CANTO QUINTO
ARGOMENTO
La sconsolata e bella Filomena
Narra i suoi casi, e del suo bel Tangile.
Carlo è tradito dal furfante Mena,
Ch'empie Parigi della gente ostile.
Selvaggio e gli altri in corpo alla balena
Trovan convento, chiesa e campanile;
Usciti incontran Psiche, ed un naviglio
Che dentro ha una sol donna ed un sol figlio.
1
Non si può ritrovar, al mio parere,
Cosa nel mondo che più bella sia,
E che ci apporti più dolce piacere,
E sia cagion di pace e di allegrìa,
Quanto è l'udire e il dir parole vere,
Senza sospetto d'inganno e bugìa;
E la data parola e stabilita
Mantenere, anche a prezzo della vita.
2
Come al contrario la pace rovina,
E del vivere ogni ordine confonde
La lingua che col core non confina,
Ed una cosa mostra, una ne asconde.
La veritade ell'è cosa divina,
E in noi dal primo vero si diffonde:
La menzogna del diavolo è figliuola,
E con esso va sempre ovunque vola.
3
Felici queste selve e questi boschi,
U' peste sì crudel non giunse ancora:
Qui non si vedon lagrimosi e foschi
Occhi, che il vostro mal piangan di fuora,
E il piangan solo, perchè tu il conoschi;
E poi dentro del cor festa e baldora
Faccin de' mali tuoi, conforme fanno
Quelli che in mezzo alle gran corti stanno.
4
Qui non sono nè sbirri nè notai,
Nè carceri nè funi nè berline,
Nè Fiorentini che co' negri sai
Menino i malfattori a tristo fine.
Ma la fè ch'è di lor più forte assai,
Fa sì che niun dal giusto mai decline;
E la data fra noi parola basta
Più che di protocolli una catasta.
5
Ma più d'ogni altro poi prezzar si suole
La fè che tra di lor dansi gli amanti;
Che pria vedrassi senza luce il sole,
Che pastorelle o pastori incostanti.
Niuno di tradimento qui si duole:
Dal dì, dall'ora, da que' primi istanti
Che d'amarsi l'un l'altra afferma e giura,
Quel solo amor sino alla morte dura.
6
Nè, a quel ch'io veggo, così bella usanza
Solamente è nelle arcade contrade:
La fedeltade ancora in Persia ha stanza,
Come udirete, quando che vi aggrade,
Se di narrarlo avrò tanta possanza.
Le dolorose flebili rugiade
Asciugate s'avea la giovin bella,
Quando che prese a dire in tal favella:
7
In Bahia io nacqui, città ricca e vaga,
Che del Mar Nero in su la riva siede;
Gente di mercantar cupida e vaga
Là dirizza le vele, oppure il piede.
La casa mia era contenta e paga
De' beni che fortuna ci concede;
Perchè di Persia, toltine ben rari,
Niuno avea più di noi terre e danari.
8
Me sola il genitore ebbe, e sol io
De' giovani persiani era la brama;
E la bellezza ancor del volto mio,
Che del vero maggior dicea la Fama,
Accresceva in ciascun voglia e desìo
D'avermi in moglie; e ciaschedun me chiama
Sua vita e suo conforto: e mille e mille,
Nol sapendo, d'amor spargo faville.
9
Ma non comprende giovinetta acerba
Sì facilmente i segnali d'amore:
Onde detta sprezzante era e superba,
E che di vivo sasso aveva il core.
Ma come angue talor tra i fiori e l'erba
Si cela, e morde poi chi coglie il fiore,
Così Cupido si nascose un giorno
Negli occhi d'un garzon vago ed adorno.
10
E mentre seco parlo, a poco a poco
Nascer mi sento un non so che nel seno,
Ch'ora mi pare ed or non mi par foco.
La solita allegrezza in me vien meno,
Nè mi diletta più festa nè gioco;
E di desìo mi sento il cor ripieno
Di riveder quel giovine, e con esso
Ragionar sempre, e sempre averlo appresso.
11
Se quando andava per diporto in mare,
Non lui vedeva con la sua barchetta,
Il cor nel petto mi sentìa scoppiare,
E ritornava al lido in fretta in fretta
Di pensieri ricolma e voglie amare.
Se in questo mentre poi la benedetta
Fortuna lo portava al mio cospetto,
Tutto il dolor volgevasi in diletto.
12
Del signor di Darete un figlio egli era,
Ricca provincia della Persia, e grande:
Una pupilla avea sì vaga e nera,
Che più regine fecero dimande
D'averlo in sposo, e aggiunsero preghiera.
