CANTO QUARTO

ARGOMENTO

I paladini, ritrovato Orlando,

Lo tornan savio col pestargli il corio;

Trovan Rinaldo che si sta sgrugnando

Con frate Ferraù nel romitorio.

Carlo è assediato; e intanto essi incappando

Dentro la rete, cantansi il mortorio.

Ferraù i due giganti a Dio converte:

Con le ragazze Astolfo si diverte.

1

Amore ed il vajuol sono due mali,

Che tristo quei che gli ha fuor di stagione:

Pe' giovinetti son medicinali,

Chè migliorano lor la complessione;

Ma pe' vecchi son critici e mortali;

Chè un gli ammazza senza discrezione,

E l'altro ognora a tal pazzìa li mena,

Che li fa di ciascun favola e scena.

2

Quando si giugne ad una certa età,

Ch'io non voglio descrivervi qual è,

Bisogna stare allora a quel ch'un ha,

Nè d'altro amante provar più la fè:

Perchè, donne mie care, la beltà

Ha l'ali al capo, alle spalle ed a' piè;

E vola sì, che non si scorge più

Vestigio alcun ne' visi, dove fu.

3

Nè uomo avanzato a giovinetta acerba

Pensi piacere, ancor che lo mostri ella;

Chè sempre pasce volentier più l'erba,

Quando verdeggia, la vezzosa agnella,

Che il fieno che pel verno si riserba:

Nè smanigli, nè vezzi o molte anella,

Che tu le doni, il cor le fanno lieto,

Sì ch'ella non ti abborra in suo segreto.

4

Ma perchè la natura v'ha formate,

Donne mie vaghe, come le cipolle,

Cioè di mille scorze v'ha cerchiate,

Che non vien fuor quel che dentro vi bolle;

Con gran facilitade c'ingannate:

E tal per vostro amor s'alza e s'estolle,

Che voi l'avete in odio; e tal condanna

Vostro rigor, che amor per lui v'affanna.

5

Felice il nostro senator romano,

Io dico Orlando, se a questo pensava,

Quando invaghito del bel viso umano

D'Angelica, per lei sì sospirava,

Ch'era sentito le miglia lontano;

E se ben era una persona brava,

Amor di lui non dimostrò temenza,

Ma lo trattò con somma impertinenza:

6

Perchè gli tolse di modo il giudizio,

Che matto eguale a lui non ebbe il mondo.

Mandò Provenza e Spagna a precipizio;

E in Gibilterra delle vesti il pondo

Lasciato, in mar gettossi, e prese ospizio

D'Africa opposta nel lido infecondo;

Dove morto restava certamente,

Senza l'aita della Franca gente:

7

Perchè, come narrai nel primo canto,

Udito Carlo sì strano successo

Del suo buon conte, si disfece in pianto,

E voleva cercarlo da sè stesso;

Ma da' baroni, che gli erano accanto,

In modo alcuno non gli fu permesso;

Ma tutti si offeriron di cercarlo,

E, o pazzo o savio, a casa rimenarlo.

8

Si uniro insieme il valoroso Alardo,

Come s'è detto sopra, e il duca Astolfo,

E ne venne per terzo il buon Ricciardo;

E l'arrivaro allora che pel golfo

Di Gibilterra senza alcun riguardo

Iva sì presto, che di nitro e zolfo

Pieno per l'aria non volò mai razzo,

Come vide per l'acque andar quel pazzo.

9

Lo trovaron disteso in su l'arena

Con poca forza: e ciò fu buona cosa;

Perchè lo cinser di forte catena,

E lo portaro in fresca grotta ombrosa,

Ove del collo gli apriron la vena;

E venne il sangue in copia prodigiosa,

E parve allor che migliorasse a un tratto:

Ma non sì presto si guarisce un matto.

10

Cinquanta bastonate a ciascun'ora

Gli davano i pietosi paladini,

E pane asciutto ed acqua della gora:

Rimedj in vista barbari e ferini;

Ma senza lor sarebbe pazzo ancora;

Sicchè quei furon rimedj divini:

E ritornaro Orlando in sanitate

Molt'acqua, poco pane e bastonate.

11

Altri cantò, che in corpo della luna

Astolfo ritrovò quelle anguistare,

Ove il cervel de' pazzi si raduna;

Ma fu menzogna bella e singolare;

Chè nel suo grembo non v'è cosa alcuna:

Ma il mangiar poco e il molto bastonare

È l'anguistara sì miracolosa,

Che fa tornare il senno ad ogni cosa.

12

Venuto dunque in sanitade Orlando,

Guardò fisso nel viso a tutti tre,

E disse: Ove siam noi? e dove e quando

Io venni qua, e voi siete con me?

Dissegli Astolfo: Non star domandando,

Ed umile ringrazia il sommo Re,

Che liberato t'ha da un gran malore,

Da cui son rari quei che n'escon fuore.

