CANTO SETTIMO

ARGOMENTO

Lo Scricca tutte le bandiere spiega.

Giungono a Carlo i cavalieri erranti.

Nella battaglia chi pugna, chi piega.

Guida Despina lo stuol de' suoi amanti.

Il frate per Climene Iddio rinnega;

Vuol finir col capestro i giorni santi.

Ricciardetto a Despina s'appresenta;

Ella il discaccia, e par che duol ne senta.

1

Fra tanti guai che son sopra la terra,

Che son più che le pulci addosso un cane,

Non è mica il minor quel della guerra.

Tristo colui che assediato rimane,

E tristo quegli ancor che gli altri serra.

In somma quel menar sempre le mane,

Quel darle, quel toccarle ogni momento,

Non è mestier che apporti alcun contento.

2

La guerra in fine è composta di boi,

Che or son ministri ed or son malfattori

Or impiccate, or siete appesi voi;

Or ricevete, ed or date dolori.

E si fa male, e non si pensa al poi;

Il giusto e la pietà stanno al di fuori;

Ed è il soldato sì tristo animale,

Che a chi vien per far bene, ancor fa male.

3

Ma quello poi ch'io non so ben capire,

Si è, che quei che muovono la guerra,

Dico i gran regi, e che fanno morire

Tanta gente, che spopolan la terra,

Si stanno in corte, e si fanno servire;

E mentre l'inimico abbrucia e atterra

Le città sue, ei si diverte a caccia,

E qualunque piacere si procaccia.

4

Ma di Carlo non può già dirsi questo;

Chè ancor che vecchio, e ancora che cadente,

Va in mezzo del periglio manifesto,

Ed uno pare della volgar gente.

Ei sale su le mura ardito e lesto,

E ancor combatte valorosamente;

Ma son ridotte omai le cose a segno,

Ch'è per perder la vita insieme e il regno.

5

Già le sue squadre aveano ucciso il Mena,

Quei che fece al buon Carlo tradimento;

E volta i Cafri omai avean la schiena,

Ed eran nel canale entrati drento,

Che fuor della città sotterra mena;

Quando ogni cosa s'empie di spavento,

Perchè a Carlo una spia dice all'orecchia,

Come l'oste all'assalto s'apparecchia:

6

E che da' generali e lor consiglio

S'è stabilito fra due giorni darlo;

E che già se ne udìa qualche bisbiglio.

A Dio si volta inginocchiato Carlo,

E il prega, per l'amore del suo Figlio,

Che voglia in tal pericolo ajutarlo;

E me che può rinforza e muri e porte,

E cerca dar coraggio alla sua corte.

7

Despina sopra un candido cavallo

Armata tutta, dalla testa in fuore,

Or correa per l'aperto ed or pel vallo.

Nè così vaga è mai d'alcun bel fiore,

Nè così corre villanella al ballo,

Com'ella affatto si consuma e muore,

Perchè cominci la crudel battaglia,

E mostri ai Franchi quanto in armi vaglia.

8

Ma quel che a lei dispiace e grava molto,

È il saper che lontano è Ricciardetto:

Chè se l'uccider lui a lei vien tolto,

Spianar Parigi ed ardere il distretto

Nulla le par: cotanto sdegno accolto

Ha contra l'innocente giovinetto:

Pur si lusinga che debba venire,

E debba ancora di sua man perire:

9

Ed ha già fatto a ognun comandamento

Che non ardisca di pugnar con esso;

Ch'ella ha nel core un tal presentimento

Ch'abbia a restar dal suo valore oppresso:

Con tal pensier consola il suo tormento.

Gli amanti che le son sempre da presso:

Questi i patti non son, dicon, con cui,

Donna gentil, venimmo qui con vui.

10

Ognun di noi qui trasse la speranza

D'averti in moglie; e il capo di Ricciardo

Esser dovea per te mercè a bastanza.

Or se ci neghi d'incontrar l'azzardo,

A sperar più per noi che omai ne avanza?

Girò Despina amorosetta il guardo;

Poi disse: Io non vo' più che l'altrui morte

M'apparecchi le nozze ed il consorte.

11

Se voi m'amate, conforme mi dite,

Non mancheranvi modi onde obbligarmi:

Nè solo degli amanti son gradite

L'opre famose che si fan con l'armi;

Ma son molte altre cose, anzi infinite,

Con cui potete l'anima adescarmi:

Ma l'amor non s'insegna; e chi vuol bene,

Mille senza pensarvi ne rinviene.

12

Or mentre così stanno ragionando,

Lo Scricca suona il corno del consiglio;

E per tutta l'armata manda il bando,

Che il dì seguente s'ha da dar di piglio

All'armi, e con assalto memorando

Prender Parigi, e metterlo in scompiglio;

E che la gente su l'arme si metta,

Chè le vuol dare una rivista in fretta.

13

I Cafri in tutto eran dugentomila,

Trecentomila i perfidi Lapponi;

D'Africa e d'Asia ancor v'era una fila,

Che ci vorrieno computisti buoni

Per numerarla. Ognun le sciable affila,

Prende l'aste, polisce i morïoni;

E chi ferra cavalli, e chi raggiusta

Sella, sproni, stivai, redini e frusta.

14

Fra' cavalieri in armi più famosi

V'è il re de' Cafri, benchè un po' maturo;

I due giganti, chiamati i Pelosi,

Che disfan con un pugno un grosso muro.

Di cuoja di serpenti velenosi

Coperti sono, e di colore oscuro;

Hanno baston ferrati e così fieri,

Da mutar le cittadi in cimiteri.

15

L'un si chiama Falcon, l'altro Sparviere;

E soli trïonfar ponno di tutti.

Vi sono ancor le due leggiadre arciere;

Despina dico, che seco ha condutti

Tanti campion di grido e di potere,

Onde i Cristiani resteran distrutti;

E Climene d'Egitto, che ancor ella

Forse quanto Despina è forte e bella.

