CAPO II.

Gli elementi psichici criminosi.

1. Legge di continuità nei fenomeni psicofisici; legge di correlazione tra l’essere ed il suo ambiente.—2. La legge di continuità e di ambiente rispetto al delitto.—3. Ragioni per cui il funzionamento psicofisico anomalo del delinquente sfugge all’analisi sperimentale; norme relative alla prova della genesi fisica del delitto.—4. Gli elementi psicofisici del delitto e l’interno stato di equilibrio.—5. Stato di esquilibrio psichico; forza e movimento; motivo, causa ed azione.—6. Che cosa s’intenda per impulso; duplice principio fondamentale della psicologia monistica.—7. La psicofisica ed il suo valore nei fenomeni di esquilibrio del delitto.

1.—Tutti i fenomeni da noi percepiti sono accompagnati dal carattere essenziale di reciproca coordinazione o di continuità. La distinzione che sogliamo fare tra l’uno e l’altro fenomeno, tra l’uno e l’altro modo di esistenza, tra la vita psichica e la fisica non serve che alla nostra conoscenza, la quale, stante la relatività di sua natura, non potrebbe apprendere il vero delle cose se non procedesse per singole nozioni. Questa legge suprema dell’umana conoscenza, detta legge di continuità, impera ancora nella genesi e nella serie evolutiva dei fenomeni psicofisici. La vita mentale e la corporea sono due lati di un unico processo integrativo con gradi ascendenti di maggiore distinzione e complessità: dagli atti puramente automatici, dalle semplici azioni riflesse alle alte concezioni del pensiero non vi è che progresso ininterrotto per gradi infinitesimali.

Chi, dunque, si accinga a studiare qualunque fenomeno psichico non deve arrestarsi alle sue forme estreme; deve, invece, saper cogliere la genesi ed apprezzarne il graduato sviluppo dagli elementi primigenî al più alto esponente della intelligenza.

La seconda legge, base anch’essa della evoluzione organica, è quella di correlazione tra l’essere ed il suo ambiente; la quale legge è espressa, secondo Spencer, dal cànone, che la vita non sia che corrispondenza.

2.—Il delitto sottostà egualmente alla legge di continuità e di ambiente. La continuità riguarda più intimamente l’elemento soggettivo; ossia lo stato di coscienza sintesi di tutti i coefficienti interni i quali concorrono a far sì che la energia criminosa si effettui esternamente mercè l’azione antigiuridica. È da osservare che, essendo il delitto azione anomala in confronto alla media della comune condotta, anche la legge di continuità, nella correlazione dei fenomeni psichici del delinquente, debba subire qualche variazione, di genesi e di sviluppo, da distinguersi, per chi ne analizzi gli elementi informativi, da ciò che avviene per l’uomo normale. La differenza di genesi è analoga alla natura propria della energia criminosa ed ai fattori fisici che ne originano il primo grado di apparizione. La differenza di sviluppo è in relazione specialmente all’azione dei motivi onde la energia criminosa è determinata.

3.—Noi non abbiamo nozioni esatte circa i fattori fisici del delitto; il funzionamento psicofisico anomalo del delinquente sfugge all’analisi diretta permessa col sussidio dell’esperienza.

Ciò avviene per tre ragioni: a) perchè non è concesso di riprodurre a nostro beneplacito il fenomeno del delitto; b) perchè nel momento in cui questo fenomeno si manifesta l’opera riflessiva dello scienziato non può aver luogo; c) perchè, sottostando la produzione del delitto alla influenza dell’ambiente, questa è relativa alle circostanze accidentali e fugaci ond’è accompagnata. Quindi le seguenti norme, le quali vanno ricordate in materia di prova della genesi fisica del delitto: 1a Non essendo permesso sul delinquente che l’uso del metodo a posteriori, ossia quel metodo che dalla constatazione di qualità permanenti organiche risale, per supposto, all’accertamento di ciò che nel momento del delitto sia avvenuto, in definitiva non ci è dato apprendere, della genesi fisica del delitto, che nozioni affatto probabili; 2a La certezza induttiva, sul riguardo, non superando il valore d’ipotesi, è motivo per cui nell’affermazione della imputazione e nella commisurazione della pena evvi un limite abbandonato all’arbitrio del giudice il quale sappia, mercè criterî di esperienza personale, integrare la prescrizione repressiva di legge con la relatività di colpa del delinquente.

