CANTO TERZO

ARGOMENTO

Su per le schiene d'orrida montagna

Col ferro mille Arpìe Rinaldo uccide.

Al suo morto destrier nella campagna

Alza un sepolcro, e un epitaffio incide.

Trova ricovro, dove beve e magna;

E d'un romito strano assai si ride.

Sopra Angelica alfin venne alle brutte

Col reverendo padre Ferrautte.

1

Chi campa, si ritrova a cose strane;

E niuno sa com'ella ha da finire.

Se oggi si ride, si piange domane;

Se oggi ti trovi in tasca cento lire,

E avanzeratti a mensa il vino e il pane,

Un altro dì ti sentirai morire

Per la gran fame; e sì delle altre cose

Avvien, ch'ora son liete, ora dogliose.

2

Ho visto, e non son vecchio, a' tempi miei

Gente vestita tutta quanta d'oro,

Con gran staffieri e belle mute a sei

Andar per Roma con tanto decoro,

Che detto avresti: O questi sono Dei,

O cardinai che vanno a concistoro;

E quei stessi veduti ho pur meschini

Chiedermi per mercè pochi quattrini.

3

In somma la virtù sol non vien meno,

E non si cangia per quella sguajata,

A cui del male e ben diè in mano il freno

La turba de' mortali sconsigliata;

Dico Fortuna, che in men d'un baleno

La vedi in mille guise trasformata:

Fortuna, femminaccia di bordello,

Che sempre muta o con questo o con quello.

4

Rinaldo, che fu sempre spelacchiato,

E non ebbe due soldi al suo comando,

E quando gli ebbe, non fu misurato,

Chè gli spese or bevendo, ora giocando;

Pur, perchè di valore ei fu dotato,

Di Fortuna si rise col suo brando;

Quel brando fatto dalle streghe in fretta,

Che ferri e marmi, come rape, affetta.

5

E se mai ebbe d'uopo d'esser forte,

E di saper menar le mani bene,

Fu questa volta, in cui presso alla morte

Sarìa ridutto; chè, se vi sovviene,

Da Lucina partito, e suo consorte,

Entrò ben tosto in un gran mar di pene;

Perchè appena ammezzata ebbe la via

Dell'aspro monte, che il vide un'Arpìa;

6

E tosto sopra lui calò di piombo,

E diede segno all'altre sue compagne;

E come falco che aggraffia il colombo,

Se avviene che dagli altri si scompagne;

Così, facendo un spaventoso rombo,

Cadder sul cavalier le Arpìe grifagne;

Il qual, sentendo stringersi la testa,

Disse: Poffariddio! che cosa è questa?

7

Ed alzate le mani in un istante,

Sentì le zampe e le ugnacce ferine;

E presane una con forza bastante,

Le tirò il collo come alle galline;

Poi con la nuda spada e fulminante

Si mise a dar dei colpi senza fine;

Ed a chi il becco, a chi l'ali tagliava;

Nè colpo in vano mai da lui si dava.

8

E già d'intorno s'era fatto un monte

Di artigli e penne, e di bestiacce uccise.

Ma che pro, se un migliajo ei n'ha alla fronte,

E mille a tergo e d'avanti divise?

Cento e più mila, che poi furon conte,

Eran le Arpìe con le quali si mise

A pugnar solo il povero Rinaldo:

Ora pensate voi, s'egli ebbe caldo.

9

Fortuna ch'egli avea l'armi fatate,

E non poteansi rompere per nulla;

Altrimenti le avrebbero spezzate,

E morto lui come un bambin di culla.

Vegliantino, scordato dalle Fate,

Fu fatto in pezzi. Or pensate se frulla

Il cervello a Rinaldo, che si vede

In tal periglio, e di più messo a piede.

10

Ma pur con la fatica a lui la lena

Sempre si accresce, e fa de' colpi belli:

Parte un'Arpìa per mezzo della schiena,

Ne sfonda un'altra, ed esconle i budelli;

Un'altra senza capo in su l'arena

Getta, e ad un'altra pota ambo gli ugnelli.

