CANTO DECIMOQUARTO
ARGOMENTO
Despina a Serpedonte è destinata.
Libera Ricciardetto i suoi cugini.
Don Fracassa nell'isola infocata
Fa molto frutto co' suoi sermoncini.
Ferrautte, partendo la brigata,
Missionario riman de' Babbuïni.
Vuol l'afflitta Despina anzi la morte,
Che pigliar Serpedonte per consorte.
1
Chi sta nel mondo un par d'ore contento,
Nè gli vien tolta ovver contaminata
Quella sua pace in veruno momento,
Può dir che Giove drittamente il guata,
C'ha il mar benigno, e gli dà in poppa il vento:
Perchè nostra natura ella è formata
Dal Fabro eterno in modo tal, che accanto
Alle allegrezze stassi sempre il pianto.
2
E questa cosa ell'è cotanto vera,
Che a dirla giusta, non fallisce mai.
Però ne' casi avversi il saggio spera,
E in grembo alle fortune ha mira a' guai:
Chè il chiaro Sole ci apporta la sera,
E la sera del Sol ci apporta i rai;
E il bell'autunno al verno reo ci mena,
E il verno a primavera alma e serena.
3
Onde chi ben conosce sua natura,
E come son le cose de' mortali,
Quando ha del bene, goderlo procura,
Pria che s'impiumi, e poi disciolga l'ali:
E quando giace in alcuna sventura,
Sperando il bene disacerba i mali;
E non fa come il nostro Ricciardetto,
Che vuol per doglia trarsi il cuor dal petto.
4
Il re di Nubia ebbe miglior cervello,
Che tanto tempo perduta Despina,
Non cercò di capestro o di coltello
Per fare al suo dolore medicina;
Ma dormì queto; e del buono e del bello
Mangiò sempre la sera e la mattina;
E bevve, ancor che il vieti l'Alcorano,
Per istar lieto, del Montepulciano.
5
Chè per amore volersi ammazzare,
Oltre che è cosa sciocca e pazza bene,
E ad ogni conto si deve biasmare;
Talchè neppur vorrei che su le scene
Sciocchezza tale si vedesse fare;
Son gli affanni d'Amore e le sue pene
Cose da nulla e mere bagattelle,
Rispetto a gotta, calcoli e renelle.
6
E così si potesse egli guarire,
Siccome dall'amor, da questi affanni,
Che alla fin fine ti fanno morire;
Che in pochi giorni, non in mesi o in anni,
Amor dal nostro sen si fa partire:
Basta stringergli addosso bene i panni,
Nè dar fede a' sospiri e lagrimette
Di queste ragazzacce maladette.
7
Ma il mele, che anche agli orsi piace molto,
Fa che il dolce d'amor ci alletti troppo:
Onde ognun corre alla beltà d'un volto,
E nel ritorno egli è inchiodato e zoppo.
Pur quanto in sua virtù s'è un uom raccolto,
Discioglie e rompe ogni amoroso intoppo:
Ma queste cose non si voglion fare,
E però ci conviene lagrimare.
8
Se amicizia avess'io con Ricciardetto,
Vorrei far sì ch'egli si desse pace.
Ma seguitiam l'istoria. Io già v'ho detto
Che il re di Nubia, qual lupo rapace,
Si portò via Despina suo diletto,
Che in lagrime e sospiri si disface,
E lo chiama tiranno ed assassino,
Nè vuole averlo in modo alcun vicino.
9
Il principe feroce usa sovente,
Per addolcirla, pietose parole;
Ma l'affannata giovine non sente,
E del suo caso misero si duole.
Ma quello che l'accora veramente,
E per cui senza fallo morir vuole,
È che la pietra gialla al suo Ricciardo
In man restò, non so per qual riguardo.
10
Onde non sa come fuggir di mano
Al fiero amante, a cui già già rincresce
D'esser trattato in modo così strano.
Esser vorrebbe la meschina un pesce,
O qualche augel, per gir da lui lontano;
Ma in questo mentre il desiderio cresce
Nel sir di Nubia in sì fatta maniera,
Che o la vuol morta, o vuolla per mogliera;
11
E le dice: Despina, assai cortese
È chi domanda quel che ha in suo potere:
Io vorrei l'amor tuo senza contese;
Ma quando questo non possa ottenere,
Avrollo a forza. E furibondo stese
Vêr lei le braccia vinto dal piacere;
Ond'ella il prega che in Nubia la guidi,
Oppur di Cafria ne' paterni lidi:
12
Ed ivi gli sarà, conforme ei brama,
Sposa e regina; e finse serenarsi.
Il principe, che sì l'adora ed ama,
Le crede, e giura che potrà sforzarsi,
E porrà fine alla cocente brama;
E i marinari suoi prega a sbracciarsi
Quel più che ponno, e prega i Dei del mare
E i venti che lo vogliano ajutare.
13
E gli fur sì benigni e tanto amici,
Che una nuvola in ciel non fu mai vista;
Ed aure dolci, placide e felici
Spiravan sì, che un dì vennero a vista
Delle africane ed aride pendici:
Di che fu nel suo cor dolente e trista
L'infelice Despina, e in suo segreto
S'affligge, e di fuor mostra il volto lieto.
