CANTO SECONDO
ARGOMENTO
Rinaldo, per salvar Lucina bella
Legata all'orno, i due gran rospi assale:
Per la bocca entrò ad un nelle budella,
E uscì dal culo senza farsi male.
Arde Rinaldo ai begli occhi di quella;
Ma il raffrena il timor del temporale.
Trova ella nella grotta il suo Lindoro:
Crede Rinaldo non star ben con loro.
1
Il cuor mi trema tuttavìa nel petto,
Perchè ho timor d'aver cantato male,
Nè avervi dato tutto quel diletto,
Che avrìa voluto, al vostro merto uguale:
Ma Febo non mi schiara lo intelletto,
Nè con lo santo suo furor l'assale;
Chè allor sarebbe il canto mio gradito,
E sare' forse anch'io mostrato a dito.
2
Ma non andate via; solo ancor questo
Novello canto udite; e fate poi
Quel più vi piace, ch'io non vi molesto.
Tutte le cose, siccome ancor noi,
Han tenero principio, e presto presto
Divengono fortissime da poi:
Così crescendo questa storia mia
Averà forse grazia e leggiadrìa.
3
Rinaldo, come detto si è di sopra,
Udito Carlo Mano imperatore,
E che tutto Parigi va sossopra,
Di andarlo a ritrovar si mise in cuore;
Ed in cercare una nave si adopra:
Ne trova una di un veneto signore,
Che passa in Grecia, e di Grecia in Ponente;
Ond'ei vi sale, e parte immantenente.
4
Dopo una buona navigazïone,
Ecco tempesta orribile e crudele,
Che i nocchier mette in tal confusïone,
Che senza alberi omai e senza vele
Correvan tutti a certa perdizione.
Chi prega Cristo, chi l'Angel Gabriele,
Che cessar faccia l'impeto de' venti;
E chi tarocca e bestemmia fra' denti.
5
In fin si calma l'orrida marina,
E si trovano presso a Barberìa.
Dice Rinaldo: Alla terra vicina
Guidatemi, chè scendere vorrìa.
E così fanno; e quando il Sol declina,
Discende il fior della cavallerìa
Nell'africana arena, e seco scende
Il suo caval, che co' venti contende.
6
Parte la nave, ed ei solo rimane;
Se solo si può dire un uomo forte,
E che ha il demonio proprio nelle mane.
Uomo temuto infino dalla Morte;
Tai fece imprese memorande e strane.
In giro mena le sue luci accorte,
Ma non vede nè uomini nè case;
Onde pensoso alquanto si rimase.
7
Splendea la luna, e gli usignuoli e i grilli,
Chi sopra il buco e chi su gli arboscelli,
Facevan dolci canti e dolci trilli:
Quand'egli fra scoscesi burroncelli,
Ove le acque divise in più zampilli
Facevan grati mormorìi, tra quelli
Spinse il suo fiero e nobile cavallo,
Che niun de' quattro piè mai pose in fallo.
8
Camminando, alla fin gli si fe' giorno:
E lungo tratto si trovò lontano
Da Marocco in un largo prato adorno.
Dove in mezzo del vago e verde piano
Era un cotale e sì terribil orno,
Che venti miglia e più dell'aër vano
Prendea co' rami, e fea con l'ombre sue
Riparo a mille bovi, e forse piùe.
9
A piè di questa smisurata pianta
Vide legata una gentil donzella,
Che i crini d'oro con la man si schianta,
E si affligge e si affanna e si arrovella;
Ma, come dir si suole, ai sordi canta:
E, quel che par più cosa atroce e fella,
Le vide star da dritta e da sinestra
Due bestie, lunghe un tiro di balestra.
10
Eran questi due rospi velenosi,
Grossi così, sì sporchi e disadatti,
Che avrìan fatto di loro timorosi
Non pur la donna degli angelici atti,
Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,
E se altra è fera che in bosco si appiatti;
Chè ognun di loro egli era fatto in guisa,
Che avrìa co' morsi una balena uccisa.
11
Rinaldo biancheggiar vide all'oscuro
La bella donna, come neve bianca,
O come gelsomin candido e puro,
La cui bianchezza per ombra non manca;
E disse: Questo non mi par sicuro
Cibo da bestie; e con la man non stanca
Dà subito di piglio alla sua lancia,
Ed un rospo colpisce nella pancia.
