CAPO III.

La dinamica dei motivi.

1. Centro di attività psichica; che si intenda per motivo, impulso, movente.—2. Motivi sensitivi, rappresentativi ed ideali.—3. Che cosa s’intenda per motivo criminoso; differenza tra i motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli.—4. Postulati sull’energia del motivo e sullo stadio evolutivo dei motivi criminosi.—5. La dottrina della inibizione, base dinamica della coscienza criminosa.—6. Modi onde avviene il processo integrativo psichico della energia dei motivi.—7. Assimilazione e fusione dei motivi.—8. L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi.—9. Stato emotivo criminoso.

1.—Nella coesistenza e successione degli stati di coscienza è a notare la maggiore o minore permanenza di qualche centro, sensitivo o intellettivo, di attività, al quale convergono, per impulso di affinità o di analogia, delle correnti che atteggiano l’io a propria fisonomia e ne differenziano le qualità accidentali. Il centro di attività psichica è causato dalla sovrapposizione, agli stati precedenti di coscienza, di novello elemento il quale, cominciando col divergere le correnti interne, finisce per dirizzarle ad un punto diverso od opposto a quello cui dianzi tendevano. La espressione centro di attività psichica è presa nel senso reale, perchè l’alterazione o cambiamento di coscienza per noi equivale a nuovo modo onde l’energia dell’io sposta il suo centro di gravità; dovendosi ritenere che, nella reciproca attrazione di coefficienti interni, la gravità prevalente sia prodotta dalla maggiore energia di azione o di reazione di fronte alle energie concorrenti. L’elemento transitorio integrativo o disintegrativo degli stati di coscienza noi l’appelliamo motivo, impulso, movente. Esso a) è contraddistinto da una energia propria iniziale; b) è sottoposto alla legge generale di causalità ed alla speciale di assimilazione; c) agisce o reagisce sugli stati precedenti concomitanti o consecutivi secondochè corrisponde ai medesimi per natura organica ereditaria, per grado di attività genetica o per unità di coerenza.

2.—I motivi si distinguono, secondo i piani successivi degli stati di coscienza, in sensitivi, rappresentativi ed ideali. Il lato sensitivo del motivo è accidentale, transitorio; resta, però, di esso, nella serie progressiva di trasformazione psicofisica, qualche cosa corrispondente al grado ed alla natura della energia in attività, e che, permanendo, si riproduce quantitativamente nei fenomeni di coscienza ond’è seguito.

Maggiore energia occorre perchè l’impulso o motivo sensitivo si ripresenti o riproduca; il che s’intende dal riflettere che il motivo, per la primitiva azione sensitiva, trova il soggetto in istato di più o meno passività e quindi incontra minori ostacoli reattivi; mentre, riproducendosi, deve vincere le difficoltà provenienti da stati similari od opposti coesistenti ed il cumulo di reazioni inerenti alla natura del soggetto.

Nel piano ideale il motivo assomma la energia di tutti i sentimenti ed i rapporti mentali ond’è preceduto ed accompagnato. Trasformatosi in idea od in concetto esercita sulla condotta la influenza che il Baldwin chiama suggestione motrice. Essa significa—secondo il detto psicologo—che noi non possiamo avere alcun pensiero o sentimento, sia che provenga dai sensi, dalla memoria, dalle parole, dal contegno o dal comando degli altri, che non abbia una influenza diretta sulla nostra condotta. Noi non possiamo per nulla evitare l’influenza dei nostri proprî pensieri sulla nostra condotta, e spesso gli avvenimenti più comuni della nostra vita quotidiana agiscono come suggestione di fatti di grandissima importanza per noi stessi e per gli altri[13].—E qui cade a proposito un’altra originale osservazione del Baldwin; che cioè noi non possiamo eseguire un atto qualsiasi senza che gli corrisponda nella nostra mente il pensiero o l’immagine o la memoria che spinge all’azione. Questa dipendenza dell’atto dal pensiero, che lo spirito ha in un dato momento, si dimostra in modo evidentissimo in certi casi di paralisi parziali, ecc. Un numero considerevole di tali casi autorizza a stabilire il principio generale, che per ognuno degli atti, che abbiamo intenzione di compiere, noi dobbiamo avere qualche modo particolare di pensare l’atto stesso, o di ricordare l’impressione che esso produce e la forma che possiede; noi dobbiamo avere nello spirito qualcosa di equivalente all’esperienza del movimento stesso. Questo principio vien detto dell’equivalente cinestetico, espressione che perde il suo imponente aspetto quando ci ricordiamo che cinestetico non significa altro se non la coscienza del movimento[14].

