NOTE:
[1]. Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano, salute e felicità. Lettera premessa al Ricciardetto in quasi tutte le edizioni.
[2]. Tanto il Ricciardetto che i Capitoli furono pubblicati dopo la morte del Poeta. La prima edizione dei Capitoli è intitolata: Raccolta di Rime piacevoli di Niccolò Forteguerri fra gli Arcadi Nidalmo Tiseo non mai per avanti pubblicate, Genova, 1765. Il primo volume contiene undici Capitoli. Il secondo volume, del medesimo formato e titolo, è del 1773, contiene quattordici Capitoli, ed è fatto con gran cautela di puntini nei luoghi dove si ricordano nomi di città, di persone, ecc. Le edizioni venete del Ricciardetto riproducono anche la prima parte della Raccolta genovese delle Rime. L'edizione citata da noi è quella di Milano, in tre volumi (Società Tipografica dei Classici Italiani, 1813); nella quale sono pubblicati, dopo il Ricciardetto, trentatre Capitoli. Altri tre, non compresi nella edizione milanese, furono pubblicati, insieme ad un Poemetto imperfetto, nella Raccolta intitolata: Poemetto e Capitoli, opere postume di Mons. Niccolò Forteguerri date in luce in applauso poetico alle fauste nozze del Sig. Giuseppe Forteguerri colla Sig. Luisa Albergotti, Pistoia, 1812, presso Gherardo Bracali. Il Capitolo dato come forse inedito da Enrico Bindi (in nome di Luigi Vangucci) nella Raccolta intitolata: Tre Epistole Poetiche ed altri versi di Niccolò Forteguerri pubblicati a festeggiare le fauste nozze del Sig. Giuseppe Albergotti-Forteguerri con la sig. Luisa Casini (Pistoia, Tip. Cino, 1851), è pubblicato fino dal 1813 nella edizione milanese sopra accennata, e nell'altra, con falsa data di Lugano del 1831, che riproduce precisamente la milanese. Queste due edizioni sono le più pregevoli per le varianti del Poema e per l'abbondanza dei Capitoli. Anche i quattro Capitoli pubblicati (non integralmente) dall'Ab. Lodovico Lotti nel 1874 per Nozze Forteguerri-Guicciardini, sono compresi nelle edizioni milanese e luganese già ricordate. Oltre i trentasei Capitoli contenuti nelle citate edizioni, ce ne sono altri dieci inediti, che si conservano gelosamente con gli altri manoscritti del Poeta, nella biblioteca privata del Cav. Giuseppe Forteguerri, che mi ha dato graziosa licenza di consultarli.
[3]. Michelangelo Giacomelli nacque in Pistoia nel 1696 e morì a Roma nel 1774. Vedi la Notizia Biografica premessa dal Can. Professor Enrico Bindi al Volgarizzamento del Sacerdozio di S. Gio. Crisostomo, Prato, Tip. Guasti 1852. Egli era tra quei giovani pistoiesi che nel 1716 facevano corona a Niccolò Forteguerri quando nacque l'idea e il primo esperimento del Ricciardetto.
