su le carni una veste di lana.” Abbiamo dunque la flanella nel XIII secolo: o l’uso delle camicie di lino e di cotone non era sparso per anco in Sicilia?
[689]. Storia de’ Patr. d’Aless., nella Bibl. ar. sicula, pag. 324, 325. Cf. Reinaud, Extraits, ec., pag. 441, 442.
[690]. Storia de’ Patr. d’Aless., op. cit., pag. 326.
[691]. Raynald., Annales Eccles., 1246. Si confronti, per la data, il Bréholles, op. cit., Introduction, pag. ccclxvij.
[692]. Pseudo-Jafei, nella Bibl. ar. sicula, testo, pag. 516, 517.
[693]. Op. cit., pag. 517.
[694]. Testo, nell’op. cit., pag. 346; e traduzione nella mia Storia del Vespro siciliano, II, 341 dell’edizione del 1866.
[695]. Ibn-Giuzi, trascritto dallo Pseudo-Jafei, nella Bibl. ar. sic., testo, pag. 517.
[696]. Pseudo-Jafei, citato da Reinaud, Extraits, ec. pag. 436. nota 1. Alberto Magno, Opera, tomo VI, Lione, 1651, De Animalibus, tract. II, cap. I, § De Anabula, descrive questo animale chiamato dagli “Arabi e dagli Italiani” Seraph, e continua: “Unam harum secum, temporibus nostris, habuit Federicus imperator, in partibus nostris.”
[697]. Abulfeda, Annali, 698, nel quale anno morì questo Gemâl-ed-dîn. Nella edizione di Reiske, V, 144, e nella Bibl. ar. sic., testo, pag, 420.
Cotesta novella simboleggia pure l’arrisicato viaggio del 1212, dicendo che appena fatta la elezione, Federigo si pose in capo la corona e scappò via con uno squadrone di cavalieri tedeschi ch’egli aveva appostati, e così fece ritorno al suo paese.
[698]. Si vegga il Cap. viij del libro V, pag. 259 di questo terzo volume.
[699]. Diploma greco del 1143, citato nel Cap. iij del presente libro, pag. 449, del volume, dove ho corretto il testo dello ’alâma arabico di questo diploma, pubblicato dal Morso e dal prof. Caruso. La clausola arabica del diploma non fu letta meglio che lo ’alâma. Il Morso la tradusse a suo modo: “Mense maii; indictione sexta, rogatus fuit Dominus noster Rex augustus, sanctus, cujus regnum Deus perpetuet, ut imprimeret suum nobile signum in hoc diplomate, ut sciatur quod ejus potentia, ordinatione divina constituta, hoc etiam concessit annuitque responsione, et se contentum declaravit, impressitque suum sublime signum. Sufficiens est Deus et propitius ei qui confidit in illo.” E segue immediatamente la soscrizione di Giorgio.
Parendomi che la formola della omologazione regia di somiglianti atti, dia molta luce alla diplomatica ed alla legislazione del tempo e che la lezione del Morso in parte sia sbagliata, do qui una nuova versione del testo arabico, com’io l’ho letto nell’originale molto chiaramente: Del mese di maggio, sesta indizione, io ho chiesto al nostro padrone il re venerato e santo, il cui regno Iddio eterni, di far porre il suo eccelso ’alâma in questo diploma, affinchè si sappia ch’Egli, la cui possanza Iddio mantenga, abbia permesso e ratificato questo (atto). Ed Egli ha impartita l’approvazione, omologato (l’atto) e fatto porre in testa di quello il sublime ’alâma suo. Facciamo assegnamento in Dio, che ben provvede.
[700]. Cosmos, edizione francese del 1848, tomo II, 233, 519. Veggansi inoltre Venturi, Commentarii sopra la Storia e le teorie dell’Ottica, Bologna, 1814, in fol., tomo I, pag. 34 a 59; Caussin, nelle Mémoires de l’Institut de France, Acad. des Inscriptions, tomo VI (1822). N’avea trattato lo stesso Humboldt nella Raccolta di Osservazioni astronomiche, tomo I (1811), pag. lxv a lxx, e poi il Delambre nella Storia dell’Astronomia etc.
L’Humboldt studiò il ms. di Parigi, Ancien Fonds, 7310; il Caussin questo e un altro della medesima biblioteca, del quale ei non dà il numero, nè io ho potuto rinvenirlo: finalmente ei cita con dubbio un altro codice della Bodlejana. In Italia, poi, abbiamo i due codici dell’Ambrosiana che citerò nella nota seguente; uno della Vaticana nº 2975; due della Bibl. nazionale di Firenze (Raccolta Magliabechiana) segnati XI, D. 64 e II, II, 35; cd uno del principe Baldassare Boncompagni di Roma, descritto nel catalogo di Enrico Narducci, Roma, 1862, pag. 136, seg., nº 314.
Mentr’io correggo queste pagine, so che si prepara appo noi la pubblicazione di questo libro che avea già intrapresa il Venturi allo scorcio del secol passato, e poi dovette abbandonarla. Spero che i dotti editori odierni, da me ben conosciuti, trovino Mss. più antichi di quelli che ho visti io, i quali tornano alla fine del XVI, e principii del XVII secolo, e, s’io ben mi appongo, son tutti italiani ed anco stretti parenti l’un dell’altro. L’età e il paese ben rispondono al movimento scientifico rivelato dall’accelerata propagazione delle copie.
[701]. Ecco questo proemio che ho copiato sul ms. 7310 di Parigi (XVII secolo) e confrontato e corretto con una copia dello stesso squarcio, mandatami nel 1856 dal dotto e cortese Antonio Ceriani, in oggi prefetto dell’Ambrosiana. Questa copia fu fatta sul codice Ambrosiano T. 100, con le varianti del Codice D. 451. Inf. (XVII secolo). Non fo il confronto con gli altri codici delle nostre biblioteche, perchè appartiene ai novelli editori; e sol dirò che i codici magliabechiani e i romani, hanno anch’essi ammiraco in luogo di ammirato. Tralascio gli errori manifesti e le varianti di minore importanza e seguo l’ortografia attuale.
“Incipit liber Ptolomæi de Opticis, sive aspectibus, translatus ab amirato (cod. par. ammiraco) Eugenio Siculo, de Arabico in latinum.”
“Cum considerarem Optica Ptolomæi necessaria utique fore scientiam diligentibus et rerum perscrutantibus naturam, laboris onus subire et illa in presenti libro interpretare non recusavi. Verumtamen, quia universa linguarum genera proprium habent idioma, et alterius in alterum translatio, fideli maxime interpreti, non est facilis; et præsertim arabicam in græcam aut latinam transferre volenti, tanto difficilius est, quanto major diversitas inter illas, tam in verbis et nominibus quam in litterali compositione reperitur, unde, quia in hoc opere quaedam forte non manifesta apparent, dignum duxi intentionem auctoris ab arabico libro evidentius intellectam, breviter exponere, ut lectoribus via levior efficiatur. In primo quidem sermone, quamvis non sit inventus, tamen sicut in principio secundi exprimitur, continetur quo visus et lumen comunicant et ad invicem assimilantur, et quo differunt in virtutibus et motibus, nec non differentiae eorum et accidentia. In secundo etc.”
Così il traduttore continua l’indice de’ capitoli e poi ripiglia:
“Incipit sermo secundus Opticorum Ptolomæi, olim de græca lingua in arabicam, nunc autem de arabica in latinam, translatorum ab amirato (cod. par. ammiraco) Eugenio Siculo, ex duobus exemplaribus, quorum novissimum, unde presens translatio facta fuit, veratius est: primus tamen sermo non est inventus.”
Gli argomenti dei cinque discorsi, o libri come si vogliano chiamare, son questi: 1º Ipotesi su la visione per raggi lucidi emanati dall’occhio; 2º Correzione degli errori ottici per mezzo degli altri sensi; 3º Catottrica; 4º Degli specchi concavi in particolare; 5º Diottrica.
[702]. Primo di tutti il Caussin citò queste profezie nella sua Memoria su l’Ottica di Tolomeo, per determinare l’età in cui visse l’ammiraglio Eugenio, del quale ei non aveva altre notizie.
Ricercati e trovati i mss. nella Biblioteca Nazionale di Parigi, io ho visto che dànno, con poco divario, il nome e l’ufizio d’Eugenio e la misteriosa provenienza di quell’opera. Son essi notati: Mss. Latins, Ancien Fonds, 3595, 6362, 7329, e Sorbonne 316, dei quali il primo e il terzo sembrano del XIV secolo, il secondo del XV, e il quarto è del XVI. Il libro è intitolato anche: Vasilographi, idest imperialis, nel 6362. L’uficio poi d’Eugenio è scritto admiratus in questo, nel 3595. (fol. 37 segg.) e nel 316 Sorbonne, ed ammiratus nel 7329, (fol. 98 recto), il qual ms. comincia con l’Astrologia Guidonis Bonati de Forlivio. Il traduttore greco è detto, dove toxapater, dove Dox pater dove daxopetri e lasciato in bianco nel 7329.
[703]. Si vegga Walz, Rhetores Græci, nei Prolegomeni del vol. II, pag. 11, e nel vol. VI, pag. 11. Tolgo questa citazione dalla Nouvelle Biographie etc. del Dott. Hoefer, articolo Doxipater, non avendo alle mani, mentre io scrivo, l’opera del Walz.
[704]. Si vegga il Cap. iij di questo libro, a pag. 452 segg. del volume.
[705]. Libro V, Cap. vj, pag. 173 segg. di questo volume.
[706]. Ibn-Khaldûn, ne’ Prolegomeni, espressamente lo dice hammudita e capitato in Sicilia dopo la espulsione de’ suoi progenitori da Malaga, della quale eran signori. Questo passo fu citato pel primo dal baron De Slane, in un importantissimo articolo ch’ei pubblicò su la geografia di Edrîsi, nel Journal Asiatique, 3me série, tomo XI (1841) pag. 362 segg.
[707]. Il baron De Slane, ch’è de’ più assidui e dotti ricercatori di manoscritti arabi, die’ nel citato articolo, pag. 574 segg., una lunga lista di opere ch’egli avea percorse senza alcun frutto, per trovare notizie biografiche d’Edrîsi.
[708]. Il trattato De Viris illustribus apud Arabes, dove Leone Affricano dà a cap. XIV la biografia dello “Eseriph Essachali,” com’ei lo chiama, fu scritto o pensato in arabico, tradotto dall’autore stesso in quella specie d’italiano ch’ei possedeva, e pubblicato in latino dall’Hottinger, poi dal Fabricius, Bibl. Græca, tomo XIII (1726), pag. 278, e infine dal Gregorio, Rerum Arab., pag. 238. Al dir di Leone, l’autore del Nushat alabsar nacque in Mazara, fu mandato da’ suoi concittadini a re Ruggiero conquistatore della Sicilia e gli presentò quel libro. Il re, fattoselo tradurre in latino, fu preso della bellezza dell’opera sì fattamente, ch’ei donò ad Eseriph non so qual castello e lo invitò a stare a corte: ma quegli, non amando tal soggiorno, vendè il castello per un milione di ducati e se ne andò in Affrica dove morì il 1122. Questo pasticcio non farà alcuna maraviglia a chi abbia lette le nostre osservazioni su le opere di Leone Affricano, nel Cap. x del I libro, pag. 234 segg.
Il Gregorio, l. c. notando la confusione de’ due Ruggieri, corresse conte il titolo di re; trasportò l’opera alla seconda metà dell’XI secolo; fece quindi due Edrîsi e due geografie, ed arrivò a biasimare il Casiri, perchè non si era accorto della diversità delle opere dei supposti due geografi.
[709]. Questo nome si legge nel ms. della Bodlejana, n. 887 del catalogo di Uri, mediocre codice del XV secolo. Il capitolo della Kharida, del quale io ho pubblicato il testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 610, dà soltanto il nome di Mohammed, figlio di Mohammed e aggiunge il nome etnico Kortobi e il soprannome d’Ibn-et-Theiri, secondo un ms., e d’Ibn-et-Th..ri secondo un altro; ma amendue le lezioni mi sembrano erronee. Anche Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, VI, 333 e Bibl. arabo-sicula, p. 706 del testo, dà i soli due nomi di Mohammed figlio di Mohammed, lo Sceriffo Edrîsi siciliano. Il Dozy, nella prefazione alla Description de l’Afrique et de l’Espagne, pag. III, ammette la tradizione di parentela che risulta dal ms. bodlejano, alla quale in vero, io non veggo alcun ostacolo.
[710]. Così il Casiri, Bibl. arabo-hisp., II, 13, senza citare le sorgenti; ma i dati suoi stanno bene con quelli che abbiamo d’altre parti, e lo studio a Cordova è anche provato dal soprannome di Kortobi, dato all’Edrîsi nella Kharida. Si confrontino lo Slane e il Dozy ll. cc.
[711]. Dice egli stesso, nella geografia, che fu a Lisbona (traduzione francese, tomo II, 26); che vide la marea dell’Atlantico (I, 95), e le miniere di mercurio ad Abal (II, 66); che aveva notato parecchie volte il ghiaccio nelle strade di Aghmat (I, 212) e ammirato il ponte di Costantina (I, 243); che era disceso nella grotta de’ Dormienti, non già presso Efeso, ma in una montagna tra Amorinm e Nicea (II, 300). Conf. Reinaud, Aboulfeda, Introduction, pag. CXIII, CXIV.
[712]. Pagine 453 segg., 486 segg. di questo volume.
[713]. Leone Affricano lo dice morto il 516, che torna al 1122-3 e però è sbagliato di certo. Il baron de Slane, nel lavoro critico che testè lodammo, propone la plausibile conghiettura che Leone o il suo traduttore, abbia scritto l’anno dell’egira 516, in luogo di 560, con che la morte di Edrîsi tornerebbe al 1164-5.
[714]. Il testo delle notizie biografiche si legge nella Bibl. arabo-sicula, pag. 610, 611. Quivi non pubblicai i versi di Edrîsi, ch’io già avea copiati dai due mss. parigini della Kharida, cioè Anciens Fonds, 1376, fog. 49 recto, segg. e Asselin, 369, fog. 12, verso, segg.
Il primo componimento, nel quale si narra il solito sogno erotico dei poeti arabi, incomincia con questo verso:
“Ella venne a trovarmi al buio, quand’io, fatta la vigilia, m’era buttato a dormire, ed anima vivente non ci sentiva.”
Or il sostantivo rakib, al quale ho dato il significato generico di “vigilante” si dice di chi fa la scolta, di chi aspetta, di chi fa un’osservazione astronomica, ec. Edrîsi doveva essere un po’ astronomo o astrologo anch’egli. Ma ne’ versi seguenti non v’ha nulla che porti all’un di que’ significati, più tosto che all’altro.
Nel secondo squarcio, il geografo confessa “aver passate di molte notti a bere in nobili ed elette brigate, nelle quali il vino, ammantato di giallo e ornato d’una collana di schiuma, avea sì ben lavorato, che l’aurora trovò i commensali distesi a terra, tra fiumi, rigagnoli e prati; donde e’ si levavano tutti sbalorditi, ma ricominciavano a far girare le coppe infino a sera.”
Par che Edrîsi, quand’ei comunicò le sue poesie a Ibn-Bescirûn, avesse già varcata quella felice età; poichè nell’ultimo madrigale, pesante anzi che no, ei non pensa che alla morte, ai proprii peccati ed alla misericordia di Dio.
[715]. Mi riferisco pei particolari ai capitoli 5 ed 11 dell’opera di Lelewel, intitolata: Géographie du Moyen-âge, monumento di erudizione, amor della scienza e volontà ostinata contro gli oltraggi della fortuna. Sventuratamente il libro non è ben ordinato, ed è scritto in un tal francese, che spesso non si capisce, e sempre stanca il lettore.
[716]. Si veggano: Reinaud, Géographie d’Aboulfeda, Introduction, § II; Lelewel, op. cit. Epilogue, cap. 87 a 61; Sédillot Prolégomènes des Tables d’Oloug Beg., pag. viij segg. e Sprenger, Die Post-und Reiserouten des Orients, Leipzig, 1864.
[717]. Su la cartografia presso gli Arabi, si vegga Reinaud, op. cit., pagine xliv, xlv, ccliii, e Lelewel, op. cit. passim.
[718]. Nel cap. iij del presente libro, pag. 453 segg.
[719]. Il testo ha in tutti i mss. ..r..sios-el-Antaki, senza vocale dopo la r, e senza alcun segno che determini la prima lettera, se sia a, i, ovvero o. Paolo Orosio da Tarragona, potea forse venir chiamato Antiocheno da qualche traduttore siro o arabo, per cagion del suo viaggio in Oriente. Egli è d’altronde il solo storico latino di cui facciano menzione gli Arabi; sul quale si vegga Hagi-Khalfa, ediz. Fluegel, V, 171, num. 10,626. Intorno le nozioni geografiche contenute nella Storia di Paolo Orosio, si confronti Lelewel, op. cit., cap. 28 del volume intitolato Epilogue, pag. 35.
[720]. Si vegga su questi autori, Reinaud, op. cit. Introduction, § II, pag. lvij, lx, lxj, lxiij, lxii, lxxxj.
[721]. I nomi proprii, al par che l’etnico, dànno a vedere che quest’autore era di schiatta tartara.
[722]. Le ricerche del Reinaud, del Lelewel, dello Sprenger, del Sédillot, e di M. Barbier de Meynard, non ci dànno alcuna notizia su cotesti autori.
[723]. Reinaud, vol. cit., Introduction § II, pag. lxij, xciij, xcv, cij; Barbier de Meynard, Le Livre d’Ibn-Khordadbeh, nel Journal Asiatique, di gennaio 1865; Sprenger, op. cit. prefazione.
[724]. Sprenger, op. cit., p. XVIII segg.
[725]. Su l’importantissima opera geografica di Bekri si vegga la nostra Introduzione, nel primo vol., pag. XLII, XIV. Il baron De Slane ha pubblicato poi il testo arabico ed una nuova traduzione francese.
[726]. Venticinque parasanghe da tre miglia ciascuna. A questa misura s’appiglia l’autore, traduzione francese, I, 2, il quale cita quelle degli Indiani e d’Erastotene e tace la misura di Tolomeo. Si veggano a questo proposito le osservazioni di Lelewel, op. cit., cap. 60, tomo I, pag. 100.
[727]. Lelewel, op. cit. cap. 247 e 60, tomo I, pag. LIX e 101. Si vegga anche la mia Carte comparée de la Sicile, Notice, pag. 13, 14. Il miglio romano è valutato, secondo le ultime ricerche, a metri 1481, e il siciliano, secondo il sistema del 1809, torna quasi allo stesso, cioè 1487 metri. Si avverta che Edrîsi, ne’ diversi itinerarii, e perfino in que’ della Sicilia, adopera talvolta altre specie di miglia; il che or dovea produrre errori ed or no, sembrando che gli autori dell’opera siciliana abbiano conosciuto i rapporti di alcune di quelle specie di miglia.
Il Lelewel conchiude che la misura di 75 miglia al grado era “positiva, siciliana, tradizionale in Sicilia....” quella appunto di Pytheas da Marsiglia, trapiantata in Sicilia da Timeo di Taormina.
Si ricordi inoltre che il sistema metrico siciliano del 1809 innovò poco le antiche misure, le quali non erano, per altro, uniformi in tutta l’isola.
[728]. Per esempio Gaud..s-Gaulos (Gozzo); Nabbudi-Anapus; Marsa-el-Julis-Odyssæum portus.
Non metto in lista qualche altro nome il quale si può supporre mantenuto fino al XII secolo, come Libniados, ch’Edrîsi dà a Licata e che si trova scritto Limpiados e Ολυμπίαδος, in un diploma bilingue del 1144.
Non mi pare impossibile che i geografi di Palermo abbiano trascritto da carte greche alcuni nomi che non si trovavano nelle arabiche. Noi sappiamo dal Masûdi, Les Prairies d’or, testo e traduzione, Paris, 1861, I, 185, che gli Arabi non sapeano leggere alcuni nomi nelle carte di Tolomeo, perchè erano scritti in greco. Il che non si deve intendere di tutti i nomi, ma di quelli de’ quali i traduttori arabi non avean saputo trovare il riscontro, o non l’aveano cercato per la poca importanza del luogo.
[729]. Si veggano nel vol. II della traduzione di M. Jaubert:
- N..b..kta, p. 121, Naupactos (Lepanto).
- †sck..la, p. 125, Scyllaeum.
- Ellak..d..mona, p. 125, Lacedemona.
- †ghr..b..s, p. 296, Euripos (Negroponte).
- †blakhonia, o †flakhonia, p. 299, Paphlagonia.
- M.diolân, p. 240, Mediolanum.
- Arinminis, p. 247, Ariminum.
- Badi, p. 253, Padum.
- Ang..l..zma, p. 227, Aequolesima (Angoulême).
- Albernia, p. 368, Alvernia (Auvergne).
E da un altro lato:
- L..g, p. 116, Lecce.
- B.rzâna, p. 417, Bruzzano.
- †nbria, p. 240, Umbria.
- S..gona, p. 249, Savona.
- G..b..t B.ka, p. 250, Civitavecchia.
Di Nardò si dànno due nomi, p. 119. Nudrus (correggasi Nardros)e Neritos; proprio il nuovo e l’antico.
È certo poi che i geografi di Palermo ebbero sotto gli occhi qualche carta o relazione araba della costiera d’Italia, poichè non poteano trovare altrove il porto di Khinziria che suona “cinghialeria” (forse Porto Ferraio) pag. 250, nè il secondo nome di Keitûna-el-Arab “Cala degli Arabi” che si dava al Monte G..rgio (Capo Circeo), pag. 256. Il vocabolo Keitûn, del quale Edrîsi dà qui la forma femminile, è preso manifestamente da Κοιθὠν, che dall’antico significato di letto e camera da letto, passò nel greco bizantino a quello di “cala” o di “scalo.” Si vegga l’annotazione che fa Mr Hase a questa voce, nella nuova edizione del Thesaurus.
- B..lonia, p. 240, Bologna.
- B..ri, pag. 241, Berry.
- †kl..rm..nt, pag. 241, Clermont.
- Auzb..rg.. p. 246, Augsbourg.
- †nk..rt..ra, p. 356, Inghilterra.
- †nkl..sin, p. 356, Inglesi.
- K..mrâi, p. 366, Cambray.
- †strik, p. 367, Utrecht.
- H..stings, p. 374. Hastings.
- R..ng B..rg e Rinscb..rg, p. 570, Regensburg.
Centinaia di nomi si potrebbero aggiugnere all’una o all’altra classe, ma i nuovi abbondan più ne’ paesi di lingue germaniche.
Si avverta che abbiamo segnate con puntini (..) le vocali brevi che mancano quasi sempre nel ms. e con una crocetta (†) l’elif arabica, la quale, secondo le vocali aggiuntevi, può suonare a, i, o, e talvolta è premessa meramente per eufonia innanzi due consonanti, come noi usiamo l’i avanti la s impura.
[730]. Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 454, nota 2.
[731]. Edrîsi parla di soli compatriotti di Ruggiero; ma non si può supporre esclusi i Musulmani, quando lo scrittore, e forse molti altri collaboratori, professavan quella religione. Tutte le memorie del XII secolo, e particolarmente il viaggio d’Ibn-Giobair, provano il frequente passaggio di viaggiatori musulmani in Sicilia.
[732]. Come ho avvertito a pag. 455, nota 2, Edrîsi dice che, per fare tal confronto, si prese la tavola del tarsîm. Quest’ultimo vocabolo significa “fare il rasm” e vale, secondo i dizionarii, “vergare, segnare per bene” e specialmente “tirar linee, listare.” Così avremmo tavola lineata, o in altri termini, graduata.
Ma la voce rasm, qual che si fosse il suo valore primitivo nella lingua arabica, fu dal tempo di Mamûn in giù, adoperata da’ geografi per indicare i contorni del mondo conosciuto; onde agli eruditi è parsa mera trascrizione di όρισμας. (Cf. Lelewel, op. cit., cap. 15, tomo I, pag. 21, e Reinaud, op. cit., Introduzione, pag. xlv.) Abbiamo in fatti varii Rasm el rob’ el ma’mûr ossia “Figura del quarto (di superficie terrestre) abitato.” Ora egli è perfettamente conforme all’uso della lingua arabica che si cavi da un sostantivo la seconda forma del verbo analogo a quella radice, e gli si dia il significato di fare o produrre la cosa designata dal nome; in guisa che tarsîm vorrebbe dire precisamente, l’atto di delineare il rasm, cioè la supposta figura della terra abitata.
Ognun vede, finalmente, che nel nostro caso i due lavori designati da que’ due vocaboli tornavano allo stesso effetto. La tavola graduata (sia a gradi di latitudine e longitudine, sia coi sette climi che faceano da paralelli e con dieci suddivisioni per ciascun clima che supplivano a’ meridiani) serviva a delinearvi il mappamondo secondo le tavole di latitudine e longitudine compilate dagli astronomi; e il rasm era il mappamondo copiato da un esemplare ch’era stato precedentemente costruito o corretto secondo le medesime tavole.
[733]. Che mi sia permesso questo neologismo per significare con un sol vocabolo la linea itineraria accompagnata dalla sua direzione rispetto ai punti cardinali. Si vegga l’errata, nel quale ho corretto così la espressione ch’io tradussi vagamente “distanze” nella pag. 455, spiegandola bensì nella nota 1 della pagina stessa.
[734]. Si vegga la pag. 455, nota 3.
[735]. Ho citati i codici e le loro carte geografiche, nella Introduzione, vol. I, pag. XLIII seg. num. XX, e poi nella Carte comparée de la Sicile, pag. 10.
Il mappamondo del codice della Bodlejana (Grav. 3837-42) è delineato in un gran foglio, e quello del ms. di Parigi (Suppl. arabe 892) sopra uno più piccolo. Da coteste due copie manoscritte Mr Jomard trasse il disegno, pubblicato poi da Mr Reinaud, Géographie d’Aboulfeda, pag. cxx. Il Lelewel, dopo averne fatto un diligentissimo studio nel cap. 57 della sua opera ed aver copiata nella tavola Xª (n. XX, 39) del suo atlante la figura del mappamondo, ricostruì questo in un rame ch’è il secondo tra quelli annessi ai suoi Prolegomeni. Ei nota (op. cit., cap. 62 nel tomo I, pagina 103), tra gli altri errori di coteste immagini, la lunghezza del Mediterraneo, molto diversa da quella che risulta dal testo.
[736]. Lelewel, capp. 8, 9, 10 e 50, e nell’Atlante, tavole VII e IX, figure xj e xvij. È da notare che nel mappamondo di Torino sono raffigurati i quattro venti cardinali, i quali mancano nelle precedenti immagini del mondo di origine latina. Del resto, la figura del Mediterraneo e dell’Adriatico toglie ogni sospetto che questo mappamondo possa essere stato mai cavato da carte nautiche.
Il sagace Lelewel lo ha supposto delineato, o almeno ricopiato, nella contea di Maurienne, poichè vi ha scoperto, non ostante gli errori, il nome di quel piccolo paese. Si vegga la descrizione del codice e la incisione della carta, presso Pasini, Codices mss. Bibl. reg. Taurinensis Athenaei, II, 26, segg. Ritraggo di più da una lettera del dotto bibliotecario Gaspare Gorresio, che il codice va riferito alla fine del XII secolo, se non al principio del XIII, e che la carta fu fatta, o per lo meno scrittovi i nomi, dalla stessa mano che copiò il codice.
[737]. Versione francese, II, 421.
[738]. Si veggano i fac-simile, in fin del primo volume della versione francese. Il Lelewel, op. cit., cap. 60, 246, pag. liv e 99, del 1º volume, trascrive le cifre delle latitudini e longitudini che si trovano soltanto per 26 posizioni, una delle quali appartiene al secondo clima e tutte le altre al primo.
[739]. Mi sembra che il Lelewei, tomo I, pag. 99, abbia compresa l’operazione in questo stesso modo, quantunque egli fosse incatenato dalla traduzione francese di M. Jaubert, la quale rendea così il passo di Edrîsi: “il voulut savoir d’une manière positive les longitudes et les latitudes et les distances respectives des points.” Ma veramente questo passo, che si riferisce a Ruggiero, significa “volle vedere se tornassero precisamente le linee itinerarie orientate,” come ho detto poc’anzi nella nota 3, pagina 673 seg.
Delle carte nautiche del medio evo ha trattato il Lelewei, op. cit., cap. 256, tomo I, pag. lxxxij, e cap. 108, tomo II, pag. 16 seg. Egli attribuisce ai perfezionamenti successivi di quelle, la nuova èra delle scienze geografiche. Si vegga anche il discorso letto da Mr D’Avezac alla Società Geografica di Parigi, intorno la proiezione delle carte. Paris, 1863, § XI.
Si ricordi che la prima carta conosciuta fin oggi, è quella genovese di Pietro Visconti (1318). Ma la prima menzione dell’ago calamitato si legge in Pietro d’Ailly e in Guyot de Provins, cioè a dire verso il 1190.
[740]. Asselin, console francese al Cairo ne’ principii del nostro secolo, riportò una bella collezione di Mss. comperata poi dalla Biblioteca parigina. Vien da cotesta collezione il prezioso codice denotato con la lettera B nella versione di Mr Jaubert, in questa mia storia e nella Biblioteca arabo-sicula.
Mr Jomard, che creò poi la magnifica collezione di carte posseduta dalla Biblioteca Parigina, fece copiare queste di Edrîsi, come si scorge dal Reinaud, op. cit., pag. CXIX. L’industre Lelewei ne incise egli stesso nell’op. cit., una riduzione alla decima parte (da 0,32 × 0,18 a 0,03 × 0,02).
[741]. Nella Carte comparée citata dianzi, io ho messa a riscontro la Sicilia del ms. Asselin con quella cavata da un bel ms. greco di Tolomeo, posseduto dalla stessa Biblioteca Parigina.
[742]. Si vegga il nostro libro IV, cap. xiv, pag. 446 del 2º vol.
[743]. Mi fa pensar questo la posizione rispettiva di Messina e di Palermo. Nella periferia dell’isola, veggiamo troppo alterata la parte che guarda l’Affrica. Ma si rammenti che la copia è fatta ad occhio.
[744]. Si vegga Lelewel, op. cit., vol. III pag. 71 e 220, dove l’autore esamina la descrizione con critica da maestro, ma sbaglia talvolta per poca pratica della lingua e scrittura arabica.
[745]. Il baron de Slane, nell’articolo sopra Edrîsi, pag. 388 del citato volume del Journal. asiat., riferisce il giudizio di M. Hase ed accenna al confronto de’ nomi geografici di quelle regioni, sul quale l’illustre ellenista faceva un lavoro, di cui v’ha qualche saggio nella traduzione del Jaubert, II, 286 segg.
[746]. Reinaud, Géographie d’Aboulfeda, II, 263 segg.
[747]. Tomo II, 250 segg. della traduzione francese. Edrîsi le tolse in parte da Ibn-Khordadbeh, il quale alla sua volta le avea raccolte da autori più antichi. Si vegga la citata traduzione d’Ibn-Khordadbeh, nel Journal asiatique di giugno 1865, pag. 482 segg. con le note di M. Barbier de Meynard, il quale attribuisce a mercatanti musulmani ed ebrei questa descrizione di Roma, degna delle Mille ed una notte, come ben dice l’erudito traduttore. Edrîsi lasciò indietro alcune favole più grosse. Ma ripetè quella del Tevere foderato di rame; l’origine della quale è un equivoco sul flavus Tiber, come lo nota M. Reinaud, Géogr. d’Aboulfeda, pag. 310, 311 nota, poichè sofrah in arabico significa ad un tempo “giallo” ed “ottone.”
[748]. A foglio 10, recto, lin. 5 del testo mediceo. Non posso citare altrimenti, poichè le pagine non sono numerate. I traduttori, nella prefazione, dissero cristiano l’autore perchè nomina G. C. “il signor Messia.” Ma una lettura alquanto più estesa delle opere di Arabi musulmani avrebbe fatto cader subito così fatto argomento; e in ogni modo quella espressione, usata nella corte di Ruggiero, non dovea far maraviglia, nè potea provar punto nè poco la professione di fede dello scrittore.
L’errore da me citato è di copia, non di stampa, leggendosi anco nel ms. di Parigi, Suppl. arabe 894, ch’è lo stesso sul quale fu fatta la edizione di Roma, e pervenne, non si sa come, nelle mani dell’Abate Renaudot e indi nella Biblioteca di Saint Germain des Près. V’ha l’imprimatur della censura di Roma e la nota di qualche passo tolto da’ censori: per esempio, il racconto che nell’isola di Ceylan rimanea l’orma del pie’ di Adamo. Sempre gli stessi!
