CANTO UNDECIMO
ARGOMENTO
Sen fugge via con la testa tagliata
Per man d'Orlando il re degli stregoni:
E lo scolar con la pietra affatata
Scopre gli occulti ipocriti bricconi.
La gelosa Climene addolorata
Altrui dicendo va le sue ragioni.
Ancor Dorina a lei narra le trame
E l'opre inique della vecchia infame.
1
Ciascun si duol perchè deve morire;
E n'ha ragion; che il vivere diletta:
E quel dovere ad un tratto basire,
E star sepolto in una fossa stretta,
E presto presto tutto inverminire,
E in poca ritornar polvere schietta,
Ell'è mutazion sì dolorosa,
Che fa perdere il gusto ad ogni cosa.
2
Ma vi è di peggio, che dopo la morte
Bisogna render conto alla minuta
Al tribunal di Dio, che giusto e forte
Al fuoco eterno i malvagi deputa,
E chiama i buoni a sua celeste corte.
Ond'alma che quaggiù male è vissuta,
Esce di trista voglia; chè ha timore
Di giù piombar nel sempiterno ardore.
3
Io però volentier mi sottoscrivo
A questa legge: e quando non ci fosse,
Me ne dorrebbe; chè mi vedrei privo
D'un gran piacer: che le tombe e le fosse
(Quando accolgono in loro un uom cattivo,
Che per amici, o per oro, o per posse
Facea tremar qualunque era men forte)
Mi danno gusto che ci sia la Morte.
4
E così facess'ella il proprio offizio
Com'ella deve; e dèsse in capo a quelli
Che sono la sentina d'ogni vizio;
E non aprisse, che tardi, gli avelli
Agli uomini dabbene e di giudizio;
Ch'io le vorrei con marmi e con pennelli
E con inchiostro farle elogi tali,
Che uscirebbe dal numero de' mali.
5
Ma ell'è una secca stravagante e pazza,
Che va menando la sua falce in giro:
Onde senza saperlo i buoni ammazza;
E color che di sangue e pianto empiro,
E di lussuria ogni albergo, ogni piazza,
Lascia invecchiare: ond'io ne vo deliro,
E attaccherei per rabbia e impazïenza
Un pocolin la santa Provvidenza,
6
Se non vedessi in quale uso gli adopre,
Mostrandoci ad ogn'or ch'ella li serba
In vita, e spesso da morte li copre,
Perchè a pena più cruda li riserba:
E con le infami loro ed indegne opre,
E con la naturaccia lor superba
Raffinan degli eletti il santo coro,
Come per fuoco si raffina l'oro.
7
Nè sempre è vero ancor, che lor capelli
Veggan canuti gli uomini tiranni;
Ch'io n'ho veduti molti ne' più belli
Morire, e ne' più freschi e più verd'anni:
Perchè costoro son come i flagelli
Che il padre adopra de' figliuoli a' danni;
Che corretti che sono, egli li frange
Avanti agli occhi del fìgliuol che piange.
8
A questo fine ei diede il memorando
Valore e il cuor magnanimo e feroce
Sopra ciascuno al valoroso Orlando,
Di cui non morirà giammai la voce,
Nè del fatale suo terribil brando,
Dall'onda Caspia alla Tirintia foce;
Perchè gl'iniqui togliesse di vita
In loro età più ferma e più fiorita.
9
E se al mondo fu mai sopra ogni esempio
Un uomo scellerato, un uomo infame,
Fu senza dubbio quel negromante empio,
Che chiuso aveva il fiore delle dame
In una torre, e di lor feane scempio,
Gettando delle oneste il bel carname
Alle tigri, e sfogando brutalmente
Con le men caste la sua brama ardente.
10
Ma l'ora è giunta che fia posto fine
Alla tua crudeltà, mostro nefando.
Come io vi dissi, nell'onde marine
Già il biondo Sol s'era tuffato, quando
Pose il piè su le spiagge empie e ferine
Dell'isola ch'io dissi, il conte Orlando;
E si moveva a passo grave e lento,
Sempre con l'occhio e con l'orecchio attento.
11
Ma la notte si fece oscura tanto,
Che pensò di fermarsi in su la spiaggia;
Quand'ei s'accorse che lontano alquanto
Per angusto forame un lume raggia:
Onde in quel verso egli si muove; e intanto
Ch'egli guardingo e tacito viaggia,
Vede una face, e vede la gran torre,
E lo stregon che in lei vassi a riporre.
12
Egli spedito allor corre, e si porta
Alla torre medesima, e si pone
Dal destro canto della stretta porta,
E qui sta fermo con intenzione
Di far la lunga bestia a un tratto corta,
Quando esca fuor del chiuso suo grottone:
E mentre ei sta così, sente di drento
Un doloroso femminil lamento.
13
Crudele (udiva dir da una donzella).
Strazia pur queste membra, e fammi in brani;
Ch'opra non farò mai sì brutta e fella:
E tutta pria mi mangeranno i cani,
E mi trarranno i corvi le cervella,
Ch'io mai secondi i desir tuoi villani.
E il negromante le dicea: Tra poco
Su la tua pelle io drò principio al gioco.
14
E quindi un grido, un misero lamento
S'udìan dell'altre sventurate donne.
Orlando pieno allora d'ardimento.
Quale Sanson le filistee colonne,
Scosse l'uscio, l'aperse, e v'entrò drento;
E vide in mezzo a femminili gonne
Lui, che nudata aveva una donzella,
Di cui certo non fu mai la più bella;
15
E distesala sopra un rozzo banco,
Le voleva la pelle trar di dosso;
Quando sopra lui viene il baron Franco,
E gli si serra in un attimo addosso.
S'intimorì quell'empio, e fessi bianco;
Ma dal timor non s'era alcun riscosso,
Quando il buon conte con molta tempesta
Gli tira un colpo, e gli taglia la testa.
16
E o nova, o fiera, o strana maraviglia!
