CANTO DECIMOQUINTO
ARGOMENTO
Despina condannata a star sepolta,
Dal padre prigioniero è visitata.
Carlo risana, e porta gente molta
Nella Spagna da' Mori assassinata.
Ferraù torna all'uso un'altra volta
Con una brutta vecchia sganganata.
Ricciardo tragge fuor con largo scempio
Despina sua dall'africano tempio.
1
Penso sovente che l'umana vita
Ricolma ell'è di tutti quanti i mali,
E che niuna dolcezza è mai compita;
Ma quali in guerra viva i dardi e strali
Vibransi ognor su la città assalita,
Così piovon su i miseri mortali
Da ogni parte miserie e sciagure;
Ond'è mirabil cosa, come dure.
2
La povertà ci affanna, e la ricchezza
Ci fa odiosi, superbi ed ignoranti:
L'amore ci rïempie di tristezza;
L'ira e lo sdegno ci turba i sembianti:
Un mar turbato sembra giovinezza,
Pieno di rotte sarte e legni infranti:
È la vecchiezza languida e da poco,
E la virilità dura pur poco.
3
In somma in ogni tempo, in ogni stato
Non ha mai requie e non ha mai conforto:
E quegli al parer mio solo è beato,
Che nato appena, o poco dopo è morto.
Perchè, sebben c'è qualche fortunato
Il cui naviglio già si trova in porto,
Pure in guardando le miserie altrui,
Moveransi a pietà gli affetti sui.
4
Perchè, siccome le diverse corde
D'uno strumento, se son ben temprate,
Fanno un suono dolcissimo e concorde,
In cotal guisa le genti create
Convien fra loro che natura accorde;
Onde non ponno l'une esser toccate,
Che non rispondan l'altre: e di qua viene
Che abbiam tanto dolor dell'altrui pene.
5
Che se non fosse questa gran catena,
E si vivesse come querce o abeti
Fissi ad ogn' or su la paterna arena;
Siccome a quei non duol che spezzi e inquieti
La scure l'altre piante, e non han pena;
Così staremmo noi contenti e lieti
Su le miserie di questo e di quello:
Ma natura ci diè senso e cervello;
6
E ci diede per quello gentilezza,
E per quest'altro senno e intelligenza:
Onde per l'una il male altrui s'apprezza,
E fassi nostra ancor la sua doglienza;
E per l'altro s'accresce l'amarezza:
Chè (come dice il Savio in sua sentenza)
Quei che aggiunge sapere, aggiunge affanno,
E men si dolgon quelli che men sanno.
7
E oh quanto volentieri or mi porrei
In cotal truppa! e viverei più lieto,
E tra me stesso non maledirei
Il dì ch'io presi in mano l'alfabeto,
Onde a leggere appresi, e m'abbattei
In quel racconto, in quel crudel decreto,
Che, come dissi, per sua dura sorte
Condannava Despina a fiera morte.
8
Fatto ella dunque con la man di neve
Segno a ognun che tacesse, diede in pria
Un ardente sospiro, e quei fu breve;
Poi disse ad alta voce: Io non son mia,
Nè di quel d'altri disponer si deve
Senza permissïon da chi che sia.
A Ricciardo donai me stessa e il core;
Ond'egli è solo il dolce mio signore.
9
Ed ho sì gran piacer di questo dono,
Che niun tempo verrà ch'io me ne penta;
E se ben tanto presso a morte io sono,
Che già mi vedo trucidata e spenta,
Odio la vita, e pongo in abbandono
Quanto oggi qui da te mi si presenta,
Principe ingiusto, che discioglier brami
Questi dell'amor mio sacri legami.
10
Serpedonte a quel dir, come mastino
Che veduto abbia la nemica fera,
Con l'aspra mano il collo alabastrino
Le serra, e vuol che onninamente pera.
Ma tante strida il popol Saracino
Diè, che interruppe quell'opera nera;
E colmo d'ira in verso lui si volse,
E in guisa tale la sua lingua sciolse:
11
Se voi sapeste quale alberga in questa
Donna, anzi furia del tartareo chiostro,
Alma crudele ed agl'inganni presta,
Risparmiato avereste il pianto vostro,
Nè la sua morte vi saría molesta:
Ma voi le bianche perle ed il vivo ostro
Di lei mirando, e i suoi begli occhi neri,
Più là non penetrate coi pensieri.
12
Questa adescommi, un lustro è già compiuto,
Nell'amor suo in maniera sì strana,
Ch'io n'ero morto, e ancor ne son perduto;
Ed al principio mi comparve umana;
Poi di me fece un barbaro rifiuto,
E si fuggì, resa d'amore insana,
Con uno, alla cui morte ella col padre
In Francia andò con tante armate squadre.
13
Ma non rende ragione a' suoi vassalli
Di quel ch'egli opra un supremo signore:
E perchè lieve pena a tanti falli
È presta scure e subito dolore,
Di lunga morte i tormentosi calli
Voglio che prema in un perpetuo orrore.
E qui rivolto alla donzella il viso,
Guardolla con disprezzo e con sorriso:
14
Ed ordin diede a quattro cavalieri
Che la guardasser dentro d'una tenda
Insino a tanto che de' suoi pensieri
Tutta la somma il fabbro non comprenda,
Che formar deve il misero quartieri
Della donzella, anzi la tomba orrenda:
E perchè questa presto sia finita,
I lavoranti a molto prezzo invita.
