CAPO I.
Le funzioni psichiche criminose.
1. Concetto scientifico della parola funzione.—2. Funzionamento psicofisico proprio del delinquente.—3. Anormalità del medesimo: legge generale di equilibrio violata dal delitto.—4. Il concetto di equilibrio psichico è l’unico criterio di distinzione tra l’uomo normale ed il delinquente.—5. L’equivalente etico dello squilibrio psichico; suoi riflessi al dato soggettivo ed oggettivo del delitto.—6. In che consistano le funzioni psichiche criminose nel loro aspetto intrinseco ed estrinseco.
1.—Gli atti della nostra vita son tanti effetti che si connettono a reciproche cause. Se queste cause ci son note, ce ne serviamo per qualificare l’atto, distinguendolo da tutti gli altri che con esso abbiano rassomiglianza. Diciamo, per esempio, che taluno sia stato sottoposto ad operazione chirurgica per significare che l’atto su lui operato sia il prodotto di causa intelligente, che noi riferiamo alla persona di un chirurgo. Oltracciò, noi siamo soliti, costretti dal bisogno, di rivolgerci all’opera di un tecnico per la costruzione di qualche macchina, per la cura d’una malattia, per la difesa d’una lite; e ciò perchè presupponiamo che le dette persone sieno le più adatte a soddisfare il nostro desiderio. Congiungendo il primo dato di esperienza al secondo, concludiamo che le qualifiche, con le quali distinguiamo la specialità degli atti e la ragione di scelta delle persone più capaci a compierli, s’integrano nel giudizio abituale di ritenere che date cause con maggiore facilità producano dati effetti. Identica osservazione facciamo, riflettendo sul perchè si distinguano i nostri organi di senso. Noi affermiamo la virtù propria dell’occhio a vedere, dell’udito ad udire, poichè ci è noto che questi organi posseggono le qualità adatte per gli effetti riferiti; che in essi risegga l’attitudine di percepire i colori, di apprendere i suoni.
L’idea di attitudine, di capacità, di facilità sottintesa negli esposti giudizî è espressa, in termine generale, dalla parola funzione. In fisiologia parlasi di funzioni di tessuti, di organi, di apparecchi; di funzioni di nutrizione, di riproduzione, di relazioni, per significare dei fenomeni, isolati o complessi, compiuti dall’organismo per la conservazione dell’individuo e della specie. La sociologia si occupa di funzioni sociali; la psicologia di funzioni della mente. In ogni caso, la parola funzione è accompagnata dal senso di processi con più agevoli disposizioni ad effettuare determinati risultati.
Il Wundt bene osserva, che tutte le volte che, come per gli apparati, a struttura sì complessa, del sistema nervoso, noi non abbiamo alcuna coscienza della composizione reale delle modificazioni molecolari, nelle quali consiste l’esercizio, ci resta solamente questa espressione generale di disposizioni funzionali, la quale può sempre prendersi in un buon senso: quindi, al contrario della teoria delle tracce materiali persistenti, questa espressione suppone un’azione consecutiva, la quale è dapprima durevole e sparisce di nuovo gradatamente per la cessazione o il difetto di esercizio, effetto consecutivo che non consiste punto nella continuazione della durata della funzione, ma nella facilità, con la quale essa riapparisce[7].
E lo stesso aggiunge, che se, dal dominio fisico, trasferiamo questo modo di considerazione al dominio psichico, le sole rappresentazioni coscienti dovranno essere riconosciute come rappresentazioni reali; e le rappresentazioni, sparite dalla coscienza, lascieranno dopo di sè delle disposizioni psichiche, di specie sconosciuta, al loro rinnovarsi. L’unica differenza, che separa il dominio fisico dal dominio psichico, è la seguente: dal lato fisico egli ci è permesso sperare che gradatamente perverremo a conoscere più intimamente la natura di coteste modificazioni permanenti, che noi designiamo in breve col termine di disposizione; mentre che, dal lato psichico, questa speranza ci è sempre interdetta, poichè i limiti della conoscenza segnano, nel medesimo tempo, i limiti della nostra esperienza interna[8].
2.—Se la funzione dipende dall’esercizio ed ha per esponente una più perfetta disposizione, siamo facoltati a credere che essa si rannodi all’adattamento ed alla selezione organica. L’antagonismo tra la legge della variabilità, delle forme e dei caratteri, e la legge della ereditarietà, che mantiene o conserva la specie tra gli individui; non che la sopravvivenza e la prevalenza di individui più adatti e di attitudini meglio consolidate, ci inducono a ritenere che la funzione, fisica o psichica, sia l’equivalente di energia più conforme all’ambiente esterno od interno, e più omogenea al nostro stato di specificazione.
Accingendoci, quindi, allo studio della psiche del delinquente, noi, per prima, troveremo opportuno di formarci un concetto generale del medesimo; ritenendo a priori, salvo dopo a dimostrarlo, che, occupando, nella scala differenziata dell’uomo, il delinquente una varietà sociale e morale, debba anche presentare nell’esercizio delle sue energie un funzionamento affatto proprio, di cui dobbiamo fin da ora tener conto. Le inclinazioni al delitto, appunto perchè tali, debbono farci supporre che l’individuo che, n’è affetto, possegga la specialità di vincere gli ostacoli che nell’imperio della psiche vi si frappongono, pel più facile corso verso l’azione esterna.