Non cade il tronco busto, anzi si china,
E la recisa testa in mano piglia,
E le scale discende, e s'incammina
Verso la porta. Stupide le ciglia
Orlando tiene, e dietro lui cammina.
Così fuor della torre al verde piano
Esce quel mostro con sua testa in mano:
17
Indi si ferma, e dalle labbia fuora
Il mozzo capo un sibilo tramanda;
E si veggon venire in men d'un'ora
E serpi e tigri e mostri d'ogni banda.
Il tronco busto scaglia in alto allora
La testa, e forse un miglio in su la manda:
Quindi egli cade; e le tigri e i serpenti
Gli van sopra, e lo laceran co' denti.
18
Intanto torna giù l'orribil testa;
E quasi fosse un giuoco di pallone,
Come in Siena talor fassi per festa,
Per l'aere vano la fanno ir girone:
Poi nojati del giuoco ognun s'arresta
De' fieri mostri. Orlando non s'oppone
A quelle bestie, e riguarda con ozio
Come abbia a terminare quel negozio.
19
Quand'ecco d'improvviso che si rompe
La terra, ed esce fuora un fumo nero
Misto a gran fiamma che l'aer corrompe.
Indi Pluton, che men dell'uso è altero,
Senza l'usate sue deformi pompe
Quasi lieto s'accosta al cavaliero,
E gli dice: Signor, grazie infinite
Ti dà dell'opra il Regnator di Dite.
20
Tu col dar morte al brutto negromante,
Tornato m'hai al mio supremo soglio;
Perchè costui avea virtù bastante,
Che non valeva il mio dirgli: Non voglio.
Me stesso ei si facea venir davante;
E pien di tirannìa, pieno d'orgoglio,
Or mi cangiava in pianta ed ora in sasso,
Ora in cane, ora in volpe ed ora in tasso.
21
E senza spirti quasi era rimasto:
Perchè questa isoletta, come vedi,
Tutta colmò quell'animal da basto
Di spiritelli; onde da capo a piedi
Tutta quanta è di diavoli un impasto:
E queste stesse ch'esser tu ti credi
Tigri, son diavoletti; e i pini e gli orni
Sono pur tutti demonj coi corni.
22
La torre ancora di demonj è fatta:
E quanti sassi son, quanti mattoni,
Tutti son spirti della stessa schiatta;
I gangheri e le porte son demoni,
Demonj i topi e demonia la gatta,
Demonj i palchi, i tetti e i cornicioni,
Demonj i chiodi, demonj il solajo;
Or vedi se n'aveva più d'un paio.
23
E intanto possedea questa divina
Virtude, a cui per forza era io soggetto,
In quanto la mia dolce Proserpina,
Venuta un giorno al mondo per diletto,
In quest'isola scese alla marina;
E slacciatasi un poco il bianco petto
Per prender aria, le cadde dal seno
Un mio biglietto scritto in pergameno;
24
In cui io m'obbligava strettamente,
E più che in forma cameræ i Romani,
D'ubbidire alla cieca, immantinente
A' suoi comandi; e fossero pur strani:
E sì il cervel m'avea tratto di mente
Amor, ch'anco i demon fa sciocchi e insani,
Che qualor nominasse ella il mio nome,
Tosto farei per lei e rome e tome.
25
Or non s'accorse la mia bella moglie
D'aver perduto quel mirando scritto:
E mentre erra pel lido, e che raccoglie
Chiocciole e nicchj, da un porto d'Egitto
Questo stregon le vele sue discioglie,
E con la prora appunto dà diritto
In quel luogo ove il breve caduto era
Alla mia troppo semplice mogliera:
26
E perchè sapeva egli molto bene
Le nostre cose, ne fu sì contento,
Che saltò per piacer su quelle arene.
Poi mi comanda che il porti qual vento
Colà, dov'era il mio unico bene
(Ch'il breve avea il suo nome, e fuora e drento);
E vistol, se n'accese, e in mia presenza
Tentò l'infame farle vïolenza.
27
E perchè non voleva per niun patto
La giovin compiacerlo, egli in vigore
Di quel mio troppo misero contratto
M'astrinse a fargli agevole il favore;
Ond'ei rimase appieno soddisfatto,
E in me doppiossi l'affanno e il rossore:
Chè, benchè nell'inferno io peni assai,
Come quel dì non fui misero mai.
28
Ed allor fu, signor, la volta prima
Che m'apparver le corna in su la testa,
Le quai subito rasi con la lima,
Perchè l'opra non fosse manifesta.
Ma il mondo egli n'empì da fondo in cima;
Onde pensa se ognun ne fece festa;
E quindi fui, di corna il capo cinto,
Sculto ne' marmi ed in tele dipinto.
29
Quindi egli sempre più resosi certo
Della virtù che il breve nascondea,
Ad ogni infamia il varco s'ebbe aperto,
E nessuno resistergli potea;
Chè altrimenti da lui era diserto,
Nè nuova più di lui se ne sapea,
Onde grazie ti rendo, o baron forte,
C'hai data or a costui condegna morte.
30
Nè ti maravigliar, se tu l'hai visto
Andare in giro con la testa in mano;
Perchè un folletto il più malvagio e tristo
Gli misi addosso; ed in modo sì strano
S'era con esso avviticchiato e misto,
Che non l'avrìa scacciato alcun Piovano.
Or morto lui, rimase quel folletto.
Che dell'anima in lui facea l'effetto.
31
Ciò detto, trema il suolo, il ciel s'oscura,
S'apre la terra, e le tigri e Plutone
Vi cadon dentro, e ogni altra bestia impura.
Fuggon le piante, e dispare il torrione,
E l'isola riman senza verdura:
Le donzelle che stavano in prigione,
Si trovano disciolte e liberate;
Di che altamente son maravigliate.
32
Quei della nave, al comparir del sole,
Veggendo il lido d'alberi spogliato,
Persero i sensi e perser le parole;
Tanto restò ciascun di ciò ammirato.
