III.

Nella casa del vecchio attâr gli uomini invitati stavan tutti in cortile, le donne confinate in casa. Il cortile era in parte coperto da un telone quadrilungo, attaccato per due lati al muro, e per gli altri due sorretto da pali, e illuminato sotto da lumicini di vetro ad olio, sospesi a fili di ferro; qui stavano gli invitati rannicchiati in fila lungo il muro, sopra una stoia, tutti colla pipa alla bocca; bei turbanti, bei profili, belle barbe nere o biancheggianti.

Io sapeva di non far cosa grata nè all'attâr nè ai suoi amici portando meco un europeo, ma sapeva pure che me l'avrebbero perdonato. Il padrone di casa mi venne incontro, accolse cortesemente il francese e Mohammed-effendi, e ci portò ad accovacciarci presso gli altri: c'eran tutti gli amici del caffè: il povero compagno mio non sapeva acconciar le gambe sulla stoia a mo' degli altri, e il padrone gli fece portare un cuscino, della qual cortesia io stesso rimasi meravigliato. Non eravamo ancor fermi, che già ci avean dato pipa e caffè.

La festa era incominciata: al nostro arrivo si rappresentava una sorta di scena o dialogo improvvisato fra due giovani del villaggio, di cui uno, armato di scimitarra, pistole e kurbak, rappresentava il turco che viene a riscuotere il tributo, e l'altro, col suo consueto vestimento, il fellah che deve pagare. Quello che faceva da turco contrafaceva il parlare arabo coll'accento e colle storpiature dei dominatori, ed imitava i portamenti, i gesti, l'incesso di questi. Il fellah si pigliava grandi colpi di kurbak sulla schiena, e si sfiatava a protestare, strillando, che avea pagato tutto il tributo dell'anno, e non gli restava un parà. Il finto turco ripigliava che, se aveva pagato il tributo suo, gli rimaneva pur da pagare quello di un vicino che era fuggito, e di un altro vicino cui il Nilo aveva portato via il campo, e che il governo non deve mai perdere; e seguitava a battere. Il dialogo procedeva frizzante e incalzantissimo, e turchi ed arabi presenti si smascellavano dalle risa.

S'intese ad un tratto un cinguettìo di voci femminine dalla parte della casa, i due filodrammatici disparvero, e tutti i visi si rivolsero da quella parte: la cantatrice stava per dar cominciamento al suo canto. Noi non vedevamo che una gran tela; dietro, sopra una specie di palco scenico nascosto, s'era allogata la cantatrice col suo coro, in modo che il canto si potesse sentire ugualmente dalla casa e dal cortile. La tela non s'alzò, ma dietro salì per l'aria il malinconico maual della cantatrice: il coro ne ripetè le ultime note, e i tocchi del tar o tamburello annunziarono che la canzone era finita.

— Come mai potete gustare una tal sorta di cantilena? mi disse il sig. Oscar, che m'avea visto tutt'orecchi.

— Capisco, risposi, come, avvezzo alle musiche d'Europa, voi non possiate a tutta prima gustar questo canto, e vi faccia meraviglia la mia ammirazione, e quella ben più viva che vedete scolpita qui su tutti i volti; ma se foste da qualche tempo in questo paese, vi assicuro che ne provereste ben altro effetto; tanto più se vi fosse inteso il senso di queste canzoni.

— E quale è il senso della canzone testè cantata?

— Eccovelo: è una donna che si lagna della morte del suo amante:

«Quale profumo dell'Arabia Felice, qual fiore del giardino dei genii, qual voluttà di giovinezza è più dolce della tua rimembranza, o amante mio, o mio diletto? Chi mi sa dire se col dileguarsi del nostro ultimo dì si ritrovano nel soggiorno del riposo eterno le persone amate e le gioie ineffabili dei tempi trascorsi? O caravane celesti! o angioli consolatori! fateci sentire le melodie con cui incantate i cieli. Diteci, diteci se Colui che nella sua sapienza ci strappò quaggiù l'uno dall'altro, ha possanza di riunirci in cielo».

La cantatrice cantò dipoi due altre canzoni, sempre seguite ciascuna dal canto in coro e dai tocchi del tar: la prima era lamento di schiava amata, poi negletta e venduta; la seconda, imprecazione d'amante derelitta. Le venni traducendo al mio compagno così:

«Tu mi hai respinta. Ciò era scritto. Io ti aspetterò, ingrato, finchè tu abbia fatto il giro del mondo, e trovata una schiava che abbia cura di te e ti ami d'un amore pari al mio. Intanto tu vai errando con un branco di vagabondi così varii che rassomigliano ad una scatola piena di fili di seta d'ogni colore! Allah ti soccorra! Tu mi hai lasciata per un branco di stranieri vigliacchi; ma l'anima mia non ti abbandonerà mai. Non sarei già io quella che t'avrei venduto per oro: tu m'hai venduta per un fuscellino di paglia».

