CANTO DECIMOTERZO
ARGOMENTO
Rinaldo e Orlando son trasfigurati
In dura pietra all'Isola del foco.
Ferraù gli scongiuri ha preparati,
Ma torna per amore al primo gioco.
I Pretoni di lui scandalizzati
Dentro la rete lo tengono un poco.
Il pescatore racconta allo Scricca
D'una che il morto suo marito appicca.
1
La maraviglia nasce da ignoranza:
Perchè chi sa come vanno le cose,
Se fra di lor non dassi discrepanza,
O se affatto non son miracolose,
Non istupisce; e in dire non s'avanza
Contro quel tal, che alcun fatto propose,
Che di cosa impossibile viso abbia;
Nè inarca il ciglio, o si chiude le labbia.
2
Chi non avesse mai veduto mare,
Nè fiume o fonte, nè acqua nïente,
Noi lo faremmo affè trasecolare
In dirgli come è fatto, e da qual gente
Viene abitato, e le diverse e rare
Nature d'esso, e come è trasparente,
E come nave di piombo ripiena
Vi galleggia, e v'affonda un gran di arena.
3
Chi crederà, come la sacra a Giove
Annosa quercia, che cotanto prende
D'aria e di terra, e che vento non move,
In una ghianda tutta si comprende?
E come nella vacca il bue si trove
Quando ella il toro a compiacer s'arrende?
E come un gran di miglio o di frumento
Sia produttor di cento grani e cento?
4
In somma dico: L'uomo sapïente
Non è siccome chi non ha studiato,
Ch'è protervo, e fa sempre il miscredente;
E ciò che non ha visto, oppur toccato,
Creder non vuole il barbaro nïente.
Onde io sarei del certo disperato,
Se questa storia giungesse in lor mano,
Che ha qualche fatto che pare un po' strano.
5
E trovar non potrei verso nè via
Che mi dessero certa e piena fede;
Massime in questo canto, ove la pia
Mente del sommo Dio sì ben provvede
Al mal di quella sfortunata e ria
Isola, fatta di Folletti sede:
Chè non può venir lor neppur in testa
Il frate co' giganti e la tempesta.
6
Ma grazie a voi, divine ed immortali
Donne gentili, io vo' render tuttora,
Che siete dotte e savie, e tali quali
Cose vi narro, voi credete allora;
E s'io dicessi che un asino ha l'ali,
E il foco va con l'acqua della gora,
Siete tanto discrete e manierose,
Che mostrereste credermi tai cose.
7
A voi dunque mi volgo, e omai ripiglio
Il tralasciato canto; e se non sbaglio,
Io dissi, come con turbato ciglio,
Bagnato, ignudo, ma col suo bagaglio,
Aveva Ferraù dato di piglio
All'Isola dei scherzi e del travaglio
Co' due giganti; e come da Ponente
Pur discesa in quel lido era altra gente.
8
E qui bisognerebbe ch'io dicessi
Ogni minuzia fino ad un puntino.
Ma so che brevitade io vi promessi;
E più tosto restar senza un quattrino
Vo', che mancare a quello ch'io v'espressi.
Dirovvi dunque in mio schietto latino,
Che con le mogli lor Ricciardo e Guido
Sceser senza saperlo in su quel lido:
9
E che Rinaldo ed il signor d'Anglante
Vi sceser pure per diverse strade:
Perchè a chi fa il mestier del navigante,
Domandar suo cammino non accade.
Tal vuol ire in Ponente, e va in Levante.
Il vento è il Dio dell'onde; e ovunque aggrade
A lui di fare andar questo e quel legno,
Conviene andare e romper suo disegno.
10
Sol vi dirò due cose, che mi penso
Che sieno necessarie a raccontarsi:
Una, ch'io vi racconti quell'immenso
Piacer di cui vedeste inebbrïarsi
Le donne e i cavalieri, e senza senso
Restar Dorina, e affatto abbandonarsi,
Conoscendo all'aprir della visiera,
Che il campion nero il suo marito egli era,
11
Acciocchè non istiate con pensiero,
E a lungo andare non m'esca di mente.
Riconosciuta adunque il campion nero
La sua bella Dorina ed innocente,
Più ratto assai che a lepre il can levriero,
Le corse a' piedi, e le chiese piangente
Perdon di quanto aveva e detto e fatto,
Reso per gelosia crudele e matto.
12
Il Garbolin di questi più non dice:
Ma saranno tornati a Saragozza,
Ove avran fatto una vita felice:
In somma qui la storia loro è mozza.
L'altra cosa da dirsi, e che radice
È del canto, e senza essa non si accozza
La storia, è che bisogna che del frate
Vi narri certe cose tralasciate.
13
Come vi dissi, se non prendo errore,
Due canti addietro, Ferraù partissi
Dalla capanna con divoto core,
E co' pensieri risoluti e fissi
Di darsi in avvenir tutto al Signore:
E i due giganti al mondo crocifissi
Partiron seco, e giunsero in Provenza,
Ed in Antibo fecer permanenza.
