CANTO OTTAVO
ARGOMENTO
Il frate torna a delirar d'amore.
Parte Despina, e Ricciardetto trova.
Climene fugge dal fratesco ardore,
Despina da Ricciardo, e il duol rinnova.
Lo Scricca un sogno fa pieno d'orrore,
E tutto in fatti poi vero lo prova.
Orlando capitano ordina un pozzo,
Che s'empie di Lapponi infino al gozzo.
1
La Fortuna è una Dea senza cervello;
E però tutto il giorno fa pazzìe:
Or questi abbassa, ed ora innalza quello:
Delle genti ama sempre le più rie;
Ed è della virtù vero flagello:
Ha una mano gentil, l'altra d'Arpìe;
Quindi è, che sempre ruba e sempre dona,
E consola e tormenta ogni persona.
2
E come il Sole, a noi quando compare,
Spoglia di luce le lontane genti;
E quando torna ad attuffarsi in mare,
Rallegra gli altri, e noi restiam dolenti:
Così Fortuna appunto usa è di fare;
Chè giorni non vi sono, ore o momenti
Che sien felici altrui, che quegli stessi
Non rendan gli altri di miseria oppressi.
3
Carlo l'altr'ieri era ridotto a tale,
Che il regno dato avrìa per tre quattrini;
E si formava l'arco trïonfale
L'altero Scricca co' suoi Saracini.
Ora lo Scricca s'è condotto male
Per l'arrivo de' forti paladini;
Ma molto più quando saprassi in campo
Che Despina è partita come un lampo.
4
La damigella dunque a Ricciardetto
Dice quanto le ha detto la padrona:
E lo trova che ancora egli era a letto,
E che dormiva appunto in su la buona.
Gli balzò il core subito nel petto;
E guardando la spada, che gli dona
La bella donna, cento volte e cento
La bacia, e va piangendo pel contento.
5
Poi dona alla donzella cento doppie,
E dice: Torna al mio bel sole, e dille
Ch'ardo per lei, più che non fan le stoppie,
Quando il villan le sparge di faville.
Ma ve' che l'ambasciata non mi stroppie:
Altrimenti finite son le spille,
Finiti gli aghi, le stringhe e gli aghetti,
E quanto penso ch'a donna diletti.
6
Lasciate fare a me, gentil signore,
Dice la donna, e statevi sicuro.
Indi si parte con allegro core;
Perchè il danaro è rimedio sicuro
Per temperar d'ogni animo il dolore.
Giunge alla tenda, e vede in faccia oscuro
Alcimedonte e lo Scricca dolente,
E il Fiacca e il Ficca e tutta l'altra gente:
7
Ed appena l'han vista, che ad un tratto
Voglion saper da lei dov'è Despina.
Dice la donna dolorosa in atto:
L'ho vista dipartir questa mattina,
Di piastra e maglia, e tutta armata affatto.
Disse d'andare sopra una collina
Per dar la morte a certi masnadieri;
Ed eran seco il Falco e lo Sparvieri;
8
E v'era Adrasto ancora: fuor di questo,
Altro non posso dirvi. Immantinente
Serpedonte di Nubia pronto e lesto
Va verso il monte che sta ad Orïente:
Alcimedonte doloroso e mesto
Vuol prendere il cammino di Ponente;
Il Fiacca e il Ficca vanno in altra parte;
Lo Scricca bada al campo, e non si parte.
9
Già pel tranquillo ciel fuggivan via
Le stelle; e sparsa di color vermiglio
L'alma luce di Venere apparìa;
E bianco gelsomino, e bianco giglio
Ora di grembo, ora di man le uscìa;
E già già Clori con ridente ciglio
Volava per l'allegro aer turchino,
Mossa dal Sol che le venìa vicino:
10
Quando Carlo si desta, e fa sonare
Del gran Consiglio la campana; e intanto
Si mette con Orlando a ragionare,
Come possano alfin portare il vanto
Di sì gran guerra, che lo fa tremare.
Dice Orlando: Il timor vada da canto;
E piuttosto pensiam come assaltarli,
E come tutti romperli e disfarli.
11
In questo mentre viene avviso come
Gli scanni del Consiglio ên pieni zeppi
Tutti di gente c'hanno vinte e dome
Province e regni, e messi i regi in ceppi,
Non che tagliate a' lïoni le chiome:
Gente che di valor su gli erti greppi
Seppero camminare in pelle pelle,
Sempre facendo opere illustri e belle.
12
Carlo tosto si muove e seco il conte,
Ed entrano ambidue nel gran salone.
China il ginocchio, e scopresi la fronte,
Mentre egli passa, ogni duce e barone.
Carlo con cenni e con occhiate pronte
Consola tutte quante le persone;
Sale alfine sul trono, e là si assetta,
E vuol che ognun si metta la berretta.