15
Nell'isoletta, se ve ne sovviene,
Dove le regie tende egli fa porre,
Vuol che si formi il loco delle pene.
Onde la gente tutta colà corre,
E fan gran fosso nelle asciutte arene:
Nè in questo mentre alcun viene o soccorre
L'innocente fanciulla; e intanto bolle
L'opra, e sul fosso un gran tempio s'estolle.
16
A guisa del famoso Panteonne
Formato sembra; e v'è di più, che attorno
Ci son di nero porfido colonne;
Di neri marmi ancora è tutto adorno
L'infausto tempio: e di abbrunate donne
Un drappel vuol che dentro al suo contorno
Abiti; e questo quasi ogni momento
Mandi fuori un mestissimo lamento.
17
Poi fa dipinger sopra d'ampie tele
Tutti i casi di donne sventurate,
Ch'ebbero il cor superbo, o pur crudele;
E di queste le mura sono ornate
Della gran volta: e di nere candele
Vuol che arda in esso tanta quantitate,
Che a lui, che il giorno splendido ne adduce,
Soprastar possa la racchiusa luce.
18
Quindi in mezzo del tempio erge un avello
D'un bel dïaspro che ha la porta d'oro;
E d'oro ha pure il grosso chiavistello,
Per cui dal cieco sotterraneo foro
Vassi al carcere iniquo, orrido e fello,
Dove Despina per suo reo martoro
Deve condursi a terminar sua vita.
Ed oh che l'opra omai è già finita!
19
Finita l'opra, d'un gran manto nero
Fanno vestir la povera Despina;
E ogni altra donna, ogni altro cavaliero
Si veste a bruno per quella mattina:
E verso il loco dispietato e fiero
Tacita e pensierosa ella cammina:
Entra nel tempio, e Serpedonte è seco,
Che la riguarda minaccioso e bieco.
20
Apre un soldato la dorata porta,
E, Qua, le dice, misera fanciulla,
Entrar convienti e rimanerci morta.
Essa lo guarda, e non risponde nulla:
Quand'ecco il vecchio rege che l'esorta
A non passar sì presto dalla culla
A tomba sì crudele e spaventosa,
E ch'esser voglia a Serpedonte sposa.
21
Le dame e i cavalieri a mille a mille
Le son d'intorno, e le stesse preghiere
Le fanno: ed ella in sembianze tranquille
Lor si dimostra, e quelle lusinghiere
Voci non cura; ma con le pupille,
Di cui natura non fe' le più nere,
Si fissa in Serpedonte, e immantinenti
Tali gli vibra al cor detti pungenti:
22
Eccomi giunta alla soglia fatale,
Donde si varca al regno della Morte.
Questo è l'ospizio, uomo micidiale,
Questo è il palazzo e la superba corte
Ove tu alloggi una donna reale?
Or vanne pure, e vantati di forte;
E la fama di te dica, ovunque erri,
Come vive le femmine sotterri:
23
E le sotterri, perchè troppo fide
Sono agli sposi loro, a' lor mariti.
Africa sola e le spiagge Numide,
E più d'ogni altro della Nubia i liti
Veggon tai cose: altrove sol si uccide
Chi fede rompe per minacce o inviti,
O per forza d'amore al suo consorte;
E qui sol chi è fedel si danna a morte.
24
Crudel, se data t'avess'io parola
D'esser tua sposa, e t'avessi mancato,
Ben mi starebbe addolorata e sola
Viver morendo in loco tanto ingrato;
Nè mi dorrebbe vedermi alla gola
Pungente ferro, o il petto mio piagato;
Chè merita abbreviare i giorni sui
Chi tradisce il suo sposo, e dassi altrui.
25
Ma a voi, donne di Nubia e cavalieri,
I Genj di queste orride contrade,
E su del cielo e degli abissi neri,
E i Numi ancor che le marine strade
Scorrendo vanno placidi e leggieri,
E i gran Numi di fede e di onestade
Parlino a mia difesa; e chiara sia
La sua calunnia e l'innocenza mia.
26
Nè gran tempo anderà ch'aspra vendetta
Faran di me più spade peregrine:
E forse forse l'amor mio s'affretta
Per ritrovarmi su l'onde marine.
Deh, se prego mortale in ciel s'accetta
Da quelle immense potestà divine,
Fate, gran Dii, che in questa tomba io viva,
Sino a che il mio Ricciardo non arriva;
27
E non ti tragga, traditor, dal petto
L'indegno core, e dica a me: Tel dono.
Quel poi guardando entrambi con diletto,
Diremo entrambi ancor: Quivi ebbe il trono
L'amor da prima, e poi l'ira e il dispetto
Contro una che lasciata in abbandono
Era da tutti; e questo uomo sì forte
La racchiuse tra barbare ritorte.
28
Nè ti allegrar con la vana speranza
Che una lagrima sola, un sol sospiro,
Un pallor breve su la mia sembianza
Abbi a vedere in tanto mio martiro.
Al par di tua ferocia avrò costanza:
E s'egli è ver che, terminato il giro
Di questa vita, ogni anima disciolta
Si trovi con chi ell'ama un'altra volta;
29
Qual sarà il mio piacere e il mio conforto
Nel ritrovarmi col mio Ricciardetto?