3.—Quando diciamo motivo criminoso intendiamo dire determinante del delitto. Ne segue, che la parte fondamentale della psicologia criminale consista appunto nell’esame dinamico dei motivi. Il che non sfuggiva al grande Romagnosi, il quale assegnava tanta parte, nella genesi del diritto punitivo, alla dottrina dei motivi. Sarei, anzi, per dire, che la specialità delle discipline repressive sia la conseguenza di vedute teoretiche e pratiche intorno ai motivi delle azioni che noi giudichiamo violatrici della legge penale.

Tra’ motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli non vi ha differenza dinamica se non per gli elementi che, nel dominio psichico, li generarono o li precedettero ed accompagnarono. Questi elementi sono di natura rappresentativa ed ideale; sono anche di natura emotiva e si distinguono per certo grado di intensità della loro attività evolutiva. Suppongasi, ad esempio, che Tizio abbia ucciso Sempronio: il motivo può essere la vendetta o l’odio. Ma ciò nulla spiegherebbe, chè la vendetta o l’odio per tanto mostrano di impulsività per quanto, alla loro volta, sono generati ed animati da altro stato di coscienza, o coefficiente dinamico, che, nella fatta ipotesi, potrebbe essere l’idea ed il sentimento dell’offesa ricevuta. E non basta ancora. La offesa qualche volta merita ed attira il perdono: perchè nel caso di Tizio fu cagione di spinta all’omicidio? È da osservare due cose: la prima, che qualunque stato di coscienza agisce e reagisce sugli stati concomitanti; ha un ritmo di equilibrio mobile con tendenza ad addivenire stabile: la seconda, che nell’azione e reazione di ciascuno stato sugli altri, il processo integrativo psichico, che ne consegue, ha per fulcro l’unità cosciente dell’io col grado quantitativo di attitudine all’adattamento. Chi voglia, perciò, dallo stato emotivo interno, prodotto dall’offesa, estendere la riflessione sugli stati che, in dato momento della nostra vita psichica, sono ad esso concomitanti, deve rendersi di ciò conto col constatare i rapporti intercedenti fenomenici, senza punto pretendere di coglierne il nesso intimo ed essenziale: l’umana conoscenza non può estendere il suo potere oltre la ricerca delle circostanze subbiettive ed obbiettive dello stato individuale di coscienza, circostanze che formano l’ambiente in mezzo a cui il motivo agisce ed a cui l’io è indotto necessariamente ad adattarsi. Tizio, per proseguire l’esempio, nel momento dell’offesa era eccitato per questa o quest’altra ragione; in lui la offesa ebbe presa maggiore perchè fatta alla presenza di persone di cui egli voleva conservare la stima; in pubblico, mentre, per circostanza accidentale, egli era alquanto ebbro, esaltato da precedente dispiacere, e così via dicendo.

4.—In conclusione di quanto si è esposto raccogliamo i seguenti postulati: a) La energia del motivo ritrae dell’azione o reazione degli stati di coscienza similari coesistenti e successivi; ne aumenta o diminuisce il grado secondo lo adattamento individuale alle circostanze favorevoli o sfavorevoli; b) I motivi criminosi appartengono segnatamente allo stadio evolutivo degli stati rappresentativi od ideali; la loro energia è in ragione della complessità degli elementi con i quali sono in rapporto di causalità e di successione.