13
Ma perchè Carlo è un uomo che si spiccia,
Non vuole esordio, e subito comincia:
Gran tempo egli è che ci confonde e impiccia
L'Egizio e il Moro, e ci divelle e trincia
Gli alberi, e miete alla stagione arsiccia
Le nostre biade; e ogni anno ricomincia
Questo fastidio, o più tosto rovina:
Onde vuolci ben presto medicina.
14
Venir bisogna a battaglia campale,
E snidar tutta questa empia genìa
Da' nostri Stati. Io veggo valor tale
Ne' vostri petti, e tanta gagliardìa,
Che niuna impresa ci anderà mai male.
Risposer tutti: Come vuoi, pur sia.
E disser ciò con tale alta favella,
Che parve un tuono in orrida procella.
15
A queste voci Carlo si compone
In lieto aspetto, e poi dice: Mal crede
Gente crudel, nimica di ragione,
Delle belle opre e della santa Fede,
Se in numero infinito a noi s'oppone
Per discacciarci dalla nostra sede;
E in van fin qui pugnaro, e pugneranno
In avvenir, nè danno a noi faranno.
16
Già molto egli è che questi orridi mostri
Ci stanno intorno, e nuocer non ci ponno;
Ma sazj ben si sono i ferri vostri
Del sangue lor, che quasi uomin fra il sonno
Uccideste, e mandaste ai negri chiostri;
Chè ognun di voi di molti loro è donno:
E puote un Franco solo, e lo vedeste,
Pugnar con venti, e troncar lor le teste.
17
Chè non torri superbe e forti mura,
Non larghi fossi, non fiumi vicini
Fan da' nemici una città sicura;
Ma la fede e il valor de' cittadini,
Che tutti accenda una medesma cura
Del ben comune, e non abbia altri fini;
E amor di libertà, più che de' figli,
Mova il lor braccio, e regga i lor consigli.
18
Però non temo della gente Mora,
Nè de' giganti orrendi e smisurati;
Temo sol dell'invidia traditora,
Che nascer suol tra i capi più pregiati.
Chè se tra i capi sarà pace, ancora
Sarà concordia tra i minor soldati;
Chè l'umor che verdeggia nelle foglie,
Convien dalle radici che germoglie.
19
Il conte Orlando ha già passati i segni
E i confin dell'invidia; e questi io voglio
Che duce sia di cavalier sì degni.
Gente non fia tra voi di tanto orgoglio,
Che d'ubbidire a tal guerrier si sdegni:
E se bisogna, io scenderò dal soglio,
E ubbidïente chinerò la fronte
Insiem con gli altri al valoroso conte.
20
A lui dunque ubbidite. Molti capi
Rovinano le imprese. Un rege solo
Voglion fin le dorate ingegnose api,
Ed al piacer di lui reggono il volo;
Nè fia che alcuna contro lui s'incapi,
Altrimenti vien morta, o messa in duolo.
Natura è gran maestra, e mai non erra.
Qui tacque, e poi fe' pubblicar la guerra.
21
Ma nel mentre che Orlando al tavolino
Si mette a immaginar gli stratagemmi,
Torniamo a Ferraù, che sta vicino
Di principiare i mali suoi dagli EMMI,
O d'esser matto, o di morir tapino.
Esser vorrebbe in Scizia o fra i Boemmi:
Chè lo stare in Parigi lo rïempie
Di vergogna dai piè sino alle tempie.
22
Passò tutta la notte in doglie e in pene
Pel suo delitto; ma dal cor non gli esce
L'amor della bellissima Climene.
Non vorrebbe vederla, e glie ne incresce;
Ma il pensier glie la pinge così bene,
Che al vecchio foco nova fiamma accresce.
Volge altrove la mente, ma non giova;
Chè in ogni cosa Climene ritrova.
23
Se fino pensa alla beata cella,
Gli viene in testa di farla cristiana,
E poi con essa ricondursi a quella.
E non gli par mica proposta insana;
Ch'ei non ha voti, e voti non ha ella,
E il matrimonio è cosa buona e sana.
Onde fa conto d'averla in mogliera;
E già già pensa a quella prima sera.
24
Ma quando gli sovvien ch'ella è figliuola
Del re d'Egitto, e adora Macometto,
Dà nelle furie, e strappa le lenzuola,
E pargli avere un coltello nel petto,
O qualche grosso canapo alla gola;
E per la smania balza giù di letto,
E passeggia, e s'arrabbia, e non sa quale
Rimedio trovar possa a tanto male.
25
Se puolla avere in moglie, pare a lui
D'avere accomodate le sue cose
Con Dio, col mondo e con gli affetti sui.
Onde, per quanto dure e spaventose
Gli vengano davanti a dui a dui
Le dure imprese, in core egli si pose
Di tentar sua fortuna; e travestito
Lascia Parigi, da niuno avvertito;
26
E va cercando della sua Climene;
Ma non la trova, ch'è andata ancor ella
A cercar di Despina, a cui vuol bene,
Ancor che l'una e l'altra sia sì bella:
Nel qual caso l'amor di rado avviene;
Ma vi è sempre astio, invidiuccia e rovella:
E sebbene s'abbracciano e fan festa,
Dentro, come si dice, è chi le pesta.