Secondo il catalogo di Assemani, n. CXI, pag. 162, la Laurenziana possederebbe un codice del Nozhat, o per lo meno del compendio. Ma il manoscritto CXI, oggi rilegato con un altro e segnato di n. 49, non è altro che la seconda metà dell’Agidib-el-Mekhlûkat di Kazwini. Di due cose, dunque, l’una: o il catalogo di Assemani è sbagliato in questo, come in tanti altri luoghi, o il codice fu barattato dopo la compilazione del catalogo; cioè che lo Edrîsi scomparve e che per surrogarlo si spezzò in due il Kazwini. Non si può metter da parte tal sospetto, quando abbiamo certissimi i due fatti: 1º che il Suppl. 894 di Parigi è quel desso che servì a stampar l’opera nella tipografia medicea; e 2º che il codice passò per la biblioteca del Renaudot, sì gradito a corte dei Gran Duchi di Toscana al suo tempo. Ognuno intende ch’io non accuso con ciò quello illustre trapassato. Si può dare che la corte di Toscana gli avesse regalato il codice; che gli fosse stato prestato dal bibliotecario, ec.
[749]. Il signor Reay lavorava a così fatta edizione, come si scorge dal rapporto di M. Mohl, nel Journ. asiatique di luglio 1840, pag. 124. Ma non se n’è più parlato.
[750]. Description de l’Afrique etc, par R. Dozy et M. J. de Goeje. Leyde, 1866, in 8º.
[751]. Si veggano gli Atti della Società geografica di Parigi in quel tempo, e il citato articolo del baron De Slane, nel Journal Asiatique.
[752]. Reinaud, op. cit. Introduction, pag. CXX.
[753]. Sprenger, Die Post- und Reiserouten, già citato, pag. xvij.
[754]. Il libro di Ruggiero, per quanto io sappia, non è stato studiato addentro se non che dal Lelewel; il quale l’ha confrontato con le opere anteriori ed ha rifatto, com’ei potea meglio, il mappamondo e alcune carte parziali. Non è cosa facile il citare dei passi dell’opera di Lelewel. Si veggan pure i capitoli 54 a 68, e 246 a 254, le carte X, XI e XII, dell’Atlante, quelle date ne’ Prolegomeni, l’Epilogue, cap. 73 segg. e tutta l’Analyse.... d’Edrîsi nel III volume. Ritornando su l’argomento nell’Epilogue, cap. 72, pag. 126, il signor Lelewel indovinò felicemente gli altri elementi del mappamondo siciliano; ma costretto, lo voglio replicare, dalla versione di M. Jaubert, a credere che si fossero trasportate nell’abbozzo «le latitudini e longitudini» e non già «le linee itinerarie orientate», ei non potè scoprire il merito principale dell’opera.
[755]. Reinaud, Géog. d’Aboulfeda, Introduzione, pag. CXX.
[756]. Questo giudizio ch’io dètti una volta, è stato ratificato dal Dozy, nella prefazione all’opera citata su l’Affrica e la Spagna.
[757]. Il testo latino di questa iscrizione fu pubblicato dal Fazzello, Deca I, libro viij, cap. 1, indi dal Pirro; e, co’ testi greco ed arabico, dal Gregorio, Rerum Arab., pag. 176; dal Morso, Palermo antico, pag. 27 segg., e in parte poi dal Buscemi e dal Lanci. Io ho data una lezione, com’io credo più esatta, de’ testi, accompagnata di alcuni schiarimenti, nella Rivista Sicula, Palermo, vol. I, pag. 339 segg. (maggio 1869.)
[758]. Kazwini, Athâr el Belâd, nella edizione del Wüstenfeld, Zaccaria.... Cosmographie, II, 373; e nella mia Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 143.
[759]. Estratto della Kharida di Imad-ed-dîn, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 581. Ibn-Ramadhan è indicato quivi col nome di Abd-er-Rahmân e da Kazwini col cognome di Abu-l-Kasem, il che non prova nulla contro la identità della persona.
[760]. Eghinardi, Annales, anno 806.
[761]. Testo del Wright, pag. 281 segg. Di questo squarcio ho data la traduzione italiana, nel mio articolo su la iscrizione trilingue della Cappella Palatina, pag. 346, 347 della citata Rivista Sicula.
[762]. Nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 617. Il Casiri, Bibl. arabo-hispanica, I, 384, dando il medesimo squarcio, tradusse erroneamente: “De instrumentis hydraulicis, ubi de cochleis ad aquas exhauriendas.”
[763]. Kartâs, ossia Annales Regum Mauritaniae, ediz. del Tornberg, testo, I, 151, e versione latina, pag. 200. Ho ragionata la roba’, o arrova, come in oggi scrivono gli Spagnuoli, a 400 libbre da 400 grammi. I dinâr di cui si tratta qui, dovrebbero esser quelli dei primi califi almohadi, dei quali que’ che possiede il gabinetto numismatico di Parigi pesano, su per giù, grammi 4,75, e son d’oro purissimo. Onde tornano a un di presso a 17 lire ciascuno. Se li supponessimo dinâr ordinarii, la somma scemerebbe a lire 1,450,000.
Il partito di portar su una di quelle sfere per l’interno della torre, si comprende bene riflettendo che la Giralda, come il campanile di San Marco in Venezia, suo coetaneo e compagno, ha la scala non a gradini ma a piani inclinati. Si vegga su questo particolare Girault de Prangey, Essai sur l’architecture des Arabes. Paris 1841, pag. 105 seg.
[764]. Cronica del sancto rey D. Fernando, cap. 73.
Si confronti il signor De Schack, Poesie und Kunst der Araber in Spanien etc., Berlino, 1865, II, 241, segg. dal quale traggo questa citazione, non avendo potuto trovare il testo nelle biblioteche di Firenze.
[765]. Cap. ij del presente libro, pag. 397 del volume.
[766]. Abate di Telese, presso Caruso, Bibl. Sicula, p. 279.
[767]. Cap. V del presente libro, pag. 508.
[768]. Ivi, pag. 538.
[769]. Diplomi del 23 aprile 1284, citati nella mia Guerra del Vespro Siciliano, ediz. di Firenze, 1866, I, 283, nota.
Si faccia attenzione altresì a un diploma del 6 maggio quivi citato, nel quale è detto di una quantità di sassi lavorati (finarrati) pei mangani.
[770]. Libro II, cap. ix, vol. I, pag. 399.
[771]. Cap. V del presente libro, pag. 539.
[772]. Cap. ij di questo libro, pag. 397.
[773]. Si vegga la nota 5 della pag. 611 di questo stesso volume, cap. viij.
[774]. Si vegga il cap. v di questo libro, pag. 461.
[775]. Turikh-el-Hokamâ, nella Biblioteca arabo-sicula, testo, pag. 619. La famiglia era siciliana, come lo dice espressamente il Zuzeni e come si vede dal nome del padre, Isa-ibn-Abd-el-Mon’im, giureconsulto e poeta, del quale ci occorrerà di far parola nel capitolo seguente, tra i poeti e i giureconsulti. Secondo la notizia biografica che abbiamo nella Biblioteca citata, pag. 586-587, questo Isa visse nella prima metà del secolo.
[776]. Falcando, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 481, narra che il cancelliere Stefano, aspettando la congiunzione di corpi celesti che gli astrologhi cercavan favorevole a lui, differì la mossa da Palermo alla volta di qualche altra fortezza.
[777]. Il ms. latino 7316 della Biblioteca di Parigi, che comincia con l’Introductorium Albumazar, ha un opuscolo di cento brevissime proposizioni con questo titolo: “Domino manfrido inclito regi Sicilie, Stephanus de Messana hos flores de secretis astrologie divi ermetis transtulit.” Comincia a fog. 152 verso e finisce a fog. 154, recto di questo buon codice latino di mano francese del XV secolo, posseduto un tempo da Francesco II.
Il gran credito di Hermes trismegisto si può argomentare da’ libri che gli attribuiscono gli Arabi, presso Hagi-Khalfa, edizione di Fluegel, Ni 6177, 6257, 6259, 7733, 7873, 9197, 9815, 9831, 10523, 10620, ec. ec.
[778]. Il Mongitore, Bibliotheca Sicula, pag. 314, citò un Codice di quest’opera posseduto dalla Biblioteca di sant’Antonio in Venezia, quello appunto di cui il Tomasini (Bibliothecæ venetæ, Mss., pag. 5) dà il titolo: “Tabulae Toletanae Joannis de Sicilia super Canonibus Arzachelis.”
Io ne ho visti due altri nella Biblioteca parigina e sono segnati Mss. Latins, Ancien Fonds, 7281 e 7406. Il primo de’ quali torna al XV secolo, ed è intitolato: “Exposicio Jo. De Sicilia supra canones Arzachelis, facta Parisius (sic) anno Christi 1290,” com’io lessi con l’aiuto dell’illustre M. Gerard. L’altro del XIII o XIV secolo ha per titolo, “Canones in tabulas toletanas quos exposuit Joannes de Silicia (sic) 1290.” E sul bel principio occorrono i metodi della riduzione degli anni dell’egira a quei dell’èra volgare, della bizantina, etc.
[779]. Del primo di cotesti astrolabii ho trattato nella Introduzione alla presente Storia, tomo I, pag. XXV, XXVI. Sul secondo si vegga Sédillot, Matériaux pour servir à l’histoire des sciences mathematiques etc. Paris 1815 (1819?) in 8º pag. 347. Questo astrolabio del XII secolo, trovato nella cittadella di Aleppo, fu descritto dall’illustre orientalista R. Dorn dell’Accademia di Pietroburgo, il quale lo credette siciliano, per cagion de’ caratteri magbrebini. Ma il Sédillot non giudica sufficiente tal prova, e mi par abbia ragione.
[780]. Capitolo IX di questo libro, pag. 641.
[781]. Huillard-Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXVI, seg.
[782]. Opuscoli di Leonardo Pisano, pubblicati dal principe Baldassarre Boncompagni, 2ª edizione. Firenze, 1836, in 8º, pag. 55.
L’erudito signor Huillard-Bréholles, nella Introduzione, op. cit., pagina DXXXV, ha sostenuto con buone ragioni che la data del 1225 sia quivi sbagliata e che le si debba forse sostituire 1230.
[783]. Opuscoli citati, pag. 2, 17.
[784]. Opus. cit., pag. 114.
[785]. Opus. cit., pag. 44.
[786]. Opus. cit., pag. 20.
[787]. Il monaco Filagato, contemporaneo di Ruggiero ed autore di alcune delle omelie che si attribuirono a Teofane Cerameo, ha in alcuni mss. il titolo di filosofo, come notammo nel libro Iº di questa istoria, vol. I, pagina 488. In un diploma greco del 1172 ed in uno latino del 1173, nel Tabulario della Cappella palatina di Palermo, pag. 30 e 33, è citato Giovanni, filosofo e prefetto della Cappella. Su questa dignità ecclesiastica si vegga il glossario latino del Ducange.
[788]. Diplomi del 1221 e del 1210, presso Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica, vol. II, 185, e V, 720.
Il nome preciso di maestro Giovanni di Sicilia è preposto ad un trattato latino di stile epistolare, il quale, con altri opuscoli somiglianti, si ritrova nel codice di Parigi, Fonds saint Germain, 1450, scrittura, come parmi del XIV secolo. Questo trattato prende 12 fogli, dal 3 recto, dove si legge “Incipit rectorica magistri Joannis de Sicilia in arte dictandi” infino al 14 verso, dove incomincia un’altra “Summa dictaminis.... composita per magistrum Laurentium de Aquilegia lombardum, juxta stilum romane curie et consuetudinem modernorum.” Segue la “Summa Britonis”, opuscolo dello stesso genere. Meglio che le due ultime terze parti del volume sono occupate da un dizionario latino etimologico, nel quale è soscritto Petrus Thibodi, monaco in Parigi, con la data del 1298. Forse questo segretario latino maestro Giovanni di Sicilia, visse anch’egli allo scorcio del secolo ed è pertanto diverso dal filosofo di Federigo II.
[789]. Diploma dato di Sarzana il 15 dicembre 1239, presso Bréholles, op. cit. V, 556.
[790]. Diplomi del 6 e 10 febbraio 1240, op. cit., V, 727, 745.
[791]. Diploma del 12 febbraio 1240, op. cit., V, 750-751.
[792]. Si riscontrino gli aneddoti di cotesti astrologhi di Federigo, nella cronaca vicentina del Godi, presso Muratori, Rer. Ital., VIII, 83 e in quella di Rolandino, vol. cit., 228, dove è nominato maestro Teodoro; e notisi infine ciò che ne dice in generale frate Francesco Pipino, Muratori, op. cit., IX, 660.
[793]. Si veggano i versi latini citati dal Bréholles, Introduction, p. DXXXI seguente.
[794]. Il prologo d’una traduzione francese del notissimo Libro di Sidrac dice che “un homme d’Antioche qui ot non Codre le philosophe” intimo di Federigo, procacciò e mandò ad Obert, patriarca d’Antiochia, la traduzione latina di quel libro, fatta da un frate palermitano per nome Ruggiero, che l’imperatore avea mandato apposta a Tunis, sapendo che quel re possedesse il testo arabico. Mr Huillard-Bréholles, dalla cui Introduzione tolgo questa notizia (pag. DXXIX), non la crede apocrifa, com’altri ha pensato e riconosce nell’Obert, Alberto patriarca d’Antiochia, e nel Codre il nostro Teodoro. Le quali correzioni mi sembrano ottime. Chiunque ha pratica di paleografia latina, sa quanto spesso si confonda la t con la c. E lo scorciamento di Theodoros in Todros è comunissimo in Oriente, come ognun sa.
Il nome dell’Imperatore comparisce anco in una traduzione latina del “liber novem judicum, quem misit Soldanus Babiloniae Friderico imperatori” di che nel Catalogue Mss. Angliae, II, 346, n. 8509, citato dello Steinschneider nel Giornale della Società orientale di Germania, tomo XXIV, parte III (1870), p. 387. Probabilmente i “Sette Savii” divennero “Nove Giudici” pel doppio significato della voce arabica hakim e il facilissimo scambio de’ vocaboli sette e nove nella scrittura neskhi.
[795]. Salimbeni, Chronica, Parma, 1857, p. 168, 169.
[796]. Si vegga Perles, Rabbi Salomo, etc. Breslau, 1863, citato dallo Steinschneider, Hebräische Bibliogr., n. 39, pag. 64.
[797]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 641 di questo volume. Il Bréholles, op. cit. Introduction, pag. CXCIII, segg. dà i particolari: gli animali messi in mostra a Ravenna il 1234, in Alsazia il 1235; l’elefante donato alla città di Cremona etc.
[798]. Op. cit. Introduzione, pag. DXXIV, e tomo IV, 384 seg., dove si citano i Mss. di Bruges e di Pommersfeld. Si aggiunga quello della Laurenziana, Plut. XIII, sin., cod. 9, proveniente dalla Bibl. di Santa Croce (catalogo del Baudini, IV, pag. 109). Questo bel codice di pergamena, in foglio, è intitolato: “Aristotelis de Animalibus, interprete Michaele Scoto” e si compone di tre opere diverse:
1. “De animalibus” tradotto dall’arabico in latino per maestro Michele (Scoto) in Tellecto, del quale fu finita la copia il 24 sett. 1266 (fol. 56, recto).
2. Lo stesso, col nome intero di Michele Scoto, principia: “Frederice domine mundi” etc. come nel catalogo del Bandini e in fine vi si legge “expletus est per magistr. Henrigum colloniensem etc. apud Messinam civitatem Apulee, ubi dominus Imperator eidem magistro hunc librum premissum commendavit anno 1232,” finita la copia il 14 novembre 1266 (fol. 38, recto).
3. “De partibus animalium” tradotta anche da Michele Scoto. Secondo il catalogo, la traduzione sarebbe stata fatta sul testo greco; ma ciò non si legge nel codice, il quale è scritto della stessa mano, con maggior fretta che nelle due prime parti. È da accettare per cagione della data, la correzione del Bréholles, che sostituisce Melfi a Messina.
Michele Scoto fu celebre in Italia per tutto il secolo XIII, come si scorge dal Salimbeni, Chronica, pag. 169.
[799]. Si vegga Steinschneider, Hebräische Bibliographie, n. 39, (maggio 1864) pag. 65, nota 7.
[800]. Bréholles, op. cit., pag. DXXV.
[801]. Op. cit., pag. DXXXVI.
[802]. Op. cit., pag. DXXXVII.
[803]. Wolf, tom. IV, p. 861, citato dallo Steinschneider, nell’opuscolo di cui si è detto poc’anzi.
[804]. Codice della Biblioteca di Modena, citato dal Tiraboschi, tomo IV, parte II, pag. 342. La versione italiana manoscritta (XV secolo) che possiede la Biblioteca nazionale di Firenze, non ha nome d’autore, nè di traduttore.
[805]. Su la parte ch’ebbero i Giudei in questo celebre insegnamento, si vegga il Carmoly, Histoire des Médecins juifs, Bruxelles, 1844, in 8º, tomo I, § XXIII, e il De Renzi, Collectio Salernitana, Napoli, 1852, tomo I, pag. 106, 119, et passim ed anco ne’ tomi II, III, IV.
[806]. De Renzi, op. cit., III, 328.
[807]. Ibn-Giobair, da noi citato nel cap. v, di questo libro, pag. 534 del volume.
[808]. Mi riferisco pei particolari e per le citazioni, al Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXXVIII, DXXXIX.
[809]. Articolo di Mr Cherbonneau, nel Journal asiatique di maggio 1856, pag. 489, nel quale si dà ragguaglio d’una raccolta di biografie musulmane del XIII secolo, per Ahmed-Gabrini. L’Autore dice che Taki-ed-dîn fu benaccolto da El-ibratur, re cristiano dell’isola; la qual voce va corretta di certo imbiratûr, e forse designa Manfredi, come pensa l’erudito Mr De Freméry, l. c.
[810]. Mss. Latins, 6912. Ho cavate le notizie su l’origine di questa versione, dall’opera stessa, vol. I, fog. 1, 2, e vol. V, fog. 189 verso, e n’ho dato ragguaglio nella mia Guerra del Vespro Siciliano, edizione del 1866, I, 81, 82, in nota. Il codice fu copiato in Napoli (vol. V, ult. pag.) da Angelo de Marchla.
[811]. La tavola delle malattie e de’ membri del corpo umano, tomo V, fog. 86, segg. è scritta a due colonne, col titolo di Sinonimum nell’una, e di Expositum nell’altra; nella prima delle quali colonne si legge il vocabolo tecnico arabico o greco, nella seconda il latino.
La Tabula medicinarum corre dal fog. 90 verso al 134 del medesimo volume, anco a due colonne: per esempio “Alebros = Agnus castus;” Alhon = Rosa fetens etc,” ma alcuni quaderni mal rilegati guastan qui l’ordine alfabetico. Poi v’ha, dal fog. 190 recto, una descrizione de’ semplici, condotta anco nell’ordine dell’alfabeto arabico, della quale parmi bene dare il seguente articolo, che piacerà forse ai botanici.
Rubea tinctoris. Arabice appellatur fuatelsabg (Fuwwat-es-sabgh, a nostro modo di trascrivere) et est quedam herba, cujus radix est rubea, qua utuntur tinctores ad tingendum rubeum; et ideo dicitur rubea tinctoris: et ista herba expanditur et suspenditur cum arboribus; et virgulta ejus sunt quadrata, alba et subtilia, nodulosa et in quolibet nodulo sunt octofolia aut sex, aut quatuor, aspera, parva, similia foliis ysopi montani. Capud (sic) ipsorum est acutum et in ipsis nodulis est flos parvus, citrinus, declinans ad albedinem et in loco floris egreditur granus similis coriandro; et radice ejus est utendum (vol. V, fog. 207).
Hadoshaon, hadoydodayon, Rubea tinctoris (fog. 100, recto).
[812]. Cap. iij di questo libro, pag. 441, nota 1.
[813]. Cap. citato, pag. 453.
[814]. Arrighetto, ovvero Trattato contro all’avversità della Fortuna, Firenze, 1730. Quivi (lib. IV, pag. 38) è posto in bocca della filosofia questo distico:
Et mihi sicaneos, ubi nostra palatia, muros,
Sic stat propositum mentis, adire libet.
Ma gli antichi traduttori italiani pensaron bene di scrivere Parigi in luogo di Sicilia; come si vede nella edizione citata, pag. 76 e nella variante di un codice della Riccardiana, che ha data il Milanesi nella edizione del 1864 (Il Boezio e l’Arrighetto), pag. 341.
Il Mebus, nella vita di Ambrogio Traversali, Epistolæ etc., Firenze, 1759, in foglio, sostiene con ottime ragioni che il carme di Arrigo da Settimello fu scritto nel 1193.
[815]. Ibn-el-Giuzi, da noi citato nel capitolo precedente, pag. 615.
[816]. Si vegga la cronica del Salimbeni, il quale lo chiama (pag. 3) “pestifer et maledictus, schismaticus, haereticus et epicureus, corrumpens universam terram”; e altrove (p. 168) gli attribuisce come bestemmia lo scherzo: che Dio non avrebbe lodata tanto la Terra Promessa, s’egli avesse vista Terra Di Lavoro, Calabria, Sicilia e Puglia. Il tedesco frate Alberico (Chronicon, Hannover 1868), gli appone il detto che “Tres Baratores seu guittatores fuerunt in mundo”, cioè Moisè, Cristo e Maometto. Racconta poi che Federico, vedendo un Sacerdote portare l’eucaristia, sclamò “Heu me, quamdiu durabit truffa ista!” La sentenza dei tre “trufatores” è citata anco nella vita di Gregorio IX, presso Muratori, Rerum Italic., tomo III, parte I, 585. E questa frase ha dato origine al supposto che Federigo abbia scritto il famoso e incertissimo libro “De tribus impostoribus.”
[817]. Ms. della Bodlejana, Hunt, 534, n. cccclxvj del Catalogo arabico, dove è sbagliato il nome del principe, autore de’ quesiti. Io ho dato un esteso ragguaglio di questo opuscolo, nel Journal asiatique del 1853, février-mars, pag. 240, segg. ed ho ristampati alcuni brani del testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 573, segg. Mi riferisco al lavoro del Journ. asiat. per le prove e pe’ riscontri delle date e de’ nomi.
Secondo gli autori citati, Ibn-Sab’în nacque a Murcia il 614 (1217-18) e morì alla Mecca il 660 (1271). Il califo almohade Rascîd, regnò dal 1232 al 1242.
[818]. La biografia di questo filosofo musulmano si ricava da Ibn-Khaldûn, Makkari, ed Abu-l-Mehâsin, da me citati nel Journ. Asiat. Ibn-el-Khatib, citato dal Makkari, fa menzione di cotesti Quesiti Siciliani, che i dotti Rûm aveano mandati per confondere i Musulmani e che furono sì felicemente risoluti dal giovane Ibn-Sab’în. Dopo la pubblicazione dell’articolo, l’erudito M. Charbonneau, professore ad Algeri, mandommi un’altra biografia d’Ibn-Sab’în, estratta dal libro di Gabrini (si vegga qui innanzi a pag. 698, nota 2) suo contemporaneo, la quale non contiene nulla di nuovo per noi, essendo stata copiata negli scritti degli autori più moderni che mi eran prima venuti alle mani.
[819]. Makkari, edizione di Leyda, I, 594; e nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 574 in nota. Si veggano gli Schiarimenti che io dètti a questo proposito nel citato articolo del Journal asiatique.
[820]. Il nostro professore Fausto Lasinio, notò questo passo in un codice ebraico alla Laurenziana e ne mandò copia al dottore Steinschneider; il quale l’ha pubblicato, con eruditi comenti, nella Hebräische Bibliographie, n. 39 (maggio 1864), pag. 62, segg.; ed ha aggiunto nel n. 42 (novembre 1864), pag. 136, un passo di altro ms. ebraico, nel quale si fa parola di un abboccamento ch’ebbe Federigo con Samuele-ibn-Tibbon, traduttore ebraico della “Guida.”
[821]. Steinschneider, op. cit., n. 39, pag. 65.
[822]. Anonymi, etc. (Niccolò de Jamsilla) presso Caruso, Bibl. Sicula, pag. 678.
[823]. Mi basti citare per l’unico testo delle due epistole, l’Historia Diplomatica etc. del Bréholles, IV, 383, segg. dove si leggono le varianti delle edizioni fattene un tempo nelle Epistole di Pietro della Vigna e nella collezione del Martène. La data della epistola di Federigo torna a un dipresso al 1230. L’argomento degli opuscoli è spiegato nel testo, con le parole in sermonialibus et mathematicis disciplinis, delle quali ho resa la seconda cosmografia, poichè trattasi, secondo l’opinione del Jourdain, de’ libri della Fisica e delle Meteore d’Aristotile e fors’anco dell’Almagesto di Tolomeo. Si confronti il Bréholles, op. cit., IV, 384, nota e Introduzione, pagina DXXVI.
[824]. Bréholles, l. c.
[825]. Il codice del convento di Santa Croce di Firenze, passato alla Laurenziana e segnato Plut., XXVII, dext. n. 9, contiene, tra gli altri opuscoli, uno intitolato (fog. 476 o piuttosto 353) “Incipit liber magnorum ethicorum aristotelis, translatus de greco in latinum a magistro bartholomeo de Messini, in curia illustrissimi maynfridi, serenissimi regis sicilie, scientie amatoris, de mandato suo.” Si vegga anco il catalogo del Bandini, IV, 689, nel quale è notato che la stessa versione, mutila però e senza nome, si trova nell’altro codice di Santa Croce Plut. XIII, sin., cod. VI, n. 6, notato in catalogo a pag. 106, del medesimo volume. Il qual codice è composto tutto di opuscoli d’Aristotile; ma non me n’è occorso alcuno che si riferisca al tempo e al paese di cui trattiamo.
Il Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, tomo IV, parte II, lib. III, cap. 1, § 1, p. 341, oltre il primo de’ suddetti mss. di Santa Croce, ne cita uno della Biblioteca di san Salvatore a Bologna.
[826]. Renan, Averroès, partie II, chap. II, § 3.
[827]. Carmoly, Histoire des médecins Juifs etc., Bruxelles 1841, § lx; Steinschneider, Hebräische Bibliographie, n. 39, (1864) pag. 63, 64; Renan, Averroès, partie II, chap. 4, § iv. Si confronti Bréholles, op. cit., Introduction, pag. DXXVI.
[828]. Wolf, De Rossi, e Krafft, citati dal Bréholles, nella stessa Introduzione, pag. DXXVII.
[829]. Si confronti il Bréholles, op. cit. Introduz., pag. DXXXIX.
Sul testo greco delle Costituzioni di Federigo, si vegga la medesima opera, IV, 1, 2.
[830]. Bréholles, op. cit. Introd., p. DXLI, DXLII.
[831]. Il Salimbeni, Chronicon, pag. 166, dice in generale ch’ei parlò molte e varie lingue; Ricordano Malespini, cap. 170 scrive: “E seppe la nostra lingua latina e il nostro volgare e tedesco, francesco, e greco e saracinesco; e di tutte vertudi copioso, largo e cortese, ec.”
[832]. Bréholles, op. cit. Introd., pag. DXL, DXLI.
[833]. Salimbeni, op. cit., pag. 166.
[834]. Salimbeni, loc. cit., fa vedere chiaramente quanta ammirazione ei sentì conversando con quest’empio. Si confronti ciò ch’ei dice a pag. 170.
[835]. Su i monumenti, si vegga il Bréholles, op. cit. Introd., pag. CXLVI, segg.
[836]. Non occorre citazione pe’ fatti di Giovanni il Moro. Le concessioni papali a suo favore, si veggano nel Registro d’Innocenzo IV, lib. XII, n. 284, 327, citato da M. De Cherrier, Histoire de la lutte des papes, etc., vol. III, 19, della seconda edizione.
[837]. Squarcio d’una epistola del 1229, dato da Matteo Paris, presso Bréholles, op. cit., III, 140, in nota.
[838]. Matteo Paris, citato da Bréholles, op. cit. Introduct., pag. CXCII, CXCIII. A pag. DXLV, si cita un diploma, nel quale l’imperatore ordina di scritturare per la corte un valente ballerino saraceno, a quel ch’e’ pare, di Spagna.
[839]. Epistole del 17 luglio 1245 e 23 maggio 1246, presso Bréholles, op. cit., VI, 325, 427. Si veggano le memorie contemporanee, citate dallo stesso autore. Introd., pag. CLXXXIX.
[840]. Le citazioni son date dal Bréholles, op. cit. Introd., pag. CXC, CXCI. La prima, ch’è cavata dalla Historia Diplomatica, V, 486, prova che quelle donne vestivano alla musulmana.
[841]. Si vegga la citazione nel Capitolo precedente a pag. 641 di questo volume, nota 8.
[842]. Diploma del 28 novembre 1239, presso Bréholles, op. cit., V, 535.
[843]. Presso Gregorio, Rerum Arabicar., pag. 178.
Si vegga intorno a cotesta iscrizione il cap. vij del presente libro, pag. 589, nota 1.
[844]. ’Imâd-ed-dîn, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 603; Ibn-Khallikân, op. cit., pag. 630 e nella edizione del baron De Slane, I, 724 e III, 106 della versione inglese; Abulfeda, Annali, op. cit., pag. 418 e III, 628 della edizione di Reiske; Taki-ed-dîn-el-Fasi, op. cit., pag. 659; Makrizi, op. cit., 665; Soiuti, op. cit., 671.
Si confrontino coi testi le notizie ch’io, prima di stamparli, avea date nella versione italiana del Solwân-el-Motâ’, Firenze, 1851, Introduzione, pag. XVIII segg. e nella versione inglese, Londra, 1852, vol. I, 20 segg.
[845]. Imâd-ed-dîn lo chiama Abu-Abd-Allah, e il Soiuti, Abu-Gia’far.
Non giova notare le varianti de’ titoli onorifici, che son molte.
Io non ho argomenti da credere che il disparere su la patria sia nato dalla diversità di coteste appellazioni secondarie, anzi tengo fuor di dubbio che l’autore di tutte le opere sia stato un solo. E ciò si vedrà chiaramente nel seguito del presente capitolo.
[846]. Si vegga il Capitolo precedente, pag. 665 di questo volume.
[847]. Codice arabico, n. MDXXX, del British Museum, nel catalogo di M. Riew, pag. 695. II Ms. porta la data del 759 dell’egira (1358), appartiene alla prima edizione e contiene il catalogo delle opere dell’autore.
[848]. Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 660, 661.
[849]. Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 692. Lascio in dubbio la città, perchè non ho trovato il nome di questo Sefi-ed-dîn nelle biografie degli uomini notevoli di Aleppo, il Kheir-el-biscer è stato autografato al Cairo dal Castelli, con la data del primo dell’anno 1280 (18 giugno 1863). Il testo, comunicato dall’autore il 566 ad un primo rawi, comparisce trasmesso da questi il 588. Vi manca affatto la dedica a Sefi-ed-dîn.
[850]. Chiamano gli Arabi così la più oscura stella dell’Orsa Maggiore.
[851]. Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 688.
[852]. Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 671. Il Soiuti dice positivamente che Ibn-Zafer compose il contento in quella medresa. L’autore lo chiama: “Il primo e più eccellente de’ suoi libri.”
[853]. Op. cit., pag. 686, segg. Si confronti la versione italiana del Solwân, pag. 216, 217 e l’inglese, I, 115, segg.
[854]. Valga per tutte le autorità Ibn-el-Athîr, anno 549, ediz. Tornberg, XI, 130, segg.
[855]. Si vegga il testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 681, segg. e nella edizione di Tunisi, pag. 1, segg. Si riscontri la versione italiana, pag. 1, segg.
L’anno della dedica ad Abu-l-Kâsim è notato da Ibn-Khallikân.
[856]. Testo di Tunis, pag. 2, linea 7.
[857]. Nelle biblioteche d’Europa, per quanto io ne abbia ritratto, abbiamo cinque codici della prima e circa diciassette della seconda edizione, ed anco in uno di quei cinque, il principio, supplito d’altra mano, appartiene alla seconda edizione.
Il Makrizi, Bibl., pag. 667, fa menzione d’una copia del Solwân legata dall’autore stesso al ribât del califo alla Mecca, la quale, dalla descrizione che se ne fa, apparteneva alla prima edizione. Par che v’accenni anco Hagi-Khalfa, là dove ei dice che l’autore aggiunse poi due quaderni al Solwân. Io credo, al contrario, ch’ei ne tolse nella seconda edizione, la cui prefazione è molto più breve; talchè il bibliografo ha scambiato il posto delle due edizioni.
[858]. Nel testo d’Ibn-Khallikân seguito dal Wüstenfeld, e in Makrizi, in vece di “nè bello in viso,” si legge “se non che era bello in viso.”
[859]. Così l’autore, Bibl. arabo-sicula, pag. 688.
[860]. Soiuti, pag. 671, lo chiama Gran Comento, senza il titolo speciale di Sorgente. Così anco Hagi-Khalfa, pag. 701, della Bibl. arabo-sicula.
