CANTO DUODECIMO

ARGOMENTO

Le dame e i cavalier menando vanno Con le villane in balli il giorno lieto. Rinaldo, Alfonso togliendo d'affanno, Scopre alla vecchia ria tutto il dereto. I due cugini a contrastar si danno Contro i Folletti, e cascano ad un peto, Il quale fu sì puzzolente e strano, Che Dio ne scampi ogni fedel Cristiano.

1

La vita umana ell'è com'una stanza

Di varj quadri vagamente ornata.

Colà vedi Maria, nostra speranza,

Sul Figlio estinto afflitta, addolorata:

Qui ravvisi di Giobbe la sembianza

Piagato, ignudo; e la mogliera il guata:

Là mari e monti, e terre erme e diserte:

Qui Táidi e Frini e Veneri scoperte.

2

Così l'uomo ora balla, ora sospira;

Ora bestemmia, ed or si batte il petto;

Ora d'amore, ora s'accende d'ira;

Or dona qualche cosa al poveretto,

Or fura a un altro, conforme gli gira;

Or l'avarizia il priva d'intelletto.

Si muta in somma ogni ora, ogni momento,

Siccome banderuola ad ogni vento.

3

E questa cosa qualche volta è male,

E questa stessa alcuna volta è bene.

Ma non voglio qui farla da morale,

E dir quel che conviene e non conviene

All'uomo, come bestia razionale;

E quando a colpa grave egli perviene,

E quando neppur pecca leggermente,

S'egli si muta d'animo e di mente.

4

Quel che ho da dire (e lo voglio dir presto;

Chè a raccontarlo ci ho troppo piacere)

È, che non vedo più turbato e mesto

Il volto di Climene, e che godere

Dori vegg'io, che or ora a pollo pesto

Era ridotta, e quasi al miserere;

Tanto i lor volti fûro serenati

Dalla donzella e dai garzon pregiati.

5

Senza che il dica, già ciascun m'intende,

Ch'io parlo di Despina e di Ricciardo,

E di Climene, e di lui che l'accende

Come esca foco con un solo sguardo.

Guidon, dich'io, che umile al suol si stende,

Senza ch'ei s'abbia il minimo riguardo;

E le chiede perdono, e l'assicura

Che lei sol ama, e Lidia più non cura.

6

Climene l'accarezza e gli perdona,

E l'abbraccia con tanta tenerezza,

Che non lasciollo per un'ora buona.

O ve' s'ell'era donna di saviezza,

Lieta e gentil, non burbera e scorzona,

Com'esser suol chi ha il don della bellezza,

Conforme avea costei, che, a dirla schietta,

Pareva propriamente un'angeletta.

7

Indi saputo il caso di Dorina,

Le fanno cuore, e le danno promessa

Di far che torni ad essere reina.

Obbligo immenso ai cavalier confessa

La donna; e già le par d'esser vicina

A godere, nè più si sente oppressa

Dal giusto duol, che sino a quel momento

L'avea colma d'affanno e di tormento.

8

Escon fuor della grotta, e fra non molto

Giungono in parte ove son molte insieme

Capanne, e in un drappel veggion raccolto

Coro di donne, che ballando preme

Col piè scalzo il terren rozzo ed incolto.

Cetre e zampogne che han dolcezze estreme,

Suonano; ed ivi tanto gaudio piove,

Che par che vi villeggi Amore e Giove.

9

All'apparir dell'armi luminose

Si turbaron le belle forosette;

Ma le tre donne vaghe e grazïose

Fêr sì che niuna più in timor si stette.

Despina le sue vesti prezïose

Depone, e d'altre rozze sì, ma schiette

Si veste: fa lo stesso ancor Climene;

Nè più d'esser regine a lor sovviene:

10

E vestite così da villanelle,

Posta di fiori in capo una corona,

Liete sen vanno a carolar tra quelle:

E perchè si sonava la ciaccona,

Dorina col figliuolo alle mammelle

Move sì gentilmente sua persona,

Che ogni Ninfa e pastor si maraviglia,

E la bocca apre, e inarca ambe le ciglia.

11

Ma perchè l'aria si faceva oscura,

Fu posto fine alle belle carole;

E dentro una capanna la più pura

Sono invitate con schiette parole

Da quella rozza gente; e ognun procura

Di far loro, non già quello che vuole,

Ma quel che puote; e i forti cavalieri

Già deposto han gli usberghi ed i cimieri.

12

Or mentre stanno a mensa, ecco da un canto

Una fanciulla con un chitarrino,

Vestita di colore d'amaranto;

E dirimpetto a lei molto vicino

Sedeva, pronto al boscareccio canto,

Un assai destro e giovin contadino.

Or mentre che le corde ella percuote,

Egli sciolse la lingua in queste note:

13

L'amore ch'io ti porto, Lisa mia,

La non è mica cosa naturale:

Io stimo ch'ella sia qualche malìa

Fattami da talun che mi vuol male;

Perchè a far nulla non trovo la via:

Se mangio l'erbe, non vi metto sale;

Nè distinguer so il vino dall'aceto;

E penso andare innanzi, e torno indreto.