Il primo postulato è abbastanza chiaro da non richiedere ulteriore spiegazione. Non così il secondo. Esso s’intenderà bene quando si pensi, che per stadio evolutivo vogliamo significare il processo dinamico integrativo o disintegrativo di coscienza, quel periodo, breve o lungo che sia, durante il quale avviene il cambiamento di stati interni con moto equivalente all’impulso iniziale, trasformato, del motivo. Il cambiamento o il moto si determina tra stati rappresentativi ed ideali. Finchè il motivo fosse presente, senza uscire dalla sfera della sensibilità o dell’affettività, non produrrebbe reazione se non istintiva od automatica. Noi istintivamente allontaniamo la mano dalla fiamma che ci scotta, ci avviciniamo al cibo quando siamo tormentati dalla fame. Se, in simili operazioni, alla mente non si affaccia o ripresenta l’idea, che la fiamma bruci, che il cibo sia il mezzo per soddisfare il bisogno della fame, non si hanno azioni coscienti di cui si possa esser chiamato a rispondere. Il processo psichico evolutivo comincia dal momento che la energia del motivo passa la soglia della coscienza e si prospetta all’attenzione con fisonomia propria, sia trasformandosi in immagine, più o meno vivace e colorita, del fatto esteriore, sia destando sentimento di piacere o di dolore in precedenza non provato. Si ha la prima ipotesi allorchè la mente ha avuto agio di riprodurre, o per ricordo o per istantanea rappresentazione, il fatto nella totalità delle circostanze determinanti il cambiamento, integrativo o disintegrativo, di coscienza; il che succede quando l’individuo ha qualità atte ad imporsi una certa calma, mediante l’uso, anco momentaneo, dei poteri inibitorî di arresto. Il cambiamento, che ne segue, o integra la coscienza, procurandole nuovo stato che con i precedenti si accordi e si armonizzi, dando luogo ad equilibrio più stabile; ovvero la disintegra, causando un turbamento, il cui effetto si compie esternamente con azione criminosa. Chi ne desideri la dimostrazione ricordi due esempî. Per fortunate circostanze della vita versiamo in istato di contentezza; inopinatamente ci si annunzia qualche notizia apportatrice di grande consolazione. La notizia è appresa e ripresentata alla mente con i caratteri piacevoli, ond’è accompagnata; essa influisce ad accrescere lo stato interno di felicità, ossia integra, rafforzandolo, il precedente stato di equilibrio di coscienza.

Suppongasi, all’opposto, che ci venga riferita qualche notizia dolorosa; essa mette subito in agitazione l’animo e finisce con lo squilibrare, disintegrandolo, il precedente stato di coscienza.

Ognuno vede che nella rappresentazione, o riproduzione immaginaria, del fatto esterno, si accompagna un senso di piacere o di dolore. Allorchè tale senso, attesa la intensità, è fenomeno secondario o semplicemente conseguenziale della rappresentazione ideale del fatto, obbietto del motivo, il cambiamento di coscienza segue il processo più normale, con serie di trasformazioni interne percepibili; ma, avvenendo il contrario, nella ipotesi che la impressione piacevole o dolorosa predomini con potere irresistibile, qualunque reazione di arresto si indebolisce o sparisce, e ne succede il repentino scoppio dell’azione.

5.—A meglio chiarire gli enunciati principî, racchiudenti la teoria fondamentale della dinamica dei motivi in genere, e dei criminosi in ispecie, sentiamo il dovere di ritornare sulle idee avanti espresse intorno alla importanza da accordarsi alla dottrina della inibizione, base, senza dubbio, della genesi dinamica degli atti di coscienza più interessanti allo studio del delinquente.

Tra le teorie svolte da Lourie, e riassunte magistralmente dall’Oddi, in un libro[15] che tutti i cultori di psicologia dovrebbero meditare, intorno alla inibizione, opino che la più esatta sia quella insegnata dal Wundt, cioè che non vi sono apparati distinti per l’inibizione, bensì esistono diversi processi, uno attivo di eccitamento, l’altro depressivo di inibizione.

È teoria fondata sulla meccanica molecolare; sul principio che l’aggregazione fisica (molecolare) e l’associazione chimica (atomica) presentano analogia completa in quanto si riferisce al lavoro molecolare. «Il sistema nervoso—riferisce l’Oddi—non entra in attività se non viene irritato da qualche stimolo. È mestieri dunque distinguere lo stato di attività e lo stato di riposo. Questo stato di riposo non è che apparente, come in tutti i casi nei quali si tratta di stati stazionarî del movimento. Gli atomi di queste combinazioni complesse eseguiscono dei movimenti continui. Essi sortono da tutti i lati, dalle sfere di azione degli atomi, ai quali essi erano legati fino a quel momento, entrano nelle sfere d’azione di altri atomi, che sono egualmente divenuti liberi. In altri termini, si hanno dissociazioni ed associazioni; e se all’esterno non apparisce nulla, gli è perchè questi due processi contrarî si compensano vicendevolmente. Lo stato di riposo, adunque, è uno stato di equilibrio. Il lavoro molecolare interno resta press’a poco costante, il lavoro esterno press’a poco nullo. Nel nervo, durante il processo di eccitamento, quando, cioè, ad esso viene applicato uno stimolo, due effetti opposti si manifestano: un effetto stimolante, che apparisce sotto forma di contrazione muscolare, secrezione, sensazione, ecc.; un altro inibitore, che tende a sopprimere il movimento, a sospendere la secrezione, a ricondurre il nervo allo stato primitivo di equilibrio. Questi due effetti cominciano nel nervo contemporaneamente: sul principio predominano gli effetti di arresto; quando lo stimolo è molto debole, questi possono essere la sola manifestazione dell’irritazione, poichè gli effetti opposti non arrivano ad estrinsecarsi; se invece lo stimolo è forte, gli effetti d’arresto, che crescono molto più lentamente che non quelli di eccitamento, vengono tosto superati da questi ultimi. L’effetto finale, il risultato esterno, è una contrazione muscolare o un equivalente. Riferendoci ai dati meccanici sopra esposti, ciò vuol dire che per l’influenza dello stimolo irritante si rompe nel nervo lo stato di equilibrio: le molecole e gli atomi subiscono una specie d’urto che li spinge ad entrare in nuove combinazioni. E la spinta è doppia, poichè doppî sono gli effetti; e si ha contemporaneamente lavoro positivo e lavoro negativo, con prevalenza del primo.—In ultima analisi ed in modo riassuntivo, si può dire che per Wundt il processo di eccitamento rappresenta l’effetto della disintegrazione del tessuto nervoso, quello dell’inibizione è l’espressione della sua integrazione»[16].

