II
Il ventennio che corre tra il ritorno da Madrid e la elezione di Benedetto XIII è veramente il bello e operoso periodo della vita di Niccolò. Gli affetti familiari; gli amori femminili tanto in lui più tremendi quanto più contrastati nella loro legittima affermazione; gli uffici suoi pieni di noie e di contese; le ansie mescolate d'applausi infruttuosi per le sue poesie più franche e vivaci[10]; le ambizioni spesso deluse e sempre invano combattute, fanno tempesta nell'animo suo onestissimo, la quale non tace affatto nei versi per monacazione, si annunzia di tratto in tratto nel Ricciardetto e romoreggia tutta nei Capitoli.
Lo studio di questi, utilissimo a chiunque brami conoscere i costumi romani, e specialmente della Curia, nel Secolo XVIII, è assolutamente necessario, come dissi, a chi voglia bene intendere l'ingegno e l'animo del Forteguerri. Nè vi mancano preziosi accenni al suo Ricciardetto. In un Capitolo del 1725, per citare un esempio, è detto chiaramente così:
Ho dato alla perfine compimento
A quel poema di Ricciardo mio.[11]
La qual cosa, scritta a un amico con cui ha continua relazione epistolare, ci fa certi che il poema fu terminato non prima di codesto anno, come siam certi che fu cominciato nel 1716[12]. Ora se avesse letto i Capitoli, e veduto codesto luogo, non avrebbe un illustre storico moderno sentenziato, fra le altre cose, che il Ricciardetto fu scritto per iscommessa un canto al giorno.[13]
Le persone a cui egli manda i Capitoli sono i pochi e più intimi amici. Ai fratelli, a cui dava del Lei, nessuno. Tra gli amici quello a cui più tocca delle sue confidenze, è Liborio Venerosi[14], fratello a Brandaligio di arcade fama; patrizio pisano dei Conti di Strido, ma nato da una pistoiese e dimorante in Pistoia; uomo pieno di studi, e, per i tempi, liberissima e schietta natura. Si lascia andare anche col Tolomei[15] e col Buti;[16] ma le gioie, i dolori, gli sdegni, li versa tutti nel cuore del suo Venerosi. Sono mandati quasi tutti da Roma a Pistoia, e scritti come improvvisando, senza ricopiare, e talora anche senza rileggere, come è chiaro per certi poscritti che sono negli autografi[17]; cosicchè il contrasto tra i suoi uffici e la sua vocazione vi è espresso con ammirabile candore ed efficacia. Il sentimento che vi domina, con forma alternata d'elegìa e d'invettiva, è di paragone e di antitesi tra la libera quiete della sua città, a cui anela, e il servilismo e la lussuria di Roma che detesta:
O mio Liborio, se vedessi quello
Ch'io veggo troppo spesso e che m'annoia
Sì che invidio chi dorme entro un avello,
Perdio non usciresti di Pistoia,
Ancor che Dante la chiami una tana
E dove d'ozio si marcisca e muoia,
E ti parrebbe cosa assai più sana
Andar pescando broccioli e lamprede
Su per la Stella o la brecciosa Brana,
Che stare appresso a questa santa sede,
Ov'io non so per quale alto mistero
Poco di bene e assai di mal si vede.
Onde aspettando io sto che il mio San Piero,
Stanco del più soffrire, un dì ci metta
La santa mano sua ma daddovero.[18]
Questo sentimento dominante non scade mai: è nei Capitoli del 1718, come in quelli del 1734; e dal putre aere di Roma sospira egli sempre alla pace dei suoi colli nativi:
. . . . . . . . . se potessi
Lascerei questo ciel di buona voglia;
E cangerei, per Giove, coi cipressi
Di Giaccherino le guglie di Roma
E i suoi palagi sontuosi e spessi.[19]
E poco dopo:
Liborio, io non canzono, e remo o boia
Mi venga in mano e mi salti sul collo
Se mi piace più Roma che Pistoia[20].
Talora codesto sentimento, in luogo di invettive, gl'ispira co' suoi dolci ricordi affettuosissime descrizioni, com'è quella del Capitolo XXI, e che comincia così:
Signor Giuseppe, se ben vi ricorda,
Partii dalla mia villa alle nove ore,
Come si dice, alla muta e alla sorda.
Le dipartenze sono un crepacuore
Però le fuggo, chè l'ultimo addio
È come l'olio santo a chi si muore.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Adunque io presi l'ambio zitto zitto,
E nel calesse ponendo il sedere,
Mi parve da un coltello esser trafitto.
Rivoltai gli occhi verso Belvedere,
E poi li girai presto intorno a casa,
E crebbe a dismisura il dispiacere.
Le collinette e la campagna rasa
Di Cecina, Lardano e di Castello,
Ove cotanta cacciagione è spasa,
Mi furo alla memoria un tal flagello
Che quelli ch'hanno in uso i missionari
Sarebber come gusci di baccello.