Fra l'altre la regina di Derbande,
Che alla Servania impera, ardeva in guisa
Per lui, che alfin d'amor rimase uccisa.
13
Tangile era il suo nome; e d'egual fiamma
Ardeva anch'esso, e non diceami nulla.
Ma come in legno verde a dramma a dramma
Entra il foco, ed in fin l'umore annulla,
Onde improvviso e subito s'infiamma;
Così, sendo ei garzone, ed io fanciulla,
Stentammo a prender foco; o, per me' dire,
Non lo potemmo che tardi scoprire.
14
Un dì (non m'uscirà mai del pensiero
Giorno sì dolce, dilettoso e grato)
In un bel bosco per grand'ombra nero
Io mi sedeva nel calor più ingrato,
Quando viene l'amato cavaliero,
E senza nulla dir mi siede a lato.
Ci guardammo; e, tacendo, mille cose
Si dissero fra lor l'alme amorose.
15
Tutto tremante poi la man mi prese,
E sospirando disse: Io te sola amo.
Di vivo foco il volto mio si accese,
Poi soggiunsi ancor io: Te solo io bramo;
Ma non sperar che mai ti sia cortese,
E Giove a' detti miei presente io chiamo,
Se non mi giuri d'essermi consorte:
Altrimenti son pronta a darmi morte.
16
Tangile allora invocò tutti i Numi
Del cielo, dell'inferno e della terra,
E quei de' mari e quelli ancor de' fiumi;
Perchè dice sposarmi; e vuol, s'egli erra,
Che co' fulmini il cielo lo consumi,
E Nettuno e Pluton gli movan guerra.
Ei mentre così parla, dalla gioja
Io vengo meno, ed egli par che muoja.
17
Il dì seguente il padre mio ritrova,
E senza altro indugiar mi chiede in moglie.
Ciò molto in suo segreto il padre approva;
Ma son sospette giovinette voglie,
E chi lor crede, ingannato si trova.
Però ne' suoi pensieri si raccoglie,
E dopo assai pensar gli dice: O figlio,
Per risponderti io vo' tempo e consiglio.
18
Tu sei signor di ricco e bel paese,
E merti moglie a tua grandezza eguale.
Da regie vene anche il mio sangue scese;
Ma senza Stati signorìa che vale?
Onde non posso convenenti spese
Far per l'allegro giorno maritale;
Nè le fortune mie giungono a segno
Di darti quella dote onde sei degno.
19
Soggiunse allor Tangile: Io voglio solo
La mia soave e dolce Filomena:
(Chè tal m'appello; e or l'assomiglio al duolo,
Allora no, ma s'è cangiato scena.)
Ella val più che l'uno e l'altro polo
Aver soggetto, e l'africana arena,
Non che il Mar Caspio; e senza lei mi pare
Che fora nulla aver la terra e il mare.
20
Ma il padre tuo, riprese il genitore,
Che dirà egli, e 'l popol di Darete?
Scusa i figli appo il padre un forte amore,
Disse Tangile; e forse voi 'l sapete.
Opra non fo che arrechi disonore
Nè a me nè a lui; e l'anime discrete
Mi daran lode, e chiameran beato,
Che m'abbia Amor tanta beltà donato.
21
Silvano allor (chè tale egli si noma
Il padre mio) disse: Figliuolo, io voglio
Che tu riguardi pria questa mia chioma
Che già biancheggia, e pensi al gran cordoglio
Che urterà questa mia cadente soma
Quel più presto, se mai per te mi toglio
La dolce figlia. Ed ei: Tu sempre appresso
A lei sarai, e le sarai lo stesso.
22
Tu non comprendi ciò ch'io ti vo' dire.
Riprese il vecchio padre: non si puote
Far questa cosa, se non col fuggire;
Fuggi con Filomena in parti ignote:
Io mostreronne dolore e martìre,
E bagnerò di lagrime le gote;
Poi là verronne dove voi sarete,
Arrecator di nuove o triste o liete.
23
Piacque a Tangil la subita proposta;
E la notte seguente una peotta
Arma di gente sua forte e disposta
A girne ove da lui sarà condotta:
Poscia soletto a casa mia s'accosta;
Mi chiama, io scendo, e per obliqua e rotta
Strada mi guida al mare, e c'imbarchiamo;
Sciogliam le vele, e il lido abbandoniamo.
24
Verso Biserta volgemmo la prora;
E già tre notti, e già tre giorni interi
Eramo scorsi, quando su l'aurora
Ecco due fuste di ladroni neri
Che ci son sopra; ed all'usanza mora
Ruotan le sciable, e dan colpi sì fieri,
Che ognun de' nostri egli è piagato o morto,
E ancor Tangile è nel suo sangue assorto.