16

V'è il fior dell'armi, il forte e bello Oronte,

Re tributario al Persico signore;

E v'è di Tracia il fiero Alcimedonte,

Che ha pochi eguali in arte ed in valore;

E v'è di Nubia l'aspro Serpedonte,

Che non conosce che cosa è timore;

V'è fra' Negriti poi il Fiacca e il Ficca,

Che sono i consiglieri dello Scricca.

17

Ve ne sono altri ancor su questo andare,

Ma li saprete quando fia bisogno;

Chè la memoria or non mi vo' straccare,

E dir ch'io non li so, me ne vergogno.

Que' di Francia si posson raccontare;

Chè son sì pochi, che mi pare un sogno

Com'abbian resistito infino ad ora

A tanta gente, e sieno vivi ancora.

18

I guerrier scelti e d'esimio valore

Son cinque o sei fra tutti i paladini.

V'è di Zerbino il figliuolo maggiore,

Detto Lurcanio, che come pulcini

Schiaccia con l'asta sua le genti more,

Speme di Francia, orror de' Saracini;

V'è Malagigi con la sua magìa,

Ed ha l'inferno tutto in sua balìa.

19

V'è un fratello d'Avolio, uno d'Ottone:

Mario quegli, e Scipion questi s'appella,

Che son due spade veramente buone,

E guastan spesso a' Turchi le cervella.

L'altre son genti avvezze alla tenzone,

Capaci ancor di far qualch'opra bella;

Ma non vi si può far su fondamento,

E mandarne un di loro incontro a cento.

20

Se a tempo tornan quelli che son fuora,

Come cred'io che torneranno presto,

Molto non riderà la gente mora;

Chè son persone da darle un tal pesto,

Che le budella le trarranno ancora.

Narrare io v'ho voluto tutto questo,

Perchè sappiate, quando io ne ragiono,

Questi guerrieri che persone sono.

21

Or mentre a far l'assalto ognun s'appresta

De' Saracini, e Carlo ancor s'adopra

Per ripararsi da sì gran tempesta,

Terrapiena le porte, e monta sopra

Le mura, e aggiusta quella cosa e questa,

E non tralascia diligenza ed opra,

Ritorniamo ad Orlando, il qual passato

Ha i Pirenei, ed è già in Francia entrato;

22

E seco è Ferraù cinto d'acciajo,

E sopra l'armi porta la pazienza,

Perchè pensa nel prossimo gennajo,

Soccorso Carlo, rifar penitenza;

Chè di peccati egli ha più d'un migliajo,

E son peccati tutti di semenza,

Voglio dir con la coda; e ci vuol molto

Perchè un ne sia veracemente assolto.

23

In una grotta, conforme s'è detto,

Vicino al mar, di qua da Cartagena,

Ritrovò l'armi il frate benedetto,

Che stavan sotterrate nella rena:

Ruggine non avean nè alcun difetto,

E v'era l'asta d'osso di balena;

V'era la spada che fecero i diavoli,

Che i ferri taglia come rape o cavoli.

24

Orlando tosto un suo scudiere invìa

A Carlo, acciò gli dica ch'è vicino,

E che d'un giorno al più tardar potrìa;

Ch'entrare ei vuole assai di buon mattino

In Parigi. Ricolma d'allegrìa

Carlo questa novella; ed il divino

Ajuto, quanto può, ringrazia; e vede

Che andran le cose sopra un altro piede.

25

Ma più s'accrebbe in Carlo l'allegrezza,

Quando sentì ch'è Ferraù cristiano,

E che seco ha di sterminata altezza

Due giganti, appo i quali Orlando è nano;

E che Rinaldo ripien di fortezza

È seco, e il buon Ricciardo e Astolfo umano,

Ed altri armati di spada e di lancia,

Venuti tutti per soccorrer Francia.

26

Or mentre sua vecchiezza egli conforta

Con sì buone novelle, un altro messo

Da Ponente gli viene, che gli porta

Come a Parigi egli ha lasciato appresso,

E che saranno ormai giunti alla porta,

E forse entrati in quel momento stesso,

Ulivieri, Selvaggio e il buon Dudone,

Che han mano e petto e fronte di lïone,

27

Quando in Parigi si sparse la nuova

Che i tre son entro, e gli altri non son lunge,

Della città la faccia si rinnova,

Nè tema nè dolore alcun la punge.

Carlo esce fuora, e a quanta gente trova,

Parla di loro; e alle parole aggiunge

Lagrime di dolcezza e di conforto,

E dice: Or non mi cal, se sarò morto.

28

Ma vien la notte, del gran dì foriera,

Che dar si dee l'assalto generale.

De' Turchi ognun sotto la sua bandiera

Si pone, e fan lo Scricca generale.

Climene armata a centomila impera,

Gente crudele, orribile, bestiale:

La sopravveste ha di color di brace,

E v'è scritto: Da me niun speri pace.

29

Despina anch'essa ha il diavol nella pelle,

Nè ritrova la via d'andare a letto:

Or riguarda le briglie, ora le selle;

Or si prova l'usbergo, ora l'elmetto.

Un manto d'oro fregiato di stelle

Si pone; e scritte di dietro e sul petto

V'eran queste parole: Un sol m'importa,

E il voglio ucciso, o resterovvi morta.

30

Comando ella non vuole, e sol co' suoi

Amanti brama andar dove le piace.

Ma già l'aria rosseggia, e i forti eroi

Arde di Marte la terribil face.

Chi si veste di duri e grossi cuoi

Di tigri e d'orsi, come è l'uso trace;

Chi di piastra e di maglia, e chi spogliato

Monta a cavallo siccome egli è nato.

31

L'esercito de' perfidi Lapponi,

Che son trecentomila, non s'è mosso;

Ma per le ville se ne va gironi,

E ammazza e ruba, e poi si reca addosso

Quanto può di galline e di capponi;

Indi si mette dentro a un qualche fosso,

E divora così le altrui fatiche;

E sembra un'adunata di formiche.