14

La notte tengo spalancati gli occhi,

Nè si dà il caso ch'io li serri mai;

E in qua e in là, a guisa de' ranocchi,

Saltello per li palchi e pe' solai;

E grido, come se il fuoco mi tocchi.

E tu la cagion se' di tanti guai:

Perchè, s'io non t'amassi, dormirei,

Nè che cosa è dolore ancor saprei.

15

Ma pure soffrirei con pazïenza

Il male che mi fa questo assassino,

Se tu mi usassi un poco di clemenza:

Ma tu sei dura più d'un travertino.

O maladetta, Amor, la tua potenza!

Ma se un giorno t'acchiappo, o malandrino,

Del mio pagliaio vo' legarti in cima,

E dargli fuoco, e farti lima lima.

16

E quando egli sarà tutto arrostito,

Allor più non sarai sì fumosetta;

Nè col tuo viso arcigno, inferocito,

Mi darai più quella continua stretta,

La qual m'ha morto e quasi seppellito.

Ma che dich'io, o dolce mia Lisetta?

Amore è un Nume, ed io sono un villano;

E tu se' bella, ed hai il mio core in mano.

17

Tu hai il mio core; il tuo non ho già io,

Nè sperar posso mai che tu mel doni:

Ma se di far da ladra hai tu desìo,

Ruba le mie galline e i miei capponi,

Ruba il giovenco e ruba l'asin mio,

Rubami il sajo e rubami i calzoni;

Ma rendimi il mio core, o mi concedi

D'essermi moglie in meno di tre credi.

18

Qui tacque Ciapo; e Lisa stropicciosse

Gli occhi e la fronte con la bella mano;

E fatto un pocolin le guance rosse,

Tossì due volte; e poi con volto umano

Guardando intorno, della cetra scosse

Le corde sì, che udissi da lontano;

E incominciò: Ciapin, ti vo' più bene,

Che tu non pensi; e dà pur fede a mene.

19

Quando io ti cominciai a ben volere,

Erano i grani del color dell'oro,

E le cerase diventavan nere:

Io me ne stava all'ombra di un alloro

Il dì che Amore mi ti fe' vedere:

Egli era teco Gianni e Ghirigoro:

Festi un starnuto alla presenza mia,

Ed io ti dissi allor: Buon pro ti fia.

20

Eri vestito d'una pelle d'orso,

Ed avevi un berretto di scarlatto:

Mi festi un ghigno, e al cor mi desti un morso.

E con quel morso m'hai tutto disfatto.

E solo trovo conforto e soccorso,

Quand'io cicalo teco di soppiatto,

Che la mamma ed il babbo fan la nanna,

E vieni al buco della mia capanna.

21

Beata mene! s'io t'ho per marito,

Sono più ricca d'una cittadina;

E allora il cielo toccherò col dito.

Ma la fortuna mia sì mi trassina,

Che ho timor che tu cerchi altro partito.

So che vatti a fagiuol la Gelsomina,

Nè ti spiace la Sandra nè la Cecca.

Deh non mi far, Ciapino, la cilecca.

22

Che se d'altra tu se', i' vo' morire.

Qui disse un vecchio: Il canto è buono e bello,

Ma questa è l'ora d'andar a dormire.

Tacque allor Lisa, e Climene un anello

Donolle, che valea trecento lire.

Un altro pur su lo stesso modello

Diede a Ciapo Despina, e di contento

Tutto l'empiè, come un otre di vento.

23

Le tre regie donzelle insieme accolte

Stanno a dormire, e avanti alla capanna

I cavalieri in su le paglie folte;

Quando ecco, mentre il buon Titon s'affanna

Perchè la sposa con le trecce sciolte

Gli esce di braccio, ed a star sol lui danna,

E di purpurei fior, candidi e gialli,

Orna il freno e la testa a' suoi cavalli:

24

Un cavalier sopra un nero corsiere

Veggiono, ed esso ancor con bruna veste,

E tutte l'armi sue pur eran nere:

Avea dipinto su la sopravveste

Di candido colore un can levriere,

Che smarrito abbia per aspre foreste

Il caprïol, col motto: O ch'io t'arrivo,

O che tra poco non sarò più vivo.

25

Al comparire di quest'uomo armato

Si sbigottîr le Ninfe ed i pastori,

Non già Guidon nè Ricciardo pregiato;

Ma, dato mano all'armi e a' corridori,

Gli vanno incontro: e perch'egli è peccato,

E di quelli che vanno tra' maggiori,

Contra un combatter due, Guidon Selvaggio

Dà della pugna a Ricciardo il vantaggio,

26

Sol perch'egli era nel cammin più innante,

E non per altro; ed ei stassi a vedere.

Il negro cavaliere aspro e arrogante

Grida: Chi al mondo altro non vuol nè chere

Che trovar morte, di morte è sprezzante.

Però nel mezzo a mille aste e bandiere

A por m'andrei; chè ho in odio quella vita

Che forse a te, baron, sarà gradita;

27

Però non mi chiamare alla battaglia,

Chè i nostri fini ên troppo diseguali.

Tu pugni sol perchè il tuo nome saglia

In laude e stima, e perchè si propali;

Io di dentro e di fuor tutto a gramaglia

Cerco le strade onde il mio spirto esali;

Ma le cerco da forte; chè viltade

In regio cor di rado o mai non cade.