La funzione apparisce quando la facoltà dallo stato puramente potenziale passa allo stato attuale; essa, perciò, mentre segna il grado evolutivo degli individui, ne rende palesi le impronte e ci fornisce il mezzo per caratterizzarne le azioni.
3.—A chi guarda gli effetti del delitto apparisce evidente la idea che, nella specie, trattisi di qualche cosa di anormale; di funzionamento psichico non obbediente alle norme logiche, etiche, sociali comuni al rimanente della cittadinanza; ond’è che, anche prima dei lumi apportatici dalle scienze antropologiche, la coscienza della maggioranza considerava il delinquente un essere di tempra eccezionale, da sottoporsi alla sanzione di leggi preventive e repressive. Chi voglia appellarsi al criterio di senso comune, sentirà rispondersi che questi non serba nelle sue azioni la legge di equilibrio e che, infrangendo lo stato di ordine, mostrasi disadatto alla vita civile. La risposta, sì facile e spontanea, suppone il principio che la vita degli esseri, a qualunque categoria appartengano, non sia che ordinata sequela di atti retti dalla legge di equilibrio, e che, non appena questa legge si viola, o gli esseri spariscono o sopravvivono lottando con continue difficoltà per adattarsi all’ambiente.
Spencer ha scritto: «la coesistenza universale delle forze antagoniste, che produce l’universalità del ritmo e la decomposizione di tutte le forze in forze divergenti, rende anche necessario l’equilibrio definitivo. Ogni moto, essendo sottoposto a resistenza, subisce continuamente delle sottrazioni che finiscono colla cessazione del movimento. Così, quando in mezzo a cambiamenti ritmici, che costituiscono la vita organica, una forza perturbatrice opera un eccesso di cambiamenti in una direzione, essa è gradualmente diminuita e finalmente neutralizzata dalle forze antagoniste che effettuano un cambiamento compensatore in una direzione opposta, e ristabiliscono, dopo oscillazioni più o meno ripetute, la condizione media. Tale processo è quello chiamato dai medici forza mediatrice della natura»[9]. L’equilibrio psichico suppone più forze o sistemi di forze in antagonismo. Esso non è la inerzia, ma la risultante di contrarî movimenti che compensano le loro spinte per la eliminazione di qualunque cangiamento. Analogamente al sentimento chiamato senso di equilibrio, pel quale il corpo conserva la sua posizione ed orientazione, gli atti della nostra vita psichica trovansi in equilibrio allorchè il loro centro di gravità non si sposta dalla ordinaria sfera di azioni; segnano la linea ascendente e discendente con moto retto o rettilineo, non si allontanano dalle norme d’una condotta che fa dell’individuo parte integrale del tutto sociale, ed il tutto sociale armonizza ai fini prossimi o remoti della nostra esistenza. Il delitto, negando l’equilibrio, è elemento da eliminarsi; non è soltanto un processo distinto e che trovi il posto nella serie multiforme di effetti della legge di variabilità, ma è epifenomeno o prodotto sovraggiunto, che si distacca dall’armonia dell’insieme e, per soprappiù, ne mina le basi, introducendovi forze disgregative contrarie alla natura evolutiva dell’uomo civile.
4.—L’anormalità del delinquente ci dice che esiste il tipo dell’uomo normale. Non vogliasi, pertanto, esagerare il significato d’una distinzione meramente relativa agli scopi della vita sociale ed alla necessità protettiva di ciascuno. Quando diciamo tipo normale o anormale di uomo, vogliamo intendere concetti che rispecchiano date condizioni di cose; mutate le quali, ogni nozione perde il valore scientifico.
Il concetto di equilibrio psichico è l’unico criterio di distinzione tra l’uomo normale ed il delinquente.
La coscienza, l’io individuale, non sarebbe concepibile, negli stati successivi del tempo, se non poggiasse su base stabile ed invariabile che si rende evidente nella fisonomia di ciascun atto, e serve ad enucleare le nostre azioni in organismo compatto ed analogo, pur subendo svariate trasformazioni. Ciò che è per l’individuo, è per l’uomo collettivo; ciò che è per la specie, è pel genere. Mercè l’astrazione noi ci formiamo l’idea del tipo, simbolo d’un modo di essere differenziato e permanente. L’osservazione sulla esistenza e sulle norme regolatrici d’individui formanti la gran maggioranza sociale ci mena all’induzione di regole di funzionamento e di condotta comune, donde l’idea astratta del tipo di uomo normale. Le variazioni, cui il tipo è soggetto, sono analoghe alle condizioni di ambiente o sociale o storico o etnico. Insomma, il concetto di tipo non si diparte da ciò che è inerente a qualunque altro concetto della nostra mente e che si riassume nell’infrascritto principio: il pensiero non è che il prodotto necessario della relatività delle nostre funzioni psichiche.