32

Sovra d'un colle a Parigi vicino

Cinque o sei miglia, giunge a mezza notte

Orlando, e seco ogni altro paladino;

E vede tante genti insiem ridotte

Sotto Parigi al prossimo estermìno:

Pensa e bestemmia chi l'ha lì condotte.

Vede pennacchi, e andar bandiere attorno;

Chè la luna lucea come di giorno.

33

Fan consiglio fra loro se sia bene

Entrar dentro Parigi, o starsi fuora;

E star fuora da tutti si conviene.

Orlando, Astolfo e Ricciardetto ancora

Staranno insieme e attaccheran le schiene

Alla diritta della gente Mora:

Rinaldo alla sinistra con Leone;

E così fare qualche diversione.

34

In mezzo Ferraù co' due giganti

Attaccherà con tutta sua potenza;

E gli altri paladini poi pe' canti

Inquieteranno quella rea semenza.

Per vie sicure un uom mandano avanti

A Carlo, acciò, venendo l'occorrenza,

Li ajuti, e sappia ciò che voglion fare,

Credendo ch'egli debbalo approvare.

35

Ode Carlo il messaggio, e il tutto approva,

E fa consiglio con i suoi baroni;

E vuol far cosa inaspettata e nuova.

Io penso, dice, sopra i torrïoni

E su le mura, ove in ozio si cova

La forza e il fiore de' miglior campioni,

Poca gente lasciarvi, e quella ancora

Che al mestier di pugnar venne pur ora;

36

E in tre corpi partir le nostre genti;

E quando l'oste ad assalir ci viene,

Tutti e tre per tre strade differenti

Andargli addosso, come si conviene.

Così a Orlando sarem corrispondenti;

E spero che la cosa anderà bene.

Piace il consiglio a tutti; e ad Ulivieri

Dà il primo corpo ed i miglior guerrieri;

37

Il secondo a Scipion, l'altro a Selvaggio:

Carlo resta in Parigi alle bisogna.

Già moveva il suo lucido vïaggio

La bella stella; e tinta di vergogna

L'Alba venìa, che le vien detto oltraggio,

Perchè d'amor per vecchio sposo agogna;

Quando fiero e terribile rimbomba

Là il corno Moro, e qui la Franca tromba.

38

Come il turbato mar l'onde sue spezza,

E le solleva fieramente in alto,

Biancheggiando alla riva, e con prestezza

Vengon l'una appo l'altra, e tutte a salto

Sembran destrier che rotta han la cavezza;

Così per dare a Parigi l'assalto

Veniva in vista più superbo e atroce

Il saracino esercito feroce.

39

Ma come appunto, allor che il lido tocca,

Lo strepitoso mar perde sua forza,

E torna indietro, e si chiude la bocca;

Così l'ardire in un tratto s'ammorza

In quella tanta gente Mora e sciocca,

Vedendo che a combattere la sforza

Il Cristiano già fuora delle mura;

Onde si ferma, e s'empie di paura.

40

Grida Climene, e bestemmia lo Scricca,

E fa il diavolo a quattro ancor Despina;

E di là il Fiacca, e di qua corre il Ficca

Per tener la milizia in disciplina.

Orlando intanto dietro lor s'appicca,

E con la spada tutti li rifina.

Astolfo e Ricciardetto fan lo stesso;

Ed hanno un monte già di morti appresso.

41

Rinaldo e il fier Leon menan le mani

Spesso così, che sembrano su l'aja

Battere la saggina, oppure i grani.

I due giganti n'han morti migliaja,

E nel campo hanno fatto di gran vani;

Chè quelle reti non sono una baja,

Perchè ne prenderan mille alla volta,

E poi con essi van girando in volta.

42

I Saracini assaliti davanti,

Vanno fuggendo indietro pel timore;

E quelli offesi indietro, vanno innanti:

Onde nel mezzo si fa tal romore

E stretta tal, che da sè stessi infranti,

Or l'uno or l'altro illanguidisce e muore.

Lo Scricca, che perdente omai si mira,

Con quei pochi che puote si ritira.

43

Fa Carlo anch'esso sonare a raccolta,

Ma i paladini non l'odono ancora;

E là dove l'armata ella è più folta,

Fan correre di sangue un'ampia gora.

Sol Ferraù l'amica tromba ascolta,

Ed esce tosto di battaglia fuora;

E nell'uscir s'incontra con Climene:

Ella in vederlo il suo caval trattiene;

44

Indi lo sfida a singolar tenzone

In parte dall'esercito discosta.

Ferraù che la reputa un campione,

Accetta allegramente quella posta.

Ella si muove, ed entra in un vallone:

Ferraù l'accompagna costa costa;

E quando soli sono in un bel piano,

Alle lancie ambidue danno di mano.

45

Climene Ferraù colpisce in fronte,

E Ferraù Climene in mezzo al petto.

Braccio più forte Orlando e Rodomonte

Non hanno, disse il cavalier eletto.

La donzella a quel colpo par che smonte

Dal destrier; così duro fu in effetto:

Pur si rafferma in su la sella; e intanto

Le rotte lancie lor metton da canto,

46

E dan di mano alle spade taglienti,

E sembran fabbri in su la forte incude.

Diluviano le punte ed i fendenti;

Ma nïun de' due, benchè molto sude,

Impiaga l'altro. Serra bene i denti

Il frate, e pien di voglie acerbe e crude

Mena un colpo su l'elmo alla donzella,

Che se la coglie in pieno, la sfragella.

47

Per sua fortuna la prese da parte,

E tanto ne tagliò, quanto ne prese:

Ed ecco biondeggiar le chiome sparte,

E folgorar due belle luci accese

D'ira e vergogna, da piagare un Marte.

Rimase il frate con le braccia stese,

Apre la bocca e spalanca le ciglia,

Attonito per tanta maraviglia.