13

Ma qui volendo sapere il suo male,

Gli disser come egli s'era ammattito,

E fatta aveva una vita bestiale;

E che da Carlo sì gran caso udito,

Spedita avea la corte baronale

Per ritrovarlo. Onde in volto arrossito

Disse Orlando: Amor dunque iniquo e fello

Tolto m'aveva tutto il mio cervello?

14

Or mentre stavan essi in gioja e festa,

A loro venne di Francia un araldo

Con nuova acerba, dolorosa e mesta,

Che per pioggia, o sereno, o gelo, o caldo,

Di Spagna ripigliassero la pesta;

E chiese, se fra loro era Rinaldo;

Perchè Carlo assediato orribilmente

Era da immensa saracina gente.

15

Udito ciò, si posero in cammino

Subitamente i forti cavalieri:

Ma non sapendo il sentier più vicino

Per terra (e a riva non v'eran nocchieri),

Si dieder nelle mani del destino;

E camminato da due giorni interi,

A sorte s'incontraro una mattina

Entro una selva insieme con Lucina,

16

La qual sedeva appresso a suo consorte

Lieta così, che non si può ridire;

E ciarlava e rideva tanto forte,

Che lo stesso vederla era un gioire.

Orlando intanto e sua pregiata corte

Le sono avanti, e la fanno arrossire;

Perchè la salutaro umìli, ed ella

Risalutolli grazïosa e bella;

17

E richiesta da lor, s'ella sapea

Novella di Rinaldo, essa rispose,

Ch'obblighi eterni al suo valore avea;

E come spesso pugnando le pose

La vita in salvo, che fortuna rea

Volea levarle; e poi fra l'altre cose

Disse, che il terzo giorno era compito,

Che Rinaldo da lor s'era partito:

18

E con la mano mostrò lor la via

Ch'esso intraprese, e con calde preghiere

Ingiunse loro, che quando avvenìa

Di ritrovarlo, le fesser piacere

D'un saluto ripien di cortesìa,

Come mertava un tanto cavaliere;

E che dicesser lui, che sempre saldo

Nella sua mente starebbe Rinaldo.

19

Intanto Orlando guardava in cagnesco

Quella donzella, e disse a Ricciardetto:

Andianne, perchè son savio di fresco,

E quel mostaccio mi riscalda il petto.

Intese Astolfo, e gli disse in francesco:

Or taglio un palo, e presto presto il netto;

E ritorniamo a quella medicina,

Che noi ti demmo appresso alla marina.

20

Orlando chinò il capo, e partì via;

E gli altri tre gli vennero poi dreto,

E trovâr camminando una badìa

In mezzo d'un freschissimo lecceto.

Eran monachi di San Geremìa;

Mangiavan erbe, e bevevano aceto:

A tal che Orlando in vedergli pranzare,

Disse: Oh questi son pazzi da curare.

21

Disse Astolfo: Per Dio, ci manca il meglio,

Io voglio dire un pezzo di bastone.

Alzossi allora dalla mensa un veglio,

Ch'a guardarlo movea devozïone,

E disse: In noi, siccome in chiaro speglio,

Guardate voi, che a vana opinïone

Andate appresso, e il vero non vedete,

E vi par d'esser saggi, e non sapete.

22

Questa vita mortal, siccome fiore,

Inlanguidisce presto e si vien meno;

L'alma non già, ch'eterno è il suo vigore;

Che, se ben fece, al suo Fattore in seno

Lieta ritorna, e cinta di splendore;

Ma se scotendo di ragione il freno,

L'offese, e poi non pianse, in duro loco

Misera sempre è condannata al foco.

23

Or noi per isfuggire un male eterno,

Soffriam con pace questa vita acerba:

Acerba a voi però, a quel ch'io scerno;

A noi non già; che più ci disacerba

Il gran pensiere del profondo inferno,

Che 'l caldo e 'l gelo e 'l mangiare un po' d'erba.

Quanto meglio fareste, o sventurati,

A depor l'armi, e vestirvi da frati!

24

Orlando disse: Non ci possiam fare;

Chè in Francia andiamo a difender la Fede:

E poi noi ci vorremmo un po' pensare;

Chè tutti l'Evangelio non richiede,

Che per salvarsi s'abbino a infratare.

Se questo fosse, in ciel solo una sede

Vi sarebbe, e sol una abitazione;

E questo è contro a ciò che Dio propone.

25

Disse l'abate: Ben discorri, o figlio

(E avea sua faccia d'alma luce accensa),

Che altra cosa è il precetto, altra il consiglio;

Ma chi sul serio alla salute pensa,

E vede quanto è pieno di periglio

Il viver nostro, e che il ben che dispensa

Il mondo, è ben fallace; facilmente

In questi chiostri scampa dalla gente.