25
Qual io restassi allor, senza che il dica,
Voi vel pensate: presi in man la spada
Del mio Tangile per morir pudica:
E già mi apriva in mezzo al cor la strada,
Quando un Moro mi afferra, ed a fatica
Mi tiene, che sul ferro infin non cada.
Poi lieti dan per la vittoria un grido,
E smontan tutti sul vicino lido.
26
I morti affatto li gettaro in mare,
E preser qualche cura de' feriti,
Per veder se li possono sanare,
E vendergli agli Ardioti ed a' Negriti.
Poi la preda si mettono a guardare;
Ma di me sono tutti incaloriti:
E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,
Vengon tra loro ad acerbe parole.
27
Dalle parole poi vengono a' fatti,
E si danno le sciable per la testa:
Sicchè si sono omai quasi disfatti.
Un drappello di pochi ancor ne resta;
Ma questi pur si batton come matti.
Che più? con sommo mio piacere e festa
Veggo i nemici miei condotti a morte,
E il ciel ringrazio di sì bella sorte.
28
Poi chiamo il mio Tangile ad alta voce,
E lo cerco, piangendo, in mezzo al sangue;
E temo di trovarlo, e al par mi nuoce
Il non trovarlo. Talor freddo esangue
Un cadavere smovo; indi feroce
Il guardo; chè fortezza in me non langue:
In questo mentre sospirar lo sento,
E chiamarmi con roco e basso accento.
29
Corro a quel suono, e lui veggo cosperso
Di sangue, parte suo, parte d'altrui;
Che il suo languido ciglio in me converso,
Mi disse: O cara, che sarà di nui?
Speriam, gli dissi; in ogni caso avverso
Manda Giove benigno i doni sui;
Quindi gli astergo le ferite e lego,
Ed a sperar sorte migliore il prego.
30
Su la nostra peotta io molte cose
Torno a ripor, che stavano sul lido;
E di balsami e d'erbe prodigiose
Prendo un involto, in cui molto mi fido;
E bagno le ferite sanguinose
Dell'adorato mio marito fido;
E ne riceve in breve tal conforto,
Che s'alza, e muove il passo inverso il porto.
31
Entriamo in barca; ed egli: O Filomena,
Sciogli, mi disse, pur tutte le vele.
Lasciamo al ciel di noi la cura piena;
Egli ci faccia il mar mite o crudele;
Egli il premio ci dia, o pur la pena,
Se merta pena il nostro amor fedele,
Io fo come egli dice; e in alto mare
Ci vediam tosto da' venti portare.
32
Pinoro, re d'Algeri, uomo già fatto,
Di nove lustri in circa, era a ventura
Venuto in mare, da vaghezza tratto
Di predar pesci e alleggerir sua cura.
Una sorella sua di gentil atto
Era con esso, e di bella figura.
Da questi fummo noi veduti appena,
Che vennero a incontrarci a vela piena.
33
Or qui comincia il mio sommo dolore,
E che per morte solo averà fine.
Pinoro nel vedermi arde d'amore,
Ed arde per Tangile anche Lucrine
La sua sorella: ci fan festa e onore;
S'apprestano chirurgi e medicine
Pel mio Tangile; e la real donzella
Vuole alla cura sua assister ella.
34
Pinoro assegna una stanza vicina
A quella ove egli dorme, al mio marito;
Dove può, quando vuole, entrar Lucrina,
Che fammi a seco star gentile invito.
In fine riposati, la mattina
Pinoro, da' più nobili assistito,
Va da Tangile, e là mi fa chiamare;
Che i nostri casi ha gusto d'ascoltare.
35
Tangile francamente espose loro,
Come era figlio del re di Darete;
E come Amor con la saetta d'oro
Ferì noi due, e prese alla sua rete.
A questo dire impallidì Pinoro,
E si offuscaron le sue luci liete;
Lucrina ancora scolorissi, e poi
All'improvviso fuggì via da noi.
36
Le navi mie nel mar di Salamina
Arser, guari non è, li tuoi navigli,
Disse Pinoro; e con furor cammina.
Tangil mi guarda, e dice: Quai consigli
Prendiam, mia vita? Ed io: Amor si affina,
Siccome ogni virtù, ne' gran perigli;
Chè alla perfine è facile ogni uscita
A chi uscir vuole dall'odiosa vita.
37
Sol temo (e non ti dolga, se ti taccio
Di poco amore e di sospetta fede),
Temo Lucrina che non sciolga il laccio
Che mi ti stringe, e non la facci erede
Dell'amor mio, ed io ti sia d'impaccio.
La lunga età fa più ch'uomo non crede;
Non piglia il primo assalto una cittade,
Nè a un colpo sol di scure il pino cade.