28

Quindi si tace; e Ricciardo ripiglia:

Campion, si vede ben che grato sei

Alla celeste ed immortal famiglia;

Mentre tal grazia t'han concessa i Dei,

Che spavento di morte non t'impiglia,

Anzi mostri desìo d'andar da lei.

Ond'io spero, se soglio esser lo stesso,

Che quel che brami ti sarà concesso.

29

Finito appena ha di parlar Ricciardo,

Ch'egli impugna la lancia, e disdegnoso

Lenta la briglia al suo destrier gagliardo

Contro Ricciardo: e quegli furïoso

Si move anch'esso; e senza alcun riguardo

S'incontran sì, che sul terreno erboso

Cadono entrambi: colpa de' destrieri,

Che non potêr soffrir colpi sì fieri.

30

Le belle donne giunsero in quel punto

Ch'essi cadéro, e si morser le labbia

Per vaghezza di riso: di che punto,

Fu sì il cor di Ricciardo, che per rabbia

Nudato il ferro sovra il Nero, e giunto,

Dàgli un fendente, e su l'asciutta sabbia

Lo fa cadere: ed è sì inviperito,

Che lo vuol morto a ciaschedun partito.

31

Gli aveva sì intronate le cervella

Con quel rovescio il forte paladino,

Che il Nero non vedea se sole o stella

Faceva chiaro il bello aere turchino;

Ma senza moto, e privo di favella,

Pareva morto, od a morir vicino:

Onde Climene gli disse: Non fare,

Ma lascial pria ne' sensi ritornare.

32

E in questo dir gli slaccian la visiera:

Qual visto è appena, che quella boscaglia

Divenne per tal giorno e per tal sera

Il bosco del piacere; e la battaglia

Fu di pace e d'amor nunzia e foriera.

Ma sebben di saper molto vi caglia

Chi sia costui, scusatemi, se alquanto

Taccio or di lui, e volgo altrove il canto.

33

Un'ora egli è che il sir di Montalbano

Dalle rive di Spagna, ov'egli è sceso,

Mi fa, com'egli può, cenno con mano

Che di lui parli, e dal cammino preso

Ritolga i passi; e ben sarei villano,

S'io mi fingessi non averlo inteso:

Ch'innamorato son del suo valore,

E gli darei, non che la voce, il cuore.

34

Venti miglia vicino alla Corogna

Scese Rinaldo sul calar del sole:

E perchè d'ombra più non gli bisogna,

Che nella state ricercar si suole,

Va lungo il mar, che contende e rampogna

Col lido, che fermar suo corso vuole:

E mentre così tacito cammina,

Pargli udire una voce assai vicina.

35

Si ferma, e vede che tra scoglio e scoglio

D'ora in ora una fiaccola balena.

Ei va in quel verso allor zitto come oglio;

E in quel tempo Fortuna ivi lo mena,

Che, in tal guisa ripiena di cordoglio,

Distesa sopra della molle arena,

Diceva una fanciulla a Dio rivolta,

Tutta piangente, e il biondo crin disciolta:

36

Rendimi il dolce mio marito fido,

Giusto Re de' mortali e degli Dei.

Qui mi fu tolto; e tu su questo lido

Per tua giustizia render me lo dêi:

E se mel neghi, io mi ferisco e uccido.

E sebben far tal opra io non dovrei,

Pur quando il duolo passa la misura,

D'oprar con senno chi più s'assicura?

37

Stavano intorno a lei due damigelle

Triste così, che facevan pietade.

Entra improvviso il paladin tra quelle,

E domanda che cosa loro accade.

S'intimoriro pria le tapinelle;

Poi asciugate degli occhi le rugiade,

In ripensando al lor misero stato

Si rallegrâr d'avere un uomo a lato;

38

E gli disser cortesi: Almo signore,

Elmira questa misera s'appella,

Del regno di Leon donna ed onore;

Che sì amica finora ebbe ogni stella,

Che ha saputo oggi sol cosa è dolore.

Ch'oltre all'esser regina e l'esser bella,

Ella ebbe per marito i dì passati

Il più bello di quanti ne son stati:

39

E s'amavan così, che neve schietta,

In suo paraggio, è l'amorosa fiamma

Che scalda il cervo per la sua cervetta,

O il caprïol per la sua lieve damma.

Avean de' cuori un'amistà perfetta;

Nè mai del suo velen pur mezza dramma

Vi pose la Discordia: in ciel neppure,

Dico per dir, vi son tali venture.

40

A visitar l'Apostol di Galizia

Uscimmo di Leone oggi fa un mese.

Ma mentre andiamo pieni di letizia

Ora guardando il mare, ora il paese,

Or de' pesci, or de' frutti la dovizia,

Ecco venire a noi lieto e cortese

Un nano sopra d'un bel cavallino,

Che ci saluta, giunto a noi vicino,

41

E dice: Son più giorni che v'aspetta

Al suo palazzo la padrona mia.

Qui intorno non vi è casa nè villetta

Da potervi alloggiar, nè osterìa;

Però venite meco. E sì ci alletta,

Che dal nostro cammino ci disvìa.

Egli va innanzi, e noi lo seguitiamo,

E là in quel bosco prestamente entriamo.