27
Pur gli vien detto che verso del monte
È gita; e che seco era un giovin Franco
Di bella vita e di serena fronte,
Di capel biondo, e color rosso e bianco;
E giovin sì, che appena par che impronte
La lanugine il volto: e gli dice anco
Che non è giorno ch'egli non sia seco,
E ch'ella non lo guarda d'occhio bieco;
28
E dice che l'udì nomar per via
Guidone, se non erra. A questo dire
Ferraù resta, qual chi tocco sia
Da fulmin che di dentro incenerire
Un corpo suole, e far che intero stia:
Poi quando principiossi a rinvenire,
Spronò il cavallo in verso la montagna,
E gelosìa gli è sempre alle calcagna.
29
Ma lasciam questo frate innamorato,
E torniamo alla nostra alma Despina,
Che porta di Ricciardo il cor piagato,
E sopra un fonte d'acqua cristallina
Siede su l'erba a' due giganti a lato.
Fuor duol non mostra, e dentro si tapina;
Ed ora con Adrasto, or co' giganti
Parla di cose dal suo amor distanti.
30
E perchè teme che i giganti suoi,
Quand'ella sarà giunta al mare in riva,
Non vogliano andar seco: Ancora a voi
(Dice rivolta a lor lieta e giuliva)
Io vo' narrar, qual mi punga e m'annoi
Pensier che in mezzo del mio core arriva;
Per cui fuggo Parigi e fuggo il padre,
Ed abbandono le mie tante squadre.
31
E torna a lor memoria il giuramento
Che in Cafria fe' di uccider Ricciardetto;
E come tutta l'ira in un momento
Si sentì raffreddar dentro del petto;
Talchè ogni odio, ogni rancor fu spento
Alla vista del vago giovinetto:
E fatto il viso di color di rose,
Aperse lor le fiamme sue nascose.
32
E che molto pugnò dentro il suo core,
Se amare il suo nimico ella dovea,
Oppur fuggendo trïonfar d'Amore:
Che infin prevalse quel che men volea,
Cioè la gloria e il bel desìo d'onore;
Ma che tanto al suo grado si dovea:
E infin concluse che così romita
Volea passare il resto della vita.
33
S'impietosiro i due forti giganti
A queste voci, e le giuraron fede
E compagnìa; e che sempre costanti
Seguiteranno l'orme del suo piede.
Li ringrazia Despina, e vuol che avanti
Si vada, perchè il dì mancar si vede.
Movesi dunque, e in un bosco vicino
Entra; chè vuol celare il suo cammino.
34
Il fin del lor vïaggio egli era il mare;
Onde van con la testa inver Ponente,
Sicuri che in quel verso egli ha da stare.
Frattanto il Sol con sue fiammelle spente
A poco a poco agli occhi lor dispare.
Adrasto dice allora: Inconveniente
Parmi l'andar più oltre, or che s'annotta;
E meglio fia l'entrare in questa grotta.
35
Era a man dritta un masso alto e scosceso,
Nel mezzo aperto; e caprifichi e lecci
Avean messo radice e loco preso
Fra pietra e pietra; e fean sì begl'intrecci
I rami lor, qual alto e qual disteso,
Che parve loro tra que' boscherecci
Luoghi il più bello; ed uno de' giganti
Entra nel masso alla donzella avanti.
36
Battono il foco, e guardan da per tutto,
E veggono più addentro altra apertura;
Ed evvi un camerin bello ed asciutto:
E dicon: Questo è la nostra ventura;
Chè per Despina par proprio costrutto.
Raccolgon presto erbetta asciutta e pura,
E la distendon sopra del terreno;
Giacchè copia non han di paglia o fieno;
37
Ed i tabarri lor vi stendon sopra,
E mangian due bocconi in fretta in fretta.
Adrasto intorno alla donna s'adopra;
E mentre ch'ella per dormir s'assetta,
Le dice che stia calda e che si copra,
Perchè l'aria là dentro ell'è freschetta,
E ci vuol poco a prender un catarro;
E le dà, se bisogna, altro tabarro;
38
Poi esce fuora, e accendono un gran foco;
Chè avevan freddo, ancor che fosse agosto;
E mentre un de' giganti dorme un poco,
L'altro passeggia, e sta guardando il posto.
Ricciardo intanto in questo ed in quel loco
Cerco aveva all'aperto e di nascosto,
Dal primo primo albòr fino a quel punto,
Della sua donna, e a caso era ivi giunto.
39
L'aperto masso e la notte inoltrata
Lo consigliaro a quivi riposarsi;
Ma contesa gli vien tosto l'entrata
Dal fier gigante, ed ei non vuol ritrarsi;
Ma pensa con la lancia alla sfatata
Tirare un colpo, e subito sbrigarsi
Da quel cimento: e di fatto tirollo,
E gli prese la mira in mezzo al collo.