14
Quivi studiaro come disperati,
E si fecero bravi latinanti,
Nè fûro dal maestro mai frustati;
E andaron tanto con lo studio avanti,
Che dal vicino vescovo chiamati
Fûro, e promossi agli ordini più santi:
E da Tolon venivano a Marsiglia
Le genti per veder tal maraviglia.
15
Il dì di San Cristofor disser messa,
Ed ebber facoltà di confessare:
Ma don Fracassa però non confessa,
Perchè il segreto non sa conservare;
Ma l'altro ch'è la segretezza stessa,
Io dico don Tempesta, uom singolare,
Confessa; ed è sì buono e sì clemente,
Che non disgusta verun penitente.
16
Or posto questo, ritorniamo al lido,
E narriamo le cose bestïali
Che avvenner quivi. Di già me la rido,
Vedendo i due giganti co' piviali,
E con l'asperge, e con orrendo grido
Precettare i demonj capitali;
E quinci uscire a farvi missïone,
E intrecciarvi talor qualche sermone.
17
Ma lasciamo per ora i missionari,
E parliamo del conte e di Rinaldo,
Che mentre erran per l'isola, e di vari
Casi van ragionando, da gran caldo
Presi son sì, che fan sospiri amari:
Nè il buon conte potendo star più saldo,
Dice a Rinaldo: Mi par questo loco,
S'io non m'inganno, l'Isola del foco.
18
E van cercando di fontane e grotte;
Ma le fontane tutte son diacciate:
Onde forza è che ognun fra sè borbotte
In veder gelo, e sentir poi l'estate.
In questo mentre li giunge la notte
Con ombre tanto nere e sì serrate,
Che non si veggon più l'un l'altro in viso,
E li prende un gran freddo all'improvviso.
19
Disse Rinaldo: Dolce cugin mio,
In qual paese mai siam capitati?
Rispose il conte: Non tel so dir io;
Ma certo siamo in qualcun di quei lati
Che si è serbato lo sdegno di Dio
A castigare i tristi e scellerati;
Ed è l'inferno, o cosa che somiglia;
Tanto è il dolor che l'anima m'impiglia.
20
Se questo fosse, cugin mio, l'inferno
(Disse Rinaldo), ci sarìa più folla:
E qui, fuor di noi due, niun altro scerno.
Allor, qual tin che per vinaccia bolla,
E di fuor gorgogliando e per l'interno,
Alza all'intorno or una or altra bolla;
Si senton sotto i piè la terra alzare,
E susurrar d'intorno e cigolare.
21
Indi uscîr fuor con accesi tizzoni
Lamie, centauri e simile bestiame;
E vanno sopra a' nobili baroni,
E fan le lor persone afflitte e grame.
Si mette il buon Orlando in ginocchioni;
Chè non ci ên spade di sì buone lame
Da far difesa in simile tempesta;
E qualche volta si gratta la testa.
22
Rinaldo si dibatte e si dimena,
Ed or fère una lamia, ora un centauro:
Ma ridon essi, e a lui sopra la schiena
Battono, e il fanno come Etíope o Mauro.
Ma il buon Orlando con la faccia piena
Di pianto chiede a Dio qualche ristauro;
E mentre ei prega, ogni mostro dispare,
E si tranquilla il ciel, la terra e il mare:
23
E di fiori e d'erbette si riveste
La terra da per tutto; e frutti e foglie
Mostran le piante in quelle parti e in queste:
Ed ogni augel la lingua al canto scioglie,
Da volgere in piacere le più meste,
E le più crude e tormentose doglie:
Ma quel che rallegrar li fece affatto,
Fu la comparsa di più ninfe a un tratto.
24
Venner di non so dove, a sette a sette
Prese per man, le più belle ragazze
Che si vedesser mai, sincere e schiette.
Nude eran tutte; e in una man le tazze
Avevano, e nell'altra le fiaschette:
Parte erano imbrïache e parte pazze.
Una di loro ad Orlando s'accosta,
E gli fa sorridendo tal proposta:
25
Signor, la vita come lampo fugge,
E come pellegrin giunge e va via.
Pazzo è colui che in armi si distrugge,
E su le carte solo si ricría.
Quel vive lieto, che di Bacco sugge
Il buon licore, e la soave e pia
Madre d'Amore inchina, e del suo figlio
Segue i diletti con saggio consiglio.
26
Deh, prima che ti colga il dì fatale,
E poca polve il cener tuo ricopra,
Lascia quest'arme, che a sì poco vale,
Ch'ogni nome perisce, ogni bell'opra,
E godi nosco. Anche il piacere ha l'ale;
Ma per goder, fatica non si adopra.
Però, se saggio sei, come tu mostri,
Spògliati, e vieni negli alberghi nostri.