42

Non torre e non palazzo; un corto e angusto

Pozzo troviamo, e lì si ferma il nano,

E dice: Confacente al vostro gusto

Qui nulla appar; ma appena per lo vano

Voi calerete, che superbo, augusto

Edifizio vedrete, e nuovo e strano.

Così dicendo, per lo pozzo scende,

Ch'era a gradini, e per la man me prende.

43

Alfonso, chè in tal guisa il re si noma,

Guarda la donna nostra che sospira;

E le dice ridendo: O qui si toma,

O qui la volpe certo si ritira.

Quindi a scender principia, e in dolce idioma

Pur la lusinga, e seco giù la tira:

Noi pur scendiamo; e siamo scese appena,

Che un'aria ritroviam pura e serena.

44

Non ti pensar che negromante o fata

Abbia ciò fatto per virtù d'incanto;

Che questa è una montagna traforata,

Come vedrai 'n un angolo, 'n un canto,

Se di vederla ti fia cosa grata,

O s'hai qualche pietà del nostro pianto:

E quel forame poscia ci conduce

In un bel piano, e nell'aperta luce.

45

Intorno intorno la montagna gira

Alta così, che augel su non vi vola.

Nel piano poi una città si mira,

Nel mondo tutto certamente sola;

Piena zeppa di gente che delira,

Dedita al senso e dedita alla gola.

La governan le donne, e i magistrati

Sono tutti di femmine formati.

46

Gli uomini stanno in casa; e se talora

Per alcuna bisogna son forzati

Ad uscir, vanno con la fante fuora;

E quando in casa si son ritirati,

Ora da questa, or da quella signora

Cortesemente sono visitati,

E trattenuti all'ombre, a' tarocchini,

A primiera, a tresette, a' trïonfini.

47

E come il cavalier fa con la dama,

Quivi la dama fa col cavaliere.

Ciascuna di servirlo anela e brama,

Ed è per questo capo un bel piacere:

Ma se in privato o in pubblico si trama

Cosa alcuna, si sta l'uomo a vedere.

In somma, in fuor che non è sì gentile,

L'uomo là in tutto a femmina è simile.

48

Miseri noi, se questa strana usanza

S'introducesse nel nostro paese;

E che mentre ne stiam soletti in stanza

Leggendo istorie ovvero forti imprese,

Avesser tanto ardir, tanta baldanza

Le donne di trovarci! Allor le chiese

Si potrebber serrare: almen fintanto

Che bella gioventù ci stesse accanto.

49

Donna e madonna di questa cittade

Ella è una vecchia orribile e severa,

Nemica acerba della castitade,

Che d'ogni cittadin fassi mogliera.

E di più il nano per tutte le strade

Manda a cercar di gente forestiera;

E trovatala poi, conforme ho detto,

Giù glie la mena per quel pozzo stretto.

50

Giunti che fummo alla città donnesca,

Ebbimo incontro mille damigelle

Vestite tutte all'usanza moresca,

Armate d'archi e fieramente belle;

Che in maniera tra brusca e gentilesca

Ci salutaro, e chiesero novelle

E del mondo e di noi e della terra

Nostra, e se siamo in pace, oppure in guerra.

51

E date le risposte convenienti,

Siamo condotti al palazzo reale,

Dove giunti, di musici strumenti

Veggiam pieno il cortil, piene le scale:

E dier principio a così bei concenti,

Che non ci parve cosa naturale;

E un musico gentil sopra una loggia

Sciolse la voce al canto in questa foggia.

52

O pellegrini che venite a noi,

Si vede ben che Giove vi è cortese;

Chè non vedeste e non vedrete poi

Simile a questo mai verun paese:

Qui niuna cosa fia ch'unqua v'annoi,

Non dispetti, non risse e non offese;

Ma dovunque anderete, in ogni loco

Verran con voi e l'allegrezza e il gioco.

53

Qui non si muor che di troppa vecchiezza,

E niuno invecchia mai per gran pensieri,

Che fan la febbre e fanno la magrezza,

Ed empiono gli avelli e i cimiteri.

I suoi piaceri ha qui la giovinezza;

E chi s'invecchia ha pure i suoi piaceri.

E o voi beati, seguiva a cantare;

Quando ecco la regina che compare.

54

Era zoppa, era gobba e alquanto lusca,

Vestita d'un tabì candido e schietto,

Con una cresta del color di crusca,

E come un tavolino aveva il petto.

La barba ha al mento, qual barbon che busca,

Larga di faccia e bocca, e capo stretto;

Piccola, nera, tutta culo e pancia;

E ride e si dimena, e guarda e ciancia.

55

Dà nel gomito Alfonso alla consorte

In vedere quell'orrida befana;

E poco andò non si tenesse forte,

E non facesse una risata strana.

Pure sta saldo, e con parole accorte

La inchina: ed ella già d'Alfonso insana

Non gli risponde, e parte con tal fretta,

Che, così zoppa ancor, sembrò saetta.

56

Noi restiamo ammirati; e ch'ella sia

Scema di senno, concordiam tra noi:

Quando ecco che ripien di cortesìa

Alfonso appella uno de' paggi suoi,

Dicendo che madonna lo desìa;

E a noi rivolto: Rimanete voi,

Ci dice; indi si parte; e noi restiamo

Sole, e che in breve ei tornerìa, pensiamo.