40
Splendea la luna, e del suo puro argento
Era bello a veder sparse l'erbette;
Quando il gigante pien di reo talento
Con la ferrata mazza il percotette;
Onde al suol cade; ed ei d'averlo spento
Certamente nell'animo credette.
Si sveglia a quel romor Despina bella,
Ed esce fuor della sepolta cella;
41
E intesa la battaglia, veder vuole
L'ucciso cavaliere; e il vede appena,
Che si fa del color delle vïole,
E quasi cade per soverchia pena.
Adrasto vuol saper cosa le duole:
Ella non parla, e guarda su l'arena
Tutta dolente il morto giovinetto,
E dice: M'uccideste Ricciardetto.
42
Adrasto corre subito, e dislaccia
La visiera al garzone, e il polso tasta;
Ma gli par freddo, e che affatto egli taccia.
Despina anch'essa intorno al cor gli attasta;
E credendolo morto, indi l'abbraccia,
E dice: Senza te dunque rimasta
Sarò, Ricciardo mio? E qual gradita
Cosa senza di te sarammi in vita?
43
Io per fuggirti, e tu per ricercarmi,
Ci avrà Fortuna finalmente estinti?
Ah perchè volli meco uomini ed armi?
E voi, chi meco a vïaggiar vi ha spinti?
Ben teco, Adrasto, ho di che querelarmi,
Che le prime mie voglie, i primi istinti
Mutar volesti: ch'io te sol pregai
A venir meco, e ad altri io non pensai.
44
Troppo fu stolto e barbaro il consiglio
Di prendere costoro in mia difesa.
Era io pur certa che in simìl periglio
L'anima tua sol del mio amore accesa
Venuta ella sarebbe; e che vermiglio
Avresti fatto alla prima contesa
Del tuo bel sangue il suol, Ricciardo amato.
Oh quanto costa un pensier mal mutato!
45
So ch'eri forte e ripieno d'ardire.
Ah fossi stato nell'ardir men caldo,
Che fatto non ti avrìa costui morire!
Ma Orlando tu non eri nè Rinaldo;
Chè l'età tua ciò non potea soffrire.
Col tempo certo ancor di lor più saldo
Saresti stato, e allor con tutti quanti
Avresti ben pugnato aspri giganti.
46
Or non dovevi, la mia dolce vita,
Imprender pugna tanto disuguale.
Ma il sonno ha te pur anco e me tradita:
Che s'io era desta, non v'era alcun male;
Ch'io subito sarei qui fuori uscita;
E ravvisatoti a più d'un segnale,
Avrìa gridato al custode: Crudele,
Questi è Ricciardo, il mio amator fedele.
47
E mentre così dice, il viso bagna
Di Ricciardetto con un caldo pianto,
Che sempre cresce, e punto mai non stagna.
Per quell'umore si risente alquanto
Ricciardo, e in suono languido si lagna.
Despina in sentir ciò si pon da canto,
Ed ordina ad Adrasto che portato
Sia nell'antro, e con balsami curato:
48
Poi si ritira nella sua celletta,
Tutta speranza che sano egli sia.
Adrasto intanto quanto può s'affretta
Perchè ritorni tosto in gagliardìa;
Quando Ricciardo in voce languidetta
Dice: Despina cara, anima mia,
Ecco io mi muojo; e ciò lieve mi fora,
S'io ti vedeva un'altra volta ancora.
49
Un'altra volta ch'io t'avessi visto,
Sarei stato quaggiù tanto beato,
Che nè men morte m'avrìa fatto tristo.
Ma giacche così scritto era nel fato
Ch'io non dovessi di te fare acquisto,
Despina bella, o almen morirti a lato,
Sola una grazia mi farìa contento
In questo estremo mio crudel tormento.
50
La sola grazia che qualcun di voi
(E rivolse ad Adrasto ed a' giganti
Languidi e lagrimosi i lumi suoi)
Se alla bella Despina unqua davanti
Giungesse, morto ch'io sarò da poi,
Le dica: Il più fedel de' tuoi amanti,
Il Franco Ricciardetto nel cercarti
Restò morto, e vuol morto ancora amarti.
51
E qui divenne un gelo, ed oscurosse,
Qual Sol per nuvoletta il suo bel volto,
E d'un freddo sudor tutto bagnosse;
Talchè del viver suo temette molto
Despina, e verso lui ratta si mosse,
In lagrime amorose il cor disciolto:
E mentre è intenta a sue mortali angosce,
Ricciardetto apre gli occhi, e la conosce.
52
Qualor la faccia del sereno cielo
Austro di nubi portator confonde
Con largo troppo e tenebroso velo,
Onde a noi Giuno la pioggia diffonde;
Se Bórea sparso il crin di neve e gelo,
Bórea che il vago piè trattiene all'onde,
Gli esce contro improvviso, in un baleno
Fuggon le nubi, e torna il ciel sereno;
53
Così tornaro serene e tranquille,
Al comparir della bella Despina,
Dell'amoroso giovin le pupille;
E per soverchia gioja si rifina,
E vuol parlare, e mille volte e mille
Si prova; e quando a' labbri s'avvicina,
Per cominciare la prima parola,
Il timor glie la torna nella gola.