[4]. «Questa mattina fu coronata la sacra immagine della SS. Vergine dell'Umiltà con il Bambino Gesù inter Missarum solemnia per mano di Mons. Niccolò Forteguerri Can. di S. Pietro di Roma, e fu coronata con corone di oro a nome del suo Capitolo, e tale funzione fu celebrata con la maggior pompa che fu possibile, e vi furono presenti il Serenissimo Giov. Gastone Gran Principe di Toscana e la Serenissima Gran Principessa Violante di Baviera già vedova del Serenissimo Prencipe Francesco stato Cardinale, quali tutti apposta si partirono di Firenze e vennero in questa loro città a dove si trattennero per tre giorni continui nei quali durante la detta festa Li furono dati nobili divertimenti di due bandiere corse da' Barberi, fochi artificiati et un nobile Oratorio nel palazzo de' Signori Priori, a dove da per tutto vi si trovarono detti principi, et una sera fu data festa di sono nel Palazzo del Sig. Commissario a dove vi sonò il Laurenti eccellent.mo sonatore di Viola e Violino che innamorò tutti, e il dº Professore era bolognese, che le Serenissime Principesse vi ebbero sodisfazione a sentir sonare quel bravo Professore. La chiesa poi della Madonna restò tutta nobilmente apparata con nobile simetria e con infinito numero di torce alla veneziana e molti ceri e lumi di modo che fece una vaghissima e non più veduta comparsa e in particolare il gran numero de' forestieri accorsi e il gran contado e terrazzani. In tutto dissero che nella Città vi era da quarantamila persone, e la festa si rese grandiosa per diversi motivi et accessori, tra' quali la comparsa della compagnia di settanta Corazze tanto ben vestite di una livrea frangiata d'oro e di altrettante Cherubine tutte a cavallo, di poi delli quattro quarti (sic) dell'infanterìa squadronati per la città per di dove passava la gran processione la vigilia, e con le salve reale della Artiglierìa della Fortezza replicate per tre volte nel coronarsi scoprirsi e ricoprirsi la santissima imagine. E non mi estendo da vantaggio di descrivere tal festa per avere fatta a parte una distintissima Relazione di cinque fogli assai più copiosa e non mancante come un'altra relazione stampata alla quale è molto mancante.»
Ho scelto questo cenno che dà della festa Giov. Cosimo Rossi in certe sue Memorie inedite di cose pistoiesi dal 1705 al 1730; e la scelta non è stata fatta, com'è facile capire, per ragione di eleganza, ma solo di brevità. Ci è anche una Relazione a stampa (Tip. G. S. Gatti 1716) ripubblicata anche nel 1839 (Tip. Cino); e ci sono anche due Relazioni manoscritte, una del Cav. Annibale Brunozzi, e un'altra di Pompeo Scarfantoni; ambedue inedite, e che fan parte, come le Memorie surricordate, della ricca Collezione Pistoiese messa insieme con onorevole zelo dal mio ottimo amico il Cav. Filippo Rossi-Cassigoli. Tutti codesti documenti fanno promotore e parte principale della Festa il Forteguerri; al quale pure è dedicata con amplissime parole una delle due Raccolte poetiche (la più importante), dove è anche una bella Canzone del Giacomelli.
[5]. V. Lettera citata di Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano, in principio.
[6]. Vita di Niccolò del Prior Bernardino. MS. inedito nella Forteguerriana.
[7]. Rime di Eustachio Manfredi, Nizza MDCCLXXXI pag. 18, nel sonetto che comincia:
Tal forse era in sembianza il garzon fero.
[8]. L'ottenne nel 1730. «La segreterìa di Propaganda (nota il Prior Bernardino) è una carica di molto merito ed onore, perchè tre Segretari ultimamente uno dopo l'altro senza passare ad altri impieghi, furon creati Cardinali, che uno fu il Card. Fabbroni, l'altro il Card. Caraffa, il terzo il Card. Ruspoli, in luogo del quale fu fatto segretario Mons. Niccolò.» Avrebbe egli avuto la fortuna dei suoi predecessori? La morte lo liberò forse dall'ultimo disinganno; poichè, sebbene il Prior Bernardino non ne dica nulla, si sa dal Fabbroni che il Card. Corsini, fratello del Papa, potè mettergli innanzi un suo favorito nel Segretariato della Consulta, ufficio dal Papa stesso destinato al Forteguerri. Egli se n'appagò da prima, ma se ne pentì poi, e tanto ne fu addolorato, che codesto dolore fu forse la principale cagione della sua morte.
[9]. Dopo la morte di Benedetto XIII il Coscia fu molto perseguitato, dovè restituire dugentomila scudi, e fuggì da Roma nel Marzo 1731, trovando appoggio nel conte Harrach vicerè di Napoli. Il Papa lo scomunicò, ma il Coscia continuò a difendersi. Nell'anno 1732 tornò a Roma ove visse rinchiuso nel Castello di Santa Prassede fino alla sentenza pronunziata il 9 Maggio 1733, colla quale veniva condannato alla prigionia per dieci anni nel Castel S. Angelo, e alla scomunica che non poteva esser tolta se non dal Papa in articulo mortis. Fu condannato anche alla perdita di tutti i benefizi e provvisioni, e privato del voto nella elezione del Papa. (V. Muratori vol. XVII p. 49-72).