38
Ma in fine ora con foco, or con penuria
Fa tanto l'inimico, che si arrende;
E tanti colpi mena e con tal furia
Il villano, che il pin cade e si rende.
Tempo verrà che non parratti ingiuria
Di fare all'amor mio; e meno orrende
Ti saran l'ombre de' traditi Numi,
Perdute nel fulgor di que' bei lumi.
39
Ma pria che ciò il destin veder mi faccia,
Vo' che la terra ovvero il mar m'ingoi.
Qui taccio, e il pianto agli occhi miei s'affaccia.
Queta, grida Tangile, i sdegni tuoi;
E me' che può m'accarezza ed abbraccia,
E dice: A che temer, cara, tu vuoi
Di quel che certo non sarà giammai?
E s'io parlo di cor, sola tu il sai.
40
Mentre stiam noi così fedeli amanti,
E fra noi ci giuriam perpetuo amore,
Ecco due fieri ed orridi giganti,
Che prendono, un Tangile con furore,
L'altro me prende, che mi sfaccio in pianti;
E in un carcer profondo e pien d'orrore
Messo è Tangile, e in una rocca forte
Posta son io; e serrano le porte.
41
Quel che avvenisse poi al mio marito,
Nol so di certo, ma me lo figuro;
Chè un stesso inganno fu ad entrambi ordito:
Udite quale. Al chiaro ed all'oscuro
Pinoro a me venìa d'amor ferito;
E non lasciava voci sacre e giuro,
Per indurmi a volerlo per isposo,
Ora in atto crudele, ora pietoso.
42
Ma quando egli s'accorse che tendea
Le reti a' venti, e seminava il lido,
E che nel mare i solchi suoi traea,
Mutò pensiero, e con parlare infido
Mi disse un dì, che già ch'egli vedea
Ch'io aveva il cor troppo amoroso e fido,
Volea lasciarmi, e in fin restituire
Al mio consorte, e poi di duol morire.
43
E in fatti il giorno appresso a me portosse,
E disse: Filomena, ho stabilito
Che doman tu ti abbelli, e vesti rosse
Drotti, o celesti, come n'hai appetito;
Chè queste che tu hai, son troppo grosse,
Nè si confanno a chi vanne a marito.
Verrai su cocchio d'oro alla mia corte,
Ove sarà Tangile il tuo consorte.
44
Tutta mi rallegrai a questi accenti;
E senza sospettare alcuna frode,
Mi abbellisco con tutti gli ornamenti
Che possano a donzella recar lode.
Viene il giorno prescritto; e di concenti
Una dolce armonìa per l'aër s'ode.
Monto sul carro, e il popolo s'affolla,
E di guardarmi niuno si satolla.
45
Giungo a palazzo, e m'incontra Pinoro,
Vestito anch'egli a gala ed allegrezza.
Di nobili fanciulle un gentil coro
Mi pone in mezzo, e lieto m'accarezza.
Vanno esse avanti, ed io dopo di loro;
E ad un balcone di mediocre altezza
Guidata son, di dove il popol tutto
Vedea, che nella piazza era ridutto.
46
Domando di Tangile, e mi vien detto
Che già veniva; e il rio Pinoro intanto
Mi viene al lato pieno di diletto:
Ed ecco odo da lungi suono e canto,
Ed il marito mio veggo in effetto;
Ma veggo gli occhi suoi pieni di pianto;
Affilato lo veggio, e mezzo morto;
Mi guarda, e grida: Mi offendesti a torto.
47
E pieno d'aspra voglia di morire,
Toglie l'arco di mano ad un soldato,
E trae, pensando Pinoro colpire;
E leggier mi piagò nel manco lato.
Poi disperato mettesi a fuggire;
E ancora non si sa dov'egli è andato:
Manda Pinoro tutti i suoi famigli,
E vuol ch'ove si trova, ivi si pigli.
48
Come augellino che per l'aria vola,
Se de' compagni suoi il canto ascolta,
Si riconforta tutto e si consola,
E drizza le sue penne a quella volta;
Ma non sì tosto il misero trasvola
Pe' verdi rami, che con furia molta
S'alza una rete che lo fa morire,
E il cacciator rïempie di gioire;
49
Così si volse in pianto il mio piacere,
E il barbaro rideva sul mio affanno;
E disse: Non udrai mai più preghiere
Dalla mia bocca. Chiamami tiranno,
Chiamami uomo nudrito in fra le fiere:
Parlar di donna non fe' mai gran danno.
Tre giorni soli io ti concedo; e questi
A te sta che ti sien lieti o funesti.