54
Despina anch'essa lui riguarda, e tace,
Nè sa, nè può formare un solo accento;
Ma or s'arrossisce come accesa brace,
Or trema come canna esposta al vento;
Or gode d'esser seco, or le dispiace;
Or piange per dolore, or per contento:
In somma non si sa quel che si voglia;
Chè or una impera ed ora un'altra voglia.
55
In fine i chiari spirti e generosi
Tutti raccoglie; e in maestà composta,
Gli dice: I casi tuoi son sì pietosi,
Che ad usarti mercè m'hanno disposta;
Mercè che a te convenga e a' glorïosi
Natali miei, ancorchè in parte opposta
All'ombra invendicata del germano,
Che contro te mi pose il ferro in mano.
56
Fora ben giusto ch'io tornassi al campo
Col teschio tuo reciso, or che mel porge
Fortuna in dono, e niun conforto e scampo,
Come tu vedi, al tuo fuggir si scorge.
Ma vivi; che sebbene io d'ira avvampo
Contro di te, ragione e pietà sorge
A tuo vantaggio, e vuol ch'io sia cortese
Con un che in foggia sì crudel m'offese.
57
Indi esce fuora della grotta oscura,
Monta sul suo cavallo, e fugge via;
E con le mani la bocca si tura
Per non dar segno della doglia ria
Che il cor le spezza, e l'anima le fura;
E la sua gente appresso a lei s'avvìa.
Ricciardo nella grotta resta solo,
Pieno di maraviglia e in un di duolo.
58
Pur, come può, rimonta sul destriere,
E vuol seguirla; ma tanto è lontana,
Che di giungerla è forza che dispere.
Ma lasciamlo ire, e lasciam che inumana
Chiami Fortuna, ed empia a più potere;
E ritorniamo al frate, che l'umana
Amabile Climene va cercando
Per l'erto monte, e sempre sospirando.
59
Sorte benigna glie la fa trovare
In mezzo a cento lupi, e quasi morta;
Chè contro tanti non si può ajutare.
Infra que' lupi il romito si porta,
E con la spada in mano fa un tagliare
Di lor, che la metà quasi n'ha morta.
Fuggono gli altri: resta il frate ed ella
Soli in un bosco. O ve' che cosa bella!
60
Qui senza porla molto in sul lïuto,
Le disse Ferraù candidamente,
Come Amor del suo bel l'avea feruto,
E in moglie la volea sicuramente;
E in caso di strapazzo o di rifiuto,
Ch'era disposto allora immantinente,
Col testimon di un leccio o d'un cipresso,
Del corpo suo di prendere possesso.
61
Climene a quel parlar restò di pietra;
Poi preso spirto, Cavalier, gli disse,
Dal tuo il mio voler già non si arretra;
E quel sarà di noi che il ciel prefisse.
Ma senza canto e senza suon di cetra,
Tra queste di augelletti antiche e fisse
Case fronzute ed alberghi di fiere,
Proverem d'Imeneo l'almo piacere?
62
Salghiam quel colle ove un pastore alberga:
Ivi sarai mio sposo, io tua consorte.
E par che in così dire ella si asperga
Tutta nel volto di color di morte,
E che il romìto nel piacer s'immerga;
E dice: A quel cammin le vie son corte;
Andiamvi pure. E la prende per mano,
E glie la stringe il furfanton pian piano.
63
Per via frattanto gli dice Climene:
Giacchè la vita da te riconosco,
E d'Imeneo mi stringon le catene
All'amor tuo che sì grande conosco,
Fammi un piacer, signor, se mi vuoi bene.
Finiam la nostra vita in questo bosco.
Rispose Ferraù: L'Angel di Dio
T'ha mostrato sicuro il desir mio;
64
Chè ad altro io non pensava che al ritorno
Della mia cella in Spagna. Ma che importa
Che in Francia o in Spagna sia nostro soggiorno?
Ma come la tua mente si conforta
A star ne' boschi, e non andar attorno
A feste, a giuochi, come l'uso porta
Delle cittadi? Ed ella: S'io son teco
(Ve' s'era furba!), a nulla ciò m'arreco.
65
Mentre van ragionando in questa guisa,
E fa smorfie al romito la donzella,
E di sangue di lupi tutta intrisa,
Gli dice, e ride: Oh questa veste è bella!
E pare proprio di nozze divisa;
S'ode una voce che Climene appella.
Climene a quella voce a sè ritira
La mano, e il frate co' morsi martira.
66
Come suol cagnolino che tra via
Perduto abbia il padrone, e fame il morda,
Al primiero che gli usa cortesìa,
Fa festa e salta, e a seco gir s'accorda;
Ma se ode il fischio usato, a quel s'invìa,
Nè del nuovo signor più si ricorda;
Anzi, se vuol fermarlo, d'ira ardente
Rabbuffa il dorso, e a lui digrigna il dente;
67
Così del caro suo Guidone amato
Sentendo ella la voce, a lui s'indrizza;
E fugge sì, che cervo spaventato
Sembra pe' campi, o giostrator per lizza.