27
E un'altra al pro' Rinaldo avea già presa
La destra mano, e gli facea carezze;
Talchè, senza la menoma contesa,
Vinti fûro ambiduo dalle dolcezze
Di queste ninfe; ed han la faccia accesa
Di caldo amor, che pare il cor lor spezze;
E vanno sbevazzando, e fanno quello
Che avrei rossor di dirlo anche in bordello.
28
Ma durò poco questo loro spasso;
Chè le ninfe divenner tante botte,
E tanta roba loro uscìa da basso
Di piscio e sterco, che pignatte rotte
Sembravano, o qualcun forato masso,
D'onde l'acqua zampilla giorno e notte:
E gettò tanto questa sporca polla,
Che Orlando qualche poco ancor ne ingolla;
29
E vuol gridare; ma cresce la piena,
Ed a Rinaldo pur passato ha il mento.
Onde pensate voi, donne, la pena
De' paladini, e l'atroce tormento
D'aver sì brutto pranzo e brutta cena.
Orlando pieno di crudel talento
Vuole ammazzarsi, ma non può morire;
Nè sa l'altro che farsi, o che si dire.
30
Quando ecco che lo stagno puzzolente
Tutto s'indura, e fassi bianca pietra;
Ed il buon conte e Rinaldo valente,
Dal capo in fuora, misero s'impietra.
Non han più moto nè senso nïente:
Quando ecco piomba orribile dall'etra
Un fulmine sul masso, e lo dissolve,
Da' paladini in fuor, quanto era, in polve:
31
E ritornati quelli ad esser carne,
Ecco imbandir le dilicate mense;
E v'eran piatti di fagiani e starne,
Ed altre cose di dolcezze immense.
Dice Rinaldo: Io voglio un po' mangiarne.
Rispose Orlando: A ciò non fia ch'io pense:
Sì m'han turbato i pesci di quel lago,
Ch'odio più il cibo, che toccare un drago.
32
Rinaldo dà di mano alla forchetta.
Ed infila un fagiano, e quel sen vola;
Chiappa una starna, e mentre con gran fretta
La vuol tagliar per cacciarsela in gola,
Fugge, e con essa ogni altra pur sgambetta;
Talchè rimasta è la tovaglia sola.
Dice Orlando: Tu hai fatto molto presto!
Tace Rinaldo, e sta turbato e mesto.
33
Or mentre con Rinaldo Orlando stassi
Stupido in mezzo a tanta maraviglia,
Ferraù co' giganti a lenti passi
Va per un bosco, e un serpe l'avvinciglia:
E i due giganti sono presi a sassi,
Che vengon sopra lor lontan le miglia;
E gridan, quanto sanno, di concordia:
Nazareno Signor, misericordia!
34
A questa voce il serpe si disciolse,
E prese il frate un poco di respiro,
E nessun sasso più i giganti colse.
Perchè il buon Ferraù, dato un sospiro,
Di scongiurar quel loco si risolse;
E la cotta si mise, e si vestiro
Anche i giganti da capo alle piante
Di vesti sacre, e preser l'acque sante.
35
Ma prima che comincin lo scongiuro,
Climene e Ricciardetto con Despina
Ecco, e Guidone il giovine sicuro,
Con l'altra gente che il bosco cammina:
E visto il frate in abito sì puro
Con que' due cherchi dalla cappellina,
Dieder 'n un riso sì spropositato,
Che Ferraù ne fu scandalizzato:
36
E con arcigno viso là rivolto,
Donde venire udìo sì strano riso,
Crede che di demonj un drappel folto
Volato lì ne fosse all'improvviso;
Ma quando di Climene ei vide il volto,
Allora certamente fu d'avviso
Che un diavol preso avesse quell'aspetto
Per ingannarlo, e per fargli dispetto:
37
E pien di santa collera l'acchiappa
Per li capelli, e il mostaccio le sbruffa
Con l'acqua santa. Ella si copre e tappa
Meglio che puote, e seco s'abbaruffa;
Ma nelle mani de' giganti incappa;
E si attacca di subito una zuffa
Tra loro e i paladini; e si dan botte,
Che fanno in brani i piviali e le cotte.
38
Ferraù grida: Da parte di Dio
Io vi comando, spiriti dannati,
Che danno non facciate al clero mio,
E stiate sotto me subordinati.
Ma quelli che di pugna hanno desìo,
Van lor sopra, e dan lor colpi spietati.
Ferrautte a quel dir dice ai giganti:
Meniam le mani, e non facciam più i santi;
39
Chè questi son demonj, a quel ch'io veggio,
Che non hanno paura d'esorcista.
Risposero i giganti: Farem peggio.
A queste voci Ferraù s'attrista;
E vôlti gli occhi verso il divin seggio,
Dice: Signor, perchè l'iniqua e trista
Progenie ora da te sì si protegge
Contro chi segue la tua santa legge?
40
E tutti tre si metton ginocchioni;
E i paladini si metton da parte,
Nè dan loro più calci nè sgrugnoni.