[10]. Questi applausi infruttuosi crebbero nel quinquennio che visse dopo la morte di Benedetto XIII. Ecco che cosa scrive il Prior Bernardino: «In questo mentre è da notarsi come era gratissima a questo Papa (Clemente XII) la conversazione di Monsignore, quale dovea rassegnarsi per due sere d'ogni settimana destinateli dal detto Papa, che volentieri lo accoglieva, e con istraordinaria confidenza servendosi di lui non poche volte per affari di somma importanza; ed avendo piacere di sentirsi spesso leggere da lui le varie dotte composizioni, che per proprio suo divertimento faceva, le quali tutte si noteranno con ordine in fine di questa Relazione, perchè stanno appresso di noi.» I due luoghi già citati (e che non sono de' peggio) giustificheranno, spero, il giudizio da me dato su questa Vita. Le composizioni del fratello che si vogliono notare, tutte e per ordine, già lo sappiamo, non sono, per il Prior Bernardino, che cinque; e i Capitoli, s'intende, non entrano nel conto.
[11]. Capitolo X, secondo la numerazione della edizione Milanese (Società Tipografica de' Classici italiani, 1813), che noi seguitiamo sempre in queste citazioni.
[12]. La già citata lettera di Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano ci dà notizia precisa dell'incominciamento del poema. Quanto al termine del lavoro ho detto pensatamente non prima del 1725, perchè è certo che dopo la elezione di Papa Clemente XII (1730) egli ne modificò la chiusa per celebrare le lodi di lui, abbandonando su questo punto l'antecedente lezione, che è forse quella che si vede in un manoscritto della privata libreria del Cav. Forteguerri.
[13]. Cantù, Storia della letteratura italiana, pag. 358, Firenze, Le Monnier 1865.
[14]. Che il Venerosi fosse uomo di molto sapere e autorità ce lo provano, oltre questa intimità poetica col Forteguerri, l'essergli stata confidata dal Card. Fabbroni la magnifica librerìa che lasciò alla nostra città. Attesta del suo sapere anche E. Bindi nelle annotazioni alle tre Epistole pubblicate da Luigi Vangucci nel 1851. È, molto probabilmente, sua una canzone a stampa (con le iniziali L. V.) per il Padre Giuliano di S. Agata, Scolopio, che predicava nella nostra Cattedrale nel 1717. Poichè è tanto raro e scarso quel che può trovarsi di questo amico del Forteguerri, ecco, come saggio del suo scrivere, la VI strofa di questa canzone:
A trar dal forte inganno ove riposa
Il cieco Mondo nel suo male assorto
Per infinito provvido Consiglio
Sorgean Profeti, e in voce disdegnosa
Lui minacciando del crudel periglio,
Spargean d'ira e di morte orridi segni;
Ma quale a vendicar l'iniquo torto
In sì grand'uopo è sorto
Con più bell'ire e più soavi sdegni?
E qual temprando il minacciar feroce
Con le dolci speranze, in nuovi modi
Strinse di più bei nodi
E ricongiunse alla Divina Croce
Il traviato popol, che in oblio,
Se Tal non era, avria se stesso e Dio?
Alla stessa persona del Venerosi così accenna ridendo col suo bel faccione il nostro Niccolò:
..... sei così sparuto e asciutto
Che sembri a saltabecche esser pasciuto.
Fu fratello al noto versificatore Brandaligio, chiamato di arcade fama dal Carducci nella Prefazione al Lucrezio del Marchetti, Ed. diam. Barbera 1864.
[15]. «Giuseppe Tolomei pistoiese, filosofo e matematico assai dotto, che contribuì non poco a stenebrare le patrie scuole dai vecchiumi peripatetici. Studiò prima in Perugia e poi in Firenze, dove godè la stima e l'amicizia del Viviani, del Magalotti, del Buonarroti, del Quirini e di altri insigni. Lasciò manoscritti vari opuscoli di matematica, e una Relazione sopra lo stato del territorio di Pistoia.» Così annota il Bindi nella già citata pubblicazione del Vangucci. Il Forteguerri amava moltissimo il Tolomei; entra scherzosamente ne' fatti suoi quando ripiglia moglie, e chiede sempre al Venerosi se codesto amico, ravvolto nelle sue matematiche figure, lo abbia dimenticato.