Rimane Ferraù strasecolato
Alquanto; poi ripien d'ira e di stizza
Le corre appresso. Or noi che far vogliamo?
Seguirli, oppure a Carlo ritorniamo?
68
Torniamo a Carlo, e ragioniam di guerra
(Chè il favellar d'amor sì di seguìto
Viene a fastidio); e mentre gira ed erra
Dietro a Climene il cupido romito,
Miriamo la battaglia e il serra serra,
E il parapiglia e il popolo infinito
Di combattenti tra Mori e Cristiani,
Che menan tutti due bene le mani.
69
Conforme io vi narrai, preso il comando
Dell'armi, il conte si diede a pensare
Al luogo, al tempo, alla maniera, al quando
S'ha a dar battaglia, e come s'ha da fare.
Se aspetta l'inimico, oppur col brando
L'assale in campo; e questo a lui ben pare
Miglior consiglio, ancor che molti intoppi
Ci sien; ch'essi son pochi, e quei son troppi.
70
Ma la virtude ed il valor sovrasta
Al numero di molti. Adunque ei ferma
Che allo spuntar del dì, di spada e d'asta
S'armi ciascuno; e la per anni inferma
Gente in Parigi che sarà rimasta,
Vuol che salga su i merli, e lì stia ferma
Per apparenza, e per mostrare in vista
Che di soldati è la città provvista.
71
Ordina poscia che Astolfo conduca
Cinquemila cavalli; e vuol che tutti
Vestan di un color d'oro che riluca;
E son da lui della maniera instrutti,
Che han da tener tosto che il giorno luca.
Sotto Rinaldo poi solo ha ridutti
Cento guerrieri; ma di valor tale,
Ch'Africa tutta manderìano a male.
72
Di ventimila fanti dà l'insegna
Al buon Dudone: ad Ulivier commette
Un drappello di gente eletta e degna,
Che vuol che vada ove più gli dilette;
A' due giganti poscia egli consegna
Della più bella gioventude elette
Forse due mila; e di falci da fieno
Gli arma, e di zappa da scavar terreno;
73
Perchè vuol che costor contro i Lapponi
Vadano, quando vederanno accesa
La pugna con lo Scricca e suoi campioni,
E che Dudon si troverà in contesa
Co' fieri Egizj e con gli altri baroni;
Perchè vuol che l'entrata sia contesa
A coloro nel campo, perchè fanno
Troppo crudele e non previsto danno.
74
E loro ha poste quelle zappe in mano,
Perchè facciano un fosso alto e profondo,
Dove andranno i giganti a mano a mano
Scaricando le reti del lor pondo;
E con le falci in modo acerbo e strano
Andran mietendo, col menarle a tondo,
E gambe e pance e colli di que' mostri,
Degni di star giù ne' tartarei chiostri.
75
Egli poi col figliuolo di Zerbino,
E con quegli altri paladini illustri
Terrà dal campo lontano il cammino,
E per boscaglie e per luoghi palustri
Dietro allo Scricca si porrà vicino;
E sarà pensier suo, come s'industri
D'attaccarlo nel tempo e la stess'ora
Che Astolfo attaccherà la gente Mora.
76
Cercato han di Guidone e del romito
E del buon Ricciardetto; ed han timore
Che ciascuno non sia morto o ferito.
Imperocchè l'immenso lor valore
Non sfuggirebbe un così dolce invito
A bella gloria, a sempiterno onore,
Qual è quel di difender da' nimici
I parenti, la patria, e in un gli amici;
77
E dopo gran ricerca, vien lor detto
Che sono stati visti dalle mura
Uscir; ma che ciascuno iva soletto,
E in cor chiudea non so qual aspra cura;
E che v'era talun che avea sospetto
D'un qualche tradimento o di congiura.
Orlando grida: Questo esser non puote;
Chè per lungo uso l'opre lor son note.
78
Nulladimen, perchè la cosa è grave,
Ed importa saperla veramente;
Chè talvolta di dove men si pave
Ne viene la sventura di repente,
E son le umane menti tanto prave,
Che ben fa chi non fidasi nïente;
Fa molti a sè chiamar di quei spïoni,
Che de' nemici osservano le azioni:
79
E sa da loro, come il buon Guidone
Acceso per Climene egli è d'amore,
E che lei segue, e che v'è opinïone
Ch'ella senta per lui lo stesso ardore:
Che, persa il frate la divozïone,
Per quella stessa abbia piagato il core;
E in somma, che Ricciardo per Despina
S'affligga per amor sera e mattina.
80
E narra come Despina è fuggita,
Nè si sa dove; e che i miglior guerrieri
La van cercando; e come pure è gita
Climene, e seco ell'ha di cavalieri,
Per ritrovarla, una turba infinita.
Orlando rasserena i suoi pensieri
A queste voci, e dice sorridendo:
Chi pecca per amore, io non riprendo.