12
Hai tu visto, lettor, per gli spedali,
Quando il chirurgo va col gammautte
A tagliar porri, fignoli e cotali
Morbi, che fanno gonfiature brutte;
E giù la marcia piovene a boccali,
Onde si ammollan le lenzuola asciutte?
Tale ti pensa a giusta proporzione
Il rospo aperto sopra il pettignone.
13
Fece un lago di marcia assai più vasto,
Che non è quel di Biéntina o Fucecchio;
Ed annegato vi sarìa rimasto,
Ma in sì gran spazio non alzossi un secchio.
La fera intanto per quell'aspro tasto
Rabbiosa sollevò sopra l'orecchio
Due lunghi corni; chè un sì fatto arnese
Hanno i rospacci di quel reo paese.
14
E ritta su le due zampe di dietro,
Con la bocca più larga di sei forni,
E con gli occhiacci lustri come vetro,
Lo qual di dietro una gran face adorni
(Ma face da mortorio e da ferétro),
Con urli che parean campane e corni,
Lo aggraffigna e lo inghiotte (ahi caso crudo!)
Col cavallo, con l'armi e con lo scudo.
15
Pensate or voi, se si rimase brutto
Il povero Rinaldo a quel boccone:
Fortuna che trovò il corpaccio asciutto
Per quella piaga sopra il pettignone:
Pur si rinfranca, e, invigorito tutto,
Il suo buon Vegliantin batte di sprone,
E corre a tutta briglia la gran pancia,
E pel cul gli esce il paladin di Francia.
16
Si volse a rimirar ciò che stato era,
Il rospo; ed in quell'atto nella fronte
Gli diè Rinaldo tal percossa fera,
Che fe' di sangue altro che fiume o fonte;
E restò morto. Ma dell'altra fera
Chi dirà l'ire e i fieri oltraggi e l'onte?
Ella ha una pelle grossa un braccio e piùe,
Tutta d'acciajo: guardilo Gesùe!
17
La giovinetta misera e dolente,
In parte rallegrata in veder morta
La spaventosa belva puzzolente,
Or che vede in quest'altra esser risorta
La morta suora, e far lei più possente,
Si tapina, si affanna e si sconforta;
E teme con ragion che non prevaglia
Il suo campione in quest'altra battaglia:
18
E fa preghiere e voti ad Apollino,
Che salvi lui in così dura guerra.
Rinaldo intanto sovra l'acciar fino
Dà con Fusberta, e colpo mai non erra.
Ma che far può senza ajuto divino?
Opra questa non è da un uom di terra;
Onde ascolta dal ciel voce che dice:
Sbarba, campion di Dio, quella radice
19
Che ha poche foglie, e statti al destro lato;
E quando apre la sua terribil bocca,
E tu la scaraventa nel palato,
E subito vedrai che così tocca,
Verralle un sonno sì spropositato,
Che non la desterìa cannon di rocca:
Allor le immergi la pungente spada
Nell'occhio manco, e non più stare a bada.
20
Rinaldo corre presto alla radice,
La svelse, ed a quel rospo l'accostòe,
E fece come l'Angelo gli dice:
Giù pel palato la scaraventòe.
Si addormenta la bestia, e fa felice
Col suo dormir Rinaldo, che montòe
Sopra il gran rospo; e valoroso e franco
La spada gli cacciò nell'occhio manco.
21
E subito morì quella bestiaccia
Tanto crudele, dolorosa, infame.
Rinaldo allor prende le belle braccia
Della donzella, che gli muovon fame:
Ella sospira, e da sè lungi il caccia,
Dicendo: Ancor tu puzzi di letame;
Ancor tu porti, o mio campione, il viso
Di quello sterco sporcamente intriso.
22
Rise Rinaldo, e corse al vicin fonte;
E, toltasi di dosso l'armatura,
Da' piedi si lavò sino alla fronte;
Poi rivestissi: e mentre con sicura
Speme si accosta alle bellezze conte,
Ecco venire per la gran pianura
Due giganti sì vasti e sterminati,
Che parean refettoríi di frati.
23
Eran questi Bafusse e la Cagnasca,
Marito e moglie, e de' rospi parenti:
Han piena di saette una gran tasca,
E coperti ên di cuojo di serpenti.
Mal chi con essi o s'imbroglia o s'infrasca;
Chè costor non fan mica complimenti;
Han pini in mano cento braccia lunghi;
D'uopo è del prete, ov'è che il colpo aggiunghi.
