CANTO NONO
ARGOMENTO
Lasciato il bel Ricciardo in grande arsura,
Despina al lido naufraga sen viene:
Ferraù più di Cristo non si cura;
Cade, e si storpia per seguir Climene.
Astolfo è presso a un'aspra impalatura,
Da cui Dio scampi ogni anima dabbene.
Fioretta abbraccia la Fede cristiana.
Ferraù per miracolo risana.
1
Udito ho dir da certi saputelli,
Che dan di naso alle fatiche altrui,
E mezzi buoi e mezzi somarelli
Hanno del tutto gl'intelletti bui;
Che le Muse son peste de' cervelli;
E che chi vuol far bene i fatti sui,
Fugga Apollo più ratto, che non feo
La ritrosetta figlia di Penéo.
2
A costoro, che han l'anima per sale,
Acciocchè lor carnaccia non si guasti,
Che non sanno che cosa è bene o male,
Rispondere io non voglio; ma sì guasti
Gli uomini sono nell'universale
Di giudizio, che ognor fanno contrasti
Contro chi delle Muse è innamorato,
Che a dir pur qualche cosa io son forzato.
3
Nè parlo in mia difesa; che non sono,
Mia sventura, ad Apollo accetto e grato:
Parlo per qualcheduno ingegno buono,
Dalla natura a gran cose formato,
Che non potendo chiuder sì gran dono
Entro i soli confin dell'Inforziato,
Or con le Muse in Pindo si consiglia,
Or va tra filosofica famiglia:
4
Ed or le greche, or le latine carte
Volgendo a lume d'olio o pur di sole,
In sè raduna le sentenza sparte
Per le romane e l'ateniesi scuole;
E appresa del ben dir ciascuna parte,
Guida gli uomini poscia ovunque vuole.
Questi, che spende i giorni in tal fatica,
Per detto di costor s'ha stimar cica?
5
E stimerassi uom saggio, e a' sommi onori
Quei s'alzerà, ch'averà meglio in mente
Il Ridolfino e simili dottori?
E chi cantando dolcissimamente
Di sua man Febo adornerà d'allori,
Sarà mostrato a dito dalla gente,
Come uno sciocco, come un spensierato,
E come uom a far nulla in terra nato?
6
Tal ha le carte in mano e giorno e notte,
Perch'è un somaro, ed il latin non cape,
E non è posto fra le genti dotte,
E sol di curia un qualche poco sape.
Non gli son dalle lingue aperte e rotte
Le vesti, e posto infra le menti sciape,
Se ne fa conto; e sol guai a colui
Che non giuochi, ma canti un verso o dui.
7
Altri servo è d'Amore, altri dell'oro:
Quegli piange perchè madonna è cruda,
E questi perchè fa poco tesoro:
Quei, per piacere alla sua bella druda,
Ogn'impiego acciabatta, ogni lavoro;
Questi per guadagnar s'affanna e suda;
E compatito è quei, questi invidiato,
Ed il poeta solo è biasimato.
8
Ma perchè non m'offusca sì la vista
La difesa ch'io prendo de' poeti,
Ch'io voglia porre in così chiara lista
Subito quei che la marina Teti
Sanno nomare, e la palude trista
D'Averno, e di Vulcan le industri reti;
E sanno dir begli occhi ed aureo crine,
Fronte d'avorio e labbra coralline;
9
Io dico chiaro, che nessuna stima
Ho di chi solo accozza tanto quanto
Quattordici versacci con la rima.
Il gran poeta non l'annaso al canto
Unicamente, ma vo' che m'imprima
Un non so che di nuovo, che d'incanto
Abbia sembianza; e voglio che in lui sia
Una bella e divina fantasìa.
10
Vo' che le umane e le divine cose
Sappia, quanto saper puote un mortale;
E con le vaghe idee e luminose
Per l'aëre più puro ei batta l'ale;
E della terra nelle parti ascose
Entri, e discorra come l'acqua sale
In cima a' monti, e come perdut'abbia
Il sal che avea nella marina sabbia.
11
In somma, quando io dico un buon poeta,
Dico una cosa rara e pellegrina,
Che grazia di natura e di pianeta
A nascere fra noi raro destina:
Ma non vo' già che dall'alba a compieta
Diguazzi ognor nell'onda caballina;
Nè che ad ogn'or sul Menalo e 'l Permesso
Riposi, sol contento di sè stesso.
12
Chè quasi in ogni età fûro ben molti
E sommi duci e sommi imperadori,
Che in braccio ancora delle Muse accolti
Bella vittoria coronò d'allori:
Anzi d'april non son sì spessi e folti
Per le campagne i leggiadretti fiori,
Come gli uomini illustri che del paro
Trattâr la penna ed il fulmineo acciaro.
13
E quanti fur, che con la toga in dosso
In mezzo ai Padri nell'ampio senato
Il poetico foco da sè scosso,
In grazïoso sermone e posato
Dier salute alla patria, ed il già mosso
Periglio a' danni suoi fu dissipato?
Ma non ho tempo, e Despina non vuole
Ch'io spenda qui tutte le mie parole.
14
Se vi sovvien, la povera ragazza,
Lasciato il suo amoroso Ricciardetto,
Se ne andava, di duolo e d'amor pazza,
A tutta briglia per entro il boschetto:
E non le importa se casca la guazza,
E se un ramo le graffia il viso e il petto;
Chè nol sente, e se il sente non le importa:
Ch'esser vorrìa sepolta, non che morta.