48

Così talora il pellegrin, dolente

Per povertade, e rotto dal cammino,

Vinto dal mal della fame presente

Non sa che farsi, e se ne sta tapino;

Ma se a sorte col piede di repente

Urta in qualche moneta d'oro fino,

La guarda, e pel piacere si scolora;

Tale in quell'atto fêssi il frate allora.

49

Getta la spada a terra e le s'inchina;

E le chiede perdono del mal fatto;

Indi al destriero suo ei s'avvicina,

E la prega a discendere ad un tratto.

Placata allor la barbara regina

Discende, e il guarda assai cortese in atto;

E dice lui di vergogna dipinta:

Tu se' il mio vincitore, io son la vinta.

50

Ferraù gentilmente le risponde,

Che vincitor di donne non fu mai.

Ella raccoglie le sue trecce bionde

In aurea rete, e co' suoi dolci rai

Guata il guerrier, che alquanto si confonde,

E si sente nel cor del foco assai.

La donzella lo prega che si scioglia

L'elmo; chè di vederlo in viso ha voglia.

51

Ferraù l'ubbidisce; e su l'erbetta

Stracchi ambidue si mettono a sedere.

Climene di suo stato e di sua setta

Gli parla; ed ei l'ascolta con piacere.

Amore intanto nel cor lo saetta,

E lo riduce tutto in suo potere;

Onde strappa il cappuccio e la pazienza,

Nè vuol più cella, nè più penitenza:

52

E comincia sott'occhio a riguardarla,

Ed a scusar la fragile natura;

E con le mani innaspa, mentre parla.

Tenerlo addietro Climene procura,

E dice: Cavalier, ragiona e ciarla

Quanto tu vuoi; ma tieni alla cintura

Coteste mani. Ed egli le ritira,

E borbotta fra' denti, e poi sospira;

53

E quanto più la guarda, più s'imbroglia.

S'alza Climene; ed ei si raccomanda,

Che seco un altro poco seder voglia,

E ch'egli metterassi più da banda.

Proposito d'amanti è come foglia,

Dice la donna, che il vento tramanda:

S'io ti siedo vicino un'altra volta,

Tosto il cervello tuo torna a dar volta.

54

Pur voglio compiacerti, e veder quanto

È il tuo valore; e di nuovo s'assetta.

Astolfo errando sopra un colle intanto

È giunto, e vede i due sopra l'erbetta;

Onde s'accosta loro, ed in un canto

Si pone, e la leggiadra giovinetta

Riguarda spesso e il cavaliero scaltro;

Ma conoscer non può l'una nè l'altro.

55

Alfin s'accorge ch'era Ferraù,

Quell'eremita santo e benedetto,

Quel tanto innamorato di Gesù,

Che poneva le spine sopra il letto,

Nè voleva del mondo saper più;

E sente come tutto pien d'affetto

Prega la donna che gli abbia pietade,

E che gli voglia ben per caritade:

56

E le comincia a dir cento bugìe,

Com'egli è re di Murcia, e che la vuole

Prendere in moglie. Ed ella: Un altro die

Ci rivedrem; chè il capo ora mi duole;

E poi le sacrosante leggi mie,

Che tutto Egitto riverisce e cole,

Non vo' prevaricar. Tu se' Cristiano;

Ed io non credo che nell'Alcorano.

57

Se ti facessi Turco ancora tu,

Forse allor mio consorte io ti fare'.

A Climene si volge Ferraù,

E la riguarda, e dice: O santa Fè,

Soffrilo in pace: io non ne posso più.

E dice: Io mi farò, donna, per te

Tutto quello che vuoi. Ed alza il dito,

E grida: Ecco un novello convertito.

58

Astolfo allor di santo zelo avvampa,

E scappa fuora, e dice: Frate porco!

Si vede ben che sei di mala stampa.

Chè non s'apre la terra, e giù nell'orco

Non piombi, pasto dell'eterna vampa?

O ve' che anima sozza e core sporco!

E con la spada addosso se gli serra,

E principian tra loro un'aspra guerra.

59

Vista Climene attaccata la zuffa,

Si slontana da loro, e fugge via.

Vedendola fuggire, il frate sbuffa;

Ma Astolfo il batte con gran gagliardìa,

Chè i pensieri d'amor gli guasta e arruffa;

Chè se col capo nulla si disvìa,

Si sente su le spalle e su le rene

Colpi che il fanno tritolar, ma bene.

60

Ferrautte nell'armi era più destro

D'Astolfo, e più robusto e nerboruto;

Ma per allora Iddio fece maestro

Il buon Inglese contra quel cornuto,

Che di lussuria portato dall'estro,

Fece di Cristo il perfido rifiuto:

Talchè ferillo, ed a terra gittollo;

Poi gli andò sopra per tagliarli il collo.

61

Miserere di me! tutto piangente

Il frate disse; e detestò sua colpa;

E giurò che alla vita penitente

Sarìa tornato, ove virtù s'impolpa,

E il vizio smagra e ritorna a niente.

Astolfo allor s'impietosisce, e scolpa

Il suo fallir; ma dice: Fratel mio,

È un gran peccato rinnegare Iddio.

62

Poi gli cura la piaga, e glie la fascia;

Ed era piaga da guarirne presto.

Indi si parte, e soletto lo lascia,

Per girne a Carlo. Addolorato e mesto

Ferraù cade in così grande ambascia,

Che disperato si forma un capresto

Della cavezza del cavallo, e gira

Con gli occhi, per veder se un arbor mira;

63

Chè, parte per orror del suo peccato,

Parte in pensar che Astolfo l'avrà detto,

Onde da ognun sarà villaneggiato,

Gli venne quel pensiero maledetto.

E già sopra una quercia egli è montato,

E ricerca d'un ramo il più perfetto

Per legarvi la corda; ed un ne trova,

Che non si romperà certo alla prova.

64

Quivi il capestro suo lega di botto,

E sta su l'orlo di gettarsi a basso:

Quand'ecco appunto appunto all'alber sotto

Si trova Orlando nell'andare a spasso;

E sentendo per aria questo fiotto

Del frate che si dava a Satanasso,

Si volge; e visto Ferraù in quell'atto,

Disse: Romito mio, non se' già matto?