4.—Gli elementi psicofisici del delitto si risolvono in tanti equivalenti della natura intima, ereditaria o acquisita, del delinquente, in concorso con gli stimoli, esterni od interni, efficaci a mettere in moto la energia criminosa. Lo studio dei detti elementi ci apprende: a) che il delitto, avvisato come entità giuridica, sia il composto di fattori diversi la cui analisi deve precedere la sanzione repressiva; b) che il delitto, considerato siccome la risultante di coefficienti psicofisici individuali, ha bisogno di prove, le quali raccolgano, in sintesi logica, quanto sia necessario pel convincimento del magistrato. Così per lo studio del lato giuridico che per quello del lato psicofisico del delitto ci occorre un concetto fondamentale che sia punto di partenza della nozione dei fatti: concetto, per quanto logicamente semplice, altrettanto obbiettivamente adatto a fissare l’idea di normalità e quella di anormalità nel dominio morale. La esistenza di energia criminosa importa funzionamento difforme alla natura normale dell’uomo, cioè alla media di rettitudine di condotta in conformità a norme imprescindibili di ordine sociale o giuridico.

Questa difformità è conseguenza d’un interno stato di squilibrio o disturbo di armonia di stati di coscienza e contrasto col mondo esterno configurato nella vita di relazione con i proprî simili. L’adattamento, per intima tendenza ereditaria e per qualità acquisite, apporta nel ritmo degli stati di coscienza un funzionamento di regolarità che noi chiamammo di equilibrio, secondo il quale i fatti psichici rappresentativi, emotivi e volitivi si svolgono con nessi, di successione e di simultaneità, integrativi, ossia con la legge costante di corrispondenza al grado ed alla entità degli impulsi che imprimono il moto iniziale all’azione. Siffatto stato di equilibrio, permanendo nei successivi atti esterni, si trasforma in tanti altri stati che, prendendo il nome dalla sfera di azione in cui appariscono, sono altrettanti fulcri di vita individuale o collettiva e corrispondono a differenziata sanzione preventiva o repressiva. Indi abbiamo la prima forma di stato giuridico di equilibrio nell’ordine della famiglia; poscia in quello delle differenti specie di società create dalla legge od imposte dalla esigenza di assicurare e garantire i mezzi per l’esplicamento dei nostri bisogni; per ultimo, in quello più ampio ed universale che dalla idea di nazione, di umanità arriva fino al concetto di giustizia assoluta.

Sono stati di equilibrio, il cui fondamento va sempre riposto nell’armonia di facoltà e di atti, di funzioni e di leggi: dall’individuo all’uomo collettivo il processo è unico, garantire il ritmo del funzionamento cosciente, non fallire all’intento di perfezionamento progressivo che assicuri il benessere proprio con quello degli altri.

5.—Lo stato di squilibrio è di natura opposta a quella esaminata. Indi la nozione di stato anomalo, ovvero contrario al funzionamento normale dell’uomo.

Abbiamo detto che lo stato psichico di equilibrio è ereditario ed acquisito: il funzionamento principale, su cui poggia, è posto da natura, poichè è regola imprescindibile psicologica, che qualunque atto interno emotivo o volitivo abbia la genesi spontanea nel processo organico individuale.—Tostochè negli stati di coscienza comincia a mancare il ritmo, all’azione di qualche stimolo non corrisponde la reciproca reazione; vien meno, perciò, l’attitudine, sia anche passeggiera, al processo integrativo; le correnti di energia funzionale si turbano; le tendenze impulsive vincono l’azione reattiva delle facoltà di arresto; la efficacia dell’impulso non comporta più resistenza; spariscono i confini del campo visivo della coscienza ed all’ottenebramento dell’intelletto succede lo scoppio della passione. Il fenomeno qui descritto, ristretto propriamente al fatto del delitto, c’impone, innanzi tutto, lo studio dei motivi o degli impulsi dell’azione interna ed esterna della energia criminosa.

L’equivoco che in generale si vuole ingenerare, nella dinamica, tra la idea di forza e l’idea di movimento, assumendosi la prima per una potenzialità astratta ed il secondo per qualche cosa che non inerisca alla materia, ma di questa sia modalità accidentale, si riscontra tuttodì tra l’idea di motivo o di impulso e quella d’azione. Si confonde il motivo con la causa; non riflettendo che il primo è in realtà ciò che la seconda è, in astrazione o nei rapporti logici, con l’idea di effetto.

Ora, a chi ben guardi apparirà che il motivo o l’impulso, dinamicamente, si confonde con l’azione; ne è l’essenza e la realtà concreta.