14
Spedisce con la picciola barchetta
Un marinaio al porto, a dare avviso
Com'egli è giunto; e dal porto a gran fretta
In Nubia passa con allegro viso
Al padre suo spedito per staffetta
Un giovinetto, che di polve intriso
E di sudore non corre, ma vola;
E con tal nuova la corte consola.
15
Serpedonte nel porto a mezzo giorno
Entra; e di voci barbare risuona
Il porto e tutto quanto il lido intorno.
Egli era grande assai della persona,
E bello ancor, ma nulla affatto adorno
Di quelle grazie che natura dona;
Chè aveva aspetto e maniera superba,
Un parlar aspro e guardatura acerba.
16
Discende questi; e la bella Despina
Presa per man da lui discende ancora.
Egli impera a ciascun che in sua regina
Lei prenda da quel punto e da quell'ora:
E mentre ognuno l'adora e l'inchina,
E gode avere sì gentil signora,
Ecco di Serpedonte il vecchio padre
Tutto attorniato da guerriere squadre,
17
Che il figlio abbraccia, e della lunga assenza
Ristora i danni e le passate angosce,
Vedendol sano. Alla real presenza
Despina ei guida; e perchè in lei conosce
Quanto puote modestia e riverenza,
Non temer, dice, chè in te riconosce
Mio padre a più d'un segno, che tu sei
Figlia di regi, oppur di sommi Dei:
18
E non sol goderà d'averti in nuora,
Ma farà fare anche l'usate feste.
E in ciò dir la conduce al padre allora,
E dice: Questa che in sembianze oneste
Vi meno avanti, di Cafria è signora,
Ed è mia sposa. Il rege manifeste
Dimostrò sue allegrezze a tale avviso;
Tanto piacer gli comparve sul viso:
19
Ed ordinò la giostra di tre giorni,
E che frattanto se ne desse parte
Non sol nel vicinato e ne' contorni,
Ma alle genti remote; e messi e carte
A dame invìa e a cavalieri adorni;
E quindi forma con mirabil arte
Su la spiaggia del mare uno steccato,
Che mai più bel si vide in nessun lato.
20
Fece spiantare dai boschi vicini
Abeti e faggi, e querce alte ed annose,
E platani e cipressi ed alti pini;
E tutti quanti in bell'ordin dispose,
Perchè il cocente Sole non rovini
Con le sue fiamme troppo luminose
Il piacer della festa; e mise in giro
Sedili d'oro ornati di zaffiro.
21
Il vano poi della nuova boscaglia
Fece coprire d'un candido bisso
Tutto a fior d'oro che la vista abbaglia.
Quindi nel mezzo di cristallo fisso
Un cilindro è, che par che un miglio saglia,
Dove posa quel cielo e stavvi affisso;
E intorno intorno pon d'oro e d'argento
Tele, che in veritade era un portento:
22
E fe' venir lontano cento miglia
Una fontana d'acque cristalline,
Che in alto sale, e tutta si scompiglia,
E par composta di minute brine;
Poscia cadendo forma a maraviglia
Un bel laghetto, che ha per suo confine
Un orlo di smeraldi: e il cavo spazio
Formato egli è d'orïental topazio:
23
E un'isoletta in mezzo al piccol lago
Compon tutta di perle e di carbonchi;
E quivi un trono fa metter sì vago,
Che innamora a vederlo: interi e tronchi
Vi son coralli, che formano immago
D'un vago scoglio; e da purpurei bronchi
Pendono ove diamanti e dove perle,
Che una rara bellezza era a vederle.
24
Quivi tre sedie nobili fa porre
Per sè, per la regina e per il figlio;
E al vincitore un premio fa proporre,
Che non puote idearsi uman consiglio;
E s'io nol dico, pensarvi che occorre?
Questo di perle egli era uno smaniglio;
Ed ogni perla come un uovo ell'era
O di gallina, o d'anitra cianciera.
25
Ma nel mentre che il re pensa alla giostra,
E Serpedonte l'opera dispone,
Despina nella più segreta chiostra
Nascosta s'è della real magione;
E piange e si dispera, e ben dimostra
Quanto ella adori il bel Franco garzone,
E quanto l'addolori e le dispiaccia
Vedersi di quest'altro infra le braccia;
26
E dice: Dunque non avrà riparo
Questa d'affanni sì terribil piena?
E pur de' casi nostri non è ignaro
Il sommo Giove, che l'aria serena
E il tutto regge, e si diletta al paro
Dar premio al giusto, e al peccator sua pena.
Or come dunque egli potrà soffrire
Vedermi ognora d'affanno morire?
27
Egli ben sa che del mio Ricciardetto
Io porto il cuor, nè posso esser d'altrui;
E che il mio cuore si sta nel suo petto,
E che una cosa sola siamo in dui.
Or perchè dunque si piglia diletto
Che venga un terzo a mettersi fra nui,
E quello al suo, e me tolga al mio bene,
E ci empia entrambi di tormenti e pene?