26

Gran tempo vissi anch'io, seguì l'abate,

Trastullo e gioco di fortuna e amore;

E su le prime giovanili entrate

Mi fecero ambidue gran festa e onore

Con belle donne d'ogni grazia ornate,

E con possente, illustre, alto signore;

E or questi, or quelle sì mi favorivano,

Che gli altri dall'invidia si morivano.

27

Ma assai ben presto si mutò la scena.

Colei ch'io amava tanto fedelmente,

Ed ella del mio amore era sì piena,

Che di me parea morta veramente,

D'altri si accese, e volse altrui serena

La faccia sua, e in verso me spiacente:

In somma, mentre che per lui sospira,

Me fugge ed odia, ed ha in dispetto e in ira.

28

Dall'altra parte poscia il signor mio,

A cui pensava d'esser così grato,

Ogni altro sollevare ebbe in desìo,

Che me, il qual sempre voleva al suo lato;

Ed in cacce ed in giostre era sol io

Tra tanti e tanti a seguir lui chiamato;

Ma le cariche pingui e le migliori

Donava sempre a' suoi servi peggiori:

29

Talchè compresi gli amorosi inganni,

E ch'è sciocchezza il servir nelle corti,

Dove i signori son sempre tiranni.

Per non soffrir cotanti ingiusti torti,

Fuggii qua dentro, e mi cangiai di panni;

E i caldi e lunghi, e i nubilosi e corti

Giorni consumo in laudi alte e divine,

Con la speranza d'un beato fine.

30

Nè vi prenda stupor, se ci vedete

Abitar fra la gente saracina,

Senza che alcun di lor ci affanni o inquiete:

Perchè il Fattore e la grazia divina,

Che assai più val di tutte le monete,

Ci assiste sempre, e nostre opre incammina;

E fa che sopra ancora de' Pagani

Miracolose sien le nostre mani.

31

Così non mai da lor volendo nulla,

E noi facendo ognora a lor vantaggio,

Siccome è fama che a bella fanciulla

Il lïonfante non arreca oltraggio,

Ma l'ire ammorza, e seco si trastulla;

Così ci danno libero il passaggio,

E ci donan talvolta delle cose

Nelle stagion più afflitte e bisognose.

32

Qui l'abate si tacque; e i guerrier Franchi,

Mangiati in piede in piede due bocconi,

Dissero: Padre, dal cammin siam stanchi;

Ed egli diede loro de' sacconi;

Ma non v'eran coperte o lenzuol bianchi;

E disse: Qui in Dio, forti campioni,

Riposate sicuri; e d'acqua santa

Gli asperge due o tre volte, e poi li pianta.

33

Un sonno intero almen di dodici ore

Dormiro i paladini; e poi svegliati,

Chiesta licenza all'abate e al prïore,

Per la lor via si fûro incamminati;

E vïaggiaron con tanto vigore,

Che dalla notte furono chiappati

Presso alla cella, dove si sgrugnavano

Rinaldo e il frate, e i menti si pelavano.

34

Come si disse, dunque entraron drento

I guerrieri; e veduto scarmigliato

Rinaldo, e pien di graffi il viso e il mento,

Disser: Co' gatti forse ti se' dato,

O con la scimia, o simile stromento?

Rise Rinaldo, e disse: Ho un po' scherzato

Con sto padre per fare ora di cena;

Chè stare in ozio m'è di somma pena.

35

Ma quando lor diè conto del romito

Rinaldo, e disse ch'era Ferraù,

Restò dallo stupore ognun smarrito,

E ad una voce gridaron: Gesù!

E tutto il caso e tutto il fatto udito,

Disse Astolfo: Non vo' sentirne più:

Se si salva costui, e va tra' Santi,

Una gran speme hanno avere i furfanti.

36

Ma lasciam questi nella santa cella;

Chè mi conviene ritornare in Francia,

Dove ogni buon guerrier si è posto in sella;

E provvisto di spada e forte lancia,

Meglio che può col nemico duella.

Sol Ganellone si gratta la pancia;

Chè gode di veder Carlo in periglio

Di prigione, di morte, o pur di esiglio.

37

Una turba infinita di Lapponi

Era venuta co' Cafri e Negriti,

Con animo di far tutti prigioni

I celebrati paladini arditi.

Quei di Cafria parevano torrioni,

E tali mazze avevano fra' diti,

Che un vecchio pino talvolta è più corto:

Carlo in vederli egli ebbe a cascar morto.

38

Ma i Lapponcelli fûro i più dannosi,

Perchè il più grande t'arriva al ginocchio:

Son però forti, grossi e setolosi,

Ed agili in saltar come un ranocchio;

Lunghe han le braccia, i diti mostruosi,

Larga han la bocca, e piccinino han l'occhio;

E portan corta spada e corta lancia,

Qual piantano a' cavalli nella pancia.