[16]. Niccolò Buti, pistoiese (1668-1748),
Piccol di membra e nel saper sì magno
come lo chiama il Forteguerri, fu Avvocato e Maestro abilissimo di lettere e filosofia in Pistoia. (V. Lombardi St. della Lett. it. vol. 6; Mazzucchelli Scrittori ec. vol. II, e G. Arcangeli Biog. ec. del Tipaldo vol. VII). Sono del Buti le epigrafi latine che adornarono il tempio dell'Umiltà nella festa della incoronazione, e che si riportano nella Relazione a stampa già da noi ricordata. Molte cose di lui sono inedite; ed E. Bindi scrisse nel 1852 (V. Ediz. pratese del Sacerdozio del Giacomelli) di avere presso di se un MS. di lettere e orazioni latine, epigrammi ec.
[17]. Basti citare, tra gli altri, questo che si legge in un Capitolo del 5 Nov. 1718, a Giuseppe Tolomei: Ho scritto alla peggio, in fretta e tutto d'un fiato: quello che ho scritto lo saprete voi, perchè io non lo so e non ho tempo di rileggerlo.
[18]. Capitolo IV.
[19]. Capitolo I.
[20]. Cap. I.
[21]. V. le belle parole che chiudono la Vita di Niccolò scritta in latino da Ang. Fabbroni. Vitae Ital. Vol. IX.
[22]. Vita d'Agricola.
[23]. Capitolo XIII.
[24]. Capit. XIII.
[25]. Capitolo XXII.
[26]. Capitolo II.
[27]. Capitolo XXV.
[28]. Capitolo XV.
[29]. Capitolo IV.
[30]. Capitolo IV.
[31]. Capitolo X.
[32]. Capitolo IV.
[33]. Canto I, ott. 3.
[34]. Che Niccolò avesse in gran conto l'Arcadia è chiaro, oltre che per la bella ottava 3ª del Iº Canto del Ricciardetto, anche per vari accenni a codesta istituzione nei Capitoli, come in questo luogo, nel quale dopo aver parlato seriamente di sè, esclama:
Nè perdut'ho la purità d'Arcadia
Nè perderolla, e non m'importa un ette
Se poi ogni cosa a me solo mal vadia.
E non è da credere che l'essere ammesso tra gli Arcadi fosse un onore che avesse almeno il pregio della rarità, perchè G. M. Crescimbeni, General Custode, nell'adunanza del 1712 (22 anni dalla istituzione) potè con suo gran diletto annunziare che i Pastori erano già il bel numero di 1300, tra cui Cardinali, Principi, Prelati d'ogni ordine e finalmente non poche dame. Ma mostrerebbe di mal conoscere gli uomini chi facesse le meraviglie per la importanza che allora davano scienziati e letterati a codesta ammissione. Il numero non guastava per gli Arcadi del 700, come non guasta per i Cavalieri dell'800.
[35]. Ho cavato questo Sonetto dai manoscritti, credendolo inedito, ma ho trovato poi che fu pubblicato in una Raccolta lucchese del 1719 intitolata — Rime scelte di Poeti illustri de' nostri tempi.
[36]. È pubblicata nella Raccolta che va sotto il nome del Gobbi (Bologna, Pisarri 1711).
[37]. «Inter carmina Nicolai meo judicio praestat omnibus ode illa amatoria, cuius initium est
Qualora io penso e qualor gli occhi volgo
grandis illa quidem, splendida, ingeniosa, concinna, in qua plura admiscuit ex intima Platonicorum philosophia. Vitae Ital. 1. c.
[38]. Anche le Raccolte del 700 rappresentanti il movimento letterario pistoiese, me le ha somministrate la Collezione Cassigoli.
[39]. La similitudine di Ecuba è nella Canzone, quella d'Ifigenìa nel Capitolo al Petrosellini (XVI).