28
Ah che ho timore, e sia pur pazzo e vano,
Ch'egli, contento in sua beata sede,
Non curi il nostro male acerbo e strano:
Chè chi può rimediare al mal che vede,
E non vuol farlo e stassene lontano,
Ch'egli lo voglia, da ciascun si crede;
E chi senza ragion vuole alcun danno,
È micidiale e barbaro e tiranno.
29
O Ricciardetto mio, o mio tesoro,
dolce sposo, ove adesso sarai?
Io misuro dal mio il tuo martoro,
E i sommi affanni tuoi dalli miei guai:
Ma non temer, che nè beltà, nè oro,
Nè regni a te m'involeranno mai.
A te donommi Amore e mia Fortuna,
Nè a te mi torrà mai cosa veruna.
30
E qui rinforza l'afflitta Despina
I suoi lamenti e l'alte sue querele.
Ma torniamo al garzon che si tapina
Su l'isoletta, e chiama Dio crudele,
Perchè ha permesso l'orrida rapina;
Ed ha veduto già sparir le vele
Della nave che porta furïosa
La sua sì bella e sì diletta sposa.
31
E perchè dietro alla nave fugace
Tutti son mossi, ed ei restato è solo,
In un mare di pianto si disface.
Ma quello per cui più cresce il suo duolo,
È che nel porto niun legno capace
V'è di portarlo; ed ei levarsi a volo
Nè sa, nè puote: onde affatto dispera
Di più trovar l'amata sua guerriera.
32
Quel che si dice della tortorella,
Quando il falcone o il cacciatore avaro
Le ha presa o morta la compagna, ch'ella
All'aer bruno, all'aer puro e chiaro
Sempre geme e sospira, e sempre appella
Lei che non l'ode in quel suo pianto amaro;
Lo stesso di Ricciardo dir si puote:
Con tante strida l'isola percuote.
33
Ma quando alla ragione diede loco,
E il core afflitto rallentò sua pena,
E i generosi spirti preser foco,
Talchè di sdegno ha l'anima ripiena;
Alla sua donna non più pensa o poco,
Ma pensa alla vendetta; e su l'arena
E ne' porti di Nubia esser vorrìa
Apportator d'aspra tempesta e ria.
34
Nè or più nell'amorosa anima pinge
Il dolce Amore a lui gli occhi e i capelli
Della sua donna, nè con rose cinge
I bei denti d'avorio, e i grati e belli
Modi con cui sì lo incatena e stringe;
Ma in mano del furor sono i pennelli,
Che a colore di sangue orrido e nero
Pinge di Serpedonte il volto fiero:
35
E gliel dipinge nella guisa stessa
Con cui lo vide quando portò via
La sua Despina da dolore oppressa.
S'arma egli adunque, e quasi si ricrìa,
Pensando al giorno che gli sia permessa
Quella battaglia ch'or tanto desìa:
E già gli par la temeraria fronte
Aver recisa all'empio Serpedonte;
36
E di ascoltare dalla sua Despina
Gli sdegni e l'arti e i fortunati inganni
(Di cui n'hanno le donne ampia fucina)
Ch'ella usò in mezzo a quei fieri tiranni
Per conservarsi sua sera e mattina;
E gli pare anco de' passati danni
Seco parlando averne tal gioire,
Che può pensarlo, e non lo può ridire.
37
Con la dolcezza di questi pensieri
Gli torna in mente come tutte ha seco
Della sua bella donna in un forzieri
Le pietre e l'erbe, che nell'alto speco
A lei donò Silvano; e a lui fur jeri
Date da lei, prima che l'atto bieco
Commesso fosse: e principia a sperare
Di poter quinci, lor mercè, scappare.
38
E la pietruzza gialla in man si prese,
Che invisibile fàllo a chi che sia;
Ed all'estremo lido indi discese
Per vedere se alcun legno giungìa.
Or qui lasciamlo, ed in altro paese
Andiam seguendo della Musa mia
Il presto volo; e parliam, se v'è grato,
Di Rinalduccio e d'Orlandin pregiato.
39
Dopo aver navigato cinque giorni,
Giunser costoro con la lor barchetta
'N un mar che non ha lido che il contorni;
Sol giace in mezzo ad esso un'isoletta
Bella ed aprica, e d'alti faggi ed orni
Ornata sì, che a vederla diletta.
Quivi pregano Argéa, quivi Corese
Di scendervi, e di starvi almanco un mese.
40
Il suo nome non sanno i naviganti.
Nè qual gente vi stanzi, o a chi s'aspetti;
Ma Naldin disse: Non pensiam più avanti,
E a pigliar terra ognun di noi s'affretti.
Già il giorno scoloriva i suoi sembianti,
E già mossa era da' suoi neri tetti
La notte, che ricchissima di stelle
Par che ci tolga, e dà cose più belle;
41
Quando son presso all'isoletta tanto,
Ch'odon le voci e veggion le persone.
Ma perchè l'aria ell'era oscura alquanto,
Veggiono poco o nulla. In conclusione
Starsi nel porto quella notte intanto
Pensa il piloto, come è di ragione;
Ch'entrare in casa d'altri all'impazzata,
È cosa che non puote esser lodata.