[861]. Questo codice è serbato nella Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 248. È il secondo volume dell’opera, e corre dalla sura III, v. 86, alla fine della sura VI. Il comento non è fatto a verso a verso, ma prende un tratto del testo e indica le varianti; spiega poi le voci o modi di dire che lo richieggano. Seguono le osservazioni filologiche e grammaticali; indi la erudizione storica, tolta dalle tradizioni del Profeta e dalle leggende degli antichi Arabi, e infine i corollarii legali, ove occorrono.
[862]. Bibl., pag. 688 e più correttamente secondo il Makrizi, nella pag. 668, linea 3.
[863]. Bibl., pag. 684, 666, 671.
[864]. Bibl., pag. 666, 671.
[865]. Bibl., pag. 666.
[866]. Taki-ed-dîn, Bibl., pag. 659, 660 e Makrizi, pag. 667.
[867]. Così nel catalogo autentico, Bibl., pag. 689, 666. Si confronti coll’altro Mosanni, notato nella prefazione alla seconda edizione del Solwân, Bibl., pag. 684. Ma avvertasi che i primi due vocaboli del titolo son diversi in alcuni Mss. ed anco nella edizione tunisina del Solwân, pag. 3, ultima linea.
Il titolo confronta in entrambe al par che il subbietto. Si vegga la mia versione italiana, Introduzione, pag. XXXIV, XXXVI e 3, 4. Correggendo gli or citati luoghi della Introduzione, io ritengo unica Opera le due quivi notate ai ni 3 e 21 del catalogo. La Ma’ona, citata a pag. 684 del testo e 3, 4, della versione, è senza dubbio la compilazione di dritto malekita del celebre dottore, il cadi ’Jiâdh, notata nella continuazione di Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, tomo VI, pag. 651, n. 149, e più correttamente nell’abbozzo di catalogo de’ Mss. arabi della Lucchesiana di Girgenti, ch’io detti in litografia nel 1869, n. XV. Circa l’Iscraf, io credo che tra le varie opere designate con questo titolo da Hagi-Khalfa, Ibn-Zafer volle dir di quella d’Ibn-Mondsir-en-Nisaburi, edizione Fluegel, I, 318, n. 783.
[868]. Bibl., pag. 690, 671.
[869]. Questa notizia è riferita da Katifi, pag. 660. Il Fasi a pag. 661 dice parergli verosimile che sia accaduto qualche scambio di nome.
[870]. Bibl., pag 689, dove si vegga una variante ed a pag. 666, dov’è l’altra che ho preferita.
[871]. Bibl., pag. 689.
[872]. Bibl., pag. 689, 671, 705 e soprattutto a pag. 666, dov’è il testo di Makrizi.
[873]. Bibl., pag. 690 e 666, dove è da trasporre nella linea 17 i cinque vocaboli intermedii della linea 15.
[874]. Bibl., pag. 666.
[875]. Bibl., pag. 690, 666.
[876]. Bibl., pag. 690, 666.
[877]. Bibl., pag. 690, 666.
[878]. Bibl., pag. 690, e meglio a pag. 666. Quest’opera manca nel catalogo autentico del Ms. 1530 del British Museum, come si legge nel catalogo di M. Riew, pag. 695.
[879]. Bibl., pag. 689, 630, 666, 671, 701; ed a pag. 692 il principio del testo, secondo il Ms. di Parigi, Suppl. arab., 586, del codice del 724 dell’egira. Si vegga anco la nota del baron De Slane, nella versione inglese d’Ibn-Khallikân, tomo III, pag. 107, nota 2.
[880]. Mi sovviene, tra le altre, una citazione d’Ibn-Abi-Dinâr.
[881]. Citata qui innanzi a pag. 718, nota 1.
[882]. Bibl., pag. 700.
[883]. Bibl., pag. 630, 666, 671, 700, 706; ed a pag. 690, il principio del libro secondo i due Mss. di Parigi. Suppl. Arabe, ni 678, 679.
Si vegga anco la citata versione inglese d’Ibn-Khallikân, pel baron De Slane, tomo III, pag. 107, nota 3.
[884]. Bibl., pag. 680, 605. Si vegga anche Casiri, Bibl. arabo-hisp., II, pag. 156, n. 1697. La biblioteca di Gotha ha un esemplare del Dorer-el-Karer, come ha letto il dott. Moeller, nel catalogo, pag. 14, n. 72, traducendo il titolo: Margaritæ Frigidæ.
[885]. Bibl., pag. 690, 666, 671.
[886]. Ibn-Khallikân e Makrizi, ne’ luoghi citati.
[887]. Bibl., pag. 667.
[888]. Bibl., pag. 666. Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, I, 307, n. 760, attribuisce ad altri un libro che porta il medesimo titolo.
[889]. Libro IV, cap. xiv, a pag. 495 del secondo volume.
[890]. Bibl., pag. 689.
[891]. Ibid. ed a pag. 666. Il Soiuti, pag. 671, scrive il titolo Et-tankib, che vale lo stesso e dà col titolo di El-Mitwal (Le redini) un altro comento che tornerebbe al precedente. Si legge anche Et-tankib in Hagi-Khalfa, pag. 706. Ibn-Khallikân fa menzione di un “Comento delle Tornate” e di glose marginali della Dorret-el-Ghawwâs, i quali due libri, al suo dire, compongono due Comenti, grande e piccolo. Accenna anco a due comenti il Makrizi. Qual che sia la forma, il comento d’Ibn-Zafer fu adoperato dallo Scerisci, come si legge nella prefazione di M. De Sacy, Hariri, seconda edizione, Parigi, 1847, tomo I, pag. 5.
[892]. Bibl., pag. 689, 630, 666, 671, 702. Il testo della Dorret è stato pubblicato dal sig. Thorbecke, Lipsia, 1871.
[893]. Bibl., pag. 689, 666, 671.
[894]. Bibl., pag. 666, 671, 699.
[895]. Freytag, Proverbia Arabum, vol. III, parte 2ª, pag. 188, n. 26, dove si corregga il nome dell’autore.
[896]. Nel cap. IV, § ix, del Solwân. È la novella del Mugnaio e l’Asino, Notti 387, 388, nella edizione di Bulak, I, 569, 570, e nella versione inglese del Lane, 1ª edizione, II, 582.
[897]. Si veggano le due prefazioni nella Bibl. arabo-sicula, a pag. 681, segg., e 686, segg. e nelle versioni italiana ed inglese, II ec.
[898]. Kitâb-el-Fihrist, testo, Lipsia, 1871, pag. 304.
[899]. Hagi-Khalfa, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 703, e nella edizione di Fluegel, III, 611, n. 7227, cita la parafrasi in versi che ne compilò nel XIV secolo Tag-ed-dîn-Abu-Abd-Allah-es-Singiâri; e dice esserne state fatte varie traduzioni, delle quali poi cita soltanto una molto libera in persiano, intitolata “Giardini dei re” ec. Nella copia stampata dal Fluegel si aggiugne una traduzione turca di Khalil-Zadeh, scritta nella prima metà del XVIII secolo.
La bibliografia de’ Mss. che abbiamo in Europa, si vegga nella versione italiana, Introduzione, pag. LXV, segg. e nell’inglese, I, 93, segg. Si aggiungano: il Ms. parigino, Ancien Fonds, 374, che parmi del XVI o XVII secolo ed appartiene alla prima edizione; il Ms. di Monaco, n. 608, del catalogo del sig. Aumer, pag. 266; e i due Mss. del British Museum, ni 1444 e 1330, del catalogo di M. Riew, che son l’uno della seconda e l’altro della prima edizione.
[900]. Si vegga la raccolta di Mohammed-ibn-Ali, Ms. MC del British Museum, nel catalogo di M. Riew, pag. 302.
[901]. Tra gli altri, l’autore del Giâmi’-el-Fonûn, compilazione enciclopedica, Ms. di Parigi, Ancien Fonds, pag. 377.
[902]. Bibl., pag. 605.
[903]. Ossia “figliuolo di quel da Begia.” Si ricordano cinque luoghi di tal nome, due de’ quali in Affrica ed un altro in Portogallo (Beja).
[904]. Dsehebi, Ms. di Parigi, Ancien Fonds, 753, fog. 100 verso.
[905]. Soiuti, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 623.
[906]. Si confronti Dsehebi, op. cit., fog. 171 recto, con Hagi-Khalfa, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 702 e nella edizione di Fluegel, III, 498, n. 6633, dove il nome è intervertito: Abu-Iehia-Zakaria.
[907]. Biografia di tradizionisti, per Iehia-ibn-Ahmed-en-Nefzi-el-Himiari, detto Es-serrâg, Ms. della Biblioteca di Parigi, Ancien Fonds, 382, fog. 77 verso, nella vita di Omar-el-’Abderi, che nacque il 694. Stanno due tradizionisti tra lui e il siciliano, e però par che questi sia vivuto al principio del decimoterzo secolo.
[908]. Makrizi, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 663.
[909]. Makrizi, op. cit., pag. 668.
[910]. Makrizi, loc. cit.
[911]. Makrizi, op. cit., pag. 665. Nel Dizionario di Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, II, 440, n. 3655, e conseguentemente nella Bibl. arabo-sicula, pag. 701, la parte del nome che si legge Ibn-Mohammed-es-Sikilli va corretta, Ibn-es-Sikilli, secondo il Ms. di Parigi, Ancien Fonds, 875.
[912]. Dsehebi, Anbâ-en-nohat, nell’op. cit., pag 645.
[913]. Non voglio tradurre “in quinta rima,” perchè il confronto di cotesti nuovi metri degli Arabi occidentali con que’ delle lingue neo-latine e soprattutto della nostra, va fatto con lungo studio e sopra moltissimi esempii dell’una e dell’altra parte. Avverto intanto che la voce wazn, “peso, modo,” trattandosi di versificazione, è usata col significato di “misura;” il quale credo relativamente moderno, e forse nato in Spagna insieme con cotesti novelli metri.
Le cinque “misure” invero non si trovano, per diritto nè per rovescio, in questo componimento, dove le rime son tre; i versi di otto sillabe ciascuno, a modo nostro di scandere, e a modo dei grammatici arabi, di due piedi o di sei, se vogliasi considerare come verso l’intera stanza; e le stanze, infine, son sei. Potrebbero forse contarsi in ciascun verso cinque di quelle misure elementari che gli Arabi chiamarono “corde, piuoli e tramezzi” (si vegga Sacy, Grammaire arabe, 2ª ediz., II, pag. 619) come parti del verso, il quale appellano beit, ossia “tenda, casa” e in generale stanza. Ma coteste misure elementari non so che siano state mai dette wazn. Ho ragione piuttosto di credere che nelle nuove poesie il metro più comune sia stato di stanze da cinque versi e che perciò Imâd-ed-dîn, facendo un fascio di tutti i metri occidentali, li abbia battezzati “Quinte rime.” Si badi bene ch’ei non dice che questo componimento abbia cinque wazn, ma “che sia di que’ che recitansi con cinque wazn.” Mi conferma, nel mio supposto, il codice della Riccardiana di Firenze segnato col n. 194 e intitolato Megmû’-Kâmil, ossia “Raccolta compiuta” di Abu-l-Abbâs-el-Bekri. Tra le poesie della nuova maniera che il raccoglitore trascrive, scompartite per generi e specie, occorrono non pochi componimenti in cui le stanze, distinte sempre col titolo di beit ad inchiostro rosso e caratteri grandi, si compongono di cinque versi ciascuna. Lo stesso codice Riccardiano ha varii esempii di tekhmis o diremmo noi “quintuplicazione” di poesie altrui, che facevasi aggiugnendo quattro altri versi a ciascuno del testo; ma questo uso notissimo non ha che fare nel caso nostro.
Debbo avvertire infine che lo squarcio di poesia trascritto nella Kharida, mi sembra mutilato e mutatovi l’ordine de’ versi. In fatti il primo verso della terza stanza esce di rima, e la metafora obbligata della luna piena che spunti sopra un sottile tralcio di ben, vuol che segua immediatamente a quello il primo verso della quarta stanza. Similmente il senso richiederebbe che l’ultimo verso della seconda stanza seguisse immediatamente all’ultimo della prima. Si capisce bene che i copisti orientali del XII e XIII secolo si doveano imbrogliare spesso, avendo dinanzi agli occhi quell’insolito intreccio di rime e di versi, scritti con altre divisioni che non son quelle degli antichi emistichii.
Aggiungo che, anche in Ponente, i letterati teneano in non cale le mowascehe. Abd-el-Wahid da Marocco (testo del Dozy, pag. 63) che scrivea nel 1224 dell’èra cristiana, si vergogna di far parola delle eccellenti poesie dettate in tal metro da Abu-Bekr-ibn-Zohr.
[914]. Dopo il Freytag, Darstellung, ec. (1831) il barone De Hammer chiamò l’attenzione de’ dotti, su questa nuova maniera di poesia, nel Journal Asiatique di agosto 1839 (pag. 153 segg.) e di agosto 1849 (pag. 249 segg.); ma, al solito suo, trattò il subietto con leggerezza. Or l’hanno rischiarato orientalisti di vaglia, come il baron De Slane, il professore Dozy e il barone De Schack. Si vegga, dello Slane, la versione francese de’ Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, parte III, pag. 422 e segg.; del Dozy, le osservazioni critiche su questo lavoro dello Slane, nel Journal Asiatique di agosto 1869, pag. 186 segg., e dello Schack la Poesie und Kunst, ec. vol. II, § xiij, pag. 47 segg.
Ibn-Khaldûn, nella parte or or citata de’ Prolegomeni, dà ampii ragguagli sul nuovo genere di poesia, ch’ei non spregiava come Imâd-ed-dîn, e ne aggiugne moltissimi squarci ed anco interi componimenti.
Tocca un poco la mowascehe e i zegel Averroes, nel Contento medio su la poetica di Aristotile, a pag. 3 del testo arabico, che si stampa per le cure del dotto professore Fausto Lasinio, sul codice unico della Laurenziana, insieme con l’antica versione ebraica e con versione italiana e note. I luoghi d’Ibn-Bassâm ai quali accenna il Dozy, op cit., pag. 186, 187, rischiarano anco il subietto; e chi volesse studiarlo profondamente, troverebbe una vasta e sistematica raccolta nel codice della Riccardiana, del quale ho fatta menzione nella nota precedente.
[915]. Questo dubbio, che ognuno avrebbe a priori, è degno di ricerche positive. Il citato codice 191 della Riccardiana ci dà due serie di “Cantilene (neghm) dell’Irâk,” con versi brevi e mutazione di rime. Nell’Irâk si può supporre, al par che l’araba, l’influenza persiana.
[916]. Dozy, op. cit., pag. 187, 188; De Schack, vol. cit., pag. 52. Quantunque i versi di alcune mowascehe e zegel, ammettendo molte licenze poetiche, si possano ridurre a’ metri ordinarii degli Arabi, pure la misura per sillabe e accenti mi par che torni più costantemente esatta.
[917]. Prolegomènes, III, 441. Si confronti lo Schack, vol. cit., pag. 52.
[918]. Per evitare quattro consonanti di fila, scrivo mowasceha e non mowascsceha, come si dovrebbe. Il Vocabulista in Arabico, pubblicato non è guari a Firenze, dà, invece di quel vocabolo, il maschile mowascsceh, col riscontro latino “versus” e zegel, col riscontro “Cantilena vel versus,” pag. 111, 199, 279, 624.
[919]. Il barone De Hammer (Journal Asiatique, agosto 1839, pag. 153) non esitò a definire le ottave rime, invenzione degli Arabi, e dopo dieci anni, rincalzando (op. cit., agosto 1849, pag. 249) identificò il sonetto col zegel. Ma questo articolo è quello appunto in cui egli fa derivare dall’arabo la voce cancan!
[920]. Si legge il testo nella Bibl. arabo-sicula, pag. 580, dove si intendan fatte le correzioni che furon proposte dall’illustre prof. Feischer.
Eccone la traduzione verso per verso:
1.
“Cotesta gazzella adorna d’orecchini
Mi canta le nenie quand’io son lungi
E quando vede ciò che m’è avvenuto.
2.
Come (s’io fossi in un) giardino variopinto,
Quand’ella è meco, non mi cale (d’altro)
Poichè per l’amor suo mi consumo.
3.
Il suo volto è luna che spunta:
Superbisce quand’ha occupati tutti gli affetti miei,
Dond’io mi travaglio.
4.
Sur un tralcio sottile,
Si sollazza nel mio lungo dolore,
Allontanasi ed io sto per morire.
5.
Sdegnosa, inaccessa a pietà,
Non rifugge dal romper la fede,
Non ha (per me) che il silenzio.
6.
Tiranna, ingiusta,
Mutata da quella che fu una volta;
Sì ch’è felicità rarissima a trovarsi con lei!”
Trascrivo tre stanze del testo per dare un’idea del metro:
1.
Wa ghazalin musciannefi
Kad retha li ba’da bu’di
Lamma rea ma lakeitu.
2.
Mithlu raudhin mufawwefl
La obâli wahwa ’indi
Fi hubbibi ids dhâneitu.
3.
Waghuhu l-bedru tâli’an.
Taha lemma haza wuddi
Fainnani kad sciakeitu
Fi kadhlbin mohfahefi, ec.
Si ricordino le osservazioni che abbiam fatte nella nota 2 della pag. 738, intorno la scorrezione del testo.
[921]. Stesso Ms, fog. 3 recto, 6 verso.
“Scritto è nel Codice degli innamorati: morire o fuggir pria (che si sentano) le ripulse e i tormenti.
Se mi è parsa lunga una notte, ecco che l’aurora spunta con la dolorosa (rimembranza) di colei ch’è nascosa agli occhi miei.
Chi me ne dà contezza? Per la sua assenza i solchi delle lagrime mi rigan le guance.
S’io penso a lei, le palpebre degli occhi miei sembran ramo di tamarisco molle di pioggia, quando il vento lo scuote.”
[922]. Ms. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 3 recto.
“M’incresce di rimanere in vita finchè non ritorni certa persona assente, che non lascia prender sonno agli occhi miei.
Come bramar la vita lungi da costei, tanto amata, che avrei data tutta la eternità per un sol giorno goduto con lei!
Io mi querelava quando non la vedeva, e pur l’era presso; ed ora conosco che cosa sia la lontananza!
Io bramo di potere svelare il tuo nome a tutto il mondo: ed ecco i malevoli a dir che non mi curi di te!”
[923]. Stesso Ms., fog. 2 recto.
“Dal tramonto del Sole infino all’aurora, bevemmo temperato un (vino biondo come il) Sole,
Quando i raggi del Sole battean sul Nilo, come punte di lance su le corazze.”
[924]. Ibid.
“Una smilza che quando balla dinanzi la brigata, fa ballare il cuore a chi guarda: tanto eccelle nell’arte!
Sì leggiera al passo, che quand’ella gira e atteggiasi dinanzi a chi ha gli occhi infiammati, questi non si duole del mal di capo.”
Stesso Ms., fog. 4 recto.
“O gazzella che il Creatore plasmò tutta di bellezza e leggiadria,
Ch’io mi sollazzi in questi giardini, senza trascorrere, nè cogliervi frutto:
Io non vengo mica a far male; ma soltanto a rallegrare lo sguardo.”
[925]. Ms. citato, fog. 2 recto.
“Ne’ contrattempi e ne’ frangenti, noi tenghìamo consiglio coi segreti degli animi nostri;
Ciascun fa sue querele, e così comprendiamo a che siam giunti, senza timor di spie, nè di scolte.”
Si riscontri il cap. xiv del libro IV, vol. 2º, pag. 520, 524, dove si fa menzione d’un Abu-l-Hasan, che ha gli stessi nomi di costui, fuorchè l’ultimo “ibn-abi-l-Biscir,” invece del quale si legge “ibn-el-Biscir:” e potrebbe essere errore di copia ed anche variante d’uso. Anche l’età coinciderebbe. Ma da un lato mi farebbe maraviglia che fossero sfuggiti a Imâd-ed-dîn i versi a lode de’ ministri egiziani; e dall’altro è da notare che nella Kharîda il nome è anche scritto una volta ibn-abi-l-Besciâir.
[926]. Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 581.
[927]. Kharîda, op. cit., pag. 586.
“O Beni-l-Asfar (gente bionda) voi dovete il prezzo del mio sangue: de’ vostri è il mio uccisore, il ladrone che m’ha spogliato.
È bello dunque il fuggir chi t’ama? È lecito ciò nella religione del Messia?
O tu dall’occhio languente senza malattia, quando tu alluci un (ferito in) cuore, eccol già sano!
Ogni sorta di bellezza, dacchè io vi ho visti (o gente bionda), par brutta agli occhi miei.”
Si ricordi che gli Arabi chiamavan Beni-l-Asfar i Romani e i Bizantini.
[928]. Ms. di Parigi, fog. 11 verso.
“Le mie lagrime già scopron l’amore: non reggo più alla passione che m’ispira questa verginella, guardandomi con due occhi d’antelope. La bionda che ama il vestito bianco e tinge il velo nel rosso del cartamo.
Oh quel camiciotto e quel velo riflettono il colore su chi la guarda; ond’egli (a vicenda) si fa bianco e arrossisce!
Crisolito ella è, legato in lamina d’argento e coronato di vermiglia corniola.”
[929]. “Una fanciulla mi ha rapito il cuore di mezzo il costato: l’adesca assiduamente co’ suoi vezzi!
Donzella dalla guancia (porporina) come il suo camiciotto; dal velo bruno come le sue ciocche:
Le pietre preziose del suo monile tondeggiano come il suo seno; le minuterie ond’ella s’adorna, hanno il colore dell’afflitto mio viso.
Ella, col suo wisciâh, col velo e con gli ornamenti, sembra a chi la affisi, un Sole vestito di splendore, coronato di fitte tenebre e circondato di stelle.”
[930]. Kharîda, op. cit., pag. 601. I versi ai quali s’accenna, leggonsi nel citato Ms. di Parigi, fog. 116 recto e verso. Il poeta siciliano ne scrisse tre, per chiedere il libro: ed Abu-s-Salt gliene mandò con sette versi su la stessa rima.
[931]. Ms. di Parigi, fog. 11 verso, 12 recto.
[932]. Fog. 12 recto.
[933]. Fog. 12 recto a 13 recto.
[934]. Fog. 13 recto.
[935]. Fog. 13 recto e verso.
[936]. Si confronti la notizia di Imâd-ed-dîn, Bibl. arabo-sicula, pag. 587, con quella di Zuzêni, op. cit., pag. 619. Questa seconda notizia fu già pubblicata, non senza errori, dal Casiri, Bibl. arabo-hisp., I, 434, e quindi dal Gregorio, Rer. Arab., pag. 237, e citata dal Wenric, Rerum ab Arabibus, ec. pag. 305.
[937]. Anonimo, presso Imâd-ed-dîn, loco citato.
[938]. Imâd-ed-dîn, nel Ms. parigino della Kharîda, fog. 16 recto.
[939]. Ms. citato, fog. 16 recto segg. L’elegia principia:
“Difficile è il conforto; immensa la separazione e la perdita; e ne piomba nell’anima più dolore ch’ella non cape.
Piangete, occhi, lagrime schiette e sangue; poichè a questo colpo non v’ha schermo!
················
Non bastava la Terra a’ suoi benefizii, ed or basta al suo corpo la fossa che gli hanno scavata.
Chi rimane agli orfani ed a’ viandanti, che le sue mani soleano dissetare e saziare?
················
Vengono gli Angeli della Grazia ad annunziare ch’egli è asceso agli eterni giardini.
Chè già le sue azioni gli aveano apparecchiato l’albergo ne’ luoghi dove posano le anime generose.
Che è questo che gli uomini sanno bene ch’e’ s’ha a morire, e poi, mettendosi in viaggio, non pensano a provvedersi del vitto?”
[940]. Ms. citato, fog. 17 recto.
“Lo piangono i destrieri di battaglia e spezzano il morso, non sentendo più i suoi sproni.
Vanno di passo, ancorch’e’ siano purissimi di sangue tra tutti i cavalli, valentissimi al corso e smilzi sopra ogni altro.
Per poco le spade indiane non si torcono dal dolore, sì che i foderi si spezzino allo sguainarle.”
[941]. Ms. citato, fog. 16 recto.
“Guancia lussureggiante di gelsomino e di rosa; bocca rivale della camomilla e del vino,
Per Dio, io t’amo, sì che lungi da te non reggo alla passione dell’animo:
La mia vita sta nella (speranza di) trovarmi un giorno con te; la mia morte nel (timor) che duri questa nostra lontananza.”
I poeti arabi usano spesso cotesto paragone della camomilla per significare la bianchezza dei denti.
Nel ms. citato, fog. 14 recto, si legge una kasida nella quale il poeta si lagna della:
“Smilza, che l’antelope del deserto le invidia tanto il collo; e l’aurora al par che il tramonto, desidera il (colorito del) suo volto.”
E conchiude con questi versi:
“Messi tutto l’animo mio nell’amore e inghiottii (anche) il disprezzo. Ed or mi son rivolto alle bellezze dello stile; mi son gettato a briglia sciolta nell’ippodromo loro.
Accortomi del buon sentiero e del tempo perduto dietro gli errori,
Ho abbandonato l’amore, ho cacciate via le (male) usanze, mi sono scostato dall’amor volgare ed egli s’è scostato da me.”
[942]. Ms. citato, fog. 15 recto. Questa poesia sembra fatta per cantarsi da qualche donna di un harem.
“O mio padrone, luce del mio cuore, anzi luce di tutti i cuori,
Non vedi tu come il mio corpo è dimagrato e smunto (il viso);
Quanta arsura m’è entrata nel cuore e qual bàttito?
E tu sempre mi respingi, senza mia colpa!
Chè, se colpa ho io, tu puoi cancellarla:
Ma ch’io ti offenda, è molto lungi dalla mente di chi ha fior di senno!
Al mio male non v’ha medicina e non v’ha medico,
Per me non v’ha farmaco che di abbracciare chi amo.
O mio padrone, s’io mi struggo d’amore, non è maraviglia!
Spegni tu la sete del mio cuore con una visita, e tosto:
Chè nel nocciolo del mio cuore arde la gehenna!”
[943]. Così egli descrive la lettera dell’amico, nello squarcio di versi tramezzato alla prosa d’una epistola, ms. di Parigi, fog. 17 verso.
“N’esalò, quand’io ruppi il sigillo, un’auretta impregnata di muschio, di legno d’aloe e d’ambra.
L’occhio mio sollazzossi in giardini, dove biancheggiava il giglio, il mirto e la rosa:
Una pagina (nitida come) splendore diurno, su la quale spiccavano righi di tenebre nerissimi;
E lessi parole di rubini infilzati nella collana con (altre) pietre preziose e con perle;
(Parole che) se le sentisse l’egro, gli cesserebbero ogni dolore; anzi desterebbero un cadavere dal sonno della tomba. “
[944]. Si leggono questi versi nel ms. di Parigi, fog. 20 recto.
“Lo stuolo delle virtù si ferma (nel cammino) per cagion del dolore; l’eccelso monte della nobiltà rovina e precipita.
Oh qual seguito di mali s’appressa, mentre (da un altro lato) s’allontana ogni prospetto di gioia!
Che avverrà mai della luce del Sole e di quella che gli dà lo scambio, se questo faro di laude e di gloria è demolito?
(Soprattutto) ci accora che, mentr’egli pur alberga in uno degli elementi, la scellerata (morte) toglie alla sua mano di strignere (la spada) e d’allargarsi (donando).
Come colomba alle colombe, così ei s’accomuna con le anime de’ generosi che va incontrando.
O trafittura crudele! O rammarico che (strappa) le lagrime (dagli occhi)! O sorte nemica! O morte fiera!”
Pazienza, pazienza! La morte pria d’oggi ha cancellati tanti re, come si cancella la scrittura ne’ libri!
[945]. Questa bella iscrizione è stata pubblicata tante volte e l’ultima da M. Fresnel, con la versione inglese di Farès Schidiâk, nel Journal Asiatique di novembre 1847, pag. 439. La scrittura, e, con certezza non minore, l’uso della lingua, vogliono che il passo, reso dal sig. Schidiâk “an attendant of Ibn-es-Soosee” si legga, “ch’era chiamato Ibn-es-Susi.” L’epitaffio è dato il 569 (1174). Si vegga il Cap. viij del libro V, a pag. 213 di questo volume, nota 3.
[946]. La frase comunissima che traduco così, suona letteralmente “il luogo dove cadde la sua testa (nascendo).”
[947]. Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 588, 589.
[948]. Op. cit., pag. 600 segg.
[949]. Diploma arabico di settembre 1161, appartenente alla Commenda della Magione, serbato oggidì nell’Archivio regio di Palermo. Il cadì si chiamava Abu-l-Fadhl-Regiâ, figlio di Abu-l-Hasan-Ali, figlio d’Abu-l-Kasim-Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ. Tra i testimonii si legge anco Mohammed-ibn-Ali-ibn Abd-er-Rahman-ibn-Regiâ.
[950]. Bibl. arabo-sicula, pag. 600 segg., del qual testo il baron De Schack ha data nella sua Poesie und Kunst, ec. II, 44 segg., una traduzione in versi tedeschi, talvolta libera, ma sempre elegante.
Ecco gli squarci dell’elegia.
“Si piange! Oh come scorrono le lagrime dagli occhi e dalle palpebre stanche! Oh come struggonsi i cuori e i petti!
La luna più splendida s’è occultata e s’è oscurato il mondo; crollan le pietre angolari della magnanimità e della gloria.
Ahi, quand’egli fu perfetto in sua bellezza e maestà, onde superbivano di lui tutte le regioni della possanza,
Lo rapì allora di furto il crudel fato: la morte traditora, infesta alla sua gloria.
Così anche accade alle lune nel meglio: quando le son piene, la vicenda del tempo vuol ch’esse manchino!
Ben è ragion che si pianga per lui, con lagrime sparse sopra guance di perle e di coralli;
Che petti ardano, animi ammalino, affanni aggravinsi, cordogli ingrossino,
Sgorghino doglienze, occhi abbondino di pianto: sì che il flusso delle onde vada a incontrarsi co’ fuochi!
Lo piangono le sue tende e i suoi palagi; le lance e le spade gli recitan l’elogio funebre;
Il nitrito si fa gemito nelle gole de’ cavalli, quantunque costretti dai morsi e dalle testiere.
E per chi piangono, se non per lui, le bigie de’ boschetti? Se comprendessero, anche i rami piangerebbero insieme con le colombe.
Oh gran perdita! Oh sventura, maggior d’ogni costanza, rifuggente da ogni conforto!
Oh giorno d’orribile spavento, di terrore che fe’ incanutire i fanciulli!
Come se l’(angiolo) banditor del Giudizio fosse venuto a convocare le creature, e tutte lì lì fossero surte;
Così bastava appena il terreno alla gente (uscita di casa all’annunzio) e trassero a stuoli in un prato, uomini e donne.
E cuori si squarciarono, non che i vestiti, e usignuoli ripeteano il verso, e animi (forti) sbigottirono ed (alti) intelletti.
Eran vestiti a festa come candide colombe, e ritornarono che parean corbi, con le gramaglie del dolore.”
Ho tradotto “bigie” il plurale wurk, che ha in origine tal significato, e indi vuol dir “colombe:” ma non si può rendere in italiano il bisticcio che fa questo vocabolo con werek “fronde,” in guisa che permette al poeta di ripigliare la figura nell’altro verso, dicendo che piangerebbero anche i rami, ec. Nel penultimo verso il verbo che ho tradotto “ripetere,” nasconde un’altra malizietta del poeta, significando al tempo stesso “gorgheggiare” e “recitare il motto: Noi appartenghiamo a Dio ed a lui ritorneremo.” Cotesta sentenza, tolta dalla sura II, v. 151, del Corano, sogliono borbottare i Musulmani ne’ maggiori pericoli o calamità. Come si fa a riportare in italiano gioielli di tal pasta?
[951]. Bibl., pag. 582. Questo e i due squarci di Abd-er-Rahman da Trapani e d’Ibn Bescrûn, che daremo or ora a pag. 756 e 759, furono pubblicati per la prima volta, con traduzione francese, dal baron De Slane nell’articolo del Journal Asiatique, II serie, tomo XI, pag. 362 segg. (1841), nel quale ei die’ ragguaglio della traduzione della Geografia di Edrîsi, per M. Jaubert.
Io ho confrontato il testo col Ms. del British Museum e l’ho ristampato nella Bibl. arabo-sicula, con le varianti e con le lezioni ch’io presceglieva e quelle anco che m’erano gentilmente proposte dal dotto professore Fleischer. Il barone De Schack, op. cit., II, 41, 42, 261, ha data di questi squarci una buona traduzione tedesca, in versi, fondata sul testo della Biblioteca.
[952]. Il baron De Slane ha letto ’Akîk “corniola.” Ma ’Atîk “vecchio” significa specialmente vino; e mi conferma in questa lezione la desinenza femminile dell’aggettivo che segue.