65

Io non son matto, disse Ferrautte;

Sono un malvagio tinto in cremisino;

Ed ora voglio mie nequizie tutte

Finir, morendo come un assassino.

Di mal seme son queste male frutte:

Non son nè Cristïan, nè Saracino,

Nè son soldato, nè son penitente,

Nè in questa vita son buono a nïente.

66

Orlando si strabilia, e dice: Frate,

Tu fai cosa per certo iniqua e ria;

Ed anderai tra l'anime dannate,

Se tu finisci per sì trista via.

Una sono dell'alme disperate,

Egli ripiglia, e sol la morte mia

Può raggiustarmi. E in questo dir, si pone

La corda al collo, e va giù penzolone.

67

A dirla, in quanto a me, s'era nel conte,

Per Dio ch'io lo lasciava sgambettare,

E forse forse con le mani pronte

Lo stirava pe' piedi a tutto andare;

Come ho veduto costumare a Ponte,

Quando qualcuno è dato a giustiziare:

Tanto più che nessun m'avrebbe visto,

E avrei levato dalla terra un tristo.

68

Ma egli in cambio piglia Durlindana,

E taglia il ramo e il capestro di netto,

E su le braccia con maniera umana

Riceve nel cadere il poveretto;

E spruzzatol con acqua di fontana,

(Spezzato prima il laccio maledetto

Che aveva intorno al collo) lo distende

Su l'erba; e poi in tal guisa a dirgli prende:

69

Che stravaganza, Ferraù mio caro,

È stata questa tua che t'ha sospinto

Ad atto contro te sì crudo e amaro?

Io veggo ben che tu sei stato vinto

Da disperata voglia, onde il tuo chiaro

Intelletto ne fu macchiato e tinto.

Ma perchè disperarti? e qual mancanza

Fêsti, che fuor ti ponga di speranza?

70

Se il grave peso delle colpe tue

T'ha indotto a questo, tu se' stato matto,

Ed empio insieme col nostro Gesùe;

Chè niun peccato al mondo mai fu fatto,

Che della bontà sua pesasse piùe,

E non fosse col piangerlo disfatto;

Chè chi dispera d'ottener pietade,

Troppo offende sua immensa caritade.

71

Ferrautte a quel dir si riconforta,

E dice: Conte, tu favelli bene;

Ma quando in noi santa ragione è morta,

O viva malamente si mantiene,

Si bada poco a quello che più importa;

E s'infosca un così, che là poi viene

Dov'egli non vorrebbe esser mai giunto:

E suol questo avvenir spesso in un punto.

72

Io m'era messo in un aspro deserto,

Senza pensier di veder più cittade,

Ma per i boschi e sempre a cielo aperto

Passare il rimanente dell'etade;

Ch'io ben sapeva, e ben m'era scoperto,

Come uom vacilla facilmente e cade

Nell'occasione; e da essa lontano

Forte si regge, e sta robusto e sano.

73

Ma la vostra venuta, ed il periglio

Di Carlo e della Fede mi sommosse,

E per mio mal mi fe' mutar consiglio.

Quanto era ben, che stato ancor là fosse!

Che non m'avrebbe un amoroso ciglio

Piagato. E qui fece ei le guance rosse;

Qui sospirò; qui diede in un gran pianto;

E senza nulla dir si stette alquanto;

74

Poscia riprese: Per mortal bellezza

Io giunsi a tal, che rinnegai fin Cristo.

O questa, disse il conte, ella è di pezza,

E v'è di matto e di briccone un misto:

Ma accrescere io non vo' la tua tristezza.

Facesti almeno della donna acquisto?

Perdei Dio, perdei lei, perdei me stesso;

E senza te perdeva l'alma appresso.

75

E' non è stato in vero un mal da biacca,

Rispose il conte, questo tuo peccato,

Nè un mangiar pollo in cambio di saracca,

In tempo che mangiarlo c'è vietato;

Colpa pur essa, e che da Dio ci stacca:

Ma l'avere il battesmo rinnegato,

Fratello, è cosa, a dirla in due parole,

La più infame che avvenga sotto il sole.

76

Infino ad impazzare per amore,

L'ho fatto anch'io, e lo fan tanti e tanti,

E tutti quei che lui tengon nel core:

Ma rinnegar per esso e Cristo e Santi,

È altro, Ferraù, che pizzicore.

Pur se con preghi, con sospiri e pianti

Chiedi perdono a Dio, l'avrai per certo;

Chè il tesor delle grazie ha sempre aperto.

77

Qui fece Ferraù degli atti buoni:

Riprese l'armi, e sopra esse si mise

La pazienza e il cappuccio; ed i perdoni

Vuol prender di Loreto e quei d'Assise,

E far molte altre sante devozioni.

Il conte intanto di tacer promise

L'opra sua fella; e quando a tempo sia,

Farà che Astolfo anch'ei tacito stia.

78

Così a Parigi sen vanno d'accordo;

E Ferraù per via sempre singhiozza.

Sta lieto, disse Orlando: io ti ricordo

Che la pietà di Dio non fu mai mozza,

Anzi è infinita. Io merto che sia sordo

Al mio pregar, tal feci opera sozza,

Ripiglia il frate d'umiltà ripieno,

E sempre tiene gli occhi in sul terreno.

79

Giunti in Parigi, del palazzo fuora

Gl'incontra Carlo, e fa loro accoglienza.

V'era anche Astolfo, e dice a Carlo allora:

Ecco il soldato della penitenza,

E che sì bene la vigna lavora.

Orlando dice: O via, è impertinenza;

S'egli ha fallito, n'ha chiesto perdono.

E noi che siamo? e gli altri uomin che sono?

80

Carlo s'infinse di non saper nulla;

E vanno in corte, e poco dopo a cena;

Che prima ch'esca il nuovo dì di culla,

Vuol far consiglio in adunanza piena.