In somma morîr tutte; e le ferite

Furon diverse, e fur quasi infinite.

11

Dopo un sì strano orribile macello,

Cadde Rinaldo stracco in su la terra;

E poscia rïavutosi da quello,

Che mi val, disse, da sì dura guerra

Esser uscito con onor, se il bello

E forte mio destriero ito è sotterra?

Se Vegliantino mio è ucciso e morto,

Vegliantin mio compagno e mio conforto?

12

E qui raccolse le sue membra sparte,

E rïunille al meglio che potette;

E fatto un fosso, dove in due si parte

Un monticel che ha mille varie erbette,

Dentro vel pose: e ciò fe' con tal arte,

Che parve intero; e poscia vel chiudette

Con spine, sassi e terra; e in fin si messe

Inginocchioni, e un bacio su v'impresse.

13

E perchè non svanisse in modo alcuno

La memoria di bestia sì gradita,

Pensò Rinaldo di vestirsi a bruno,

E andare a piè per tutta la sua vita,

E di ciò dirne la ragione a ognuno;

E perchè vuole che resti scolpita

La sua fama in eterno, queste note

Scrisse, bagnando di pianto le gote:

14

Qui giace Vegliantin, caval di Spagna,

Orrido in guerra, e tutto grazie in pace:

Servì Rinaldo in Francia ed in Lamagna,

Ed ebbe ingegno e spirto sì vivace,

Che averebbe coi piè fatto una ragna:

Accorto, destro, nobile ed audace,

Morì qual forte e con fronte superba:

O tu che passi, gettagli un po' d'erba.

15

Scritto questo epitaffio sopra un sasso

Col sangue delle Arpìe e con la spada,

Seguitò il suo cammino passo passo;

Ma non sa dove sia, nè ove si vada:

Quando vide da lungi a piè di un masso

Un uom che fiso in verso il ciel sol bada;

A lui s'accosta, e lo vede vestito

Di rozzo sacco a guisa di romito.

16

Avea Rinaldo ancora la visiera,

Chè teme pure di qualche altra Arpìa;

Ed armato così, la buona sera

Dàgli; e il romito dice: Avemmarìa;

E narra come un peccatore egli era.

Rinaldo: Vorrei farvi compagnìa,

Disse, stanotte. Ed ei: Ne son contento;

E così nella cella entraron drento.

17

E in levarsi la pesante armatura

Narrògli come affatto avea distrutte

Quelle Arpïacce che gli fêr paura.

Il buon romito le pupille asciutte

Non tenne pel piacer di tal ventura,

E disse: Cavalier, son morte tutte?

Morte son tutte, e le ho morte sol io.

Ed ei: Campione, ringrazianne Dio.

18

E dissero un Te Deum sì scimunito,

Che non storpiaron tanto Vegliantino

Quegli uccellacci dall'artiglio ardito,

Quanto essi quel bel cantico divino;

Perchè Rinaldo non ebbe appetito

In vita sua di volgare o latino;

E l'altro l'ebbe a noja a' giorni suoi:

In conclusione egli erano due buoi.

19

Finito il prego, Rinaldo gli disse:

Chi siete, padricello? Ed ei: Non posso

Dirlo a veruno; ed ho fatto più risse

Per occultarmi: e qui si fece rosso.

Rinaldo aveva in lui le luci fisse;

Nè al buon Rinaldo levava d'addosso

Il romito le sue: e in questa guisa

Stati un poco, poi dieder nelle risa.

20

Ed esclamando il sir di Montalbano,

Disse: La volpe vuol ire a Loreto.

Ferraù frate? Ferraù pagano?

Deh! sciframi per Dio questo segreto;

Ch'io non so se mi sia in monte o in piano,

In una cella, o pur 'n un sughereto.

Tu col cappuccio, e con la fune ai fianchi?

Tu, Ferraù, percotitor de' Franchi?

21

Ma se tu sei del buon umor di pria,

Costerà caro a queste pastorelle

Cercar funghi, o passar per questa via;

Chè se avesser di piombo le gonnelle,

Tu le alzaresti con gran leggiadrìa:

Lo san di Francia le madamoselle,

Che fûro il segno della tua lussuria;

Onde ora v'è di vergini penuria.