15
Perchè quando han bevuto daddovero
Il veleno d'Amor le poverelle,
Non sol non han più voglia nè pensiero
Di feste e giuochi e d'altre cose belle,
Ma si starìano dentro un cimitero
Senza vaghezza di veder più stelle,
E saprebber morire: e ne son morte
Per troppo amor, ma non già del consorte.
16
Ma la malizia loro è tanta, e tale
È la vergogna, che sono capaci
Di mostrar odio ferino e mortale
A chi consumerebbero co' baci,
E di far vezzi a quei che voglion male.
Nell'opre in somma e ne' detti mendaci
Nascondon così bene il lor desìo,
Che appena appena lo conosce Iddio.
17
Così fuggendo il suo piacer, Despina
Camminò il resto della notte oscura,
E ritrovossi poscia la mattina
In un'aperta e fiorita pianura;
E visto il tremolar della marina,
D'andar al lido, quanto sa, procura.
Vi giunge alfine, e vi trova una barca,
E tosto con i suoi sopra v'imbarca.
18
Ricciardetto, che andolle sempre appresso
(Ma con svantaggio; chè partì primiera),
Giunse nel piano in quel momento stesso
Che la donzella in barca montata era.
Se restasse quel misero di gesso,
Il pensi chi d'Amore è nella schiera.
Volle gridare: Aspetta, non partire;
Ma non potè nè men la bocca aprire.
19
Pur corre a quella volta come puote
Speditamente, e vede ancora il legno.
Col bianco fazzoletto mille ruote
Fa, perchè intenda la crudele il segno.
Despina il vede, e si bagna le gote
Di pianto, per lasciar giovin sì degno;
Ma l'onestade in lei ha tal vigore,
Che vincer può la signorìa d'Amore.
20
Onde non solo non ritorna al lido
Con la sua barca, ma fa tutte sciorre
Le vele, e dassi affatto al mare infido;
Sopra il cui dorso non cammina o corre,
Ma vola il legno, e dell'amante fido
Si cela agli occhi, che non si san tôrre
Da quella vista; e piange e si dispera,
E chiama ingrata la sua donna e fera:
21
E dice tali e sì triste parole,
Che fino i sassi hanno pietà di lui;
E le fiere e gli augelli, e l'aura e il Sole
Par che mostrin dolor de' casi sui;
E il mar, che sordo e barbaro esser suole
Alle querele ed a' sospiri altrui,
Pur si commosse; ed al lido ogni pesce
Corre ad udirlo, e del suo mal gl'incresce.
22
Ma lasciam che si dolga in su la riva,
Ed aspetti l'imbarco; chè non voglio
Seco star, finchè un legno non arriva;
E seguitiam Despina, che l'orgoglio
Prova de' venti, e misera e cattiva
Si vede aprir la barca in uno scoglio,
E il vecchio Adrasto con i due giganti
Perire, e tutti gli altri naviganti.
23
Ella sola si salva; chè s'aggrappa
A certi sassi, e generosa e franca
Meglio che puote dalla morte scappa;
Indi cade sul lido, e da man manca
Vede un vecchio villano con la zappa.
Avea costui una gran barba bianca,
Placido in vista e di buone maniere,
Quanto permette il rustico mestiere.
24
Ma la bella Climene e il fraticello
Mi fanno cenno ch'io ritorni a loro;
Però lascio Despina e il villanello,
E in man riprendo quest'altro lavoro.
Climene, udita di Guidon suo bello
La voce, che la trasse di martoro,
Fuggì verso di lui, e lasciò in asso
Il frate che si dava a Satanasso.
25
Il qual, mentre a seguirla si dispone
Acciecato dall'ira e dall'amore,
Cade alla peggio in mezzo d'un burrone,
Ed ebbe di morir giusto timore.
Si ruppe un braccio, e si sciupò un gallone;
E fu tal l'acerbissimo dolore,
Che perse la favella, il senso e il moto,
E restò tra que' sterpi come un voto.
26
Certi pastori poi, che lo trovaro,
Mossi a pietade del suo tristo caso,
Alla capanna loro lo portaro,
Ch'essere il dì potea verso l'occaso.
Qui pure in breve tempo capitaro
(Ve' se Fortuna gli vuol dar di naso!)
Climene con Selvaggio, ed è lor dato
Piccol tugurio al buon romito a lato,
27
Che nel vederli si muore di rabbia:
E perchè non si puote ruticare,
Sta zitto zitto, e si morde le labbia,
E di core si mette a bestemmiare.
Quei, che tartassa l'amorosa scabbia,
Comincian dolcemente a ragionare;
E si dicon parole inzuccherate,
Che sono al frate tante stilettate.
28
Se ode a ventura rompersi una frasca,
O nulla nulla tremolare il palco,
Subitamente pare che s'irasca,
Come destriero al suon dell'oricalco.
Climene intanto si leva di tasca
Uno specchio, che fatto era di talco,
Per ricomporsi il crine, e farsi ognora
Più bella per colui che tanto adora.
29
Il qual dice: Climene, il nostro amore
E' non è nato, come gli altri, in terra:
Ha principiato in ciel: che assai poche ore
I tuoi begli occhi al cor mio fecer guerra.
Appena appena il mattutino albore
Apparve in cielo, allor che Cloride erra
Presso Zeffiro suo, che ci guardammo;
E poco dopo, come sai, ci amammo.
30
Dolce mia vita, ho sempre avanti agli occhi
Quel giorno lieto, quel dolce momento,
Che da sì grato amor noi fummo tocchi.
Ma quando mi farai, bella, contento?
Il frate allor (come fulmin che scocchi
Da nera nube spezzata dal vento),
Non mai, rispose, infin ch'averò vita;
E a questo dire si morde le dita.
