IV.
Stavo aspettando al mattino che il mio ospite parigino si svegliasse, quando a un tratto sentii lo sparo d'una pistola nella sua stanza. Corsi, e lo trovai seduto sul letto, la pistola ancor fumante nella mano, la zanzariera dietro le spalle, lo sguardo a terra verso un angolo, ove si attorcigliava un serpente insanguinato.
— Vedete, gridò, da quale pericolo ho saputo scamparmi! M'avete messo a dormire nella vostra stanza di studio, ed io, svegliato testè, stava guardando macchinalmente attraverso la zanzariera i vostri libri e queste pelli di uccelli e queste bocce, che ingombrano i tavolini, piene di animali nello spirito di vino, mentre mi ballava sempre nella mente la ballerina di ieri a notte, quando, chinati a caso gli occhi, vidi strisciar tacitamente a terra lungo il muro quella bestiaccia viva: afferrar le pistole che avevo sotto il guanciale e colpirla fu un punto solo: buon per me che ho imbroccato!
— Avete ucciso un innocente animale, che da molto tempo mi faceva buona compagnia!
— Merci de la compagnie! Quello è un animale innocente?
— Innocentissimo! non v'è casa nel villaggio che non abbia il suo serpe familiare, tenuto di buon augurio, come le rondini dai contadini nel villaggio mio. Questo povero animale prediligeva la mia stanza di studio, e sovente mi veniva strisciando amorevolmente intorno ai piedi, mentre io me ne stava a tavolino. Il solo difetto ch'io gli abbia dovuto rimproverare, fu quello d'esser ghiotto dei teneri piccioni e delle uova di questi uccelli: mandava giù tutto, i piccioncini colle piume.
— E digeriva?
— A meraviglia; ma imparai a tenerlo lontano dalla piccionaia, spargendo sul suolo la lavatura delle pipe; d'allora in poi fu pago della caccia dei topi e degli uccelletti nei nidi sulle acacie del giardino. Ora non lo posso neppur mettere nell'alcool od in pelle, tanto l'avete disfatto col vostro colpo.
— Quando è così, mi dispiace di averlo ucciso; ma davvero è una singolar compagnia!
— Buon per me che non avete veduto quel camaleonte che è sull'alto della finestra, e due lucertoloni del deserto che mi sono carissimi, e per fortuna han passato questa notte in un'altra stanza.
— Ma voi avete in casa l'arca di Noè!
Feci portar via il serpente, e portare il caffè al mio ospite.
— Ditemi, proseguì egli centellando, non temete che coi serpi innocui scivoli talora qualche serpe velenoso in casa vostra?
— Nelle case vengono solo, e son reale pericolo, gli scorpioni. Eccone uno che non vi farà più paura, nell'alcool: se avete veduto così fatti animali nel vostro paese, ove si trovano nelle parti più meridionali ed orientali, troverete che questo è foggiato sullo stesso stampo, ma più grosso: la sua puntura è dolorosissima, ma non tanto pericolosa quanto si dice.
— Avete trovato talvolta scorpioni in questa casa?
— Sovente; si cacciano sotto le stoie, negli armadi, nei letti, anche nelle vestimenta: ma sapendo tal cosa, ogni giorno si fa un'ispezione diligente e circospetta, e si scansa un pericolo.
— Drôle de pays tout de même, ove convien fasciarsi il viso per salvarsi dalle zanzare, gli scorpioni passeggiano per la casa la canne à la main, e i serpenti girondolano intorno ai piedi! Ma, vi ripeto la mia domanda, non avete serpenti velenosi qui d'intorno?