39

Poi tra le gambe della fanterìa

Con quelle ugnacce fanno prese strane;

E non ci è modo di cacciarli via:

Talchè di Carlo in poche settimane

Era finita la cavallerìa,

O almeno poca assai glie ne rimane;

E di più li suoi miseri soldati

Tutti tornaro a Parigi castrati.

40

E fûro tai lamenti e tali doglie

In fra tutte le femmine francesi,

Che avrìano dato certo l'altre spoglie

De' lor mariti, fuor che quegli arnesi.

Inutile al marito era la moglie;

E sarebbe finita in pochi mesi

L'alta franzese inclita nazïone,

Se più tardava la proibizione;

41

Chè Carlo divulgar fece un editto,

Che di Parigi alcuno non uscisse,

Quantunque fosse cavaliere invitto;

Ma che su' muri ciascuno salisse,

E come palo su vi stèsse fitto,

E che con archi e balestre ferisse;

E su tutto ferisse i rei Lapponi,

Che i galli trasformavano in capponi.

42

I Cafri ed i Negriti, che giganti

Erano tutti, corsero alle mura;

E con le mazze loro aspre e pesanti

Empiro gli assediati di paura.

In Parigi pregavan tutt'i Santi

Le verginelle dalla mente pura.

Carlo fece la distribuzïone

Di dieci paladini per torrione.

43

Spuntava in ciel la mattutina stella,

E l'aria intorno le si fea vermiglia;

E la rugiada che piovea da quella,

Confortava la terra a maraviglia,

Che vie più s'arricchìa d'erba novella.

In somma d'Iperïone la figlia

(Io voglio dir l'Aurora) venut'era,

E al suo venir fuggìa la Notte nera:

44

Quando s'odon, non già trombe o tamburi,

Ma gridi orrendi e strepiti di corna;

E girano con questi intorno a' muri,

Finchè chiaro per tutto non si aggiorna.

I paladini intrepidi e sicuri

Miran con strali dove più lor torna,

E di quei monti orribili di carne

Un precipizio a terra fan cascarne.

45

Ma come avvenir suol ne' tempi estivi,

Quando di mosche la casa è ripiena,

Che se mille di lor con mano arrivi,

E lor scofacci la testa o la schiena,

Son tante l'altre che restan tra' vivi,

Che la mancanza vi si scorge appena;

O come quando il suol pieno è di foglie,

E l'arbor miri, e par non se ne spoglie;

46

Così, benchè non gisse dardo in fallo,

Non parea che mancasse alcun di loro.

Erano a piedi; chè non v'è cavallo

Che mai possa portar un di costoro,

Benchè fatto abbia a grosse some il callo,

E ancor che fosse stato Brigliadoro.

Su gli elefanti toccan co' piè terra,

E così sempre a piè fanno lor guerra.

47

Sedici braccia e qualche cosa meno

È fra di loro la giusta misura:

Uno di dieci per nano l'avriéno.

Ora giunser costor presso alle mura,

Pensando ch'elle fossero di fieno;

Ma si avvider com'eran cosa dura,

E per andarvi sopra con un salto,

S'accorser che quel muro era troppo alto.

48

Così fanno consiglio, e si conchiude

Che porti un Cafro un altro a cavalcione

Armato tutto, e sol le cosce ignude,

Ma dalla parte di dentro il calzone,

Per non far mal con quelle maglie crude

Al collo del compagno suo bestione;

E quando il muro i due non agguagliassero,

A' due un terzo, e un quarto anco innestassero.

49

Così canna talor congiunge a canna,

Per far cadere i più lontani frutti,

Il villanello; e se indarno s'affanna,

Ponvene un'altra, e sì li atterra tutti,

Fatti già del suo core esca tiranna.

Ma spero in Dio che rimarranno brutti

I Cafri, più di quello che non sono;

E vedran che l'innesto non fu buono.

50

Al torrion che si dice della Senna,

Comandava un nipote di Zerbino:

A quella volta di venire accenna

Un drappello di Cafri; e a lui vicino

Uno monta su l'altro, e non tentenna.

Ma perchè vi correva anche un tantino,

Su i due il terzo monta; e allor le mura

Gli giungon per appunto alla cintura.

51

Con quella mazza orribile e tremenda

Dà un giro attorno, e cento uomini uccide:

Poi salta sopra il muro, e con orrenda

Voce in tal guisa egli schiamazza e stride,

Che tutta la città forza è l'intenda:

Poi guarda il campo, indi sogghigna e ride.

Ed il compagno suo prende per mano,

E a sè lo tira; e gode ogni Pagano.

52

Di Zerbino il nipote e un suo fratello

Lor vanno addosso con pesante lancia,

E fanno tutti due un colpo bello;

Perch'uno glie la immerse nella pancia,

L'altro in un fianco. Cade morto quello,

Questo non già; ma contro lui si slancia,

Ed un colpo gli tira con la mazza,

Che se l'arriva, di certo l'ammazza.