Nell’antagonismo di forze divergenti il centro di gravità del processo intero è sempre fisso; nella deviazione di moto l’azione e la reazione corrispondono ad oscillazioni compensatrici. Allo stesso modo, la instabilità e la stabilità dell’equilibrio psichico dipende, nella serie di oscillazioni, dall’uso maggiore o minore di potere inibitorio o di forza di resistenza e di arresto. Ciò, in seguito, sarà ampiamente dimostrato.
5.—L’equivalente etico dello squilibrio psichico risponde al disordine causato da volizioni ed azioni non conformi alla media di esistenza sociale in armonia al benessere individuale o collettivo; il delitto turba, di per sè, questa media di ordine, e ciò perchè con esso il comune centro di gravità della nostra attività è spostato; è scosso o negato l’accordo tra l’individuo ed i suoi simili. Uno dei tratti della condotta detta immorale—osserva Spencer—è l’eccesso, mentre la morale ha per carattere la moderazione. Gli eccessi implicano divergenze delle azioni da un medio; la moderazione, per contro, implica conservazione della via di mezzo; donde segue, che le azioni dell’ultima specie possono essere definite più facilmente che non quelle della prima. Chiaramente, la condotta che non è repressa si raggira fra grandi ad incalcolabili oscillazioni, per cui differisce dalla condotta che è moderata, le cui oscillazioni naturalmente sono fra limiti ristretti. Ed essendo fra limiti ristretti, apporta necessariamente determinazioni relative di movimenti[10].
Le regole di condotta ci apprendono che vi sieno determinati intenti a cui dobbiamo dirigere le azioni; e che vi siano modi o maniere da prescegliere onde si pervenga ai detti intenti. La nostra attività, estrinsecandosi, è accompagnata, negli atti consecutivi, dalla consapevolezza, spontanea immanente o riflessa, di relazioni preordinate o sistematizzate a causa della nostra previsione o dell’abitudine. Il delitto, cagionando danno privato e pubblico, è in contraddizione con i fini della coesistenza, di concorrere al benessere dei simili; ed è in contraddizione, ancora, con i modi o le maniere onde debba estrinsecarsi l’attività nelle azioni. L’esquilibrio, quindi, dal soggettivo si proietta nel mondo oggettivo; e desta allarme, perchè scuote la sicurezza del benessere altrui e minaccia di privare, la esistenza, delle condizioni che le sono più propizie. Finchè l’esquilibrio resta nello stato soggettivo, non vi è ragione di esserne allarmati; vi sono dei primi atti di estrinsecazione, i quali neppure richiedono di essere repressi: potendo i medesimi servire a scopi indifferenti o criminosi, nel dubbio, il dovere impone di sospendere qualunque decisione. Ma, tostochè dagli atti incerti, di mera preparazione, si passa agli atti di esecuzione, accrescendosi il pericolo sociale, la legge provvede a che la minaccia sia repressa, poichè nessuno ha il diritto di turbare quell’ordine od equilibrio di vita, il quale è fondamento e condizione imprescindibile di esistenza. Proseguendo a riflettere, si avrà il perchè certi fatti, pur ristretti in termini di mera possibilità di danno, sieno dalla legge puniti; ad esempio il tentativo in alcuni reati, la falsità in atti che debbono serbare la impronta della pubblica fede. L’esquilibrio proprio del delitto, obbiettivandosi esteriormente, conserva sempre i caratteri intrinseci di soggettività: senza che si renda causa di atti che materialmente o realmente offendano i simili, in costoro, soggettivamente, apporta un’alterazione di benessere, il cui esponente è l’allarme o il timore di veder rotta la compagine sociale, ed infranto il reciproco dovere di assistenza e di rispetto tra i componenti l’aggregato. Il concetto di equilibrio o di esquilibrio etico o sociale, soggettivo od oggettivo, va inteso sempre comparativamente alle esigenze di condotta o di benessere comune tra le persone facienti parte d’una società; donde il dovere d’una giustizia distributiva, che s’ispiri, cioè, all’obbligo di salvaguardare il diritto di ciascuno in proporzione del bisogno di mantener saldi i legami delle parti verso il tutto. I costumi, gli usi, le leggi sono tanti termini delimitativi delle umane azioni; sono le pietre miliari che segnano le tappe progressive dell’uomo sul cammino della civiltà. Ma sono, anche, argini opposti al dilagare di correnti che minacciano di travolgere povere vittime. Ciò che altera la costante evenienza dei fenomeni di natura non può tornar mai di bene per l’uomo; ed il delitto n’è l’esempio.
6.—Riassumendo, diciamo, che le funzioni psichiche criminose, considerate nel loro aspetto intrinseco, sono l’equivalente di facoltà disadatte all’uso del potere inibitorio ed allo stato di equilibrio; considerate nell’aspetto estrinseco, sono le cause di turbamento di quell’ordine sociale che è la forza specifica del benessere individuale in accordo col benessere collettivo.