22

Rinaldo mio, io son già morto al mondo,

E più non penso a queste porcherie,

Che danno gusto, ma mandano al fondo

Del brutto inferno, ove son altre Arpìe,

Che quelle del cui sangue festi immondo

Il vicin monte: v'ên bestie più rie

(Rispose Ferraù modesto in viso):

E i lascivi non vanno in paradiso.

23

Io questo ben sapea ch'era tantino,

E il numero dicea delle peccata:

Onde il maestro davami il santino

(Disse Rinaldo). Ma tu qual chiamata

Avesti per passar da Saracino

Alla greggia di gente battezzata?

Ed egli a lui: La storia è un po' lunghetta.

E Rinaldo: Di' pur, chè non ho fretta.

24

Ma meglio fia che noi mangiamo un poco,

Avanti che cominci il tuo racconto.

Ferraù disse: Io non accendo foco;

Vino non bevo, e non mangio dell'onto,

E la spesa risparmiomi del cuoco:

Con lo digiuno le mie colpe sconto;

Ma se vuoi fichi secchi ed uva passa,

Io n'ho di molti dentro a quella cassa.

25

Già che tu non hai altro, io mangerò

E l'uva e' fichi, amato Ferraù.

E a' piedi della cassa si assettò;

E il frate con le man fece Gesù,

Benedicendo il cibo; e divorò

Rinaldo sì, che nella cassa più

Da mangiar non rimase; e fuor po' uscì,

E bevve a un fonte ch'era su di lì.

26

E quindi ritornato nella cella:

Orsù, comincia adesso la tua storia,

Che mi figuro che voglia esser bella.

Ed egli per svegliare la memoria

Grattossi il capo, e scosse le cervella,

E disse: Sia di Dio tutta la gloria;

Chè tutta è grazia sua, tutto è suo dono,

Se quel che un tempo fui, or più non sono.

27

Hai dunque da saper, forte Rinaldo,

Che quando sì d'Angelica mi accesi,

Che non fu ferro al fuoco mai sì caldo,

Quant'io era, sua mercede (O male spesi

Pianti e sospiri! O mal costante e saldo

Amor, per cui lo mio Fattore offesi!

Ma il fatto è fatto, e non si può disfare;

E spero in Dio che se n'abbia a scordare);

28

Feci per lei, se ben te ne sovviene,

E teco e con altrui battaglie strane;

Ed uccisi tanti uomini da bene,

Che a narrarli non bastan settimane:

Ma la crudel non volsemi mai bene,

E strapazzommi sempre come un cane:

Alfin fuggissi in India con Medoro;

Che quando il seppi, io caddi di martoro;

29

E mi prese tal voglia di morire,

E terminar così la mia disgrazia,

Che nel Cattai mi risolsi d'ire,

E colà guadagnarmi o la sua grazia

Con le belle opre o col lungo servire,

O disperato in fine lei far sazia

Del sangue mio. E così stabilito,

Vo cercando di navi in ogni lito.

30

Una ne trovo al porto di Valenza,

Che andava proprio al regno di Cattai,

E conduceva quantitade immenza

D'uomini e donne, e d'altre cose assai.

Il nocchiero mi accorda la licenza

Di salir sopra; e il nolito fermai:

Il dì dipoi si sciolsero le vele;

E il mare or fu benigno, ora crudele.

31

I tuoni, le procelle e le tempeste

Non ti so dire, ed i mortai perigli:

Ma per me tutte erano gioje e feste;

Chè aveva di morir mille consigli:

E sol talora m'erano moleste;

Chè ricreare un'altra volta i cigli

Avrei voluto col mirar quel viso,

Che mi pareva proprio un paradiso.

32

Nè nulla ti dirò dei fieri mostri

Che vanno errando per quelle marine:

Non sono punto somiglianti ai nostri;

Chè hanno più teste e più pungenti spine:

E le balene, che pe' mari vostri

Sembran grandi, appo lor son piccoline.