Ogni donzella intanto adora e cole
Con laudi ed inni il cavalier pregiato;
Ed ei fa cenno con un bianco lino
Al legno che si faccia a lui vicino.
33
Viene il naviglio colmo di piacere,
E d'udir vago il fin di tanta impresa:
E sceso il duce con ciascun nocchiere,
Ebbero appena la grand'opra intesa,
Che commendato il forte cavaliere,
Mostrò ciascuno la sua voglia accesa
D'andare in Inghilterra, e là far chiaro
Un fatto così bello, inclito e raro.
34
Ed Orlando restò con le donzelle,
Le quai rivolte umilemente a Dio
Giurâr di conservarsi verginelle
In chiuso loco, onesto, santo e pio.
Le loda il conte infino all'alte stelle,
E dice lor: Sarebbe il parer mio
Che vi chiudeste in questa isola stessa;
Ed io vi troverò breviarj e messa:
35
E scelse il luogo presso alla marina,
E disegnovvi un orto grande grande,
Dove fossero erbette e insalatina,
E varj fiori da intrecciar ghirlande:
E perchè sien sicure da rapina,
Vuol che il convento da tutte le bande
Con torri, con fortezze e baluardi
Da gente armata sempre si riguardi.
36
Ed ecco intanto che biancheggia il mare
Per le gran vele che vi corron sopra;
E d'Irlanda e di Scozia e d'Anglia appare
La flotta, che il mar sembra che ricopra.
Sul viso delle vergini compare
Tanto piacer, che le manda sossopra;
E batton palma a palma, ed alla riva
Corron veloci, e gridan tutte: Evviva.
37
Chi il padre abbraccia, chi il dolce fratello;
Chi discorre del mago e chi del conte:
Chi narra il colpo fortunato e bello,
Che privò il mostro dell'altera fronte:
Chi dell'amica l'orrido macello;
Chi descrive le tigri al mal sì pronte;
Chi le serpi, chi i draghi e chi gli affanni
Che soffersero in carcere molti anni.
38
Poi rïavute da tanta allegrezza,
Scoprono ai lor parenti il buon desire
Che han di sacrare a volontaria asprezza
La vita loro, e di voler servire
Al sommo Dio in verginal mondezza.
Questo parlar li fece impietosire,
E piansero un tal poco; ma alla fine
Disser ch'eran di sè donne e regine,
39
E ciò facesser che a grado lor era:
E chiamati ferraj e legnajuoli
E muratori, e tutta quella schiera
D'uomini che non possono oprar soli,
Dieron principio ad una mole altera,
Che uguale non fu vista fra i due poli;
Chè lungo trenta miglia, e largo venti
Fu quel convento, gloria de' conventi.
40
Fui da tremila e più le monacelle:
Vestivan lana bianca e lana negra;
Nè lino più toccava lor la pelle.
Giovani tutte, e con la faccia allegra,
Vaghe, gentili, grazïose e belle,
Che in sol vederle il cuore si rallegra.
La più vecchia fra lor fecer prïora,
Che a diciotto anni non giungeva ancora.
41
Questo convento fammi uscir di via,
E tralasciar la storia incominciata;
E fammi ritornar a casa mia,
Dove ho di nipotine una brigata,
Che mettono al pan bianco carestìa:
E mi ritrovo una certa cognata
Che ogni anno ne fa una: onde, se dura,
Vo' là mandarle a tentar lor ventura.
42
Perchè in Pistoja noi stiamo a quattrini,
Siccome San Cristofano a calzoni.
Ma il mal è, che sebben siam poverini,
Vogliamo fare da ricchi Epuloni:
Vogliam giuocare, vogliamo festini,
Vogliamo vesti belle e buon bocconi;
E spesso spesso facciamo in un mese
Anticipate d'un anno le spese.
43
Il maladetto lusso da per tutto
Entrato è sì, che un angolo non resta
Del mondo, il più meschino ed il più brutto.
Che messo non si sia in gala e in festa:
Onde ciascuno ne riman distrutto;
E chi ha da dare, si gratta la testa;
Ma per contrario quegli che ha da avere,
Si può a sua posta grattar il messere.
44
Ma nelle gran città quest'atra peste
Fa maggior male e più rovina assai.
Lo stato d'una casa una sol veste
Costa talor, chè son banditi i sai:
E tra nastri, tra maniche e tra creste
Si van spendendo piastre e doppie a stai,
E tra svimeri, sterzi, stufe e cocchi
I poveri mariti spendon gli occhi.
45
Le stalle piene e gli argenti infiniti
Non per la mensa sol, ma per lo cesso,
E per gli sputi marci e inverminiti
Chi può narrare? E raccontare appresso
Le perle ed i diamanti, onde guarniti
I membri sono del femmineo sesso?
Ah sciocchi noi, ed esse pazzarelle,
Che godono esser più ricche, che belle!
46
Ma ritorniamo all'isola del mago;
Chè mia mogliera non darammi spesa;
E s'io sarò di spender punto vago,
Non ho timor di ritirarmi in chiesa,
Ed isfogar con qualche sacra immago
Quell'apra doglia che m'aggrava e pesa.
Con una chierca mi sono aggiustato,
Tanto c'ho in tasca la Fortuna e il Fato.
47
Fatto il convento, e cinto intorno intorno
Di forti rocche e d'afforzate mura,
Stiè con loro alle grate più d'un giorno
Il conte Orlando contro sua natura;
Chè monache non mai volle d'attorno:
E rammentando loro la clausura,
La castitade e l'uffizio divino,
Su la sua nave riprese il cammino.
48
Ma tempo è omai che torniamo a Climene,
Che non veduta col padre favella;
Ed a Guidone che pur mille scene
Or fa con questa dama, ora con quella.
Ad una batte bel bello le schiene,
Ad una il mento, ad una una pianella;
Ma questo giuoco a lungo andar non piace
A Climene, e perturbale la pace;
49
Perchè tra l'altre dame della corte
Una ve n'era bella a maraviglia:
Onde Climene, ingelosita forte,
Se la tocca lo sposo, si scapiglia,
E le viene il sudore della morte.