53

Ma il giovinetto si tirò da parte,

E il colpo non andò dove indrizzollo

Quell'animal che non avea grand'arte;

Qual piegossi col colpo, e diè tal crollo,

Che cadde al suol su la sinistra parte.

Allora gli andò sopra a rompicollo

Il Franco, e gli ficcò per la visiera

La spada, e fèlla del suo sangue nera.

54

In questo mentre un sasso sterminato

È tratto verso quel torrion di carne

Da Malagigi col braccio incantato;

Sì che avviene che nel capo s'incarne;

E cade, ed è dagli altri accompagnato.

Freme il campo contrario, e vuol mostrarne

Il dispiacere insieme e la vendetta;

E van tutti alle porte con gran fretta.

55

Di sopra i paladin scoccano strali,

Gittano pietre e merli dalle mura.

Ma sono tanti e sì forti animali,

Che non sentono morte, o n'han paura.

Le porte in fine, come vetro frali,

Sono spezzate; e quei che n'hanno cura,

Non han più forza a ritener la piena.

Carlo sospira, e muorsi dalla pena.

56

Così talora turba di villani,

Quando il cielo è più rotto e più piovoso,

Su l'argin corre per frenar gl'insani

Flutti del fiumicel fatto orgoglioso;

E con sterpi e con sassi a piene mani

Or qua or là rassetta il periglioso

Argin che piega; ma cresce sì l'onda,

Che apre la ripa, e i vicin campi inonda.

57

Così in Parigi entrati ancor sarièno;

Ma un largo fosso e fondo costruiro

I Franchi, e quindi alzâr molto terreno

Intorno al fosso, e di canne il copriro,

Che d'erba fresca vestito l'aviéno.

I Saracin che a ciò non avvertiro,

Ciascun, com'era dallo sdegno mosso,

Cadde precipitoso in mezzo al fosso.

58

E gli altri che venivan loro appresso,

Vi cadder pure; ed era quasi affatto

Ricolmo il fosso. Così al modo stesso

Il lupajo formar suole l'agguatto

O presso un orno, o un abete, o cipresso

Al tristo lupo: onde gli cade a un tratto

La terra sotto, e vi riman prigione;

E il cacciator l'ammazza col bastone.

59

Que' di Parigi, senza far dimora,

Della gran fossa corrono alla proda;

E se qualcun mette la testa fuora,

La tentan col baston siccome è soda.

Così, sendo io fanciul, sovvienmi ancora,

Traendo di balestra con mia loda,

Se dal mio lago uscivano i ranocchi

Col capo fuor, lor tirava negli occhi.

60

Ma si fe' notte; e i Saracini al campo

Tornaro; e i Franchi richiuser la porta,

Dio ringraziando, che lor diede scampo.

A Carlo intanto uno spïon riporta,

Che d'Egitto è venuto, come un lampo,

Popolo immenso; e come seco porta

La figlia del Soldan che usbergo veste,

Porta cimiero, e non ghirlande o creste;

61

E che al campo african giunta pur era

Despina, che a vederla un Sol parea;

E che in abito anch'essa di guerriera,

Di sdegno e d'ira ne' begli occhi ardea.

Carlo si gratta il capo e si dispera,

E si strappa que' pochi ch'egli avea

Capelli bianchi; e vecchiezza gli duole,

Chè non puote più far quello che vuole.

62

Ma ritorniamo alla beata cella,

E lasciamo il buon Carlo nelle peste.

Orlando dalle risa si smascella,

Vedendo Ferrautte in quella veste.

Dolgono agli altri i fianchi e le budella,

E gli dicono il nome delle feste.

Ferrautte divoto e penitente

A occhi bassi non risponde niente.

63

Ma come grosso can di macellajo

De' cagnoletti l'abbajar non cura,

O ch'egli parta, o ritorni al beccajo;

Così il romito non si prende cura

Dei detti loro; e, qual lepre al rovajo,

Nel suo covaccio più si ferma e indura:

Così ascolta, sedendo sopra un scanno,

Ferraù tutto quel che dir gli sanno.

64

E quando parve a lui ch'abbian finito,

Disse: Fratelli, a che gioco giochiamo?

Il Cristianesmo non è il vostro rito?

Rispose Orlando: E che vuoi tu che siamo?

S'io nol sapessi, riprese il romito,

Foglie vi crederei d'un altro ramo,

E tralci d'altra vite che di quella

Con cui sè Cristo e i suoi fedeli appella.

65

Burlar chi fa del bene è brutta cosa;

Ancor che chi fa ben, fèsse del male.

La carta ch'è sì candida e vistosa,

Fu pria sporca camicia, o fu grembiale

Di qualche vecchia putrida e bavosa,

O fu strumento forse da pitale:

Così chi lascia il vizio e torna a Dio,

Diventa bello, e tal son forse or io.