Basti di dir, che spesso là rïesce

Equivocar tra un'isola ed un pesce.

33

Un dì che irato il tridentier Nettuno

Tentò rapirci nel suo sen profondo,

Cozzò la nostra nave all'aër bruno

'N un'isola, e si aperse, e quasi al fondo

Ella ebbe a andare; e ne temette ognuno.

Scendemmo in terra, e d'ogni grave pondo

L'alleggerimmo, e rassettammo appresso;

E più dì stemmo in su quel luogo stesso;

34

E, come si costuma, immenso foco

Si accese per cibar tanta genìa

Che scesa dalla nave era in quel loco:

Quando ecco l'isoletta che va via,

E la nave va seco; e a poco a poco

Ci accorgiam come cosa viva sia.

Per entrar nella nave ognun si affolla,

E pel timor chi affoga e chi si ammolla.

35

Dopo due ore di ravvolgimento

L'orca spietata ci mostrò la fronte,

E poi l'immensa bocca, e il brutto mento.

Alta e larga così, che arco di ponte

Non vidi mai (e n'ho visti da cento

Su le fiumane più famose e conte);

E di sopra e di sotto acuti e spessi

Denti ella aveva a guisa di cipressi.

36

Il nostro capitan disse: Siam morti:

Ecco che tutti ella c'ingolla crudi,

Nè v'è chi ci difenda e ci conforti;

Chè qui non servon nè lance nè scudi,

Nè cavalieri generosi e forti,

O coperti di maglia o affatto ignudi.

In un boccone, in un serrar di bocca

Nel suo gran ventre la nave trabocca.

37

In questo mentre, a guisa di ranocchio,

Presa un'antenna in man, gli salto sopra

La testa, e glie la pianto in mezzo a un occhio.

L'orca per lo dolor urla, e s'adopra

Di trarsi fuor quel gambo di finocchio;

Ma io non perdo mica il tempo e l'opra:

Ne prendo un'altra, e fo il medesimo atto,

E la bestia crudele accieco affatto.

38

Così ci liberammo quella volta.

Or vedi come son quei pesci grossi.

Giunsi in fine al Cattai, e in fretta molta

In verso di Baldacca il piede io mossi;

Baldacca, dove ogni bellezza è accolta,

Che feo varj terren di sangue rossi:

Tanti erano i desìi, tante le voglie,

Che aveva ciaschedun di averla in moglie.

39

Entro in Baldacca, e trovola dogliosa

Per la morte del principe Medoro;

E la sua corte oscura e tenebrosa.

Di Angelica dimando ad un di loro;

E mi risponde, com'è lacrimosa,

E come strappa i suoi capelli d'oro,

E come chiusa in solitaria stanza

Odia ogni festa, ogni gioja, ogni danza.

40

Ma che il suo vecchio padre Galafrone

Pensa a trovarle un novello marito,

Il qual sia in armi un celebre campione;

Perchè è signor d'un popolo infinito,

Ed ha nemici c'han grosso rognone,

E lo potrebber porre a mal partito:

E disse che volea spedire a posta

Al conte Orlando, e fargliene proposta.

41

Risposi: Vanne a Galafrone, e dilli

Che non spenda monete nel corriero;

Chè Orlando ha pien la testa ancor di grilli,

Ed è per tutti i capi un pazzo vero:

Ma che c'è un tal, che fuora è de' pupilli,

Perfetto spadaccin, perfetto arciero;

Uom che solo potrebbe, e disarmato,

Tutto quanto difendere il suo Stato.

42

Ebbe a scoppiar quell'uomo dalle risa,

Udendomi parlar di cotal modo;

Ma pur disse: Farò come divisa

La tua persona, che per franca io lodo;

Ma non so poi se nella stessa guisa

L'opre saranno alle parole che odo.

Poca uva fa la vigna pampinosa;

E il dire e il far non son la stessa cosa.

43

Io, che mai non conobbi pazïenza,

Nè vo' che mi si replichi parola,

Vedendo che al mio dir poca credenza

Mostra colui, lo prendo per la gola,

E glie la stringo con tanta potenza,

Che l'alma dal meschin tosto sen vola.