[40]. In questo Capitolo Galileo mette in ridicolo la prammatica che astringeva i Professori dello Studio Pisano a fare uso della Toga non solo leggendo in cattedra, ma ancora passeggiando per la città o visitando gli amici. L'autenticità di questo componimento poetico, oltre la confessione che resulta dalla seguente terzina:
. . . . . io non son mica Ebreo,
Sebbene e' pare al nome ed al casato
Ch'io sia disceso da qualche Giudeo;
vien confermata dal Padre Ranieri lettore in Pisa in una sua lettera del 26 Febbraio 1641 a Galileo, la quale si conclude col seguente periodo: «Di nuovo non ho che dirle: solo che il sig. Auditor Fantoni ha fatto spolverar le toghe a' Dottori, onde adesso non si vede altro che togati, e sarebbe molto a proposito il Capitolo che fece già Vossignoria Eccellentissima, alla quale bacio affettuosamente le mani.» Così annotano i dotti pubblicatori delle Opere Galileiane, Ediz. fiorentina Vol. XV, pag. 207.
[41]. Vita d'Agricola.
[42]. Circa Ippolito Neri vedi i Cenni biografici e critici scritti dall'egregio mio collega ed amico Prof. Mariano Bargellini — Empoli Tip. Monti, 1873.
[43]. «Ho aspettato, e dovevo aspettare, la giustizia del governo: devo credere che non mi mancherà. Se mai mi mancasse... non perciò gl'iniqui sfuggirebbero alla mia giustizia: perchè Dio mi ha dato una potenza che nessun re mi può togliere, mi ha dato un'artiglierìa che tira più lontano, tuona più lungo, e conquassa più forte de' cannoni.» P. Giordani, Opere; Appendice — Tip. Le Monnier 1851.
[44]. V. Rime Burlesche di Eccellenti Autori, raccolte, ordinate e postillate da P. Fanfani — Firenze, Felice Le Monnier, 1856.
[45]. Ibid.
[46]. V. Nuova Antologia (vol. V, Fasc. VIII, 1867), Discorso di P. Fanfani sulla poesia giocosa in Italia.
[47]. Queste frasi sono del Capitolo Primo, che è una supplica per ottenere un lenzuolo ad un soldato. Dice che il supplicante ha varie speranze di far denari, ma, sopra tutto, spera in uno Zio prete, il quale ha grosse entrate...
Ma canta come il nibbio: mio, mio.
Ed ha tutte le oneste intenzioni
Ch'hanno i . . . . moderni; è menzognere.
Ama le sottigliezze e i buon bocconi.
E vuole a lui quel ben che lo sparviere
Vuole all'acceggia, o Satanasso a quello
Arbor che aperse al mortal' uom le spere.
E sente gran piacer ch'egli in bordello
Sen venga là per la marina egea
Perchè spera di mai non rivedello.
Or l'altra notte a Bartolo parea
Sognando appresso il dì che questo. . . . .
Di zecchini e di doble il sen gli empiea;
Onde ha fatto pensier con tai monete
Il lenzuolo pagarvi, e tutte l'altre
Partite cancellar che seco avete.
La cautela dell'editore, come vedete, è resa inutile dalla evidente rima di monete con prete. Infatti nell'esemplare che ho davanti (appartenente alla Collezione Cassigoli) un vecchio lettore del secolo passato ce l'ha già scritta codesta parola. L'edizione da noi citata è di Venezia, MDCXXXIV, appresso Giov. Pietro Perelli.
[48]. Francesco Ambrosoli, Manuale della Letteratura italiana (Firenze, Barbera editore) vol. III, p. 244.
[49]. Discorso sulla vita e sulle opere di G. Parini, Firenze, Le Monnier, 1856.
[50]. «Ritrovandosi il detto Sig. Girolamo in Roma (scrive il Corsetti nella vita del Gigli) per sodisfare alla curiosità di alcuni suoi amici in Siena, soleva spesso comporre foglietti di finte ingegnose novelle, e quelle mandare al Sig. Canonico Mariani, che con la sua facilità a credere de le frottole, et ancora insinuare altri a crederle dava occasione al novellista di calcar sempre la penna.» La serie di codeste novelle, o avvisi ideali, prese il nome di Gazzettino. Ne abbiamo due recenti edizioni, una fiorentina del 1861 in CXXV esemplari numerati, curata da P. Fanfani; l'altra milanese del 1864 fatta per la Biblioteca rara del Daelli da Luciano Banchi; il quale ne pubblicò poi un'altra Spedizione (la 18.ma) nel Vol. III della Piccola Antologia Senese, intitolato: «Scritti satirici in prosa e in verso per la maggior parte inediti raccolti e annotati da Luciano Banchi» Siena, L. Gati editore, 1865 — È da questo volume che noi citiamo i versi del Gigli.