Climene intanto, la bella fanciulla,

Crede a sè stessa e a sua fortuna appena,

D'esser fuggita in un tratto di mano

Di così forte ed orrido Cristiano;

81

E ride con i suoi, e narra loro

Come in un lampo il suo nimico accese

Di sua bellezza, e co' suoi crini d'oro

Legollo sì, che prigionier sel rese.

Se i più forti di me dunque innamoro,

E se i men forti al suol mia destra stese

(Sorridendo dicea), chi può negarmi

(Ed arrossì) ch'io non sia Dea dell'armi?

82

Ricciardetto fra tanto andava in volta

Per ritrovar l'amabile Despina,

Che la crede un guerriero; e tra la folta

Gente trapassa; e ciaschedun l'inchina,

Sì perchè la battaglia era disciolta,

Sì perchè ben con la spada sciorina:

Ma quanto più ne cerca, ne sa meno;

S'arrabbia, e par che mastichi del fieno.

83

Alfin s'abbatte in uno che gli narra,

Come il guerrier, di cui egli richiede,

Di strali armato, d'asta e scimitarra,

È donna, ed è di tutta Cafria erede,

E che ha le perle ed i rubini a carra,

E si può dir felice chi la vede.

E qui comincia a dirgli una per una

Le beltà che il suo bello in sè raduna.

84

Mescolate di porpora e di giglio,

Dice, son le sue guance, come rosa;

Sottile il labbro, e molto è più vermiglio

Delle guance; la bocca ha grazïosa;

Purissima negrezza orna il suo ciglio;

Il naso è dritto, che ben siede e posa

Gentilissimo anch'esso, e pur sottile,

Acciò non sia da' labbri dissimìle.

85

Gli occhi ha grandi, vivaci e risplendenti

Di pura luce; e ciò ch'è in lor di nero

Non puote esser più nero: i carbon spenti

Sono un lontano paragon non vero;

Dove biancheggian poi, nevi cadenti

Non dicon quanto io chiudo nel pensiero;

Nè me lo spiega il latte, nè la brina,

Nè la spuma più candida marina.

86

E riceve il bel nero dal bel bianco

Vicendevol conforto e leggiadrìa.

Crespa la chioma le scende sul fianco,

E di giacinti tutta par che sia;

La pettinâr le Grazie e Vener anco;

Tanto spartita ell'è con simmetrìa.

Bianca ha la gola, dilicata e tonda,

E bel monil di gemme la circonda:

87

E son le gemme in modo congegnate,

Che dicono così: Despina bella.

È grande di statura; e ricamate

Son d'oro le sue vesti onde s'abbella;

E vi son rose di rubin formate,

Gigli di perle; ed ha in petto una stella

Di topazi orïentali, che arreca

Tanto splendor, che gli occhi quasi accieca.

88

Se poi si muove, ha passo corto e breve,

E sembra palma ovvero alto cipresso,

Quando da un venticel moto riceve:

Ma chi lei move non è già lo stesso.

Lei move delle Grazie un'aura lieve,

Che le van sempre innamorate appresso.

Ha bello il seno poi, il qual sospinge,

Quanto egli può, la fascia che lo cinge.

89

Ma se la spada impugna, e con cimiero

Copre il bel viso, e veste piastra e maglia,

Tu vedresti qual sembra alto guerriero,

Ed atto quanto ad orrida battaglia.

Così dice a Ricciardo il cavaliero:

Ei finge che tal cosa non gli caglia,

E da lui parte; e in quel punto e in quell'ora

Della nemica sua ei s'innamora;

90

Ed alla regia tenda a dirittura

Va di Despina, e chiede d'inchinarla.

Una sua damigella ivi a ventura

Incontra, e del suo amor con essa parla,

E la regala: ed ella allor gli giura

Che vuol, per quanto puote, a lui piegarla;

Ma teme di far poco, e forse nulla,

Perchè troppo odia i Franchi la fanciulla.

91

Perchè dal dì che l'empio Ricciardetto

Il fratello le uccise a tradimento,

Ha cotanta ira, ha cotant'odio in petto

Contro voi altri, che vorrebbe spento

Il vostro nome: ma del giovinetto

Vuole ella di sua mano aver contento

Di recider la testa; e a tal riguardo

Tanto ha popol con sè forte e gagliardo.

92

Se questo egli è, Ricciardetto rispose.

Vanne a Despina, e fàtti dar la mancia;

Chè condurre io le vo' per vie nascose

Il paladino senza spada o lancia.

L'ali a' piè la donzella allor si pose;

Vanne a madonna, e dice: Un uom di Francia

Vuol ragionarti; e se a grado ti sia,

Ti darà Ricciardetto anco in balìa.

93

L'armatura e il cimier già s'era tolto,

Nè busto aveva; e il bel candido lino

Al seno le tenea stretto ed accolto

Un zendado trapunto d'oro fino,

Che s'era intorno gentilmente avvolto.

Ha nudo un braccio e l'omero vicino;

Ma ricoperto egli è da' suoi capelli,

Che sembran rai di Sol, tanto son belli.

94

Breve ha la gonna di color cilestre,

D'oro il coturno, e il piè vago e gentile.

Così Diana in un campo silvestre

Si dipinge, la Dea ch'Amore ha a vile.

Di gigli e rose e d'aurate ginestre

Fregiato un velo avea sottil sottile:

Quello si pone intorno al collo bianco,

Poi dice che a lei passi il giovin Franco.

95

Ricciardetto era un garzoncel ben fatto,

E che sempre alle donne piacque molto.

Non era bianco assai, nè bruno affatto;

Ma d'un color che gli fea bello il volto;

Colore ad un guerriero assai ben atto.

L'occhio bruno egli aveva, e in esso accolto

Era tutto quel brio di cui son pieni

Gli astri d'inverno ai cieli più sereni.