31
Si riscosse Climene a quella voce.
Guidon, che il vede in sì misero stato,
Chi t'ha posto, gli dice, a cotal croce,
Che mi rassembri un spirito dannato?
Il romito, che amore ed ira cuoce,
Lo guarda con un occhio stralunato,
E non risponde; e pare un pipistrello,
Quando un lo affligge con lo zolfanello:
32
Che il naso e i labbri move in forme strane:
E se non fosse fracassato tanto,
Adoprerìa più volentier le mane.
A cui Guidone, Un uom, come te, santo,
E superiore alle miserie umane,
Disse, dovresti con letizia e canto
Sopportare cotesta tua disgrazia,
Che a' buoni è cara più, quanto più strazia.
33
Disse un pastore: Il pover uomo ha rotto
Il destro braccio e fiaccata una coscia.
Seguir tu mi dovêi con minor trotto,
Disse Climene, e più pensare al poscia;
Chè adesso tu non sei sì giovinotto
Da poter faticare senza angoscia.
Allora Ferrautte disperato
Urla, che sembra proprio un spiritato,
34
E le dice: Crudel, perchè m'insulti?
Vanne col vago tuo, dove ti piace,
E lascia me per questi orridi e inculti
Luoghi a cercar la mia perduta pace.
E perchè pare a lui che lieto esulti
Guidon di quel tormento che lo sface,
Gli dice: Se avverrà ch'io mai risani,
Vedrai quanto è il valor di queste mani.
35
Guidon, che stima questo tempo perso,
A piè del letticciuolo del romito
Sopra del fieno stesosi a traverso,
Alla sua donna fa cortese invito,
Ch'ivi pur venga; e nel piacere immerso
Canta, che pare un musico perito;
Ma termina in sospiri il dolce canto,
In acerbe querele e largo pianto;
36
Perchè Climene in conto alcun non vuole
Far cosa che a donzella si disdica;
E sopra ciò gli dice più parole,
Che sono al buon Guidon spina ed ortica.
Gli dice ben, che pria fia nero il sole,
E salirà su in cielo una formica,
Ch'ell'ami altri che lui; e che in consorte
Lo accetta, e lo terrà fino alla morte.
37
E lo prega d'andar seco in Egitto,
Ove già al padre ella ha spedito un messo,
E di questo amor suo a lungo ha scritto:
E certo tien che le sarà concesso,
Sendo egli figlio di Ruggieri invitto.
Di cui il Soldano have il ritratto appresso;
E dì non passa ch'ei non ne favelle
Or con queste persone, ora con quelle.
38
E tanto sa ben dire e consigliare,
Che Guidone s'acqueta e s'addormenta.
Lo stesso pur Climene viene a fare;
E de' begli occhi l'alma luce spenta,
Vicino al frate si lascia cascare:
Lo quale tanto il diavoletto tenta,
Che le voleva fin col braccio rotto
Darle, non so in qual parte, un pizzicotto.
39
O vizio maledetto della carne,
Che di senno ci spoglia e d'ogni cosa!
Felice chi ti fugge, e chi può starne
Lungi, come da peste mostruosa!
Nè sì dal falco fuggono le starne,
Come da donna bella e grazïosa
Fuggir dovrebbe chi brama conforto
In questa vita, e dopo ch'egli è morto.
40
Ora in quel moto al misero romito
Uscîr di sesto l'ossa un'altra volta,
E mugghiava come un toro ferito.
Ma per quanto egli gridi, niun l'ascolta;
Tanto era dolce il sonno e saporito
Della gente che quivi era raccolta.
Pur si sveglia Climene, e lo richiede
Di che si dolga; ed ei grida: Mercede!
41
E le mostra pendente il braccio destro:
Ed ella che sapea di chirurgìa,
Glie lo raggiusta proprio da maestro,
E lo lega con tanta leggiadrìa,
Che preso il frate di dolcissimo estro,
Su la man, che d'avorio par che sia,
Dà un bacio, e dice: Suora, Iddio vel merti,
E suoi don sopra voi sien sempre aperti.
42
Ma già per più spiragli entra la luce
Nella capanna, e cantan gli augelletti.
Guidone, il forte e generoso duce,
S'alza, e prega con dolci e grati detti
Il frate (giacchè a tale lo conduce
La sua fortuna) che a guarire aspetti;
E gli promette mandargli tra poco
E medici e chirurgi, e servi e cuoco.
43
E per man presa la bella Climene,
Parton dalla capanna allegramente;
E appena usciti, veggono che viene
In verso loro un nano egro e dolente.
Ma della guerra più non ti sovviene?
(V'è chi mi dice disdegnosamente).
Me ne sovviene; e se aspettavi un poco,
Vedevi ch'era giunto ora il suo loco.
44
Dietro allo Scricca, che il diavol sel porta,
Va Orlando e seco gli altri paladini;
Giacchè tutta è disfatta e quasi morta
L'Egizia gente. Il Cafro, che vicini
Ode i nimici, al mare si trasporta,
Ove ha sue navi; ed ancore ed uncini
Fa tagliare in un attimo, e si parte
Con tutte l'ampie vele all'aura sparte.
45
Sopra Franco naviglio entrano anch'essi,
E dan la caccia alle fuggenti vele:
Ma già per l'aria spaventosi e spessi
I nuvoli appariscono, e crudele
Minaccian pioggia; onde umili e dimessi
Pregano i naviganti che si cele
La nave lor nel sen d'un'isoletta,
Ch'è nominata l'Isola Perfetta.