[51]. Anton Maria Fede, o Fedi, del contado pistoiese, è menzionato e deriso sopra tutti nel Gazzettino, e soprannominato il Conte di Culagna. Ministro di Cosimo III a Roma, gran furbo e gran bacchettone, entrò in grazia d'Innocenzio XII, di Clemente XI, e di molti cardinali e ministri esteri. Ne fa liberamente il ritratto anche il Galluzzi nella Storia del Granducato di Toscana. Nel Capitolo di Pasquino zelante, attribuito al Settano, è chiamato
Il Conte Fede, il conte di Culagna,
Superbo contadin del pistoiese
Nodrito di farina di castagna.
Morì in Roma il 15 Giugno 1718.
[52]. Pochi furono gli esemplari del Vocabolario che si salvarono dalla condanna del bruciamento eseguito in Roma a richiesta di Cosimo III, per le ingiurie contenute in quel libro contro la Crusca e la lingua e la pronunzia fiorentina. Codesti pochi esemplari sono tutti in egual modo mutilati al principio e alla fine, come si vede in due che se ne conservano nella Biblioteca del Liceo Forteguerri, provenienti l'uno dalla Librerìa Franchini-Taviani e l'altro dalla Librerìa Puccini.
[53]. Ciò dice nella Scivolata, e ripete nell'ottava XLI del Seminario degli affetti.
[54]. Scritti satirici, Ediz. cit.
[55]. Ibid.
[56]. Ecco le due ultime ottave: (IL e L)
Nemmen Pistoia al Sacerdozio infido
Prestò ricetto ed inalzò gli altari:
L'Ombrone illustre, alla nostr'Arbia fido,
Uguali all'Arno e all'Arbia ha gli umor chiari.
Volgete il guardo là nel lazio lido,
Ove di Pier la nave da contrari
Venti agitata, al combattuto regno
Ha da Pistoia il suo maggior sostegno.
E tu, pastor gentil, cui siedo accanto,
Che sei di Siena e di Pistoia onore,
E che alla nave ormai t'accosti tanto,
Ministro eletto al suo nocchier maggiore,
Per tua luce sincera il vel fia franto
A ogni coperto mascherato errore;
Come scopristi le profonde cose
Che l'avara natura ci nascose.
Queste ottave (annota il Tondelli) le disse il Gigli sedendo a lato a Mons. Forteguerri nell'Accademia Senese, dov'egli aveva detto il suo discorso pastorale intorno alle cose maravigliose sotterranee. E aggiunge Luciano Banchi pubblicatore degli Scritti: «Il Forteguerri era di Pistoia, di quella cara città, madre a tanti eletti ingegni, da Cino poeta all'Arcangeli.» Io mi sento in dovere di ringraziare l'egregio amico mio delle parole benevole e affettuose per la nostra città. Fra Pistoia e Siena fu sempre ricambio di affetti sinceri; ed anche recentemente un bravo Pistoiese, Pietro Odaldi, chiamava Siena sua seconda patria. In codesto tempo in cui ci fu il Forteguerri, dimorava in Siena un altro pistoiese, il Cav. Aurelio Sozzifanti che vi fu auditore generale del governo dal 1699 al 1727.
[57]. Barboni per frati dice spesso il Gigli. V. il ritratto del P. Campana negli Scritti satirici, Ed. cit., pag. 6, nota 1. — Per il culto di San Cresci, vedi Annot. 1.ª alla Spediz. XVI del Gazzettino, Ediz. Fanfani. Il Santo ricordato scherzosamente dal Boccaccio, fu una grande occupazione pei bacchettoni di quel tempo, e un grande spasso pei letterati. Il Padre Campana, il Canonico Mozzi, l'Abate Gondi e il Conte Fede sono i Cresciani più derisi dal Gigli.