Corre tutta la piazza a questo fatto,

E mi son sopra più di mille a un tratto.

44

Io con quello strozzato ancora in mano

Lo giro a tondo, e mi faccio far lato;

Poi lo scaglio da me tanto lontano,

Che Galafron, ch'era al balcone andato,

Udendo quel tumulto così strano,

Ebbe a restarne quasi sfragellato:

E lo spezzava appunto come un vetro;

Ma lo colpì con le parti di dietro;

45

E disse: Corpo del nostro Apollino,

Chi fa volar sì in alto le persone?

Non soffia già Scirocco nè Garbino,

Nè gli uomini son foglie o polverone,

Che facciano per l'aria il lor cammino:

E manda in piazza il duca del Cordone,

Onde s'informi di quella faccenda;

Ed il chirurgo intanto lo rammenda.

46

Arrivato non era ancora in piazza

Il duca, che, snudato il fiero brando,

Aveva ucciso ormai di quella razza

Più di un migliajo; e pur ferìa scherzando:

Onde slargossi il cerchio; e, Ammazza, ammazza,

Diceano da lontano, e ancor tremando.

Il duca, nel veder sì gran macello,

Mi fe' un saluto, e si cavò il cappello;

47

E disse: Generoso cavaliere,

Perchè avvilirti con questa canaglia?

La quale, se t'ha fatto dispiacere,

Non ha viva nè morta come vaglia

A soddisfarti conforme è il dovere.

E prega seco che in palazzo io saglia;

E mi assicura che il re Galafrone

Mi vederà con gran soddisfazione.

48

La cortesìa fra l'armi non disdice,

Io dissi a lui, e rinfodrai la spada.

Fra tanto al re corre un staffiero, e dice,

Come io per girne a lui preso ho la strada.

Galafron vienmi incontro, e maledice

Il punto e l'ora nella quale io vada

A ritrovarlo; pur compone il viso,

Meglio che puote, a contentezza e a riso;

49

E mi abbraccia, e mi bacia nella fronte,

E vuol ch'io sieda sotto il baldacchino;

Nè v'è baron, nè v'è marchese o conte

Che mi parli, se non col capo chino.

E dettomi di lodi un mare, un monte,

Mi chiese s'i' era Franco o Saracino.

Saracino, risposi; e men compiaccio,

E adopro per Macon la spada e il braccio.

50

Quindi gli presi a dir, come a Parigi

Fui qualche tempo, e d'ogni paladino

Provai le lance, e vi feci prodigi;

Nè tu, nè il tuo sì celebre cugino

Abbatter mi potero, e Malagigi,

Ancorchè avesse i diavoli in domìno:

In fin gli dissi, come Amor mi prese

Della sua figlia, e di lei il cor mi accese;

51

E ch'appunto venuto era al Cattai

Per vederla di nuovo, e poi morire.

E in ciò dicendo, di pianto bagnai

Le gote, e fei quel vecchio impietosire;

Talchè mi disse: Forestier, che hai?

D'ogni male si può sempre guarire,

Toltane morte; però ti consola,

Che per moglie averai la mia figliuola;

52

E con essa vo' darti in dote il regno,

Giacchè Lucina l'altra figlia mia,

Da noi fuggendo, fece un atto indegno.

Rinaldo disse allor: Non molta via

È da noi lunge, e consorte ben degno

Ha seco, e sono bella compagnìa.

E tutta a lui narrò la varia istoria

Di quegli amanti, degna di memoria.

53

Poi gli disse: Ripiglia il tuo racconto;

Chè l'ora passa, e il moccol si consuma.

Rispose Ferraù: Sempre son pronto;

E se questo si estingue, altro si alluma;

Chè di cera non tengo molto conto.

Ho di molte api; e nell'orrida bruma,

Quando l'aria è più fredda e più crudele,

Io mi diverto in far delle candele.

54

Ferraù, tu mi fai strasecolare,

Disse Rinaldo, e si battè su l'anca.