46
Questa era l'isoletta della Giara,
Conforme scrive il nostro Garbolino,
A' signori di Scozia un dì sì cara,
Finchè non cadde nel crudel domìno
Di Manganoro e di sua gente amara,
Tutta quanta del rito Saracino;
Il qual la fece con ripari assai
Sicura sì, da non pigliarsi mai.
47
E voltata la prora a quella via,
Tanto fêro, ch'in tempo v'arrivaro,
E scampâr da procella iniqua e ria.
La notte entro del porto si fermaro
In una bella e comoda osterìa.
Venuto il giorno, lieti si levaro;
E quale andò per l'isola a diporto,
E qual volle fermarsi dentro il porto.
48
Astolfo pose il piede in un boschetto,
E andò tant'oltre, che smarrì la strada.
Ritornò verso il mare, e un ruscelletto
Vede sì chiaro, che molto gli aggrada
La sua vista, e di gioja gli empie il petto:
E mentre all'erba, ed ora all'onda ei bada,
Vede un angiol del cielo addormentato
Su quell'erbetta; ed ei gli siede a lato.
49
Donzella sì gentil non fe' natura,
Com'ella era costei; onde l'Inglese
Ringraziando la sua buona ventura,
Senz'altro dire in braccio se la prese.
Ella svegliata, colma di paura,
Grida: Villano! e fa le sue difese.
A quelle grida vengono infiniti
Uomini d'arme e cavalieri arditi.
50
Astolfo, ch'era lieve di cervello,
S'era levato l'elmo, ed in disparte
Posta la lancia per parer più bello;
Onde assalito poi per ogni parte,
Cesse al destino suo crudele e fello;
Nè gli valse virtù, vigore ed arte;
Chè colto all'improvviso e in quel contrasto
Ercole ancora vi sarìa rimasto.
51
Egli dunque restò preso e legato,
E condotto davanti al Saracino,
Che Manganor per nome era chiamato.
V'era Fioretta sua, che 'l paladino
Avea di sottomettersi tentato,
La quale se ne stava a capo chino.
Giunto davanti al Turco il cavaliero,
Quei più dell'uso dimostrossi altero;
52
E disse: Brutto traditor villano,
Tu porre insidie al mio reale onore?
Tu di mia figlia ardisti, iniquo e insano,
Macchiare il puro e virginal candore?
Or ti voglio impiccar di propria mano,
E aprirti il petto, indi strapparti il core.
Ma non è da capestro il tuo peccato;
Vo' che di dietro un pal ti sia ficcato.
53
Quindi ordina che sia condotto in piazza,
Ed impalato all'usanza turchesca.
Astolfo guarda la gentil ragazza,
E pietà chiede in favella moresca;
Ma di parole anch'ella lo strapazza,
E dice: Come vuoi che mi rincresca
Di vederti far male, se testè
Tu volesti far male ancora a me?
54
Singhiozza Astolfo, e le dice fra' denti:
Poter di Giove! i nostri mali sono,
Bella Fioretta, troppo differenti.
Io mi pensai di farti un dolce dono,
Dono che seco non avea tormenti;
Ma tu mi lasci al boja in abbandono.
Deh! almeno non voler, bella Fioretta,
Che m'impalin costor con tanta fretta.
55
Muori pur, disse la cruda donzella,
E dal balcone vo' starti a vedere.
Or mentre seco Fioretta favella,
Egli è tratto da' birri a più potere
Nella gran piazza in maniera aspra e fella;
E quivi il boja gl'ignuda il messere,
Ed a' ginocchi poi le man gli lega.
Sospira Astolfo, e tutti i Santi prega:
56
E chiede per pietade un quarto d'ora
Per Dio pregare; e il sir glie lo concede:
Ma quel palo in veder tanto lo scuora,
Che d'apprensione pria morir si crede.
Pensa all'entrata, e come ha da uscir fuora:
Già per la gola passar se lo vede,
E dice, vôlto al cielo, umile e queto:
Domine, non vorrei quel palo dreto.
57
Ma se le colpe mie sì gravi e spesse
Meritan questo sì crudel martoro,
Le voglie mie ho nelle tue rimesse:
Vissi Cristiano, e da Cristiano io moro.
Non ho colpa di boria o d'interesse:
Sopra la carne ho fatto un reo lavoro.
Signor, riguarda a tua bontà infinita,
Non alle colpe di mia trista vita.
58
Ma il quarto è già passato, e dalla loggia
Fa cenno Manganor ch'egli s'impali.
Tratto è per aria in aspra e crudel foggia
Il mesto Inglese da due funi eguali;
E il boja dietro il palo omai gli appoggia;
Quale in sentirlo diede in smanie tali,
Che legato com'era fece un moto,
Che il messer per allor gli restò vôto:
59
E faceva sì bene all'altalena,
Che il boja non potea far ben l'offizio.
Or lo tocca col palo in su la schiena,
Nelle cosce or, nè mai nell'orifizio.
Tutta rideva la di popol piena
Ritonda piazza a sì strano esercizio;
Quand'ecco il buon Rinaldo ed ecco Orlando
Che van slargando la folla col brando;
60
E giunti dove Astolfo era pendente,
Lo sciolser presto presto, ed un macello
Fecer di quella saracina gente.
Poi van dove del rege era l'ostello;
E Manganoro, già di sdegno ardente,
Lor viene incontro armato d'un martello,
Che dove batte, stritola e rovina,
Se fosse una colonna adamantina.
61
Fioretta anch'essa del padre in soccorso
Manda la gente in arme la più chiara.
Rinaldo verso il rege a tutto corso
Si move, e con la sua nodosa e rara
Lancia lo fere; ma, come ape all'orso,
Fu quel suo colpo al sire della Giara,
Il quale tira a lui tal martellata,
Che n'ebbe quasi a fare una frittata.