57

Stemmo gran tempo, e d'Alfonso il ritorno

Ancor non si vedea. Lo chieggo a molti;

E niun risponde: viene a fine il giorno,

E dalla notte in palazzo siam côlti;

Nè Alfonso pur si vede. Infine un corno

S'ode sonare; e lieti e disinvolti

Uomini e donne ci vengon davanti

Con lieti tranquillissimi sembianti:

58

E ci chiaman beate, e invidia ci hanno,

Che la regina in suo castello ha chiuso

Il bello Alfonso con felice inganno,

Dove ella lo ritiene al suo proprio uso.

Non ci potemmo mai sì strano danno

Immaginare da quel brutto muso;

Onde a fatto sì acerbo ed improvviso

A tutte noi sparve il color dal viso:

59

E questa sfortunata, che tu vedi

Per lo dolore a morir già vicina,

Tanta ira n'ebbe, che corse, e co' piedi

Urtò le porte dell'empia regina.

Poi di noi altre a' costumati arredi,

Che sono i pianti, si volse tapina,

Chiedendo, e noi con lei, il signor nostro

A quell'infame e spaventevol mostro.

60

A questa vista ciaschedun dispare;

Noi restiam sole nel nostro dolore:

Quando un drappel d'armate donne appare,

Che del palazzo ci conducon fuore;

Indi nel pozzo ci sforzano entrare,

E mostran gagliardìa, mostran valore,

Perchè il salghiamo: e quello poi salito,

Ci menano rabbiose a questo lito;

61

D'onde siam ferme non voler partire,

Se il nostro Alfonso non ritorna a noi;

Nè più gran cosa ci sembra il morire.

Credei con tigri, ma dovrò con buoi,

Donne, pugnar, secondo il vostro dire

(Disse Rinaldo): serenate or voi

La vostra faccia, e state allegramente,

Ch'io vi rimeno Alfonso immantinente:

62

E se la cosa ell'è come voi dite,

Non vo' portare nè spada nè lancia;

Ma vo' tagliar due vermene pulite

Da frustar ora il cesso ed or la pancia

Di quella porca la qual v'ha tradite.

Ma il tempo passa, e assai mal fa chi ciancia

Quando ci voglion l'opre. E detto questo,

S'avvïò verso il bosco ardito e presto:

63

Nè fatto aveva ancora un mezzo miglio,

Ch'eccoti il nano sopra il cavallino,

Che l'invita a imbucar, come un coniglio,

Entro del pozzo, e gl'insegna il cammino.

Rinaldo accetta con allegro ciglio

L'invito, e giù nel pozzo a capo chino

Discende prestamente; e giunto al piano,

In verso la città vassen pian piano.

64

Giunto alla porta, dugento guerriere,

Che il lor corpo di guardia quivi fanno,

Voglion fermarlo, come è lor mestiere.

Ride Rinaldo; e quelle, che non sanno

Qual sia forte e terribil cavaliere,

Addosso a lui, siccome cagne, vanno

Per farlo schiavo e per dargli tormento;

Ed ei le bacia e le piglia pel mento.

65

Al romor corron l'altre; ed in breve ora

Seimila donne, e tutte quante armate

L'han posto in mezzo; e acciò non esca fuora,

Hanno canapi e corde lì portate,

E lo voglion legar senza dimora.

Rinaldo dice loro: Eh via, non fate;

Che se mi salta punto il moscherino,

Per Dio, che vi diserto e vi rovino.

66

Musana, la regina, anch'ella accorre

Al gran tumulto con la spada in alto,

E grida: Io vo' costui nella mia torre;

E segno fa che gli si dia l'assalto.

Rinaldo omai, che gioco tale aborre,

Sopra un vuoto destrier monta d'un salto,

E va battendo sol con la vermena

A questa il capo ed a quella la schiena:

67

E con gli schiaffi e con gli scappellotti

S'è fatto largo sì, che ognuna scappa.

Così smeriglio tra molti merlotti

Ho visto far, che or questo or quello acchiappa,

E fuggon via quelli che son più dotti:

Quando Musana nel guerriero incappa,

Il quale, vista cosa sì deforme,

Ammazzarla volea 'n tutte le forme:

68

Ma udendo dir che la regina ell'era,

La man le pose ne' bianchi cappelli,

E disse a lei: O donna, o furia, o fera,

Che tu ti sia, e conforme ti appelli,

Rendimi il cavaliere che jersera

Rubasti con maniere e modi felli

Alla sua sposa, o ch'io ti fo volare

Sopra que' monti, e ancor di là dal mare.

69

La brutta vecchia per la gran paura

Inaffiò d'acqua lanfa assai terreno,

E più di pria si fe' brutta figura;

Talchè un demonio egli era brutto meno.

Pur prende lena; e fatta più sicura,

Dice: Signore, all'amoroso freno

Siamo tutti soggetti, e non accade

Aver per fuggir lui canuta etade.

70

La bellezza d'Alfonso m'ha levato

E senno e libertade; onde piuttosto

Ho meco di morir determinato,

Che di viver, s'ei fia da me discosto.