E appunto appunto con questa si piglia
Il suo busto Guidone; ma non crede
D'offender punto la giurata fede.
50
Lidia si nominava la donzella:
Vaga era tutta, ma sopra ogni cosa
Avea la bocca sorridente e bella.
La man Guidone sopra quella posa,
E lieve con un dito la flagella;
Per che Climene venne sì sdegnosa,
Che, senza altro pensar, dal balcon fuore
Trasse la pietra di tanto valore;
51
La qual diè in capo a un povero studente,
Che dal terreno la raccolse appena,
Che agli occhi di ciascun sparve repente.
Di cercatori la piazza è ripiena,
Per ritrovar la pietra sì valente:
Ma se non voglion ire a pranzo e a cena,
Prima che non la trovino, staranno
Tanto senza mangiar, che si morranno.
52
Senza la pietra di sì raro effetto
Climene a ciaschedun visibil fue,
E con essa Despina e Ricciardetto:
E sorte fu ch'era già rotta in due;
Onde a Despina restonne un pezzetto
Per gran conforto alle bisogne sue.
La loro apparizion tanto improvvisa
Empì la corte di piaceri e risa.
53
E Lidia nel vedere il giovin bello,
Che invisibil le fe' burle cotante,
Arder di dentro si sentì bel bello
Di quel leggiadro angelico sembiante.
E Guidone, che pure era un monello,
La riguardava con occhio d'amante;
Di che Climene accorta si tapina,
E verso le sue stanze s'incammina,
54
E da guerrier 'n un attimo si veste;
E scritto di sua mano un lungo foglio,
A Guidone lo manda: e v'eran queste
Note di sdegno e note di cordoglio:
Crudel, ti lascio, e per erme foreste
Misera errare infino a morte io voglio;
Giacchè per altra omai ti veggo acceso,
Ed io ti son forse d'affanno e peso.
55
E datolo a una sua fedele ancella,
Partissi, e ancor non so per qual sentiero.
Guidone, udita sì strana novella,
Perchè l'amava molto e daddovero,
Piange, sospira, e sè infelice appella;
E la corte par fatta un cimitero;
Tanto silenzio e cotanta tristizia
Si scorge in essa, ed orrida mestizia.
56
Despina e Ricciardetto fanno core
Allo smarrito giovine dolente;
E tutti e tre si trovan d'un umore
Di ricercar la donzella piangente,
E così terminare il suo dolore,
Ch'ebbe alla fine origin da nïente;
Ma l'aspra gelosìa leva il cervello,
E un bruscol fa parere un travicello.
57
Il Soldano l'approva; e detto fatto,
Partono d'Alessandria quella notte.
Ma intanto d'allegrezza quasi matto
Lo scolare che avea le scarpe rotte,
Trovato avendo a così buon baratto
La sua fortuna, l'adunanze dotte
Tralascia, e sempre con quel sasso in mano
Il tutto tenta, e nulla tenta in vano.
58
Amò un tempo costui, per sua disgrazia,
Una moglie d'un certo sacerdote,
Di quei che il tempio d'Iside ognor sazia.
Era di fresche e ripienette gote,
E colma di beltà, colma di grazia;
Ma fredda più dell'Orsa di Boote
Sempre mai dimostrossi allo scolare;
Onde convenne a lui lasciarla stare;
59
E la credeva un'onesta Sibilla,
Sì spesso la vedeva entrar nel tempio.
Un ago solo, un capo sol di spilla
Che prendesse ella mai non v'era esempio:
E dir solea che nè per terra o villa,
Nè per regno averìa mai fatto scempio
Dell'onor suo, che solo ella pregiava
In questa vita, e null'altro curava.
60
Ora in casa costei di primo salto
Va lo studente all'aria bruna e denza,
E trova com'ell'abitava in alto:
Chiusa è la stanza; ed ei senza licenza
V'entra, e la vede in amoroso assalto
Con un uom che al Soldan fa la dispenza.
Partito quei, si ferma lo scolare,
Ed ecco in breve un altro che compare.
61
Era questi lo sguattero del cuoco,
Ma del cuoco di corte; e mezzo bue
Portolle in don dell'amoroso giuoco.
Ma che più ciarlo? Infino a ventidue
Un dopo l'altro vennero a quel loco,
E portava ciascun chi men, chi piùe.
Ma quel che fece rider lo studente
(E n'aveva ragione certamente)
62
Fu, che stavan famigli e damigelle
Alle finestre, alle porte, alle scale
A far da vigilanti sentinelle,
Ed avvisare in tempo, quando sale
Il prete, che le avrìa tratta la pelle
(Ve' s'eran tristi e sguazzavan a sale!)
Se avesse avuto il menomo sospetto
Che macchiar gli potesse il santo letto.
63
Onde gli amanti sciocchi e sempliciotti
Si credevan ber latte di gallina,
E mangiare fagiani e perniciotti;
Ma, come dir si suol, beveano orina,
E trangugiavan bocconi mal cotti
D'una carnaccia d'antica vaccina:
Perchè una donna, quando ella comincia
A vender carne, per tutti ne trincia.
64
Pure egli venne, e postosi a dormire,
Udì che 'l prete sghignazzando forte,
Alla mogliera sua sì prese a dire:
A quante bestie della nostra corte
Hai tu levato l'altura e l'ardire?
Ed ella: Dato ho lor la mala sorte,
E fatigati io gli ho di tal maniera,
Che non tutti verran domani a sera.
65
Gnaffe! (le disse il prete) tu se' lesta;
Ma fammi un poco il novero dei doni.
Il paggio del Soldan diemmi una cresta,
Lo spenditore pollastri e piccioni,
Il fornajo di pane una gran cesta,
E il cantinier di vini scelti e buoni
Due barilozzi, e di casa il maestro
Un bel vestito dentro d'un canestro.