81
Ma se mancano a noi tre forti eroi,
Spogliato l'inimico affatto affatto
(Come sentite) egli è de' campion suoi:
Però domane egli sarà disfatto.
Io veggo la vittoria ch'è per noi.
E disse questo in così nobil atto,
E con tanta allegrezza, che ognun crede
Già di vedersi l'inimico al piede.
82
Stabilita la cosa in guisa tale,
Vanno a dormire, e ciaschedun soldato
Fa qualche sogno orribile e bestiale.
Ma lo Scricca ancor esso ha ben pensato
Per fare a Carlo, quanto ei può, del male;
Ma il suo disegno troppo gli ha guastato
La fuga della figlia, e con la figlia
Il più bel della marzïal famiglia.
83
Il campo egizio ancor sta sottosopra,
Perchè Climene in busca di Despina
È gita; e mentre in cercarla s'adopra,
La forte gioventù seco cammina.
Onde convien che scarso valor copra
L'armata; e se fortuna ai Franchi inclina
Il favor suo, chi riterrà la piena
Dell'armi che Vittoria in giro mena?
84
Pure in tre corpi il campo hanno diviso:
Uno è tutto di Cafri e di Negriti,
Gente d'acerbo e formidabil viso;
E tanti son che sembrano infiniti.
Lo Scricca lor comanda, e in soglio assiso
Ragiona ai capi, e dice: Siate arditi;
Chè la fortuna ajuta i coraggiosi,
Nemica de' codardi e neghittosi.
85
Un altro è di quei tristi Lapponcelli
Nimici capitali di natura.
Vanno a brigate come van gli agnelli,
Incapaci però di far bravura;
Ma di soppiatto, come i ladroncelli,
Fanno gran danno, e più se l'aria è oscura.
Questi non hanno imperadore o duce,
Ma van dove il capriccio li conduce.
86
Il terzo egli è di Egizj e di Persiani:
E tanti son, che d'armi e di bandiere
Empiono gli alti monti e i larghi piani,
E fan, fuorchè a' Franzesi, un bel vedere:
E chi ha mazze ferrate nelle mani,
Chi torte sciable; e tutti han fosche e nere
Le sopravvesti; ed è gente feroce,
E molto più che non si spiega in voce.
87
Il suo gran male egli è che s'è smarrita
Climene, la sua bella e valorosa
E saggia guida; ond'è mezza stordita;
E ancor che tanta sia, sta timorosa,
Nè puote esser da alcuno incoraggita;
Chè i migliori guerrieri l'amorosa
Fiamma che li arde per Climene bella,
Li ha tratti fuor del campo a cercar quella.
88
Il Consiglio di guerra fu d'avviso,
Che il dì seguente non si dia battaglia,
Per veder se fra tanto viene avviso
Che torni alcun di quei guerrier di vaglia,
Che van perduti appresso d'un bel viso.
Ma questa volta lo Scricca la sbaglia;
E s'avvedrà che cosa si vuol dire
O l'essere assaltato, o l'assalire.
89
Già il negro manto suo di stelle asperso
Da per tutto disteso avea la notte;
E la civetta col suo tristo verso
Cantava in cima alle muraglie rotte;
E 'l Sonno di papaveri cosperso
Usciva fuor delle cimmerie grotte,
Per far che l'uomo stanco si ripose
Dalle opere del dì gravi e nojose;
90
Quando lo Scricca si pone a dormire,
E poi sul far del dì fa un sogno strano,
E strano sì, che non lo sa capire.
Pargli tener tigre crudel con mano,
Che d'uman sangue la vede sitire;
Poi scorge un giovin Franco da lontano,
Che vàlle incontro; e al suo venir si stacca
Da lui la tigre, e col giovin s'attacca.
91
Ma quando pensa che piagato e morto
Ell'abbia il Franco, vede che pentita
Del suo rigor, non gli fa danno o torto,
Ma l'accarezza; e quegli a sè l'invita,
E mostra in seco star gioja e conforto:
Poi dagli occhi improvvisa gli è sparita;
E vede il Franco che pel suo partire
Si sente di dolor quasi morire.
92
Quindi in un tratto vede immenso mare,
E la tigre che l'onde portan via,
E in terra ignota la scorge approdare;
Indi la vede che al bosco s'invia,
Ed inselvata poi più non appare.
Mira alfine che il Franco la giungìa.
Che della tigre va seguendo l'orme,
E per cercarla non mangia e non dorme.
93
E mentre ei sta guardando il cavaliero,
Ecco che vede cinta di catene
La tigre, tratta da un gigante fiero;
E vede come il Franco a guerra viene
Con quel superbo, e che di sangue nero
Tinge il suo ferro e quelle asciutte arene;
Onde muorsi il gigante; e ch'ei ferito
Scioglie la tigre, e poi cade sul lito:
94
E vede che la tigre, come puote,
Gli dà conforto; e che, la sua mercede,
Da quel subito male ei si riscuote.