Da' compagni Climene si diparte,
E a Ferraù che stava in orazioni,
Dimmi, gli dice, sacrosanto Marte,
Che credi tu che siamo? Egli la guarda,
E fa un sospir che pare una spingarda;
41
E si fa segni di croce a bizzeffe;
Ma vedendo che punto non si muove,
Dice tra sè: Queste non son già beffe
Di spirti, che non reggono a tai prove:
E volle fare come il buon Gioseffe,
Fuggire; ma nel mentre che si move,
Climene piglia in mano il suo cordone,
Ed al romito vien la tentazione;
42
E lo leva sì tosto di cervello,
Che l'asperges gli cade giù di mano;
E fisso in riguardar quel volto bello,
Ch'altre volte lo fece di Cristiano
Diventar Turco, e mandar in bordello
La pazïenza, il cappuccio e il gabbano,
Disse: O tu sia Climene, od il demonio,
Vorrei far teco il santo matrimonio.
43
Allora don Tempesta sacerdote,
Che sua mercede ebbe il battesmo santo,
Si fece come un peperon le gote,
E disse: Padre, or sfacciam noi l'incanto
Con sì calde orazioni e sì divote?
Io mi vergogno di più starti accanto.
Dov'è la tua virtude e il tuo giudizio?
Ritorna indietro, e fuggi il precipizio.
44
E don Fracassa anch'ei sèguita a dire
Parole sacre, tratte dal breviario;
Cioè che pensi come ha da morire;
E che non può pigliarsi un tale svario
Chi voto feo di castità soffrire.
Talchè principia sul suo calendario
Ferrautte ad averli tutti due;
E segni fa, che non ne può già piùe;
45
E dice loro: Quando io feci il voto
Di vivere e morir come la zucca,
Il core e il capo avea del tutto vuoto
Di quel visin che l'alma mi pilucca;
Ed era umìl, pazïente e divoto:
Ma quella vita tanto santa stucca;
E per quanto uom s'ingegni di star fermo,
Il senso ci travia guasto ed infermo.
46
Se in voi facesse quell'effetto stesso
Che in me fa sempre il volto di costei,
In breve avreste il vostro voto smesso,
E piangereste e gridereste oimei.
Così il severo giudice il processo
Fa con somma giustizia contro i rei;
Che se dovesse a sè formarlo poi,
Quanto men giusto lo vedreste voi?
47
Ci vuol pur poco a mettere a romore
Il vicinato, e biasimare altrui,
E un frate lacerar vinto d'amore.
Figliuoli miei, che vi credete vui
Che il tonachino ci pari l'ardore
Che mandan fuori largamente dui
Occhi leggiadri, nè possano i frati
Diventare in niun tempo innamorati?
48
Forse ci manca nulla ch'altro uom abbia,
O siamo fatti di quercia o di faggio?
Benchè arbore non sia, in cui sua rabbia
Non sfoghi Amore, e tenga in suo servaggio.
Altro ci vuol che dir: Domine, labbia,
E bever acqua, e cibarsi d'erbaggio,
Per non sentire o vincerli sentiti
Gli orgogliosi d'amor dolci appetiti.
49
Fuggir bisogna al primo primo sguardo
Di donna che ti piaccia, e allor diviene
Il nostro cuor magnanimo e gagliardo:
Ma se non dài di subito le rene
A quel bel viso, diverrai codardo;
E Amor porratti pesanti catene
Al collo, a' piedi, a' fianchi ed alle mani.
E giorno e notte farà darti a' cani.
50
Così fatto avess'io quel dì fatale
Ch'io vinsi gli altri, e me vinse costei.
Ma chi potea pensar che tanto male
Da sì bel volto ritratto ne avrei?
Il pianger dopo il fatto a nulla vale;
Nè il mio danno fuggir seppi o potei.
Sola mercè del guasto mio consiglio;
Chè veggo il bene, ed al peggior m'appiglio.
51
Però se avete un po' di caritade,
O di prudenza, o di discrezione,
Che tra noi altri sono cose rade,
Dite un po' voi la santa orazione
Da mandar via da queste contrade
I demonj; sebbene ho tentazione,
Che se 'l diavol può farsi un sì bel viso,
Di seco star senz'altro paradiso.
52
A tal bestemmia il savio don Tempesta
Lascia il breviario, e piglia la sua rete,
E sovra Ferraù la scaglia, e resta
Quegli prigion. Come creder potete,
Climene e gli altri ne fanno gran festa;
E la furbetta con sembianze liete
Gli va d'intorno, e vistolo in tal guisa,
Pianger vorrebbe, e le scappan le risa.
53
E quindi risonar l'isola tutta
S'ode di pentolacce e di fischiate.
Come di carneval, quando in bautta
Ed in maschera vanno le brigate,
Che in larga piazza la gente ridutta,
In veggendole fàlle le risate;
Così i demonj, a vederlo in quel modo,
Ridevan fra di loro sodo sodo.
54
Ma non durò gran tempo il piacer loro;
Chè don Tempesta a esorcizzar si mise
L'isola tutta con sommo decoro;
Talchè il diavol, se prima allegro rise,
Ora si trova in un crudel martoro.