24
Rinaldo dà un'occhiata alla donzella,
E ridendo la stringe; e poi si volta
Verso i giganti, e ben si chiude in sella;
E correndo vêr essi a briglia sciolta,
Bafusse sventra, e gli escon le budella;
Indi si mette in resta un'altra volta,
E la Cagnasca per lo mezzo spacca;
Poi scende, e Vegliantino all'orno attacca.
25
Indi tornando là dove splendea,
Benchè languido ancora, il dolce lume
Di quella, dir non so se donna o Dea,
Tutto ripieno di gentil costume,
Con voce che di amante esser parea,
Che dolcemente Amore arda e consume,
Disse: Donna gentil, vostra sventura
A voi certo è crudele, acerba e dura;
26
A me dolce cotanto e tanto cara,
Che immaginar non sonne altra migliore;
Perchè per essa Amore mi prepara
Un nobil troppo, e troppo bello ardore.
Chè se la voglia assai rapace e avara
Di chi vi tolse al caro genitore
Restava spenta da benigno fato,
Quando stato sarei sì fortunato?
27
Quando veduto avrei un sì bel viso,
Un sì bel petto, e membra sì ben fatte,
Che miglior non si fanno in Paradiso?
Qual rosa che pastor ponga sul latte,
Rosseggiò della donna il bianco viso;
E a lui rivolta: Intemerate, intatte
Fa che sian queste membra, e non volere
Alla onestade mia far dispiacere.
28
Rinaldo le promise; ma, sciogliendola,
D'aver promesso gli venne rammarico;
Chè sì pienotta e candida vedendola,
Disse: Ho promesso, è ver; ma se prevarico,
Ed il volere al peggio inclina e pendola,
Dalla bellezza tua vien tutto il carico.
E in ciò dire, le ha sciolto e piedi e mano;
Ed ella tosto va da lui lontano;
29
E prese un par di foglie di quell'orno,
Ch'erano larghe almen dodici braccia,
E se le avvolse tutte tutte attorno.
Sì che di nudo non ha che la faccia.
Rinaldo la riguarda, e vàlle intorno.
Ed or parla, or sospira ed or minaccia;
E mostra a mille segni il fuoco acerbo
Che gli arde ogni osso, ogni vena, ogni nerbo.
30
E in fatti verso lei corre veloce,
Più che barchetta quando l'urta il vento:
Ma s'ode intanto un'indistinta voce
Che l'aere introna, e quindi a cento a cento
Fanti e cavalli, e gente in viso atroce.
Rinaldo, al quale ignoto è lo spavento,
Lascia la donna, ed a color va incontro,
E domanda chi sieno al primo scontro.
31
Gente siam noi dell'isola Grifagna,
Che tanto tempo sotto di Bafusse
L'oppresse di dolore una montagna;
Chè questi ognor ci dava delle busse,
E fece al nostro onor sempre magagna:
Basta che noi e il nostro aver distrusse
Per mantener due rospi suoi figliuoli,
Che nati appena parevan fagiuoli;
32
Poi crebbero ogni giorno in guisa tale,
Che in un mese si feron come case;
Ed in un anno tanto madornale
Si fe' ciascun, che in fin si persuase
Bafusse di mandarli in tale quale
Luogo, ove fosser le campagne rase,
A crescere a lor modo; e tutti noi
Condannò per cibarli in vacche e in buoi.
33
Or che per vostra man, signore invitto,
Giacciono al suolo i perfidi tiranni,
Venite a noi, ed a vostro prescritto
Tutti vivremo; e de' passati affanni
Ristorerassi l'isolano afflitto.
E qui lo scettro, e di purpurei panni
Vesti gli diero, e lo acclamaro Augusto.
Disse Rinaldo: A questo non ho gusto:
34
Ritornatevi tutti a casa vostra,
Chè or non mi piace aver qui compagnìa;
E con la man la strada lor dimostra,
Perchè scorciare possano la via;
Poi si rivolta alla donzella, e, O nostra,
Disse, bella tiranna acerba e ria;
Ti sei mutata punto di parere?
Ed ella a lui: Per nïente, messere.
35
Non sai tu come io nacqui alta regina,
Figlia di Galafron, re di Baldacca,
Che tutta l'Asia e l'Africa domìna?
E se fortuna avversa mi distacca
Dal regio soglio, e a basso mi rovina,
Di questo non mi calse, o cale un'acca:
Ho dentro del mio cor, ch'unqua non trema,
E regno e scettro e soglio e dïadema.