[953]. Ma’bed fu celebre cantatore della corte omeiade in Damasco.
[954]. Ho seguite in questo verso due lezioni diverse da quelle dello Slane.
[955]. Evidentemente allude a quella che un tempo fu chiamata “la Sala verde;” su la quale si vegga una erudita dissertazione del barone Raffaele Starrabba, nelle Nuove Effemeridi Siciliane del 1870.
[956]. Altrimenti detti della Favara. Una delle due sorgenti d’acqua del parco regio che racchiudea la villa alla quale fu dato tal nome, si chiamava della Rupe; come l’attesta Ibn-Haukal, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 9 e nel Journal Asiatique, serie IV, tomo V (1845), pag. 99. Il nome veniva dalla rupe ora detta di Santo Ciro, sotto la quale sgorga quell’acqua, che si addimanda ancora di Maredolce, dal lago che faceva un tempo.
[957]. Bibl., pag. 581 segg.
[958]. Io veramente non son certo che la voce “bahrein” s’abbia qui a tradurre due mari, più tosto che due laghi. Nel primo caso, l’un de’ mari sarebbe il golfo di Palermo e l’altro il lago d’acqua dolce, doppio o scempio che si voglia supporre. Nel secondo caso, il poeta potrebbe alludere a’ due laghetti formati dalle sorgenti di Maredolce e della Favara propriamente detta, le quali sono distanti quattro chilometri l’una dall’altra. La prima alimentava certamente un lago; ma che questo si estendesse fino alla seconda non è provato, per quanto io sappia, da scritture, nè dalla topografia.
[959]. Ancorchè il lago di Maredolce sia prosciugato fin dai principii di questo secolo, il letto della parte superiore si scorge benissimo, e non v’ha dubbio che il castello o villa regia sporgea dentro il lago, ma rimanea congiunto alla riva.
[960]. Seguo le lezioni proposte dal Fleischer, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 585.
[961]. Leggo il secondo emistichio in modo da mutare affatto il significato supposto dal baron De Slane.
[962]. Corano, sura LXXXI, verso 12.
[963]. Bibl. arabo-sicula, pag. 587 seg. e 616, dove si legge una breve notizia che ne dà il Dsehebi, nelle Biografie de’ Grammatici.
[964]. Così anche il suo prototipo, Ka’b-ibn-Zoheir, nel celebre poema che gli valse il perdono di Maometto, incomincia piangendo per l’allontanamento della bella So’àd e passa d’un salto alle lodi del Profeta.
[965]. “Cercando sollievo, ei volea porre altra (bella) in vece di So’àd nel nocciolo del suo cuore;
E sperava che, per principio, l’immagine di lei venisse a visitarlo (in sogno): ma il gran dolore gli negò la dolcezza del sonno.
Oh se vi fosse stato il re Ruggiero, quel che fa conoscere agli amici la magnificenza del suo affetto,
Non avrebbe (il poeta) ricusato di bere nella tazza preziosa, il giorno che (So’âd) allontanossi; ma avrebbe visto nell’oroscopo del re la faccia della gloria.
················
Pronto a’ doni, com’è pronta l’indica spada ch’ei brandisce a due mani il giorno della mischia,
Rifulge nelle tenebre l’aurora della sua fronte, talchè diresti che la luce del Sole invidia anch’essa questo (eroe).
Egli ha piantata la tenda là dove spuntano i Gemini: le Plejadi e i due grandi luminari gli fan da piuoli;
E quando s’arruffano le cose, allora il suo brando affilato scrive coll’inchiostro suo, in guisa da far tornare bianchi que’ che parean più neri.
················
O monarca, roccia di granito su la quale la fierezza tien saldi i pie’;
Tu che, provocato dagli spiriti dei nemici, li disperdi scherzando, percossi dai tagli delle tue spade.”
[966]. Dozy, Catalogus CC. OO., Bibl. Acad. Lugduno Batavae, tomo II, pag. 263, tra i titoli de’ capitoli e i nomi de’ poeti che leggonsi nella Kharîda d’Imâd-ed-dîn. Si confronti la Bibl. arabo-sicula, pag. 599, 601.
Il Mokhtar è registrato da Hagi-Khalfa, edizione Fluegel, IV, 146, n. 7901 e V, 438, n. 11590 e nella Bibl. cit., pag. 704, 705. Notasi inoltre in Hagi-Khalfa, III, 593, n. 7146, un Sirr-el-Kimia (Segreti dell’Alchimia) dello stesso Ibn-Bescrûn.
[967]. Bibl., pag. 583. Si riscontrino le spiegazioni che abbiam date per alcuni vocaboli, trattando di quell’altro componimento qui innanzi a pag. 755 segg.
Anche qui ho preferita qualche lezione diversa da quella che seguì il baron De Slane nella sua prima pubblicazione.
[968]. La voce ghoraf, plurale di ghorfah, è stata dal baron De Slane tradotta un po’ vagamente étages. Il significato di “loggia, belvedere,” si scorge preciso ne’ passi di Makrizi, Kitâb-el-Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo II, pag. 250, lin. 19, e di Ibn-Giobair, ediz. Wright, pag. 271: e così lo dà anche il Cuche, nel Dizionario Arabo-Francese, Beirut, 1862. Intorno gli altri significati, si vegga la voce “Algorfa” nel Glossaire des Mots espagnols, etc. per Dozy ed Engelmann.
[969]. Ho amato meglio lasciar questo vocabolo indeterminato com’esso è nel testo. Pur sembra che il poeta, più tosto che alla cacciagione del parco reale, abbia voluto alludere a’ lioni di marmo notati dal poeta di Butera, al quale ei risponde, seguendo non solamente il metro e le rime, ma facendo anco la parafrasi di ciascuna idea, come in un indirizzo parlamentare con cui l’uso vuol che si riscontri per filo e per segno il discorso del trono.
[970]. Il testo ha la voce dibag e la mette al plurale. Di questa voce abbiam già fatta menzione e la traduciamo broccato, perchè dinota ricco e grave tessuto di seta.
[971]. Mi par che in questo verso il verbo s’abbia a supporre all’optativo, che in arabico è il passato. Mi discosto in ciò dal baron De Slane che ha tradotto “Il est là” etc. Intendo poi in modo affatto diverso gli ultimi due vocaboli, ch’egli ha resi “admirables monuments.” Mesched, di cui abbiamo qui il plurale, significa luogo di adunanza, luogo dove si fa testimonianza, e indi “martirio, santuario;” ma non so che gli Arabi abbian mai chiamato così un sontuoso edifizio in generale. Seguendo questo pensiero, che non è arabo, nè del XII secolo, il dotto traduttore ha dovuto usare forza all’ultimo vocabolo e farne uno degli aggettivi che oggidì si accoppiano inevitabilmente con “monumento.”
[972]. Bibl. arabo-sicula, pag. 586. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 10 verso. Ed ecco que’ della kasida:
“Quanti uomini eccelsi la fortuna ha messi giù, in condizione inferiore, dopo aver sorriso ad essi!
Quanti uomini da nulla si sono rimpannucciati: han salito ogni monte, arrampicandosi fino alla cima!
Maledetta la fortuna che ha depressa l’altezza del mio grado; m’ha scemati i fratelli e moltiplicate le ingiurie!
Quand’ella oscura la riputazione d’un uomo, eccotelo stecchito: a chi lo guardi, par ch’ei dorma (l’ultimo sonno).”
[973]. Bibl. arabo-sicula, pag. 581.
Il primo epigramma è scritto ad “un certo capo” che non si era lasciato veder da lui. Il professore Fleischer, rivedendo le stampe della Biblioteca, propose di leggere “tempo” in vece di “capo,” la quale lezione avrebbe riportato a Ruggiero il fatto del ributtare il poeta. Ma non ostante il gran rispetto che io ho per quel sommo maestro, non veggo ragione di mutare la mia traduzione. E i versi mi sembrano sì impertinenti, da non potersi credere che il poeta li abbia indirizzati a Ruggiero.
[974]. Ms. di Parigi, fog. 8 recto. Il primo epigramma è questo:
“Superbì colui ch’io andai a visitare e si chiuse, lasciandomi fuori, mentre egli non si ascondeva a questo nè a quell’altro.
Pria di conoscermi egli avea fatti stendere drappi del Sind e della Cina (per farmi onore).
La mia sventura vien tutta da lui. Così foss’io morto pria di questo (affronto).”
Ecco l’altro epigramma:
“Gli amici della tua fortuna, fa di accoglierli come nemici, con l’arme in mano.
Nè ti illuda (se loro spunti in volto) il sorriso, chè la spada ti ammazza luccicando.”
[975]. Si vegga il Capitolo precedente, pag. 684, di questo volume.
[976]. Bibl. arabo-sicula, pag. 582. Questi due versi portano a credere che l’autore sia vissuto nella seconda metà dell’XI secolo, ancorchè la raccolta, in cui Imâd-ed-dîn dice averli trovati, si riferisca alla seconda metà del XII. Pure un musulmano che avesse vista la Sicilia verso il 1150 e poi verso il 1162, avrebbe potuto pensare anche così.
[977]. Nel Ms. di Parigi, fog. 8 verso e 9 recto.
Sono tre squarci, dei quali traduciamo quel che ci sembra il migliore.
“Mi lamentai, ed ella disse: Tutto questo mi dà noia! Che Dio sollevi il tuo cuore dall’amor che senti per me!
Ma quand’io nascosi la passione, eccola a tentarmi: Troppo hai sofferto (in silenzio). Non fa così chi è afflitto profondamente.
Dunque s’io mi appresso, ella mi respinge, e s’io mi allontano per farle piacere, me l’ascrive a colpa.
Le querele divengon fallo; la pazienza la fa andare in collera; s’affanna quand’io sto lungi, e fugge quando son presso.
Oh vicini, se sapete qualche artifizio (che mi tolga da quest’impaccio) consigliatemelo e che Dio ve ne rimeriti!”
[978]. Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Imâd-ed-dîn dice ch’egli “arrivò al tempo di Nûr-ed-dîn e morì, ec.” Dunque era già in Damasco quando se ne impadronì Norandino.
“Ve’ l’accinto, che tien la croce appesa al collo e s’avvolge l’evangelo attorno il farsetto!
Ei spegne il fuoco a notte inoltrata e in vece di candela adopra la fragranza del fiasco.
Il suo bicchiere comparisce al viaggiatore notturno come stella che lo conduce infino all’aurora.”
Ho tradotto “accinto” l’aggettivo mozanner, ossia “cinto di zonar,” cioè quella cintura che, secondo le leggi musulmane, dovean portare gli “dsimmi” ossia Cristiani, Giudei e Sabii, per distinguersi dal popolo dominante. Qui vuol dir meramente, cristiano. Non so se i Cristiani di Palermo nel XII secolo usassero una fascia al cinto; ma dicerto non v’erano obbligati.
Ho reso “farsetto” la voce wisciâh, della quale si è detto poc’anzi. Il poeta, senza dubbio, adopera la voce vangelo per significare qualche preghiera cristiana scritta su striscia di pergamena, qualche “Postiglione di San Francesco di Paola” usato in quei tempi.
Il secondo verso allude evidentemente al notissimo statuto normanno del coprifuoco.
[979]. Si vegga la Rivista sicula di novembre 1869, pag. 378 segg.
[980]. Bibl. arabo-sicula, pag. 581. I versi nel Ms. di Parigi, fog. 6 verso.
“Costei che t’ammalia con gli occhi e sembra una huri fuggita dal Paradiso,
Sorridendo ti fa vedere perle e gragnuola, sparse in mezzo all’acceso color della corniola.
La sua bellezza ecclissa la luna del Cielo; e quando tu affisi le sue pupille, ti senti inebriare.
Il viso splende com’oro al par del Sole; il petto e il grembo sono un mucchio di gioielli.
Io le dissi, fuor di me pel dolore, accecato ch’io era da’ raggi della sua luce,
O superba, tu mi respingi perchè ne gioisca il mio detrattore!
Ed ella a me: Io ho un cuor duro, da far malo augurio allo spasimante che prende a gioco l’amore.
E andò via, come la luna nella sua altezza, con superbo incesso, senza voltarsi.”
[981]. Ms. citato, fog. 7 recto.
“Io ti racconto, o signor mio, cose che uomo non ha mai patite;
Calamità che m’erano scritte su la divisa dei capelli, con le quali or compio il mio destino.
Fui preso, ahimè, e (lo giuro) per la tua vita, io non me ne accorsi:
La vidi che stava sopra un talmik (?) come se il ramo avesse portata (per frutto) la luna.
Ed avventommisi addosso fieramente. Che opera così l’uom generoso quand’ei può?”
[982]. Bibl. arabo-sicula, pag. 582. I versi leggonsi nel Ms. di Parigi, fog. 7 verso, seg. Lasciando la proposta e risposta, alla quale ho accennato, tradurrò alcuni altri di simile argomento.
“Smettono le ingiurie e scansano la collera. Capisco e lor concedo favori,
E perdono il mal che mi han fatto; (perdono) di tutto cuore, pienamente.
Volentieri sentirei, e valuterei molto, una parola di rincrescimento: essa porterebbe via, tondo, ogni mal fatto.
Mi seppe salmastra l’acqua del vostro affetto e pure la bevvi, e volli mescere (in cambio) dell’acqua dolce!”
[983]. Come Aghlabita egli apparteneva alla tribù di Sa’d. Tuttavia questo nome etnico si potrebbe riferire al Kasr-Sa’d presso Palermo, di cui Ibn-Giobair, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 88 e nel Journal Asiatique di gennaio 1864, pag. 75, 76.
[984]. I versi e il cenno biografico si leggono nel Fewât-el-Wafiâl, di Mohammed-ibn-Sciakir-el-Kotobi, stampato al Cairo il 1283 (1866), pagina 354 segg.
Troviamo a pag. 355:
“Bianche (donzelle) con uno sguardo sfoderano spade affilate, le (cui) guaine sono le palpebre.
E (indi nelle nostre) gote le lagrime scavano solchi e gli occhi abbondano come fonti.”
“Hai neglette le faccende tutte quante, senza adoprarti perchè andasser bene, nè affliggerti (del contrario).
Pur l’uno e l’altro, ancorchè contrarii, tornano allo stesso effetto, cioè far andare a male ogni cosa.
Ecco che noi si scrive questo, si ordina quest’altro, e poi si ritorna com’eravam prima.”
[986]. “Ed io con ogni aura gli mandava un saluto, per tutto il tempo che soffiavan l’aure, mattina e sera!”
[987]. Bibl. arabo-sicula, pag. 599. Si vegga il capitolo iv di questo libro, pag. 485 del volume.
[988]. Cap. v di questo libro, pag. 541.
[989]. Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 107, 109, 111, 112, 124, 126, con le varianti date nella mia Prefazione, pag. 42.
[990]. Bibl. arabo-sicula, pag. 152, 153. La tribù dei Beni-Rowaha stanziava ne’ dintorni di Barka.
[991]. Secondo alcuni Panaria è l’Evonymos degli antichi e secondo altri l’Hicesia; ed altri dà il primo o il secondo di cotesti antichi nomi ad altra delle isole Eolie. Non è facile decidere simili dubbii, essendo le Eolie vicinissime tra loro, ed alcune sì piccole, che nella descrizione talvolta si trascurano come scogli. Pure le latitudini e longitudini delle varie isole Eolie, secondo Tolomeo, aggiungon fede alla opinione che identifica Hicesia con Panaria.
[992]. Bibl., testo, pag. 22, 23.
[993]. Op. cit., pag. 24. M. Jaubert ha tradotto poco esattamente questo luogo nel vol. II, pag. 73, lin. 2, 3.
[994]. Op. cit., pag. 24. Traduco “antilope” il vocabolo zabia, tzabia, dhabia, thabia, ec., che gli Arabi forse apposer vagamente a novella specie del genere cervus, o del genere capra, forse il camoscio o il capriolo, quando la videro per la prima volta ne’ paesi occidentali. Il Vocabulista in arabico dà i due significati diversissimi di “capra” e “damma.”
[995]. Amico, Dizionario topografico della Sicilia, nel capitolo di Favignana.
[996]. Lib. IV, cap. xiij, pag. 443 del II volume.
[997]. Bibl., pag. 36. Il testo ha precisamente merkeb; voce generica, usata per le navi con ponte.
[998]. Op. cit., pag. 38.
[999]. Op. cit., pag. 40, 41. L’autore si serve dei vocabolo merkeb nel primo caso, e di kârib nel secondo. Credo che i merkeb siano stati, in generale, più grandi che i “lautelli” e altri legnetti ai quali or dà ricovero quel porto.
[1000]. Op. cit., pag. 35, 39.
[1001]. Op. cit., pag. 41.
[1002]. Op. cit., pag. 36.
[1003]. Op. cit., pag. 38. Il nome arabico, or corrotto in quella strana forma, è ’Ain-el-aukât. “La fonte (che sgorga) a momenti.”
[1004]. Bibl., pag. 35.
[1005]. Op. cit., capitolo VII, sotto i nomi citati.
[1006]. Ho toccato quest’argomento nel libro II, cap, vj, xij; lib. IV, cap. iv; lib. V, cap. x: vol. 1, pag. 326 segg., 465 segg.; vol. II, pag. 275 segg.; vol. III, pag. 309 segg. Tre volte par di afferrare il bandolo nella descrizione d’Edrîsi, e subito lo si perde. L’iklim di Demona non può rispondere al valle, perchè ve n’ha tanti e tanti altri nell’isola; e non può significar territorio di comune, perchè Edrîsi non descrive Demona, nè la nomina in altro luogo che questo. Sembra poco appresso di trovare il riscontro in ’aml, che vuol dir governo e territorio sul quale si estende; tanto più che questo vocabolo occorre in Noto (pag. 37 dei testo), la quale ha “un ’aml di larga superficie ed un iklim di eccellente condizione:” e il dubbio par divenga certezza in Castrogiovanni, col suo “’aml di larga superficie e i suoi iklîm di larghe condizioni;” il qual bisticcio mostrerebbe almeno che un ’aml potea contenere parecchi iklîm. Ma ecco l’’aml e lo iklîm, al singolare, anche in Marsala; i vasti iklîm di Mazara e di Trapani, alle quali non si dà ’aml (pag. 40); e gli iklîm di Cefalù, Calatamauro, Calatubo e Licata, e Sciacca, ch’era «come la città capitale degli iklîm e degli ’aml dei dintorni.» Da ciò si potrebbe conchiudere che que’ due vocaboli non avessero significato tecnico in Sicilia, come l’avevano in Egitto (cf. vol. II, 275, nota 4), o che Edrîsi li adoperasse a capriccio, o infine che gli iklîm fossero due soli nella Sicilia orientale, e assai numerosi nella regione a ponente di Castrogiovanni.
A quest’ultimo supposto mi par che conduca l’ordine seguìto da Edrîsi nella descrizione de’ paesi posti dentro terra. Ciò ch’io dico, si capirà meglio quando si legga la descrizione di Edrîsi con una carta alle mani, e si pongano su i paesi de’ segni di colore diverso, cambiandolo ogni volta che l’autore torna addietro. Così il Valdemone, ch’è l’ultimo nella descrizione, si vedrebbe ben distinto dal Val di Noto, ch’è il penultimo. Ma a ponente del Salso e di Fiume Torto i colori si moltiplicherebbero. Quivi l’autore si va aggirando con uno scopo, che non mi par quello di seguire le vie di comunicazione. Perocchè movendo da Palermo, com’ei dice, alla volta di Castrogiovanni, cioè dell’E.S.E., s’arresta quivi ad un terzo del cammino su la sponda sinistra del fiume Torto, donde salta a Giato, una cinquantina di chilometri a ponente, nè ripiglia la via di Castrogiovanni pria d’avere percorso in varie direzioni la più parte del Val di Mazara. Ma nemmeno ei compie la descrizione di tutti i paesi e de’ fiumi che appartennero a quello nella nota tripartizione dell’isola. Dico sempre dei paesi dentro terra; poichè quei della marina sono descritti in fila, movendo da Palermo per levante e ritornando dal lato opposto, senz’altro cenno d’iklîm che quel di Demona, il quale d’altronde si dice dove principii, ma non dove finisca.
Ora l’ordine de’ paesi dentro terra dà indizio che la descrizione sia stata fatta su carte parziali, ovvero relazioni parziali, le quali non sappiamo con quale ragione fossero state distese. L’antica divisione de’ due Imera, rinnovata dall’imperator Federigo, non fu osservata di certo al tempo di re Ruggiero; poichè l’autore si ferma la prima volta al fiume Torto, non già al fiume Grande, ossia Imera settentrionale. Egli poi passa e ripassa l’Imera meridionale, ossia fiume Salso, in guisa da far credere che pria del Val di Noto voglia descrivere quel che veggiamo al principio del secolo XV col titolo Val di Girgenti e di Castrogiovanni, o piuttosto che percorra l’una dopo l’altra le due province riunite sotto tale denominazione nel XV secolo. La circoscrizione in quattro valli, cioè i tre notissimi e quello di Girgenti e Castrogiovanni, si scorge dal censo del 1408, pubblicato dal Gregorio nella Biblioteca aragonese, II, pag. 490 segg.
[1007]. Ritraggo dal mio dotto amico Isidoro La Lumìa, direttore dell’Archivio Regio di Sicilia, che, tra i documenti trovati infino al settembre 1871, il primo che portasse la circoscrizione dei tre valli torna al 1477.
[1008]. Palermo, Termini, Cefalù, San Marco, Oliveri, Catania, Siracusa, Mazara, Marsala, Carini, Adernò.
[1009]. Il testo ha qui il plurale della voce hanût, ma la spiega meglio con quel che segue. Ho tradotto magazzini per avvicinarmi al significato nostro attuale, ancorchè questa voce, araba anch’essa, abbia in origine un significato diverso.
[1010]. Si ha ad intendere i magazzini e alberghi de’ mercatanti stranieri, grandi stabilimenti come que’ de’ Pisani, Genovesi e Veneziani ne’ paesi musulmani. Ognun sa che la voce italiana fondaco viene da quella, ma non ha lo stesso significato. All’incontro in Sicilia, come in Tunis, denota adesso gli alberghi d’infima classe per gli uomini e per le bestie da soma.
[1011]. Sono questi in Oriente gli alberghi pei viaggiatori di carovana. Mi par che Edrîsi adoperi un po’ a capriccio le denominazioni delle varie specie di alberghi e botteghe.
[1012]. Edrîsi nella descrizione di quelle città.
[1013]. Bibl., pag. 23.
[1014]. Op. cit., pag. 22 a 25.
[1015]. Op. cit., pag. 42.
[1016]. Op. cit., pag. 93.
[1017]. Op. cit., pag. 45. Il testo ha “prigione motabbak,” cioè coperta. Coperta senza dubbio di vòlta e probabilmente sotterranea.
[1018]. Op. cit., pag. 40.
[1019]. Op. cit., pag. 63.
[1020]. Mancano oggidì in provincia di Palermo: Burkâd (Broccato castello), Sakhrat-el-Harîr (Roccella, ossia Campofelice, presso Cefalù), Khazân, Pitirrana, Giato, Calatrasi, Kala’t-et-Tarîk, Raia, Margana, Khassu, Menzil-Sindi, Calatamauro, Harraka, Makara, Rekka-Basili, che fan 15; in provincia di Trapani, El-Asnâm (ossia gli Idoli, Selinunte), Kalatubi, Rahl-el-Mara, Miragia, Rahl-el-Kaid, Rahl-el-Armel, Kasr-ibn-Menkud, che son 7; in provincia di Girgenti, Platano, Gardsuta, Kerkudi, 3; in provincia di Caltanissetta, Tavi, 1; in provincia di Catania, Sceliata, Kala’t-el-Fâr e Melgia-Khallî, 3; in provincia di Siracusa, Cassibari, 1: e in provincia di Messina Kaisi, Maniaci, Mengiaba e Mikosc, 4. Ma quest’ultimo torna forse a Mandanici o Fiumedinisi, e Mengiaba a Floresta o Tortorici. Similmente a Kerkudi sembra sostituita Sommatino; Partanna a Gardsuta; Castelbuono o Santo Mauro a Rekka-Basili; e nel sito di Kassn, o non lungi, è sorta Ciminna. Il numero dunque si può ridurre da 34 a 28, cioè 22 in val di Mazara e 6 nella Sicilia orientale.
[1021]. Si vegga la Introduzione alla mia Carte comparée de la Sicile, Paris, 1859, pag. 21 segg., ed a pag. 27 segg., l’Indice topografico cavato dagli scrittori e da’ diplomi. Mi son venuti poi alle mani molti altri nomi di luoghi abitati nel medio evo; e un grandissimo numero se ne dee tenere perduto o non ancora scoperto. Se ne può già raccogliere buon numero ne’ pochi lavori usciti alla luce dopo quel mio scritto; tra i quali citerò solo le Mem. stor. Agrigentine del sig. avvocato Giuseppe Picone, 1866-1870, e la bellissima carta della Sicilia, pubblicata non è guari dal nostro Stato Maggiore. In questa, non ostante i molti errori che son corsi nella trascrizione de’ nomi topografici, si riconoscono bene quei dell’età musulmana, dati evidentemente a casali, villaggi o castella, essendo costruiti coi vocaboli rahl, menzil, kala’t. Da un’altra mano, il numero de’ comuni e villaggi moderni si cava da notizie officiali, nelle quali sarà forse qualche errore; ma di unità, non già di diecine. Al principio di questo secolo la Sicilia avea da 354 tra città, terre e casali, come si legge nella Prefazione al Nuovo dizionario geografico, ec. della Sicilia, per Giuseppe Emmanuele Ortolani, Palermo, 1819, in-8º. Lo Stato generale delle Poste, Palermo, 1839, correttivi i raddoppiamenti di nomi e gli errori di villaggi segnati come comuni, ha 357 comuni e 204 villaggi. Secondo il censimento del 1861, il numero de’ comuni era di 361: ed ora se ne contano 359, per la solita vicenda della piccole popolazioni che si uniscono a’ comuni maggiori o se ne spiccano.
[1022]. I comuni odierni son questi: Borgetto, secolo XIV; Parco, XVI (?), Santa Cristina, XVII; Godrano, XIV; Corleone; Campofiorito, XVII; Contessa, XV; Roccamena, XIX; Camporeale, XVIII; San Giuseppe Jato (o dei Mortilli), XVIII; Piana de’ Greci, XV; Valguarnera, XVI. I tempi della istituzione in comuni o villaggi son tolti dal Dizionario topografico dell’Amico, con le aggiunte del traduttore signor Di Marzo.
Su la misura del territorio si vegga, nell’errata, la correzione alla pag. 536 del presente volume.
[1023]. Si potrebbe dir per avventura che se 3 de’ 130 grossi paesi del XII secolo suddivideansi in 50 luoghi minori abitati, questi ultimi doveano tornare in tutta l’isola a 2166; e se il territorio di 42 comuni odierni contenea nel XII secolo 50 di que’ luoghi minori, il territorio de’ 361 comuni del 1861 doveva essere, nel XII secolo, occupato da più di 1500 luoghi. Io non intendo già applicare la regola del tre alla topografia comparata; ma ognun vede come le proporzioni confermano il numero dedotto dalla lista dei nomi che ci è venuto fatto di raccogliere. Aggiungo che il divario delle condizioni etnografiche e topografiche, il quale esclude nel presente caso ogni rigor di proporzione, porta anco de’ compensi. Per esempio, le terre, la più parte frumentarie, dei tre paesi nominati, non ammetteano tanti agricoltori quanto i giardini presso le grandi città; e da un’altra mano, quelle colline coltivate da Musulmani erano suscettive di maggiori spostamenti di popolazione, che le montagne boschive del Valdemone, abitate sempre da Cristiani. Perciò gli elementi del calcolo tornano meno fallaci, che non parrebbe a prima giunta.
[1024]. Bibl., pag. 34.
[1025]. Op. cit., pag. 41.
[1026]. Op. cit., pag. 42. Edrîsi distingue due sorte di pietra molare; l’una delle quali detta da acqua, e l’altra fârisi, ossia persiana. Non trovo cotesta varietà nel Kazwini. Il mio dotto amico, il professor G. G. Gemmellaro, benemerito per importanti ricerche geologiche su la Sicilia, ha osservata nelle vicinanze di Calatubo, Alcamo e Calatafimi, una estesa formazione di arenaria, che in certi punti diviene eccellente pietra molare.
[1027]. Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 442, 443, del II volume.
[1028]. Nessuna memoria ci attesta che i Normanni di Sicilia abbiano adoperato il fuoco greco. Tuttavia si potrebbe supporre senza tanta inverosimiglianza, quando si sa che l’armata degli Ziriti di Mehdia conosceva quel segreto, e v’ha ragion di credere che non lo avessero ignorato i Musulmani di Siracusa. Si vegga il nostro libro V, cap. vj, e il libro VI, cap. j, e pag. 165 e 367 del presente volume.
[1029]. Si vegga il cap. x di questo libro, pag. 669 del volume, con la correzione fatta nell’errata.
[1030]. Questi ragguagli, dati largamente da Ibn-Scebbât e in poche parole da Kazwini, sono attribuiti dal primo ad Abu-l-Hokm-ibn-Ghalanda, e dal secondo ad Ahmed-ibn-Omar. Di questi due autori noi non abbiamo opere nè notizie biografiche, se non che Ibn-Scebbât annunzia il suo Abu-l-Hokm come continuatore del Bekri, e dichiara darne estratti compendiati; e che Edrîsi novera il secondo tra gli autori delle opere geografiche studiate da re Ruggiero. All’incontro la notizia su la estrazione del petrolio è più compiuta ed anche più corretta in Kazwini, il quale dà sempre i passi di Ahmed, senza dir ch’ei li scorci. Dalla identità de’ fatti e di molte parole argomento che il testo sia un solo. E poichè d’Ibn-Ghalanda non sappiamo quante generazioni sia vissuto dopo il Bekri, ma di Ahmed egli è certo che abbia scritto avanti il 1154, dobbiamo attribuire a lui le due descrizioni, finchè non ci occorra prova in contrario. Così il fatto narrato risale alla prima metà del duodecimo secolo.
[1031]. Questo mese siriaco risponde al febbraio.
[1032]. Si confrontino le due compilazioni nella Bibl., pag. 142 e 210. Secondo il Kazwini, che dà il testo di Ahmed-ibn-Omar, il petrolio si separava in vasi chiamati iggiana e si riponeva nelle kârûra. Ibn-Ghalanda, o il suo compendiatore, usa, per indicare i primi, un vocabolo che par s’abbia a leggere, col Fleischer, kasa’h.
[1033]. Bibl., pag. 210.
[1034]. Op. cit., pag. 12. Sorgeva allora presso i bagni un castello che prendeva da quelli il nome di Kala’t-el-Hamma, trascritto Calathammeth in un diploma del 1100.
[1035]. Op. cit., pag. 30.
[1036]. Bibl., pag. 35. Parmi che, allora com’oggi, varii paesi delle falde orientali dell’Etna portassero il nome di Aci, poichè il paese è designato nel testo arabico con le lettere Liâg, che par bell’e buono Aci, preceduto dal nostro articolo maschile plurale. Si confronti il libro III, cap. iv, nel II vol., pag. 85, nota 4.
[1037]. Op. cit., pag. 32, 49, 59, 62. Si confronti il lib. IV, cap. xiij, a pag. 445, del II vol.
[1038]. Op. cit., pag. 24. Certamente la Sicilia non producea molto olio nel medio evo. Si vegga il cenno che abbiam fatto di questa vicenda economica, nel libro II, cap. x, pag. 415, del I volume; si riscontri il libro IV, capitolo xiij, pag. 443, del II volume, e si ricordi particolarmente il diploma del 1134, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 975, nel quale è conceduto al Monastero del Salvatore in Messina di esportare per l’Affrica 200 salme di frumento “ad emendum oleum et reliqua necessaria eis, quae in Africa sunt.” In un diploma del 1249, presso Mongitore, Sacrae Domus Mansionis.... monumenta, è nominato l’uliveto di San Giovanni de’ Leprosi, presso Palermo, contiguo alla piantagione delle palme.
[1039]. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 408.
[1040]. Presso Caruso, loc. cit.
[1041]. Ibidem. Negli orti i cetriuoli, i cocomeri, i poponi; ne’ giardini melegrane, arance, cedrati, lime, noci, mandorle, fichi, carrube.
[1042]. Bibl., pag. 43.
[1043]. Op. cit., pag. 32.
[1044]. Op. cit., pag. 33.
[1045]. Op. cit., pag. 65.
[1046]. Diploma di Silvestro conte di Marsico, dato del 1140, presso De Grossis, Decacordum, Catania, 1642, I, pag. 77.