42
E prender lingua frattanto procura,
E che si stia su l'armi ognuno avverte;
Benchè non v'è pericol di paura,
Ma che più tosto l'isola diserte
De' due cugini l'immensa bravura;
Che avean le mogli lor sotto coperte,
E stavano a vedere su la poppa
Giocare i marinari a massa e toppa.
43
Passò presto la notte; chè in quel loco,
Qual è vicino alla fascia bruciata,
Il miserello Sol riposa poco;
Ma da' suoi raggi è tanto travagliata
L'isoletta, che par fatta di foco:
Pur delle piante fa la dolce e grata
Ombra, e le fonti che scorron per essa,
Che l'abitazïon vi sia permessa.
44
Venuto il giorno, saltan sul terreno
Le donne, i cavalieri e i marinai;
E lo veggion di popolo ripieno,
Ma brutto molto e scontraffatto assai.
Quand'ecco sotto un baldacchin di fieno
Balzar tra ginestreti e gineprai
Il rege e la regina, e per l'incolto
Luogo trar seco un popol lungo e folto.
45
All'apparir che fecero costoro,
I giovani e le donne stupefatte
Restaro, e si ammutiron tra di loro:
Chè nella valle star di Giosafatte
Stimâr; chè di tai genti il tristo coro,
Siccome da natura furon fatte,
Avea le membra; e quelle eran sì sporche,
Che a vederle parean pistrici ed orche.
46
Uomini e donne con la testa calva,
E senza pelo ancor le ciglia e il mento,
Avean la pelle di color di malva,
Schiacciato il naso, e le due labbra indrento,
Lunghe le mani; e chi da lor si salva,
Può dir ch'egli è simile ad un portento,
Tanto son ladri; ed hanno brevi e corti
I piedi, e gialli come gli hanno i morti.
47
Giunti costoro avanti a' paladini,
Incominciaro a far risa da matti,
Parendo lor che fossero orsacchini,
O simili animali scontraffatti.
Disse Nalduccio: A questi burattini,
A queste scimie, a questi brutti gatti
Mi vien pur voglia di levare il ruzzo;
Chè già principia ad annojarmi il puzzo.
48
Ed Orlandino pur presa la muffa
Avea per quello così pazzo riso:
Onde, senz'altro dire, a fiera zuffa
Venne con essi; e fu di sangue intriso
Il suolo sì, che il ginocchio vi tuffa;
E tanto fuvvi popolaccio ucciso,
Che pochi la scamparo, e solo resta
Il re con la regina afflitta e mesta;
49
E chieggono pietade ad alta voce
A' due guerrieri, e giuran, se vorranno,
L'isola dargli, e scampar cotal croce;
Chè scegliere de' due il minor danno
È gran saviezza: e se ben molto nuoce
L'alta discesa dal reale scanno,
Nulladimeno quel salvar la pelle
Si ripon sempre tra le cose belle.
50
I due guerrieri, onor del nome Franco,
Rinfodraro le spade a tali accenti,
Ed abbracciare i regi, e lor fêr anco
Mille gentili e grati complimenti;
E messisi ambidue presso al lor fianco
Con le lor belle donne, che lucenti
Astri pareano per la gran beltade,
Con essi entrâr nella real cittade.
51
Non torri, non palazzi o templi augusti,
Non larghe piazze, non teatri o logge,
Non statue, nè obelischi alti e vetusti
In essa son; chè a differenti fogge
Formata ell'è, e di diversi gusti;
Perchè a fuggire il sole e le gran piogge
Han buche e grotte ed altri ripostigli,
A maniera di tassi e di conigli:
52
Ed un gran sasso è la porta di casa;
Ma dentro, dalle provide formiche
Han preso esempio. Qui pulita e spasa
Evvi una stanza, ove non grani e spiche,
Ma v'ên di mele, di pere e cerasa
(Cibo lor proprio) monticelli e biche:
Qua varie celle; e di tutte l'uscita
È facile oltre modo ed è spedita.
53
Non vogliono che il Sol mai vi penétri,
Tanto è cocente; ma certi animali,
Che sembran fatti di cristalli e vetri,
E tutti luce, lor fan da fanali.
Di questi ornan lor tombe e lor ferétri;
Alla lucciola nostra in parte eguali
Sono; ma questa di dietro riluce,
E quelle sono tutte quante luce.
54
Il palazzo reale era il più basso
E il più profondo d'ogni altro tuguro.
Così forse tra noi la volpe e il tasso
Hanno lor tane e lor luogo sicuro.
L'atrio era grande, e tutto era di sasso;
E quinci e quindi alzato v'era un muro
Non già di quadri adorno o fregi illustri,
Ma di canne lievissime palustri.
55
Nella gran sala, ovvero nel gran piano
Della regia spelonca, il più bel fiore
Accolto s'era del popolo strano,
Che, come dissi, di verde colore
Avea la pelle, e lunga assai la mano.
Ora questi, per fare un qualche onore
Agli ospiti sì forti e valorosi,
Fecer lor feste e giuochi curïosi.
56
Dodici donne co' piedi legati
Di dietro, e con le mani alla cintura,
Ballavan come gatti innamorati,
A cert'aria di suono acerba e dura,
Che il ballo esser parca de' spiritati.
