CANTO SESTO

ARGOMENTO

Pinoro ucciso, tutta la brigata

S'imbarca, e un'osteria si mangia intera.

La ria strega, come asini, legata

Manda a Valenza degli eroi la schiera.

I due giganti con una pisciata

Smorzano un foco grande che acceso era;

Castigano la strega, e il fier Cristierno

I paladini mandano all'inferno.

1

L'ambizïone e voglia di regnare

Accieca sì le menti de' mortali,

Che ogni opra più crudel gl'istiga a fare.

L'ambizïone ha seco tutti i mali;

E tristo quei che non le sa tarpare

Su' primi voli suoi le penne e l'ali;

Chè quando ha preso punto di vigore,

Addio amicizia, addio pietade e onore.

2

Le madri stesse hanno scannati i figli,

Uccisi i padri, i fratelli, i mariti,

Per dominar lontane da' perigli.

Taccio gli amici scacciati e traditi;

Taccio le trame e i perfidi consigli,

E i tanti inganni all'innocenza orditi

Sol per desìo d'impero: empio desìo,

Che l'uom fa bestia ingrata al mondo e a Dio.

3

Ho per me tanto questo vizio a noja,

Che non domando nulla, e nulla cerco;

E il poco quanto il molto mi dà gioja.

Coltivo l'amicizia, e non ci merco,

E non adulo, e non do mai la soja

A' signori, nè fiuto il loro sterco,

Perchè mi faccian divenir gran cosa,

Onde mi vesta di color di rosa.

4

Un uom dabbene, amico di onestade,

Soffre più volentieri un stato basso,

Ancorchè oppresso sia da povertade,

Che fare il gran signore e lo smargiasso

A forza d'ignominie e di viltade,

Come fan tanti che han parenti in chiasso:

Razza di boja, di sbirri e di spie,

Che possan esser pasto delle arpìe;

5

Che col fare il buffone ed il mezzano,

Son giunti a tale, che chi vuol salire

A qualche onore, ei s'affatica invano,

Se con questa canaglia non vuol ire,

E non implora lor possente mano,

Che possan tutti ad un tratto basire,

Padri del vituperio, e peste vera

D'ogni bell'arte nobile e sincera.

6

Or questi idoli dunque e questi numi,

Che poco fa di fango eran coperti,

E le lor vigne eran fontane e fiumi,

E i lor pranzi, di starne or ricoperti,

Eran per Pasqua cicerchie e legumi;

Questi ora dunque co' capi scoperti

Sarà forza che adori un uom ben nato,

A star con Febo e con le Muse usato?

7

Ma qui lo zelo mi trasporta fuora

Del mio cammino, e mi leva di mente

La storia, e quel che vi promisi or ora

Di dirvi chi si fosse la dolente

Donna che fuor della sdruscita prora

Psiche condusse frettolosamente:

Ben mi rammento, e a tempo suo dirollo;

Ma altrove or deggio andare a rompicollo.

8

In Africa convien che presto presto

Io torni a rivedere il nostro Orlando,

E Filomena e Ferraù modesto

Co' suoi giganti, e Astolfo memorando,

Con Rinaldo e Ricciardo ardito e lesto;

E dir che, mentre stavano ascoltando

Filomena, passò davanti a loro

Un uom legato e colmo di martoro.

9

A duemila soldati in mezzo egli era

Sopra un giumento, e stava a capo chino.

A' due giganti Ferrautte impera,

Che faccian con le reti il giuocolino;

Ed il Fracassa tira la primiera,

La seconda il Tempesta a lui vicino;

E in due retate prendon tutti quanti

(O ve' che pesca!) e cavalieri e fanti;

10

E li portano tutti a Filomena.

Guizzano nella rete i prigionieri;

Ed or mostrano il viso, ora la schiena,

Come i pesci, allorchè scalzi e leggieri

I pescator li traggon su l'arena.

Ad alta voce domandan quartieri:

Ottengon facilmente ciò che vogliono;

E presto presto il prigioniero sciogliono:

11

E vedono siccome era Tangile.

Filomena vien men per l'allegrezza:

Ma si solleva al giovine la bile,

E la riguarda pieno di fierezza;

E poi le dice con acerbo stile:

Donna che amore e fede non apprezza,

Ancorchè bella, ancorchè vaga sia,

È una furia d'inferno iniqua e ria.

12

Ritorna al tuo Pinoro, e statti seco;

Nè testimonio della tua nequizia

Voler ch'io sia: ma prima morto o cieco

Sarò, che spettator di tua letizia.

E qui con volto minaccioso e bieco

Si tace. Orlando amante di giustizia:

Sbagli, disse, o Tangile; la tua donna

È di vera onestà salda colonna.

13

E qui raccontò lui cosa per cosa:

Talchè pianse Tangil per lo contento;

Ed abbracciata la sua cara sposa,

Baciolla in fronte cento volte e cento.

Con gente intanto armata e numerosa

Vien Pinoro ripien di mal talento.

S'arma Tangile; ed uno de' giganti

Si pon qual torre a Filomena avanti.