62
Cade Rinaldo, e sembra come estinto:
Orlando piange sotto dell'elmetto;
Poi trae la spada, e verso il re si è spinto,
E grida: Hai morto il mio cugino eletto;
Ma tosto fia che del tuo sangue tinto
Io vegga il suolo, e il corpo tuo negletto.
Ed in ciò dir gli dà colpo sì strano,
Che il martello gli fa cader di mano;
63
E con un altro gli taglia la testa;
Quindi torna a Rinaldo, e si consola,
Chè vede come ancora in vita ei resta.
Sen fugge l'altra gente, anzi sen vola
Al rudo aspetto di sì rea tempesta,
E lasciano Fioretta sola sola;
Alla qual corse Astolfo, e disse in fretta:
Bella mozzina, chi la fa l'aspetta.
64
Io voglio impalar te con quello stesso
Palo con cui tu me impalar volesti.
Piange Fioretta, e con volto dimesso
E con accenti dolorosi e mesti
Lo prega che non dia 'n un tale eccesso;
Chè non mancan mannaje nè capresti.
Quando ei voglia usar seco sua sevizia.
E fare un'apertissima ingiustizia.
65
Rispose Astolfo ripieno d'orgoglio:
Non ragionar di forca o di mannaja;
Hai da morir di palo: io così voglio,
E godo che ciò asprissimo ti paja:
E per non perder tempo, già ti spoglio.
Fioretta allora, come una ghiandaja
Grida, ed un morso appicca su le mani
Ad Astolfo, che fallo dare a' cani.
66
Orlando, ch'ode sì fatta contesa,
Disse ad Astolfo: Di che si quistiona?
Ed egli al conte: La medesma offesa
Vo' fare a questa ragazza poltrona,
Ch'ella a me fare era pur dianzi intesa.
Rispose Orlando: Il Cristiano perdona,
E rende ben per male: e spezialmente
Quando del fatto il nimico si pente.
67
Ma quando d'una femmina si tratta,
Non vedrai libro di cavalleria,
Che niuno, se non è persona matta,
Esorti a farle affronto o villanìa.
Ancor se del tuo sangue ella s'imbratta,
La donna è gentil cosa, e non è ria.
La bellezza è il suo dono di natura;
Nostro è il senno, l'ardire e la bravura.
68
Però non ponno, e non san fare offese,
E van del paro con li fanciulletti,
Che capaci non sono di difese,
Per non aver ben fermi gl'intelletti,
E senno tal da maneggiare imprese.
Però, se vuoi tra' cavalier perfetti
Aver luogo, convienti perdonare.
Rispose Astolfo: Io non lo posso fare.
69
Vedi quel palo là di sorbo o fico?
Se tu tardavi, d'ordin di costei
M'entrava ove si soffia al beccafico.
Or questo palo entri un po' dietro a lei:
E s'io non faccio questo che ti dico,
Di dietro a me ne possano entrar sei.
Rispose Orlando: Corpo di san Piero!
Astolfo mio, tu se' pazzo da vero.
70
Alla Fioretta poi si volge il conte,
E le domanda che gli voglia dire
Per qual cagione tali offese ed onte
Fêsse ad Astolfo. Ed ella: Eccelso sire,
(Disse con bassa e vergognosa fronte)
Il padre mio dannò questi a morire,
E non già io; se ben l'opere sue
Furon degne di morte e ancor di piue.
71
Io me ne stava un giorno per piacere
In una selva alla città vicina,
Con le compagne mie cacciando fere.
In seguirne una, verso la marina
Mi trovo, e stracca mi pongo a sedere
Su l'erba presso l'onda cristallina
D'un fiumicello; e la stanchezza e il loco
Mi fêro addormentare appoco appoco.
72
Or quando sono nel sonno più forte,
(Vedi, signor, quanto rossor mi tinge
Il volto, e pare che a tacer m'esorte;
Ma la giustizia a favellar m'astringe)
Ecco costui che con maníere accorte
M'annoda con le sue braccia e mi stringe:
Mi sveglio, e grido, e fo cose di fuoco;
E cielo e terra a mio favore invoco:
73
E mentre io mi difendo, ed ei m'assale,
Ecco i miei cacciatori all'improvviso
Che fan prigion quest'uomo sensuale,
Ed un corre a mio padre a darne avviso.
Pensate voi se glie ne seppe male.
Accesa brace si fece il suo viso:
E m'incontra gridando: Figlia mia,
Ov'è colui che ti fe' villanìa?
74
Ed ecco in questo dire il baron degno:
Ed egli tosto condannollo a morte.
Vedi, signor, se un cotal fatto è indegno,
E se merito avea di miglior sorte.
Orlando ch'ebbe sempre un buon ingegno,
Disse a Fioretta: Le tue guance smorte
Rallegra pure, e non temer di nulla;
Chè oprasti da onestissima fanciulla.
75
Duolmi sol di aver dato acerba e trista
Morte a tuo padre, a cui non si dovea.
Poi disse a Astolfo: Or vedi che si acquista
Per gir dietro a una voglia iniqua e rea?
Che bella cosa, degna d'archivista,
Sarebbe stata, se in quella platea
Eri ammazzato in foggia così brutta,
Con tua vergogna e della Francia tutta?
76
Astolfo disse sospirando: Io veggio
Che feci mal; ma fu l'occasïone
Che il mio giudizio fe' balzar di seggio,
E lo mandò in un'altra regïone;
Che spesso un vede il bene, e segue il peggio,
Nè sempre al senso domina ragione:
E s'io potessi disfare il già fatto,
Vorrei col sangue disfarlo ad un tratto.