Qual gioja trarrem noi da questo torto,
Da questo sdegno e questo tuo dispetto?
Io lui dirò come in crudele e corto
Carcer fui spenta per l'estremo affetto
Ch'io volli conservargli; e più gradita
Mi fu santa onestà, che lunga vita.
30
Questa sola speranza ella è bastante
A farmi lieta in compagnia di Morte.
Ma tu nulla rispondi, e nel sembiante
Ti cangi, e tieni le tue luci smorte?
Forse ti duol che alla tua gente avante
Spalancate del vero abbia le porte,
Onde veggano a qual tristo signore
Debbano soggettar la roba e il core?
31
Povera Nubia e misere pendici,
Che aspettar vi potete da costui?
Se me distrugge, farà voi felici?
Me che tanto d'amore accesi in lui?
E se chi ama, tratta da nimici
Dannando a morte in luoghi acerbi e bui,
Di color che avverrà ch'egli non cura,
Se non la stessa sorte, e ancor più dura?
32
Però, s'io mal non veggo, il più beato
Sotto costui è quel che muorsi presto.
Misero certo e doloroso stato
Ad un cor vile che non pensi al resto;
Ma felice, soave e fortunato
A chi il futuro è tutto manifesto,
E che legge ne' fati e nelle stelle
Il gran tragitto alle cose più belle.
33
Però, donne amorose e cavalieri,
Non vi prenda pietà del morir mio.
Ch'oltre ch'io muojo tanto volentieri,
Ch'altro non ho che di morir desìo,
Ho gran piacer che questi si disperi
In non avermi, e sì ne paghi il fio;
E mi diletta più d'ogni altra cosa,
Ch'io muojo onesta, e di Ricciardo sposa.
34
Volea più dir; ma generosa e forte
Varcò la soglia, e con l'eburnea mano
A sè tirò le spaventose porte,
E si riacchiuse nell'oscuro vano,
U' nera face con fiammelle smorte,
Che la luce movea poco lontano,
Le fe' vedere il tenebroso avello,
Più crudo assai di qualunque coltello.
35
Chiusa Despina, si fece un gran pianto
Dalle abbrunate femmine pietose;
E Serpedonte infurïato intanto
A custodia del tempio mille pose
Uomini d'armi, che famoso vanto
S'acquistaro per opre glorïose:
A guardia poi della tomba spietata
Egli si pone, ed altri non la guata.
36
E vuol, chïunque nel tempio penètra,
Despina rea, e lui giusto confessi;
E chi ciò nega, fa scrivere in pietra,
O che coi mille alla pugna s'appressi;
O se pur grazia dalle stelle impetra,
Essendo ei sol, che quei restino oppressi,
Debba seco pugnar, del cui valore
Libia avvezza ai spaventi n'ha terrore:
37
E chi vinto rimane (odi che furia,
Odi che mostro orribile e spietato!)
Vuol che di tutto patendo penuria,
Sia vivo per tre giorni riserbato;
Poi con affanno e con estrema ingiuria
Sopra l'avello rimanga scannato;
E fuor venga Despina in quei momenti,
Acciò vegga il suo sangue, oda i lamenti.
38
Ciò decretato, alle femmine impera
Che attorno attorno all'avello funesto
Facciano un tristo canto in su la sera,
Perchè il carcere a lei sia più molesto.
Onde due giovinette in veste nera
Andaro avanti, e in tuon lugubre e mesto
Il canto principiaro; e l'altre appresso
Piangendo ripetevano lo stesso.
39
O verginella, dove mai ti trovi
Separata da' vivi in una oscura
Tomba, ove morte ancor viva tu provi?
Quando nascesti, ogni mala ventura
Teco pur nacque. A pietà mi commovi:
Ma se non eri al signor nostro dura,
Avresti regno e vita lieta e bella.
E il coro rispondeva: O verginella!
40
E quindi in tuono più roco e languente
Seguìano: O d'Amatunta, o di Citera
Leggiadra Dea, che fai bella e ridente
Del terzo cielo la feconda sfera,
Piega la dura ed ostinata mente
Di questa verginella aspra e severa,
Acciò di sè le incresca, e si rivolga
Al nuovo amore, e dal primo si sciolga.
41
Ma non tardar, se sei così pietosa,
Come fama di te fra noi favella;
Chè dentro all'atra tomba e spaventosa
Potrà poco durar la vergin bella.
Dunque impera alla tua prole famosa,
Che armata di acutissime quadrella
Nel carcere penétri, e il cor le spezzi
Per Serpedonte, e Ricciardetto sprezzi.
42
E mentre quelle cantavan di fuore,
Dalla profonda tomba a lor risponde
Despina, e dice: Del vostro dolore,
Donne, ho pietà; ma pria di sasso l'onde
Del mar faransi, e sentiranno ardore,
O nere si faran le chiome bionde
Del sempre chiaro apportator del giorno,
Ch'io faccia all'amor mio oltraggio e scorno.
43
In questo dir, di guerra aspra nascenza
S'ode fra i mille; onde spezzano il canto
Le meste donne vinte da temenza,
E del gran tempio s'ascondon 'n un canto.