14

Astolfo adopra la sua lancia d'oro,

Orlando Durlindana, e con Fusberta

Rinaldo si fa largo infra di loro;

E il gigante l'esercito diserta;

Chè cento almeno prende di coloro

Con la sua rete non affatto aperta,

E poi li gira con le forti braccia,

E gli abbacchia sul suolo e gli scofaccia.

15

Così si legge che del mare in proda

Si pon la volpe libica a sedere,

Ed immerge nell'acqua la sua coda;

Onde i gamberi su vi vanno a schiere,

Che non temono alcuna insidia o froda:

Quando ecco esce dal mare, e a più potere

Batte la coda in questo sasso e in quello,

E de' gamberi fa crudel macello.

16

Ricciardetto fa cose da stupire;

Ferraù, che non ha spada nè lancia,

Tira de' sassi, e si spassa a colpire

Or quello in testa, or questo nella pancia:

Filomena, ripiena di gioire,

Gli dice: Frate, ti vo' dar la mancia;

Ti voglio dare un orïuolo d'oro,

Se nella fronte tu côgli Pinoro.

17

In questo dire Orlando un colpo mena

Sovra Pinoro così bestialmente,

Che la testa gli parte, e collo e schiena,

E lo divide in due veracemente;

Poi passa sul cavallo, e non si affrena

L'impeto orrendo di sua man possente:

Parte il cavallo, e ficca nel terreno

La spada dieci palmi, o poco meno.

18

Visto colpo sì strano, i Saracini

Fuggiron come cervi o caprïoli

Che s'odono latrare i can vicini:

Talchè restati i paladini soli,

Orlando disse: Pria che s'avvicini

(Non so s'io dica fratelli o figliuoli)

La notte, andiamo a ritrovare il mare,

E vediamo se alcun naviglio appare;

19

Ch'io sto sopra le spine, infin che giunto

Non sono in Francia, e Carlo mio difendo.

Rinaldo anch'ei d'onore e gloria punto:

Andiamvi pure; io d'ira già mi accendo,

Soggiunge; e al suo parer non va disgiunto

Quel di Ricciardo e d'Astolfo tremendo;

Tremendo per la sua lancia fatata,

Che sola trïonfar può d'un'armata.

20

Tangile anch'esso e la sua Filomena

Di ritornare in Persia hanno desire.

Cavalcan dunque in su la molle arena;

E quando il sole s'accosta al morire,

Veggion l'onda del mar cheta e serena,

E da lungi cominciano a scoprire

Una nave che porta una bandiera

All'uso Perso, mezza bianca e nera.

21

Tangile, più degli altri desïoso,

Sprona il cavallo, e giunge prestamente

Sul margine del mare strepitoso;

E vede omai del legno ancor la gente:

Onde co' cenni e co' moti voglioso

Mostra come vorrebbe immantinente

Che la lor nave s'accostasse a lui,

Pria che s'annotti, e l'aëre s'abbui.

22

Onde i nocchieri volgono la prora

In verso il lido, e v'arrivano presto;

E giungono alla riva alla stessa ora

I paladini e il fraticel modesto,

Che ragiona di Dio con la signora.

A terra smonta vigoroso e lesto

Un forte vecchio; ed è disceso appena,

Che, Ecco mio padre, grida Filomena.

23

E tosto corre, e gli si getta a' piedi.

Tangile fa lo stesso: e qui tra loro

È gioja tal, che nelle elisie sedi

Egual non sente il più felice coro

Dell'alme illustri e del piacere eredi;

Nè forse Giove, allor che in tazza d'oro

Il nèttar beve, e Ganimede il mesce,

Che tanto a Giuno sua spiace e rincresce.

24

Terminati alla fin gli abbracci e i baci,

Narrò Tangile a' nobili guerrieri

Chi fosse il vecchio, e i marinari audaci

Che sapevan del mar tutti i sentieri.

Disse Orlando: Signor, se ti compiaci,

Dacci imbarco; chè abbiamo di mestieri

D'andare in Spagna. E rispose Tangile:

Io condurrovvi ancor di là da Tile.

25

Ciò detto, senza por più tempo in mezzo,

S'imbarcan tutti, e sciolgono le vele.

Vêr Mezzodì vanno correndo un pezzo,

E con piacer; ch'è il mar cheto e fedele.

Poi vêr Ponente si muovon da sezzo,

E in poco tempo già son sopra de le

Isole di Majorca e di Minorca,

Dove corser pericol per un'orca;

26

La qual gittò dall'orride narici

Tal fiume d'acqua dentro della nave,

Che stiè per affondarla e farla in brici.

S'affatica ciascun perchè si cave

L'onda che fa le merci natatrici,

E si raggira per le parti cave

Del legno; e con la lancia Astolfo intanto

S'è quell'orcaccia levata da canto.

27

Dopo questo timor, che non fu poco,

Giunsero il dì seguente a Denia in faccia.

Orlando disse: Eccoci giunti al loco

Dove sbarcar vorremmo, se vi piaccia.

Disse Tangil: Voi vi prendete gioco

Di noi; e lo si accolse tra le braccia.

E mentre al porto la nave si appressa,

Tutta di duolo è Filomena oppressa;

28

E sospira, e si affanna, e si lamenta,

Chè lasciar dee sì nobil compagnìa.