77
Riprese Orlando: Or parli da Cristiano:
E perdona anche a lui, Fioretta bella.
Rinaldo intanto se ne vien pian piano
Là dove il conte ed Astolfo favella;
E narrano anche a lui di mano in mano
L'opra d'Astolfo temeraria e fella:
Onde gridò: Se lo sapeva io prima,
Lasciava il corso libero alla lima;
78
Chè daresti di naso a quante sono
Donne del mondo, o sieno belle o brutte;
E sempre abbiam per te qualche frastuono.
Rispose Astolfo con le labbra asciutte:
Odi il nuovo Giuseppe: odi in che tuono
Parla, contrario all'amorose lutte,
Come se al mondo egli non fosse chiaro
Che se' peggior d'un gatto di gennaro.
79
Disse Rinaldo: Io non ti dico mica
D'aver fatte ad ogn'ora opere pie;
Ma usato non ho mai forza o fatica
Per far le belle donne tutte mie.
Voglion sferze di rose, e non d'ortica
Femmine e mule, quando son restìe:
Uomo che ha senno, forza non adopra
Contro esse, e sol mette il pregare in opra.
80
Finiamola, disse Orlando: non sta bene
Parlar così davanti a una fanciulla;
E vediam che per noi far si conviene,
Ond'ella senta almeno poco o nulla
Di tante che le demmo acerbe pene.
Fortuna co' mortali si trastulla,
E fa nascere il ben dopo alcun male;
Chè quando scende l'un quell'altro sale.
81
Onde disse a Fioretta: Il danno fatto
Non può disfarsi; ma se utile alcuno
Vi possiam far, ve lo faremo a un tratto.
Disse Fioretta: Amor m'ha preso d'uno
De' miei baroni; ed egli è sì disfatto
Per l'amor mio, che uguale a lui fu niuno
Nel vero amor: ma per amarmi troppo,
Diede il meschino in un crudele intoppo;
82
Chè il padre mio, il qual di ciò s'accorse,
Lo mise in ceppi dentro un'aspra torre,
Donde non può, nè potrà mai ritorse;
Chè un fier gigante, detto Bicciborre,
Evvi a sua guardia, e seco son due orse;
Ed evvi un fiume a cui simìl non corre
Torrente alcuno, e non si può guadare,
E non v'è ponte sopra cui passare.
83
Andiamo a questa torre, disse il conte.
Andiamci, ch'ella vi è poco lontana
(Disse Fioretta con allegra fronte).
Questa è la torre detta della Rana;
Perchè una Fata di bellezze conte
Usciva spesso fuor d'una fontana
Con quelle spoglie, e giunta sul terreno
Si fea bella fanciulla in un baleno.
84
Questa s'accese un dì d'un cavaliero
(Come dice l'istoria del paese),
E parmi il nome suo fosse Ruggiero;
E tanto affetto e tanto amor gli prese,
Che temendo cangiasse un dì pensiero,
Fe' quella torre in meno assai d'un mese;
E vi pose quelle orse e quel gigante
A guardia, e il fiume rapido e sonante.
85
Or chïunque alla torre s'avvicina,
Scappa un'orsa, l'acciuffa e dentro il porta:
Ma pure egli fuggissi una mattina
Su l'ali d'un augel, senza aprir porta.
Onde cadde d'affanno la meschina;
Poi mangiò d'erbe una certa sua torta,
Che fa dormire; e quindici anni sono,
Che tien tra il sonno i sensi in abbandono;
86
Chè negato il morire egli è alle Fate:
Onde dormendo, il male suo non sente.
V'ha dentro damigelle assai garbate,
Che trattano i prigioni gentilmente.
Astolfo allor le disse: Che mi date,
Se dello sposo vi faccio un presente?
Chè questa impresa a me solo appartiene,
Nè ad altri mai potrebbe avvenir bene.
87
Rinaldo guarda Orlando, indi sogghigna,
E dice: Astolfo s'è scordato presto
Del mo' che qui si tiene in palar vigna.
Poco fa tu non eri sì rubesto,
Gli dice il conte. Ed Astolfo digrigna
I denti, e dice: In questa lancia e in questo
Braccio vedrete voi quel ch'io so fare.
Ed ecco omai che la gran torre appare.
88
Rinaldo vanne il primo; e giunto a riva,
Ecco un'orsa che vienlo per ghermire.
Ei si ritira a tempo, e quella schiva;
Poi con Fusberta la cerca ferire:
Ma par di senso quella bestia priva;
Chè niun de' colpi suoi mostra sentire:
Or mentre con quest'orsa egli combatte,
Eccoti l'altra dietro che l'abbatte;
89
E come lupo che s'arreca in spalla
La pecorella, e nel bosco sen fugge;
O come il ragnol porta la farfalla
Nelle sue reti, e po' il sangue le sugge;
Così pel fiume, come fosse galla,
Va l'orsa col prigion che d'ira mugge.
Ma null'altro può fare; chè perdute
Son tutte le sue forze e sua virtute.
90
Orlando a questo fatto estranio tanto
Si ferma un poco, e dice: Ho fatto male,
Quando si tratta di cose d'incanto,
A lasciarvi ir Rinaldo. Astolfo vale
Contra il demonio; non perchè sia santo,
Ma per quell'asta che a tutte prevale
Incantagioni di qualunque sorta;
Tanta seco virtù quest'asta porta.
91
Ordina dunque ad Astolfo che vada
A quella impresa; ed ei vi va di botto.