66
Gli altri poi tutti mi dieder danaro:
Ma mi vien sonno, e sono molto stracca.
Dormi (rispose il buon prete cornaro),
Che per Giove tu se' una buona vacca;
E me felice, se n'avessi un paro.
E sì dicendo, al sonno anch'ei s'attacca.
Lo scolar si strabilia, e appena crede
A quello ch'egli ascolta, a quel che vede.
67
Indi si parte, ed entra in un gran chiuso
Che i penitenti d'Iside racchiude.
Questi han per disciplina, hanno per uso
D'andare a piedi, e con le piante ignude:
Tengon la fronte, e tengon gli occhi in giuso;
Mangian pan secco ed erbe amare e crude,
E veston setoluto orrido sacco,
Inimici di Venere e di Bacco.
68
Fuggon le donne, qual dai falchi fugge
La starna intimorita e la colomba,
E come vacca da leon che rugge.
Ove son feste, ove allegrezza romba,
Niuno appare di loro. Il popol sugge
Da' labbri lor, che degli Dei son tromba,
Mel di precetti, ed impara da loro
A seguir povertade e sprezzar l'oro.
69
A questi corre il credulo Soldano,
Qualora il Nilo si racchiude e serra
Nelle sue ripe, e non inonda il piano:
A questi il villanello, a cui fa guerra
Verme crudel che gli divora il grano:
E balza appena dalla nave in terra
Il nocchier che sofferse aspra tempesta,
Che a questa gente egli ricorre, a questa;
70
E parte appende delle rotte vele
Intorno intorno alle sacrate mura;
E dipinge in un quadro il mar crudele,
E sè co' suoi ricolmo di paura;
E pinge in aria il soccorso fedele
E questa gente penitente e pura,
Che mentre s'apre il legno, a tempo giunge,
E placa il mare, e il fesso ricongiunge.
71
In somma quel che i santi fraticelli
In grembo fanno della vera Fede,
Vuole il demonio ancor che faccian quelli,
E mostrino di fare a chi lor crede.
Ora tra questi santi romitelli
Lo studente non visto pone il piede;
E vede cose tanto infami e sporche,
Che pare un chiuso di verri e di porche.
72
Delle lussurie non vo' dirvi nulla:
Tanto son scellerate e infami tanto.
Che fin l'abate vuol far da fanciulla,
E sempre dorme col novizio accanto.
Un altro con la ciuca si trastulla,
L'altro col mulo che porta il pan santo,
Cui fan limosinando i cercatori,
Tozzolando alle porte de' signori.
73
E chi imbrïaco in suo vomito involto
Giace nel tempio, e russa come un porco;
E chi nel giuoco s'affatica molto,
E nello stesso è barattiero sporco;
E chi men empio con donnesco volto
Stassi in suo letto rannicchiato e corco:
E questi forse egli è il miglior campione
Ch'abbia tra' suoi beati il rio Macone.
74
Altri crepa d'invidia, altri di sdegno;
Tutti uccide la pazza ambizïone.
In somma egli era un conventaccio indegno,
Di vizj pien, non di religïone;
E in Alessandria non v'era un ingegno
Che avesse pur tanta distinzïone
Da conoscer un po' quella canaglia,
Che sembrava oro, ed era strame e paglia;
75
Pagliaccia e strame che arderà in eterno
Nel foco acceso per l'ipocrisìa,
Ch'ella è un inferno dello stesso inferno;
Perchè al mondo non c'è peste più ria
Di quei che sembran angeli all'esterno,
Ed hanno dentro una tigre, un'arpìa,
Un demonio per anima; e non visti
Son fuor di modo scellerati e tristi.
76
E di costoro abbonda il secol nostro,
E Italia nostra più che Egitto assai;
C'hanno il core più nero dell'inchiostro,
E non credono in Dio, nè credêr mai;
E vaghi solo d'ammantarsi d'ostro,
O d'altri ricchi e venerandi sai,
Si fingono Macarj e Ilarïoni,
E son Decj, Caligoli e Neroni.
77
Lascia costoro, e in corte se ne passa,
E lì ci trova cotanta nequizia,
Che di là dal credibile trapassa.
Ne' ministri è ignoranza ed avarizia;
Misera geme, e chiusa in una cassa
La Fede, l'Innocenza e la Giustizia:
Il Merto rode gli ossi come i cani,
E sguazzano gli adulteri e i ruffiani.
78
Esce di corte, e dovunque s'aggira,
Vede ogni cosa piena di lordure;
Onde uscir di cittade egli sospira,
E trovar terre più innocenti e pure.
Così pel nuovo Sol mentre respira
E l'aura e il cielo e i colli e le pianure,
Esce non osservato fuor di porta
Della città che in ogni vizio è assorta.
79
Climene intanto sospirando è giunta
A una spelonca, dove una donzella
Vede di fame e di dolor consunta,
Che aveva un figliuolino alla mammella,
Che la succhiava; ma di latte smunta
Era pur troppo ed avvizzita quella;
Ond'ella mira con pietoso ciglio
Presso al morir la madre in un col figlio.
80
E dolce la saluta e la consola
Meglio che puote; ed a sperar la invita
Sorte miglior, bench'ella così sola
Dar non le possa salute compita.
Quella infelice senza far parola
Lei guarda, come attonita e smarrita;
Indi le dice: O tu, che a me ne vieni,
Angel forse di Dio dai ciel sereni;
81
Se vuoi veder la mia bramata morte
(Che se di cuor la bramo, i Dei lo sanno),
Giungesti a tempo; chè omai su le porte
Stassi l'anima mia, e senza affanno
Già rotte ha quasi tutte sue ritorte
Che la tennero in me per ventun anno;
E aspetta sol che il dolce mio figliuolo
Sciolga prima del mio il suo bel volo.
82
Climene, Ah non voler, bella fanciulla,
Morir sì presto, piangendo le dice.