— Ecco l'imprecazione:

«Ho pianto quando l'amante mio s'allontanò da' miei occhi; poi, silenziosa e coll'occhio asciutto, mi lasciai divorar dal dolore. Oh se ti potessi afferrare, te cui maledico, nemico feroce, che hai separato quelli che si amavano, ti imprigionerei frammezzo a giunchi secchi; io arderei le tue viscere, e spargerei ai venti, colla mia propria mano, le tue ceneri impure».

Dopo qualche altra canzone, la cantatrice si tacque, e vennero limonate, caffè, pipe, mentre gli uditori facevano i loro commenti.

— Chi è quel drôle, domandò il signor Oscar, che si muove con un piattello in mano in atto di domandar l'elemosina?

— Gli è un servo della cantatrice, che raccoglie l'offerta del pubblico.

— Ma la cantatrice non è pagata dal padrone di casa? Tocca a noi a pagarci la festa?

— La cantatrice è pagata dal padrone di casa, ma è uso che invochi pure la generosità degli invitati.

— E che sono queste grida?

— Il servo che raccoglie il danaro dice man mano il nome di chi dà e la somma data e, quando questa è discreta, il coro dietro la tela manda un grido di ringraziamento.

— E conviene dar molto?

— Domandatene a Mohammed-effendi vostro interprete.

L'interprete insegnò al francese una gherminella per dar poco e parer generoso.

— Date a me, diss'egli, una moneta da mettere per voi nel piattello, poi datemene un'altra da far scivolar nella mano del servo, e questo griderà che avete dato dieci volte tanto che non è realmente.

Riprese il canto: siccome le canzoni precedenti erano state quasi tutte in onore degli uomini, così le seguenti furono quasi tutte in onore delle donne: eccone alcune fra quelle di cui venni dicendo il senso al mio vicino:

«Quando passi pei solitari sentieri del tuo incantato giardino, e levi, per godere il rezzo, il velo misterioso che copre la tua inebriante bellezza, il rosignolo rapito sospende il suo lagno d'amore, e la rosa, la sua sposa adorata, è gelosa della tua beltà. I giunchi del ruscello s'incurvano al tuo passaggio con murmure melodioso. Il sole stesso par prodigo a te di carezze amorose. Come mai il mio cuore non languirebbe per te? Gli sguardi tuoi celesti rapiscono, le tue parole incantano, più dolci del raggio delle notti; i baci tuoi inebriano; le tue carezze fanno morire. O maraviglia della bellezza! nulla prima di te, nulla dopo di te».

«Viene verso noi colei che tutti gli uomini adorano. Il velo pudico ricopre il suo volto, ma al suo appressarsi tutti i cuori si commovono, e fremono di tenerezza. La sua pieghevole e svelta persona è fatta per ingelosire il ramo più flessibile dell'oasi dei palmizi. Eccola: essa leva il velo geloso che nascondeva le sue divine fattezze. Tutti gli uomini della valle gridano rapiti: — È questo un baleno celeste che brilla ai nostri occhi, o sono i fuochi della carovana nel deserto che splendono nella notte?»

La canzone seguente destò grande entusiasmo nell'uditorio:

«La tua snella persona, o mia diletta, s'è fatta svelta e graziosa come lo stelo del giglio. Il momento è venuto di scordare nelle gioie dell'amore il tempo che fugge, che fugge senza posa. Non respingere la tenerezza dalla soglia misteriosa de' tuoi favori; perchè, credi, la giovinezza passa come un olezzo portato via dalla brezza. La donna è un essere labile, come ogni cosa quaggiù, e nessuno ha possanza di rendere eterno l'impero della bellezza».

Il maual che venne dopo, era fatto per muovere altri affetti:

«Te ne vai rapido come il vento nel deserto, te ne vai verso la valle, o mio pensiero, o anima mia! Così, fendendo coll'ala il limpido cielo di Bagdad, sopra i giardini fioriti del califfo, l'azzurra colomba, colpita nel volo dalla perfida saetta del cacciatore, fa uno sforzo supremo per portare la sua ferita e il suo ultimo sospiro nel nido odoroso, ove l'attende il suo diletto; così, cattiva in strania terra, la generosa giumenta del Nezdi, triste e stanca, aspira a piene nari il vento del deserto, e riconoscendo a un tratto le fragranze della sua patria, rompe i lacci per volare, attraverso alle solitudini, verso la prateria ove saltellano le sue compagne, verso le tende risonanti dei preparativi della battaglia; così tu vai, o pensiero mio, vai verso la valle, ove ho lasciato la mia diletta; vai verso le tende dei nostri padri, ove i capi delle tribù, assisi all'ombra ospitale dei palmizi, m'aspettan forse perch'io racconti loro le geste maravigliose di Antar, o perchè io muova con loro alla battaglia. Te ne vai, o pensiero mio! Mentre io resto qui, sulla soglia della casa straniera, gli occhi fisi al cielo che vorrei varcare, per andare dove tu vai, o mio pensiero, o anima mia».