36
Come se accade mai che in campo aperto
Vegga da lungi il cacciator la cerva,
Cerca appressarsi a lei cheto e coperto,
E di sua morte gran letizia serva:
Ma quando poi s'accorge che un bel serto
D'oro il collo le cinge, e lei preserva,
Si astiene dal ferirla, e mesto e lasso
Rivolge indietro l'affannato passo:
37
Così torna Rinaldo in sua ragione,
Da poi che l'esser della donna intende;
E le dice: Quand'io ebbi intenzione
Di quel che Amor ne invoglia e istiga e incende
Pel vostro bello le nostre persone,
Io non pensai che dentro a regie tende
Voi foste nata, e che foste regina;
Ma vi credetti donna da dozzina.
38
Or ditemi, signora, se v'aggrada,
Come andò questo fatto così fiero;
Perchè io su questa lancia e questa spada
Vi giuro vendicarvi da dovero.
La donzella di flebile rugiada
Bagnò le gote, e disse: Cavaliero,
Ben è dover che tu sappia ben tutte
Le mie sventure spaventose e brutte.
39
Amor fu la cagion de' miei tormenti.
Or odi come: In Asia le donzelle
Stan chiuse tanto agli occhi delle genti,
Che appena veggion Sol, veggiono stelle;
Nè fia che regia culla alcuna esenti:
Solo un giorno dell'anno le più belle
Vanno al tempio ove Venere s'adora;
Ed io v'andava con mille altre ancora.
40
Tre anni sono (ed ahi perchè non era
Io morta prima di quel dì fatale!)
Tra molta e molta gente forestiera,
Giovane tutta e tutta quanta gale,
Il figliuolo del re della Riviera
Vi venne; ed era bello, appunto quale
Ganimede dipingesi, o Narciso;
Ma vie più bello ancora era il suo viso.
41
C'incontrammo con gli occhi, e in un baleno
Io mi sentìi ben divampare il petto;
Ed egli dimostrommi arder non meno.
Tutto quel giorno (ahi giorno maledetto!)
Nostre pupille senza guardia o freno
Fermate e fise nel soave aspetto
Non vider altro, insino che non giunse
L'invida notte, ed ambedue disgiunse.
42
Quando tornai nella mia usata stanza,
Pensa s'io piansi e s'io mi disperai;
Chè nutrir non potea tanta speranza
Da rivederlo un'altra volta mai.
Ma che non puote la somma possanza
D'Amore e de' pungenti almi suoi strai?
Trovò maniera il giovin tutto fuoco
Di venirmi a trovar nel chiuso loco.
43
Presentossi al mio padre Galafrone
Vestito ad uso delle donne d'Ida;
E disse, come aveva intenzïone
Di esser una di mie ancelle fida.
La bella faccia del gentil garzone,
Sempre modesto, o che parli, o che rida,
Non fece sospettar di alcun inganno.
Così per serva il mio bel Sol mi danno.
44
Ciò che seguisse poi, bello è il tacere.
Basta che in poco tempio io venni donna:
M'ingrossò il ventre; e s'alto dispiacere
Io n'ebbi, il pensa. Nè la lunga gonna
Potea più ricoprir l'opre mie nere:
Ond'egli, Ne' perigli chi si assonna,
Mi disse, non ha spirito regale;
Nè vi è senza rimedio al mondo male.
45
Noi fuggirem, se ti dà il cuor, Lucina
(Chè tale è il nome mio), da questo albergo,
E nel mio regno tu verrai regina.
Diamo, gli dissi, pure al padre il tergo;
Lasciam Baldacca e l'ampie sue confina:
Nè il mio fuggir di poco pianto aspergo;
Perchè dove tu sei, vago Lindoro,
È il mio padre, il mio regno, il mio tesoro.
46
Aspettiamo una notte tenebrosa,
Orrenda per le piogge, lampi e tuoni
(Che non fa donna quando ella è amorosa!);
E giunta, andiamo per sentier non buoni,
Ed entriamo in un bosco; e quivi ascosa
Seco mi stetti tra tigri e lïoni
Due giorni. Indi partimmo in verso il mare;
Ma legno alcun sul lido non appare.
47
La notte, ecco una fusta di pirati
Che viene a terra per cercar conforto;
Da' quai fummo in un subito legati,
E l'amor mio piagâr sì, che fu morto.