50
Quindi si parte; ed io fra mille e mille
Uomini armati, e con quelle donzelle
Vo fuor della città per queste ville,
Pensando all'opre niquitose e felle
Di Pinoro, e struggendo le pupille
In pianto tal da impietosir le stelle.
Col canto e il suon le giovani amorose
Cercan le pene mie far men dogliose.
51
In questo mentre voi giungeste. Appena
Ella pon fine al suo ragionamento,
Che con le man legate in su la schiena
Venir si vede sopra un vil giumento
Un uom ricolmo di gran doglia e pena.
Ma m'interrompe questo avvenimento
La pietà c'ho di Carlo, il qual si trova
Oppresso sempre più da gente nova.
52
Aveva Carlo un certo suo scudiere,
Che a parole era un Ercole, un Sansone;
Ma se piegavan punto le bandiere,
Era sì gran vigliacco e sì poltrone,
Che per timor fuggiva a più potere;
Vizioso, porco, perfido, briccone;
Che sol col pregio di servire in corte,
Niuna casa per lui avea le porte.
53
Figliuol d'un contadin di Piccardìa
Era costui, e si chiamava il Mena.
La mano sua ell'era man d'arpìa,
E di gran somaraccio avea la schiena.
Gran copia d'oro e gran mercede avìa;
Ch'era buffone, ed avea mente amena;
Ed entrò in grazia a Carlo di tal modo,
Che vi parea confitto con un chiodo.
54
Ora costui vedendo a mal partito
Carlo e Parigi, un alto tradimento
Macchinò nel suo core infellonito.
Si traveste una notte, e all'aere spento
Per un condotto, da niuno avvertito,
Esce fuor delle mura a salvamento,
E dallo Scricca corre a dirittura,
E dice: Io vengo per vostra ventura.
55
Io vo' darvi Parigi e Carlo in mano,
Che dopo tanti miei lunghi servigi
Scacciato m'ha per un sospetto vano
Dalla presenza sua e da Parigi.
E qui sospira il perfido villano,
E si strappa i capelli ed i barbigi.
Dice lo Scricca: Se questo succede,
Io ti vo' far di mezza Cafria erede.
56
In questa stessa notte, se vi piace,
Io condurrovvi dentro alla cittade
Pochi alla volta; chè non è capace
Il condotto di molti; e sole spade
Portar potrete, perchè alquanto giace
La bassa volta, ed in angusto cade.
Piace al barbaro re questa proposta,
E la gente all'impresa è già disposta.
57
Avanti a tutti camminava il Mena,
E nella buca subito si caccia.
Lo seguon gli altri; ed ei stretta alla schiena
Accesa porta una sua lanternaccia,
Onde di luce quella fossa è piena.
Sbocca in Parigi, e si copre la faccia,
Acciocchè alcun nol vegga e nol conosca,
Con una mascheraccia brutta e fosca.
58
E già vicini essi erano al palazzo,
Quando le guardie si fûro avvedute
Del tradimento, e ne fanno schiamazzo.
Corron le genti d'armi, e di ferute
Si fa per ogni via di sangue un guazzo.
La fortuna e il valor gli assista e ajute;
Chè intanto che si danno su' cimieri,
Io vo' dir qualche cosa d'Ulivieri.
59
Ulivieri, Selvaggio e Dudon forte
S'imbarcaro a Calesse, e navigaro
Alla man destra che riguarda il Norte;
Ed a man manca l'isole lasciaro,
Che fûro al navigar l'estreme porte
Ne' tempi antichi, quando i buoi parlaro;
E nel mar di Norvegia si trovarno,
E nol sapendo, in un gran pesce entrarno.
60
Una balena larga dieci miglia,
E lunga trenta, entro quell'acque giace:
E la sua bocca, quando che sbadiglia,
Sembra un porto, ed un porto anche capace.
In questo entra Ulivieri e sua famiglia,
E si promette sicurezza e pace,
Perch'era il mar turbato e tempestoso;
E quivi pensa ritrovar riposo.
61
Ma non sì tosto egli entra, che si avvede
Che quel porto di mare un pesce egli era,
Il qual chiude la bocca, e prender crede
Fra' denti i naviganti e la galera;
E lor diede vicino un braccio o un piede:
Onde i lor volti fecero di cera
I paladini afflitti e spaventati,
Vedendo che in un pesce erano entrati.
62
Ma, seguitando pure la corrente,
Vanno oltre, e son portati in un gran stagno,
Dove veggion pescar di molta gente.
Su le ripe son piante di castagno,
Di lauri e lecci; e popolo frequente
Evvi, che compra e vende per guadagno.