A questo mestissimo canto tenne subito dietro un grido trionfante d'amore avventurato.

«La sua persona è pieghevole e delicata. Le ciglia de' suoi occhi spirano languidezza. La grazia e la voluttà trapelano dalle sue vestimenta gelose. Perdio, che vaga e fiera beltà! Essa mi venne a trovare al tramonto, sparsa la guancia di mille rose. Come non le avrei dato io prova dell'amor mio? Perdio, che vaga e fiera beltà!»

Il letterato parigino trovava esagerato l'entusiasmo degli uditori ed il mio, ed io gli faceva notare essere impossibile che dalla mia povera traduzione si potesse fare un concetto di quella poesia.

— Ma insomma, mi diss'egli, siamo noi condannati a sentire soltanto questa signora senza poterla vedere? Se questo vecchio tien nascosta la sposa e le sue amiche, sarà ugualmente severo riguardo alla cantatrice e al suo coro?

— Nessun maggior disonore per una donna musulmana oltre a quello di mostrare scoperto il viso ad un uomo che non sia suo marito: le sole ballerine ciò fanno; non isperate di veder viso di donna musulmana non ballerina.

— Questo mi dice pure Mohammed-effendi; gli ho domandato tante volte se fosse possibile, per danaro, entrare di soppiatto in un harem, e sempre mi rispose negando.

— Mohammed-effendi è galantuomo; un altro v'avrebbe preso il danaro, e condotto in casa di ballerine, facendovi credere di avervi portato in un harem....

Cependant....

— Credete a me, astenetevi dal fare altrui una simile domanda, se non volete andare incontro a qualche brutto risico.

Intanto la cantatrice cantò un maual, che fece rivolgere a noi gli occhi di tutta l'assemblea. Il francese mi domandò che cosa ciò significasse, ed io gli dissi che il senso del maual era il seguente:

«Il mio diletto copre il suo capo con un cappello. Il suo calzone è adorno di nodi e di cappi. Io lo volli abbracciare, ed egli mi disse in italiano: Aspetta.

«Abbracciami adunque, gli risposi; abbracciami, o tu dalla dolcissima favella — Allah mi guardi da colui che ha gli occhi di gazzella! Ah! quanto è dolce la sua favella italiana!»

— Ma questo, sclamò egli, è un complimento a brûle-pourpoint fatto a voi.

— È un complimento fatto ad entrambi; la canzone parla d'amante italiano, perchè la lingua italiana è più popolare di ogni altra in Levante, anche oggidì; la cantatrice sa che siam qui, e ci ha voluto ringraziare prima di riposarsi, come fa ora.

Un suono improvviso s'intese dalla parte del cortile opposta a quella dove era la cantatrice, e tutti si rivolsero con lieto susurro da quella parte: un uomo soffiava in una sorta di cornamusa, un altro accompagnava battendo la tarabukah.

— Che cosa vuol dir ciò? mi domandò il francese.

— Vedrete.

Una donna giovane e bella, scoperto il viso, impudicamente vestita all'orientale, sbucò di colpo di là d'onde veniva il suono e, scotendo fra le mani un tamburello coi sonagli, si precipitò come un turbine in mezzo all'assemblea, e ristette immobile.

Signora, una ballerina araba non è descrivibile. Tutto quello che vi posso dire si è che il suo ballo è fatto d'una serie d'atteggiamenti e di movenze, or lente e languidamente molli, ora vibrate e turbinose, secondate dallo scoppiettìo delle nacchere, e che essa si mette davanti ad uno degli spettatori, balla un tratto, poi abbandona quello, e va a ballare da un altro. Da ciò è nato fra gli Arabi un grazioso proverbio, a significare la mutabilità delle sorti umane.

— Il mondo, dicono essi, è come una ballerina; or balla davanti a questo, or davanti a quello.

Ma la ballerina non si stacca da quello davanti a cui ha ballato, senza che esso le abbia fatto un regalo: sogliono quei signori trar di borsa una monetina d'oro, d'argento o di rame, secondo la varia fortuna, la bagnano da una parte sulla loro lingua, poi la appiccicano alla fronte, alla guancia, al petto della ballerina: questa torna più sovente a chi abbia appiccicata la moneta di maggior valore.

Il mio compagno francese appiccicò a quella quanta moneta aveva nel borsello, poi ce ne tornammo a casa: egli non rifiniva di parlarmi della ballerina. Quando fu a letto, introdussi con cura il lembo della zanzariera sotto i suoi materassi.

— Fate di non movere questo cortinaggio, dissi; se no, lasciato uno spiraglio da qualunque parte, avrete una notte infernale, e domani il viso doppio per la gonfiezza.

— C'est bon, rispose di dentro alla zanzariera, c'est bon: ma tant'è, avete un bel dire, non lascerò l'Egitto sans m'être fourré dans un harem.