Risponder non vorrebbe in niune guise;
Ma lo costringe il buon prete sì forte,
Che bisogna che parli, e parli forte;
55
E dice come ha nome Foratasca,
Ed ha seco di diavoli un milione;
E che se il sole dal cielo non casca,
D'abitar quivi è sua opinïone.
Taci, gli disse, mozzorecchio e frasca,
Il prete; ed incomincia l'orazione;
E mentre egli la canta, il lido freme,
E par che sia tutto l'inferno insieme.
56
Incalza il prete la bestia infernale,
E le comanda che prima d'uscire,
Gli narri, come dispiegasse l'ale
In questo lido, e chi le diè l'ardire.
Mostra ben ella avere ciò per male,
E a patto alcun non lo vorrebbe dire;
Ma Dio vuol per sua lode e per sua gloria,
Ch'egli lo dica, e ne resti memoria.
57
Comparve dunque in figura di nano
Il demonio, e montò sopra uno scoglio;
E sopra il fianco tenendo una mano,
Guardava il prete, tutto pien d'orgoglio:
Poi d'ira e di dolore ebro ed insano,
Disse: Giacchè a colui, al quale io voglio
Perpetuo male, or piace ch'io ragioni,
Udite tutti quanti i miei sermoni.
58
Questa una volta fu la più beata
Isoletta che mai bagnasse il mare;
Ma divenne in un dì sì sfortunata.
Ch'altra simile a lei non so pensare,
Pigliando dalla Caspia onda gelata
Alla sì calda che potrìa scottare.
Udite or come, di tanto felice,
La meschina si fe' trista e infelice.
59
Il signore dell'isola e la moglie
Moriro un dì da fulmine percossi;
Talchè tutto s'empì d'affanni e doglie
Il bel paese: e qual da turbin scossi,
Gli alber che prima avean sì belle foglie,
E sì bei pomi, verdi, bianchi e rossi,
Fan paura e pietade ai riguardanti;
Tali eran di quell'isola i sembianti.
60
Nulladimeno infra cotanto amaro
Qualche poco di dolce e di ristoro
Le genti di quell'isola trovaro;
Chè due figliuole, come coppe d'oro,
Gli estinti genitori a lor lasciaro,
Nate ad un parto, e con assai martoro
Della misera madre, e belle tanto,
Che parevano fatte per incanto.
61
Nè rosa a rosa mai, nè stella a stella
Simil tanto è, quanto simile ell'era
Una sorella all'altra sua sorella.
Io stesso, che a tentarle giorno e sera
Mandato fui dalla prigion mia fella,
Sbagliai più volte: di cerasa nera
Ambe una voglia avean nel braccio manco,
Ed un bel neo nel fin del destro fianco.
62
Le grazie, il brio e l'estrema dolcezza
Che avevano parlando, chi dir puote?
Or giunte queste a quella giovinezza
Che alla vista dell'uomo si riscuote,
E s'allegra d'aver grazia e bellezza
Per lui piacere, un perfido nipote
Del morto padre, di sfrenate voglie,
Arse d'avere l'una e l'altra in moglie.
63
Pensate or voi se in così tristo foco
Io soffiassi di cuore e giorno e notte;
Talch'ei, non più pace trovando o loco.
Ad una villa sua l'ebbe condotte;
E quivi in suono tremolante e fioco,
E con parole da pianto interrotte
Aperse loro il suo folle desire,
Che nell'udirlo elle ebbero a morire.
64
E tutti e tre racchiusi in una stanza,
Giurò di non voler quindi uscir mai,
S'ei non giungeva al fin di sua speranza:
O di finir per fame ivi i suoi guai,
Ed esse seco. In orrida sembianza
Disser le giovinette: E tu morrai,
E noi teco morremo volontieri;
E inventa pur, se sai, modi più fieri.
65
Il primo giorno scorse ed il secondo;
E già, qual fior che per troppo calore
Illanguidisca, il bianco e rubicondo
Color del volto lor d'atro pallore
Si ricoperse, e non fu più giocondo.
Allora quel maligno traditore
Cercò con acque e balsami possenti
Rinvigorir le forze lor cadenti.
66
Ma le oneste sorelle si abbracciaro;
E vôlti i prieghi a lui che mai è crudele,
Io dico a Dio, sì ben si confortaro,
Che, in cambio di lamenti e di querele,
Vicine al morir lor si rallegraro;
E quasi due bianchissime candele
Ch'ardano, e il vento le assalga improvviso,
Restò d'entrambe il bellissimo viso.
67
Viste morte le due vaghe sorelle,
Il misero squarciolle a brani a brani,
E poi li sparse in queste parti e in quelle,
Pasto di volpi, d'avoltoi, di cani.
Quella notte dal ciel fuggîr le stelle,
In veder fatti sì crudeli e strani;
E Dio sdegnato volle in carne e in ossa
Ch'ei giù piombasse nell'eterna fossa;
68
E diede a noi quest'isola in domìno.