66

Orlando disse: Lasciata ogni ciancia,

Sia benedetto il nostro Salvatore,

Il qual ti aperse con sua forte lancia

La chiusa mente e l'indurato core,

E ha dato un nuovo campione alla Francia,

In tempo che la misera si muore

Oppressa dal furore e dalla possa

D'Africa e d'Asia, che vêr lei s'è mossa.

67

E se, come cred'io, ardi di zelo

Di Chiesa santa, e la Fede ti preme,

Lascia questa tua cella e questo cielo,

E nosco in Francia te ne vieni insieme.

Questo, con cui mi vesto orrido pelo

Dal collo infino all'ime parti estreme,

Disse il romito allor, mi vieta, Orlando,

Di trattar lancia, o maneggiare il brando.

68

Sorrise il conte, e disse: Ancora i frati

Cingon la spada, quando si combatte

Contro de' Turchi e contro i rinnegati;

E i monaci che mangian uova e latte;

E quei che i ceci ed i pesci salati;

E quelli che non portano ciabatte:

In somma tutti, o col cappuccio o senza,

Per queste guerre il papa li dispenza.

69

Com'egli è questo, disse Ferrautte,

Verrò con voi: ma ritorniamo in Spagna;

Perch'io nascosi le mie armi tutte

In certa grotta tenebrosa e magna,

Detta in spagnuol la cueva di Margutte,

Cui un granchio marin nelle calcagna

Mordendo uccise; ed evvi opinïone

Che il seppellisser dentro a quel grottone.

70

Ognun fu lieto di sì bello acquisto;

E dice Ferrautte nel partire:

Passar si deve per un luogo tristo,

Se ad un porto di mar noi vogliam ire,

Che di navi star suol sempre provvisto.

Dice Orlando: Con ciò, che vuoi tu dire?

Noi di lïoni infra le forti branche,

Noi passerem de' diavoli fra l'anche.

71

Già del vostro valor non mi sconforto,

Riprese Ferraù; vi dico bene

Che grande è questa impresa, ove io vi porto,

Dove e senno e valor molto conviene;

E, più che forte, è d'uopo essere accorto.

Del monte in parte a rïuscir si viene,

Dove la strada è stretta, ed è tant'alta,

Che un dì ruotola il monte chi la salta.

72

Dalla sinistra parte e dalla destra

Di questa tanto perigliosa via

Vi son due massi, che mano maestra

Ridusse a torri, qual dicon che sia

Sul celebrato mar, per la finestra,

D'onde d'Ero la fiaccola apparìa,

Doppio castello che le navi affrena;

Tal fanno quelli al passeggier catena.

73

Quando uno arriva in mezzo a' due castelli,

Come fa pescatore in alto mare,

Gettan questi terribili fratelli

Una rete, che sembra da pescare;

Ma son di acciajo i congegnati anelli;

E mille libbre in circa può pesare.

Se tu restassi sotto questa, Orlando,

Che ti varrebbe la fortezza e il brando?

74

Ma voglia ancor benigna la fortuna,

Che non incappi in questa brutta rete;

A mezzo dì ti mostreran la luna,

Quand'essi, chiusi nel duro parete,

Con pietre, che una macina è ciascuna,

Ti faran chierche che non porta il prete;

E quando tu resista ancora a questo,

Tu ben conosci che il più duro è il resto;

75

Ch'ambi ad un tratto scapperanno fuora;

E tu co' due allor che far potrai?

Verrem noi forse a darti ajuto allora:

Ma quanto è il cammin stretto, tu ben sai;

E chi lo sbaglia, egli è forza che muora.

Rispose Orlando: Non pensiamo a guai.

Mi par mill'anni d'essere là sopra

Quell'erto monte, e por le mani in opra.

76

Partono, e avanti a lui va Ferraù,

Masticando Ave ed altre orazïoni;

E parlan gli altri del meno e del più,

Conforme si dan qui le occasïoni.

E a mezzo dì si trovan giunti su

Dell'alto monte, e veggono i torrioni.

Orlando si sofferma, e fa consiglio

Di chi deve andar prima a quel periglio.

77

Il più forte di tutti è il conte Orlando,

E dopo lui è il sir di Montalbano,

Ferraù il terzo; ma nè pure ha brando:

Gli altri son dita d'una stessa mano.

Il conte dice: Io sarò il primo; e quando

Io perda, e vinca il barbaro Pagano,

Rinaldo, accorri, e porgimi conforto;

Chè, come sai, non posso restar morto.

78

Ferraù resta addietro a tutti quanti;

Chè altro ci vuol che zoccoli e cordone

A prender briga con que' due giganti;

Ma segue a snocciolar delle corone,

E prega Dio con tutti quanti i Santi.

Ed ecco Orlando vicino al torrione;

Eccolo giunto al periglioso passo;

Ecco che piomba la gran rete abbasso.