Guardan più avanti, e veggon case e buoi,
Marre ed aratri, come abbiamo noi;
63
Che il sole per gli orecchi e per la bocca
Vi passa dentro, e le cose produce.
L'uva annegrisce in su la spessa ciocca;
Il gran biondeggia, e come oro riluce.
La notte la rugiada pur ci fiocca;
E la luna i suoi raggi v'introduce.
Vi sono uccelli, e lor nidi vi fanno:
E chi non lo vuol credere, suo danno.
64
Ma tra le molte cose nuove e strane
Rimasero di sasso i paladini,
Quando che udiro il suon delle campane,
E vider tra i cipressi e gli alti pini
Una chiesuola, e carichi di pane
Muoversi verso lei due cappuccini:
Ond'escono di barca, e come vento
Vanno a trovar quel povero convento.
65
V'era guardiano un certo da Pistoja,
Che al secol si chiamò messer Francesco.
Era buon uom, ma senza salamoja:
Giuocar a' dadi, e seder molto a desco
Al mondo fu la sua più cara gioja.
Diceva a mente sana e a cervel fresco
Cose sì pazze e sì spropositate,
Ch'era il piacer di tutte le brigate.
66
Stava a ventura sulla porterìa,
Quando giunsero i Franchi cavalieri,
Quai tosto ad incontrare egli s'invìa,
Ed offerisce lor mensa e quartieri.
Accettano i campion la cortesìa.
Dice il guardian: Ci stien pur oggi e jeri,
E jeri l'altro, e quanto che vorranno;
Chè ci fan grazia, e spesa non ci danno.
67
Ma sento scucchiarare le forcine,
Segno che a cena il cucinier c'invita.
Non vi darem nè polli nè galline,
Ma vi daremo roba digerita.
Ulivier lo ringrazia senza fine,
Ed alla bocca si pone le dita;
Chè tanto il riso trattener non vale,
Che non gli scappi, e il frate l'abbia a male.
68
Entrano in refettorio, e in cima in cima
Siedono tra il guardiano e i superiori.
Si dispensa il silenzio per la stima,
La qual si debbe a così gran signori.
Portan di rape una minestra in prima;
Poi uova, maccheroni e caci fiori,
Ottimi vini, e pan sì buono e bello,
Che il papalin non ha che far con quello.
69
Chiede Ulivier, terminata la cena,
Al guardiano in che modo ei sia qua drento,
E come in corpo a così gran balena
Abbiano fabbricato quel convento.
La bianca barba sua con la man piena
Prende il guardiano, e dice: Io son contento
Di dirvi il tutto; e acconcia sua persona,
Bassa il cappuccio, ed in tal guisa intuona:
70
La storia è corta corta: giovinetto
Mi feci frate; ed andato a Livorno
Con quel padre che stammi a dirimpetto,
Un dì vedemmo un bel naviglio adorno
(Inglese credo, a quel che mi fu detto),
Ed era nominato l'Alicorno.
V'entrammo per vederlo; e in un momento
Dieder le vele i marinari al vento.
71
E dopo un lungo navigare, alfine
Giungemmo in questi mari, e fummo preda
Di sì gran pesce senza fondo e fine.
Ed il convento, per quel che si creda,
È molto antico. In lettere latine
Sta scritto il tutto; ed acciò che si veda,
L'hanno scolpite in marmo: e, sottosopra,
Di cent'anni sarà forse quest'opra.
72
Di qui partiamo quando che ci pare,
E ritorniamo a nostro piacimento,
Conforme entra nell'orca ed esce il mare.
Disse Ulivieri: Io son molto contento,
Che possiamo di qui presto scappare.
Domani all'alba ho di partir talento;
Chè in Francia ritornare m'abbisogna;
Chè ormai lo più tardar merta rampogna.
73
Riprese un fraticello: Andate presto;
Ch'io di là vengo che son pochi giorni.
Africa ha messo Carlo fuor di sesto;
Francia è piena di timpani e di corni.
Disse Selvaggio: Che parlare è questo?
Chi ha mosso guerra a que' nostri contorni?
Soggiunse il frate: Io non so tante cose;
Ma so che vi son guerre sanguinose.
74
Udito ciò, se ne vanno a dormire,
E la mattina ritornano in barca;
E stanno tutti attenti per uscire,
Quando la bestia la gran bocca inarca,
E l'acqua con lo mar si torna a unire.
Pigliano il tempo; la barchetta scarca
Nell'ampio mare trascorre veloce:
Ulivier si fa il segno della croce.
75
Ma perchè non han bussola nè vele,
Si ritrovano tutti a mal partito;
E pensan che se il mar si fa crudele,
Il lor pellegrinaggio egli è finito.