La Franca baronìa pur si sgomenta,

Ch'era invaghita di sua leggiadrìa,

E starne senza molto la scontenta.

Ma disse Orlando: Bisogna andar via;

E saltò primo su la rena asciutta,

E fe' lo stesso poi la gente tutta.

29

La nave in alto mare si ritira;

E Filomena piangendo saluta

I cavalieri, e fissa li rimira;

E quella par che in rupe si trasmuta,

Quando uccisi i suoi figli a' piè si mira.

Ciascun de' paladin la risaluta;

Ma il vento gonfia sì tutte le vele,

Che convien che la nave al fin si cele.

30

A dirittura vanno all'osterìa

I paladin, che crepano di fame;

Entrano a mensa, e in due boccon va via

Quanto c'è sopra d'uova e di carname.

L'oste che vede tanta ghiottornìa,

E che si mangian l'uova col tegame,

Disse: Il Signor mantengavi la vista;

Chè d'appetito avete assai provvista.

31

L'ostessa in questo mentre ch'è in cucina,

E serve a desco i due forti giganti,

Grida, che sembra a punto una gallina

Che ha fatto l'uovo, e invoca uomini e Santi;

E grida: Fuora, razza malandrina,

Se non, ci mangerete tutti quanti.

Di questo la ragion era, che in due

S'eran mangiati una vitella e un bue,

32

Ch'avevan compro al vicino macello,

E portati se gli eran di nascosto

Come pollastri sotto del mantello,

E poi girati gli avevano arrosto,

E dispolpati in men d'un quarticello.

Poi volevano il lesso ad ogni costo,

Con quattro polpettine e due bragiuole,

Come ad un pranzo familiar si vuole.

33

Poi s'eran messi intorno ad una botte,

Ed a due mani come un barilozzo

L'alzavano, e le davan certe botte,

Che s'ella fosse stata ancora un pozzo,

Vôtato l'averìano in quella notte.

Trenta barili ormai per il lor gozzo

Eran passati, e fresca era lor mente,

Come avesser bevuto ad un torrente.

34

Le ventresche, i salami ed i presciutti,

E quanto l'oste aveva, essi mangiaro.

Di questo fatto si stupiron tutti.

Ma i paladini in gran pensiero entraro;

Chè i borsellini lor son troppo asciutti,

Nè san come trovar tanto danaro

Da pagar l'oste, e non far villanìa

A sè con non pagarlo, e fuggir via.

35

Fanno dunque consiglio; e si conclude

Che vada Ferraù limosinando,

E che le spalle e le braccia si nude,

E si sferzi così di quando in quando.

Il capo nel cappuccio egli si chiude,

Si dispoglia, e per Denia va gridando:

Peccatori fratelli, sovvenite

Due anime di fresco convertite.

36

E Ricciardetto col suo bussolotto

Gli andava appresso, e pigliava i quattrini.

Astolfo a questo non potea star sotto,

Veggendo due sì forti paladini

Ridotti, per cagione dello scotto,

A birbantare tra que' cittadini;

E rivoltosi al conte ed a Rinaldo,

Disse: A questa ignominia io non sto saldo.

37

E tu trova i quattrini in altra guisa,

Riprese il conte. Il far male è vergogna,

E no il mutare figura e divisa,

Massime qui, dove nïun si sogna

Che noi quei siam che il mondo imparadisa.

Quest'è un picciol castel di Catalogna,

Dove non son guerrieri d'alto affare,

Che in modo alcun ci possan ravvisare.

38

In questo mentre torna il penitente,

E cento pezze egli ha fatte di accatto;

Chè gli Spagnuoli sono buona gente,

E come n'hanno, li danno ad un tratto.

Con un bagnol di vin caldo e possente

Le schiene, che parevan di scarlatto,

Bagnan del frate, e lo mandano a letto,

E fan mille carezze a Ricciardetto.

39

Pagano l'oste, e vansi a riposare.

E parton di buon'ora la mattina;

Chè voglion la spelonca ritrovare,

Ov'è del frate l'armatura fina.

Prendono a Mezzodì la via del mare;

Chè nell'oscura macchia saguntina

Oltre Valenza quella grotta è posta.

U' la detta armatura sta riposta.

40

Avean prese le lor cavalcature,

E toccavan con esse forte assai;

Ma nel calar da' monti l'ombre oscure,

Si trovaro una notte in mille guai;

Talchè temerò l'alme lor sicure

Di non uscir da quel periglio mai.

Si persero in un bosco orrendo e strano,

Che da capanne e ville era lontano.

41

Così senza mangiare e senza bere

Passâr la notte ed il giorno seguente.

Il terzo giorno furon di parere

D'ammazzare un cavallo il men valente,

E del suo sangue colmare un bicchiere,

E spegnere così la sete ardente:

Ma sentiron muggir da lungi i tori;

Onde, preso vigore, usciron fuori.

42

Uscîr dal bosco in una gran pianura,

Ma quasi morti, i paladin di Francia:

Avevan pel digiun la faccia oscura,

E così vôta e sì smilza la pancia,

E brutti sì, che facevan paura.

La fame, disse Astolfo, ella è una lancia

Ch'è più sicura di quella ch'io porto,

Da cui senza ferita omai son morto.

43

Ed ecco cade ognuno da cavallo.