[58]. Lettera di Francesco Onorato Tondelli scritta al Gigli per ordine del Serenissimo Gran Principe Giov. Gastone; premessa alle Lettere Medicee nel Vol. degli Scritti satirici.
[59]. Morì a 58 anni nel 1853. Fu prete, e come il Forteguerri, buono d'animo, vivace d'ingegno, e nemico d'ogni ipocrisia e d'ogni affettazione. Se il Forteguerri ebbe pei suoi sali il soprannome di Lepido, anche le facezie dell'Jozzelli erano e son rimaste popolari in Pistoia. Noi che siamo stati suoi alunni, sappiamo quanto nell'imparare ci risparmiasse di fatica la sua parola chiara ed arguta, e sappiamo anche la differenza del piacere e del profitto tra la sua e la lezione d'ogni altro. Poco egli scrisse sì in verso che in prosa, e questo poco fu raccolto dopo la sua morte e pubblicato, con un cenno biografico, da Giuseppe Arcangeli (Pistoia Tip. Cino 1853). Ci è anche qualche altra cosa d'inedito, che può essere pubblicata, e spero che sarà presto. Ecco intanto il Sonetto contenente il suo ritratto che mandava al suo caro e spiritoso amico Dott. Luigi Capecchi, sonetto che il compianto Capecchi mi dava già il permesso di pubblicare nel Giornale dei Comuni di Pistoia (Febbraio 1867) e che qui riproduco con la letterina che l'accompagna:
Caro Dottore
Pistoia 5 Giugno 1845.
Eccoti in quattordici versi un Ritratto che potrai, volendo, appiccare ad una pagina del tuo bellissimo Album. Ho voluto delineare nel fisico, nel morale e nelle sue circostanze, un prete amico nostro, di buonissimo umore, a me caro tra quanti ne conta la Tribù di Levi. Io lo conosco intus et in cute perchè visse continuamente con me, e nacque da mia madre, nel medesimo giorno, anno ed ora in cui nasceva io stesso. È prete spicciolo che non è nulla nella Gerarchia Ecclesiastica; neppur Canonico.
Pallido, emunto, ma sereno il volto
Che mal nasconde del pensier l'arcano;
Il piè leggiero, agile il fianco e sciolto;
Asciutto il ventre e scarso il deretano;
Festivo ingegno e poco in se raccolto;
Libero spirto ma temprato e piano;
Tenero cuore all'amicizia vôlto,
Avverso ai tristi ed ai bigotti estrano.
Lingua che ratta come dardo scocca,
Sincera, audace, arguta, e che a gran stento
Morir si lascia una parola in bocca;
Miglior ventura a fabbricarsi intento,
Prete si fè; ma dieci lustri or tocca
E di prete non ha che il sacramento.
Il miglior ventura a fabbricarsi intento rammenta le chieriche fatte per economìa; e davvero anche l'Jozzelli, figlio di poveri contadini, non potè a meno d'esser prete. Del suo destino si vendicava scrivendo degli scherzi sulle coperte del Calendario, tra i quali trovo questo distico:
Hic liber a nobis emptus ter quinque per annos
Abstulit argentum, tempus et ingenium.
[60]. Questo Sonetto e tutti i versi del Carli, che successivamente si citano, sono tolti dalla pubblicazione carliana fatta dall'ottimo amico mio il Cav. Avv. Amerigo Seghieri nella Viola del Pensiero (Nuova Serie), Livorno, 1863, pei Tipi di Francesco Vigo. Sono otto Sonetti, che egli non garantisce (sebbene lo creda) che sieno tutti del Carli e tutti inediti. Gli Scherzi poetici dell'Accademia dello Scherno formarono un grosso volume che, a proposta del Carli, doveva intitolarsi: Il Campanaccio sonatosi dagli Accademici dello Scherno per lo scoprimento del Cristo trino fatto da M. Bietolone da Lucardo l'anno 1711.
[61]. Lettere a Luigi Medici. Lett. IV. Scritti satirici ec. Ed. cit. pag. 44.