Un guerriero di forza e di potenza
Combatte; e questi è il Cavalier del Pianto,
Il padre della giovine racchiusa,
Che d'uomo ingiusto Serpedonte accusa.
44
Errò tanto costui per aspri e vari
Luoghi, che giunse a quell'orribil porto,
Dove udì della figlia i casi amari,
E n'ebbe per dolore a restar morto:
E se ben sa che con mille contrari
Vincer non puote e vendicar suo torto,
Pur ama meglio una morte spedita,
Che senza lei più mantenersi in vita.
45
Quindi è che disperato egli si caccia
In mezzo a loro, e col brando tagliente
A questi il collo, a quei tronca le braccia.
Ma or più non è quello Scricca valente,
Ch'allora ei fu che su la fresca faccia
La nera barba ruvida e pungente
Segno faceva e mostra di vigore;
Or ella è bianca, ed egli ha men valore:
46
Ond'è che vinto e prigioniero ei resta,
Ed è condotto al fero Serpedonte;
E l'elmo duro trattogli di testa,
Conobbe ei tosto la real sua fronte,
Che gli era per lungo uso manifesta;
E con parole dispettose e pronte
Gli dice: Gran mercè debbo agli Dei,
Se in questo giorno mio prigion tu sei;
47
Chè già la legge ed il fatal decreto
Saper ben dêi del tuo prossimo fine.
Ma s'esser tu vorrai uomo discreto,
Questa sventura tua giunta al confine
Non sol farai ch'ella ritorni indreto,
Ma rose diverran tutte le spine
Che or pungono il cor tuo, e quello ancora
Di tua figlia che tanto ti addolora.
48
Io t'aprirò la porta dell'avello,
E tu discendi seco a parlamento;
E se addolcisci lo suo cor rubello
Per me, cangerò teco anch'io talento:
Sarò suo sposo, e non sarò più quello
Che or sono, ad ambo voi tutto spavento;
E queste squadre e il braccio mio saranno
In avvenir de' tuoi nemici in danno.
49
Nè, gran rege de' Cafri, io ti dimando
Ingiusta cosa. Anzi, se t'enno a core
I patrj Dei, a' quali io raccomando
Me stesso e l'opra e il lor macchiato onore.
Dovresti far con paterno comando
Ch'ella spegnesse il mal acceso ardore:
Chè donna saracina ad uom cristiano
Non deve unirsi, o il matrimonio è vano.
50
E qui raccontò lui di Ricciardetto
E di Despina gli teneri amori;
E come egli rapilla per affetto;
E gli sdegni di lei, l'ire e i furori
Contro di lui per quel suo giovinetto.
S'empie lo Scricca tutto di stupori
A quelle voci, e fassi aprir la porta
Dell'urna, ed alla figlia egli si porta.
51
Ma ritorniamo un poco, se vi piace,
Al nostro Carlo, e partiam da Despina,
Or che col padre suo in santa pace
Si trova dentro a quella sua cantina.
Ma duolmi che ammalato Carlo giace,
Ed ha presa la terza medicina,
E gli han cavato sangue, e messi gli hanno
I vescicanti che gran duol gli fanno.
52
E già s'era ridotto a mal partito,
Quando San Dïonigi di persona
Gli apparve, ed era di bianco vestito,
E disse: Carlo Magno, nuova buona:
Il moccolino tuo non è finito.
Ciò detto, disparisce e l'abbandona.
Carlo s'alza sul letto, per far prova
S'egli è guarito, e sano si ritrova.
53
Di che si rallegrò tanto Parigi,
Che quasi se ne andò tutto in baldore;
E allor fu fabbricato a San Dionigi
Quell'ampio tempio e di tanto valore,
Di cui ancor si veggono i vestigi,
E di cui Francia non vide il maggiore:
E questa grazia ciaschedun più prezza,
Perch'era presso all'ultima vecchiezza.
54
E mentre si fan feste da per tutto,
Ecco che a mezzodì giunge un corriero
D'Alfonso il casto con vestito a lutto,
Che vien di Spagna, e dice come il nero
Popol di Libia ha il suo signor distrutto;
Onde ha sua speme nel francesco impero;
E prega Carlo con sospiri e pianti,
Che a lui voglia mandar cavalli e fanti:
55
Ma che non ponga punto tempo in mezzo;
Chè qual torrente che rotte ha le sponde,
Va l'Africano a fiere stragi avvezzo
Per le ispane contrade, ove confonde
L'umane e sacre cose, e con disprezzo
Insulta tutti, e niuno a lui risponde:
Cotanto de' Spagnuoli è lo spavento,
Che dieci Mori ne disfanno cento.
56
Nè tacque i santi letti maritali,
Nè le sacrate a Dio vergini pure,
Fatte trastullo di quegli animali.
Onde mosso a pietà di lor sventure,
Rispose Carlo, che d'aquila l'ali
Avrìa voluto in quelle congiunture,
Per ritrovarsi vie più presto in Spagna,
E dar principio a una crudel campagna.
57
Ma che non averìa troppo indugiato
A mandarvi soccorso e venirvi esso.
E corrieri spedì per ogni lato,
E diede lor comandamento espresso
Di ricercare Orlando suo pregiato,
E il buon Rinaldo che gli andava appresso,
E quale altro trovasser nel cammino
Famoso in armi e chiaro paladino.