Venivano poi loro in dirittura
Dodici giovinetti, anch'essi presi
Per ambo i piedi, ed ambo i contrappesi.
57
Le funi delle donne in man tenea
La regina che stava sopra il trono;
Ed il re quelle degli uomini avea.
Or quando il loro ballo era sul buono,
La regina una fune a sè traea;
Onde se stata forte più d'un tuono
Fosse la donna, ella è ben cosa chiara
Che far doveva una caduta amara.
58
Così la fune tirando ambidue,
Andaro in terra tutti i ballerini,
Con la pancia sul suolo, e il dorso in sue:
E mentre questi miseri e tapini
Stavan col volto in guisa tale in giùe,
A suono di chitarre e vïolini
Il re e la regina e i cavalieri
Pizzicando gli andavano i messeri.
59
Poi terminato il ballo, d'odorosi
Fiori e d'erbette altrettante corone
Portava un paggio, e su' capi dogliosi
Le riponeva di quelle persone
Che fur gettate a terra; e con giocosi
Canti, da farsi in casa di Plutone,
Li menavano in giro per la stanza,
Finchè non serenasser lor sembianza.
60
Quindi sopra un gran palco erano posti,
Ch'era maggior del regio trono ancora;
E qui, siccome a Dei, gli eran proposti
Indovinelli e dubbj a ciascun'ora:
Ed essi or a' vicini, or a' discosti
Davan risposta senza far dimora;
Talchè del giuoco Naldino s'invoglia,
E porta un dubbio, e vuol che se gli scioglia.
61
Ed il dubbio fu questo: Se si possa
Una donzella conservar fedele
Al primo amante, se d'un altro in possa
Si trovi, che lei chiami aspra e crudele,
Ed or tremante, or con la faccia rossa,
Or dolente, or pietoso si querele;
Massime quando quell'altro è lontano,
E di più averlo lo sperar sia vano.
62
Risposer tutti ad una voce sola,
Che fedeltade in donna non alligna.
Canaglia! voi mentite per la gola,
Disse Corese con la faccia arcigna.
Argéa di poi non sale già, ma vola
Sopra del palco, ed i denti digrigna,
E strappa le corone a questo e a quello,
E vacca par fuggita dal macello:
63
Ed ecco a un tratto tutti le son sopra.
A questa vista i forti paladini
Fan lama fuora, e si comincia un'opra
Che passa del credibile i confini.
Va il palco a terra, e la gente sossopra:
Chi più fugge, ha più senno: i re meschini
Non scendono dal trono per paura,
E stan guardando de' suoi la sventura.
64
La bella Argéa fu presto liberata;
Tanto spavento ciascheduno impiglia.
Ma mentre quella coppia infurïata
Uccide, storpia, rovina e scompiglia,
Eccoti cosa barbara e spietata,
Che in un mi fa spavento e maraviglia:
Una furia, un fantasma, un mostro tale,
Che ha di demonio più che d'animale.
65
È nero assai e grosso come un porco,
Ed ha la testa e il dorso e piedi e coda
Tutta piena di zampe, e sembran d'Orco:
Ha lunghi i denti, e la pelle sì soda,
Che vince il bronzo; ed un grugno sì sporco,
Che cola sempre di sanguigna broda.
Or questi apparve in meno d'un baleno,
Non si sa come, rompendo il terreno;
66
E con le branche e con l'ugne d'arpìa
Ghermì le belle donne, e presto presto
Ritornò sotto terra, e fuggì via.
Nalduccio, ch'era un garzoncello lesto,
Non istà punto a misurar la via,
Ma salta dietro il mostro: afflitto e mesto
Resta Orlandino, ed al trono reale
S'invìa alla peggio, come un animale.
67
Ma quelli non lo stettero a aspettare,
E si precipitâr di dietro al trono;
Poi si misero entrambi a sgambettare
Per certe buche, e già salvati sono.
Orlandino non sa più che si fare;
Ma non per questo dassi in abbandono;
Anzi in man prende un di quelli animali
Che fanno lume a guisa di fanali;
68
E per le buche, dove entrò la bestia
Con le donne leggiadre e Rinalduccio,
Passa sicuro; e non gli dà molestia
Entrar, come dir suolsi, in bocca al luccio;
Anzi grida feroce, e più s'imbestia
Quanto più scende: sì lo tocca il cruccio
Pel suo cugino e per la sua consorte,
Ch'odia la vita, ed ha in desìo la morte.
69
Or mentre egli va innanzi, ode un rumore
Di gente che combatte, e insieme ascolta
Sospiri e pianti e voci di dolore.
Ma diremo di questi un'altra volta;
Perchè ora, tra l'affanno e tra l'orrore,
Non so che dirmi; e se non si rivolta
Fortuna a lor favore, ho gran spavento
Che non muojano tutti colà drento.
70
La gioventù va via, e non riflette,
Che dopo il danno, a quel che vien da poi;
Però quando uno imbianca le basette,
Guida in altra maniera i fatti suoi.