Orlando è il primo; Rinaldo il secondo;

Ricciardo il terzo; il quarto, se non fallo,

Astolfo il cavalier vago e giocondo;

Ferraù il quinto, segaligno e giallo,

Chè digiun tale mai non fece al mondo:

I due giganti cadono ancor essi,

E sembran nel cader pini o cipressi.

44

Or mentre stanno i poveri Cristiani

Stesi sull'erba col bellìco all'aria,

Ecco una Fata che per quei gran piani

Coglie insalata odorosetta e varia;

E visti que' corpacci afflitti e vani,

Prima sopr'essi guardando si svaria;

Poi dice lor: Che fate qui per terra?

Risposero: La fame ci fa guerra;

45

E presso siamo all'ultima partita;

Perch'ella è il nostro boja che ci scanna.

La Fata allora, d'essi impietosita,

Certo liquor ch'aveva entro una canna,

Dà loro a bere; e ritornano in vita,

E gridan tutti per piacere: Osanna.

Indi montati in sella, se li mena

A casa sua, e dà loro da cena.

46

Ma perchè intese ch'eran battezzati,

E in lor vedeva tanta gagliardìa

Da fare i Saracini sconsolati,

Si mise a fare certa sua magìa,

Che agli uomini robusti e ben piantati

Tutte quante le forze porta via;

E per fare le cose da maestra,

Pose quella magìa nella minestra.

47

Ai giganti però ch'erano stracchi,

Come venuti giorno e notte a piede,

Non diè l'incanto; chè a guisa di bracchi

Presero nella stalla e letto e sede:

E già dormivan come monne e Bacchi;

Chè lor del vino e molta carne diede

La serva della Fata, che a' giganti

Vuol bene, e stassi lor sempre davanti.

48

La zuppa a pena in su la mensa venne,

Ch'ancor ch'ella bollisse forte forte,

Di darvi dentro niun di lor si tenne;

E se bene facean le bocche storte,

Pur dal mangiarla alcun non si ritenne.

La maga intanto di funi e ritorte

Reca un gran fascio, e di sua mano poi

Li lega tutti come fosser buoi.

49

Orlando volle darle uno sgrugnone,

Quando la Fata a legarlo si mise;

Ma come suole il nobile falcone,

A cui l'ugne feroci abbia recise

Il cacciator, restare un babbïone,

Così rimase Orlando: ed ella rise.

Gli altri fan pure quanto ponno e sanno;

Ma da spezzare un fil forza non hanno.

50

L'alba appariva in Orïente appena.

Quando a Valenza, luogo non lontano,

Legati tutti quanti a una catena

Guidolli, in odio del nome cristiano,

La Fata al re, chiamato la Balena

(Tanto era grosso, smisurato e strano).

Questi era figlio di quel Saracino

Che Spagna sottomise al suo domìno.

51

Chi ha visto mai per ville e per castella

Portare i lupi, presi alla tagliuola;

O pur la volpe così trista e fella,

Che ognun lor dice qualche aspra parola;

Nè si trova pastore o villanelle,

La qual con tutta la sua famigliuola

Non gli strappi del pelo e non l'angari

Quanto che puote con strapazzi vari:

52

Così chi tira lor torsi di cavolo,

Chi pere cotte, chi mille sporcizie.

Pensa, Lettore, se si danno al diavolo;

Ma pur con facce tutti da novizie

Chi Piero invoca, chi chiama san Pavolo,

Acciò lor salvi da tante sevizie:

E in questa guisa e con tanto strapazzo

Del re Balena giungono al palazzo.

53

Stava per avventura alla finestra,

Ch'era a terreno, un figliuolo del re,

Il quale diè di mano a una balestra,

E colse Orlando, il qual disse: Cos'è?

Rinaldo con un viso di ginestra

Gridò: N'è venuta una ancora a me.

Ricciardo: Oimè il mio viso! Oimè il mio mento!

Diceva Astolfo pieno di spavento.

54

Saliti poi le scale, e giunti avanti

Al brutto ed orgoglioso Saracino,

Olà, disse, s'impicchin tutti quanti;

Che non han fede nel nostro Apollino:

E in un baleno venner due furfanti

Con de' capestri. Orlando a capo chino

Disse: Signore, e qual sorta di bene

Da questa impiccatura a voi ne viene?

55

Ben potete voi far quel che vi piace;

Ma non ne avrete vantaggio nè onore.

Siam bassa gente che tra il volgo giace,

E stiamo ognun di noi per servitore.

Impiccate chi turba vostra pace,

Ed ha ricchezze, credito e valore;

Non gente vile, ed a servir sol atta,

E che d'umano sangue non s'imbratta.

56

E chi siete? allor disse il re Balena.

Rispose Orlando: Io fo da spenditore.

Rinaldo: Io il cuoco, e faccio ben da cena.

Ferraù disse: Il poco mio valore

Mi fa grattare a' cavalli la schiena.

E tu? a Ricciardo: Io son barbitonsore.

Disse il Turco: Che dici, scioccherello?

Dico ch'io fo la barba a questo e a quello.