Ed ella: Il viver non m'importa or nulla;
M'importò quando fui lieta e felice.
Or che di me Fortuna si trastulla,
E si rallegra in vedermi infelice,
Odio la vita, e non posso gioire
Se non pensando al mio vicin morire.
83
E perchè rimembrare il ben perduto
Fa più meschino lo stato presente,
E l'animo al morir più risoluto,
Io ti dirò la storia mia dolente,
E il caso acerbo e forse non creduto,
Che mi avvenne per una fraudolente
Che mi tolse il marito, e fu cagione
Che or muojo sola in questa regïone.
84
In Spagna io nacqui, ed i parenti miei
Fur di sangue real, se non fur regi.
Piccola ancora i genitor perdei;
Ma due saggi tutori, onesti, egregi
Ebbi in lor luogo; e già sei anni e sei
Avea compiuto; e di beltà nei pregi
(Ancorchè a dirlo a me bene non stia)
Cedeva ognuna alla bellezza mia.
85
Il sire d'Aragona aveva un figlio
Detto Leon, che per fama s'accese
Di mia persona, e con savio consiglio
Cacciando un giorno a casa mia discese.
Avanti a lui vo con modesto ciglio;
E il mio tutore non riguarda a spese
Per alloggiare un ospite sì grande,
E fa un banchetto di scelte vivande.
86
Il giovine mi guarda e mi riguarda,
E si scordò di bere e di mangiare;
Poi perchè l'ora si faceva tarda,
Volle al proprio palazzo ritornare.
Ma piagato l'avea con sì gagliarda
Saetta Amor, che lo fece infermare,
E giunse in pochi giorni in tale stato,
Che i medici lo fecer disperato.
87
Il re dolente e mesta la regina
Non lasciano di far ampie promesse
A chi lo sanerà per medicina,
O per altra maniera che sapesse:
Quando egli, sospirando una mattina,
Da sè medesmo il suo bisogno espresse;
E disse al caro padre a solo a solo,
Che l'uccideva l'amoroso duolo:
88
E che sarebbe morto senza fallo,
S'ei non aveva me Dorina in moglie.
Onde il re stesso montato a cavallo
Corse ben presto alle mie patrie soglie,
Che appena appena avea cantato il gallo;
E a' miei tutori racconta le voglie
Del principe che m'ama, anzi m'adora;
E come egli di già m'accetta in nuora.
89
Entro il giorno seguente in Saragozza,
E il popol tutto si rallegra e gode;
E v'è chi pel piacere ancor singhiozza.
Là suon di cetre, e qua di flauti s'ode;
E per le strade s'aduna e s'accozza
Gente infinita, e mi dà molta lode,
Mentre ch'io passo; e con pallida faccia
Lo sposo mio al suo balcon s'affaccia.
90
In pochi giorni si rimise affatto
Il principe in salute, e pien di gioja
Senz'altro indugio vuol sposarmi a un tratto.
Giorno felice, onde convien ch'io muoja,
Come diverso mai or ti se' fatto
Da quel d'allora! Una superba gioja
Legata in un anello egli mi diede,
In testimonio d'amore e di fede.
91
Otto anni stemmo dolcemente insieme,
Nè fu mai fra di noi mezza parola.
Me suo piacer chiamava, io lui mia speme:
Nè Sol, nè Luna mai mi vide sola,
Ma sempre seco. Ah perchè l'ore estreme
Non mi colsero allor? perchè sua spola,
Ove avvolto era il filo di mia vita,
Morte allor non troncò presta e spedita?
92
Ch'io sarei certo un fortunato spirto
Nel bel regno d'Amore; e fra gli Elisi
Coronata anderei di rose e mirto;
Ch'or di neri cipressi e fioralisi
Ghirlanda avrò su l'arruffato ed irto
Capel, perchè di man propria m'uccisi;
E anderò con Didone e l'altre a paro,
Che per tradita fede s'ammazzaro.
93
Or mentre in così lieto e dolce stato
È l'amor nostro, di Granata arriva
Un cavaliere nobile e pregiato,
Di bello aspetto e di faccia giuliva.
Si conduceva una sorella a lato
Bella così, che pareva una Diva.
Accolgo l'uno e l'altra volentieri,
E fo lor, quanto so, grazie e piaceri.
94
Fernando quegli, Emilia essa si appella,
Di sangue illustre, e noto a tutta Spagna:
Leggiadro l'un, l'altra modesta e bella.
Ma come il tarlo che il legno magagna,
Che regge il palco e la casa puntella,
Onde conviene che alla fin s'infragna,
E rotto poi, rovina in un momento
Tutta la casa, e quanti vi son drento;
95
Così la gelosìa, verme d'Amore,
Entrò nel mio e nel cuor di Leone.
A me mordeva per Emilia il core,
Ed a Leone per lo bel garzone.
Se Emilia egli guardava, aspro dolore
I sensi m'occupava e la ragione;
Ed ei s'impallidiva e si struggea,
Se a Fernando talor gli occhi io volgea.
96
Or egli me, ed io dannando lui
Di poco amore e di tradita fede,
Nacque in breve tant'ira infra di nui,
Che un dì Leon di Saragozza il piede
Fuora ne trae con pochi de' sui;
E ch'io seco non vada mi richiede,
Anzi ancor mi comanda. Io resto, e intanto
Fo sì che egli abbia mille spie d'accanto:
97
E riferto mi vien ch'ei stassi in villa,
E che seco è Fernando con la suora.
Allor la gelosìa in me non stilla
Veleno a gocce, qual fe' sino allora;
Ma come il tino là di ottobre spilla
Il villano, e di vino apre una gora,
Così m'inonda la tiranna il petto
Del suo tossico acerbo e maledetto.
98
E giunse a tale il mio crudele affanno,
Che vedutomi tolto il mio consorte,
Quel volli far, che i disperati fanno:
Cioè tutto tentar, poi darmi morte,
Se a vuoto affatto i tentativi vanno.