Dice Rinaldo: Viso d'impiccato,

Anzi d'un porco abbronzito ed arrosto,

Ti pare egli ora, spennata civetta,

Di tor l'amante a vaga giovinetta?

71

Insegnami la torre ed il castello

Dove sta chiuso, o ch'io viva ti squarto:

E la prese pe' piedi: ed il guarnello

Le andò sul capo, e l'uno e l'altro quarto

Mostrò di quel paese orrido e fello,

Che avea bisogno di pialla e di sarto:

Tanto era da una parte rilevato,

E dall'altra sdrucito e sconquassato.

72

La disgraziata tutta si dimena,

E chiede ajuto; ma niuno la sente:

Pur vinta in fine da vergogna e pena,

Di dargli Alfonso piangendo consente.

La capivolge allora, e su l'arena

La posa; ed ella lo guida piangente

Al castello; ed apertol, fa venire

Alfonso, e nel vederlo ebbe a morire.

73

Ma restò fuor de' sensi affatto affatto,

Quando lo vide accinto alla partenza.

Egli la guarda stomacato in atto,

Ed ha di vomitar grande appetenza.

Indi le dice: Vorre' il tuo ritratto

Per consolarmi nella fiera assenza.

Ma quel che Alfonso dice, ella non ode:

Tanto dolor l'alma le opprime e rode.

74

E senza metter punto tempo in mezzo,

Salgono il monte; e giunti all'aer chiaro,

Rinaldo prende d'un gran sasso un pezzo,

E il butta dentro il pozzo, e lo turaro;

E così seppellîr l'obbrobrio e il lezzo

Di natura e del mondo; e a paro a paro

Andaron verso il lido; e mira mira,

Non veggon più la desïata Elmira.

75

Vanno sul luogo dove la lasciaro,

E veggon de' capelli, e veggon anco

Cosa di che poi tanto lagrimaro:

Veggon d'Elmira in terra un velo bianco,

E più d'un altro segno infausto e amaro:

Onde Rinaldo, ancor che baron Franco,

Si fe' di gelo, e dolsesi in segreto,

Benchè mostrasse speme e volto lieto.

76

Lo sventurato Alfonso poi rimane

Quasi di sasso, e guarda sbigottito

Con gli occhi fatti di pianto fontane

Ora il piano, ora il monte ed ora il lito;

Quando Rinaldo, che a foggia di cane

Non lascia intatto della spiaggia un dito,

La trova, e grida: Cavalier, qua vola;

Che vedrai lei che l'amor tuo consola.

77

Come se uscir l'avaro veduto abbia

Alcun, di dove il suo tesoro stanza,

E rotti gli usci, e smossa ancor la sabbia,

Sotto cui d'occultarlo avea speranza,

Si muor di tema, d'affanno e di rabbia;

Ma mentre l'occhio con la mano avanza

Nel ripostiglio, e vede l'oro e il tocca,

Per lo piacer si sviene e al suol trabocca:

78

Così l'afflitto prence di Leone

Dall'improvviso gaudio a terra cade;

E cade ancor per la stessa ragione

Elmira. Il buon Rinaldo per pietade

Sospira, e invidia delle due persone

La bella fede e la gran caritade;

Poi dice alle donzelle: Io vo' partire:

Salutate madonna e il vostro sire.

79

Ma lasciamo ir Rinaldo al suo cammino,

E lasciamo gli amanti tramortiti,

E torniamo a Nalduccio e ad Orlandino,

Che mi sono sì cari e sì graditi,

Che a Bacco non è sì gradito il vino,

Nè i pampinosi tralci delle viti.

Quando io li veggo, oppur n'odo parlare,

Mi sento proprio tutto ricreare.

80

Se vi sovviene, co' lor dolci amori

Nalduccio ed Orlandino s'imbarcaro

Per Francia, a ritrovare i lor maggiori,

E per più giorni lieti navigaro.

Ma, come in terra nascon funghi e fiori,

Sì le tempeste in mar nascon del paro.

Ebbero una tempesta indiavolata,

E rimase la nave sconquassata.

81

Nè qui ci son delfini nè tritoni,

Che li portino al lido; nè ci ên Fate,

Che vengan suso per la via de' tuoni

Apportatrici lor di sanitate:

Ma ci son, grazie a Dio, de' tavoloni,

Sopra li quali le donne affannate

Si condurranno co' mariti loro

In qualche luogo, ed avranno ristoro.

82

Dopo lunga fatica e lungo stento

Giunsero tutti quattro a un'isoletta,

Ch'è detta l'Isoletta del Portento.

Orna le spiagge sue fiorita erbetta;

Ed un ruscello, che di puro argento

Ha l'acque sue, ed al mar corre in fretta,

Or quinci or quindi in tortuosa foggia

La bagna sì, che non cura di pioggia.

83

Questa isola, per voce antica molto,

È fama che l'alberghino i Folletti,

Che fan con tanti scherzi ogni uomo stolto:

Or tiran le lenzuola di su i letti,

Ora prendon di donna o d'uomo il volto,

Or si fanno orsi, or gatti, ora micchetti.

In somma chi si abbatte in questo loco,

Diviene di color favola e gioco.