— Ne abbiamo, e non pochi. Eccovene nell'alcool; questa è la cerasta, o vipera dai cornetti; questa piccina la vipera delle piramidi; vedete la naja haje, che si fa sì gonfio il collo, e da cui, per darsi morte, si è fatto mordere il bel seno la regina Cleopatra. Stanno queste serpi tutte qui d'intorno, ma non ho mai sentito che siasene visto una nelle case del villaggio: alcune trovansi sulle sabbie del deserto; altre pei campi; ma non s'avventano all'uomo, paghe di guardarlo se non le tocca. Ho veduto più gente morsicata dalle vipere nelle alpi piemontesi che non qui: questi Arabi prendon con isveltezza le serpi più velenose per la coda, e staccanle di colpo da terra: per quanto il serpente si rivoltoli, non arriva col capo alla mano che tien la coda. I serpenti velenosi che vedete qui, li ho avuti tutti vivi.
— Non vorrei vederne io vivi, e se ne viene qualcuno oggi, vi prego di confinarlo fuori sino a domani.
— Non avete veduto mai per le strade del Cairo i giocolieri coi serpenti vivi?
— No.
— Fate di vedere, che è spettacolo curioso.
— E questi pesci che cosa sono? mi domandò interrompendomi il francese.
— Sono pesci elettrici del Nilo: me li portò dal Cairo il dottor Diamanti, il quale, venuto in Egitto per incarico del Matteucci a studiare l'anatomia di così fatti pesci, fece come il corvo, non ritornò più all'arca universitaria di Pisa. Egli vien talora a consolarmi di qualche sua visita, e non vi posso dir quanto io glie ne sia grato.
— Come si chiamano le bestioline che voi avete infilzate sotto questo vetro?
— Si chiamano coleotteri.
— Questo sapeva, me ne fu parlato in collegio. Vi domando i singoli nomi.
— Ecco due specie di Copris: il Copris isidis e il Copris sesostris: qui è l'Aleucus sacer, e lì vicino l'Aleucus ægyptiorum; questo si chiama Prionotecha coronata, quell'altro Heteracantha depressa....
— Basta, basta!
— Dunque venite con me in giardino: vi farò vedere qualche animale vivo, un fenicottero, una rossetta, un icneumone, una piccola lince, due gazzelle; poi faremo l'asciolvere.
— Come passa qui la giornata un uomo che non abbia nulla da fare?
Così m'interrogava il mio ospite, fumando la pipa sdraiato sul divano, dopo alcuni vani tentativi per fumare il narghileh, come fumava io.
— La passa, risposi, orizzontalmente, e si distrae colla pipa e col caffè.
— E la sera?
— La sera va a letto quando il moazino intona il canto dell'Aesce, cioè un'ora e mezzo dopo il tramonto.
— Che vita!
— Caro signore, io credo che chi non ha nulla da fare passi la sua giornata male in ogni parte della terra.
— Ah! de la morale!... Ditemi un poco, per parlar d'altro, perchè avete messo una rete ad ogni vostra finestra, ed una alla porta?
— Ciò feci per tener fuori le mosche.
— Come! le mosche non passano attraverso la rete? Ma le maglie di queste vostre reti sono tali, che tre mosche ad ali aperte v'entrerebbero insieme!
— Sì, e ciò non ostante non entrano, purchè non siano due finestre o la porta e la finestra aperta l'una in faccia all'altra; quest'uso è qui antichissimo, e ve lo trovò già Erodoto.
— Per esempio, ciò solletica tutta la mia curiosità, e sarà bella novità del mio libro.
— In Francia ne parlerete primo, e un anno fa ne avreste parlato primo in tutta Europa; ora sarete stato preceduto in Inghilterra dal dottor Spence, che da poco ne lesse una memoria alla Società entomologica di Londra, dicendo di aver imparato questo metodo da un signore fiorentino che gli raccontò averlo veduto in atto in un convento presso Firenze, e averlo inteso lodato da un pittore romano, che con esso avea il doppio vantaggio di lavorare colle finestre aperte senza la molestia delle mosche e di non aver guasti i suoi quadri da questi importuni insetti. Dopo la lettura del dottor Spence, il dottor Stanley fece una serie di sperimenti con varie sorta di reti, e trovò che anche quando i fili son sottilissimi, le mosche pur non passano. Egli cercò di darsi ragione di questo fatto, e pensò che le mosche si spaventino delle reti scambiandole per tele di ragno.