58
E volle la fortuna dei Spagnuoli,
Ch'Ulivieri e Dudone, ed altri molti
Bravi soldati, in guerra rari e soli,
Giungessero in quel punto, e insiem raccolti
In Parigi: onde avvien che si consoli
Carlo in vederli; e stampò su i lor volti
Baci di gioja e di allegrezza estrema,
E fa dire ad Alfonso che non tema.
59
Ed unisce un'armata presto presto
Di trentamila e forse più cavalli,
E pedoni altrettanti; ed esso lesto
Va loro avanti fra trombe e timballi,
E fa il suo ardire a tutti manifesto:
Che non sì corre villanella ai balli,
Com'egli a quella guerra correr sembra,
Col bianco crine e l'invecchiate membra.
60
Ma mentre egli cammina in questa guisa,
Torniamo a Ferraù che pur dimora
Nell'isoletta dal mondo divisa,
Ed ha fatto degli occhi doppia gora
Per lavar l'alma sua di colpe intrisa.
Ma il demoniaccio, che sempre lavora,
Gli guastò tanto il debole cervello,
Che ancor di nuovo a Dio si fe' rubello.
61
Non aspettò che all'isola giungesse
Tornata al mondo qualche nuova Eléna,
Che co' begli occhi e le dorate e spesse
Ricciute chiome, in amorosa pena
Ed in voglie caldissime il ponesse,
Talchè obblïasse desinare e cena;
Ma fece seco in modo che in un mese
D'una donna dell'isola s'accese.
62
Cosa più brutta certo di costei
Non fe' natura, e farla non la puote.
Di statura simìle era a pigmei,
Con un gran capo, tutta bocca e gote,
Gran ventre, gambe grosse e lunghi pièi,
Le schiene grosse; e l'altre cose ignote
Eran nefande tanto, che mi viene
Stomaco, ognora che me ne sovviene.
63
Gli occhi poi tutti bianchi e infora infora,
Siccome le locuste, e sopra il petto
La lana avea, qual di pecora mora,
Che giù scendeva e s'univa al boschetto,
Che a darle fuoco, certo la baldora
Sarìa durata qualche buon pezzetto:
Stiacciato il naso, e i denti lunghi e storti,
Come si dice che il cinghial li porti:
64
Corte le braccia e grosse, e corta e grossa
La mano: in somma pareva una Furia.
Ma vedi del tristo abito la possa
Ed i prodigj della rea lussuria!
Che siccome fa bere acqua di fossa,
De' fonti e de' ruscelli la penuria
A chi si muor di sete, e di letame
Cibarsi quei che muorsi dalla fame:
65
Così quando dal senso l'uomo è preso,
Ogni cosa gli piace e gli par bella;
E per tal via il buon romito acceso
Restò di quella cosa trista e fella.
E perchè questo fatto è male inteso
Nell'isola, e mal pur se ne favella,
Un dì con questa strega maladetta
Fuggissi il frate sopra una barchetta.
66
E perchè la sguajata lagrimava
Abbandonando il patrio suo terreno,
Il fraticello stretta l'abbracciava,
E le diceva: Anima mia, pon freno
A questo duol che l'anima ti cava;
Chè se tu miri bene in questo seno,
Vedrai che c'è chi ti porta più amore
Della tua madre e del tuo genitore.
67
A queste voci quella cosa brutta
Rise, qual ciuca in sul fiutar l'orina;
Ed al suo collo gettatasi tutta,
Pian pian gli dice all'orecchia mancina:
Ovunque io sarò mai da te condutta,
Per terra estrania o lontana marina,
Mio cor, mia vita e mia dolce speranza,
Sarà l'usata mia paterna stanza.
68
Il capitano e la gente di barca,
Ch'erano, se non sbaglio, d'Inghilterra,
Stimaro il frate de' pazzi il monarca,
Mentre sì brutta cosa al sen si serra:
E quinci il ciglio ciascheduno inarca
Per vedere or quel mostro della terra,
Ora quel frate impazzito per lui;
Nè sanno qual più ammirin di que' dui.
69
Ma consolata la sozza piangente,
S'accorse Ferraù come il padrone
Si rideva di lui apertamente;
Onde gli diede un cotal sorgozzone,
Che gli fece inghiottire più d'un dente.
Danno i soldati di mano al bastone
Per castigare il pazzo temerario;
Ma la cosa per loro andò al contrario.
70
Perchè una spada datagli alle mani
La maneggiò sì presto su coloro,
Che li fe' tutti dell'anima vani.
Onde soli rimasero fra loro,
E poi per rabbia si davano a' cani;
Ch'ei non sapeva il nautico lavoro,
Nè quando dare, oppur raccor le vele,
O come governarsi in mar crudele.
71
Ma tanto egli è il piacer ch'egli risente
Nel rimirarsi l'amor suo sì presso,
Che il mare e l'aura non gli cal nïente,
E non gli cal se in lui rimane oppresso.
O Ferraù briccone veramente,
Deh apri gli occhi omai, torna in te stesso:
L'offender Dio per cosa sì bestiale,
Se tu nol sai, ti fa peggior nel male.
72
La barca intanto su l'onde galleggia;
Chè il vento e la corrente non la move.