[1047]. Bibl., pag. 43. Gli Arabi chiamano katniah, al plurale katâni, le piante leguminose; come si conferma con Lane, Lexicon, lib. I, pag. 440, colonna 2ª, alla voce giullugiân, e col Vocabulista in arabico, pag. 523, al vocabolo vicia. Il Ms. arabico di Parigi, Ancien Fonds, 78, fog. 696 verso, chiama anche così i legumi di che si cibavano ne’ giorni di magro i frati del monistero del Monte Negro, presso Antiochia. Si vegga infine il Riadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi, Ancien Fonds, num. 752, fog. 50 recto.
[1048]. Diploma del 1140, che abbiam citato nel libro IV, cap. xiij, a pag. 448 del II volume, nota 2. Il cotone era coltivato in Puglia e in Sicilia ne’ principii del XIV secolo, come attesta Marino Sanuto, Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2.
[1049]. Diploma del 15 dicembre 1249, presso Bréholles, Hist. Diplom. Friderici II, tom. V, pag. 571 segg.
[1050]. Falcando, presso Caruso, op. cit., pag. 408.
[1051]. Diploma del 1249, citato poc’anzi.
[1052]. Niccolò Speciale, libro VII, cap. ix, ed Anonymi Chronicon Siculum, cap. lxxxvj, nella Biblioteca aragonese del Gregorio, tomo I, pag. 475, e tomo II, pag. 207. Del dattileto della Favara si fa menzione in parecchi diplomi della Commenda della Magione dal 1258 al 1267, delle cui date ci informa il Mortillaro nell’Elenco delle pergamene della Magione, pag. 37 segg., 41, 42 segg., 53, 54, 57. Si noti che sono concessioni di terreno nel dattileto, fatte la più parte a fine di piantar vigne. Un altro diploma del 1316, pubblicato nello stesso volume, pag. 214, 216, fa menzione dello stesso dattileto che arrivava al Ponte detto dell’Ammiraglio.
[1053]. La conghiettura ch’io già feci nel libro IV, cap. xiij, pag. 445 del secondo volume, nota 3, è confermata da un aneddoto che si legge nel Riadh-en-Nofûs, Ms. di Parigi, Ancien Fonds, n. 752; il qual luogo, sfuggitomi quand’io percorsi quel prezioso codice, mi è stato non è guari trascritto dal dotto amico il professor Dozy. Un Abu-l-Fadhl, celebre tra’ giuristi ortodossi del Kairewân che aborrivano sì forte dalla novella dominazione fatemita, ricusò un pezzo di torta mandatogli in dono da un amico, perch’egli supponea fatta la torta con lo zucchero di Sicilia, il quale, cavandosi da poderi che avea conceduti l’usurpatore, i più scrupolosi lo teneano derrata di origine illegale, da non potersi comperare nè accettare in dono.
[1054]. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 408.
[1055]. Diploma dell’agosto 1176, presso Pirro, Sicilia Sacra, pag. 453.
[1056]. Diplomi del 28 novembre e 15 dicembre 1239, citati in questo libro, cap. viij, pag. 618, del volume.
[1057]. Il Gregorio trattò quest’argomento in un opuscolo ristampato a pag. 753 segg. della edizione del 1853, dal quale si vede che la coltivazione dello zucchero si mantenne importante in Sicilia fino allo scorcio del XV secolo; decadde nel XVI, quando passava nel Nuovo Mondo la cannamela, trapiantata, come si dice, dalla Sicilia nelle Canarie; ed era al tutto mancata nei principii del nostro secolo. La produzione dello zucchero in Sicilia ne’ principii del XVI secolo è attestata da Marino Sanuto, Secreta Fidelium Crucis, lib. I, parte I, cap. 2. Più ampii ragguagli si trovano in Bartolomeo De Pasi, Tariffa de’ pesi e misure, ec., Venezia, 1540, fog. 60 verso, 152 verso, 187 recto et passim, e nella Pratica della Mercatura di Niccolò da Uzano (1442), presso Pagnini, Della Decima, ec., volume IV, pag. 162, 195. Queste due preziose opere sul commercio dell’Italia, le quali provano la parte che vi prese la Sicilia, rimasero ignote, come parmi, al Gregorio.
[1058]. Bibl., pag. 57.
[1059]. Op. cit., pag. 35.
[1060]. Op. cit., pag. 64.
[1061]. Op. cit., pag. 32.
[1062]. Zohri e Ibn-Said, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 159, 134. Il primo di questi autori attesta che si esportavano dalla Sicilia per l’Affrica noci e castagne, e inoltre per varii paesi molto cotone, storace e corallo. Coteste notizie vanno riferite al XII secolo, ritraendosi dal manoscritto di Zohri, fog. 45 verso e 46 recto, che l’autore si trovava presso Granata il 532 dell’egira (1137). E pertanto si corregga la notizia ch’io dètti su lo Zohri nella Introduzione, a pag. LIV, del primo volume.
[1063]. Si vegga il Capitolo precedente a pag. 757 di questo volume, e il libro IV. cap. xiij, a pag. 445 del secondo volume.
[1064]. Bibl., pag. 24.
[1065]. Op. cit., pag. 46. Secondo le distanze che leggiamo in Edrîsi, questa terra, or distrutta, giacea di mezzo a’ due moderni comuni di Vita e Roccamena, nel centro del Val di Mazara.
[1066]. Op. cit., pag. 57.
[1067]. Bibl., pag. 63.
[1068]. Op. cit., pag. 65. Si vegga la nota 1, a pag. 776 del presente capitolo, su questa terra che forse non ha mutato se non che il nome.
[1069]. Op. cit., pag. 65.
[1070]. Diploma del 25 dicembre 1239, già citato nel cap. viij di questo libro, a pag. 611 del volume, nota 2. Si vegga presso Bréholles, Historia Diplomatica, ec., tomo V, 504, un’altra lettera del 17 novembre 1239, su le greggi del demanio date in fitto a’ Saraceni.
[1071]. Si vegga la citazione di Pietro d’Eboli, nel cap. vj di questo libro, pag. 552 del volume, nota 4.
[1072]. Si vegga il libro IV, cap. 13, a pag. 446 del II volume, nota 1-2.
[1073]. Diploma del 17 novembre 1239, presso Bréholles, Hist. Diplomatica, ec., tomo V, 524. Questa lettera è indirizzata a un Paolino da Malta, il quale, per ordine dell’imperatore, avea mandati otto cameli in Capitanata e ne ritenea tre in Malta per continuare la razza.
[1074]. Bibl., pag. 24, 55, 65.
[1075]. Bibl., pag. 44.
[1076]. Op. cit., pag. 42.
[1077]. Op. cit., pag. 33.
[1078]. Loc. cit.
[1079]. Op. cit., pag. 32, 65.
[1080]. Op. cit., pag. 30. Il testo, dopo la descrizione di Trabìa, ch’era mehall, o diremo noi “borgo,” conservandogli il genere mascolino, nota che si pescava il tonno nel porto “di essa;” onde si dovrebbe riferire a Termini, di cui ha trattato poco prima, chiamandola, al femminile, kala’t, ossia “rocca”. Ma il tonno si pesca in oggi a Trabìa e non a Termini, ond’è da supporre piuttosto sbagliato nel testo il genere d’un pronome, che mutato il passaggio di quei pesci.
[1081]. Op. cit., pag. 30. M. De Sacy, nella traduzione d’Abdallatif, pag. 285 segg., ha fatta una lunghissima nota sul rei d’Egitto, dalla quale si può conchiudere che questo non somiglia ad alcun pesce de’ fiumi d’Europa. E M. Geoffroi De Saint-Hilaire, nella Histoire naturelle des poissons de l’Egypte (Description de l’Egypte, Hist. Naturelle, I, 50), non gli dà nè anco nome europeo. Se poi il signor De Goeje, nella traduzione del capitolo di Edrîsi su l’Affrica, lo traduce saumon, citando anche il passo qui dianzi notato della Bibl. arabo-sicula, s’ha a intendere del genere e non della specie: dico il genere salmo, ch’è sì vasto nel sistema di Linneo ed anco in quel di Cuvier; non già la specie salmo vulgaris, ec. notissima in Europa co’ nomi di salmone, o sermone, saumon, salmon, lachs, ec. Qui si tratta forse di qualche specie di trota, non rara nei fiumi di Sicilia. È da notar che il vocabolo Salmûn, col quale è designato il salmone in Egitto (v. Bochtor alla voce “saumon” e il Dizionario arabo e italiano, Bulâk, 1822, pag. 171 e 213), si trova per l’appunto in Edrîsi, qual nome del fiume or chiamato Gavarrello, che scende da Menfi di Sicilia e mette foce a levante di Porto Palo (Bibl. arabo-sicula, pag. 51).
[1082]. Bibl., pag. 35.
[1083]. Op. cit., pag. 36. Edrîsi dice espressamente nel fiume e non fa mai menzione del lago; il quale allora forse non esistea, e di certo non fu ingrandito che in tempi più vicini a noi.
[1084]. Op. cit., pag. 39.
[1085]. Diploma del 12 marzo 1240, presso Bréholles, Historia Diplom. Federici II, tomo V, 820.
[1086]. In Palermo le paste lunghe e non bucate, dette vermicelli di tria, sono assai sottili. Quel vocabolo è passato anche nello spagnuolo eletria, che si vegga in Dozy ed Engelman, Glossaire, etc. Il Kamus spiega il vocabolo itria “cibo di farina in forma di fili.” La gabella su l’itria facea parte de’ diritti fiscali ne’ tempi normanni. V. Gregorio, Considerazioni, lib. I, cap. 4, nota 21.
[1087]. Bibl., pag. 30.
[1088]. Si vegga qui sopra a pag. 774.
[1089]. La radice di questo vocabolo è sana’, donde i vocaboli “darsena, arsenale, ec.,” e implica sempre l’idea di arte, non men che di lavoro materiale.
Edrîsi dice di que’ sani’, artefici o artisti, nella descrizione de’ citati paesi a pag. 39, 40, 49, 52, 64.
[1090]. Diploma del 21 febbraio 1240, presso Bréholles, Hist. Dipl. Frederici II, tomo V, pag. 764. Dopo la lonza si legge et Tabaccorum; il qual vocabolo, ignoto nella latinità del medio evo, fe’ pensare all’erudito Bréholles, che si trattasse di altri animali, i quali fossero chiamati così per avventura con voce arabica o persiana. Mi sembra assai più naturale correggere: et trabuccorum. Abbiam detto a suo luogo de’ trabucchi, ossia mangani, maneggiati da’ Saraceni di Lucera infino allo scorcio del XIII secolo.
[1091]. Diploma del 15 aprile 1240, presso Bréholles, vol. cit., pag. 905. I tarrasiatores sono: maestro Giovanni, maestro Greco e Abdallah servo. È nominato con loro un maestro Wiccardo tappetarius. Questo tedesco par cameriere più tosto che fabbricante di tappeti, poichè l’ufizio che gli si attribuisce è traduzione letterale dall’arabico ferrâsc, che ci è occorso nel cap. iij di questo libro, pag. 447 del volume, nota 4.
[1092]. Per esempio, il bellissimo scrigno della Cappella Palatina di Palermo e varie scatole di avorio intagliato, una delle quali, proveniente dallo abolito monastero di San Martino De Scalis, è conservata ora nel regio Museo di Palermo. Il dotto M. De Longpérier (Revue archéologique del 1865, articolo intitolato: Vase arabo-sicilien de l’œuvre Salémon), crede anche opera siciliana lo scrigno d’avorio della cattedrale di Bayeux, ornato di borchie d’argento con dorature e lavoro a niello, e segnato d’una iscrizione arabica.
[1093]. Il primo di cotesti frammenti fu donato dalla Casa reale al Museo regio di Palermo; gli altri sono incastrati, tutti capovolti o di traverso, negli stipiti della porta maggiore della chiesa dell’Annunziata de’ Catalani in Messina e in una finestra di quel duomo. Io ho pubblicati i detti frammenti nella Rivista Sicula di agosto 1869, vol. II, pag. 93 segg., 99, 100.
[1094]. Non occorrono citazioni per le prime due parti. Nell’inventario della Cappella Palatina, dato il 1309 (Tabularium, etc. n. LXIII), si legge a pagina 102: “Item cannatam unam de porfido cum manicis, munitam in ore de argento deaurato.” Un altro inventario, citato nella nota 20 dello stesso documento, ha: “Phiala de porfido cum manicis vacua.” Cannata, in siciliano vuol dir gran boccale di terra cotta, con manico e con una scanalatura dal lato opposto, per la quale si versa il vino.
[1095]. La narrazione particolareggiata del ritrovamento sarà data alle stampe dall’ingegnere Giuseppe Patricola, il quale indefessamente lavora a ristorare l’antica chiesa di Giorgio Antiocheno, liberandola dalle goffe appendici dei tempi successivi.
Il motto arabico che si volle imitare parmi: Lillahi-l-molk, “La possanza in Dio è,” frequentissimo negli arnesi musulmani; lo stesso che si legge ne’ vasi di Mazara, di cui nella seguente nota 3.
[1096]. Si vegga Marryat, A history of pottery, etc., London, 1857, 2ª ediz., in-8º, pag. 14 segg; Demmin, Guide de l’amateur des faïences, etc., 2ª ediz., Parigi, 1863, pag. 208 segg.; e lo stesso autore, Histoire de la céramique en planches phototypiques, Paris, 1869, in fol., in corso di pubblicazione.
In quest’ultima opera, molto notevole per le figure, il Demmin (Livraison XIII, pl. 25), tratta della scuola “Siculo-musulmana.” Sventuratamente il preziosissimo vaso di speziale, che, secondo l’autore, risalisce “audelà de la conquete de Roger le Normand (1058)” (sic) ed ha intorno il collo una iscrizione “en vieil arabe, qui veut dire Gloire au Victorieux,” non è de’ tempi normanni; e la supposta iscrizione, nitidissima nella figura, non dice nulla. Essa non è altro che una seguenza di elif e lam e altre lettere arabiche sfigurate, le quali provano, più tosto che la vecchiaia, la morte o l’assenza della lingua araba nel paese ove fu fatto il lavoro. Forse è del XV secolo, come l’altro della stessa tavola e come un altro della tavola 26.
[1097]. Vidi questi due vasi in Mazara, nel 1868, l’uno in casa del nobile uomo e cortese, il signor Giovanni Burgio de’ Conti Palatini; l’altro nella sagrestia della Madonna del Paradiso, piccola chiesa alle porte della città. Sono entrambi di terra cotta, smaltata a foggia di maiolica, alti più di un metro ciascuno, forniti di anse e terminati in punta come le anfore antiche. Somigliano molto, per la forma e per l’opera, l’uno all’altro, ed entrambi per la sola forma, al celebre vaso detto dell’Alhambra. Nella pancia si legge, in grandi e be’ caratteri cufici, lillahi-l-molk; e intorno il collo del vaso Burgio son replicati indefinitamente i due vocaboli “prosperità e compimento:” solito augurio che leggesi nelle iscrizioni ornamentali, sì di Sicilia e sì d’altri paesi musulmani, e che campeggia esclusivamente, con piccola variante, nel vaso dell’Alhambra. Questo per altro ha caratteri neskhi, non cufici: differisce ancora per la distribuzione degli ornati e pel colore dello smalto, ch’è verde, bianco e oro; mentre ne’ vasi di Mazara risaltano sul campo bianco i caratteri e i disegni d’un bel bruno di terra d’ocria, luccicante come se fosse metallo.
[1098]. Ho avuto alle mani quasi un centinaio di coteste stoviglie, nelle collezioni del museo regio di Palermo, museo dell’abolito monastero di San Martino, casa Trabia, professore Salinas, museo Biscari in Catania, casa Pepoli in Trapani. Non ostante la varietà delle forme, de’ punti del colore che in fondo è sempre bianco, e degli ornamenti, tutti graziosi e di gusto arabico purissimo, coteste stoviglie fanno una classe distinta da ogni altra manifattura ceramica antica, medievale e moderna, per la estrema sottigliezza e leggerezza che le fa parere, per dir così, di carta. Del gran numero che n’ho viste, poche avean perduto il marchio di fabbrica; nelle altre ho trovato otto maniere di marchi, la più parte con la data un po’ frusta e col nome dell’artefice o la qualità, ch’è chiamata ’aml tin “opera di terra,” tin mohtawa “terra ritenente” o diremmo noi impermeabile, e tin ’amali “terra plastica.” In altri è il nome d’Ibrahim; in altri quel di Bâlmi, non so se proprio o topografico. Ancorchè Palma, tra il Capo di Scaletta e quel di Sant’Alessio, sia scritta ne’ codici di Edrîsi in modo da doversi leggere Bâlmi, parmi non si possa pensare a questo luogo, sì per la data recente delle stoviglie, e sì perchè l’argilla che vi si trova, come ritraggo dal dotto ed operoso professore G. G. Gemmellaro, non può dare affatto vasi impermeabili, rassomigliando a quella di Sciacca e di Girgenti, che serve a far le stoviglie porose da rinfrescare l’acqua, come la dorrak di Egitto. Debbo avvertire che M. Demmin ha pubblicato uno di questi orcioletti nella citata Histoire, etc., tavola XII, figura 23, tra varie stoviglie egiziane di remota antichità, e senza assegnar data, l’ha attribuito a dirittura alla manifattura di Keneh (Alto Egitto). Aggiungo, a scusa dell’autore, che il vaso, come scorgo dalla nitidissima figura in fototipia, non ha marchio, forse perchè, essendosi spezzato, era stato rattoppato lo sdrucito, come io ho visto in parecchi di cotesti vasi in Sicilia.
[1099]. Fino al 1860 erano comunissime in Firenze le ciotole di rame con iscrizioni arabiche: molti bottegai se ne servivano per tenere gli spiccioli, e i rivenduglioli di antichità le davano a basso prezzo.
L’uso di queste ciotole sembra molto antico in Toscana. Nella vita di San Ranieri, Acta Sanctorum, III, 448 (17 giugno), si legge che una Adaleta da Pisa recò a Ranieri un “urceolum opere saracenico factum,” pregando il brav’uomo di benedir l’acqua che v’era dentro. San Ranieri morì il 1160.
[1100]. Vase arabo-sicilien de l’œuvre Sulèmon, par M. A. De Longpérier, nella Revue Archéologique del 1865.
[1101]. Chabouillet, Catalogue général des Camées, etc., exposés dans le Cabinet des médailles et antiques, Paris, 1858, in-8º, n. 3194, pag. 548. Lo stemma è di Paolo da Roma, arcivescovo di Morreale (1379-1393); onde la coppa si può credere fabbricata in Palermo.
[1102]. Nel capitolo iij di questo libro, a pag. 417 segg. del volume.
[1103]. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 407: “Nec vero nobiles illas palatio adhaerentes silentio praeteriri convenit officinas, ubi, in fila variis distincta coloribus, serum vellera tenuantur, et sibi invicem multiplici taxendi genere coaptantur.... in quibus et sericis aurum intexitur et multiformis picturae varietas, gemmis interlucentibus, illustratur.” Come ognun vede, non ci manca altro che la denominazione arabica di tirâz.
[1104]. Boch (Dott. Franz), Die Kleinodien des heil. romischen Reiches deutschen Nation, etc. Vienna, 1864, grandiss. in fog.
[1105]. In appendice all’op. cit., pag. 191 segg., e tavola XLI, fig. 64.
[1106]. Leggesi in giù, a caratteri minuti e con abbreviature: Descriptio totius orbis † pax ismaheli qui hoc ordinavit; e intorno intorno il pallio semicircolare, a caratteri grandi molto ornati: O Deus Europae cesar Heinrice beare, Angeat (augeat) impreium (imperium) ibti (tibi), rex qrenwine (qui regnat in aevum).
Tra le altre leggende, v’ha sotto il Cancro: Hoc sidus Caucbi fert nociva mundi. Il dotto editore ha corretto facilmente cancri; ma io cancellerei volentieri la correzione e leggerei in questo luogo il vocabolo arabo kaukab, (abbreviato kaukb) “stella,” scritto in caratteri latini. Il ricamatore arabo, m’immagino io, vedeva una stella, non capiva il nome, e quindi lo lesse a dirittura in arabo come, per esempio, i nostri marinai fecero Negroponte da Εύριπος.
[1107]. Certamente si ricamava in tutte le parti d’Italia pria che i Musulmani venissero in Sicilia; ma la voce ricamare, derivata senza dubbio dall’arabo, dà luogo a supporre che quest’arte sia stata, nel resto d’Italia, perfezionata ed estesa da’ Siciliani dopo l’undecimo secolo. Non v’ha ragione di attribuire agli Spagnuoli il vocabolo nuovo e il miglioramento dell’arte ch’esso attesta. D’altronde nel tirâz musulmano si tessevano anco i drappi di seta: e noi non abbiamo alcun ricordo di tali drappi fabbricati in terraferma d’Italia avanti il XIII secolo.
[1108]. Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, pag. 342, del II volume. Il nome di Ismahel, ricamato nel pallio, tronca ora la quistione.
[1109]. Si vegga il cap. iij del presente libro, pag. 448, nota 3.
[1110]. Boch, op. cit., tavola VII, fig. 9, testo pag. 32, 35. Avverto che in questa tavola e nella XXIV veggo molto confusa la iscrizione che io lessi chiaramente, fuorchè due vocaboli all’ultimo, sopra un bellissimo lucido che mi mostrò il signor Boch, l’anno 1858, in Parigi. E su que’ vocaboli e qualche altro io dissento dalla trascrizione e versione del dottor Behrnauer, pubblicata nell’opera del Boch.
[1111]. Op. cit., tavola XII, fig. 15, 16, e pag. 56 segg.
[1112]. Op. cit., tavola IV, fig. 6; VIII, fig. 10; X, fig. 13; XII, fig. 15, 16, e pagine 36 segg., 49 segg., 56 segg., 60, 61, 65 del testo.
Si guardi anco, nelle tavole III e XXX, ed a pag. 153, una tunica azzurra con fimbria e paramani rossi ricamati in oro, opera del XII secolo, al dir dell’erudito autore, la quale parmi anche siciliana.
[1113]. Si veggano le citazioni di Niceta Coniate, Cinnamo e Ottone di Frisingen, nel cap. iij di questo libro, pag. 433, nota 2.
[1114]. Daniele, I regali sepolcri del Duomo di Palermo, tavole C. F. R.; Gregorio, Discorsi VI, VII, VIII, nella edizione del 1853, pag. 698 segg., e Rerum Arabicar., pag. 178 segg. Si vegga anche il Lanci, Simboliche rappresentanze, tomo II, pag. 479, tavola L, n. 4. Dell’erronea lezione che die’ il Gregorio in questo luogo, ho trattato nella Introduzione alle iscrizioni arabiche di Sicilia, Rivista sicula di febbraio 1869, pag. 93, 94.
[1115]. Boch, op. cit., pag. 149, 150, 207.
[1116]. Si veggano le citazioni testè fatte nella nota 4 a pag. 800, e in particolare le Dissertazioni VII ed VIII del Gregorio.
[1117]. Presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 267.
[1118]. Presso Caruso, op. cit., pag. 407.
[1119]. Journ. Asiatique, di gennaio 1846, pag. 82.
[1120]. Gesta regis Henrici, etc., edizione di Stubbs, Londra, 1867, vol. II. pag. 132; e Ruggiero De Hoveden, ediz. Stubbs, Londra, 1870, voi. III, pagina 61: il quale si vegga anche presso il Caruso, Bibl. sicula, pag. 960.
[1121]. Francisque Michel, Recherches sur.... étoffes de soie, etc., Paris, 1852, I, 172, cita i versi del Romans d’Alixandre, tra i quali si legge:
D’un semit de Palerme vermeil ou vermenus.
A pag. 210 dello stesso volume si leggono, cavati anche dal romanzo d’Alessandro, i versi ne’ quali si descrive un colpo di lancia sì gagliardo che la punta, passando la corazza, entrò con tutto il pennone, e
Parmi le cors li met l’ensegne de Palierne.
[1122]. Tabularium della Cappella Palatina di Palermo, 1835, nell’inventario della Sagrestia della chiesa di Africa (ossia Mehdia, 1160), pag. 34 segg.; e nell’altro della Cappella palermitana, dato il 1309, pag. 101 segg. Chi volesse ripigliare le orme dell’erudito francese citato nella nota precedente, troverebbe in que’ due diplomi la descrizione e la denominazione di molti drappi, la più parte de’ quali intessuti con figure di animali, e v’ha perfino delle aquile a due teste. V’ha anco dei pallii “con lettere saraceniche;” de’ pallii vergati; altri di “opera di Spagna;” altri cangianti, o con frange, ec.
[1123]. Si veggano i diplomi che abbiamo citati nel libro V, cap. x, pag. 330, di questo volume, nota 1. La domus setae era ben de’ dritti antichi, cioè dell’epoca normanna, e similmente la dohana paliariorum.
[1124]. In arabico si chiaman così i lavoranti o mercatanti di seta. Oggi trascriviamo hariri; ma si può provare con molti esempii che nel medio evo si rendea più volentieri la h arabica con la c nostra.
Anche la voce filugello vien d’Oriente. V. Journ. Asiat., di aprile e maggio 1857, pag. 547.
[1125]. Si veggano i particolari, per l’origine delle manifatture francesi, e per la parte che v’ebbero gli Italiani, in Francisque Michel, op. cit., II, 270 segg. a 278; ed anco pel commercio di seta tra l’Italia e la Francia, nello stesso volume, pag. 261 segg.
L’erudito autore cita, tra le altre autorità, un’antica traduzione francese del Rerum Memorabilium di Guido Pancirolo; ma sbaglia in due punti, poichè attribuisce alla Calabria un fatto raccontato di Reggio dell’Emilia, ed all’erario di Venezia la somma che, secondo il Pancirolo, guadagnava il paese. Ecco la traduzione latina di Enrico Salmuth, che tien luogo del testo italiano, non mai pubblicato. Tolgo il passo dalla edizione di Amberg, 1608, vol. II, pag. 729. Nel capitolo “De textis sericis” il Pancirolo dice: “Annis abhinc 50 in tantum excrevit textura ista, ut Veneta duntaxat regio, singulis annis, 500 millia et vel sola mea patria, quae Rhegium est, 10,000 aureorum, plus vero etiam multo Sicilia inde lucratur: ac uno verbo dicam artificium hoc tamquam unicus jam mercatoribus nervus sit lucri et certissimum laborantium fulcimantum.”
Il Pancirolo, eminente giureconsulto, segnalatosi anco per sana critica nella storia, nacque in Reggio dell’Emilia il 1523; morì professore a Padova il 1599; e scrisse, oltre tanti altri, quel trattato di erudizione per un principe della Casa di Savoia, dalla quale egli era stato chiamato all’Università di Torino.
[1126]. Presso Gregorio, Considerazioni, libro I, cap. 4, nota 21, squarci di parecchi diplomi del 1266, 1270, 1274, 1280, 1309. La lezione “artis cuthonis,” ch’è nel diploma del 1309, troncherebbe ogni dubbio; ma contuttociò mi par migliore la prima. Secondo il diploma si pagavano in Palermo due dritti diversi, arca (arcus?) cuctonis e caha cuctonis. La voce kâ’ah era ed è usata in Egitto per significare sala, aula e “loggia” a terreno. Il Makrizi, Mowâ’iz, ediz. di B’ulâk, II, 48, dice della kâ’ah dell’oro al Cairo, quella cioè dove si tirava il metallo per lavorare i drappi di seta e d’oro.
[1127]. Gregorio, nota citata or ora, diploma del 1274.
[1128]. Ibn-Giobair dice degli stivaletti dorati delle donne palermitane; e la cabella auripellium si legge nel diploma del 1274, citato poc’anzi.
[1129]. Gregorio, Discorsi VI e IX, a pag. 708 e 734, della citata edizione del 1853. Si confronti Boch, Kleinodien, citato dianzi, tavola VIII, fig. 10, pag. 37, 38.
[1130]. Boch, Kleinodien, pag. 153; conf. pag. 144. Si confronti il Gregorio, Discorsi VI, VIII, pag. 710, 711, 718, della citata edizione del 1853. Si avverta che gli ornamenti trovati sul teschio dell’imperatrice Costanza sono serbati adesso nel tesoro della Cattedrale. Il motto inciso nella gemma principale della corona, letto erroneamente dal Tychsen, ripetuto dal Gregorio e poi con poco divario dal Mortillaro, Opere, tomo IV, pag. 10, 11, va tradotto, secondo il Reinaud, “In Dio == ’Isa-ibn-Giâber == confida.” Onde ognun vede che quel gioiello fu fatto, in origine, per un musulmano.
[1131]. Su questo argomento il Kitâb-el-Fihrist, testo, Lipsia, 1871, pag. 21, e nelle Mémoires de l’Acad. des Inscript., 1ª serie, tomo L, pag. 434 segg.; i Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, ediz. di Parigi, II, 350; e il Mowâ’iz di Makrizi, ediz. di Bulak, I, 91, danno ampii ragguagli, ma incerti ed anche contradittorii. Tra le altre cose ritraggiamo che la carta della Cina si facea d’erbe (hascisc); che fu imitata in Samarkand con lino o, secondo altri, bambagia; e che il kaghed, ossia carta di cotone, fu fabbricato nel Khorasân, ma non si adoperò nei registri dell’azienda musulmana, se non che al tempo di Harûn Rascid. Sembra che allora siasi incominciata a vedere in Europa questa maniera di fogli.
Merita d’esser letta la dissertazione popolare che M. Louis Viardot pubblicò a Parigi, una ventina d’anni addietro, nella Liberté de penser, sotto il titolo: L’Europe doit aux Arabes le papier, la boussole et la poudre à canon.
[1132]. Edrîsi, Description de l’Afrique et de l’Espagne, pag. 492 del testo, de’ signori Dozy e De Goeje, e pag. 235 della traduzione. Si vegga inoltre nel Casiri, Bibl. arabo-hispanica, la descrizione di molti codici arabi di Spagna scritti in carta bombicina.
[1133]. Si tenne a quest’effetto un parlamento in Palermo di marzo 1145, come si vede da un diploma pubblicato dal Mongitore, Bulla Privilegia, etc., pag. 32, del quale il testo greco leggesi presso il Mortillaro, Tabulario della Chiesa di Palermo, pag. 26. Parecchi diplomi del vecchio conte Ruggiero e della Adelaide, reggente di Simone e poi di Ruggiero secondo, furono rinnovati “de carta cuttunea in pergamenum,” come si vede da’ nuovi diplomi, presso il Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1027. Il testo greco d’uno di cotesti diplomi, dato il 1099 e rinnovato, com’e’ pare, il 1114, si legge presso Spata, Pergamene, pag. 237. Un altro diploma greco del 1097, rinnovato il 1110, fu pubblicato nel Giornale ecclesiastico di Sicilia, pag. 116.
Da tre diplomi arabi, di settembre 1144, 3 febbraio e 24 marzo 1145, appartenenti alle Chiese di Catania, Cefalù e Morreale e gli ultimi due serbati in oggi nell’Archivio regio di Palermo, si scorge il medesimo fatto del rinnovamento dei diplomi di concessione “per essere logori e dileguatane la scrittura.” Spero che tra non guari i testi escano alla luce nella raccolta del professor Cusa.
[1134]. Nel Tabularium della Cappella Palatina di Palermo si legge, a pag. 60, un testamento del 1213, transuntato il 1232, perchè si trovava scritto in carta bumbiana che jam camulari inceperat.
Il provvedimento di Federigo (1224) si legge nelle Costituzioni, lib. I, titolo 80, presso Bréholles, Hist. diplom., etc., II, 445, dove si adoperano come sinonimi le denominazioni di papiri chartae e chartae bombycinae. L’uso grande che si faceva in Sicilia di questa maniera di carta, è attestato dal diploma del 3 gennaio 1329, presso De Vio, Privilegia urbis Panormi, pel quale è approvata la spesa di due once d’oro, già erogate per copiare in pergamena, secondo le leggi del regno, il volume delle Consuetudini della città, le quali “cum scriptae sint in cartis de papiro.... erant quodammodo quasi deletae et minus honorifice factae.”
L’inventario della Cappella Palatina di Palermo, dato il 1309 e pubblicato nel Tabularium, etc., n LXIII, fa menzione, a pag. 100, lin. 7, 27, 30 e pag. 103, lin. 11, di parecchi titoli di concessione, non che d’altre scritture in carta de papiro, dal XII al XIV secolo. E tralascio i due celebri diplomi della medesima Cappella, scritti a lettere d’oro, in carta bombicina: il primo dei quali, dato il 1139, fu pubblicato dal Montfaucon, Paleographia graeca, pag. 380, 408; poi, su le orme sue, dal Morso, Palermo antico, 2ª edizione, pag. 301, 397; e in ultimo ristampato nel detto Tabulario, n. IV, pag. 10. Noi n’abbiamo già fatta menzione nel cap. i di questo libro, pag. 354. L’altro, in carta bombicina azzurra, è dato dal 1140 e citato nello stesso Tabulario, n. V, pag. 11, nota 1.