La energia psichica, con funzionamento normale o anomalo, è sempre in attività: appena si effettua l’azione di qualche impulso, il precedente stato di coscienza subisce cambiamento; comincia così un effetto che percorre i gradi di svolgimenti conformi alla intensità impulsiva, e o si esaurisce, perchè arrestato, nel dominio interno, ovvero si riversa nel mondo esterno e si completa in analogo atto di condotta. L’atto esterno è l’equivalente di quello interno, il che spiega la ragione del moto causale dell’impulso, la continuità della energia psicofisica dal momento iniziale di sentimento o di idea fino al termine dell’azione, ed in ultimo il perchè si connetta l’imputabilità fisica dei nostri atti ad analoga imputabilità morale.

6.—Ciò che chiamiamo impulso non è che una scossa, un primo movimento, il quale, rientrando nel campo visivo della coscienza, o influisce a creare un novello stato, ovvero, per identità di natura, riproduce stati precedenti passati nel dominio dell’inconscio o assopiti da non destare più alcun interesse. Per quanto facile, ad intendersi, sembri l’asserto, esso racchiude il problema fondamentale della vita. Che è mai, in fatti, la vita, se non, al dire di De Blainville, il duplice movimento interno di composizione e decomposizione, a un tempo generale e continuo? ovvero, secondo lo Spencer, la coordinazione delle azioni? Nè movimento interno è verificabile, nè coordinazione senza che vi sia un fenomeno chimico e fisico di assimilazione e di trasformazione della energia dello stimolo, senza che l’organo del senso non vi si presti a trasmettere ai centri il cambiamento dinamico subìto.

Migliore definizione della vita, nel senso qui appresa, è quella suggerita da G. H. Lewes, che cioè essa sia una serie di cambiamenti definiti e successivi, tanto di struttura quanto di composizione, che hanno luogo entro un individuo senza distruggere la sua identità.—La psicologia monistica, considerando la concezione naturale della vita psichica quale somma di fenomeni vitali che, come tutti gli altri, sono legati a determinato substrato materiale, detto psicoplasma (Haeckel), rapporta i fenomeni dell’anima alla legge della sostanza, vale a dire al duplice principio della conservazione della materia e della energia; e però ne deriva la conclusione, che all’assimilazione dell’energia trasformata, dello stimolo, segua la funzione delle cellule mediante la irritabilità, la sensibilità ed il movimento. Io accetto pienamente la dottrina di Haeckel, che così si esprime: Il problema neurologico della coscienza è soltanto un caso speciale del problema cosmologico che abbraccia in sè tutti gli altri, il problema della sostanza. Se noi avessimo compreso l’essenza della materia e della forza, si potrebbe anche comprendere come la sostanza, che ne è il fondamento, possa, sotto determinate condizioni, sentire, desiderare e pensare. La coscienza è, come la sensazione e la volontà degli animali superiori, un lavoro meccanico delle cellule gangliari, e si deve, come tale, ricondurre a processi fisici e chimici che avvengono nel plasma di queste. Inoltre, applicando i metodi genetici e comparativi, arriviamo alla convinzione che la coscienza—ed insieme anche la ragione—non è affatto una funzione esclusiva dell’uomo; al contrario questa si riscontra anche in molti animali superiori, non solo vertebrati ma anche articolati. La coscienza dell’uomo è diversa solo a gradi, per uno sviluppo maggiore, da quella degli animali più perfetti, e lo stesso vale per le altre attività spirituali dell’uomo[11].

7.—Data la permanenza di rapporti tra l’azione esterna degli stimoli e gli stati susseguenti sensoriali, Fechner fondò la novella scienza che chiamò Psico-fisica. Egli, però, si arrestò alla misura delle sensazioni; altri, discepoli più diretti di Weber, estesero la misura alla sensibilità in genere; altri arrivarono fino alla misura della durata degli atti psichici, ed ai nostri dì, con maggiore precisione, all’analisi quantitativa delle percezioni. Il Fechner, per mezzo di operazioni matematiche, dedusse la sua «legge psicofisica fondamentale», secondo la quale «le intensità delle sensazioni crescono in proporzione aritmetica, mentre quelle degli stimoli crescono in progressione geometrica»[12].

Checchè altri ne pensi in contrario, noi riteniamo, e ne daremo la prova, che la psicofisica abbia grande valore, specialmente in fenomeni di squilibrio psichico, per comprendere i dati sensibili ed emotivi della conoscenza, i quali contribuiscono alla formazione della percezione, e per misurare i fenomeni psichici attraverso i fenomeni fisici.

Di già appariscono i primi prodotti, abbastanza plausibili, nelle perizie psichiatriche: la psicologia criminale si varrà di siffatti studi in più larga copia, non sfuggendo ai suoi cultori il rilievo di norme sperimentali che, quantunque spesso ipotetiche, tendono a raggiungere la esattezza matematica.