Il Sol già cade, e nel cader s'ombreggia
L'aria di nubi, e fra non molto piove,
E con la pioggia tuona e lampaneggia,
E fassi un tempo da spaventar Giove;
Ed ecco cade un fulmin d'improvviso
Della donna bruttissima sul viso;
73
E non contento d'averla bruciata,
Sfonda la barca, e d'acqua è già ripiena,
E già s'affonda, anzi ella è già affondata,
E già si posa su l'ultima arena.
Il frate con la donna fulminata
Sul collo, nuota come una balena.
Cessa la pioggia, e Dori e Galatea
Corron pel mar che placato ridea:
74
E visto quel bruttissimo romito
Nuotar con peso di tanta bruttezza,
Un Tritone mandâr di lito in lito
Próteo ad avvisar che con prestezza
Dall'orrido suo gregge circuito
Colà venisse; e pieno d'allegrezza
Spediro da per tutto l'Oceàno:
Sì lor sembrò lo spettacolo strano.
75
Nè guari andò che al regnator del mare
Giunse tal voce; onde fe' porre il freno
A due balene; e là si fe' portare,
Ove il romito veniva già meno
Per lo timor di doversi annegare:
E le belle Nerëidi non meno
Quivi n'andaro pe' flutti marini,
Portate da prestissimi delfini.
76
Non tanta festa, non tanta allegrìa
Fanno d'attorno al gufo gli augelletti,
Come di riso e di piacer moría
Nettuno; e vuol che Próteo suo s'aspetti
Con quella d'atri mostri aspra genía;
Chè veder vuol se fra cotanti aspetti
Orridi e spaventosi un se ne veda,
Che la bruttezza della morta ecceda.
77
Ed ecco il gran pastor del marin gregge,
Che dal Carpazio mar tutte traea
Le foche e l'orche ch'ei governa e regge,
Per ubbidire all'alma Galatea;
Chè per lui ogni sua parola è legge:
Alla cui vista ogni Nume, ogni Dea
Gli andaro incontro, e gli accennâr con mano
Quel nuotator col carico sì strano.
78
Ancorchè avvezzo a cose spaventose,
Próteo s'inorridì per quella vista;
E le sue bestie divennero ombrose,
E fuggîr via: così lor parve trista
Colei che tanto amabil foco pose
Nel romito, che par che ancor persista
In adorarla: e pur questi è quel frate
Che d'Angelica amò sì la beltate.
79
Di che n'ebber trastullo singolare
Que' Numi; e rider Ino fu veduta
La prima volta da che cadde in mare;
E Scilla che crudel tanto è tenuta,
Che fa Triquetra e il mar vicin tremare,
Dall'antro uscita e colà pur venuta,
Non volendo, sorrise; e rise ancora
Cariddi che le navi si divora.
80
Ma Teti con lo stomaco rivolto,
E perchè gravida era, intimorita
Di non fare un figliuol con simil volto,
In un pesce ordinò che convertita
Fosse colei, e sì gli fosse tolto
Sì strano aspetto e vista sì sgradita.
Fu fatta seppia: indi partissi ognuno;
E del frate pensier n'ebbe Nettuno,
81
Che gli fe' far dugentomila miglia
In una notte, e trasportollo in Francia.
Di che cotanta il prende maraviglia,
Che crede di sognare, e tien per ciancia
Quel che pur vede con aperte ciglia:
E il bello è, che scudo, spada e lancia
Si mira appresso; onde quel più s'imbroglia:
Ma più parlar di lui or non ho voglia.
82
Mi sta nel core il mesto Ricciardetto,
Che chiama l'amor suo, e non l'ascolta.
Oh se sapessi, meschin giovinetto,
Come Despina tua si sta sepolta
Viva dentro un avello oscuro e stretto,
Solo perchè dall'amor tuo disciolta
Esser non vuole; se di duol si muore,
T'ucciderebbe certo il gran dolore.
83
Come dicemmo, i forti cavalieri,
Ucciso il fiero mostro, s'imbarcaro
Inverso Nubia, dove i suoi pensieri
Avea Ricciardo, chè del furto amaro
Troppo gli duole, e assai mal volentieri
Soffre ogn'indugio; e già col crudo acciaro
Esser vorría con l'empio Serpedonte,
Col suo rivale combattendo a fronte.
84
E già sei volte e sei fuora dell'onde
Il Sole era comparso, ed altrettante
S'era in esse sommerso; e lido e sponde
Non si vedeano ancora: e il fido amante
Se si dispera, e le sue chiome bionde
S'egli si strappa, e Scirocco e Levante
Prega che soffi, ed empia ben le vele,
Sel pensi chi d'Amor servo è fedele.
85
Ma pur l'ottavo giorno in su la sera
Veggon la terra tanto desïata,
E la deserta ed orrida riviera
Sol da lïoni e da tigri abitata,
Dove sepolta viva Despina era:
E quando di bei fiori inghirlandata,
Vergognosetta in ciel splendea l'Aurora,
Toccare il lido con l'acuta prora.
86
Primiero sul terren Ricciardo scende,
Di poi le donne e i due forti cugini,
E da un vecchio nocchiero i casi intende
Della sua donna, e gli orridi destini.