57

Astolfo non sapeva che si dire;

Chè non apprese mai verun mestiero:

Pur disse francamente: Eccelso sire,

Ho fatto a casa mia sempre l'ostiero,

E con poco faceva ognun gioire:

Teneva vino bianco e vino nero,

E dava certi piccioncini arrosto,

Che a mangiarli correvan di discosto.

58

E subito ordinò che sciolti fussero,

E si dèsse a ciascuno il proprio uffizio.

Alla dispensa il buon conte condussero;

In cucina Rinaldo al suo esercizio;

E Ferraù nella stalla introdussero.

Si fe' tra gli osti l'Inglese novizio:

E in fin diero a Ricciardo de' rasoi,

Sapon, stuzzica orecchi e sciugatoi.

59

O gran miseria delle umane cose!

O crudeltà di barbara fortuna!

Ecco l'onor dell'armi, e le famose

Destre ch'ove il Sol muore, ove ha la cuna,

Sempre fûro e saranno glorïose:

Destre che invan non fêro impresa alcuna,

Ridotte adesso a far delle polpette,

A menar striglie, ad arricciar basette.

60

Or mentre stanno in tanto vilipendio

I campioni infelici e rovinati,

Ne' petti de' giganti un vero incendio

S'accese d'ira, subito svegliati;

E il tradimento videro in compendio;

Chè l'aste e l'armi e gli arnesi fatati

Miraron della casa in un cantone;

E pianser d'ira e di compassïone.

61

Prendon la fante poi per i capelli,

E la minaccian di farla morire;

E voglion loro mostri ove son quelli

Che la padrona sua seppe tradire,

Almi guerrieri e di valore ostelli,

E d'onestade e di senno e d'ardire.

La donna si contorce come biscia

Per la paura, e tutta si scompiscia.

62

Poi con voce tremante lor domanda

Che la rimettan sopra il pavimento,

E dirà loro l'opera nefanda:

Che tratta in alto con suo gran tormento

Stava in man del gigante, che la manda

In qua e là, come impiccato il vento;

E teme ch'alla fin non l'arrandelli

Per la finestra, e affatto la sfragelli.

63

La ripone il gigante sul terreno,

E dopo alquanto la donzella dice:

La mia padrona sa fare un veleno

Con certe erbucce e con certa radice,

Che chi 'l gusta, il valore in lui vien meno;

Talchè a picciol fanciullo ancora lice

Guerrier che sia delle battaglie il mastro

Seco condur legato con un nastro.

64

E per tal modo fûro i cavalieri

Da costei presi e condotti in Valenza.

Ma lasciate, per Dio, questi quartieri;

Che s'ella torna, con la sua potenza

Cangeravvi in somari od in destrieri;

Che in quella stanza ha certa quint'essenza

Di cranj di fanciulli e di donzelle,

Con cui di giorno fa veder le stelle.

65

E quei piccioni là, quelle galline,

E quelle vacche e quei superbi tori,

Che voi vedete errar per le colline,

Son tutte dame e nobili signori,

Che han fatto, sua mercè, sì tristo fine:

Però fuggite via, fuggite fuori

Di queste mura barbare e spietate,

Ove non è nè fè ne caritate.

66

In questo dire, ecco che aprir si sente

La porta, e già la strega è per le scale,

Che batte per furor dente con dente:

Il Fracassa terribile l'assale

Con quella lancia d'oro onnipotente,

Contro di cui incantagion non vale;

Ed ella cade al suolo tramortita,

E gli domanda per pietà la vita.

67

Disse il Fracassa: Io te la do, se in loro

Sembianze torni quei ch'eran qui attorno.

Disse la strega: Assai lungo lavoro

Vuolci per l'ammirabile ritorno.

Aprite quella stanza, ove io lavoro

L'opere mie; e quivi un alicorno

Vederete di bronzo; e quanto ei dura,

Ha da durar la trista lor figura.

68

Gettan la porta a terra i due giganti;

E l'alicorno hanno toccato appena

Con l'asta disfattrice degli incanti,

Che batte sopra il suolo con la schiena,

E tutti i membri suoi restano infranti:

E il Fracassa tai colpi su vi mena,

Che l'ha ridotto in polvere da scrivere.

Piange la strega, e teme del suo vivere.

69

Ciò fatto, ecco le dame e i cavalieri

Che vengon senza penne e senza corna;

Ma ne' sembianti loro umani e veri.

E ciascun, quanto può, di laudi adorna

I due giganti, e dicono improperi

Alla strega; ed ognuno la contorna,

E vorrebbe levarle il cor dal petto:

Ma da' giganti lor viene interdetto.

70

E le dice un di loro: Or via, c'insegna

Il rimedio al veleno ingannatore.

Ella un armadio con mano gli segna,

E dice: Colà dentro è quell'umore

Che le perdute forze riconsegna

A chi le perse, e con virtù maggiore.

Il Fracassa lo prende, ed escon fuora

Di quella stanza, e della casa ancora;

71

Poi danno foco a quell'empio abituro;

E mentre al cielo va la fiamma ardente,

Disse il Tempesta: Sare' io spergiuro,

Io, che a costei non risposi nïente,

Quando la vita ti chiese in sicuro,

S'io l'ardessi? Rispose unitamente

Ciascuno: No per certo; ed il Tempesta

Buttovvela; e si fe' da tutti festa.