6.—La efficacia criminosa del motivo non si comprende bene se, dopo essersene conosciuta la genesi, non se ne conoscano i modi di adattamento nella coscienza individuale o collettiva.

Il processo integrativo psichico della energia dei motivi avviene: a) o per assimilazione; b) o per fusione; c) o per addizione o sovrapposizione sulle energie dei precedenti stati di coscienza.

L’assimilazione del motivo criminoso va intesa nel senso che le qualità ereditarie individuali si prestino ad identificare, con la propria natura essenziale, la efficacia dinamica del novello coefficiente entrato nel campo della coscienza; il che importa adattamento, dell’elemento accidentale, all’ambiente morale predisposto dalla natura ereditaria dell’individuo. L’adattamento avviene in modo spontaneo quando tra il novello coefficiente ed i vecchi siavi identità assoluta; mentre, poi, occorre un certo sforzo di interna tensione allorachè tra essi siavi sola uniformità. La proclività, o facilità, e la repugnanza ad assimilare dati sentimenti o date idee non sono che effetti di quanto è detto: noi crediamo che ciò dipenda da libera scelta, ma non è guari difficile accorgerci di essere soggetti ad un’illusione, facilmente spiegabile se si rifletta allo sforzo, qualche volta inutile, per vincere la tendenza o la resistenza di stati di animo in contrasto con impulsi che ne variano l’atteggiamento.

Se due correnti di due diversi fiumi si incontrano in un punto e scorrono sul medesimo declivio, si mescoleranno senza difficoltà e continueranno il loro percorso: ma, se le correnti sono di opposta direzione, prima che si uniscano e perdano l’apparenza di direzione diversa, è d’uopo che tra loro succeda un contrasto, un gorgoglio, e che insieme si rimescolino a seconda la prevalenza di spinta o di più agevole piano su cui ciascuna scorre.

7.—Nel processo di assimilazione, dei motivi, si tien conto dell’adattamento alla natura ereditaria individuale; in quello di fusione l’attenzione cade specialmente sulle relazioni intercedenti tra la energia del coefficiente psichico rappresentato dal motivo e l’energia di coefficienti acquisiti ed assimilati in precedenza. Nella fusione dei motivi le correnti psichiche impulsive al delitto sono tante forze concorrenti la cui risultante consiste nella loro somma organizzata ed unificata dalla tempra del carattere individuale. La convergenza delle correnti si verifica per l’attrazione di qualità ereditarie o acquisite; la differenza, tra esse, sparisce subito che il moto potenziale addiviene attuale e si ristabilisce l’equilibrio relativo.

8.—L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei motivi si origina, per lo più, in un periodo statico dell’io criminoso.

O che questo periodo sia precedente all’altro di preparazione e di esecuzione del delitto, o che interceda tra atti intermedî, certo è che esso è contrassegnato da maggior calma interna e comporta il potere di controllo della riflessione. Insomma, nell’addizione dei motivi, alla mente appariscono chiari i termini che debbono sommarsi o sovrapporsi. La educazione e le mal contratte abitudini molto influiscono a sovrapporre, al carattere primigenio e spontaneo personale, delle tendenze o inclinazioni le quali finiscono per avere il sopravvento ed alterare l’equilibrio interno; di guisa che, data la occasione propizia, lo stato di coscienza si turba e subisce la trasformazione che ad esso imprime qualche motivo accidentale sopravvenuto.