— Mi pare che se le mosche avessero tanta paura delle tele di ragno, non c'incapperebbero così sovente.
— Quest'è quel che disse il dottor Spence, il quale considera la avversione delle mosche per le reti siccome dipendente dalla struttura particolare dell'occhio della mosca, che le farebbe vedere in ogni filo una successione d'ostacoli aumentati e moltiplicati dalla rapidità del volo.
— Oh, lasciamo la spiegazione in disparte, se non vi dispiace. Quello che mi preme è la certezza del fatto. Dunque voi mi assicurate che con tal semplicissimo mezzo questi molesti insetti sont consignés à la porte?
— Ils sont consignés à la croisée.
— Vivaddio, ecco la prima spiritosaggine che vi vien detta. Ma è tempo che vi parli dello scopo principale della mia venuta, dacchè non me ne domandate, e appena me ne avete lasciato dire una parola ieri.
— Mi avete espresso il desiderio di fare la caccia della jena.
— Sì, ma a condizione che me la lasciate fare a modo mio.
— Sia pure.
— V'han jene nel vicinato?
— Molte: stan sul confine del deserto, e rendono a questo villaggio un segnalato servigio divorando i cani morti, e anche un tantino i cadaveri umani nei cimiteri.
— Che cosa direste se nel mio libro facessi un'invettiva contro le jene, per questa loro profanazione? Non vi par tema un po' vecchio?
— Mi pare, e credo che fareste meglio a dimostrare, che finchè gli Orientali non si daranno cura di seppellire un po' meglio i loro morti, è bene che le jene facciano quello che fanno.
— Ma le jene non sono anche paurose per gli uomini vivi?
— Qui non sono: esse fuggono dall'uomo. Un capo ameno di questo villaggio fece una volta scommessa di uccidere una jena senz'armi, strozzandola colle mani; si sdraiò la notte in campagna, facendo il morto, e una jena si avvicinò sino a fiutargli i piedi; egli allora sorse in un tratto, e le si slanciò sopra; ma essa non gli diede tempo, e fuggì. Se un giorno andrete in Algeria, vedrete come là pure, sì dagli Arabi come dai Francesi, sia poco temuta la jena.
— Sentite! V'ho detto che voglio fare una caccia a modo mio, e che anzi l'ho già descritta quale deve avvenire: ma vorrei pure mettere nel mio libro qualche cosa di nuovo, di interessante intorno alla jena.
— Di nuovo anche pei naturalisti?
— Sì, se fosse possibile.
— Mettete i brani genuini di Plinio e di Aristotele, ove questi autori parlano della jena.
— E questo sarà nuovo pei naturalisti?
— Novissimo: ecco qui Plinio colle aggiunte zoologiche di Cuvier: ecco Aristotele; non ho la traduzione francese di Camus, ma questa edizione col testo greco da una parte e la traduzione latina dall'altra.
— La cosa più strana che direi nel mio libro, sarebbe quella d'aver letto Plinio e Aristotele a Khankah: ma senza costringermi a sentire questi brani, ditemene voi in succinto il contenuto.