79

Come pernice, come starna o quaglia,

Che il cane a un tratto ferma al suo signore

Tra l'erba fresca o nella corta paglia,

E circonda con rete il cacciatore;

Ch'alza il volo, ma subito s'incaglia,

E si perde nel filo traditore;

E quanto più s'affanna per l'uscita,

Quel più s'intriga, ed è quel più impedita;

80

Così sotto la rete il forte Orlando

Cerca co' piè, co' denti e con le mani

Di svilupparsi, e più si va imbrogliando.

Corre Rinaldo, e grida: Brutti cani,

Uscite fuora; e mette mano al brando,

E dà sopra la rete i colpi vani;

Chè ha così forti e così duri anelli,

Che più gentili ha il diavolo gli ugnelli.

81

Ma mentre ch'ei fatica e che tarocca,

Ecco che piomba ancor sopra di lui

Un'altra rete da quell'altra rocca,

E restano prigioni tutti dui.

Son tratti in alto, e per un'ampia bocca,

Che ogni castello apre ne' fianchi sui,

Son messi drento, e son cacciati al fondo,

Privi del lume che fa bello il mondo.

82

Alardo e Ricciardetto disperati

Si fanno avanti; e Ferraù si lagna,

E piange e incolpa i molti suoi peccati,

I quali han fatto ai paladin la ragna,

Onde vi son restati avviluppati;

E giù si butterìa dalla montagna:

Ma non lo fa per tema di dannarsi,

Perchè niuno da sè deve ammazzarsi.

83

Quand'ecco l'aria che di nuovo fischia,

E cadono le reti su i guerrieri:

Nè tordo sì su la frasca s'invischia,

O nella gabbia il credulo pittieri,

Come s'imbroglia in quelle maglie, e mischia

L'uno e l'altro de' presi cavalieri.

Astolfo che ciò vede, all'impazzata

Va verso loro con l'asta fatata.

84

Questa è la lancia di cui tanto parla

Il divin Ferrarese, tutta d'oro,

Che non si rompe mai e non si tarla.

Non v'è scoglio nel mare o promontoro,

Nè armatura che nel sol toccarla

Non cada; tal potenza ha il suo lavoro.

Con questa Astolfo mena le man bene,

E spezza delle reti le catene;

85

E gl'intrigati paladini scioglie.

Un de' giganti con orribil trave

Esce fuor colmo di sanguigne voglie:

Ma Astolfo vagli incontro, e nulla pave;

E nel bellìco con l'asta lo coglie;

Ed egli cade, e sembra una gran nave,

Quando il vento ed il mar, pieni d'orgoglio,

L'urtan rabbiosi in terra o in qualche scoglio.

86

L'altro che sente questo precipizio,

Esce a difesa; ed Astolfo lo tocca

Con l'asta appena (Oh vedi che artifizio!),

Che in terra dà il gigante della bocca.

Gli salta Astolfo sopra l'occipizio,

E con la rete sì lo stringe e blocca,

Che mover non si può punto nè poco;

E quindi all'altro fa lo stesso gioco.

87

Ferraù resta a guardia de' prigioni:

Entrano gli altri nella forte torre

A cercare de' due prodi campioni;

Ma non san dove sieno, e male apporre

Sen ponno; in su e in giù per i torrioni

Vanno, come andar sogliono a raccorre

I grani che giù cadon dalle ariste,

Delle formiche le sì lunghe liste.

88

Ma nel girar che i paladini fanno,

Non perde tempo il saggio Ferraù;

Ed a' giganti, che legati stanno,

Spiega la legge e i dogmi di Gesù.

Parla lor della gioja e dell'affanno,

C'hanno i beati o i miseri laggiù;

E parla loro della prima colpa

Che c'infettò lo spirito e la polpa.

89

E mostra come è perfido Macone,

E che un nume da burla è Apollino;

E tanto dice, che in conclusïone

La mente loro un bel raggio divino

Rischiara, e fanno la professïone

Di Cristianesmo; e il rito Saracino

Rifiutano ambidue, e han voglie pronte

Di battezzarsi alla primiera fonte.

90

E per mostrar che dicono da vero,

Dissero: Amico, que' due cavalieri

In parte stanno, ove non è sentiero

Per ritrovarli: in così cupi e neri

Fossi stan posti, e in carcere sì fiero.

Però, se tu mi sciogli, volentieri

Anderò io a trarli di laggiuso;

Nè temer che ti faccia alcun sopruso.

91

Disse il romito: La prudenza insegna

Che non si creda presto alle persone.

Io son senz'armi, e in voi tal forza regna,

Che far non puossi fra noi paragone.

Dimmi tu il luogo, e, come puoi, mel segna.

Disse il gigante: In fondo del torrione

È il carcer tetro; ed un masso lo copre,

Intorno a cui è in van che tu ti adopre.