Non essendo avvenuta la fusione delle correnti di energie sovrapposte, sarà agevole, mediante l’uso di potere inibitorio, di sceverare, nell’addizione, i termini a sommarsi, e di paralizzare quei motivi che, estranei all’indole ed al carattere individuale, riescirebbero altrimenti a turbare l’equilibrio ed a spingerci al delitto: il che avviene quando, con mezzi preventivi, si allontanano le occasioni propizie all’insorgere di sentimenti e di passioni incomposte, oppure al formarsi di idee di egoistici intenti prevalenti.

9.—Il lato emotivo del motivo criminoso attiene al sentimento. Dipendendo l’azione del motivo dalla serie di atti ripetuti in tempi successivi, il sentimento dapprima è di disgusto, di repulsione ed ha pochissima presa nel campo della coscienza. Basta che correnti piacevoli o dolorose attraversino l’animo perchè il velo dell’oblio si estenda sulla triste impressione provata. Ma, ammesso che il motivo si ripeta e la riflessione ci avverta che possa ulteriormente rinnovarsi, al disgusto succede l’impulso rapido ed alquanto intenso che, rafforzandosi pel ricordo del precedente atto repulsivo, si trasforma in sentimento di odio. Comincia dal fondo della coscienza a venire a galla il primo conato reattivo; però ben tosto è represso per la speranza che l’atto non abbia a ripetersi e per l’influenza dei controstimoli emotivi interni. Durando l’azione del motivo, con graduale attenuazione si indebolisce in noi il potere spontaneo inibitorio e si crea un ambiente psichico più adatto alla germinazione di sentimenti e passioni di cui per lo innanzi non si aveva l’esempio.

Lo stato interno, che vieppiù si va specializzando, è qualificato da un senso di costrizione o di depressione; l’io si avvede di esser sotto l’incubo di potere estraneo e, per quanto si sforzi a liberarsene, comprende che riesce vano. Ne succede lo stato di sconforto: la vittima è consapevole che la forza di resistenza comincia a venir meno, e si addolora al pensiero dell’abisso che si scava nell’animo ed in cui potrebbero precipitare tutte le buone intenzioni, i naturali istinti di rettitudine. Durando tuttavia il motivo, di tratto in tratto il campo visivo della coscienza si restringe, si abbuia: l’inconscio piglia il predominio e l’animo è maggiormente oppresso da ricordi di precedenti stati di felicità, da idee frammentarie che passano con rapido corso innanzi alla mente, mostrando appena da lontano un lembo luminoso od oscuro di loro esistenza, la visione crepuscolare di avvenire incerto, alterato dalla fantasia, con aspetto reso pauroso dall’incertezza e dal mistero. L’epilogo di questo dramma psichico si compie o con irresistibile reazione, per la scarica di energia scoppiata con atti rapidi ed irrefrenabili, ovvero, allorchè l’azione del motivo sia perdurata, con indebolimento totale dei controstimoli e con l’insorgenza di poteri reattivi di disordine.

La emotività del motivo è ben altra cosa dalla serie di emozioni speciali che, in tempo più o meno prossimo alla prima spinta al delitto, destansi nell’animo. Inoltre, lo stadio criminoso della emotività, per chi voglia comprenderne a fondo lo sviluppo, dev’essere esaminato, non solo nel corso ordinario di genesi e di progresso, ma, in singolar guisa, per rispetto alle categorie di delitti ed alla diversità dei motivi capaci ad esercitare un’azione sui medesimi. La emotività, nei delitti di scoppio repentino e tumultuoso di passioni di ira, di odio, di vendetta, non sorpassa la sfera del sentimento; mentre, nei delitti di calcolo e di riflessione, si estende fin nel campo della ideazione. Si prenda in esame il delitto di furto. Il ladro, nel concertare il piano della sua azione, è animato dalla idea di arricchire, la quale idea, alla sua volta, si converte in iscopo o intento del delitto. Chi ben rifletta sul contenuto dinamico dei motivi del furto, si accorgerà di leggieri che questi sono scevri della vivace impulsità passionale propria dei reati d’impeto, causati da odio o da vendetta. Il lato emotivo rilevante, nel furto, è affatto ideale, nel significato d’intento calcolato alla stregua di mero interesse. Ciò costituisce il peculiare stato psichico che io chiamo stato emotivo ideale criminoso, dipendente da bisogni insoddisfatti, da desideri vivi, da speranze o lusinghe di miglioramento di benessere personale.