Ma così fanno tutti, e non si mette
Giudizio che col tempo: ancora noi
Femmo lo stesso; e gli altri che verranno
Dopo di noi, lo stesso pur faranno.
71
Però diceva ben quell'uomo saggio,
Che giovin non si loda per saviezza,
Come per frutti non si loda il maggio,
Nè l'inverno per fiori. Ha giovinezza
I proprj doni; e ben le arreca oltraggio
Chi prudenza in lei vuole, e vuol fermezza:
Il meno pazzo al mio parere è quello
Che tra' giovani ha un'oncia di cervello.
72
Ma io vi veggio in sì strano dolore,
Se lascio in tal periglio, in tale affanno
I bei garzon, che ve ne scoppia il core;
Ed ho timor che non n'abbiate danno,
Donne gentili: onde per vostro amore
Salto l'istoria; e quelli che la sanno
Non mi sgridin per questo; chè alla fine
De' poeti le donne son regine.
73
Or dunque per seguir la tela ordita,
Venghiamo a don Tempesta e a don Fracassa,
E insieme al pentitissimo eremita,
Che col suo pianto ogni gran fallo cassa,
Di cui abbonda la sua trista vita;
E tale esempio, dovunque egli passa,
Dà d'umiltade e di devozïone.
Che vien preso per santo Ilarïone.
74
Tiene una fune a' fianchi ed una al collo;
Nude ha le spalle, e tanto se le batte,
Che par ch'egli percuota un qualche stollo,
O sia sua pelle cuojo da ciabatte.
Guarda la terra, e par gallina o pollo
Quando per pioggia grondante s'abbatte;
E dice misereri e de profundis.
Ut salvetur a diabolis immundis.
75
E perchè don Tempesta tien per certo
Che sia opera santa il dar soccorso
A lei, che già nel libico deserto
Portata s'è, qual caprïola l'orso,
Il sir di Nubia, che un torto sì aperto
Fece a Ricciardo senza alcun rimorso;
Però vuole imbarcare, e seco chiama
Anche Ricciardo, che cotanto egli ama.
76
Ed in quel giorno appunto (ve' che sorte!)
Giunse all'isola un legno di Levante,
Sbalzato da burrasca orrenda e forte;
Di che se s'allegrasse il saggio amante,
Il pensi chi fu mai di quella corte.
Dalla testa tremò fino alle piante
Pel soverchio piacere, ed improvviso
Ei fe' di latte e poi di rosa il viso.
77
La travagliata nave in tempo breve
Le rotte vele e le troncate sarte
Ricompone, e al soffiar d'un'aura lieve
Scioglie dal lido; e seco si diparte
La compagnìa, che in sè mai non riceve
Timor, sebben nemico avesse Marte;
E giunser presto presto all'isoletta
Da me poco anzi nominata e detta.
78
E giunser ivi appunto nel momento
Che venne il mostro, e portò via le donne;
Ed Orlandin nella buca entrò drento,
Gridando forte Kirieleisonne,
Per cristiana pietà non per spavento,
Che mai non fia ch'egli di lui s'indonne;
E l'isola faceane un gaudio strano
Con corni e pive e battere di mano.
79
Di piacer tanto chiede don Tempesta
La cagione a color ch'eran nel porto;
E gli fu detto che quella gran festa
Si fea a cagion, che a favor loro insorto
Era il Nume dell'isola, che mesta
S'era ridotta per lo strano torto
Che le fêr due garzoni e due donzelle,
Spinte colà da lor nemiche stelle.
80
E appena raccontò come in sembianza
Di fiero mostro feo l'aspra rapina,
E che un di loro con strana baldanza
Gli corse dietro per tanta rovina,
Che il credon morto, o almen n'hanno speranza;
Che di pietade e d'ira si tapina
Il buon Ricciardo, e sbalza sul terreno
Presto così, che rassembrò baleno.
81
Fan lo stesso i giganti e Ferrautte;
E preso uno dell'isola, di morte
Lo minacciano e d'altre cose brutte,
Se non li guida per le vie più corte
Là dove sono in periglio ridutte
Le genti Franche: e per benigna sorte
Diedero in un che li condusse presto
Al luogo infelicissimo e funesto.
82
Giunti alla buca, grida Ricciardetto:
Siete ancor vivi, dolci miei cugini?
Nè sentendo risposta, per dispetto
E per doglia si strappa e vesti e crini:
Indi ancor egli per quel foro stretto
Salta in soccorso de' suoi paladini;
E cade in tempo che la bella Argéa
Per morta dal marito si piangea.
83
Senz'altro dire, con la forte spada
Percuote il mostro, ma il percuote in vano;
Chè par che il colpo sopra un masso cada.
Ond'egli prestamente dà di mano
All'erba tanto prodigiosa e rada
Che fa venire il sonno da lontano;
E con essa percuote il grugno all'Orco,
E fa che dorma e russi come un porco:
84
E con l'erbe salubri il petto e il volto
Tocca d'Argéa e di Corese ancora;
Talchè ritorna in loro il quasi sciolto
Spirto, e le guance loro ricolora:
Ma di tornare in suso il modo è tolto,
E il più star ivi è troppo rea dimora;
Onde grida Ricciardo a voce piena:
Qui d'uopo è di calar fune o catena.