Così una donna vecchia assai di corte
Da me si chiama; e venuta, si prega
Che alcun mi trovi o fattucchiere o strega.
99
Questa al principio ed increspa le ciglia,
E i labbri aguzza, e rannicchia le spalle,
Ed alza ambe le man per maraviglia:
E vuol mostrar quanto m'inganni e falle
A prender lei di quella rea famiglia;
Che imperar puote alla Tartarea valle:
Nè vidi io mai (dice con bassa voce)
Di Benevento la terribil noce.
100
Ma tanto io le so dir, la prego tanto,
Che mi dice d'aver certa sua amica
Che sa far mirabilia per incanto,
E discendere fa senza fatica
Per la sola potenza del suo canto
Dal ciel la Luna, e il corso al Sole implica:
Fa d'inverno fiorire i praticelli,
E d'agosto gelar fonti e ruscelli:
101
E che questa verranne a mezza notte.
Indi si parte, ed all'ora prefissa
Viene, e mi guida a certe antiche e rotte
Case, u' sepolta dice esser Melissa,
Tanto stimata dalle maghe dotte:
E, fatto un cerchio, in mezzo a quello fissa
Un piede scalzo, e disciolta i capelli,
Gira con l'altro, e chiama i farfarelli.
102
E perchè da timor presa io non sia,
Vuol che mi scosti; indi in meno d'un'ora
Ritorna e dice: Alta signora mia,
Fatto è l'incanto; e voi di dolor fuora
Presto sarete, e fuor di gelosìa,
Come Plutone m'ha promesso or ora;
Ma vuolci pur, che dalla parte vostra
Facciate quello che l'arte mi mostra.
103
La guardo in viso, e veggo ch'ella è dessa
La vecchia che negommi il suo mestiero.
Sorrido, e dico che mi faccia espressa
La sua sentenza; chè ubbidirla io chero.
Ed ella dice: Di tua mano stessa
Devi trar sangue, e porlo in un bicchiero,
Dalla parte del cuor di tuo marito;
Se non, l'incanto non fia mai finito.
104
E darotti una polvere sì fatta,
Che quando il tuo Leon l'averà presa,
Resterà con la mente stupefatta,
E porrassi a dormire alla distesa.
Questa picciola spada allor tu tratta
Di sotto alla tua gonna, lieve offesa
Gli farai nella parte che t'ho detto:
Poi seguiranne il desïato effetto.
105
E la polve mi dona, e il ferro ancora.
Io torno alle mie stanze, ella alle sue,
Che appunto in cielo spuntava l'aurora.
Ma colei (come poi detto mi fue)
Di Fernando fu balia e della suora;
E tanto amore aveva a questi due,
Che si credette con la mia rovina
Far d'Aragona Emilia sua regina;
106
E andonne al mio Leone a dirittura,
E le disse all'orecchio (ahi malandrina!)
Signor, la morte tua cerca e procura
Per ogni via la tua moglie Dorina,
Che in Fernando posto ha sua mente e cura.
Da te verranne forse domattina;
Faratti festa, e mostreratti affetto,
E comune vorrà la mensa e il letto.
107
Ti darà certa polve, e tu la piglia;
Chè non è cosa che offender ti possa.
Presa che tu l'avrai, chiudi le ciglia,
E vanne a letto, e mostra nella grossa
Di dormir dolcemente a maraviglia.
Allora ella di sen con somma possa
Trarrà un coltello per farti morire.
Tu t'alza a tempo, e mostra senno e ardire.
108
Ordito questo infame tradimento,
Parte la vecchia; e il credulo mio sposo,
Perduto il naturale avvedimento,
Di quanto ha udito non istà dubbioso,
Ma il crede certo, e ne aspetta l'evento.
Io, che fra tanto il cor mi sento roso
Da gelosìa, mi pare un'ora mille
Che il sangue pel rimedio egli distille:
109
E vollo a ritrovar la stessa sera,
E lo mando a pregar che mi perdoni,
Se manco in parte a quello ch'ei m'impera:
Che più dei regi e di tutti i padroni
Amore è forte; e chi è di sua schiera,
Non può non ubbidire a' suoi sermoni.
Però, s'egli mi nega che a lui vada
Per ricercarlo, Amor mi spinge e istrada.
110
Finge d'esser placato, e tutte obblìa
L'ire, gli sdegni e le passate offese.
Ceniamo entrambo in dolce compagnìa;
E in un certo boccon la polve prese;
E subito sbadiglia, e me ricrìa,
Chè la virtù di lei veggo palese.
Andiamo a letto; ed ei dorme profondo,
Sicchè del tutto par fuori del mondo.
111
Io prendo il lume con la man sinistra,
E con la destra tengo il ferro; e appena
Vo' l'opra cominciar tanto sinistra,
Ch'egli si sveglia, e la mia mano affrena,
Che di sua morte egli credea ministra,
E chiama aita: in un attimo piena
È la stanza di donne e cavalieri,
E di paggi con torce e con doppieri.
112
Come il ladro rimane sbigottito,
S'egli è côlto su l'opra dalla corte,
Che parte del tesoro che ha rapito
(Certa cagion di sua vicina morte)
Tiene anche in mano, e tien (tanto è stordito)
I ferri ancor con cui spezzò le porte;
E in mezzo alla sbirraglia che l'infuna,
Non si difende, o dice cosa alcuna;
113
Tal io restai con la spada tagliente
Nella man destra, e nell'altra col lume;
Nè dissi allor, nè potei dir nïente.
Persero gli occhi miei l'usato lume;
Il color mi disparve immantinente.
Il re, la corte e ognuno mi presume
Per micidial del mio proprio marito;
E son mostrata da ciascuno a dito.
114
Il re comanda che con nero ammanto
Mi ricopran dal capo insino a' piedi;
E a un fido suo ministro impera intanto
Che una gran nave egli ponga in arredi:
Indi mi guarda, e poi non senza pianto
Dice: Crudel, l'ultima volta or vedi
Il tuo marito che t'amò sì forte,
E tu pensasti, ingrata, a dargli morte.