92

Scioglimi adunque; e per la nuova Fede

Io ti prometto sicurezza e pace.

Il romito or gli crede, or non gli crede,

E la barba si liscia, e pensa e tace.

Astolfo intanto dal castello riede

Afflitto, e su i giganti, qual rapace

Lupo sul gregge delle bianche agnelle,

Si scaglia e grida, che l'odon le stelle:

93

Rendetemi i compagni, o ch'io v'uccido;

Ed in alto rotava il fiero brando.

Ferraù disse: All'ovil santo e fido

Tornâr costoro, e dier perpetuo bando

Al Paganesmo; ma ancor non mi fido

Di sciorgli, perchè cerchino d'Orlando,

Che mi han promesso di condurlo a noi,

Se gli sciogliamo. Or che ne dite voi?

94

Si disciolgano pure uno alla volta.

E così fatto, il libero gigante

Con gran modestia e riverenza molta

Baciò del fraticello ambe le piante.

Poscia inverso la rocca il cammin volta;

Ed Orlando e i compagni in uno istante

Discioglie, e nuovamente li conduce

A vagheggiar del Sol la bella luce.

95

Quanto fosse il piacere e l'allegrezza

Di rivedersi tutti salvi e sani,

Non è da dirsi con tanta prestezza.

Ma il piacer crebbe, quando da' Pagani

Udîr che il Cristianesimo s'apprezza,

E che han fermato di farsi cristiani.

Or qui sì, che a Rinaldo e al buon Orlando

Le lagrime dagli occhi ivan sgorgando.

96

L'altro gigante dunque ancor disciolgono,

E l'aspro monte allegramente scendono.

Raggiustano le reti, e le raccolgono

I giganti, e su gli omeri le prendono.

A mano ancora le lor travi tolgono

E grossi cuoi, co' quali si difendono

Dalle punte de' strali, che pur sventrano

Anche i giganti, se nel corpo gli entrano.

97

Trovano un ruscelletto per la via,

E qui lor Ferraù battesmo dona.

Ma i nomi lor rimaser quei di pria,

Perchè tornavan bene alla persona.

Uno era detto in Arabo Skilìa,

Che in nostra lingua giusto giusto suona

Il Fracassa; e quell'altro Nighibesta,

Che nel nostro volgar vuol dir Tempesta.

98

Appena giunti a piede eran del monte

Che odon strepito d'armi e di cavalli;

E veggon presso d'una bella fonte

Tra mille fiori rossi, verdi e gialli

Una donzella con afflitta fronte,

Ancorchè attorno a lei leggiadro balli

Coro di Ninfe: e forse erano Dee,

Ed a dir poco, o Drïadi o Napee.

99

Astolfo tosto vuol saper chi sia,

E vâlle avanti, e le dice: Signora,

Onde provien questa malinconìa?

La giovin si riscuote, e in poco d'ora

Gli risponde con somma cortesìa:

Il mio mal di rimedio è affatto fuora:

Perciò séguita pure, o cavaliero,

Senza altro più sapere, il tuo sentiero,

100

E vanne presto, che non sia veduto

Da quei che m'hanno in guardia, e non sia morto.

Astolfo a un sonator toglie il lïuto,

E suona, e canta, e balla per diporto.

Ciascun per lo stupor si resta muto.

Quando di questo un Saracin s'è accorto,

Gli viene addosso; e si attacca fra loro

Battaglia, qual si fa tra toro e toro.

101

A quel romore corre l'altra gente,

E trentamila omai sono i Pagani.

Orlando sta alla giovane presente,

E qualche volta ancor mena le mani.

Rinaldo, ora di punta, or di fendente

Tirando, ha dato certi colpi strani,

Che dice il Garbolino, e se lo crede,

Che partì molti dalla testa al piede.

102

Ferraù sta nel mezzo de' giganti,

Che scaglian le lor reti con gran festa,

Ed hanno presi de' Pagani tanti,

Che vivo poco numero ne resta.

Fuggono gli altri. Alla donzella avanti

Vengono i paladini. Ella men mesta,

Ma non allegra ancor, saluta, e chiede

Che la lascin lì sola per mercede.

103

Non sia mai vero ch'a' lïoni e a' lupi

Lasciamo esposta sì gentil donzella:

Le città grandi, non boschi e dirupi,

Albergar denno giovane sì bella.

Però lasciate questi negri e cupi

Boschi, e venite nosco ove v'appella

Miglior fortuna; e ci narrate intanto

I vostri casi. Ed ella diè in un pianto;

104

E con un bianco lin che in mano avea,

S'asterse due o tre volte i rugiadosi

Occhi, co' quali ancor piangenti ardea:

Or pensa quando son lieti e giojosi.

Ma pria che questa vaga e mortal Dea

Racconti i casi suoi tristi e dogliosi,

Posiamci alquanto; chè non ho più lena,

E il roco canto mio s'intende appena.