[1135]. Le prove di questo fatto si veggono nella erudita Dissertazione dell’Huillard-Bréholles, che uscì nelle Mémoires de la Société impériale des Antiquaires de France, tomo XXIII, col titolo Sur l’emploi du papier de coton, etc., Paris, 1856, in 8º pag. 13 segg., dell’estratto.
[1136]. Il Bréholles, op cit., pag. 28, nota A, dicendo non aver trovate prove della esistenza di opificii di carta in Sicilia, ricorda, per mostrarne la probabilità, che il cotone si coltivava negli Stati italiani di Federigo.
[1137]. Ibn-Haukal, nel Journal asiatique, di gennaio 1843, pag. 98.
[1138]. Debbo qui correggere un errore corso nella traduzione del trattato che stipulò, il 1290, Kelaun, sultano d’Egitto, coi re di Sicilia e di Aragona. La versione italiana, che io ho pubblicata nella Guerra del Vespro siciliano, ediz., del 1866, vol. II, pag. 335 segg., ha all’art. XI, che fosse lecito al sultano di trarre dagli Stati de’ principi contraenti “ferro, carta e legname.” Io seguii la rispettabile autorità di M. De Sacy, rendendo “carta” la voce arabica biiâdh, ossia “bianco,” alla quale veramente i dizionarii arabi dan questo, tra molti altri significati. Ma, riflettendoci meglio, or mi pare che in questo patto i principi di Casa d’Aragona prometteano di contravvenire al divieto generale dell’esportazione del ferro, armi e legname ne’ paesi musulmani, divieto prescritto, come ognun sa, nel Concilio Laterano del 1179, e replicato da varii papi. Non è dubbio, dunque, che biiâdh qui significhi armi o acciaio: e forse v’ha qualche relazione tra questo traslato e quello di “armi bianche,” che noi usiamo per opposizione ad “armi da fuoco.” Può servire d’interpretazione autentica a cotesto articolo del trattato del 1200, il provvedimento che di fatto lo abrogò, cioè il capitolo LXXXII di Federigo l’Aragonese re di Sicilia, promulgato dopo i noti accordi col papa e con Casa d’Angiò, per lo quale fu vietato di portar “armi, ferro e legname” nei paesi musulmani.
[1139]. Si vegga il Gregorio, Considerazioni, lib. II, cap. ix e lib. III, cap. viij, e si riscontrino le relazioni con Venezia nelle Fontes rerum Austriacarum, vol. XII, n. xxj seg.
[1140]. Pietro il Venerabile abate di Cluny, tra le lodi che fa a re Ruggiero per la sicurezza di cui godeasi viaggiando e dimorando ne’ suoi dominii, cita gli “onustos pecuniis et diversibus mercibus mercatores,” presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 977, 978.
[1141]. Capitolo ij del presente libro, pag. 402, 403, 406, 410, 418; cap. iij, pag. 466; cap. ix, pag. 624, 629, 632, 640, 649, 651, 655. Si vegga anco il libro V, cap, vij, a pag. 189, di questo medesimo volume.
[1142]. Leone Affricano, presso Ramusio, Navigationi et Viaggi, Venezia, 1563, vol. I, fog. 7, dice che gli Arabi della Barbaria occidentale davano i loro figliuoli in pegno a’ Siciliani per averne in credito del grano, e che que’ giovani, non soddisfatto a tempo il prezzo, diveniano schiavi.
[1143]. Romualdo Salernitano, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 890, 891.
[1144]. Edrîsi, citato qui sopra a pag. 790.
[1145]. Edrîsi, citato qui sopra a pag. 784. Si veggan anco i trattati geografici di Ibn-Sa’id e di Zohri, nella Bibl. arabo-sicula, testo pag. 137, 159, e la nota 5, a pag. 787 di questo capitolo.
[1146]. Bartolomeo De Pasi, Tariffa de’ pesi e misure, ec. Venezia, 1510, fog. 187 recto.
[1147]. Si confronti il Zohri, testo citato nella pag. 787, nota 5, con Ibn-Sa’id, Bibl. arabo-sicula, pag. 134, capitolo di Pantellaria, dove la voce kitrân si corregga kutûn.
[1148]. De Pasi, op. cit., fog. 42 verso, 60 verso, 187 recto.
[1149]. Si veggano le citazioni fatte qui innanzi a pag. 803, nota 1.
[1150]. Liber Jurium, diplomi del 1155, 1156, 1261, ni. 266, 304, 1167, nel tomo I, pag. 303, 326, 962, e per tutti i due volumi; Marangone, anni 1166, 1167, nell’Archivio storico italiano, tomo VI, parte II, pag. 42, 44.
[1151]. Beniamino di Tudela, traduzione inglese di Asher. Londra, 1840, pag. 32 segg., 157.
Si vegga anco, pel commercio della Sicilia con Barcellona ne’ principii del XIV secolo, Capmany, Memorias Historicas, etc., parte I, tomo I; parte II, pag. 34.
[1152]. Si riscontrino i fatti citati in questo sesto libro, cap. iij, pag. 458, nota 3; cap. ix, pag. 651, 652.
[1153]. Si veggano gli Statuti Pisani, vol. III, pag. 105, 373, 416, 423, 574, 577, 590.
[1154]. Diploma di Tommaso conte di Savoia, del 1226, citato da Pouqueville, Mémoires.... sur le Commerce, etc., nelle Mémoires de l’Acad. des Inscriptions, X, 538.
[1155]. Basta citare il vico degli Amalfitani in Palermo, nel XII secolo.
[1156]. Edrîsi, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 37.
[1157]. Non occorrono citazioni per questi fatti notissimi. Dirò soltanto che i pellegrini musulmani di Spagna e d’Affrica, nella seconda metà del XII secolo, toccavano per lo più la Sicilia. Si vegga il viaggio di Ibn-Giobair, edizione Wright, e particolarmente a pag. 62.
[1158]. Edrîsi, citato qui innanzi a pag. 787, note 3, 4.
[1159]. Edrîsi (1154) attesta che l’arsenale regio era allor, come prima, in Palermo. Ibn-Giobair (1185) lo trovò in Messina; e Falcando, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 405, afferma, con un po’ forse d’anacronismo, lo stesso fatto, dicendo che i Messinesi avean fiaccati i Greci, depredata l’Affrica e la Spagna e riportatone tanta preda.
[1160]. Edrîsi, nella Bibl. arabo-sicula, testo, sotto que’ nomi.
[1161]. Lib. V, cap. x, pag. 342 segg., e si riscontri il libro IV, cap. xiij, pag. 458 segg., del II volume.
[1162]. Si vegga il capitolo iv del presente libro, a pag. 468 e 485 del volume.
[1163]. In molti casi bastano a chiarir l’errore le stesse incisioni dello Spinelli: per esempio, nel n. 223, pag. 46, tavola VIII, 21, dove l’autore lesse l’anno 547, supponendo scritto il 40 senza la lettera ain, mentre si vede chiaro e corretto il numero 30. Nella stessa pagina, n. 212, tavola VI, 28, il nome di Messina è trascritto erroneamente msânâ, in vece di msîni che si legge nell’incisione, secondo la ortografia usata dagli Arabi: quest’errore torna in molti altri luoghi. Mi sembra poi molto dubbia, al n. 155, pag. 35, tavola V, 5 e altrove, la doppia data di zecca, cioè “Capitale della Sicilia” (Palermo) in una faccia, e “Messina” nell’altra. Così molte altre leggende o non possono stare, o si trovano diverse nell’incisione.
[1164]. Le citazioni di altri trattati di numismatica si veggano nell’indice del Mortillaro, intitolato Il Medagliere arabo-siculo, Palermo, 1861, pagina 39 segg. Io ho studiate nel gabinetto numismatico di Parigi da venti monete arabo-normanne e altrettante qua e là, e molte più ne ho viste senza aver tempo di studiarle. Debbo notare soprattutto due di Parigi, che hanno da una faccia il simbolo musulmano e dall’altra la T con un puntino sopra ed uno da ciascun lato, e portan le date, l’una del 503 e l’altra del 506 (1109, 1112), confermate dall’autorevole giudizio di M. De Longpérier, il quale con ospital premura m’iniziò nella numismatica arabica, correndo il 1843.
[1165]. San Giorgio Spinelli, op. cit., pag. 41, 42, n. 183 a 191, tavola VIII.
[1166]. Si vegga il libro V, cap. vij, e il cap. ij del presente libro, a pag. 185 e 392.
[1167]. Lo Spinelli, senza trattare di proposito la permanenza della Zecca in Salerno sotto la signoria di Ruggiero II conte di Sicilia, l’ammette implicitamente, ed ha ragione. Si veggano i numeri 36 a 63, a pag. 15 e segg. del suo libro, e le note a pag. 251.
[1168]. Le monete di rame latine, evidentemente battute in Terraferma, con la croce da una faccia, la T dall’altra e il nome di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia, si veggono nella vignetta a pag. 15 dello Spinelli, il quale giustamente le attribuisce a Ruggiero II.
[1169]. Si vegga in Malaterra, lib. IV, cap. xxv, presso Caruso, Bibl. sicula, pag. 244, l’aneddoto di Arrigo vescovo di Leocastro, assalito dai pirati.
[1170]. Monete cufiche, pag. 255, nota al n. 73.
[1171]. Si veggano nell’op. cit. i numeri 226, 227.
[1172]. Lo deduco dal peso delle monete d’oro che ho avute alle mani, e da quello costantemente notato nell’opera dello Spinelli. È da sapere che parecchi diplomi greci o latini di Sicilia del XII secolo contano i valsenti in tarì d’oro da un acino (κόκκος), ovvero “ad granum unum” e talvolta da due grani. Ma si tratta forse del peso, del quale si tollerava la mancanza in ciascun tarì. Altrimenti cotesto acino non risponderebbe affatto al peso chiamato oggi con lo stesso nome di grano o cocciu, il quale, secondo il sistema metrico osservato in Sicilia fino al 1860, e poco diverso dall’antico sistema di Palermo, torna alla sedicesima parte d’un grammo. I tarì pesano sempre un grammo, scarso o traboccante.
[1173]. Giovanni Villani, lib. VI, cap. 21, dice che Federigo, all’assedio di Faenza (1240), scarseggiando di danari fece fare “una stampa di cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta siccome la valuta di uno agostaro,” ec. e che poi questa specie di cartamoneta fu cambiata in oro.
[1174]. Presso Raynaldi, Annales Ecclesiastici (Lucca, 1747), anno 1239, § xij, tomo II, 213. Si confronti la Vita di Gregorio IX, pel Cardinal d’Aragona, presso Muratori, Rerum Italic., III, parte prima, pag. 584.
[1175]. Ho avute alle mani due monete musulmane di rame, ricoperte, l’una di foglia d’oro e l’altra d’argento. La prima, ch’io vidi nel 1868 presso il sig. Salvatore Struppa in Marsala, porta, con qualche interruzione, la stessa leggenda che il dinar di Harun Rascid del 177, presso Marsden, n. 37: e vi si legge il nome di Gia’far, come nell’incisione del Marsden, il quale poi lo tralasciò, non so perchè, nella descrizione. Ma notisi che il Marsden nella descrizione del n. 36, ch’egli dice simile al 37, fa menzione di un dinar di bronzo del medesimo lavoro. La moneta foderata di argento fu comperata da me in una vendita pubblica a Firenze, nel marzo 1869, per conto della Biblioteca comunale di Palermo, che or la possiede. Ha il nome del califo Mahdi, la data di Bagdad, anno 160, e la leggenda dei dirhem abbasidi, intera e in caratteri molto nitidi.
Si ricordi che Ottone di San Biagio, cap. 42, presso Muratori, Rerum Italic., VI, pag. 899, narra che il 1195 i Musulmani comperarono il castello di Torolts da’ Cristiani che lo difendeano, dando loro “corruptum aurum metallo sophistico, auro in superficie colorato.”
[1176]. Samperi, Iconografia della gloriosa Vergine, ec., Messina, 1644, pag. 615-622, dove è data la trascrizione e traduzione del Padre Kirker, corretta, a modo suo, dal Padre Magri da Malta. Il Gregorio ristampò l’epigrafe nel Rerum Arabicarum, pag. 190, dopo aver dato a pag. 189 altri frammenti che sono murati in una finestra del Duomo di Messina stessa: ed avvertì che in quella città se ne trovava parecchi della medesima fattura. Il Gregorio non era uomo da ripetere la favola del Messala; ma nè egli nè il Tychsen indovinarono una parola de’ frammenti, sia dell’Annunziata o sia del Duomo.
[1177]. Io ho letti alcuni squarci di cotesti versi nel 1868, e li ho pubblicati nelle Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, ni. 3, 4 (Rivista sicula di agosto 1869), aggiungendovi le fotografie. Si vegga nella stessa opera, classe I, n. 5, un frammento di tavola di marmo trovato nel palazzo regio di Palermo, nel quale era intarsiata, a caratteri neskhi di stile diverso, una iscrizione in versi, che somiglia molto, pel concetto e per l’andamento, a quella di Messina.
Cotesta iscrizione dell’Annunziata de’ Catalani, messa lì per caso, ha tratti fuori di via alcuni scrittori di cose architettoniche, come il Gally-Knight, The Normans in Sicily, Londra, 1838, pag. 120 segg. Il Padre Gravina, Duomo di Morreale, pag. 33, ci ha applicato subito il suo supposto delle costruzioni siciliane del VI secolo: onde ha fatta sorgere l’Annunziata de’ Catalani a’ tempi di S. Gregorio e poi l’ha mutata in moschea e nuovamente in chiesa. Qual che sia stata l’origine, la forma attuale torna evidentemente al XIV secolo.
[1178]. Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, n. 11, nella Rivista sicula di ottobre 1870. Io lessi per lo primo cotesta iscrizione nell’aprile 1849 e la pubblicai nella Revue Archéologique, Paris, 1851, pag. 669 segg.
Essendo tutto l’edifizio della stessa pietra e fattura del coronamento, nel quale è intagliata la iscrizione, non mi metterò a combattere il supposto di alcuni eruditi palermitani, al quale si acconcia il dotto barone De Schack (Poesie und Kunst, etc., II, 269), cioè che il palagio fosse edificato assai prima, e che Guglielmo II l’avesse ristorato. Tal supposto non ha fondamento storico nè artistico. Debbo qui attestare che il Girault de Prangey, pochi anni dopo aver assentita dubbiamente la comune opinione dell’origine musulmana (Essai, etc., pag. 87 segg.), e due anni prima ch’io leggessi la iscrizione, pensò che la Cuba fosse opera del XII secolo. Trovandomi un giorno a Parigi con lui e col duca di Serradifalco nel 1847, cadde il discorso su la Cuba. Il Serradifalco sostenea con molto calore l’origine musulmana e tra le altre cose allegava l’iscrizione; e il Girault de Prangey, dopo che gli ebbe dette le sue ragioni in contrario, si messe a replicargli ogni volta “Oui, mais c’est normand!”
[1179]. Ho toccato quest’argomento nel cap. iv del presente libro, pag. 491 del volume e più largamente nelle Iscrizioni, ec., classe I, ni. 9, 10 (Rivista sicula di febbraio 1870). Si corregga dunque il supposto ch’io avea messo innanzi, nel libro IV, cap. xij, vol. II, pag. 451.
Tra i molti autori che hanno scritto della Zisa, merita particolare menzione Leandro Alberti, Isole appartenenti all’Italia, Venezia, 1581, fog. 47 verso segg. Il Girault de Prangey, Essai, etc., dicendo a pag. 86 della sala terrena, aveva anche qui indovinata l’età, poich’egli accenna a Guglielmo II.
[1180]. Si vegga il cap. iv del presente libro, pag. 463 del volume. Leandro Alberti, nell’opera citata, fog. 47 verso, ricordò per lo primo questo palagio senza scriverne il nome. “Sono oltre di ciò, egli dice, lunge un miglio da Palermo le ruine di due illustri palagi, col terzo pure in piedi, ma mal condotto per esser hora (prima metà del XVI secolo) habitatione di animali.” I due illustri palagi sono la Zisa e la Cuba, dei quali l’Alberti non descrive che il primo.
Dopo questo viaggiatore, n’ha trattato il professore G. B. Basile dell’Università di Palermo, in due articoli del giornale palermitano La Ricerca, ni. 1, 2 (30 aprile e 9 maggio 1856), e il D. Marzo, op. cit., I, 269.
Io credo s’abbia a dare a questo palagio il nome di Menâni più tosto che quello di Mimnernum, col quale l’hanno designato fin qui gli eruditi siciliani. Questo si legge per vero in alcuni codici, e nelle edizioni del Falcando (veggasi Caruso, Bibl. sicula, pag. 448), ma sembra un po’ strano a sentir presso Palermo un vocabolo che non ha altro significato se non che il nome proprio d’un antico poeta. Il vocabolo, all’incontro, di Minenium è scritto chiaramente nel vetusto e bel codice del Falcando, posseduto dalla Biblioteca di Parigi (Saint-Victor, 1604, fog. 45 recto) e si riconosce anco in un diploma arabico di aprile 1132, serbato nel tabulario del Duomo di Palermo, del quale il Gregorio pubblicò uno squarcio nel suo opuscolo De supputandis apud Arabes siculos temporibus, pag. 44, ed ora l’intero testo è stampato correttamente dal professor Cusa, ne’ suoi diplomi greci ed arabi di Sicilia, vol. I (non ancor pubblicato), pag. 6 segg. Per cotesto atto un musulmano di Palermo permutava una parte dell’acqua dell’Ain-el-Menâni con le acque dell’Ain-el-Farkh e dell’Ain-el-Bottiah, possedute da un altro musulmano; le quali sorgenti eran tutte “nelle regioni occidentali di Palermo” e la prima irrigava la campagna detta Burg-el-Battâi, della quale sappiamo altresì il sito da Ibn-Haukal, nella Biblioteca arabo-sicula, testo pag. 9, e nel Journal Asiatique di gennaio 1845, pag. 29.
È da notare che questo castello non comparisce tra’ siti reali dell’agro Palermitano, notati ne’ diplomi di Federigo imperatore, nè di Carlo d’Angiò. Direbbesi che fosse stato distrutto innanzi il XIII secolo: e forse nella battaglia del 21 luglio 1200, la quale cominciò per l’appunto in quei luoghi, come si vede dal cap. vij di questo libro, pag. 580.
[1181]. V’ha buona ragione di credere che questo castello, col suo bagno, di cui rimangono gli avanzi, col suo parco e col lago artificiale or disseccato, sieno opera dell’emir kelbita Gia’far (997-1019). Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, a pag. 350 del vol. 2, e il lib. V, cap. iv, a pag. 120 del presente volume. Eran proprio questi “il palagio e i deliziosi giardini irrigati d’acque e ricchi di frutta,” i quali, al dir dell’Amato, furono occupati dal conte Ruggiero, quando sboccò nell’agro Palermitano il 1071.
Degli avanzi di Maredolce han trattato, nelle opere citate, il Gally-Knight, a pag. 305; l’Hittorf, a pag. 6 (tavola LXXIV, fig. 2); il Girault de Prangey, pag. 92; il Di Marzo, vol. I, pag. 270 e segg.
[1182]. Il Gregorio, Rerum Arabicarum, pag. 188, pubblicò un pessimo disegno della iscrizione cufica che si vedeva al sommo delle mura e ch’ei non si provò a tradurre; nè io lo tenterò senz’altro aiuto che quella incisione. Il Gregorio aggiugne esser molto belli i caratteri ed aver l’edifizio l’apparenza di molta antichità; ma non dice che l’abbia veduto egli stesso. Il Girault de Prangey, op. cit., pag. 93, e tavole VII e XIII, n. 4, diè l’interno de’ bagni e una bella copia d’un brano della iscrizione, i cui caratteri direi molto antichi, se la paleografia cufica desse prove certe de’ tempi. Ma poichè mi si dice sia cascata giù, fin da molti anni, l’iscrizione, non possiamo sperare per ora, nè forse mai, di arrivare all’origine di quel monumento. Si vegga anco il Gally-Knight, op. cit., pagina 324. Del resto il disegno della sala principale del bagno somiglia molto a quello del bagno di Palma in Maiorca, che ci dà il Girault de Prangey, op. cit., tavola II: e le differenze sono gli archi, acuti a Cefalà ed a ferro di cavallo in Palma, e il lavoro assai più delicato nel primo che nel secondo di quegli edifizi.
[1183]. Si è discorso degli avanzi di questa porta nel libro V, cap. iv, pagina 128 del presente volume, nota 2. Dopo avere scritto quel capitolo, mi è occorso di visitare io stesso nel 1868 la chiesa della Vittoria, in compagnia dell’architetto dottor Cavallari, e vi sono ritornato nel 1871. Io ho riconosciuta la esattezza delle notizie che me ne diè dapprima il dotto professore Salinas, le quali io usai nella nota. Ho veduta di più, mostratami dal Cavallari, la faccia esteriore di questa porta dal lato del vecchio muro della città, al quale è ora addossata una casuccia che risponde sulla piazzetta chiamata della Vittoria a’ Bianchi, e vi si distingue benissimo l’arco acuto, ora tutto ripieno e ragguagliato alla faccia della parete. Dall’altra parte del vecchio muro sta la chiesa della Vittoria; nella quale la prima cappella, a destra di chi entri dall’ingresso maggiore in piazza dello Spasimo, risponde per lo appunto all’antica porta. La metà superiore della qual cappella è occupata dall’affresco ch’io già descrissi, moderno e ritoccato in tempo ancor più recente. Ma nella metà inferiore, e per l’appunto dietro l’altare ch’ora è congegnato in guisa da scostarlo quando si voglia, veggiamo la metà inferiore d’una antica e robusta porta di legno, la quale è da supporre conservata fin dall’XI secolo; e tanto più lo dobbiam credere dell’arco acuto, il quale potrebbe anco risalire alla fondazione della Khalesa, cioè al X secolo. Avvertasi che rimangono avanzi robustissimi ed antichi di costruzione, tanto in altra parte della chiesa, quanto in una casipola attigua su la piazza dello Spasimo.
[1184]. Ho riferite nel cap. iv del libro V, pag. 118 del presente volume, nota 3, le proprie parole di Amato, le quali fanno credere che il sito di San Giovanni de’ Lebbrosi sia lo stesso del Castello di Iehia, ossia Giovanni, preso dal conte Ruggiero dopo quello di Maredolce. Ma la chiesa attuale non v’era al certo; nè alcun documento prova che i Normanni l’abbiano fabbricata immediatamente.
[1185]. Una veduta di questo castello rovinato, che sovrasta ad Alcamo, si trova nell’opera del Duca di Serradifalco, Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, pag. 43, in vignetta. Vi si scorgono parecchie finestre ad arco acuto.
[1186]. D’Entella si è fatta menzione nel libro V, cap. ij, pag. 86 di questo volume, nota 1. Era al certo castello fortissimo pria della guerra normanna. Un amico mio, che visitò quelle rovine quattordici anni addietro e n’abbozzò anco una pianta, vi osservò una cisterna con vòlta a sesto acuto, il quale nell’abbozzo ha le medesime proporzioni che negli edifizii normanni del XII secolo.
Calatamauro non è nominato negli annali normanni; ma Edrîsi ne fa menzione e ne indica il sito. Andrebbe dunque riferito ai tempi musulmani, quando anche non attestasse quella origine il nome, composto di due notissimi vocaboli, arabico il primo e latino o greco il secondo, il quale fors’anco ci condurrebbe ai primi tempi del conquisto musulmano. Un documento ch’io allegai nella Guerra del Vespro Siciliano, cap. VI, edizione del 1866, tomo I, pag. 139, nota 2, prova l’importanza di questa fortezza nel XIII secolo. L’amico mio, che visitò Entella, esaminò anco Calatamauro, che giace in quelle stesse montagne ed era assai più vasto: nelle cui rovine egli osservò una gran cisterna, anch’essa con vòlta a sesto acuto, intonacata di cemento idraulico e molto ben conservata.
[1187]. Il barone di Mandralisca da Cefalù, tolto immaturamente all’Italia ed agli studii, mi affermava nel 1861 aver vista, più di venti anni innanzi, una iscrizione arabica nella torre detta Li Gresti, che facea parte d’una masseria ed occorrea nel sentiero che mena da Piazza a Lentini, il quale allor si chiamava strada. L’iscrizione si vedeva in una scala della torre, parte fabbricata e parte tagliata nel sasso.
Sarebbe da ricercare questa torre ed anco i due monumenti citati da Houel, Voyage pittoresque, etc., vol. III, pag. 69 e 122, l’un de’ quali sorgea nella via da Militello a Vizzini; e l’altro nel feudo della Falconara, a tre miglia da Noto.
[1188]. Si veggano: Hittorf, Architecture moderne de la Sicile, Parigi, 1835, gr. in foglio, con rami.
Gally-Knight, The Normans in Sicily, Londra, 1858, in-8º, con atlante in foglio.
Serradifalco (Domenico Lo Faso, duca di) Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, ec., Palermo, 1838, in foglio, con rami, e Il Castello della Zisa, nella raccolta intitolata: L’Olivuzza, ricordo del soggiorno della Corte imperiale russa, ec., Palermo, 1866, in 4º, con litografie.
Girault de Prangey, Essai sur l’architecture des Arabes et des Mores, Parigi, 1841, in-8º gr., con litografie.
Di Marzo, Delle Belle Arti in Sicilia, ec., Palermo, 1858, due vol. in-8º gr., con litografie.
Buscemi, Notizie della basilica di San Pietro, detta la Cappella regia di Palermo, Palermo, 1840, in-4º, con litografie.
Schack (A. F. von) Poesie und Kunst der Araber in Spanien und Sicilien, Berlino, 1865, due vol. in-12º.
Springer, Die mittelalterische Kunst in Palermo, Bonn, 1869, in-4º.
Gravina (Dom. Benedet. cassinese), Il Duomo di Monreale illustrato, Palermo, con la falsa data del 1859, da correggere 1871, gr. in foglio, con tavole cromolitografiche e fotografie.
Si vegga ancora gli articoli critici sull’opera del Serradifalco, scritti dall’abate Niccolò Maggiore, nelle Effemeridi Siciliane, ni. 64, 65, 66 (Palermo, 1839) e da Giambattista Castiglia nel Giornale Letterario, n. CXCV, (Palermo, 1839).
[1189]. Prolégomènes, traduzione francese del baron De Slane, parte II, 274. Nel testo, parte II, pag. 231, 239, della edizione di Parigi, leggesi il nome etnico di Fars, cioè popoli della Persia propriamente detta, escluse le province settentrionali ed orientali del reame attuale. Si veggano anco tutte le pag. 241 segg. e 365 segg.
Nella stessa opera, traduzione francese, II, 375, l’autore scrive che il califo Walid-ibn-Abd-el-Melik fece venire architetti da Costantinopoli per costruire le moschee di Medina, Gerusalemme e Damasco. Par ch’egli contraddica così ciò che avea detto della origine persiana: e pure i due fatti stanno benissimo insieme. Come vedremo or ora, gli artisti bizantini furon chiamati pei lavori di mosaico e forse per altri ornamenti; e i persiani fabbricarono i primi edifizii. In ogni modo il racconto è manifestamente erroneo, poichè quelle moschee esistevano di già; onde non si trattava di fabbricarle di pianta. A me pare che Ibn-Khaldûn, al solito suo, abbia messi qui a fascio varii fatti. E così talvolta ei dava nel segno e talvolta lo sbagliava netto.
[1190]. Caussin de Perceval, Essai sur l’Histoire des Arabes, II, 55.
[1191]. Ibn-el-Athir, anno 17, testo del Tornberg, vol. II, pag. 411, 412.
[1192]. Kela’i, El-Ikitfâ, ms. di Parigi, Ancien Fonds, n. 653, fog. 94 verso. Si confronti con Ibn-el-Athir, loc. cit.
[1193]. Beladsori, Liber Expugnationis, etc., testo del De Goeje, pag. 286, e Ibn-el-Athîr, loc. cit.
Notisi che la più parte de’ monumenti musulmani surti ne’ primi secoli dell’egira dallo Stretto di Gibilterra al Golfo Persico ed all’Oxus, furono costruiti con le spoglie degli antichi edifizii. Non occorrono citazioni per questo. Leggiamo anco in Beladsori, op. cit., pag. 290, che furon messe nella moschea cattedrale di Waset, in Mesopotamia, delle porte tolte da Zandewend e da altre città di quella regione; gli abitatori delle quali si querelarono di cotest’atto di violenza, contrario ai patti ch’essi aveano stipulati coi Musulmani.
[1194]. Ibn-el-Athîr, loc. cit.
[1195]. Beladsori, op. cit., pag. 286. Il vocabolo che traduco “vòlta” è azeg. Parmi sia da porvi mente nel ricercare la recondita radice del francese “ogive,” poichè gli Spagnuoli confondeano la pronunzia delle due lettere g z (gim, za) che sono le ultime di quel vocabolo arabico. Avremmo così le prime due sillabe di “ogive,” e l’ultima si potrebbe riferire alla nota desinenza dell’aggettivo derivativo in lingua arabica.
[1196]. Ibn-el-Athîr, anni 105, 121, edizione del Tornberg, V. 93, 163 segg.
Il Beladsori, op. cit., 286, 287, fa un cenno de’ lavori pubblici dovuti a Khaled e cita, tra gli altri, una chiesa ch’egli edificò, come dicesi, in Cufa, in grazia della sua madre cristiana. Questo fatto non è stato dimenticato dal Weil, Geschichte der Chalifen, I, 621.
[1197]. Kela’i, loc. cit. È notevole che questa pianta somigli a quella delle chiese cristiane. Traduco “abside” il vocabolo arabico, che significa letteralmente parti posteriori. Traduco “braccio” il vocabolo dsira’, che vi corrisponde ne’ due significati di membro del corpo e di misura lineare. La dsira’ variò di lunghezza secondo i luoghi e i tempi. Quella dell’antico Nilometro di Rauda, misurata dal Coste, op. cit., pag. 45, è di metro 0,5415.
[1198]. Beladsori, op. cit., pag. 290.
[1199]. Frammenti del testo d’Ibn-Sciakir, pubblicati dal professore Anspach, in nota al suo Specimen e literis orientalibus, etc., Leida, 1853, in-8º, pag. 8 e 9. Si vegga nello stesso opuscolo, a pag. 9, il testo della cronica anonima di Walîd, la quale dà all’ambasciatore il titolo di patrizio e narra lo stesso fatto con altre parole.
Dal canto mio, temperando una iperbole troppo grossa, ho tradotto: “si turbò fieramente” il luogo del testo, che dice propriamente “cadde svenuto.”
Su la moschea di Damasco si consulti Edrîsi, versione francese di M. Jaubert, I, 351, dove si fa menzione di un’altra cupola detta La Verde e di varie maniere di ornamenti.
[1200]. Beladsori, op. cit., pag. 287, 288. Costui si chiamava Ibrahim-ibn-Selâma; era liberto della tribù di Rebâb, ed era stato uno degli emissarii che prepararono la sollevazione del Khorasân a favore degli Abbasidi. I Rebâb si veggono tra i primi conquistatori del Khorasân, secondo un passo del Beladsori, op. cit., pag. 404.
[1201]. Bekri, Description de l’Afrique, testo di Parigi, pag. 23, e traduzione nel Journal Asiatique di ottobre 1858, pag. 471.
[1202]. Makrizi, Mowâ’iz, testo di Bulâk, tomo I, pag. 317, dice che l’emiro tolunida Khamaruweih fabbricò di faccia alla Kubbet-el Hawâ, ossia “Cupola dell’Aria,” un’altra cupola chiamata Dekka, ossia “Belvedere,” ch’era aperta da’ lati (ossia da’ quattro archi, com’e’ parmi, che sosteneano la cupola), ma questi si chiudeano, quando si volea, con cortine. Dalla Dekka si scoprivano tutti i giardini e i palagi dell’emiro, il deserto, il Nilo, e i monti.
[1203]. Bekri, op. cit, pag. 24 del testo e 472 della traduzione.
[1204]. Tabari, ms. della Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe, n. 744, pag. 132, 133. Si confronti Ibn-el-Athîr, anno 88, testo di Tornberg, IV, 422. Si confronti anco lo scrittore anonimo del califato di Walîd, ec., pubblicato dall’Anspach, op. cit., pag. 4, nel quale, per errore di copia, com’e’ sembra, si dà il numero di 100,000 artefici, allegando l’autorità del Wakîdi.
[1205]. Mohammed-ibn-Sciakir, nell’opera citata dell’Anspach, pag. 5, nota, scrive che Walîd domandò all’imperatore di Costantinopoli dodicimila artefici del suo paese, venuti i quali, fece rivestir le mura della moschea “delle pietruzze d’oro che addimandansi fesifisâ (ψῆφος), frammiste a varie maniere di peregrini colori in figura di piante, ec.” Si confrontino i luoghi d’Ibn-Khaldûn, testè citati, pag. 824 in nota.