[62]. Fino dal 1859 si diè notizia nel Piovano Arlotto, An. II, pag. 291 e seg., di un MS. carliano posseduto dal Prof. Rigutini, e ne fu pubblicata una parte. Si è parlato anche di un Ms. della Bietoloneide, posseduto dal Sig. Pietro Fanfani; e finalmente l'Avv. Seghieri, nella prosa premessa alla pubblicazione livornese del 1863, dice di avere avuta in mano la copia originaria (sebbene molto assottigliata) della Raccolta degli Accademici dello Scherno, offertagli, perchè l'adoprasse a suo talento, dal possessore Sig. Cammillo Vitelli di Borgo a Buggiano. Intanto pubblichiamo noi, da un MS. di proprietà del Cav. Cassigoli, un Sonetto che abbiamo ragione di credere inedito; confortati anche dall'autorevole opinione del ricordato Cav. Seghieri che ci ha fatto il favore di riscontrarlo col MS. Vitelli, dove è anche il titolo che qui si legge:
Riflessione avuta da Bietolone sopra il miracolo che fece Gesù Cristo nelle nozze di Cana di Galilea.
Sonetto del Beffa
Si discorrea l'altr'ier fra più persone
Delle nozze di Cana ove andò Cristo,
Con stupor che sì mal fosse provvisto
Di vin lo Sposo in simile occasione.
Ma non stupite — disse Bietolone —
Perocch'egli era un uomo accorto e tristo,
E, fatti i suoi scandagli, avea ben visto
Ch'era al bisogno ugual la provvisione.
E in verità, di lui tutti appagati
Restaron dal più grande al più piccino,
E si chiamorno molto ben trattati.
Chè se alfin gli mancò quel po' di vino,
Fu perch'egli contò fra i convitati,
Cristo per uno, e poi trovollo trino.
Ma Cristo, acciò il meschino
Non restasse scornato in faccia a tanti,
Gli fe' l'acqua passar per vin di Chianti. —
[63]. Reginaldo Tanzini nella dotta Prefazione alla Istoria dell'Assemblea degli Arcivescovi e Vescovi della Toscana tenuta in Firenze l'anno 1787 (Firenze, Stamp. Granducale 1788) tocca dello stato della Diogesi pistoiese alla metà del Sec. XVIII; e venendo a parlare del Vescovo Ippoliti, dice: «Mons. Giuseppe Ippoliti secondò a maraviglia il piano che gli avea disegnato il suo antecessore, ed era per condurlo al suo compimento, se la morte non lo avesse rapito dopo pochi anni del suo passaggio dalla cattedra vescovile di Cortona a quella della sua patria. Allora fu che cominciarono per opera sua a girare tra le mani degli ecclesiastici i libri de' Porto Realisti. L'Arnaldo, il Nicole, il Duguet, il Gourlin, il Quesnello non furono più per la Diogesi di Pistoia nomi incogniti, nè le loro opere straniere a quel Clero. Il P. Liborio Venerosi era stato il primo a farle conoscere e gustare all'Ippoliti nel tempo che dimorò con lui nell'Oratorio dei PP. di S. Filippo di quella città.»
[64]. Della Poesia Melica italiana e di alcuni poeti erotici — Discorso premesso all'ediz. diam. dei Poeti Erotici del Sec. XVIII pag. XVIII; Fir., Barbera, 1868.
[65]. «È la colomba (commenta il Landino) animale molto lussurioso, e per questo gli antichi dedicarono la colomba a Venere.»
[66]. Del Pievano Jacopo Lori di San Marcello, Lezione recitata alla Società Colombaria il 16 Gennaio 1853; nelle Prose del Prof. Giuseppe Arcangeli (Firenze, Barbera, Bianchi e Comp., 1857), pagina 376.
[67]. La missione fu a Gian Gastone, nel Luglio 1773, per alcuni affari importanti della Congregazione di Propaganda; e ciò si rileva dal Breve pontificio (che il Prior Bernardino riferisce) molto onorifico per Niccolò, il quale da Clemente XII è presentato al Granduca come figlio diletto, genere virtute doctrinaque conspicuum. Compiuto l'alto ufficio con moltissimo suo onore e sodisfazione di tutti, venne a Pistoia; dove si trattenne fino al 20 Novembre per godere della sua cara villeggiatura, che fu l'ultima cominciandogli già i segni della mortale malattia.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.