— Plinio dice molte stranezze credute ai suoi tempi, ed è citato da tutti gli autori moderni: parla dell'ermafrodismo della jena, della sua imitazione del vomito e della voce umana, dice che ha la colonna vertebrale tutta d'un pezzo, che la sua ombra fa muti i cani, che ogni animale cui abbia girato intorno tre volte diventa immobile, e che colla leonessa fa un prodotto spurio chiamato corocotta, strana bestia, chè fra le altre singolarità avrebbe, senza gengive, invece di denti un osso in cerchio. E non s'accorge di aver dato prima lo stesso nome di corocotta ad un altro animale, non meno strano, che egli dice venuto dal cane e dal lupo. Aristotele parla della jena quattro volte nelle sue opere: nella storia degli animali ne parla due volte, e una nei libri della generazione degli animali; fa vedere il motivo per cui si crede falsamente questo animale ermafrodito, e dà della jena una descrizione assai esatta. Egli dice che si prendono molto più jene maschi che non femmine, dacchè un cacciatore gli ha narrato d'aver trovato, in undici di questi animali, una femmina sola. In un altro libro, assai men letto, e che non è certo che sia suo, ove il grande filosofo non la fa più da osservatore, ma parla delle mirabili cose che si sentono dire, narra la storiella dell'azione dell'ombra della jena.
— Non mi pare che tutto questo debba essere molto dilettevole.
— Allora parlate della prima comparsa della jena in Europa sotto l'imperatore Gordiano, oppur delle jene fossili scoperte anche in America.
— Peggio che mai. Vedo che convien ch'io dipinga maestrevolmente la mia caccia, perchè il capitolo mi riesca brillante.
— Ma si può sapere finalmente come la volete fare, questa caccia?
— Voglio legare una pecora ad un palo nei siti ove la jena suol venire di notte, e voglio che noi ci appiattiamo per tirarle sopra. Questa stessa notte dobbiamo farlo; non mi dite di no, se no andrò solo.
— Se andaste solo, avreste una grande probabilità d'essere spogliato ed ammazzato dai Beduini, poi mangiato dalla jena la notte seguente. Ma io disporrò le cose per bene. Farò venire un beduino con noi, e così saremo sicuri; a voi darò, in luogo del vostro schioppo, la mia carabina; andremo a legar la pecora e passar la notte sotto un palmeto alla distanza di un'ora di qui: ma la jena non verrà a mangiare la pecora viva.
— Oh verrà certo, non dubitate...
Mentre stavamo così parlando, il sole si oscurò a un tratto; ed allora appena il moazino aveva finito di cantare il canto dell'Asser, cioè erano le tre pomeridiane.
— È un nuvolone che passa, mi disse il mio interlocutore.
Andai fuori, e bentosto lo chiamai perchè venisse a vedere la cagione di quell'improvviso abbuiarsi del sole: era uno stormo innumerevole di cavallette, le famose cavallette d'Egitto, che passavan volando: fecero velo al sole per un'ora.
Era la notte splendida di stelle, e stavamo sdraiati, fumando la pipa, sotto il palmeto: la pecora legata al palo, poco discosto da noi, si divincolava mandando gridi lamentevoli.
— Sentite, dissi al signor Oscar, io mi voglio sdraiare sulla stoia, e addormentarmi, come già hanno fatto il vostro interprete e il beduino: voi guardate le stelle, fate un'ode, se vi riesce, e quando vedete la jena svegliatemi. Buona notte.
Il lamento della povera pecora mi suonò negli orecchi finchè m'addormentai.
Non s'era ancor desta l'alba quando mi svegliai e volsi gli occhi intorno a me. Il signor Oscar Verdier dormiva, Mohammed-effendi dormiva, il beduino dormiva.
Guardai dalla parte dove avevamo legato la povera pecora, che mi aveva tanto impietosito.
La pecora dormiva.
Il signor Oscar Verdier morì un mese dopo, assassinato una notte in Alessandria da due Greci, che lo trassero in trappola, promettendogli d'introdurlo in un harem. Il console generale di Francia andò in furia. Il bascià promise una splendida riparazione, e disse al capo della polizia che se prima di mezzogiorno giustizia non fosse fatta, egli avrebbe fatto mozzare a lui la testa. Il capo della polizia mandò a prendere un fellah, e lo fece impiccare immediatamente.
Il console di Francia si dichiarò soddisfatto.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.