96

Grande era di statura, ma non tanto

Ch'egli uscisse da' limiti del giusto:

Era forte, era allegro e magro alquanto,

Ma ben piantato, ed agile e robusto.

Se l'udivi parlare, era un incanto;

Che nell'arte del dire avea buon gusto.

Era affabile ancora, era cortese,

Com'esser suole ciaschedun Franzese.

97

Giunto avanti a Despina il giovinetto,

Vuol salutarla, e perde la parola;

E il cor gli batte forte forte in petto,

Nè gli escon che sospiri per la gola:

Pur prende lena, e in suono languidetto

Dicea: Donna in bellezza al mondo sola,

Ho sentito di voi ragionar molto;

Ma più mi dice adesso il vostro volto.

98

E intendo or come le parole elle hanno

Forza minor degli occhi e del pensiero;

E per molto che dicano, non sanno

E non possono mai giungere al vero.

Tante ricchezze in voi raccolte stanno,

Che ben si vede che in voi sola impero

Han le Grazie ed Amore e il sommo Giove;

Onde nova beltà sempre in voi piove.

99

Ma pur queste bellezze, onde splendete,

L'innamorata mente alquanto intende:

Ma chi potrà discernere le mete

Della luce che sì chiara vi rende?

Luce onde l'alma vostra ornata avete,

E che di fuor sì ben traluce e splende,

Come facella che traspar per velo,

E come il Sol per nubiloso cielo.

100

Veggio nel lume de' begli occhi vostri

Folgoreggiare il vostro bello interno,

O bella donna, onor de' tempi nostri,

E alle future età dolore eterno;

Degna che tutti i più pregiati inchiostri

Parlin di voi, se il giusto ben discerno.

Spero che forse non avrete in ira,

Se il mio core per voi piange e sospira.

101

Io so che in odio avete il nome Franco,

E che morto bramate Ricciardetto;

Ma viemmi ognor bella speranza al fianco,

Nè vuol ch'io spenga il principiato affetto.

Io vi darò senz'armi e prigion anco

Lo sfortunato incauto giovinetto;

Chè pur ch'io ottenga il vostro dolce amore,

Non mi cal s'io divento un traditore.

102

Despina, mentre seco egli favella,

Lo guarda fisso in viso, e divien rossa;

E in quel suo rosseggiar divien più bella;

Poi gli risponde: Cavalier di possa,

Non sdegno chi mi loda e chi m'appella

Vaga e gentil; chè affronto, nè percossa

È questa per chi il ciel fe' nascer donna,

Ancorchè lasci per pugnar la gonna;

103

Ma di Ricciardo al pari, Amore ho a sdegno.

Solo ti posso dir per tuo contento,

Che niuno appresso a me mai giunse al segno

Che tu giungesti; chè per te mi sento

Cor men feroce e men crudele ingegno:

E se altro duce a me, che il tradimento,

Ti guidava, saresti oltre più giunto;

Ma mi spiacesti, e t'abborrìi in quel punto.

104

Ti torno a dir che Ricciardetto avrai,

Rispose il Franco; nè, come ti credi,

Sarò chiamato traditor giammai.

E qui piangendo se le getta a' piedi,

E dice: Avanti a te quel perfido hai,

Quel Ricciardo di cui la testa chiedi;

Quel Ricciardo a' cui danni ti se' mossa,

Tutta menando l'africana possa.

105

E se tu vuoi che per tua mano io cada,

Qual morte sarà mai più fortunata?

Indi denuda la sua propria spada

Per darla a lei, che in viso assai turbata,

A quel che le dice or, nulla più bada;

Ma dolce dentro, e di fuor aspra il guata,

E dice: Traditore empio e villano,

Tu se' quel che uccidesti il mio germano?

106

Fuggi dagli occhi miei; fuggi, crudele;

Sarà mia cura il ritrovarti in campo.

Nè così presta in mar, sciolte le vele,

Nave si fugge, o disparisce il lampo,

Come ella tutta lagrime e querele

Parte da Ricciardetto, che niun scampo

Vedendo all'amor suo, tristo e pensoso

Torna a Parigi, e di morir voglioso:

107

E dice tra sè stesso per la via:

Che fia di me, se m'odia la mia vita?

Se la mia speme è la nimica mia?

Amore, a te mi volgo; a te di aita

Bisognoso ricorro in così ria

Tempesta, che tu sol puoi far finita.

E mentre così prega, una colomba

Ecco che sopra lui s'aggira e romba.

108

Onde felice augurio egli ne prende,

E tempra in parte il giusto suo dolore;

Entra in Parigi, ed in palazzo ascende,

E si rassegna a Carlo imperatore;

Poi vanne al quartier suo, nè foco accende;

Chè non vuol cena. Pien di tristo umore

Vassene a letto; ma non dorme mica;

Chè gli sembra giacere in su l'ortica.

109

Despina anch'essa non ritrova pace;

Chè l'è piaciuto Ricciardetto molto;

Ma pur come nemico le dispiace:

Or prigion lo vorrebbe, ora disciolto;

Ora piagato a morte, ora vivace;

Ora i begli occhi e il grazïoso volto

Del giovinetto in lei lo sdegno ammorza;

Or lo raccende, e l'ardor suo rinforza;

110

E sembra madre in mezzo a due figliuoli,

Ambo feriti, ambo vicini a morte;

Che appena avviene ch'un di lor consoli,

Che piange l'altro, e vuol che lo conforte:

Ond'ella, acciò non restino mai soli,

Stringe l'un, guarda l'altro, e la lor sorte

Deplora, e in un la sua; e in questa guisa,

Perchè ama entrambi, stassi in due divisa.

111

E che dirà, dicea, raccolta insieme

Africa, e il padre e l'ombra del germano,

Quando vedrà che Amor mi calca e preme

Col suo piede, non sol per uno strano

Nato d'Europa nelle parti estreme:

Ma, quel che monta più, per un Cristiano,

Per l'uccisor di mio fratel, per cui

Condussi armata in Francia Africa e lui?