85
Ferrautte a quel dire si discinse
La corda che tenea per penitenza,
E in cento giri su i fianchi si strinse,
E giù calolla con somma avvertenza;
E don Tempesta alla man la si avvinse
Per su tirarli con la sua potenza.
Giunta la fune a basso, quella ria
Bestia legaro per le zampe in pria;
86
E dissero: Tirate allegramente;
Chè viene uno storion di que' paffuti.
A sè tira la fune prestamente
Il buon gigante, e dice: Iddio ci ajuti,
Quando sei vide a' piedi veramente:
Restar on gli altri sbigottiti e muti;
Tanto orrido e feroce egli era in vista,
Da far paura a un San Giovambatista:
87
Ed alla rete dan tosto di mano,
E lo copron così nel sonno oppresso,
Acciò svegliato egli si arrabbi in vano;
Poi ricalan la fune per lo stesso
Terribil tanto e periglioso vano.
Legano a quella i giovani; in appresso
La bella Argéa, e dopo lei Corese;
Di che si dolser poi per più d'un mese.
88
Alfin, per farla corta, ognun fu tratto
Da quella tomba, e rimirò la luce;
Di che n'ebbero tutti un gusto matto.
Perchè là dove tace e non riluce
La bella fiamma, ch'è di Dio ritratto,
E che mantien le cose e le produce,
Non è vita o piacer di sorte alcuna,
Ma inferno, ove ogni affanno si raduna.
89
Riprese Ferraù divotamente
La benedetta fune, e intorno a' fianchi
Se la ricinse tutta strettamente,
Ed abbracciò que' giovinetti Franchi;
Il che fêro i giganti similmente:
Poi disser lor: Questo padre de' granchi,
Questo demonio è bene che si desti,
E che il nostro valor si manifesti.
90
Disse Orlandin: Lasciamolo dormire;
Chè non è bestia al mondo a lui simile;
Chè ha forza tal, che non si può ridire.
Disse il Fracassa: Lo stimo un barile,
Chè con un calcio lo faccio basire.
Ma don Tempesta, che noi tiene a vile,
Disse: Io 'l vo' prima dentro il mio retino;
E poi si desti, e stiamogli vicino.
91
Desta che fu la spaventosa fiera,
Fe' cose ch'io ne tremo a dirne solo;
E se la rete fatata non era,
Squarciata l'averìa come un lenzuolo.
Si storce e sbuffa, e d'una bava nera
La rete imbratta, e ne rïempie il suolo;
Ma don Fracassa ride, e la strascina
Per la cittade insino alla marina.
92
Quivi il popol dell'isola ridutto
S'era, e piangeva lo suo Dio prigione;
Quando il Fracassa vôlto al popol tutto
Incominciò una bella orazïone,
Che fece, grazie a Dio, di molto frutto:
Perchè dimostrò loro in conclusione,
Che il vero Iddio è in cielo ed è immortale,
E che quel loro era un brutto animale.
93
Quindi spiegògli della santa Fede
I misteri più alti e più nascosti;
E che niun giunge alla beata sede,
Se al battesimo fia che non s'accosti.
Onde ciascuno il battesimo chiede;
E a tutti quanti in lunghe file posti
Dan battesmo i giganti e Ferraù;
E grida ciaschedun: Viva Gesù.
94
Poi don Fracassa s'accosta alla bestia,
E fa che monti maggiormente in ira;
Onde non vi so dir come s'imbestia,
E se adopra le granfie, e il grugno gira:
Ma per trarla alla fine di molestia,
Prende la rete, e intorno la raggira;
Poi sopra d'una pietra egli la scaglia,
E spezza il mostro come un fil di paglia.
95
Così col sorcio noi vediamo il gatto,
Che si mette talvolta a giocolare;
Poscia nojato di spasso sì fatto,
L'afferra sì che non può più scappare,
E vivo vivo se lo ingolla a un tratto.
Sì la volpe alla lepre usa è di fare;
Che scherzando con lei s'imbroglia e mischia,
Poi nel più bel del giuoco glie la fischia.
96
Morta la fiera, e gettata nel mare,
Disse il buon Ferraù: Son risoluto
Di qui fermarmi, e Cristo predicare
A queste genti, ed esser lor d'ajuto.
E mi vo' questa fune anco levare;
Chè il dïavol qui può sonare il liuto;
Chè donne così brutte e sì sgraziate
Al par di queste non ne son mai nate.
97
E se con queste il diavol non m'adesca,
Per altra via di certo non m'acchiappa:
Con un bell'occhio ed una faccia fresca
Di man della ragion tutto mi strappa.
Or qui non sarà mai che gli rïesca,
E su gli ugnelli si darà la zappa.
Approvano i giganti il suo concetto,
E vien da lor più volte benedetto.
98
Il dì seguente ritornano in mare,
Seguendo gli altri il lor preso cammino;
E Ferraù si mise a predicare
E a far del ben, se mal non l'indovino.
Ma non so già come abbia a terminare
Questo istituto suo tanto divino:
Guardilo il ciel che a quel lido non giunga
Qualche donzella, e l'anima gli punga.