[1206]. Azraki, testo pubblicato dal Wüstenfeld, nelle Chroniken der Stadt Mekka, tomo I, pag. 309, 323 segg.
[1207]. Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique et de l’Espagne, par Edrîsi, Leida, 1866, testo pag. 209. Si vegga a pag. 269 la versione, dalla quale ho creduto dovermi scostare un pochino.
[1208]. Ibn-el-Abbâr, Hollet-es-Siarâ, ms. della Società asiatica di Parigi, fog. 30 verso. Si confronti Bekri, citato nella nota 2, pag. 839; il quale aggiugne che le colonne, alzate a sostegno della cupola che costruì Ibrahim-ibn-Ahmed, erano tutte ornate di intagli (o mosaici).
Questa moschea, sì vicina al nostro mare, si può dire inesplorata fin oggi, perchè i Cristiani assai difficilmente entrano nella città santa dell’Affrica, ed a nessuno è venuto fatto fin qui di penetrare nella moschea. Dopo Shaw e Desfontaines, lo tentarono invano Girault de Prangey (op. cit., pag. 63, 64) e Sir Grenville Temple; e, pochi anni addietro, l’intraprendente barone di Maltzan non potè notar altro che gli avanzi di colonne e altri lavori dell’antichità, che si vedean di fuori, ed un’alta cupola e un minaretto con iscrizioni cufiche (Reise in den Regentschaften Tunis und Tripolis, Leipzig, 1870, vol. II, pag. 70).
[1209]. Makrizi, Mowâ’iz, testo di Bulâk, vol. II, pag. 248.
[1210]. Makrizi, vol. cit., pag. 246 a 256.
[1211]. Makrizi, op. cit., vol. II, pag. 248. Si confronti il Coste.
[1212]. Argomento ciò dal Beladsori, op. cit, pag. 309. I Beni ’Amir-ibn-Liwa, gentiluomini della Mecca, combatterono nelle prime guerre dell’islam e un di loro si trovò alla presa di Hamadan (643). Indi è molto verosimile che la famiglia abbia fatta stanza in quella città e che il suo liberto fosse stato di schiatta indigena.
[1213]. Veggansi i disegni nell’opera egregia del Coste, Architecture arabe, ou monuments du Kaire, Parigi, 1837, gr. in foglio, tavole I, II, III, e si confronti il testo, pag. 30 segg.
[1214]. Makrizi, op. cit., vol. II, pag. 265 segg.
[1215]. Univers pittoresque; Egypte moderne, par M. Marcel, 1848, pag. 72 e seguenti.
Sanno gli eruditi che parecchi volumi di quest’ampia raccolta non son mere compilazioni fatte a tanto il foglio. Il Marcel, orientalista, visse a lungo in Egitto, studiò seriamente le antichità di quel paese nel medio evo, e pubblicò varie altre opere importanti. Chi ha letti i testi del Makrizi e d’altri autori arabi, s’accorge subito che il Marcel li studiò e ne diè sovente una traduzione fedele.
[1216]. Owen-Jones, Grammaire de l’Ornement, Londra e Parigi (senza data), ediz. in-4º, nella descrizione della tavola XXXI.
[1217]. Coste, op. cit., pag. 32 segg.
[1218]. Coste, op. cit., tavola LXX, e il testo a pag. 45.
[1219]. Makrizi, op. cit., II, 185.
[1220]. Si vegga il Makrizi, op. cit., I, 384, e in molti altri luoghi.
[1221]. Makrizi, op. cit., I, 318. Le tre porte si addimandavano Bab-Zawila, Bab-en-Nasr, e Bab-el-Fotûh.
[1222]. Si vegga il Coste, op. cit., pag. 34.
[1223]. Makrizi, op. cit., I, 315.
[1224]. Makrizi, op. cit., I, 316, 317.
[1225]. Makrizi, op. cit., II, 273.
[1226]. Si veggano, nel Coste, op. cit., le tavole VII, VIII, e il testo, pag. 33 e seguenti.
[1227]. Coste, op. cit., pag. 32.
[1228]. Azraki, testo arabico pubblicato dal Wüstenfeld, nelle Chroniken der Stadt Mekka, Leipzig, 1858, I, 396.
[1229]. Flandin et Coste, Voyage en Perse (1840-1841), Parigi, senza data. Si veggano le tavole 24 (Sarbistan), 42 (Firuzabad), 216 (rovine sassanide dette Taki-Kesra a Ctesifone), e il testo pag. 43, 173. Si notino le cupole molto frequenti e per lo più ovoidi, ossia generate da un’ellisse che gira perpendicolarmente su l’asse maggiore. Nel Taki-Kesra il grande arco, che arriva al colmo della gran sala, è a sesto acuto con la punta arrotondata, come que’ della moschea d’Amr al Cairo vecchio.
[1230]. Il Gally-Knight, The Normans in Sicily, pag. 351, mette innanzi due conghietture, delle quali la prima mi pare molto plausibile e la seconda molto strana: cioè che l’arco acuto sia passato in Sicilia dal Kairewân, e che ve l’abbia recato un architetto bizantino. A sostegno di questa seconda opinione, l’autore allega l’arco acuto che si vede nel menologio dell’imperatore Basilio Macedone alla Vaticana.
Questo preziosissimo codice greco in carta pecora, ch’è segnato nella detta Biblioteca col n. 1613, contiene le agiografie de’ primi sei mesi dell’anno, cominciando dal settembre; ed è illustrato in ogni pagina con una bella miniatura, che ne prende almeno la terza parte e che rappresenta spesso degli edifizii.
Il testo greco con traduzione latina, stampato in Urbino il 1727 in tre volumi in foglio, col nome del cardinale Annibale Albano del titolo di San Clemente, nei primi due volumi riproduce in rami quelle miniature.
Ora esaminata la splendida edizione d’Urbino e visto anco il codice originale, debbo dir che l’erudito inglese cadde in errore. Arco acuto propriamente detto non si vede mai nel menologio dell’imperatore Basilio. V’ha soltanto (edizione di Urbino, II, 67, 69, 78, 90, 107, 121, 127, ec.) intorno alcune figure di santi, una specie di trittico formato da quattro colonne o pilastri e terminato nella parte superiore da un angolo rettilineo tra due archi di circolo, o, al contrario, da un arco circolare tra due angoli rettilinei. Ma, come ognun vede, queste tornano a mère cornici, non son veri membri di architettura: e d’altronde l’angolo rettilineo, adoperato sovente come ornato in architettura, non si è chiamato mai arco, nè può farne l’ufizio.
In un sol posto, a pag. 102, cioè, del I volume, si rappresenta propriamente un portico, formato di colonne che sostengono, invece di archi tondi o aguzzi, degli angoli rettilinei della fattura che abbiamo testè descritta. Di due cose dunque l’una: o il dipintore delineò il portico per ghiribizzo, mettendo un ornato in vece di un arco; ovvero ei volle imitare rozzamente gli archi a sesto acuto, che al suo tempo, cioè nella seconda metà del IX secolo, erano in uso appo i Musulmani. La scena di questa miniatura è per l’appunto in Antiochia, occupata allora da Musulmani. E così il dipinto prova che i Bizantini, non che costruire archi acuti nei loro edifizii, non li sapeano nemmeno, o non li voleano, imitare col pennello.
[1231]. Burckhardt, Travels in Arabia, Londra, 1829, vol. I, pag. 284; e Burton, Personal narrative of a pilgrimage, etc., Londra, 1855, vol. I, cap. vj, pag. 138. Si veggano a pag. 131 segg. le idee del Burton su l’architettura sacra dell’Oriente.
[1232]. Azraki, op. cit., pag. 323 segg.
Questo lavoro, fondato su le tradizioni d’un erudito meccano che visse al principio del IX secolo, fu scritto alla metà dello stesso secolo e vi furon fatte aggiunte nel X. Noi vi leggiamo l’altezza e la larghezza di ciascuno dei 43 archi, i quali, scempii, ovvero uniti a due, a tre ed a cinque, formavano le 23 porte (nel 1814 erano 19) della gran moschea quadrilatera della Mecca, com’essa era dopo le costruzioni de’ califi Walîd (705-715), Mansûr (754-755) e Mahdi (775-785), descritte nell’opera stessa, pag. 300 segg. Alla più parte di cotesti archi si dà l’altezza di 10 o 13 dsira’ (ossia braccia, che supponghiamo da metri 0,54) su la larghezza di 7 dsira’ poco più o poco meno. Un solo è molto basso, cioè 10 di altezza per 9 di larghezza; altri, al contrario, molto allungati, cioè di 9 sopra 5 e di 10 sopra 5, intere o scarse.
[1233]. Burckhardt, op. cit., vol. I, pag. 243, 277 segg.
[1234]. Libro II, cap. v e ix nel vol. I, pag. 294, 407.
[1235]. Bekri, Description de l’Afrique, testo di Parigi, pag. 25, e traduzione nel Journal Asiatique di ottobre 1858, pag. 475-476.
[1236]. Libro III, cap. ix, vol. II, pag. 190.
[1237]. Libro IV, cap. iv, vol. II, pag. 274.
[1238]. Dissi di cotesta iscrizione nel libro IV, cap. iv, vol. II, pag. 274, e poi l’ho letta io stesso e pubblicata, nelle Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, n. 1, Rivista sicula di marzo 1869.
[1239]. Nello stesso libro IV, cap v, vol. II, pag. 303.
[1240]. Libro IV, cap. v, vol. II, pag. 294 segg.
[1241]. Libro IV, cap. xiij, vol. II, pag. 450, nota 4.
[1242]. Edrîsi, testo, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 28, 29. Pur mi rimane il dubbio di qualche lacuna in questo luogo del testo. La descrizione si adatta perfettamente alla Cappella Palatina. Come supporre che Edrîsi non abbia fatta menzione di questa splendida opera del suo mecenate; e come immaginare che i Normanni abbiano lasciate nel Duomo le iscrizioni, le quali doveano esser tratte dal Corano?
[1243]. Fosûs, plurale di fass, ch’è tolto di peso, come notò il Fleischer, da πεσσός “pietruzza,” ed è usato per designare il materiale da mosaico dorato, nel luogo di Ibn-Sciâkir che abbiam testè citato a pag. 828, nota 2. Si confronti una nota del Dozy, nella Description de l’Afrique, par Edrîsi, pag. 360. Parrebbe dunque a prima vista che Edrîsi avesse voluto alludere a’ mosaici della Cappella Palatina e della sala del palagio. Ma come adattare alle pietruzze da mosaico l’aggettivo che segue, giâfiah, cioè “ruvide” o “pesanti,” sul quale si vegga il Dozy, op. cit., pag. 278, dove è ricordato per l’appunto il presente luogo di Edrîsi? Convien dunque prendere fosûs nel significato primitivo e persuaderci che l’autore volle fare al solito suo l’antitesi dei grossi o grezzi ciottoli co’ massi di pietra da taglio. D’altronde non si fabbrica col mosaico, nè Edrîsi stesso avrebbe osato di arrivare ad una metafora di tal calibro.
[1244]. Edrîsi, testo, nella Bibl. arabo-sicula, pag. 29, da correggere secondo il Dozy, op. cit., pag. 308, avvertendo che ne’ Diplomi arabi di Sicilia si trova la voce r..kkah col significato italiano di rôcca, e talvolta è tradotto “castellum.”
[1245]. Così chiamano volgarmente le rovine del monastero di Santa Maria della Valle o della Scala, fondato nel XII secolo. Io lo cito soltanto per la parte che rimane dell’edifizio primitivo, essendo il rimanente del secolo XIV. Si vegga Gally-Knight, op. cit., pag. 126; e meglio Geo. Dennis, nel Murray handbook... Sicily, Londra, 1864, pag. 513.
[1246]. Sugli avanzi di questo monastero fondato nel 1174 si vegga il Gally-Knight, op. cit., pag. 168 segg.
[1247]. Sebîl, ossia “Via (di Dio),” chiamano gli Arabi alcuni lasciti pii, e quelli specialmente che sono addetti a dar da bere a’ viandanti.
Questa fonte, alla quale riman finoggi il nome arabico di Cuba, non è stata descritta da altri, per quanto me ne sovvenga. Essa è molto piccola in vero. L’incontra a man destra chi, andando da Villabate a Misilmeri lungo lo stradale, ha oltrepassato il villaggio detto Portella di Mare ed è arrivato al sommo dell’erta, dal quale poi si scende nella valle del fiume detto de’ Ficarazzi. Sorge quivi a sinistra la collina della Cannita, ov’era di certo il Kasr-Sa’d, ricordato da Ibn-Giobair. E forse questa cupoletta è proprio su la sorgente detta Ain-el-Meginûna, ossia “Fonte della pazza,” di cui il viaggiatore spagnuolo, nella descrizione di Kasr-Sa’d, Biblioteca arabo-sicula, testo pag. 88, e Journal Asiatique di dicembre 1845, pag. 516, e di gennaio 1846, pag. 76.
La cupoletta oggi è sepolta in parte sotto una frana, che mi parve recente quand’io vidi per la prima volta questo monumentino nel maggio 1870. È fabbricata, come quella molto più grande di casa Napoli tra Palermo e Monreale, sopra un dado, nel quale si entra dalla parte dello stradale per un arco molto aguzzo e pur sì picciolo che un uomo dee chinarsi per passarvi. L’acqua, in oggi assai scarsa, scaturisce in fondo ed è condotta per un canale artificiale in una pila di sasso, al margine dello stradale. Questo poi è più basso e discosto da otto metri.
[1248]. Il prof. Saverio Cavallari, ricordato più volte nel presente lavoro, ha notata la costruzione delle cupole de’ monumenti normanni di Sicilia diversa da quella di stile bizantino, nel quale la superficie della sfera concava si adatta alle pareti interne del prisma quadrilatero per mezzo di una muratura in forma di vela. Egli ha osservate nella “Badiazza” presso Messina le radici di una cupola normanna che ora è cascata. Si vegga il suo confronto nel fascicolo di saggio della splendida opera cromolitografica testè intrapresa in Palermo col titolo di Cappella del real palazzo di Palermo, disegnata e dipinta da Andrea Terzi, ec.
[1249]. Si vegga Girault de Prangey, op. cit., pag. 91, e tavola X, n. 2.
[1250]. Girault de Prangey, op. cit., pag. 89, 96 segg., 100, 119. Si osservino anco gli ornati della Zisa e di Cordova, messi a riscontro nella stessa opera, tavola IV.
[1251]. Dozy e De Goeje, Description de l’Afrique et de l’Espagne, par Edrîsi, pag. 209 del testo e 258 della traduzione.
[1252]. Si tratta in generale di questo argomento nell’opera di Owen-Jones, intitolata Grammaire de l’ornement, Londra e Parigi, senza data, edizione in-4º, illustrata con cromolitografie. Si vegga la descrizione della tavola XX, lavoro del signor Waring, il quale ha fatto lungo studio su i monumenti bizantini, e nota l’influenza del disegno bizantino sugli Arabi, come si vede, dice egli, al Cairo, in Alessandria, in Gerusalemme, in Cordova e in Sicilia.
[1253]. Questo è quello che il professor Basile definì Arco persiano, nel citato articolo del giornale “La Ricerca.”
[1254]. Veggansi le tavole XVII, XXVII, XXVIII, della lodata opera dei signori Flandin e Coste.
[1255]. Mowâ’iz, edizione citata, I, 384.
[1256]. Nella Bibl. arabo-sicula, testo pag. 91, e nel Journal Asiatique di gennaio 1846, pag. 80.
[1257]. Si vegga la figura in Lane, Modern Egyptians, vol. I, cap. 1, o in ogni altra raccolta di disegni architettonici dell’Oriente.
[1258]. Leandro Alberti, Isole appartenenti all’Italia, Venezia, 1581, fog. 49, recto e verso.
[1259]. Si confronti Fazzello, Deca I, libro viij, cap. 1, e Girault de Prangey, op. cit, pag. 88. Ecco le parole del Fazzello: “Piscina erat ingens in medio, in qua vivi pisces coercebantur, antiquo, quadrato, ingentique lapide, mira crassitudine instructa. Quae hodie (1558) incorrupta est, aquasque solum et pisces requirit.”
[1260]. L’afferma il professor Basile, negli articoli della “Ricerca” citati qui sopra a pag. 819, nota 2.
[1261]. Diploma del 28 giugno 1307, citato dal Fazzello, Deca I, libro viij, cap. 1.
[1262]. Si vegga il cap. vj di questo libro, a pag. 552 del volume.
[1263]. Benjamin of Tudela, versione inglese di A. Asher, vol. I, pag. 160.
[1264]. L’ho visto io medesimo ne’ primi giorni di quest’anno 1872, in compagnia del professore Giuseppe Patricolo. Ho cagione di sperare che questo valente architetto studii profondamente l’edifizio di Maredolce, del quale hanno trattato sì il Gally-Knight e il Girault de Prangey, ma i lavori loro non mi sembrano soddisfacenti.
[1265]. Si vegga il cap. xj di questo libro, pag. 755 segg.
[1266]. Amato, citato nel libro V. cap. v, pag. 119, di questo volume.
[1267]. Bibl. arabo-sicula, testo pag. 89, e traduzione nel Journal Asiatique di gennaio 1846, pag. 76.
[1268]. Si vegga nel presente libro, cap. xij, la pag. 785, note 1, 3.
[1269]. Bibl. arabo-sicula, testo pag. 10, e traduzione nel Journal Asiatique di gennaio 1845, pag. 93.
[1270]. Si vegga il libro V, cap. iij, pag. 103, di questo volume.
[1271]. Si è mostrato in principio di questo capitolo, pag. 819, nota 2, che tra le due lezioni del Falcando è da preferir quella di Minenium, la quale torna al nome della fonte El-Menâni, citata nel diploma arabico del 1132.
A me par che lo stesso nome siasi dato a tutto il chiuso, e che questo, movendo dalle mura della città, abbia oltrepassata la costa dove il nome di Parco, dato al comune moderno, attesta l’antica qualità del luogo; e similmente chiamasi Parco vecchio un monte vicino. E che il chiuso incominciasse proprio dalla città, si vede dal Fazzello, il quale dice che al suo tempo chiamavan Parco il giardino regio dov’era la Cuba e la loggetta del giardino Napoli, sormontata di cupola. La quale, giacendo tra la Cuba e l’Altarello di Baida, ci fa parer molto verosimile che nel XVI secolo il giardino regio arrivasse infino al castello di Menâni. Nel XII v’era compresa al certo la Zisa. Ciò dalla parte della città, ch’è a dire a levante. A ponente prendea, senza dubbio, il monte Caputo e tutta la costa ove poi sorse Morreale.
Da libeccio poi e mezzogiorno il chiuso abbracciava il territorio di Rebuttone e correva in mezzo agli odierni comuni di Parco e di San Giuseppe Iato. Rebuttone è nome di un gorgo d’acqua (nella carta dello Stato Maggiore pubblicata il 1870, per erronea trascrizione, in vece di Gorgo, in siciliano gurgu, fu messo Urvo di Rebuttone). Rebuttone s’addimanda parimente una vecchia torre, lontana parecchie miglia dal gorgo, e così anco i luoghi di mezzo, i quali giacciono a levante dello stradale che mena dal Parco alla Piana dei Greci, dieci o dodici miglia lungi da Palermo. Or questo Rebuttone è corruzione di Rahl-Butont, casale appartenente nel XII secolo allo Spedale di San Giovanni de’ Lebbrosi, come si scorge da un diploma di Guglielmo I, dato di maggio 1156, pubblicato dal Mongitore, Sacrae Domus Mansionis.... Monumenta cap. xiij; citato altresì dall’Amico nelle note alla Sicilia Sacra del Pirro, fog. 1345 recto dell’edizione del 1733. Leggiamo in questo diploma “Casale Butont in contrata Mennani.” Da un’altra mano, il diploma arabo-latino del 1182, il cui testo latino fu pubblicato dal Lello, Monastero di Morreale, appendice di Privilegii e Bolle, ed è stato ristampato, insieme col testo arabico, del professor Cusa ne’ Diplomi arabi e greci, volume I (non ancora uscito alla luce), nella descrizione dei confini del territorio di Giato con quel di Palermo, ha che il territorio di Giato salisce alla torre detta Elfersi “et pervenit ad murum parci et vadit per murum murum usque ad portam putei, etc.” (Lello, pag. 9; Cusa, pag. 180, lin. 23). Ma il testo arabico, dal quale senza dubbio fu cavato il latino nel XII secolo, ha in riscontro del luogo latino che abbiamo stampato in corsivo (Cusa, pag. 203, lin. 12) le parole ila haiti hauzi l mebâni, che suonerebbe “al muro del chiuso degli edifizii:” e ciò mi par si accordi assai male con l’”ad murum parci;” oltrechè non sembra punto verosimile che una foresta cinta di mura si chiamasse “Chiuso degli edifizii.” Ma trasponendo nello stampato un punto diacritico, il quale non si trova nell’originale, e se si trovasse turberebbe poco assai chi ha pratica di manoscritti arabici, trasponendo io dico un punto, si leggerà in luogo di mebâni la voce menâni, la stessa del diploma arabico già citato del 1132, la stessa che si legge in latino nel diploma del 1156: e si comprenderà come il parco ampliato da re Ruggiero abbia preso il nome dalla sua villa, o castello che dir si voglia; poichè la Zisa e la Cuba non erano ancor fabbricate e Maredolce giacea lungi a levante.
Ecco finalmente, per dare un’idea precisa di quel gran barco, le parole di Romualdo Salernitano, presso Muratori, Rer. Italicar., tomo VII, pag. 194, anno 1149: “Interea Rex Rogerius.... Et ne tanto viro aquarum et terræ deliciæ tempore ullo deessent, in loco qui Fabara dicitur, terra multa fossa pariter et effossa, pulchrum fecit vivarium, in quo pisces diversorum generum de variis regionibus adductos jussit immitti. Fecit etiam juxta ipsum vivarium pulchrum satis et spaciosuin ædificari palatium. Quosdam autem montes et nemora quæ sunt circa Panormum, muro fecit lapideo circumcludi, et parchum deliciosum satis et amœnum, diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et in eo damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi. Fecit et in hoc parcho palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per conductos subterraneos jussit adduci.” E sembra questa per l’appunto l’acqua della fonte El-Menâni.
[1272]. Si ricordi il luogo del Makrizi, citato in principio del presente capitolo, pag. 829, nota 3.
[1273]. Si vegga il libro IV, capitoli iv, vij, a pagine 270 e 330 del secondo volume.
[1274]. Si veggano i capitoli ij, ix, xij del presente libro, pag. 426, 649 segg., 652, 654, 809 del volume.
[1275]. Si vegga il noto passo di Leone d’Ostia, con le osservazioni che v’ha fatte di recente il Caravita, I Codici e le Arti a Monte Cassino, vol. I, pag. 488 segg., sostenendo che le arti del mosaico e del bronzo non erano spente in Italia, e che gli artisti, che chiamò di Costantinopoli l’abate Desiderio per lavorare a Monte Cassino, non fecero risuscitare quelle arti, ma soltanto contribuirono a perfezionarle.
[1276]. Il Gally-Knight, non ostante l’opinione preconcetta del miscuglio d’arte arabica, bizantina e normanna, dice nell’opera citata, pag. 327, che i Normanni usarono in Sicilia uno stile d’architettura diverso al tutto da quello che avevano seguito in Francia e in Inghilterra, ed ugualmente lontano da quello degli edifizii innalzati da loro in Calabria. E rincalza nella pagina seguente, che l’arco acuto di Sicilia non passò il Faro che ai tempi dell’imperator Federigo II. Ei replica questa osservazione nella Ecclesiastical architecture of Italy, Londra, 1842-44, pag. viij e ix.
Pur v’ha una eccezione, ch’io ritrovo nell’opera postuma di Schultz, Denkmaeler der Kunst des Mittelalters in Unteritalien, Dresda, 1860, tomo II, pag. 183 segg., e tavola LXXII. Nella cattedrale di Caserta Vecchia, che si dice incominciata nei primi anni del XII secolo e finita il 1158, l’acuto osservatore notò lo stile normanno di Sicilia. Tuttavia non evvi che qualche arco acuto, e il resto sono tondi. La cupola somiglia a quella piccina di Maredolce presso Palermo, nascendo sopra un cilindro, non già sul solito prisma quadrilatero, ridotto prima ad ottagono per mezzo di archetti pensili che riempiano i quattro canti.
[1277]. Si vegga il libro V, cap. v ed viij, e il cap. j del presente libro, a pagina 130, 132, 232, 351 di questo volume.
[1278]. Su la forma particolare delle chiese normanne di Sicilia disputò dottamente il duca di Serradifalco nell’opera citata, pag. 42 segg., e il Di Marzo, op. cit., pag. 108, 109.
[1279]. Si veggano le mie Epigrafi arabiche di Sicilia, classe I, ni. 6, 7, 9, 10, 11, nella Rivista sicula di ottobre e novembre 1869, febbraio e settembre 1870.
[1280]. La ristorazione dell’antico edifizio, alla quale si lavora per cura dell’architetto professor Giuseppe Patricolo, ha messo in luce la più parte della iscrizione greca, la quale per la sua postura rimase pressochè ignota, mentre durò il monastero di donne. Il professore A. Salinas ha dato nella Rassegna archeologica di Sicilia del gennaio 1872 (Rivista sicula di febbraio 1872) un bel ragguaglio dello stato dell’edifizio e de’ lavori intrapresi per ristorarlo.
[1281]. Si veggano le iscrizioni citate in principio del presente capitolo a pag. 818, nota 2, e 819, nota 1.
[1282]. Delle 16 assi che conteneano l’iscrizione, 5 sono state rinnovate e 4 son sì guaste da non potervisi raccapezzare altro che qualche lettera. Dopo una croce con le solite lettere greche IC XP NI KA a’ quattro canti, l’iscrizione arabica incomincia in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo e finisce con l’invocazione dell’Agnus Dei. Ricercando pertanto le formole di cotesta invocazione usate da’ Cristiani di linguaggio arabico, e richiesto tra gli altri quel dotto giovane ch’è il signor Ignazio Guidi da Roma, egli mi ha mostrato l’Inno mattutino pubblicato a pag. 38 dell’Anthologia graeca carminum Christianorum, per W. Christ e M. Paranikas, Lipsia, 1874, nel quale Inno leggonsi alcuni versi che troviamo letteralmente tradotti in arabico nell’ultima parte della iscrizione della Martorana. Mi propongo di trattare più particolarmente questo subietto in altra occasione.
[1283]. L’erudito signor Dennis, autore della Guida di Sicilia, nella collezione del Murray, e in oggi console generale britannico in Palermo, mi fe’ conoscere per lo primo coteste iscrizioni e mi menò a vederle nel maggio 1871.
Le travi maggiori son piene di varii stemmi dipinti, alcuni de’ quali sembrano più moderni.
[1284]. Rénan, nella Histoire littéraire de la France au XIV siécle, tomo II, pag. 223 segg. Tuttavia l’eruditissimo autore confessa, a pag. 231, che l’Oriente usò l’arco acuto pria dell’Occidente, e crede anche che il vocabolo ogive, o augive, possa avere origine arabica, ancorchè non sia stato usato anticamente a designare l’arco acuto. Ogive potrebbe venire dal vocabolo ’augiâ “arco,” ovvero da azag, che abbiam citato nel presente capitolo a pag. 827, nota 2. Ma non va fatto assegnamento su coteste somiglianze di suoni e di significati, quando l’etimologia non abbia prove più sode.
[1285]. Hittorf, op. cit., pag. 12, 15; Coste, op. cit., pag. 26, il quale attribuisce il nuovo stile alle società di muratori, i capi delle quali erano stati alla Crociata e ritornavano in Francia e in Germania, meravigliati della bellezza dell’architettura orientale.
[1286]. A pag. 830.
[1287]. Su i mosaici di Sicilia si vegga una lettera del signor Francesco Sabatier, pubblicata nel Giornale officiale di Sicilia, del 21 giugno 1858; Di Marzo, op. cit., I, 32; Hittorf, op. cit., pag. 22; Springer, op. cit., pag. 33, 34.
[1288]. Il palco attuale è descritto precisamente nella Storia del Falcando e in una omelia greca attribuita per errore a Teofane Cerameo, la quale sembra opera del monaco Filagato e fu recitata nella inaugurazione della Cappella stessa, il 1139 o 1140. Io n’ho trattato nelle Epigrafi arabiche di Sicilia, classe I, n. 6, Rivista sicula, fascicolo di ottobre 1869, nel quale furono pubblicate le fotografie dei cassettoni.
[1289]. Springer, op. cit., pag. 29, 30.
[1290]. Si confrontino: Gravina, op. cit., pag. 70, 71; Caravita, op. cit, I, 191 segg.; Springer, op. cit., 27 segg., ed un articolo scritto dal signor Fr. W. Unger sul lavoro dello Springer, nelle Göttingische gelehrte Anzeigen, del 1869, pag. 1592 segg.
Il Gravina suppone che la maggior porta di Morreale sia opera di tre artisti, uno de’ quali musulmano: e in vero non sembra impossibile che i modelli di legno adoperati nella forma del getto fossero opera in parte di Bonanno e in parte d’altri artisti innominati. Lo Springer muove il dubbio, se Bonanno fosse nato veramente a Pisa, poichè gli pare di scorger il dialetto siciliano nelle iscrizioni; il quale argomento ribatte l’Unger, ma a spiegare lo stile diverso delle due porte di Morreale mette innanzi la conghiettura d’un’arte che, nata nelle isole Britanniche, sia passata successivamente in Francia, in Germania e nell’Alta Italia, e arrivata finalmente in Puglia.
[1291]. Schultz, Denkmaeler, etc., tomo I, pag. 55, e tavola X. La chiesa di Santa Sabina in Canosa, dov’è questa camera sepolcrale, fu dedicata il 1401: nè sembra verosimile che le porte siano state gittate molti anni appresso. I tre cerchi, de’ quali ho fatta menzione, sono formati da un gruppo di caratteri che si replica dal principio alla fine; caratteri di quella scrittura capricciosa di cento forme diverse che mal si è addimandata Carmatica, ed io la chiamerei piuttosto cufica barbara. Ciascun gruppo è composto di cinque lettere, delle quali le due prime sono identiche alle due ultime, ma messe in senso inverso, per far simmetria. E ci si potrebbe scorgere il noto motto l l h (da leggere lillah, cioè “a Dio”), scritto da sinistra a destra e da destra a sinistra, rimanendo comune la prima lettera, come si vede spesso nelle epigrafi dell’Alhambra.
Traduco Amalfi la patria del fonditore ch’è scritta Melfie, perchè ognun sa che in quel tempo si confondeano i nomi di Melfi e di Amalfi; ma egli è verosimile che Ruggiero fosse nato in Amalfi, come i fonditori di varie altre porte di chiese della Bassa Italia, principiando da Pantaleone che gittò il 1076 in Costantinopoli quella della Grotta di Monte Santangelo, pubblicata dallo Schultz, op. cit., tomo I, 242, e tavola XXXIX.
[1292]. Bekri, testo di Parigi, pag. 29, e versione francese del baron De Slane, nel Journal Asiatique di ottobre 1858, pag. 485. Si confronti la versione del Quatremère, nelle Notices et Extraits, XII, 480; e l’altro testo arabico, Description de l’Afrique, etc., del prof. A. De Kremer, Vienna, 1852, pag. 8.
[1293]. Si veggano le citazioni nel V libro, cap. v, a pag. 140 di questo volume.
[1294]. Edrîsi descrive questo congegno nell’articolo di Merida, edizione de’ signori Dozy e De Goeje, pag. 182 del testo, e 221 della versione; dov’è citato in nota l’uso che se ne fa a Costantinopoli e nell’Affrica settentrionale.
Il verbo giarr in Arabico vuol dire “trarre,” e forse da ciò venne il nome in Sicilia; poichè in Spagna i pilastri si chiamavano altrimenti. Occorre nella storia della Mecca di Azraki, edizione del Wüstenfeld, Stadt Mekka, I, 478, il nome El-Giarr o El-Giorr, dato a un ricettacolo d’acqua piovana sul monte Ahmar, dal quale ricettacolo l’acqua scorreva in un secondo detto mizâb, che significa canale o gronda.
Oltre a questo la voce arabica giarra s’applica in Sicilia a’ grandi vasi di terra cotta usati ordinariamente a serbare l’olio; si dice anco del vasellino da prendere sorbetti: e in questo significato di vaso piccolo o grande con bocca larga l’abbiamo in italiano con le varianti giara e giarro, e s’è fatta strada in tutte le lingue d’Europa.