Ma le nipoti e i nipotini cari,
La madre, la cognata e il fratellame
Tutti si trasformaro in rei sicari.
Dormivan essi . . . . . . .
E qui seguita la descrizione così piena di sentimento familiare, che il Berni e tutti i berneschi non sognarono mai.
Ma la buona e franca natura di Niccolò, meglio che negli amori, si manifesta negli sdegni suscitatigli dalla presenza dei vizi tra i quali è costretto suo malgrado di vivere. Della verità del suo sentimento religioso non è nemmeno a dubitare; e quando non apparisse chiaro dai suoi scritti, gli uomini più savi e pii del suo tempo ne farebbero fede[21]. Ma la veracità di codesto sentimento è ciò appunto che più accende i suoi sdegni contro ogni maniera d'ipocrisie, dai quali si salva appena la persona del Papa. Alla morte di Benedetto XIII ha proprio sulle labbra il nunc tandem redit animus[22] di Tacito, e per isfogarsi un po' contro gl'impauriti beneventani (i venuti a Roma da Benevento insieme col Papa che vi era stato arcivescovo) scrive al suo Venerosi:
Liborio, eccoci giunti finalmente
A quel tempo felice e benedetto
Di gastigare e di premiar la gente.
Se più durava il regno maledetto
Della canaglia rea beneventana,
Ella era cosa da passare in Ghetto,
Od in Biserta o nella Tingitana,
E quivi alzare il dito, tanto guasta
S'era per essi la terra cristiana.
Ma venne alfin chi diede loro il basta,
E se piace al Signore, Amico, io spero
Che si farà di tutti una catasta.[23]
E qui viene a parlare delle paurose fughe del Fini e del Coscia, i due più terribili beneventani. Nè pare che questo sia sfogo vigliacco contro i caduti, poichè soggiunge subito francamente:
. . . . eppur l'altr'ieri e questi e quello
Come reliquie in vago tempio esposte
Eran di Roma l'idolo e il flagello,
Ma non già mio, chè sempre di costoro
Ebbi dispregio e mi piacea d'avello.[24]
È questo il solo Capitolo, dove l'ira, mescolandosi alla gioia, lo tira in qualche personalità. Ma ricordiamo che egli mormorava questi suoi sdegni nelle fide orecchie di un amico; che il Menzini e il Sergardi avevan fatto ben altro; nè scandalizziamoci poi tanto anche noi, che cominciamo, o mi sembra, a far peggio.
Ma o innanzi, o durante, o dopo il pontificato di Benedetto, il Forteguerri, parlando della Curia Romana, non si smentisce mai. Nè occorreva poco coraggio in quel tempo per mandar lettere, sia pure ad amico fidatissimo, dove i propri sentimenti sono espressi in questa forma:
Liborio, qui si fanno assai commedie,
Ma io non vovvi, e bado a quelle, dove
Non v'è cortine e non si pagan sedie;
Ove gli attori son Natura e Giove
E il mondo tutto e quella sciaurata
Di Fortuna che fa sì pazze prove.
Perdio che spesso ne fo tal spanciata
Che per ben digerirla, alcuna volta
Non valmi lunga ed aspra passeggiata.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Sai tu chi sono i Pulcinelli miei,
I Zanni, i Coli e le servette argute
In questa scena d'uomini e di Dei?
Coloro sono su' quali piovute
Vedrai dovizie, ed han l'istesse insegne
Ch'hanno coloro che adornò virtute;
I quai sen van come le donne pregne
Per l'ampio palco, e con un sputo tondo
Dicon per gnome parolaccie indegne,
E ignorantacci dalla cima al fondo
Opran sì strane e così pazze cose
Che rider fan la gran platea del mondo[25].
E con che fina analisi guarda codesta commedia curiale il nostro Poeta! Muore nel Marzo del 1721 papa Clemente XI. Niccolò, sinceramente addolorato, va alla funebre cerimonia, dà un'occhiata investigatrice, vede la brutta rappresentazione, e manda il suo Bozzetto, come oggi si direbbe, all'amico Venerosi:
Liborio, ho visto il Papa in sulla bara
E sono stato con la torcia in mano
Servendo lui in occasion sì amara.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
O morte, tua mercè, quanto si varia
L'umana scena! e qual si fa tragitto
Da ciò che piace alla parte contraria.
Tal vidi altiero e pieno di dispitto
A' quindici di Marzo, e nel diciotto
Il vidi umile, languido e sconfitto.