Tu prima non volevi che trescare

In bordelli e in taverne, e su la manca

E su la dritta ed in giro trottare;

Ed or ti metti a far la cera bianca?

Ma tu non mica puoi durarci assai;

Chè il pel si cangia, e 'l costume non mai.

55

La grazia del Signor qui mi tien forte.

Ma ritorniamo al nostro Galafrone,

Che mi vuol dar la figlia per consorte.

Quando egli tanta grazia mi propone,

Mi diè per lo piacer quasi la morte;

E feci sul terreno un stramazzone,

Che fui creduto morto; ma ben presto

Ritornai in piedi vigoroso e lesto.

56

Intanto egli spedito alla sua figlia

Aveva un messo, acciò venisse in fretta:

Quando che io vedo (o rara maraviglia!)

Farsi l'aria più quieta e più perfetta,

E splender tanto, che strigner le ciglia,

Per non vederla, l'alma fu costretta:

Alfin le apersi, e le apersi in quel punto

Che il bell'idolo mio era lì giunto.

57

Non ti so dir quel che mi parve allora

La bella donna: certo mortal cosa

Non la credetti, e non la credo ancora.

Sotto un oscuro velo era nascosa;

Ma di lei parte ne apparìa pur fuora,

Siccome sul mattin vermiglia rosa,

Che tutta non si mostra e non si cela,

O come il Sol che per nube si vela.

58

Apparivan di fuor la bocca e il mento,

L'eburnea gola e il delicato seno;

Ma il vel sì non copriva il bel di drento,

Che fuor non tralucesse il bel sereno

Degli occhi suoi, benchè tal poco spento

Dal duolo, onde il suo cor era ripieno:

Ma rugiadose ancor, sempre son belle

In cielo le vivaci e chiare stelle.

59

Ma perchè teco la beltà di lei

Cerco adombrar, che n'hai notizia tanta?

In somma riguardandola perdei

E voce e moto, e rimasi qual pianta

Un dì restò sopra il Penéo colei

Ch'ora è mercede a chi gentil più canta.

Volli parlare, e non formai parola;

Chè la voce restommi entro la gola.

60

Alzato in fine l'odïoso velo,

Guardommi, e parve serenarsi in parte;

Ma ritornaro tosto in quel bel cielo

Più nuvolette, benchè rare e sparte.

Quindi, qual fior che sul nativo stelo

O l'aura tocca, che d'Africa parte,

O lieve pioggia, od altro avvenimento,

Che si vede mancare in un momento;

61

Così, nel veder me, tutte ad un tratto

Le sovveniro le cose di Francia;

E di Medoro suo, d'Orlando matto

Rammemorossi, e impallidìo la guancia;

E venne meno in un baleno affatto,

Quasi percossa da colpo di lancia.

In braccio me la reco, e la conforto;

E a darsi pace, quanto so, l'esorto.

62

Vengon le donne, e la pongono a letto,

E il medico si chiama; e incontanente

Le tasta il polso, e negli omeri stretto,

Dice: Qui l'arte mia non fa nïente;

Che Angelica mi par morta in effetto;

Chè non vede, non ode e nulla sente.

Ciò detto, s'alza un pianto sì crudele,

Che fino al ciel ne vanno le querele.

63

Pensa, Rinaldo mio, come restassi:

A quella vista mi volli ammazzare;

E poco andò che allor non mi gettassi

Da una finestra; e si potea ben fare;

Ch'era alta almeno cinquecento passi:

Ma Iddio, che voleami riserbare

A questa vita santa e luminosa,

Mi mise in testa un'altra miglior cosa:

64

E fu di ritornare al mio paese;

Giacchè fortuna m'era sì contraria.

Dunque con Galafrone io piansi un mese;

Poi quando a intiepidir cominciò l'aria,

Presi una nave tutta a proprie spese;

Chè andar con gente molta e gente varia

Mai non mi piacque; ed alfin salvo e sano

Un giorno mi trovai sul lito ispano.