84

Ma non fan male alcuno; anzi sovente

Fanno del bene, e insegnano tesori

E modi da campare allegramente,

E di birbanti divenir signori.

Sopra la rotta nave finalmente

Tutti bagnati e tra mille timori

Quivi le donne e i giovani sbarcaro,

E come bisce al sole s'adagiaro.

85

Quindi asciugati, presso alla marina

Veggono un vago e nobile edifizio

D'architettura tal, che par divina.

Disse Orlandin: Deh fosse qualche ospizio;

Chè andrei a pormi di botto in cucina:

Chè il navigar è un buono esercizio;

E mangerei, s'egli mi fosse dato,

Un cane, un lupo, un asino attempato.

86

Ride Nalduccio, e dice: Fratel mio,

Se tu senti la fame, ed io la veggio.

Che cosa brutta fe' Domeneddio!

Secondo me, non poteva far peggio.

In vederla mi viene il tremolìo:

Più volentieri con la morte armeggio,

Che con costei, che rosicate e strutte

M'ha le interiora e le budella tutte.

87

Ma siam pur pazzi, ripiglia Orlandino,

A star qui fermi, e non andare al loco

Che c'è, come veggiam, tanto vicino.

Lì troverem buona cucina e cuoco;

E se il padrone non è Fiorentino,

Ci darà da mangiare o molto o poco.

Ciò detto, a quella volta se ne vanno;

E giunti, l'uscio ivi trovar non sanno.

88

Girano intorno intorno il gran palazzo,

Nè da niun canto vi trovan l'entrata.

Odon gente che mangia e sta in sollazzo,

E sentono l'odor della frittata,

E de' brindisi spessi lo schiamazzo.

Con alta voce lor fan la chiamata;

Ma niun risponde, e seguono a mangiare:

Onde questi si danno a taroccare;

89

E tirano sassate dell'ottanta

Nelle finestre, e rompon l'invetriate.

In questo mentre ecco che un mostro agguanta

Le donne; e gridan come spiritate;

E se le porta via con fretta tanta,

Che appena pôn seguir le sue pedate

I giovanetti, e gridan: Posa, posa,

Con terribile voce ed affannosa.

90

Ma quei, come la volpe quando è côlta

Da' cani, che si dà tosto a fuggire,

Nè pel timore indietro mai si volta;

Ma quando li ode sì presso venire,

Che ne comprende vicinanza molta,

Allor fa cosa che ho rossor a dire;

Sì tristo fiato fassi uscir di dreto,

Che per la puzza i can restano addreto;

91

Così quel mostro porco un così strano

Vento egli fece, e cotanto fetente,

Che Nalduccio e Orlandin caddero al piano,

E il mostro dileguossi di repente.

Rïavutosi poscia, ognuno insano

Rimane pel novissimo accidente,

E si guardano in viso, ed hanno pena

Che un peto gli abbia stesi su l'arena.

92

Ma quando poi non veggion le dilette

Consorti loro, e credono sicuro

Che quel mostro se n'unga le basette,

E se le spolpi in qualche luogo oscuro,

Fanno versacci che pajon civette;

E tal sentono affanno acerbo e duro,

Che lo star 'n una fervida caldaja,

Appetto a quel, lor parrebbe una baja.

93

In questo stato ascoltano una voce

Flebile sì, che non si può sentire.

In quel verso Naldin corre veloce,

E gli pare la sua consorte udire.

Pensate voi se ciò lo punge e cuoce.

D'amore acceso e ripieno d'ardire

Là corre, e regge con l'orecchio i passi,

Nè cura sterpi, nè bronchi, nè sassi.

94

Vede Orlandino poi dall'altra parte

in man d'un satiraccio una donzella

Mezza spogliata e con le chiome sparte,

E in qua e in là strappata la gonnella.

S'inferocisce subito, e qual Marte,

Quel satiro col ferro egli martella;

E tanto più lo fa di buona voglia,

Che pargli Argéa colei cui vede in doglia.

95

Ma quando crede aver piagato e morto

Il satiro, e disciolta la fanciulla,

L'un si rannicchia, e fassi corto corto,

E corto sì, che si riduce a nulla;

L'altra diviene una mummia, un aborto.

A vista tal, come un bambin di culla

Orlandino rimane; e tra sè stesso

Non sa capir quel che gli sia successo.

96

E Nalduccio arrivato a piè del monte,

Donde la voce gli parea che uscisse,

Vede una fresca, oscura e bella fonte,

E in un alber vicino crocifisse

Due giovanette, ed una che la fronte

Mostrava, e il tergo l'altra; ed a lui disse

Una di loro: Rinalduccio ingrato,

Così presto di me ti se' scordato?

97

Rinalduccio a tal voce si riscuote,

E grida: O mia dolcissima Corese,

Non dubitare. E col ferro percuote

L'albero; e quando con le braccia stese

Vuole abbracciarla, e nelle belle gote

Porre di casto amor le labbra accese,

L'alber principia subito a girare

Come paléo, e non si può fermare.

98

Nalduccio alla sua donna dà di piglio,

E con essa principia anch'egli il giro:

Quando ad un tratto d'un color vermiglio

L'alber diventa, e i rami di zaffiro,

E le foglie più candide del giglio.