Or tu, come entri a farci dipartire?
Qui il folletto si tacque, e a capo chino
Stiè del gigante la risposta a udire.
Ed egli: Io voglio, brutto malandrino,
Ajutato dal mio superno Sire,
Che quinci tu ti parta, e parta adesso;
Se no, ti frusto senz'altro processo.
69
E fattogli il comando nelle forme,
Ecco che tutta quanta si riscuote
L'isola, e sveglia, se alcun v'è che dorme:
E dalla parte di verso Boote
L'aria annerisce: e come vanno a torme
I negri stormi e fanno larghe ruote,
Così dall'isoletta a schiere a schiere
Givan fuggendo quelle bestie nere.
70
Liberata la terra da sì dura
Ed aspra servitude, ecco ad un tratto
Corese e Argéa che han tuttavìa paura
Di qualche strano incantamento e matto:
E la coppia sì franca e sì sicura
Dei due che tante belle imprese han fatto,
Io dico d'Orlanduccio e di Naldino,
Che han proprio braccio e spirito divino:
71
Ed ecco Orlando e il sir di Montalbano,
Che quivi in ritrovare i figli loro
Segni di croce si fecer con mano:
Ma usciron presto d'affanno e martoro,
Quando essi con parlare umile e piano,
Ma colmo di grandezza e di decoro,
Disser le cose come eran passate,
E lor mostraro le lor donne amate.
72
Di che i lor padri n'ebbero piacere;
Ma la festa s'accrebbe in infinito,
Quando fra tante e sì diverse schiere
Di genti capitate entro a quel lito
Potêr Despina e Ricciardo vedere,
E Guidone e Climene ed il romito,
Che nella rete tutto si dimena,
E mostra averne gran vergogna e pena
73
Onde Rinaldo prega don Tempesta
Che lo disciolga; e udita la cagione
Perch'ei gli pose quella rete in testa,
Gli dà parola e fa promissïone
Ch'ei farà vita in avvenir modesta:
Tanto più che Climene ella ha padrone.
Lo scioglie dunque, ed egli si ritira
In un cantone, e lagrima e sospira.
74
Or mentre qui si fan gli abbracciamenti,
Ecco che s'empie l'isola a romore;
Chè non so come, portati da' venti,
Qui si trovaro i piagati d'amore
Per la bella Despina, i re valenti
Che in Francia venner per mostrar valore,
Ed uccider Ricciardo, e per mercede
Aver Despina della Cafria erede.
75
V'era il persiano Oronte e il Signor trace,
E il re di Nubia di tal gagliardìa,
Che seco Marte vorrebbe aver pace.
Questi prende Despina, e fugge via,
Non altrimenti che lupo rapace
Semplice agnella che pel bosco stia;
E salta ardito sul primo naviglio
Ch'ei trova, e lascia l'isola in scompiglio.
76
E a tutti quanti i marinari impera
Che sciolgano le vele; e quelle sciolte,
Gonfia al principio un'auretta leggera,
Che sempre cresce: onde già miglia molte
Ha fatte, ed oramai viene la sera.
Su le altre navi vanno d'ira stolte
Le genti Franche; e il mesto Ricciardetto
Piange, e si batte per la doglia il petto.
77
Di questo fatto n'ho tanto dolore,
Che non ne posso mica più parlare,
Almen per qualche poco, onde il mio core
Si possa rïavere e confortare;
E vo' frattanto dell'isola fuore
Gire ancor io, e lo Scricca cercare,
Che giunto in Cafria si morde le mani,
Per esser stato vinto da' Cristiani.
78
E senza figlia e senza baronìa,
E senza erede, e inoltrato negli anni
Si muor di noja e di malinconìa.
Pur vuole, per scemare i gravi affanni,
Cosa provar che men dura gli sia;
E dispogliato de' suoi regj panni,
Al Fiacca e al Ficca lascia in guardia il regno,
E prende seco un baron forte e degno;
79
E vuol con esso andar girando il mondo,
E in tal guisa tentar la sua fortuna;
Chè spïando la terra a tondo a tondo
Di là dove il Sol muore e dove ha cuna,
Spera avviso trovar lieto e giocondo
(Se sempre il Fato la via non gl'impruna)
Della sua figlia: e con questo pensiero
Lascia il paterno suo famoso impero.
80
Si fa chiamare il Cavalier del Pianto;
E giunto un giorno in riva alla marina,
Ode di pescatori un lieto canto,
A' quai cortesemente s'avvicina;
E vede come ciascun tiene accanto
Una leggiadra e lieta contadina;
E cocendo sardelle in su la brace,
Se le mangian cantando in santa pace.
81
In vederli restaro un qualche poco
Gli allegri pescatori, e con buon viso
Poi gli guardaro, e lor fecero loco,
E seguitaron l'allegrezza e il riso.