72

Indi verso Valenza se ne vanno,

E per la via conoscono i giganti,

Che in compagnìa de' paladini stanno

Quei che disciolti avevan poco avanti.

V'eran fra gli altri, di quei che si sanno,

Un figlio di Ruggieri e due Agolanti;

V'eran d'Orlando e d'Astolfo i cugini,

E v'erano molti altri paladini.

73

Al figlio di Ruggier, detto Guidone,

Dan l'anguistara, e gli dimostran come

Si ha da portare in quella funzïone:

Lo vestono alla turca, e l'auree chiome

Gli recidono senza discrezione;

E dicon che si muti ancor di nome;

Chè non voglion venire essi in Valenza,

Per non far peggio con la lor presenza.

74

Entra in Valenza il figlio di Ruggiero,

E va cercando tutte le osterìe;

Ritrova alfine il desïato ostiero,

Astolfo, il padre delle leggiadrìe;

Ma sporco, guitto, e con un grembial nero;

Il qual cantando diceva follìe.

Il giovin lo saluta, e poi gli espone

Come desìa di far colazïone.

75

Una tavola tosto gli apparecchia

Con uova e caci e frittata rognosa,

E del pan bianco, e vino con la secchia.

Or dopo che mangiato egli ha ogni cosa,

Chiama l'ostiero, e gli dice all'orecchia,

Com'egli è di Ruggier prole famosa,

E ch'è mandato a lui da' due giganti

Per tornargli il vigor che aveva innanti.

76

L'abbraccia Astolfo, e vanno in una stanza,

E beve un sorso di quell'anguistara,

E sente invigorirsi alla sua usanza;

Poi dice: Andiamo al ponte della giara,

Dove Orlando venire ha costumanza,

Per comprar roba al re squisita e rara.

Non perdon dunque tempo, e vanno al ponte,

E presto presto si abbatton nel conte.

77

Astolfo narra a lui cosa per cosa,

E beve un buon bicchier di quel liquore;

E sua persona si fa vigorosa,

Che pargli ancor d'aver forza maggiore,

Che pria non ebbe; e quindi alla fumosa

Cucina vanno dell'empio signore,

E lì ritrovan il cuoco Rinaldo

Tutto affannato, e che morìa di caldo.

78

Mandan per Ferrautte e Ricciardetto;

Ed arrivati ancor essi in cucina,

Ricevon con moltissimo diletto

La tanto desïata medicina;

E pieni di valor l'anima e il petto,

Fanno da brusco, e batton la marina;

Ed armati di spiedo e di forcone

Van del Balena alla real magione.

79

Le guardie voller lor far resistenza,

Ma le infilzaron come perniciotti.

E giunti del Balena alla presenza,

Rinaldo il piglia tosto a scappellotti.

Disse il Balena: Ve' che impertinenza!

E comanda che in carcer sien condotti.

Rinaldo aperse la finestra, e poi

Disse al Balena: Or or ti aggiustiam noi.

80

Tu ci vuoi porre come uccelli in gabbia,

E noi pensiamo di farti volare.

Pieno il Balena di spavento e rabbia

Non sa più che si dir, nè che si fare;

E batte i piedi, e si morde le labbia.

Orlando grida: Non vuolsi indugiare.

Rinaldo a quel parlar piglia il Balena,

E il getta in piazza, che di gente è piena.

81

Vengono i figli, e del lor padre infranto

Cercan vendetta; e quel della balestra

Appena riconobbe il frate santo,

Che andogli appresso, e con maniera destra

Avviluppollo dentro il regio ammanto,

E poi lo gettò giù dalla finestra;

E con esso fêr pur simili voli

Gli altri del re Balena empj figliuoli.

82

Veduta i cittadini sì gran cosa,

Circondano il palazzo di fascini;

Chè contra gente tanto vigorosa

Non voglion far da bravi spadaccini;

E gli dan foco. Bella e luminosa

S'alza la fiamma: afflitti i paladini

Non sanno come uscir da quell'impiccio;

E già fuma il palazzo, e sa d'arsiccio.

83

Quando ecco comparire i due giganti,

Che col solo pisciar sopra quel foco

Di smorzarlo in gran parte fûr bastanti:

E pur la sera avean bevuto poco.

Rinaldo e il conte allora e tutti quanti

Ripreser lena, e vennero a quel loco,

E in braccio de' giganti si gettaro;

E così tutti quanti si salvaro.

84

Alcun forse dirà che iperbol sia

Smorzar gl'incendj in sì fatta maniera:

E ben dirà; che anch'io l'ho per follìa:

Ma l'ho trovata scritta; e tal qual era,

L'ha voluta cantar la Musa mia.

E forse forse la fu cosa vera;

Perchè certo io non posso saper mica

Quanto tien d'un gigante la vescica.

85

Poi col foco ancor vivo ad una ad una

Arser le case ed arsero Valenza;

E fatta sera, al lume della luna

Fan per Parigi la lor dipartenza.

Qui i parenti e gli amici e lor fortuna

Odono, e fansi cortese accoglienza:

Ma lasciamogli andare a buon vïaggio,

E in Danimarca rifacciam passaggio.