Quindi le belle donne dispariro;

Chè l'una e l'altra subito divenne

Un vago cigno dalle bianche penne;

99

E volando tuffossi in un laghetto,

E dolcemente si mise a cantare;

Indi a non molto dall'alber suddetto

Tutte le foglie si veggon volare,

Fatta chi uno, e chi altro uccelletto;

Ed il fusto si vede al suol cascare,

E caduto diviene una gran biscia,

Che giù pel monte sibilando striscia.

100

Or mentre l'uno e l'altro disperati

Erran pel bosco, e colmi di stupore,

Corese e Argéa de' cavalier pregiati

Vanno cercando, e piangon di dolore:

E giunte appena in mezzo a certi prati,

Li veggon morti, e di sanguigno umore

Veggon tinta l'erbetta: onde a tal vista

Chi dir può quanto ognuna si rattrista?

101

E strappansi i capelli, e il petto bianco

Si laceran con l'ugne; e fan lamenti,

Che par ch'abbian le doglie o il mal di fianco;

E dan di mano alle spade taglienti,

Ch'eran de' lor mariti al lato manco,

Per ammazzarsi: ed ecco, alti portenti!

Le due spade si cangiano in lor mano

Una in giunchiglia, e l'altra in tulipano.

102

I cadaveri poi (chi 'l crederebbe?)

Si strusser come cera al foco appresso;

E l'uno e l'altro in bella fonte crebbe.

Rimaser come due statue di gesso

Le donne, e lor tal cangiamento increbbe;

Chè segno alcuno, alcun vestigio impresso

Non vedevano in lei de' lor mariti,

Come prima, se ben morti e finiti.

103

Dallo stupore alquanto rïavute

Si risolsero entrar nella fontana,

Indi bagnarsi, e far delle bevute

Di quell'acqua che pria fu carne umana.

Si spoglian dunque da nessun vedute,

E lascian la camicia e la sottana,

Il busto, le mutande e le calzette,

Tutte distese su le verdi erbette.

104

Quando ecco, mentre stan così spogliate

Diguazzando nell'onda maritale,

Di donne e cavalier molte brigate,

Che così nude nell'acqua le assale.

Voller fuggir, ma furon raffermate

Da vergogna, che in lor tanto prevale:

Cercan l'acque turbar; ma sotto è breccia;

Onde si copron con la lunga treccia.

105

Due cavalieri allor saltan nell'onda,

E vanno per ghermirle: in quel momento

Si asciuga l'acqua, e fugge via la sponda,

E dame e cavalier si porta il vento:

E nebbia così folta le circonda,

Che ogni raggio di luce è affatto spento;

Indi l'ombra dispare, ed in breve ora

Ogni cosa di luce si colora.

106

Non tanti aspetti, non tante figure

Soglion le rotte nuvole ben spesso

Formare in cielo nelle notti oscure,

S'Austro piovoso lor svolazza appresso;

Che or si fan navi, e quelle stesse pure

Or si fanno un gigante, ora un cipresso;

Come esse veggion, ma senza diletto,

La cosa stessa ognor mutar d'aspetto:

107

E a sospettar cominciano che quivi

Alberghino le Fate e i diavoletti,

E vi sian que' più perfidi e cattivi

Che fanno dar di volta agl'intelletti:

E vengono in speranza che sian vivi

I lor mariti, e che abbian de' dispetti,

Siccome esse hanno, da que' diavolini

Che fanno i buffoncelli e i mattaccini.

108

Ma per non vi tediar, donne garbate,

Raccontando gli scherzi e le burlette

Ch'ebber costoro per molte giornate,

Che furon certamente più di sette,

Vi dirò come furon liberate.

E mastro Garbolino ci scommette

Un par di guanti, se vi date drento

A indovinar chi sfeo l'incantamento.

109

Vi ricordate voi di Ferraù,

Quando dal bosco risanato uscì,

E fece voto a' Santi ed a Gesù

Di tornare alla cella e morir lì,

Ed a Climene non pensar mai più,

A Climene che tanto lo ferì;

E i due giganti ancor menò con sè,

A' quali fece abbracciar la santa Fè?

110

Or a questo romito serbò Iddio

Il discacciar da quel luogo i demoni;

E fu cagion che del cammino uscìo,

E che in vece d'andarsene pedoni,

Entrasse in mare, e che il provasse rio;

Tante fur le saette, i lampi e i tuoni,

E le tempeste e le piogge ed il vento,

Che se non si sommerse, fu portento.

111

Onde sbalzato fuor dell'onde insane

Tremila miglia e più lunge da Spagna,

Ed in quel lido pien di cose strane,

Piantò sul far del giorno le calcagna

Co' due giganti, vogliosi di pane,

Mercè della gran fame che li magna:

E mentre questi sbarcan da Ponente,

Vi sbarca da Levante anco altra gente.

112

Or qui conviemmi in tutte le maniere

Troncare il canto, e cercar di riposo;

Chè nel canto che vien mi fa mestiere

Star vigilante, allegro e spiritoso:

Perchè son certo di darvi piacere;

E l'udirmi saravvi sì gustoso,

Che se per sorte chetar mi volessi,

Mi preghereste perchè più dicessi.