Il Cavalier del Pianto anch'esso al foco
S'accosta; e presso a una fanciulla assiso,
Una sardella anch'egli ponsi in bocca,
Che nel mangiarla l'anima gli tocca.
82
Or questi seguitando il mestier loro,
Una a solo cantava dolcemente;
La qual tacendo, ripigliava il coro.
Cantava dunque: O fortunata gente,
Che aveste vita nell'età dell'oro,
E che viveste sempre allegramente,
Perchè non vi diè mai pena e cordoglio
Desìo di roba, o ambizïon di soglio!
83
Ma come or noi viviam, viveste voi;
Poveri sì, ma senza tema alcuna.
L'acqua de' fonti è dolce vin per noi;
E il verde prato, il mare e la laguna
Cibo ci dà, che non ci aggrava poi;
Nè sappiamo cosa è sorte o fortuna.
E ripeteva la bella brigata:
O gente felicissima e beata!
84
Ma perchè il sole già si tuffa in mare,
E l'ombre van cadendo giù da' monti,
Tempo lor par nella capanna entrare;
E cenno fanno con allegre fronti
Al cavalier, che voglia seco andare.
Egli, che molto più de' duchi e conti
Stima coloro, accetta il dolce invito,
Entra nella capanna, e lascia il lito:
85
E quivi entrato, nel mentre che or questi
I pesci lava, e quell'altro li cuoce,
Intorno al fuoco co' visi modesti
Stanno le donne, e con soave voce
Propongon giuochi, onde si tengan desti
I giovinetti; or quello della Noce.
Or quel dell'Uovo: e fatti questi e quelli,
Ne propongono sempre de' più belli.
86
Ma quel che piacque più, fu quel del Fiore;
Perchè una d'esse a un pescator dicea:
Tu se' un bel fiore. Ed egli pien d'amore:
Che fior son io, fanciulla? rispondea.
Ed ella co' begli occhi tutt'ardore
Guardandolo, diceva, e insiem ridea:
Tu sei, se non isbaglio, un fior di pero:
Dici d'amarmi, ma non dici il vero.
87
E quegli rispondeva similmente:
Voi siete un fior di rosa e di vïola,
E siete in beltà sola veramente.
E così intanto il tempo fugge e vola,
E si fa l'ora da sbattere il dente,
Ora che tanto gli uomini consola.
Viene la cena; e il Cavalier del Pianto
Anch'ei s'asside, e si rallegra intanto.
88
E dopo aver mangiato bene bene,
E bevuto anche meglio, un pescatore
Dice: Signor, dopo le nostre cene
Abbiamo un uso, che non è il peggiore,
Di cose dir piacevoli ed amene;
E il novellar ci dà gusto maggiore:
Però, s'egli v'aggrada, a lunghe e corte
Paglie vedremo a chi tocca la sorte.
89
Chi tira la più lunga, a quel s'aspetta
Dir la novella. Un uomo vecchio prese
La paglia in mano, e la teneva stretta:
Toccò la sorte a un pescator cortese,
Che tace in prima, e a ragionar si assetta;
Poi 'l viso di rossor tutto s'accese,
E detto ch'era rozzo parlatore,
Principiò sua novella in tal tenore:
90
In un paese assai di qua lontano
Donna trovossi sì piena d'amore
Del suo marito, che fu caso strano;
Talchè venendo quello all'ultime ore,
Vinta dal duol, prese un coltello in mano
Per trapassarsi banda banda il core:
Ma questo parve a lei poco tormento,
E si risolse di morir di stento.
91
Colla sua fante dunque ella s'invìa
Al loco ove il marito era sepolto:
Nel sepolcro discende, e vuol che stia
Seco ancor ella, e di lagrime il volto
Bagna, e sospira, e nulla si ricrìa;
Chè mangiare non vuol poco nè molto.
E già il secondo giorno egli è passato,
Che ha sempre pianto, e non ha mai mangiato.
92
La supplica la fante e la scongiura
A non voler morir sì crudelmente;
Ma l'amorosa donna nulla cura
Il suo pregare. E più già d'un parente
Ivi è giunto, e di vincere procura
Tanta durezza; ma non fa nïente;
Chè ferma ell'è voler così morire:
Serra l'avello, e niun più vuole udire.
93
Era il sepolcro del suo buon consorte
Fuora della cittade un trar di sasso;
E in quei contorni soleva la corte
Alzar le forche sopra un certo masso.
Avvenne dunque che dannato a morte
Fu un uomo tristo, detto il Satanasso;
Tanto era iniquo, e tanti latrocinj
Fatto egli aveva, e stupri e lenocinj.
94
Ed il giudice savio, per esempio
Degli altri, volle che niun lo spiccasse;
E giurò fare un memorando scempio
Di chïunque dal legno lo staccasse:
Nè palazzo real nè sacro tempio
Lo farà immune, se in lui si salvasse:
E vuole a questa pena sottoposto
Anche il soldato che a guardia ci ha posto:
95
Chè se per oro, o pur per negligenza
Lascerassi rubare il corpo morto,
Lo condanna alla stessa penitenza,
E allungheragli il collo, se l'ha corto:
E per le piazze affissa la sentenza.