Poscia un'estrema maraviglia vede,
Che l'occhio e l'intelletto gli percuote,
E che sognando ancora non la crede:
Vede la tigre che con bassa fronte
Va con quel Franco ad una bella fonte;
95
E quivi giunta, l'elmo si discioglie
Il cavaliero, e di quell'onda l'empie;
Indi asperge la fiera che raccoglie
L'umore appena in su l'irsute tempie,
Che dell'esser di tigre par si spoglie;
Nè più d'ugne crudeli, acerbe ed empie
Son guernite sue zampe, e donna sembra
Di vaghe e belle e grazïose membra.
96
E mentre egli la guata fiso fiso,
Si ruppe il sonno, ed il sogno disparve;
Lo qual lo Scricca ora egli mise in riso,
Chè volentier si burla delle larve;
Or da' varj pensieri fu conquiso:
Ch'esser la tigre simile gli parve
Alla sua figlia; e allor meno comprende
Di quel che ha visto, e sonno più non prende.
97
Orlando intanto e gli altri suoi guerrieri
Già di Parigi sono usciti fuora,
E tutti sono per i lor sentieri;
Talchè prima che in ciel la bella Aurora
Tutta ornata di rose coi destrieri
Compaja, sopra della gente Mora
Saranno i paladini; ed improvvisa
Côlta da lor, sarà disfatta e uccisa.
98
Le sentinelle del campo africano
Non posson veder nulla, perchè il cielo
È nubiloso: e poi dal basso piano
S'alza una nebbia, che d'un nero velo
Li copre; nè veder ponno lontano,
Non dico mica un gran tratto di telo,
Ma neppure una spanna: e tai prodigi
È fama che facesse Malagigi.
99
Giunto alle tende de' Cafri feroci,
Astolfo fa sonar trombe e tamburi.
Lo Scricca e gli altri si armano veloci;
Ma i Franchi omai intrepidi e sicuri
Comincian la battaglia: e gridi e voci
S'odono, e colpi da spezzare i muri.
Orlando anch'esso attaccata ha la mischia,
E il buon Dudone agli Egizj la fischia.
100
I giganti frattanto hanno abbozzato
Il largo e fondo pozzo; e ognun lavora
Per far che quanto prima sia formato.
Chi lo smosso terreno porta fuora,
E chi portato lo mette da lato:
In somma molto prima dell'aurora
Han fatto un pozzo largo venti braccia.
Nè vede il fondo suo chi vi s'affaccia.
101
Sul far del giorno sentono i Lapponi
Come anitre cianciar dentro agli stagni,
E l'Alba salutar con certi suoni
Che sembrano zampogne di castagni.
Urlano i due giganti, e sembran tuoni;
E con essi urlan pure i lor compagni,
Che con le adunche falci in un momento
Entrano in mezzo al loro alloggiamento:
102
E mentre van tagliando come fieno
E teste e colli e petti e gambe e mani,
I due giganti che le reti aviéno,
Come gli storni per i larghi piani,
Allora che anneriscono il terreno,
Prendono a sacchi gli accorti villani:
Così prendevan quelli tratto tratto
I Lapponi, ch'egli era un gusto matto.
103
E qui correvan subito al gran pozzo,
E sbattutili prima in su l'orliccio,
Li traevan nel fondo orrendo e sozzo;
E tante volte fêro questo impiccio,
Che arrivavano quasi fino al gozzo
Dello scavato; ond'io mi raccapriccio
In ripensare a quella orribil caccia:
Quindi è che in fuga ogni Lappon si caccia.
104
Ma non son soli i Lapponi a fuggire;
Chè l'esercito Cafro è anch'ei disfatto;
Onde allo Scricca infin convien partire;
Ma perchè vil non vuol parere affatto,
Infra i Cristiani si mette a ferire;
Quando ecco Orlando sopraggiunge a un tratto,
La cui venuta lo sturbò in tal modo,
Che disse: Io scappo, e chi mi segue io lodo.
105
Ma negli Egizj la virtù non langue,
E fanno cose in verità stupende.
Dudon piagato versa molto sangue,
E prigioniero condotto è alle tende.
Rinaldo, inteso questo, come un angue
Sopra i nimici rabbioso discende:
E qui s'attacca una mischia sì dura,
Che al sol pensarla muojo di paura.
106
Or lasciam queste guerre maladette;
O se pur hassi a ragionar di guai,
Ragioniam delle belle lagrimette
Che mandan fuori di Despina i rai.
Sembrano perle orïentali schiette;
Ma di lor hanno più valore assai,
Non presso a ciaschedun, ma presso a quello
Che de' begli occhi suoi è cattivello.
107
E parleremo in questa congiuntura,
Com'è dover, del miser Ricciardetto,
Che si dispera, e dassi alla ventura,
Tanto è l'aspro dolor che chiude in petto,
Per lei seguir, che il fugge e il cuor gli fura.
Ma prima andiamo a cena, e poscia a letto;
Chè con voglia di fame e di dormire
Ben si può sbadigliar, ma non già dire.