Pensate voi se d'ira egli s'accende;
E vestiti gli usberghi e gli elmi fini,
S'invìano a gran passo inverso il tempio,
Di far vogliosi un memorando scempio.
87
Il Cavalier del Pianto, l'infelice
Misero padre dell'alma Despina,
Sebbene molto prega e molto dice,
Perchè si tolga da tanta ruina,
E faccia lui e faccia sè felice,
Nulla intanto la smove: e già vicina
È l'ora ch'egli deve in su la tomba
Morire; e roca già suona la tromba.
88
Piange Despina il duro caso acerbo
Del genitore, e vorrebbe morire
In cambio suo; ma il principe superbo
Nulla affatto del cambio vuole udire;
Anzi le dice: In vita ti riserbo,
Perchè mi piace vederti patire.
Ed ecco fuor dell'avello crudele
Son tratti il padre e l'amante fedele.
89
D'un nero panno ricoperto egli era
L'avello tutto; e la tagliente scure
Teneva in mano un uom d'orrida cera.
Vicine al duro ceppo in vesti oscure
Stavan le donne, che mattino e sera
Piangevan di Despina le sventure;
E in mezzo a loro v'era un basso scanno
Coperto pur d'un nerissimo panno.
90
Quivi fa porre il barbaro Africano
La misera Despina, acciò che veda
Morire il padre, il qual dolce ed umano,
Figlia, diceva, il giusto Dio proveda
Al tuo dolore: il mio fato inumano
E il tuo ci han fatti una misera preda
Di questo mostro, che ragione e Dio
Non cura, e segue solo il suo desío.
91
Un pezzo io ti pregai che tu stringessi
La tua con la sua mano, e in questa guisa
Te alla tomba, e a morte me togliessi:
Ma quanto or lieto nella valle elisa
Vo, perchè dura a' miei comandi espressi,
Figlia, tu fosti! che piuttosto uccisa
Io ti vedrei, che consorte a costui,
Di cui peggior non v'è tra' regni bui.
92
Segui dunque, dolcissima Despina,
Ad odiar questo mostro: e se riserba
L'alma in passar la stigia onda divina
Il giusto sdegno e la giusta ira acerba,
Temi, ribaldo, pur, temi vicina
La vendetta che Giove a te pur serba.
L'African non risponde, e fa con gli occhi
Cenno al ministro che il gran colpo scocchi.
93
Alza quegli la scure; ma nell'atto
Che vibrar vuole il reo colpo fatale,
Sorge Despina furibonda a un tratto,
E il feritore abbraccia: e tanto vale
Sua forza, che al ministro non vien fatto
Troncar del padre lo stame vitale;
Ma dura gran fatica e stenta molto,
Che il ferro dalla man non gli sia tolto.
94
Or mentre questo succede nel tempio,
Già co' mille attaccata era la mischia
Da' tre guerrieri, che ne fanno scempio.
Tristo è colui che alla pugna s'arrischia;
Chè danno colpi che son senza esempio:
E il rombo delle spade tanto fischia,
Che s'ode dentro al tempio; e d'ira insano
Esce fuor Serpedonte al caso strano.
95
Despina intanto, generosa e forte,
Discioglie il padre, e intrepida e sicura
Corre del tempio a spalancar le porte;
E già dentro del core si figura
Che il suo Ricciardo per benigna sorte
Il guerrier sia che lei salvar procura;
E gli altri due che pugnano per lui,
Sieno i tanto famosi cugin sui.
96
Ricciardo appena Serpedonte ha visto,
Che lo corre a investir, siccome toro
Il suo rivale, e grida: Iniquo e tristo
E perfido ladrone, ove è il decoro
Di real sangue? per rapina acquisto
Far delle donne, e a forza di martoro,
Di catene, di carceri e di morti
Tentar di superar l'alme più forti?
97
Con questo (che pur anco e fuma e gronda
Del vil sangue de' tuoi) ferro che stringo,
Perchè l'altrui superbia si confonda,
Di trapassarti il core io mi lusingo.
Qual torbido torrente che la sponda
Rompa improvviso, e del villan guardingo
Ogni riparo, e con l'altera fronte
Tutto abbatte; tal féssi Serpedonte.
98
Fumo dagli occhi e foco dalla bocca
Usciva all'Africano in copia molta;
Chè Amore in mezzo all'anima lo tocca,
E pel sangue gli corre un'ira stolta,
Ch'assai di là dal giusto lo trabocca;
E invêr Ricciardo la spada rivolta,
Gli tira un colpo sopra dell'elmetto,
Che gli ebbe il capo a tagliare di netto.
99
Ma il Fato amico e la tempera fina
Lo salvaron; perchè calò di piatto
Il ferro, e non oprò quella ruina
Che col taglio averìa di certo fatto.
Ricciardo intanto un colpo a lui destina
Di punta (chè lo vuol morto ad un tratto)
In verso il core; ma il ferro non passa,
E nell'usbergo la punta gli lassa.
100
Di ciò si duole il forte Ricciardetto,
E con le braccia quanto può lo cinge
Per trarlo a terra a suo marcio dispetto:
Ma l'Africano anch'esso sì lo stringe,
Che a veder quella lotta era un diletto.
Pur l'un dall'altro alfine si discinge;
E riprese le spade, si dan botte
Da far vedere il Sole a mezza notte.