Un giovine soldato bene accorto
In guardia delle forche fu lasciato;
Lo che del morto afflisse il parentato.
96
Passa quel giorno, e vien la notte oscura
Più del costume, ch'era nuvolosa.
La donna intanto nella sepoltura
Vie più si lagna ed è vie più dogliosa.
Usciva fuor di quella pietra dura
Qualche splendor della lucerna ascosa:
Verso il sepolcro il soldato s'accosta,
Ed ode il pianto e gente ivi nascosta.
97
Alza la pietra, chè robusto egli era,
E vede quella donna addolorata:
E se bene ella avea pallida cera,
Da dolore e da fame consumata,
Vede che bella è molto, e che mogliera
Sia di quel morto crede. Ella nol guata,
E séguita il suo pianto e sue querele,
E chiama sè meschina, e il ciel crudele.
98
Torna il soldato al posto, e prende seco
La fiasca e la sua cena, e là sen riede,
Dove sepolta dentro al freddo speco
La donna tutta amore e tutta fede
Stassi, e la fante, che con occhio bieco
La sgrida, e prega che almen per mercede
Del suo lungo servizio prender voglia
Qualche ristoro, ed allentar sua doglia.
99
Ma la stolta d'amor vie più s'ostina:
Quando il soldato in mezzo a lor si pone,
E dice: Qual pazzìa sì vi rovina,
Bella signora, e leva di ragione,
Ch'esser deve d'ognun donna e reina?
Il vostro sposo è in tale regïone,
Che de' vostri dolori non sa nulla,
E stassi allegramente e si trastulla.
100
Finchè egli visse, voi faceste bene
Ad amarlo con tutto il vostro core;
Ma or ch'è morto, e qual fede vi tiene
Di ritener vêr lui lo stesso amore?
Voi siete pazza da mille catene,
Se vi ostinate in così tristo umore.
Deh lasciate, signora, tanti affanni:
Non mancherà chi rifaravvi i danni.
101
E la prende per mano, e la conforta.
Lo stesso fa la fante; e spiega intanto
La tovagliola, e il morto in là trasporta,
E la sua cena le apparecchia accanto;
E la prega sì bene e sì l'esorta,
Ch'ella pon fine alcun momento al pianto,
E mangia un poco, e beve del vin nero
A un rozzo sì, ma polito bicchiero.
102
E s'inoltra la cosa tanto avanti,
Che del soldato in breve s'innamora;
E fan tra lor, siccome fan gli amanti,
Quando il permette la fortuna e l'ora.
Ma mentre che costoro han vôlto i pianti
In gran dolcezza, e il guardia non è fuora,
I parenti del morto presto presto
Van su le forche, e tagliano il capresto;
103
E se lo portan via subitamente.
Il soldato frattanto si ricorda
Dell'impiccato, e manda immantenente
La fante, perchè vegga se alla corda
Legato egli si stia, e ancor pendente;
Chè dell'aspra sentenza non si scorda.
Torna la fante, e piange e si dispera,
Perchè quell'impiccato più non v'era.
104
A tal nuova il soldato e la matrona
Fecer gran pianti: perchè è cosa certa
Che il pretor la mattina a lui la suona,
S'egli non fugge alla campagna aperta,
E sua donna gentil non abbandona:
Sicchè di nuovo misera e diserta
Si rivede la donna, e ancor non sanno
Come sfuggire l'uno e l'altro danno.
105
In queste angustie e dubbiezza di mente,
Alla donna sovviene in su due piedi
Un ripiego assai bello ed eccellente,
E disse: Sposo mio, come tu vedi,
La Fortuna m'ha in odio veramente;
E se con l'amor tuo tu mi concedi
Sommo piacer, costei colma di sdegno
Si pon tra noi, e guasta ogni disegno.
106
Ma questa volta romperassi i denti
Quella crudele, e non farammi male.
Prendiamo questo morto, e mi consenti
Che salghiam delle forche ambo le scale,
E impicchiam lui, e inganniamo le genti;
Giacchè uomo morto a nulla affatto vale.
Piacque assai la proposta, e in un momento
Traggono il morto fuor del monumento;
107
Ed alle forche l'attaccan di botto;
Nè se n'accorse alcuno la mattina.
Ma non gran tempo stiè tal fatto sotto,
Chè venne a galla, e il seppe la regina,
E al marito suo ne fece motto,
Che assai lodò l'astuzia femminina;
Poi sorridendo disse alla consorte:
Donna che sia pregata, non sta forte.
108
Qui finì sua novella il pescatore,
E ognuno alzossi per ire a dormire.
Al Cavalier del Pianto fanno onore,
Ed alla stanza lo voglion servire.
Li ringrazia egli del cortese amore,
Ed all'albergo suo solo vuol ire.
Vassene adunque, e tosto s'addormenta:
Or noi dunque aspettiam che si risenta.