Non hanno pan, non hanno noci o mele
Da cavarsi al bisogno l'appetito.
Or mentre stanno in questo gran pensiero,
Ecco che l'aere ingombra un nuvol nero,
76
Qual distesosi sopra la barchetta,
S'apre, e si muta l'orrido in fulgore.
Cinta di luce un'alma giovinetta
Veggon che un grande augel tutto candore
Porta sul dorso, e il peso gli diletta;
E dice lor: La sposa son d'Amore,
Che il vo cercando, e non lo so trovare,
Perchè fermo in un loco non può stare.
77
Non crediate però che i paladini
Si credessero Psiche esser costei;
Perchè le Fate han centomila fini
Per celar lor persone a questi e quei:
Onde non vuolsi or fare da indovini
Per dire la ragion che mosse lei
A fingersi in tal guisa. Basti questo,
Che fu ai baron l'inganno manifesto.
78
Ma facevano il gonzo i corbacchioni
Per lo vantaggio, e non pagar gabella.
Ed in questo do lor mille ragioni;
Chè il guastare per una bagattella
I fatti propri è cosa da minchioni.
Però la lascian dir come vuol ella;
E le fan mille inviti e baciamani,
Perchè punto da lor non s'allontani.
79
Scende sul legno, e chiede a' cavalieri,
Se san nulla di lui. Disse Guidone:
A dirla, noi facciam certi mestieri,
Che col toglier la vita alle persone
Non si confà gran cosa co' piaceri,
Tra' quali il vostro sposo si ripone;
Ma guidateci a terra, e cercheremo
Di lui quel più, madonna, che potremo.
80
Si pone su la poppa la donzella,
E lega i piè del cigno volatore
Con un'azzurra e lunga cordicella;
E quello verso là dove il Sol muore,
Vola e tira con sè la navicella.
In questo mentre, per trapassar l'ore,
Chiede a Psiche Ulivier, per qual motivo
Amor sia un'altra volta fuggitivo.
81
Forse con la lucerna un'altra volta
L'hai tu veduto, quando che dormìa?
Ed ella tutta in lagrime disciolta:
Non caddi più nel grave error di pria;
Ma la presenza sua da me si è tolta
Mercè i desir della suocera mia,
Ch'or per sè, or per gli altri il manda in giro:
Ond'è che spesso sola io lo sospiro.
82
Vidi l'altr'ieri il furibondo Marte,
Che con la suora sua iva a Parigi;
Il quale in fretta chiamommi in disparte,
E mi disse che a far certi servigi
Per Venere Cupido era ito in parte
Ch'Africa è detta, e là farà prodigi;
Che ha desìo ch'egli abbruci e che saetti
Le africane donzelle e i giovinetti;
83
Perchè nemica alle cristiane genti,
Vuol che il furor dell'armi e l'ira atroce
Per via d'Amor s'accresca e s'augumenti.
Così divien più duro e più feroce
Toro con toro in vista degli armenti;
Ch'Amor lo punge, lo sferza e lo cuoce
Per la bramata e combattuta vacca;
E quanto pugna più, meno si stracca.
84
Ma una certa domestica di casa,
Che si dice madonna Epimelìa,
Stretta di bocca e con l'orecchia spasa,
E ch'ogni fatto ed ogni cosa spia,
È d'un'altra ragione persuasa,
Che cruccia e affanna assai l'anima mia:
Mi disse, come innamorato egli era
D'una donzella vaga e lusinghiera:
85
E disse, come là dell'Arbia in riva
Era nata di sangue illustre e chiaro,
E che del terzo lustro appena usciva,
Nè le fu il cielo di bellezza avaro;
Nel volto giglio e rosa le fioriva:
E aggiunse ancor, ch'aveva un dir preclaro,
Ed invaghiva ognuno che l'udìa:
Tanto era pien di grazia e leggiadrìa:
86
E ch'ella stava di presente in Roma,
Acclamata, gradita e ben veduta:
Fortuna in man le avea data sua chioma;
Ond'è felice qualunque saluta:
E disse ancor, come Gingia si noma,
E che ha due occhi che fanno feruta;
E che il marito mio con sua famiglia
Or le vola sul seno, or su le ciglia.
87
Ma il cane che provò l'acqua bollita,
Fugge la fredda: ancor così faccio io,
Che, per dar fede a ciarle, fui tradita,
E caddi in ira al dolce signor mio.
Però fo finta non averla udita,
Nè il fatto come stia saper desìo;
Chè il cercar di saper quel che saputo
Accresce duolo, non m'è mai piaciuto.
88
Disse Guidon: Signora, fate bene;
Chè son pazzi i mariti e ancor le mogli,
I quai cercan di ciò che lor dà pene.