115
Volli dirgli: Signore, io fui tradita;
Ma l'affanno mi tolse la parola.
In questo mentre, ecco ch'io son rapita
Da gente armata che non va, ma vola.
Allor pensai di terminar mia vita
O con laccio, o con ferro nella gola:
Nè questo mi dolea; sol mi dolea
D'esser creduta tanto iniqua e rea.
116
Ma son condotta alla spiaggia marina,
E messa dentro d'un forte vascello.
Il capitano piangendo m'inchina,
E poi dice: Signora, di coltello
A voi Leone la morte destina;
Ma perchè siete gravida, ed il fello
Peccato è vostro, e non di quella prole
Che ancor visto non ha raggio di sole,
117
Vuol che per mar vi guidi infino a tanto
Che voi non partorite. Io piango e dico
E giuro per lo più divino e santo
Ch'abbiano i cieli, e giuro pel pudico
Amor che pel marito avere io vanto,
Che non ebbi pensier crudo e nemico
Contro il mio sempre caro e amato sposo;
Ma fu d'amore, e fu d'amor geloso.
118
Il capitano allor soggiunge: Assai
Chiaro è, signora, il tuo crudel talento:
Chè se la vecchia, a cui confidato hai
L'opera indegna, non faceva attento,
Nè rilevava i suoi vicini guai
Al buon Leon, tu l'averesti spento.
E qui narrommi allor, cosa per cosa,
Ciò che disse la vecchia maliziosa.
119
Rodrigo (io dissi allor; chè tale egli era
Il nome di quel fido capitano),
L'anima mia in foco eterno pêra,
Se ferro alcuno mai strinsi con mano
Per dare al mio Leon morte sì fera.
Mi fece Emilia l'intelletto insano
Per la gran gelosìa ch'ebbi di lei:
E s'io mento, lo sanno i sommi Dei.
120
Ma la perfida vecchia ella fu solo
Che m'indusse a far quello onde fui presa
(Come credesti) in manifesto dolo:
Perchè facil le fue, a donna accesa
D'amore, e strutta da geloso duolo,
Persuader sì temeraria impresa
Di trar di sangue due o tre gocce almeno
Del mio marito dal piagato seno:
121
Che certo impiastro n'averebbe fatto,
Che l'amore d'Emilia avrìa disciolto.
Rodrigo a questo dire stupefatto
Rimane, e di pietà copre il suo volto:
E scritto un foglio, invìa quello ad un tratto
Al rege, che per ira anco era stolto;
E gli scrive la cosa come ella era;
Ma una falsa ei mi crede e menzognera:
122
E rispedisce subito, e comanda
Ch'io entri in mare, e si sciolgan le vele.
Così si fece; e dopo una nefanda
Tempesta, ed un mar orrido e crudele,
Ci spinse il vento in questa estrania banda,
Dove il buon capitano, a mie querele
Fatto pietoso, in modo alcun non volle
Fare del sangue mio la terra molle:
123
E qui lasciommi sola, ove a ventura
Un pastor vecchio mi venne davante,
Che si prese di me pensiero e cura:
E perchè lo mio parto era in istante,
E mi vedea d'affanno e di paura
Ricolma, con la sua mano tremante
Prese la mia, e guidommi bel bello
Al suo tugurio onesto e poverello:
124
E consegnommi alla sua vecchia moglie,
Che m'accolse benigna e volentieri.
La stessa sera mi preser le doglie,
E sopra fieni seccati e leggieri
Mi coricai con queste stesse spoglie,
Ed in poche ore con affanni fieri
Diedi alla luce questo mio figliuolo,
Che nel vederlo mi rinnuova il duolo.
125
Tacque ciò detto, e di color di morte
Asperse il viso, e cadde sul terreno.
Climene allora con maniere accorte
Le bagna d'acqua fresca il volto e il seno;
Sicchè richiama dalle stigie porte
L'anima sua, che ormai senza alcun freno
Là s'indrizzava: e tanto le sa dire,
Che le promette non voler morire.
126
Or mentre si consolan fra di loro,
E Climene le narra il suo tormento,
Eguale in parte di Dori al martoro,
Nella stessa spelonca entraron drento
Una donzella coi capelli d'oro,
Tutta vestita di color d'argento,
E a sua difesa nobilmente armati
Due cavalieri, in vista alti e pregiati.
127
La lor venuta m'ha rimesso il fiato:
Così m'aveva la pietà di quelle
Da capo a' piedi tutto sconturbato:
Chè quanto ho più desìo di bagattelle,
E di cantar con allegrezza a lato,
Vie più m'abbatto in cose acerbe e felle,
In piagnistei, in morti, in tradimenti,
E in simili bruttissimi accidenti.
128
Mutiam dunque le corde, e mutiam anco
La cetra e il canto, e in lieti modi e belli
Cantiamo in avvenir; chè troppo stanco
Son d'udir lagrimare or questi or quelli.
E tu mi colma di vin nero e bianco,
Nice, due nappi, e fasciami i capelli
D'edera verdeggiante; e a me discenda
Bacco; ed Apollo il lauro suo si prenda:
129
Chè più godo campare un giorno o due,
Ridendo con gli amici alla distesa,
E nel gregge poetico esser bue,
Che dopo ch'io sarò sepolto in chiesa,
Mi lodin quanto l'Arïosto e piùe,
E sia del nome mio la fama stesa
Per ogni parte: chè questo desire
È da matti, o da chi vuole impazzire.
130
Ma ve' che Nice vien con due gran fiaschi.
Beviamo dunque. Oh che liquor celeste!
Felice il loco ove germogli e naschi,
Vite gentil! De' tuoi pampin la veste
Bacco si faccia, e sopra te non caschi
Grandin sonante, e capro non t'infeste.
Ma già mi sento rallegrare: or via,
Principio al nuovo canto omai si dia.