86

Io vi dicea (se ancor ve ne sovviene;

Chè in ver mi sono dilungato molto)

Come in atto di dire le sue pene

Stava una donna; e con pietoso volto

Psiche l'udìa, che tal pietà sostiene

In udirla, che in pianto ha il cor disciolto.

Avete a saper dunque che questa era

Del morto re di Dania la mogliera;

87

Figlia d'un re di Svezia, e così bella,

Che in quei paesi non ebbe simìle;

Ed era d'onestà lucida stella:

E girate pur voi da Battro a Tile,

Che donna non vedrete uguale a quella.

Ora costei con bel modo e gentile

Incominciò la storia sua dolente

In queste voci, languida e piangente:

88

Morì il marito mio, ch'or farà l'anno,

E gravida restai di questo figlio.

Un mio cognato di farsi tiranno

Si mise in core, e effettuò il consiglio;

E tale ordimmi scellerato inganno,

Che mi condusse poscia a quel periglio

Che voi sapete, e donde tratta io fui;

Chè l'innocenza ha i protettori sui.

89

Andar solea sovente ad un giardino,

Solo ristoro al mio crudel martìre:

Quando un ladro, cred'io, o un malandrino

Veggon le guardie da' muri fuggire,

Vestito come veste un contadino,

E forse tale ancora si può dire.

Lo mettono in prigione, e il mio cognato

Vâllo a trovar, da niuno accompagnato;

90

E poi l'induce, per fuggir la morte,

A dir siccome egli era un gran signore

Di Svezia, ed allevato in quella corte;

E che per forza del soverchio amore

Che di me il prese, e lo premeva forte,

Di venirmi a trovar gli cadde in core;

E venne, e seppe tanto dire e fare,

Che mi fece di lui innamorare.

91

Ciò fatto, radunar fa nella sala

La più famosa nobiltà del regno,

E giudici e notai ed altra mala

Gente, e con essa il contadino indegno,

Che mercè chiede, e l'infame propala

Esecrando terribile disegno;

E dice, come il figlio che mi è nato,

Non del re, ma di lui è generato.

92

Stupisce ognuno a ragionar sì fatto;

Poi lo stupore si trasmuta in ira;

E ciascun lo vuol morto ad ogni patto.

Il mio cognato s'affanna e sospira,

E il contadino fa sparire a un tratto:

Poi i giudici e notai fiso rimira,

E dice lor che parlino conforme

Dettan del regno le sacrate norme.

93

Quelli fanno gli afflitti ed i dolenti,

Stringon le spalle e chiudono la bocca,

E le parole mastican tra' denti.

Il mio cognato allor gli sprona e tocca

A dire: ond'essi in fiochi e rotti accenti

Dicon, come mortal saetta scocca

La legge contra le mogli e i mariti

Che sfogan con altrui loro appetiti;

94

E che la forca e il fuoco è pe' villani;

Per le matrone la tagliente spada;

Ma che non denno d'uomini le mani

Far che la testa alla regina cada;

Meglio è esporla del mare a' flutti insani

Con la prole. Ed allora una masnada

Mi prende, e mi conduce alla marina;

E il popol, che mi vede, si tapina.

95

Là giunta, io chieggo lor per qual cagione

Debba esser posta crudelmente in mare.

Un de' custodi disse: La ragione

Chiedila a lui, che questo ci fa fare;

Al tuo cognato, io dico, che ti appone

Delitto, come credo, d'alto affare.

Intanto un legge la sentenza, e dice

Come io sono una sozza meretrice.

96

Caddi per lo dolore in su l'arena,

E mi svenni; e in quel mentre fui condotta

Sopra la nave, in cui gran sassi e rena

Avean portato, ed era mezza rotta;

E dal lido scostata io m'era appena,

Che voi veniste, cavalieri, allotta,

E mi toglieste a morte, e deste vita;

Ma vostra grazia non è qui finita.

97

Venite meco a far la mia vendetta:

Uccidete il cognato traditore,

Che m'ha fatto sì sporca cavalletta;

Rendete il regno al suo vero signore.

Disse Ulivieri: Chi la fa, l'aspetta:

Andiamo pure; chè non ho timore.

Psiche pur vuole andarvi; chè ha contento

Di veder la regina fuor di stento.

98

Nella capanna dormon quella notte;

Poi la mattina prima dell'aurora

Con quelle genti del cammino dotte

Van per un bosco che tutto s'infiora;

Ed a fiorir le vie son pur ridotte,

Che preme il piè di Psiche, la signora

E consorte di lui, che il tutto muove

In cielo, in terra, nell'inferno e altrove.

99

Veggono a Mezzodì la gran cittade

Che sta sul mare, e Coppenaghe è detta.

Psiche di nubi trasparenti e rade

Sè copre e la regina sua diletta,

Che, non veduta, vuol che veda e bade,

Ed oda ciò che il popolo cinguetta.

Giunto Ulivieri alla gran porta appresso,

Suona il suo corno; e Guidon fa lo stesso:

100

E fan sapere al perfido Cristierno

(Chè così si chiamava quel tiranno)

Come egli ingiustamente ha quel governo,

Perchè n'ha fatto acquisto con inganno;

E che l'aspetta il diavol dell'inferno,

Al quale essi tra poco il manderanno;

E dicon come intendon di far noto

Che la regina non ruppe il suo voto.