[1295]. Si vegga l’articolo Alcaduz nel Glossaire dee mots espagnols, etc., de’ signori Dozy e Engelmann. Il significato di “doccia” è cavato dal Bekri, celebre scrittore spagnuolo dell’XI secolo, e quel di “secchia” è comune all’arabo orientale. Aggiungo l’autorità del “Vocabulista in arabico,” Firenze, 1871, nel quale Kaidûs è reso “canalis.” I Siciliani han serbato il κάδος e “cadus” in catu, ossia secchia; ond’è più certa la provenienza arabica di “catusu.” Nell’uno come nell’altro vocabolo, la d è mutata in t, come per altro è avvenuto ne’ derivati toscani “catino, catinella, ec.”
[1296]. Diploma di aprile 1132, pubblicato in parte dal Gregorio e per intero dal professor Cusa nei Diplomi arabi e greci (non ancora uscito alla luce), pag. 7, lin. 7 ed 11. Darb in origine significa porta, o sportello. Delle altre misure d’acqua corrente usate in oggi, non direi che fosser tutte derivate dall’arabo. E son queste: Zappa = 4 darbi, = 16 aquile o tarì = 48 dinari = 336 penne. Ma zappa si potrebbe riferire alla radice arabica sabba; tari e dinar sembrano venuti dal greco e dal latino per mezzo della lingua arabica. In due diplomi della Magione, dati del 1197 e del 1219 presso Mongitore, Sacrae Domus, etc., Panormi, cap. iv, si trova una misura d’acqua corrente detta palma, che sembra rispondere alla zappa.
[1297]. Il dotto professore Carlo Maggiorani ha letta nella Accademia dei Lincei il 10 dicembre 1871 una memoria su l’antropologia della Sicilia, dalla quale duolmi non poter trarre insegnamento sul nostro subietto, perchè risguarda più particolarmente il periodo anteriore al conquisto romano.
[1298]. Epistola di Gregorio IX a Federigo II, data di Anagni il 27 agosto 1233, e risposta del 3 dicembre dello stesso anno, presso Bréholles, Cod. Dipl. Friderici II, tomo IV, pag. 452 e 457, de’ quali documenti il primo è stato già citato da noi nel cap. viij del presente libro, pag. 612 nota. Il papa avea scritto de’ Saraceni di Lucera: “italicum idioma non mediocriter, ut fertur, intelligunt;” e Federigo rispose positivamente: “qui intelligunt italicum idioma.”
[1299]. Libro V, cap. viij, pag. 205 a 210 di questo volume.
[1300]. Si vegga il cap. viij del presente libro, pag. 620, e si riscontri con la pag. 614 segg.
[1301]. Si ricordino i nomi di Scerf-ed-dîn e di Fakr-ed-dîn, che abbiamo notati nel cap. xj del presente libro, pag. 736 e 737.
È da notare altresì che Ibn-Khaldûn, nella Storia de’ Berberi, traduzione francese, IV, 276, fa menzione di un Abu-l-’Abbas-Ahmed-ibn-Mohammed-ibn-Rafi’, di schiatta alìda e della famiglia degli Abu-Scerîf, la quale avea abitata la Sicilia. Cotesta menzione occorre verso il 1348, nella rivolta del principe merinita Abu-Einan contro il proprio padre; ma non sappiamo in qual tempo gli Abu-Scerîf avessero fatto dimora nell’isola.
[1302]. Mortillaro, Elenco delle Pergamene della Magione, Palermo, 1859, pag 53. L’atto è dato in Palermo il 16 gennaio 1265.
[1303]. Diploma degli 11 febbraio 1258, pubblicato dal Mongitore e ristampato in parte dal Gregorio, De Supputandis, etc., pag. 30. Simonide Filippo, giudice, e Benedetto, pubblico tabellione in Palermo, transuntavano in latino un atto pubblico dell’anno 549 dell’egira e 6663 dell’èra costantinopolitana (1154), tradotto da’ cittadini palermitani Giudice Dionisio, notaio Raimondo Fichi, maestro Michele medico, e notaio Leone di Biondo.
Diploma del 5 agosto 1286, pubblicato dal Gregorio, op. cit., pag. 52 segg., e dal signor Giuseppe Spata, Pergamene greche, pag. 451 segg., pel quale Tommaso Grillo, giudice, e il notaio Benedetto, pubblico tabellione in Palermo, transuntavano in latino un atto greco ed arabico del 26 agosto 571 (1175), del quale il testo arabico era stato interpretato da due notai, Luca de Maramma e Giorgio di Giovanni Bono, e da due medici giudei, maestro Mosè e maestro Samuele.
Ho citata nel capitolo X del presente libro, a pag. 698 segg. del volume, la traduzione latina della grande opera medica di Razi, che Farag, figlio di Salem, giudeo di Girgenti, compilava per comando di Carlo d’Angiò e terminavala nel 1279.
[1304]. Delle quarantatrè iscrizioni sepolcrali di Sicilia e Napoli ch’io ho preso a pubblicare nella Rivista Sicula, due sole tornano al XIII secolo. L’una edita dal Gregorio, Rerum Arabicarum, pag. 156, con l’erronea data del 539 dell’egira, è in vece del 636 (1238). L’altra, op. cit., pag. 162, porta veramente la data del 674 (1276), ma non è provato punto che la sepoltura fosse stata in Sicilia. Entrambe le lapidi serbansi nel Museo nazionale di Palermo, dopo l’abolizione del Monastero di San Martino e della Casa dell’Olivella, che le possedeano ai tempi del Gregorio.
Un’altra iscrizione dell’859 (1454) pubblicata dal Gregorio, pag. 154, con l’erronea data del 359 e serbata ora al Museo, e prima nella Università di Palermo, o non fu trovata in Sicilia o fu messa, il che mi par meno verosimile in quel tempo, su la tomba di un musulmano morto di passaggio in Sicilia. Su l’altra faccia è intagliato uno stemma gentilizio, fattura del XVI o XVII secolo, il quale era sostenuto su la facciata d’una casa per mezzo d’un anello di bronzo, incastrato proprio nel centro dalla iscrizione.
[1305]. In varii diplomi del XII e XIII secolo, che sarebbe troppo lungo a notare, leggiamo in lettere greche o latine i seguenti nomi arabici di luoghi in Palermo:
Γαδήρ ελκοῦκ, sobborgo (Ghadîr, etc., ossia Stagno del Kuk, sorta d’uccello aquatico).
̔Ρύμνη ἒῶεν Χάλφουν (via d’Ibn-Khalfûn).
Ἄκῶε ετ Τοὐρους (’Acabat et-Tûr. La salita del colle).
̔Ράχαῶ (Rahba, rahaba o rahab, nome generico di “piazza o cortile”).
Hartilgidia, e altrove Χαριτελτζητητε (El Hârit el Giadida, ossia “il quartiere nuovo”).
Αγρὸν Μαρὶας che si legge anco in un diploma arabico d’aprile 1132, Fahs Maria (“il Campo di Maria”).
Ruga Keleb (.... el kelb, ossia “del Cane”).
Contrata Hasserinorum (strada de’ lavoranti di Hasir, ossia stuoie, donde forse il siciliano Gassina).
Fahssimeria, ch’è “Fausumeli,” come dice il Mongitore, notissima campagna presso Palermo (Fahs-el-emîr).
Bebelagerin (Bab-el-Haggeriin, “Porta de’ tagliapietre”).
Vicus qui dicitur Zucac germes (Zokâk-el-Kirmiz? ossia “Vicolo del Chermisì”).
Garbuymara (Gar bu ’imâra, col volgare bu in luogo di abu. “Grotta di Abu ’Imâra”).
Zucao elmucassem (Zokâk el-Mokassem, ossia “Vicolo di Mocassem” o “del Bello”).
Cantariddoheb (Kantarat-ed-Dseheb, “Ponte d’oro”).
A questi si aggiungano i nomi di Halka, Genuardo ed altri che ci sono occorsi altre volte.
La piazza oggi detta Ballarò e ricordata da Fazzello, secondo le antiche scritture, col nome di Segeballarat, si addimandava di certo Suk-el-Balharà, “mercato di Balhara,” dal nome del villaggio che sorgea presso l’odierna Morreale.
[1306]. Kalsa negli scritti, e Gausa a viva voce, è il noto quartiere Khalesa. Si ricordino inoltre Cuba, Zisa, Favara, ec. La contrada detta finoggi Lattarini era di certo Suk-el-’Attariin, “il mercato de’ droghieri;” chè così chiamansi alcune contrade di Tunis e d’altri paesi musulmani.
È da notare che le sorgenti d’acqua hanno serbato quasi tutte i nomi arabi, con poco guasto: Gabriele, Sciarabbu, Danisinni (’Ain-es-Sîndi?), Sicchiaria, Garraffu, ec. Mi occorre qui un nome arabico nato nella seconda metà del duodecimo secolo. Un vicoletto dietro il Duomo di Morreale si appella del Raccamo, scritto così a caratteri cubitali nella lapida; nè sembra verosimile che tal forma volgare del vocabolo “ricamo” sia stata solennemente ammessa lì, allato al Seminario arcivescovile ch’ebbe fino alla metà del nostro secolo un’ottima scuola di lettere latine e italiane e dove l’arcivescovo fu signore feudale della città fino a’ principii del secolo. D’altronde non so che sia stato mai in quel posto un opificio di ricamo, nè, se vi fosse stato, la lingua siciliana l’avrebbe chiamato così. Ma rakkâm in arabico suona “marmoraio, scarpellino, segatore di marmo” ed è cosa naturalissima che di cosiffatti artigiani fossero dimorati presso il luogo, dove surse quel labirinto di preziosi marmi ch’è il Duomo di Morreale, e che da loro fosse nato il nome del vicolo.
[1307]. I capitoli 69 a 72 di Federigo l’Aragonese trattano della conversione de’ Saraceni liberi o servi; il cap. 65 vieta a’ Saraceni di comperare servi cristiani; il 66 loro comanda di portare un nastro rosso di traverso sul petto, affinchè non si confondessero co’ Cristiani. Ma egli è da riflettere che altri capitoli pubblicati nello stesso giorno stabiliscono somiglianti restrizioni alla libertà de’ Giudei e che il cap. 72 tratta de’ Greci di Romania fatti schiavi e convertiti all’ortodossia romana. Indi è probabile che i Saraceni, a’ quali si riferiscono queste leggi, sieno i mercatanti che ancora affluivano in Sicilia, o i novelli schiavi. Ricordisi che le leggi siciliane chiamavano “villani,” non “servi,” i contadini musulmani vincolati alla gleba.
[1308]. Si vegga la mia Guerra del Vespro Siciliano, edizione del 1866, vol. I, pag. 309 segg., e vol. II, pag. 397 segg.
[1309]. Iakût, Ibn-Sa’id, Scehâb-ed-dîn-’Omari, nella Bibl. arabo-sicula, testo, pag. 124, 134, 150. Abbiamo riferito nel capitolo v del presente libro, a pag. 536 del volume, ciò che ne scrisse nel XII secolo il vescovo Burchardo. Si vegga anco il trattato dell’imperatore Federigo II col principe hafsita di Tunis, di che nel cap. ix di questo stesso libro, pag. 626.
[1310]. Deca I, lib. I, cap. i.
[1311]. Si ricordi il fatto che noi abbiamo riferito sull’autorità del Kazwini, nel lib. IV, cap. xij, a pag. 422 del secondo volume.
[1312]. Si vegga il libro V, cap. vj, e il presente libro, capitoli j, vj, viij, a pag. 178, 388, 555, 603.
La testimonianza del vescovo Burchard, testè citata, dee cedere il luogo alla prova contraria, ch’è la fondazione del vescovado e la successione non interrotta de’ vescovi fin dal principio del XII secolo.
[1313]. Gian Francesco Abela notò il primo l’indole di cotesto idioma, nella Descrizione di Malta, ec., Malta, 1647, la quale fu tradotta in latino nel tomo XV del Thesaurus di Graevio e Burmanno, e ripubblicata con aggiunte da Giovanni Antonio Ciantar, Malta, 1772-80, due vol. in foglio.
Son comparsi poi glossarii, grammatiche e proverbii maltesi, di Vassallo, Panzavecchia, Falzon, Taylor ed altri: ma quegli che con maggiore autorità ha trattato questo subietto è il baron De Slane, nel Journal Asiatique del 1846 (Serie IV, vol. 7, pag. 471 segg.).
[1314]. Questi tre diplomi, appartenenti tutti e tre alla Chiesa di Cefalù e serbati in oggi nel Regio Archivio di Palermo, van riferiti alla prima metà del XII secolo, ancorchè un solo, ch’è scritto in lettere rabbiniche, abbia data, e questa scritta in cifre alfabetiche che non sembrano esatte. Lo stile volgare di coteste carte comparisce talvolta dal verbo “essere” pleonastico, talvolta da’ casi costruiti con la preposizione mta’, e sempre dalle lungaggini e ripetizioni. È da notare anco in uno di cotesti diplomi il iâ, ossia elif breve, mutato in elif, all’affricana.
[1315]. Anche l’ultimo de’ diplomi arabi di Sicilia ch’io m’abbia visti, cioè l’arabo-latino del 1242, appartenente alla Chiesa di Girgenti, è scritto correttamente, se si eccettui lo stile pesante e le voci straniere civis e judex scritte in carattere arabico, alle quali pur è data, quando occorre, quella forma di plurale che la grammatica araba prescrive per le voci di tale origine.
[1316]. Si vegga il cap. v di questo libro, a pag. 494, nota 3.
Avverto che quand’io scrissi quella nota si cominciava appena la stampa dei diplomi arabi e greci del professor Cosa, la quale oggi è condotta fino alla pagina 448 e già comprende poco men che cento diplomi.
[1317]. Lib. I, cap. ix, pag 196 segg., del primo volume.
[1318]. Mi basta citare la dissertazione XXXIIª del Muratori e gli atti pubblicati ne’ Regii neapolitani Archivii monumenta, Napoli, 1845-1861, sei volumi.
[1319]. Libro V, cap. viij, pag. 205, 206, di questo volume.
[1320]. Spata, Diplomi greci, Torino, 1870, pag. 90, dove si legge dei confini che arrivano εἰς τὸν ῶοτ αμὸν τῶν τόρτων. Si confronti la versione latina, credo contemporanea, pubblicata dal Pirro, Sicilia Sacra, pag. 382 segg., dove si legge “usque ad flumen Tortum.”
[1321]. Pirro, Sicilia Sacra, pag. 1012, traduzione dal greco in latino.
[1322]. Pirro, op. cit., pag. 1046, traduzione dal greco in latino.
[1323]. Pirro, op. cit., pag. 521. Questo Diploma par sia stato scritto originalmente in latino.
[1324]. Pirro, op. cit., pag. 1034 seg. Vi si legge, per esempio, “cum bono proponimento.... cum plena deliberatione absque aliquo tardamento et pentimento.... cum augmento plenario de victu.... arbores domesticas.... quod persona aliqua de mundo non habeat aliquam potestatem in hujusmodi bonis.... donandi impedimentum nec controversiam.... cannatam unam plenam vino” e simili. Il Pirro, che suole avvertir sempre quand’ei dà traduzioni, qui non ne fa parola, anzi dice il diploma “transuntato,” negli atti di un notaio di Messina, il 1379. A fronte di questi fatti e del nome italiano del segretario di Ruggiero, non monta che il diploma porti la data dell’èra costantinopolitana che solea notarsi nelle carte greche. Trattandosi di un monastero basiliano in Itala, o Gitala, comune presso Messina, è naturalissimo l’uso dell’èra greca, ancorchè il diploma fosse scritto in latino. D’altronde questo nome d’Itala, che, se mal non mi appongo, comparisce qui per la prima volta nella geografia della Sicilia, accenna ad origine continentale. E lo stesso nome di Roberto de Auceto, genero del conte Ruggiero, che d’ordine di lui soscrive il diploma insieme col notaio Lamensa, ci ricorda l’odierno villaggio di Aceto in provincia d’Alessandria o Diacceto in provincia di Firenze.
[1325]. Si vegga il libro V, cap. viij, pag. 221, del presente volume.
[1326]. Tal mi sembra nel diploma arabo-latino di Morreale, dato il 1182, il nome di monte Kâlbu, “mons qui vocatur Calvus,” onde non sappiamo se si pronunziasse allora calvu o calvo, presso Lello, op. cit., appendice de’ privilegi a pag. 20 e nella raccolta del professor Cusa (non pubblicata per anco) a pag. 198 e 236. V’ha inoltre l»b, “lupo,” a pag. 9 del Lello, e 181 e 205 del Cusa; e La Camuca, presso Lello, pag. 14, e presso Cusa, pag. 188 e 217, dove l’articolo femminile può appartenere al siciliano come ad ogni altro dialetto italico. Ometto, per la medesima ragione, in un diploma del 1156, presso Pirro, op. cil., pag. 1157, la voce bosco, la doppia denominazione di Monte Gibello che comparisce qui per lo primo, e il nome topografico Terroneto de Cretaccio; e nel diploma del 1142, citato qui appresso, la espressione mizano vallone.
[1327]. Pirro, op. cit., pag. 774, diploma latino con la data dell’èra volgare “et inde dividit per medium Lumarge, quod pantanum, vel terra sylvestris latine nuncupatur.” E notisi che il vocabolo marg, il quale in Sicilia ha preso il significalo di padule, ha in arabico quello di prateria.
[1328]. Il Pirro, op. cit., pag. 390, 391, nel dar questo diploma secondo una copia fattane in Messina il 1335, avverte essersi astenuto, al suo solito, di correggere gli errori dell’esemplare ch’egli ebbe alle mani. Molti in vero ve n’ha, e la più parte, a creder mio, debbono riferirsi non al copista del XVI secolo, ma allo scrittore del XII, il quale par non sapesse il latino. Forse egli era di linguaggio greco, come il mostra l’h messa innanzi la r di Luhrostico, in vece dello spirito aspro del greco. Tra le altre cose vi si accenna il confine “allo mizano vallone,” del quale abbiam detto poco fa. Cotesto diploma, contro l’uso costante, porta la doppia data del 6650 e 1142, la quale anomalia, insieme con altre circostanze, mi conduce a supporre che la pergamena latina non sia l’originale, ma un’antica e forse contemporanea versione dal greco.
[1329]. Diploma del 1156, citato nella pagina precedente, nota 3.
[1330]. Diploma del 1182, citato qui innanzi, presso Lello, pag. 22, lin. 18, e presso Cusa, il testo arabo, pag. 238, lin. 12 e il latino, pag. 199, lin. 10.
Il latino ha Spelunca Scutiferorum, e il testo arabico Es-Sakâtirah, plurale arabo d’un singolare che non appartiene a quella lingua e che dovea suonare scuteri; il qual vocabolo in siciliano è lo stesso al singolare e al plurale.
[1331]. In un diploma greco di Messina, dato di quell’anno, presso Trinchera, Syllabus græcarum membranarum, etc., Napoli, 1865, pag. 378, si dice di una casa posta nella ρρουγαν τοῦ γαῶατούρι, in Messina.
[1332]. Presso Bréholles, Historia diplomatica Friderici II, tomo V, pag. 869.
[1333]. Palermo antico, seconda edizione, pag. 334 segg., e 344 segg. Li ha citati poi il sig. Leonardo Vigo, ne’ Canti popolari siciliani, Prefazione, pag. 19. I due transunti sono stati ristampati dal professor Vincenzo Di Giovanni, in una epistola a Vincenzo Zambrini, data del 1865, e inserita nella Filologia e letteratura siciliana del medesimo professore, vol. I, pag. 255 segg. I testi greci, infine, il secondo de’ quali ha ancora quattro righi in arabico, si leggeranno nella lodata raccolta del professor Cusa, pag. 99 segg, e 31 segg.
[1334]. Mortillaro, Catalogo dei Diplomi.... della Cattedrale di Palermo, pag. 23.
[1335]. Si avverta che il buon Morso, op. cit, pag. 406, nelle note 21, 22 e 23 de’ diplomi, non sembra niente certo che il transunto di quello del 1153 fosse contemporaneo. Mentre il testo ha la data costantinopolitana del 6662, il transunto scrive a dirittura, in lettere, 1062, prendendo le diecine e le unità di quell’èra e ponendo a caso le prime due cifre; la quale disgrazia non potea succedere di certo ad un contemporaneo. Inoltre i nomi de’ testimoni son tutti sbagliati: indi la presunzione che lo scrittore abbia saputo malissimo il greco; e si potrebbe scendere al XIV o XV secolo, la qual data non sarebbe disdetta dall’ortografia nè dallo stile.
Nell’altro diploma non c’era data da sbagliare; ma i nomi furon guasti del pari nel transunto ch’io crederei dello stesso tempo di quel primo. Avverto che nè il primo nè il secondo de’ due lodati scrittori è scevro di dubbi. Il Vigo non giudica pro nè contro; il Di Giovanni domanda “uno studio un po’ accurato su la grafia delle pergamene.”
[1336]. Il signor A. Springer, nella erudita dissertazione, Die Mittelalterische Kunst in Palermo, sostenne trovarsi in alcune di quelle leggende non dubbii vestigii del dialetto siciliano. All’incontro il signor Fr. W. Unger, in una bella critica di cotesto scritto, uscita nei Göttingen gelehrte Anseigen del 1869, ha mostrato, a pag. 1596, che coteste forme non son altro che abbreviature del latino. E per la più parte egli ha ragione; tanto più che l’apparente desinenza italiana “plasmavi, adoravi, ec.” non converrebbe alla terza persona del perfetto, che qui è manifestamente adoperata. Ma “Èva serve a Ada.... ucise frate suo.... fuge in Egitto.... la quarantina.... battisterio....” han forma precisamente italiana.
[1337]. Si potrebbe forse eccettuare la forma frequentativa, come casa casa (per la casa), muru muru (lungo il muro), ciumi ciumi (lungo il fiume), ec.; ma è usata anco in altre lingue. Il randa a randa della lingua illustre è originale o copia del siciliano ranti ranti.
Oltre a ciò l’uso siciliano del passato rimoto in luogo del passato presente si potrebbe riferire alla lingua araba, la quale salta dal perfetto all’aoristo, ed ama poco le gradazioni dei tempi. Ma ciò non basta per dir che in due lingue si somigli la conjugazione de’ verbi.
[1338]. “Taliari” (guardare) dall’arabo tala’, ha mutata l’ain nell’a del dittongo. Si sente poi perfettamente nel siciliano “tale’,” imperativo dello stesso verbo.
[1339]. Dar-es-sena’h, oggi “arsenale” e “darsena,” si scrivea arzanà al tempo di Dante, e si pronunziava tarzanà in Palermo, dove credo che alcun uomo del volgo lo pronunzii ancora così, e dove l’antica forma resta integra nel nome di una strada vicina alla Cala.
[1340]. Senza risalire fino alla Dissertazione XXXIIIª del Muratori, voglio ricordare che nella Proposta di Vincenzo Monti, vol. II, parte 1ª, Milano, 1829, uscì una breve lista de’ vocaboli italiani derivati dall’arabico. Men felicemente ne diè un’altra il Wenrich, nel Rerum ab Arabibus in Italia.... gestarum, pag. 309 segg. In ultimo n’ha pubblicati de’ saggi il signor Enrico Narducci da Roma, nel 1858 e nel 1868.
Pel siciliano in particolare non conosco altro lavoro che quello dell’Abela, il quale nell’opera su Malta ricordata dianzi dà, in appendice alle voci maltesi, sedici vocaboli siciliani derivati dall’arabico. Parmi ch’egli abbia imberciata l’etimologia in tutti quelli ch’io ho intesi. Due o tre non li conosco altrimenti che pel Pasqualino, filologo dei secolo passato, il quale li cavò da più antichi glossarii manoscritti, e quattro non li trovo nemmeno nel copiosissimo dizionario del signor Traina ch’è in corso di stampa. L’avvocato Giuseppe Picone ha dato, non è guari, un altro saggio di etimologie arabiche nella Vª delle elaborate sue Memorie storiche agrigentine, ma non posso accettare tutti i suoi giudizii.
[1341]. Si vegga la noia del Dozy alla seconda edizione del Glossaire des Mots espagnols et portugais dérivés de l’Arabe, par MMr Dozy et Engelmann. Paris, Leida, 1869.
[1342]. Per esempio: accanzari, cavar profitto, conseguire; addijri(?) scegliere; aggibbari, sottomettersi; alliffari, attillare; annadarari, aggiustar pesi e misure; arrucciari, spruzzare, aspergere (non usato nel significato di “arroser,” bensì in quel dell’arabo rasscia); assammarari, ammollare i panni; azziccari, azzeccare; azzannari, rintuzzare il taglio di un’arme; azzizzari, abbellire, acconciare; abbacari, cessare, calmarsi, del vento, della febbre, del bollore, ec.; carcariari, chiocciare; annacari, da naca, culla; ncharracchiari, dormire profondamente; nzitari? innestare; picchiuliari, da picchiu, pianto, piagnisteo; sammuzzari, tuffare; sciarriarisi, intransitivo da sciarra, rissa; sciddicari citato di sopra; taliari citato di sopra; zabbatiari, dimenare; zurriari, stridere de’ denti.
[1343]. Caudu di testa è versione di harr-er-râs, e somiglia meno a “testa calda.”
Cuntari in aria, computare a mente, è perfettamente arabo come si dimostra nel titolo d’un manuale sullo Hisâb-fil-hawâ (Del computo in aria), presso Hagi Khalfa, Dizionario bibliografico, V, 639, nº 12435.
Mali suttili, tisi (homa-d-dikk).
Lattata, emulsione di mandorle (talbina).
Ganghi di lu sennu, ultimi denti molari (adhrâr el-’akl).
Tignusu, tarantola (burs, che vuol dir anche tignoso).
Pani e sputazza, (mangiar) pane asciutto (Kubz-reik).
Mmalidittu, il diavolo (el-la’in).
[1344]. Strisce di panno o d’altro con che si reggono i bambini che non sanno camminare. Kâida è femminino di kâid “conduttore.”
[1345]. Scritto anche galicha. Veggansi i Diplomi arabi del Regio Archivio fiorentino, pag. 298, 299 e 406, ultima nota.
[1346]. Ma’ûnah, aiuto, braccio forte, come suol dirsi, aiuto reciproco, indi società commerciale o industriale. Nel significato primario la usarono i Genovesi fin dal XII secolo; nell’ultimo par sia passata in Toscana, dove significò “ferriera” ed oggi è limitata a’ grandi magazzini di ferro. L’etimologia è chiara da tanti testi arabi; onde non si può ammettere quella greca suggerita dal Canale, Nuova istoria di Genova, I, 277. L’origine della istituzione, spiegata da questo erudito nel tomo II, pag. 317, conferma la derivazione del vocabolo.
[1347]. Lasciando come troppo numerosi i lavori generali su l’origine dei parlari d’Italia, debbo ricordare che il siciliano è stato ed è argomento delle assidue ricerche di varii letterati dell’isola. Delle origini ha trattato ampiamente il signor Lionardo Vigo nella Prefazione alla sua raccolta de’ Canti Popolari; poscia il professore Vincenzo Di Giovanni in varii scritti, raccolti ora in due volumi sotto il titolo di Filologia e Letteratura siciliana.
Su la grammatica ho letto un buon lavoro del professore Innocenzo Fulci, Catania, 1855. I Canti Popolari sono stati illustrati dal Vigo, dal Pitrè, dal Salomone Marino.
De’ dizionarii infine se ne conta una diecina di stampati dal 1549 in fino ad oggi, oltre parecchi manoscritti, ed è molto innanzi nella stampa un nuovo dizionario del signor Antonino Traina, il quale ha aggiunti molti altri vocaboli, raccolti per tutte le regioni dell’isola. Duolmi non potere citar tutti gli scritti critici e i lavori di minor mole pubblicati in questa materia nelle riviste e ne’ giornali, perchè son molti e non presumo conoscerli dal primo infino all’ultimo.
[1348]. Si conoscono bene in Italia gli articoli critici del professore Grion di Padova su la famosa Canzone di Ciullo e la risposta fattagli dal professore Vincenzo Di Giovanni da Palermo, nell’opera dianzi citata.
[1349]. A pag. 738 e segg.
[1350]. Capitula Regni Siciliæ, cap. LVI di re Giacomo, e XVII di Federigo l’Aragonese.
[1351]. Kâmah in arabico, tradotto canna in un diploma arabico-latino del 1187, presso Morso, Palermo Antico, pag. 358. Si confronti l’Edrîsi de’ professori Dozy e De Goeje, pag. 372.
[1352]. Il saum della Mecca, secondo Ibn-Giobair, lesto del professor Wright, pag. 122, contenea quattro sâ’. Nei diplomi arabi di Sicilia il latino “salma” e “sagoma” risponde al noto vocabolo arabico modd, il quale, alla sua volta, sembra trascrizione di modium.
[1353]. Kafiz, notissima misura arabica di capacità e di superficie.
[1354]. Ritl o rolt, è la libbra degli Arabi, come ci è occorso di notare altrove.
[1355]. Si vegga il libro IV, cap. xiij, pag. 458, del II volume.
[1356]. Rob’ vuol dir “quarta parte.” Occorre nelle misure del grano di tutti i porti musulmani del Mediterraneo. Veggiamo anche il ῤουζος ne’ diplomi greci di Sicilia del 1189 e del 1328, presso Spata, Pergamene greche, pag. 304 e 366, denotar misura di superficie nel primo, e di capacità nel secondo. Con lo stesso suono e lettere diverse ci occorre ρουος e ρουζος in due diplomi calabresi del 1188 e 1228, presso Trinchera, Syllabus graecarum membranarum, Napoli, 1865, pag. 296 e 388.
Metto tra le voci arabiche il carato, manifesta trascrizione di κεράτιον, parendomi verosimile non sia passato direttamente dal greco, ma per mezzo dell’arabico, sì come “fondaco,” ed altri vocaboli.
[1357]. Per esempio l’italiano giubba, voce prettamente arabica, analoga alle siciliane “giubba e jippuni;” camellotto, non da camelo, come dicono i dizionarii, ma da khamlah, che significa proprio panno velloso.
[1358]. Delle vivande si ricordi il cuscusu, uguale di nome e poco diverso di qualità da quello della Barberia.
De’ camangiari vanno notate le paste fermentate e fritte che in Sicilia, al par che in Barberia, si chiamano sfinci, dal latino “spongia” com’e’ pare; e i ceci ammollati e poi torrefatti che si dicono càlia, con pura voce arabica.
[1359]. Si vegga il capitolo precedente, pag. 785, nota 5. Il nome della torta nel testo è ke’k. D’origine arabica mi sembra la notissima cassata di Palermo, poichè kas’at vuol dire scodella grande e profonda, com’è veramente la pasta di quel dolce, ripieno di ricotta o di crema. Kobbeit è in arabico (oltre i dizionarii si vegga D’Herbelot, all’articolo “Cobbathi”) una specie di torrone, appunto come la cubbaita di Sicilia. Quella che si chiama in Sicilia mostarda, è del mosto cotto, non con senapa, ma con farina e ridotto in pasta, del quale abbiam fatta menzione nel libro IV, cap. xiij, secondo il libro dell’agricoltura d’Ibn-Awâm. Questa stessa maniera di dolciume in Girgenti si chiama tibu, con puro vocabolo arabico. La nucatula di Sicilia, non essendo composta di noci, par che derivi più tosto dal nukl degli Arabi, ch’è quel che in Toscana si chiama seccume.
[1360]. Si vegga ciò che abbiam detto di questo commercio nel capitolo precedente, a pag. 786 di questo volume.
[1361]. Makrizi, Mowâ’iz, testo di Bulâk, I, 387. Ho tradotto “panforte” il vocabolo semîd o semîds, al plurale sewâmîds, per designare piuttosto la grandezza e l’uso, che la composizione. In oggi semîds vuol dire fior di farina e il pane fatto di quello: ma nel passo di Makrizi sembra diverso, leggendovisi che ciascun semîds pesava tre rotl (libbre) ed era impastato con la più scelta farina e unto al di fuori di grasso, sì che usciva lustrato dal forno e prendea bellissima apparenza.
[1362]. Abdallatif, edizione del Sacy, pag. 312.
[1363]. Loc. cit., e nella nota del Sacy, a pag. 307, 308.
[1364]. Sacy, nell’op. cit, pag. 325, nota 41, al cap. vj, del libro I, nella quale è riferito che quella pasta si mangiava fresca e talvolta secca. Si confronti il Lane, Modern Egyptians, cap. xxv.
[1365]. Lane, op. cit., cap. xiv.
I semi di zucca o di popone sono annunziati al Cairo col grido: “Oh i consolatori de’ tribolati, oh i semi!;” in Palermo li dicono “Sbija oziu.” Gridano per le arance: “Ecco il miele!” Per le sicomore: “Oh l’uva!”
[1366]. Ibn-abi-Dinar, Storia di Tunis, testo arabico stampato a Tunis il 1286 (1869), pag. 3.
[1367]. Voyage, etc., pag. 206, dell’estratto dal Journal Asiatique del 1853. Si riscontri il testo arabico, ms. di Parigi, Suppl. ar. 911-2, fog. 104 recto.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.