65

Rinaldo, riguardandolo in cagnesco,

Gnaffe! gli disse, tu la festi grossa:

Angelica trattotti da Tedesco;

Ch'ella non morì mai; chè bianca e rossa

Vive, ed un altro amante have al suo desco.

Tu mi faresti ritornar la tossa,

Ferraù gli rispose; e Dio ringrazia,

Che ho voto di far bene a chi mi strazia.

66

Senza voto, darestimi di barba

Due dita, e un poco più sotto le rene,

Disse Rinaldo con la faccia sgarba.

E Ferraù: Gli è Cristo che mi tiene

In pace; onde il demonio non mi sbarba

Del mio proposto di farti del bene;

Ma mi faresti il bel servizïone

A non mi porre nell'occasïone.

67

Io non ti levo, e non ti pongo in essa,

Disse Rinaldo; ma vo' dire il vero:

Angelica con te sempre è la stessa,

E t'odia più, che lepre un can levriero.

Cotesta barba tua sì folta e spessa,

Cotesto viso smunto, giallo e nero,

Cotesto corpo vôto di carname,

Ti pajon cose da piacere a dame?

68

S'una donna trovassi a te simìle,

Che dovessi per forza avere in moglie,

Seppellir vivo in mezzo d'un porcile

Mi farei prima, e patire' altre doglie.

Angelica sì bella e sì gentile,

Ove ogni grazia certo si raccoglie,

Avea trovata la bella ventura

A pigliar sì terribile figura.

69

Di' pur, fratello mio, ch'io ti perdono:

E presa Ferraù la disciplina,

Batteasi forte sì, che parve un tuono.

Disse Rinaldo: Sino a domattina

Per me séguita pur cotesto suono.

Ma quella fune è troppo piccolina:

S'io fossi in te, o Ferraù beato,

Mi frusterei con un bel coreggiato.

70

Io ti vorrei corregger con modestia,

Se si potesse, disse Ferraù;

Ma tu sei troppo la solenne bestia;

E, a dirla giusta, non ne posso più.

Disse Rinaldo: Disprezzo e molestia,

Sofferta in pace, è grata al buon Gesù.

Ma tu sei, per la Vergine Maria,

Romito falso, e più briccon di pria.

71

A quel dir Ferraù gli diè sul grugno

La disciplina sua cinque o sei volte;

E Rinaldo affibbiògli un cotal pugno,

Che gli fe' dar dugento giravolte.

Dicea Rinaldo: Frate, s'io t'augno,

Le tue basette non saran più folte.

Ferraù non risponde, e intanto mena

A Rinaldo la frusta in su la schiena.

72

Prende Rinaldo il frate pel cordone,

E sì lo tira, che quasi l'ammazza.

Un zoccol Ferraù nel pettignone

Scaglia a Rinaldo, e a terra lo stramazza,

D'onde sorge, e ritorna alla tenzone.

Ma nel mentre che ognuno urla e schiamazza

S'ode un gran picchio all'uscio della cella,

Che introna a' combattenti le cervella.

73

E grida Ferrautte: Ave Maria;

E mena intanto un pugno al buon Rinaldo.

Gridano, Aprite, quelli della via;

Ma niun si muove, ed in pugnar sta saldo.

Pur Ferraù dall'oste si disvìa,

E sbuffando per l'ira e per lo caldo,

S'affaccia al bucolino della chiave;

Poi spranga l'uscio con pesante trave;

74

E grida: Aprir non voglio a gente armata.

Risposer quei di fuora: Con le nocca

Questa porta t'avrem presto sfasciata.

Rinaldo, che ode il frate che tarocca,

Ogn'ingiuria da lui presto scordata,

Apri pur, disse, a questa gente sciocca;

Chè assai ben presto li farem pentire

Di tanta lor baldanza e tanto ardire.

75

Aperse il buon romito; e dentro entraro

Quattro soldati forti e nerboruti.

Or, belle donne, voi avreste a caro

Saper chi ên questi, e perchè qui venuti.

Abbiate flemma, e non vi sembri amaro,

Se mi riposo; e se il Signor ci ajuti,

Nell'altro canto voi saprete il tutto,

Qual forse forse non parravvi brutto.