101

Cristierno a questo dir s'arma di botto,

E bestemmia ed infuria come un matto,

E dice: Ci mancava questo fiotto:

Ma ben voglio levare il ruzzo a un tratto

A queste figurine del Callotto,

E monta sopra un cavallo ben fatto;

Esce fuor della porta, e soffia e sbuffa;

Sfida Ulivieri, e tira giù la buffa,

102

E dice: Io scendo in campo a mantenere

Come la mia cognata ha partorito

Non del germano mio, ma d'un straniere.

Ed io ti mostrerò come hai mentito,

Tutto sdegnato ripiglia Uliviere.

Ciò detto, sprona il suo cavallo ardito

Verso Cristierno; e si danno tal botta,

Che l'una e l'altra lancia resta rotta.

103

Metton mano alle spade, e si dan colpi

Che a chi stagli a veder metton paura.

Dice Ulivier: Razza di lupi e volpi,

Obbrobrio e vitupèro di natura,

Ancor se' vivo? ancor non ti discolpi

Dell'onor tolto a donna così pura?

Che aspetti, traditor? chè non confessi

I tuoi maligni ed esecrandi eccessi?

104

Cristierno non risponde, e dà di taglio

Con la sua spada ad Ulivieri in testa,

E gli recide, come un capo d'aglio,

Del lucido cimier tutta la cresta;

E giunse con quel colpo a repentaglio

Di terminare in quel punto la festa.

A due mani Ulivier la spada prende,

E lui fere nel capo, e glie lo fende:

105

Onde egli cade, e mugghia come un bove,

Quando gli dà il beccajo infra le corna;

E così muorsi: e l'alma sua va dove

Eterno foco la copre e contorna.

Ad Ulivier, siccome al sommo Giove,

Tutti fan festa; e di splendore adorna

Compare all'improvviso e repentina

Avanti a lor con Psiche la regina.

106

Or si pensi ciascuno l'allegrezza

Che si fa in corte per un tal successo.

Vanno a palazzo, e piangon di dolcezza

Le genti tutte che si stanno appresso

Alla regina, che assai le accarezza,

E si rivolge a rimirarle spesso.

Gettan Cristierno fra certi dirupi,

Perchè sia pasto d'avoltoi e lupi.

107

Psiche dopo due giorni partir volle,

Non senza pianto d'una e l'altra banda;

E col bel viso di lagrime molle

Bacia l'amica, e se le raccomanda;

Poi s'asside sul cigno, ed ei s'estolle,

E spiega il vol per dove ella comanda.

Il giorno appresso i paladini ancora

Si parton dalla nobile signora,

108

Che ha fatto loro apparecchiare in porto

Una nave con tanti marinari,

Che posson ire dall'Occaso all'Orto

Senza timore di venti contrari.

Prega Ulivier che pel cammin più corto

Condotto venga di Francia ne' mari;

E lor promette il capitano esperto

Che in otto giorni vi saranno al certo.

109

Io già m'accorgo, ancor che niun favelli,

Come avete disìo che qualche cosa

Di Carlo io vi racconti, e ancor di quelli

Che a lui fan guerra acerba e sanguinosa.

Ma sapete perchè son vaghi e belli

I prati? perchè varia è l'odorosa

Famiglia che gli adorna; e i color mille

Il piacer son delle nostre pupille.

110

Come il pittor, ch'a mosaico si dice,

Deve esser il poeta, a mio parere;

E quegli è riputato il più felice

Che meglio accoppia pietre bianche e nere,

E rosse e gialle; e poi di tutte elice

Una fera, una donna, un cavaliere:

Così deve il poeta, se sa fare,

Di varie cose il suo poema ornare.

111

Però la Musa mia, come vedete,

Non sa star ferma, e fa voli bestiali:

Ma non l'abbiate a male, e non temete

Che non rivolga ancora a Carlo l'ali.

Nel canto, c'ha a venir, la sentirete

Sempre intorno a Parigi; e tante e tali

Battaglie narreravvi, e sì crudeli,

Che vi farà forse arricciare i peli.

112

Ma non vi spaventate; anzi v'esorto

A figurarvi il mal sempre peggiore.

Così soglio far io: ond'è che porto

Con molta pace ogni grave dolore;

Chè in questo viver nostro così corto,

Dove rare del ben scintillan l'ore,

E vi s'affollan quelle del martìre,

E' bisogna ingegnarsi a men patire.

113

Io mi figuro sempre carestìa,

E peste e guerre e ladri per la casa,

Che quel poco che i' ho mi portin via;

E mal maligno, o altro mal che invasa:

Ond'è che grave non mi par che sia,

Se scarsa la raccolta m'è rimasa,

Se muore qualcheduno, od è ammazzato,

E se poco peculio m'è restato.

114

Però pensate di Carlo la peggio,

E che distrutti i paladini sieno.

Ma riposiamci; che quasi vaneggio

Pel canto così lungo. E mentre il fieno

Al caval Pesagéo cerco e proveggio,

Perchè batta col piè l'arso terreno,

E mi secondi a cantar altre cose,

Vado lunge da voi, donne amorose.