99
Or mentre questi prega, e quelli vanno
Per le gran vie del gran padre Oceáno,
Venite meco a morire d'affanno,
Se avete il cor pieghevole ed umano,
Donne gentili, che all'estremo danno
Giunta vedrete sul lido africano
La bella e infelicissima Despina,
Che a crudel morte ognora s'avvicina.
100
Il giorno eletto alla giostra reale
Ed all'odiato e barbaro imeneo,
Giunse sopra d'un carro trïonfale
(Là dove in suo dolore acerbo e reo
Stava Despina pensando al suo male)
Il fiero sposo; e con quanto poteo
Terribil voce, lei chiama che scenda
Sul nobil carro, e la mano gli stenda.
101
Tremò la giovinetta a quella voce,
Come al rombo di falco tortorella,
Od al ruggito di lïon feroce
Sola nel bosco timida vitella;
E gela, e suda, e della morte atroce
Già l'immagine scorge acerba e fella;
Ma tanto è il ben che al suo Ricciardo vuole,
Che il perder lui più del morir le duole.
102
E nel suo cor magnanimo propone
Quel giorno per l'estremo di sua vita;
Ed affacciata al vicino balcone
Senza speranza, e però fatta ardita,
Dice: Signor, se in te puote ragione,
Sarò con pace e ancor con laude udita;
Ma se fuor sei di suo dominio o possa,
Io là ritornerò, donde son mossa.
103
Come ladron di via che a salva mano
Crede spogliar l'incauto passeggiero,
Che aveva discoperto da lontano,
E vagli addosso impetuoso e fiero;
S'ei gli resiste, onde fallito e vano
Rïuscire si veggia il suo pensiero,
Per l'impensato caso si tapina;
Tal Serpedonte restò per Despina:
104
Chè in testa mai non gli sarìa caduto
Di vederla sì torbida e pensosa,
E quasi in atto di fargli un rifiuto
D'esser donna di Nubia, e in un sua sposa.
Quindi le dice: Io qui non son venuto
Per veder quanta è in te virtù nascosa,
Ma per condurti alla gran giostra, e poi
Queto dormir tra i dolci amplessi tuoi.
105
E monta sopra gli argini del carro,
E verso del balcon salta, anzi vola;
Indi con viso torbido e bizzarro
La guarda alquanto senza far parola.
Ma perchè queste cose ora vi narro,
Pietose donne, e in mezzo della gola
Io non chiudo gli accenti? Chè son certo,
Come tacendo acquisterei più merto.
106
Ma giacch'egli v'è in grado ch'io favelli,
Come voi mi mostrate a più d'un segno,
Udite dunque. In aspri modi e felli
Prende la verginella, e con disdegno
Sul carro la strascina pe' capelli.
Nubia turbossi all'atto acerbo e indegno,
Ancorchè fosse barbara e villana,
E poco avesse della mente umana.
107
E con Despina più morta che viva
Al campo giunge; e cavalieri e dame
Si muovono a incontrarlo; e mentre arriva,
Il vecchio padre anch'esso, del reame
Con la più illustre e nobil comitiva,
Vàllo a trovare, e del nuovo legame
Del bramato imeneo scherza con esso,
Ignaro ancor di quel ch'era successo.
108
Quando egli s'ode dir: Padre, costei
O in questo punto diverratti nuora,
O io fo giuro a tutti i sommi Dei,
Che in questo punto converrà che mora.
La sciocca sdegna i dolci affetti miei,
Perchè d'un altro ella è invaghita ancora:
Perciò risponda e dica ciò che vuole;
O viva o mora per le sue parole.
109
S'alza Despina in piedi, e attorno attorno
Guarda le donne, i duci e i cavalieri;
Indi col viso d'ogni grazia adorno,
Che fuor mostrava i nobili pensieri,
Vôlta colà dove si muore il giorno,
Quasi guardasse i suoi perduti imperi,
Un cenno fece con la bianca mano
D'essere udita, e non lo fece in vano.
110
Ed ecco ognun s'affolla per udire
Ciò che dirà l'illustre pellegrina.
Ma io che so com'ella vuol morire,
Spezzo la cetra, e di questa meschina
Non vo' nulla ascoltare e nulla or dire.
Oh di fede e d'amor bella eroina,
Letta non avess'io tua trista istoria,
O almen mi fosse uscita di memoria!
111
Chè tal pietà di te mi serra il core,
Che mei soffoga, e perdo i sentimenti.
O dove sei, Ricciardo? ove dimore,
Ora che giunto agli ultimi momenti
Per troppo amarti è il tuo sì dolce amore?
Ahi donde ei stassi, l'arrechino i venti
Su le libiche spiagge, acciò che porte
A te soccorso, o veggia almen tua morte!
112
Ma dove volgo le mie triste rime
A chi non m'ode, o non sente pietade?
Omai dalle supreme alle parti ime
Mi prende un gelo, onde a terra mi cade
La mesta lira, nè più il labbro esprime
L'usate voci; ma di tronche e rade
Note tesso i miei versi, e di gran pianto
Tutte le aspergo: onde lasciamo il canto.