S'affaccia al fiume; e mentre l'orsa il guada,
La prende in mira a guisa d'un merlotto,
Senza dubbiar che al primo colpo cada.
Uscita l'orsa di serrato trotto,
Vien per la ripa incontro Astolfo, il quale
La tocca; ed ella muor senz'altro male.
92
Al cader della prima, immantinente
Viene l'altra orsa orribile e feroce;
Ma cade quella ancora similmente,
E nel cader diè un urlo tanto atroce,
Che fe' tremar la più lontana gente.
Quand'eccoti il gigante che a gran voce
Grida; ed era tanto alto e smisurato,
Che con un salto il fiume ha trapassato.
93
Nelle mani ha una trave grande e grossa,
Che alber di nave è scarso paragone.
Astolfo dice: Una mezza percossa
M'avanzerebbe di questo bastone.
Però lo schiva con tutta sua possa,
E con l'asta lui fere nel tallone
Leggier leggieri; e subito trabocca
Quel gran gigante, e si rompe la bocca,
94
E muore anch'egli. Ma che serve questo,
Ripiglia il conte, se il guadar ci è tolto?
Astolfo dice: Or noi faremo il resto;
Chè s'il fiume è per incanto raccolto,
Io lo rasciugo, conte, presto presto:
E nel fiume che rapido era molto,
Immerge l'asta d'oro; ed oh portento!
Fugge la ripa e il fiume in quel momento.
95
Lo stesso accade alla torre incantata,
Che vanne in fumo per virtù di quella
Asta, abbastanza non giammai lodata
Nè si vede alcun paggio o damigella,
Ma v'è di cavalier molta brigata;
E veggon sul terreno una donzella
Con una face accesa, e morta sembra,
Sì forte sonno lega le sue membra.
96
Ma non sì tosto l'Inglese la tocca,
Ch'ella si sveglia, e tiensi per tradita,
Non più vedendo gigante nè rocca:
Onde ponsi a fuggir pronta e spedita.
La segue Astolfo; ma quella trabocca
Nel fonte, ed èssi in rana convertita.
Torna Astolfo a' compagni, e narra il fatto
Strano sì, che qualcun lo tien per matto.
97
Fioretta già si stava con Aliso,
Il suo vago e pregiato giovinetto;
E spesso spesso scoloriva il viso,
Mentre per man se lo teneva stretto.
Orlando disse lor con un sorriso:
Del piacer vostro, amanti, io n'ho diletto;
E già che sì v'amate, egli è ben giusto
Che onestamente vi pigliate gusto.
98
Ma voglio prima una grazia da voi,
Che abbandoniate la fè saracina,
E in quel crediate, che crediamo noi.
E qui si mise a fare la dottrina
Orlando, capo de' famosi eroi;
E convertito Aliso e la regina,
L'isola diede loro; ma con patto
Che mandassero ogni anno a Carlo un piatto.
99
Ma giacchè la mia Musa è in braccio a' venti,
E quasi Galatea corre pel mare,
Di Ricciardetto i miseri lamenti,
O di Despina vogliam noi narrare?
O del re Cafro le vele fuggenti
Vogliamo a tutta forza seguitare?
O fermati co' due diletti sposi,
Nell'isola goder dolci riposi?
100
Ordine vuol di bella cortesìa,
Ch'ogni altro io lasci, e ritorni a Despina,
Che nella sua sventura acerba e ria
Un vecchio vede che a lei s'avvicina,
Il quale con maniera onesta e pia
La chiama a nome, e l'appella regina;
Talchè restò, per la cosa impensata,
Tutta da capo a' piè fredda e gelata.
101
Ei fischia intanto, e discendono al basso
Due leggiadre e modeste villanelle,
Che balzando venìan di sasso in sasso
Come cervette o caprïole snelle.
Un dardo aveano in man, dietro un turcasso,
Corte le trecce e corte le gonnelle,
E d'un color sì candido e vermiglio,
Che tal rosa non sembra unita a giglio.
102
Giunte a Despina queste forosette,
La salutaro e la pregaro insieme,
Che salir voglia per quell'aspre e strette
Valli ad un colle che nebbia non teme,
Dove son lor capanne poverette,
Ma dove mai nessun sospira e geme;
Tale è la pace, e tale è l'allegrezza,
Che si ritrova in quella loro asprezza.
103
Si rallegra Despina a questi accenti
E segue le sue liete condottiere;
E dopo gran fatiche e lunghi stenti
Entran, finito l'orrido sentiere,
In un gran prato d'erbette ridenti,
Rotte da chiare e limpide riviere,
Che ornate avean le rive d'arboscelli
Per fronde e frutte estremamente belli.
104
Là vacche e tori, e qui bianchi capretti,
Qui pecorelle candide, là more
Vede; ma non già vede in quai ricetti
Guidate sieno da verun pastore,
Nè forti cani a lor custodia eletti
Per guardarle dal lupo traditore.
Vanno esse a lor talento, e ciascheduna
Dorme ove vuole, quando il ciel s'imbruna.
105
Del suo maravigliar Leucippe accorta
(Una di quelle due Ninfe vezzose)
Le disse: Arturo qui verno non porta,
Ma a sempiterni autunni ed a odorose
Primavere il buon Pan apre la porta:
Nè lupi, nè altre bestie insidïose
Sono per questi boschi e questi prati;
Però non è chi il gregge osservi e guati.
106
Nè s'ascolta fra noi quel duro detto:
Questo gregge egli è mio, mio questo armento;
Ma ciascun bever puote a suo diletto
Il latte, e pigliar puote a suo talento
Vitella, agnello o tenero capretto.