112

Che dirà il fior de' giovan saracini,

Verso l'ardor de' quai fui sempre un gelo,

Quando saprà com'io mi pieghi e chini

All'amor d'un per cui gli uomini e il cielo

Pregai contrarj e i suoi e i miei destini?

Ah! pria ch'io stenda un così nero velo

Su le bell'opre e sul candor degli avi,

Subita morte le mie luci aggravi.

113

Ma che potrò far io? e quale schermo

Trovare in tanta mia miseria estrema?

S'io lo sfido a battaglia, il core infermo

Già prima di sfidarlo in sen mi trema;

S'io non lo sfido, e tengo saldo e fermo

Fuggirlo, il campo per leggera e scema

Terrammi, e forse timida e da nulla,

E che son veramente una fanciulla.

114

O sommo Amore, onnipotente Dio,

Or di te il tutto credo; ora conosco

Che niun può contrastare al tuo disìo.

Tu i pesci in mare, e tu le fere in bosco,

Tu per l'aria gli augelli, e quanto uscìo

Dal caos fuora inordinato e fosco,

Tu Giove in cielo accendi, e gli altri suoi

Numi; e giù nell'inferno ancor tu puoi.

115

Cedo alla forza tua, cedo al valore;

Ed Africa ragioni a suo talento.

Ma sarà vero, ed avrò tanto core

D'amare un che il germano, aimè! m'ha spento?

Un germano, non vinto per valore,

Ma per insidie e infame tradimento?

Ah che dentro dell'anima mi sgrida

L'ombra sua, e m'appella iniqua e infida.

116

Sorella infida, e barbara Despina,

Dell'omicida mio perduta amante!

Sarai tu dunque, ahi! più ch'onda marina,

Più che foglia volubile e incostante?

Tu dunque stringerai sposa e reina

Una destra del mio sangue grondante?

E sarà la tua gioia e il tuo conforto

Un ch'odia i nostri Dei, un che m'ha morto?

117

Ove sono i sospiri e i lunghi omei

Che alla trista novella di mia morte

Spargesti? e dove i voti a' sommi Dei

Di vendicarmi vigorosa e forte?

Troppo di me scordata tu ti sei,

Ma più di te; nè in ciò colpa ha la sorte:

Tutto il peccato è tuo. Amor non puote

Sopra alma grande che da sè lo scuote.

118

Così lo spettro del germano estinto

Seco ragiona: e l'afflitta donzella

Or ha di morte il viso suo dipinto,

Or di Ricciardo la sembianza bella

La riconsola, e il superato e vinto

Suo spirto allegra, come suol facella,

Quando di quell'umore che le manca,

Altri le porge, e sua virtù rinfranca.

119

Passò tutta la notte in tristi e vari

Pensieri, e finalmente in un si ferma,

Qual è, soletta di passare i mari,

E girne in parte solitaria ed erma,

Finchè il nemico a disamare impari,

E sana torni di piagata e inferma;

E chiama Adrasto, il vecchio suo scudiero,

E gli apre questo suo strano pensiero.

120

Resta il vecchio a quel dir stupido affatto,

Nè le sa dare, nè le può risposta.

Pur dopo essere stato un lungo tratto

Muto, le dice: Che folle proposta

È quella che mi fai? Fuggir sì ratto

Dal padre, ancor non sai quel che ci costa?

A te costerà infamia, a me la morte;

Benchè per tua cagion ciò non m'importe.

121

E quando veramente ferma sia

Di volerti partir, deh! lascia almeno

Che vengan con noi due in compagnìa

Lo Sparviere e il Falcone, in cui non meno

Alberga fè che ardire e gagliardìa.

Africa ed Asia in tutto il lor terreno

Non han giganti simili a costoro.

Disse Despina: Or vanne dunque a loro.

122

Adrasto cerca e trova i due giganti,

E dice loro, come vuol Despina

Averli seco; chè certi arroganti

Cristiani porre a morte ella destina;

Ma che del partir loro a niuno avanti

Parlin; chè l'opra ha esser repentina.

E seco alla regina li conduce,

Quando appunto del dì venìa la luce.

123

S'arma da capo a piede la donzella,

E nel vestirsi lagrima e sospira;

Poi bacia e abbraccia la sua damigella,

Ed ora i suoi, or Parigi rimira;

E, oh me beata, s'era manco bella!

Dice tra sè. La fante si martira,

Chè non sa quello che la sua signora

Ha dentro il cor, che tanto l'addolora.

124

E perchè teme di sinistro evento,

Quanto ella può la supplica e scongiura

Che lasci per quel giorno ogni cimento.

Despina allora: Non aver paura,

Le dice in fioco e tremolante accento;

Poi le soggiunse: Alla tua fede e cura

Commetto che nascosta ora tu vada

A Ricciardetto, e gli dia questa spada;

125

E gli dica: Despina a te mi manda

Con questo dono, crudel dono e fiero,

Come a nemico; e insiem si raccomanda

Alla memoria tua, al tuo pensiero.

Questo era il ferro onde sperai ghirlanda

Porre d'alloro sopra il mio cimiero,

Per la vendetta del germano estinto;

Ma in altra parte il core Amor m'ha spinto.

126

La damigella parte frettolosa

Verso Parigi, e Despina si move

Co' suoi compagni. Tacita e pensosa

Esce dal campo, e va, ma non sa dove.

Sul mezzogiorno in una valle ombrosa

Tutta di piante verdeggianti e nuove

Giunge, e s'asside colma di tormento

Sopra un ruscel che avea l'acque d'argento.

127

Ma della cetra or s'è rotta una corda,

Perchè sonata io l'ho più del dovere.

Or mentre la rïarmo, e che s'accorda,

Parlate tutti e datevi piacere;

Tanto più che allegrezza non concorda

Col nuovo canto pieno di spiacere;

Ma non per questo vi sarà men grato,

Se averò Febo, come io soglio, a lato.