Me poi donaro gli uomini spietati
A quel gigante che tu festi corto;
E quei mi diede poscia in guardia a quelle
Belve cotanto mostruose e felle.
48
Or eccoti narrati i casi miei,
Che muovere a pietà dovrìano il cielo.
Dimmi ora tu, forte campion, chi sei.
Rispose allor Rinaldo: Sebben celo
Il nome mio, e ad altri nol direi,
A te, bella Lucina, ecco lo svelo.
Io son Rinaldo, il sir di Montalbano,
Degno cugin del senator romano;
49
Ed in Baldacca ti rimeneròe
Alla barba d'Apollo e di Macone,
E con tuo padre ti raggiusteròe.
Ma se Lindoro è morto, e non si pone
In dubbio; se felice esser potròe
O per amore o per compassïone,
Io ti prego, Lucina, di pigliarmi
Per tuo marito, e voler sempre amarmi.
50
Eh! non è tempo di parlar di nozze
(Disse Lucina, e fecesi più bella):
Le bionde trecce scarmigliate e mozze,
La faccia oscura troppo e abbronzatella,
E queste vesti anche a vil donna sozze
Odiano d'Imeneo l'alma facella.
Aspetta un po', non esser così caldo;
A casa mia ti sposerò, Rinaldo.
51
Il sir di Montalbano a quel parlare
Fece del viso una strana figura,
Com'uomo il quale mettasi a mangiare
Mela cotogna, o sorba non matura;
E disse: Proverommi ad aspettare;
Ma io m'attacco al ben della natura;
E ciò che l'arte aggiunge al vostro bello,
Io non lo stimo un marcio ravanello.
52
Però, se tu non sei d'oro vestita,
E non ti han fatto le camicie i ragnoli,
Senza capelli, nè molto pulita,
Non è che io di ciò dolgami, o ne sguagnoli;
Chè la salsiccia allora è più squisita,
Che ci metton più lardo i pizzicagnoli:
Ma pur, se vuoi che aspetti, io non ricuso;
Dico sol ben che questo è un cattiv'uso.
53
In così dire, uscîr della foresta.
Era Rinaldo sopra Vegliantino;
Lucina una giumenta assai modesta
Va cavalcando sempre a lui vicino:
Quando s'ode per aria una tempesta
Di lampi e tuoni, che il furor divino
Conoscere facea lontan le miglia:
Onde a Rinaldo s'inarcâr le ciglia;
54
E cominciossi a percuotere il petto,
E domandar perdon de' suoi peccati;
E si doleva d'esser sì soletto,
E non poter trovar preti nè frati,
Per far de' suoi peccati un fardelletto,
E porlo a piè degli uomini sacrati.
La donna nel vedere atto sì strano,
Disse: Che è questo? Ed egli: Io son Cristiano.
55
In questo mentre vedono una grotta,
E vi s'insaccan entro tutti due.
Il cielo intanto mormora e borbotta,
E ogni momento s'annerisce piùe;
Ed Austro ed Aquilon fanno alla lotta,
E i fulmini e le grandin cascan giùe.
Lucina spaventata stringe al collo
Rinaldo, ch'era gallo, e parve un pollo;
56
Perchè di queste cose avea paura
Il paladino, e non arebbe fatto
Mezzo peccato in quella congiuntura;
Benchè poi dopo si diede del matto
In ricordarsi quella positura:
Ma quando un uom si trova sopraffatto
Dal timore, riman tanto avvilito,
Che non ha forza pur di alzare un dito.
57
Venne la notte, e cominciò Lucina,
Poichè cessati fûro i lampi e i tuoni,
A interrogar Rinaldo, se confina
La legge e le cristiane funzïoni
Con i riti e la setta saracina;
E quai sono fra lor le distinzioni.
Disse Rinaldo: Io credo in Cristo al certo:
Del resto poi io non son troppo esperto;
58
E studiai poco più dell'alfabeto;
Chè diei la santacroce in capo al mastro;
Poi corsi armato alla fortuna dreto,
E soffersi più d'uno aspro disastro:
Onde non so dove ci dian divieto;
So ben che l'erbe in terra, in cielo ogni astro
Ha fatto il nostro Dio; e che vuol solo
Seco i Cristiani, e i Saracini in duolo.