Nè per amor qui alcun piange scontento;
Chè di venir qua su nè gelosìa,
Nè l'empia infedeltà sanno la via.
107
E Niside seguìo (l'altra sorella):
Leucippe mia la non t'ha detto ancora
Quello che più soggiorno tale abbella,
E i nostri giorni del continuo infiora:
Ma giunta che sarai, Despina bella,
Al nostro albergo, e giungeremvi or ora,
Tu lo saprai; e n'avrai tal diletto,
Che questo dì per te fia benedetto.
108
Or mentre van costoro alla capanna,
Udiam un po' ciò che racconta il nano:
Il nano, che nel dir piange e s'affanna
Alla vaga Climene ed all'umano
Guidon, che chiama sua stella tiranna,
Perchè dar non gli vuol, se non la mano,
La sua sposa leggiadra, e vuol che aspetti
A fare il resto ne' paterni tetti.
109
Disse il nano: Regina, il nostro campo
Egli è disfatto; e quei che non son morti,
Sono fuggiti come razzo o lampo
In verso il mare, pe' sentier più corti.
I guerrieri migliori al vostro scampo
Pensaro un pezzo, e contrastâr da forti;
Ma Rinaldo ed Orlando e due giganti
Li fecero morire tutti quanti.
110
L'esercito Lapponio anch'esso è spento;
I Cafri son fuggiti a rompicollo.
Però venuto a voi ratto qual vento
Sono, e qual vedi, di sudor ben mollo,
Nunzio infelice di sì tristo evento;
Perchè, se il cielo ancor non è satollo
Di tanto sangue, ancora il tuo non versi;
Chè allora sì che noi saremmo persi.
111
Bagnò di belle lagrime le gote
A questo annunzio la real donzella.
La consola lo sposo in dolci note,
E promette in Egitto andar con ella:
E perchè del gran Carlo egli è nipote,
Vuole che seco la sua donna bella
Vada a Parigi; ed ella non disdice
A ciò che il suo Guidon di voler dice.
112
Giunti a Parigi, Guidon non si scorda
Di mandar al romito i due giganti,
Ch'ei fe' cristiani, e tolse dalla lorda
Setta de' Saracini empj e furfanti.
V'andò un dottore, detto Tiracorda,
Ed un chirurgo con unguenti tanti,
Che basterìan per un ampio spedale;
Tanto a Carlo di lui sapeva male.
113
Giunti costoro al mesto Ferrautte,
Lo trovaro che presso era al morire;
Nè serviva lancetta o gammautte,
O impiastro alcuno per farlo guarire.
Bestemmiava il meschino a labbra asciutte;
Onde il dottore lo volle ammonire,
E disse: Signor mio, questa è la pena
Di chi nasce, che nato ei muore appena.
114
Bisogna sopportar con pazïenza
Il mal che Dio ci manda. E questo stesso
I giganti dicean con riverenza.
Al dottore, che stavali più appresso,
Diè Ferrautte con somma potenza
Nel viso un pugno, che restògli impresso
Il segno infin che visse; ond'ei comanda
Che lo leghin ben ben per ogni banda.
115
Quindi per certo fraticello invìa,
Che stava a far del bene in quel deserto.
Giunto all'albergo, dice: Ave Maria:
E gli è subitamente l'uscio aperto.
Vieni pur col malan che Dio ti dia,
E come certamente fia il tuo merto,
Ferraù grida, e si morde le labbia,
E getta spuma per l'insana rabbia.
116
S'accosta il buon padrino al letticciuolo,
E gli dice: Fratel, morir bisogna.
Io compatisco il vostro affanno e il duolo;
Ma tanto è il bene al qual da noi s'agogna,
Che a patir tutti i mali un uomo solo
Sarebbe meno che un tagliuzzo d'ogna,
In paragon del guiderdone immenso,
Che Dio ci dona, ignoto al nostro senso.
117
I mali di quaggiù son lieve cosa.
Ferraù, che si sente lacerare
Dalla infiammazion sua tormentosa,
Rinnova il suo tremendo bestemmiare,
Che sembra al frate cosa mostruosa;
Onde si pone ginocchioni a orare,
E prega Dio che ravveder lo faccia,
E gli renda salute, ove gli piaccia.
118
In questo mentre che il romito prega,
Si disacerba molto il suo dolore;
Onde in sè ritornato, il capo piega
Pentito al crocifisso suo Signore:
Ed il medico allor lieto lo slega.
Circonda il padricello almo splendore,
Il qual con quella luce alzato in piede,
E colmo il petto d'una viva fede,
119
Comanda a Ferraù ch'esca di letto:
Ed egli n'esce risanato in guisa,
Che a' suoi giorni non fu mai sì perfetto.
Poi con voce che l'alme imparadisa,
Gli fece uno strettissimo precetto
Di ritornare alla montagna Elisa,
Dov'ei faceva prima penitenza
Con una esemplarissima astinenza.
120
Ferraù gli si getta ginocchioni;
E la sua confessione generale
Fatta ch'egli ebbe con molti atti buoni,
Vestitosi da Fra Conventuale,
Gettata la camicia ed i calzoni,
Partissi, come a' piedi avesse l'ale,
Verso il monte d'Elisa; e vangli avanti
Ambo i suoi dilettissimi giganti.
121
Or vanne, fraticello, al monte sacro,
E là ti scorda della tua Climene
Con digiun aspro, onde diventi macro;
E con cilizi e nerbi in su le rene
Fàtti di sangue proprio un bel lavacro;
E fa talora anche per me del bene,
Chè n'ho bisogno. Ma tempo ben parmi,
Donne gentili, omai di riposarmi.