101
Di Ricciardetto intera è l'armatura.
Dell'altro quasi tutta è rotta o guasta;
Talchè non più trovando cosa dura,
Fa piaghe il ferro ovunque il corpo attasta.
Ma l'Africano, privo di paura,
La vittoria col brando a lui contrasta;
E gli dà così dura e rea percossa,
Che fa la terra del suo sangue rossa:
102
Per cui di tanta collera s'accende
Il Franco giovinetto, che a due mani
(Terribil cosa!) la sua spada prende,
E l'alza, e poi (il ciel ne guardi i cani)
Glie la piomba sul capo, e glie lo fende
Insino al mento: vedi colpi strani!
Muor Serpedonte, e Ricciardo meschino
Pur di sua piaga a morte egli è vicino.
103
Corre Despina, e fascia le ferite
Colli recisi suoi capelli biondi;
E di lagrime calde ed infinite
Lo bagna; e tanto avvien ch'il duolo abbondi
In lei, che manca. Le dame compite
Le disciolgono il busto, e fiori e frondi
Ed acque fresche le spruzzan sul volto,
Perch'ella si riabbia o poco o molto.
104
Lo Scricca intanto con olio pietrino
(Ma di quello di pietre prezïose,
E non del nostro, ovver del Casentino,
Che val tre soldi, o due crazie fecciose)
Della figlia unse il volto alabastrino,
E tornò in vita: molto poi ne pose
Nella piaga del vago giovinetto,
Che lo guarì prestissimo in effetto.
105
Quanta allegrezza i due fedeli amanti
Provassero in vedersi, ognun sel pensi;
Ch'a dirlo non ho io forze bastanti.
Ora coi volti come fiamme accensi
Si guardaro, or con pallidi sembianti;
Ed or perdendo or ripigliando i sensi,
Aprìan le bocche, e non potevan dire,
E si sentivan di piacer morire.
106
Pure alla fine sciolse Ricciardetto
La debil voce, e disse: Ancor ti veggio,
Despina, mio conforto e mio diletto?
Ed ella: Son pur desta, e non vaneggio:
Questo del mio Ricciardo egli è l'aspetto,
A cui me stessa ed ogni cosa io deggio.
Rispondeva or con voci, or con singulti;
Quando s'odon vicini aspri tumulti.
107
O questo fatto sì che mi vien nuovo,
E viemmi in tempo che molto m'incresce:
Che in somma se una volta mi ritrovo
A qualche istoria che lieta rïesce,
Ecco che viene chi mi rompe l'uovo,
E mi strappa la rete, e fugge il pesce.
Mi porti in avvenire l'aversiere,
Se mai più vo' cantare istorie vere.
108
Che se non avev'io sì forte impegno,
Nè seguitassi l'opera intrapresa,
Tutte le forze del mio scarso ingegno
Spender voleva solo in questa impresa;
E d'un amante così bello e degno,
E d'una donna sì d'amore accesa
Voleva dir con dolcezza infinita,
Da farvene leccar forse le dita.
109
Perchè le guerre e l'orride battaglie
E l'opere famose degli eroi
(Donne gentili, può esser ch'io sbaglie)
Non sono cose da me nè da voi.
Gli archibusi, gli spiedi e le zagaglie,
Per vostra fede, che hanno a far con noi?
Maneggin questi gli uomini spietati,
Ch'odiano Amore, e i servi suoi pregiati.
110
E noi, s'egli è di verno, intorno al foco,
Oppur d'estate all'ombra ragioniamo
Quanto piacere e quanta festa e gioco
Apporti Amore, e lui benediciamo.
Ma spero in Dio ch'ell'abbia a durar poco
L'aspra battaglia che noi ci aspettiamo;
Ma pur, s'ella durasse troppo troppo,
Io son persona da farci un intoppo.
111
Frattanto riposiamci, e in questo breve
Spazio di tempo pensiamo a Despina,
Che da' begli occhi di Ricciardo beve
L'ambrosia vera, e quella più divina,
Che tal su in cielo certo non riceve
Dal bel garzone Ideo sera e mattina
Il sommo Giove; e pensiamo a Ricciardo,
Chè versa tutta l'anima in un guardo.
Fine del Volume Primo
[ INDICE]
| Giovanni Procacci: Niccolò Forteguerri e la satira toscana dei suoi tempi | [Pag. 9] |
| Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano | [59] |
| RICCIARDETTO | |
| Canto primo | [75] |
| Canto secondo | [99] |
| Canto terzo | [117] |
| Canto quarto | [137] |
| Canto quinto | [164] |
| Canto sesto | [190] |
| Canto settimo | [219] |
| Canto ottavo | [252] |
| Canto nono | [280] |
| Canto decimo | [311] |
| Canto undecimo | [342] |
| Canto duodecimo | [375] |
| Canto decimoterzo | [404] |
| Canto decimoquarto | [432] |
| Canto decimoquinto | [461] |
A MILANO,
NELLE OFFICINE DELL'ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO,
compose e stampò questo volume la maestranza: Ubaldo Antoniani, Pietro Betteni, Serafino Nicolini, Giuseppe Riva; curarono la rilegatura: Francesco e Gino Radice.
Collazionò il testo l'avv. Tommaso di Pella.
Disegnò i fregi il prof. Duilio Cambellotti.