59
E cominciava a dir qualche altra cosa,
Quando sentono smuovere una pietra,
Indi apparire una luce dubbiosa;
Onde la donna e il cavalier s'arretra:
Ed ecco uscir con faccia dolorosa
Uom che gli occhi volgea sovente all'etra,
Per veder se finita era la pioggia,
Che cadde il giorno in così dura foggia.
60
La donna fe' un starnuto; e cadde il lume
Per la paura all'uomo ch'io vi ho detto.
Rinaldo, ch'ebbe sempre un bel costume,
Disse: Sgombra il timore dal tuo petto,
Chïunque sei, che di duol ti consume;
E dicci, se non t'è noja o dispetto,
Perchè chiuso stai qui tra questi massi,
Misero imitator di volpi e tassi.
61
Diede un sospiro quell'uomo infelice,
Che avrebbe dato moto a una galera;
Poscia singhiozza, e risospira, e dice:
Bench'io faccia una vita qui da fera,
Bevendo acqua e mangiando erba e radice.
Regia culla mi accolse, e culla altera;
Ch'io nacqui il primo, e posso ancor, se voglio,
Mutar questa spelonca in regio soglio.
62
Ma qual vaghezza mai d'illustre trono
Aver può chi nemico è d'ogni spasso?
Fortuna e Amor mi fêro un dì tal dono,
Che un regno e cento egli è un confronto basso,
E tutto il mondo, se a lui il paragono.
Esse fêr di bellezze un ampio ammasso,
E poscia ne formaro una donzella,
Di cui non fu giammai cosa più bella;
63
E mi amava colei tanto di cuore,
E cotanto di cuore amava io lei,
Che non fu mai un sì perfetto amore,
O vogliate fra gli uomini o gli Dei:
Ma Fortuna, che varia a tutte l'ore,
Sparse di fiele i dolci piacer miei,
E mi tolse in un giorno il mio tesoro;
Per che mirabil cosa è, s'io non moro.
64
Lucina, a pietà mossa di tal caso,
Chè lo trovava al suo molto simile,
Chi sei? gli disse; ed egli: Dall'Occaso
All'Orto, o corri pur da Battro a Tile,
Uomo, qual sia in odio più rimaso
Alla Fortuna, e sè più tenga a vile,
Di me non troverai; però mi lascia
Ignoto sospirare in tanta ambascia.
65
Ma la donna, che fatta è da natura
Piena di voglie e di curiositade,
Quanto ei più nega, ed ella più procura
Di sapere il suo nome e sua cittade:
Ond'egli: Benchè ciò mi è cosa dura,
Io lo dirovvi; abbiatemi pietade:
Questo sepolto in grotta così nera,
Egli è il figliuol del re della Riviera.
66
Il disse appena, che Lucina un grido
Diede, e poi disse: O mio dolce Lindoro!
O sospirato mio marito fido!
O perduto finora almo tesoro!
O cara grotta, o di delizie nido!
Aimè, che per dolcezza io manco e moro!
Ma come vivi, e come qui venuto
Se' tu? con quale scorta e quale ajuto?
67
Allora ei le narrò come un pastore
Piagato lo trovò su la marina,
Che dell'erbe sapea l'alto valore,
E alle ferite sue fe' medicina;
Onde lo spirto rïebbe in poche ore,
E risentissi sano la mattina;
E pel dolor di non averla seco,
Disperato si chiuse in quello speco.
68
Rinaldo, che informato era di tutto,
Fece i conti che meglio era partire;
Già ch'è un cattivo stare a dente asciutto,
Quando si vedon gli altri assaporire
Totani e sfoglie fritte nello strutto,
Che hanno un odor che ti farìan guarire
Un'ora dopo ancor degli olj santi.
Partissi dunque, e lasciò lì gli amanti.
69
Or qui s'incominciò la bella festa
Fra i lieti amanti e le dolci parole,
Che a narrarle sarìa opra molesta:
Tanto più che da me non mai si vuole
Parlar di cosa all'onestade infesta.
Eh parliam di Rinaldo, che si duole
Di aver perduta ogni speranza, e cheto
Fugge pel bosco, e piange in suo segreto.
70
Cavalcò fino a giorno, e al far del die
Si ritrovò nel mezzo a due montagne,
Alte così, così perverse e rie,
Che non le avrian salite o volpi o cagne;
Ed eran tutte ricolme di Arpìe,
Di quelle che si chiamano grifagne.
Or qui comincia una guerra crudele:
Ma vo' per poco ora raccor le vele.