Ed io, s'avverrà mai ch'unqua m'imbrogli
In queste d'Imeneo sacre catene,
Non vo' cercar d'imbasciate o di fogli,
E se la mia consorte di soppiatto
Fa quel che non vorrei mi fosse fatto:
89
Perchè ho sentito dir da certi vecchi,
Che le donne quando hanno fermo in testa
Di far gli accorti lor mariti becchi,
Se con la pece o con la carta pesta
Tu lor stoppassi i luoghi mai non secchi,
E lor facessi di piombo la vesta,
E le chiudessi ancor con un lucchetto,
Avrà il disegno lor sempre l'effetto;
90
E che da questo affronto vanno esenti
I consorti discreti e non gelosi.
Disse Ulivier: Ancor chi non ha denti
Può mangiar i limoni più sugosi.
Tu non hai moglie, e però non paventi;
Ma gli ammogliati sono timorosi.
Così dicendo, omai scopron terreno,
E lo veggion di popolo ripieno.
91
Van poco avanti, e veggono un naviglio
Coperto tutto d'una tela oscura,
Mezzo sdruscito, e che già sta in periglio
D'andare a fondo; e morta di paura
Vi veggono una donna con un figlio.
Più belle cose non fe' mai natura.
Psiche la barca a quel naviglio appressa,
E la man stende alla donzella oppressa,
92
Qual di subita gioja ebbe a morire,
Quando col figlio suo si vide salva.
Dal lido intanto si sentìa muggire
La gente nel mirar ch'ella si salva.
Disse Psiche: La meglio ella è fuggire;
Chè l'occasione ha la fronte calva;
E se non si prende ora, indarno poi
Noi ci dorremo e di lei e di noi.
93
Ulivieri, Selvaggio e il buon Dudone
Ebbero a male un sì fatto parere.
Psiche in veder la loro intenzïone,
Disse: Deh non abbiate dispiacere,
S'ora vi tolgo da sì gran tenzone.
Io non temo di voi: vostro potere
E vostra gagliardìa veggo a più segni;
Ma non è tempo di pigliare impegni.
94
Ecco che mosse son già mille navi:
Queste verranci sopra, e sol col peso
Ci affonderanno, e con balestre e travi:
E il picciol figlio come fia difeso,
E la sua madre da quegli uomin pravi?
A me il fuggir non sarà mai conteso.
Che dunque serviravvi una vittoria,
Che di duol sempre vi sarà memoria?
95
Così dice d'Amor la bella moglie,
E il cigno nuotator volge a man manca,
Che sì presto i suoi piè spiega e raccoglie,
Che dietro al suo cammino il vento manca.
Le navi ostili di vista si toglie
La dolente donzella, e si rinfranca:
Psiche pietosa la riguarda, e poi
La prega a raccontarle i casi suoi.
96
Ma il venticel che increspa la marina,
Fa che ondeggi la barca, e noja apporte
Alla dolente e bella pellegrina;
Onde rispose con parole corte:
Giacchè la terra ci compar vicina,
Scendiam sopra essa; e poi della mia sorte
Narrerovvi il tenore aspro e feroce;
Ch'or la marèa mi toglie e forza e voce.
97
Ciò detto, verso terra il nuoto prende
Il forte cigno: e già boscaglie e prati
Si vedono, ed il canto già s'intende
De' dipinti augelletti innamorati.
Già il cigno è sopra il lido, e giù discende
Psiche, e con essa i tre guerrieri armati.
La pellegrina col fanciullo al seno
Balza lieta ancor ella in sul terreno.
98
E se ne vanno verso una capanna,
Che, sendo presso al mar, credo che fosse
Di pescatori; e lì sopra una scranna,
Giunti che fûro, ognuno accomodosse.
V'era un garzon che un zufolo di canna
Sonava, e al lor venir tosto chetosse.
Or qui la pellegrina stata alquanto,
Principiò la sua storia, e Psiche il pianto.
99
Ma vedo già più d'una infra di voi,
Donne leggiadre, che spesso sbadiglia;
E lo sbadiglio ben sappiam fra noi
Che per sonno o stracchezza egli si piglia,
O per cosa talvolta che ti annoi:
Però l'uom saggio in caso tal consiglia
Di prender fiato e rompere il sermone;
Se no, si viene in odio alle persone.
100
Però mi cheto, e nel canto venturo
Io vi dirò la storia di costei,
Della quale or ne sono anch'io all'oscuro,
E se potessi, la tralascerei;
Chè temo d'alcun caso acerbo e duro,
Tutto contrario a' desiderj miei;
Perchè mi piaccion le minchionerìe,
Non le storie crudeli, inique e rie.