Insomma andati sono ora al di sotto
Que' ch'eran sopra, ed alzano la testa
Le rozze smesse e comincian lor trotto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Povero Papa! In due sol giorni amari
Ti ci tolse la morte, e fecci un danno
Che chi sa se mai fia che si ripari.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Eppur nol crederai; ne' dì giulivi
Del pazzo carneval meno si sgrigna
Dai giovinastri del buon senno privi,
Come con faccia di crudel matrigna
Sul male del figliastro, con ischerno
Roma lo guarda estinto e ne sogghigna.[26]
Ma l'egoismo e la venalità non sono, secondo lui, malanno di Cardinali e di Prelati, ma dei preti in generale:
Noi altri preti siamo tutti involti
Nell'amor proprio, ond'è che ognun se adora,
E tutti i voti a se sono rivolti.
E ci piace il buon tempo e la buon ora,
E si strapazza e si lascia l'ufizio,
E per il giulio a messe si lavora;
E s'apre alcuna volta a più d'un vizio
L'uscio dell'orto e quello della via
E vassi enormemente al precipizio.
Liborio, infra noi due detto ciò sia,
Riescono pur troppo iniquamente
Le chierche fatte per economia.[27]
Le quali ultime parole sono un accenno, non senza mestizia, all'uso de' suoi tempi e al suo proprio destino, essendo anch'egli, come sappiamo, una chierica fatta per economìa. Del resto, chi volesse un espressivo ritratto della vita prelatizia del secol passato non avrebbe che a leggere i Capitoli XIV e XV, dei quali la lunghezza del tema (per non dir altro) non mi permette di referire alcun saggio.
Dei frati, come ignoranti ed oziosi, non vorrebbe inquietarsi. Scrivendo alla Lisabetta Montemagni a cui si facea cappuccino un fratello, si frena assai; ma codesto frenamento gli presta un'ironìa così fina e garbata ch'io non so davvero a qual'altra paragonarla dei contemporanei. «Che bella cosa, Bettina, farsi frate! Io mi voglio male perchè non mi feci. Quel non pensare a niente, neanche a andare pulito, neanche a spogliarsi e a vestirsi per andare a letto.
Appunto, appunto, come i can barboni!
E poi c'è di meglio; quell'esser libero dai vostri lacci, o donnette terribili; ed egli, vedi, il tuo fratello s'è levato d'ogni pericolo; non penserà che a fare spropositi per dar nel genio al padre guardiano[28]»,
E quell'ariona di Montepulciano
Dove fa il nettar dell'etrusca gente
Lo ingrasserà come un porcel di piano.
Ma quando scrive al suo Venerosi l'ironia non gli basta; allora anche i frati levan le berze sotto la sua frusta. Essi odiano la fatica
Siccome il volo l'affricano struzzo,
e con la benedizione dell'uva, delle spighe e dei cavalli
Si fan provvista più della formica;
e conclude:
Ah cangia, Italia, i moccoli in bastoni,
E benedici lo suo gran bestiame
Dove vuoi, tutti a benedir son buoni.[29]
Però più che della loro furberìa e del loro sucidume s'inquieta della loro ignoranza. Un Tani ha rubato dei libri alla biblioteca di un convento di Roma; e la sua famiglia sta in pena per il processo. Egli scrivendo al suo Venerosi, manda a consolar la famiglia con pie parole, alle quali mescola una sua bizzarra difesa, della quale ecco una parte:
Ogni libro stampato, ogni scrittura
Si rodono le tarme nei conventi
Pieni di bestie solo da vettura.
Or che ha fatto il buon Tani? ha scossi e spenti
Quei bacherozzi, ed a migliori ingegni,
Alle bell'opre ai chiari studi intenti,
Gli ha dati a poco prezzo; ed atti indegni
Si diran questi? e saranno bastanti
Perchè l'onor di casa sua si spegni?
C'insegnò Cristo molto tempo avanti
A non gettar le margherite ai porci,
E il torle a loro sarà da furfanti?[30]
Talora dalle rime del Forteguerri spira un alito di quella satira edificatrice che dovea più tardi fiorire col Parini e col Giusti. Vede egli i perditempi e le fredde cerimonie del suo secolo, e scrive un Capitolo contro il Cicisbeismo, dove lodando la mala creanza, non fa sfoggio d'ingegno come i berneschi d'un secolo innanzi, ma esprime sentimenti, esagerati se vuolsi, ma vivi e veri. Vede l'abuso dei tridui e delle novene che allontanano le madri da casa e sviano gli uomini dal lavoro; ed egli, degno contemporaneo ed amico del Muratori, assale codesto abuso in un bel Capitolo, tuttora inedito, che incomincia così:
Uscir, Liborio, non vorrei di riga
In dire alcun sproposito solenne
E aver col sant'ufizio qualche briga.
La voglia di dir tutto e la paura di dir troppo, anche nell'intimità dell'amicizia, si manifesta spesso nei Capitoli, e quando le due voglie pugnano insieme, allora n'escono terzine come queste:
O quanti dentro al bagno di Livorno
Starieno meglio che dov'or si stanno
Con perpetuo di Roma affanno e scorno!
Ma qui m'azzitto, ancor che mi fa danno
Il trattener la bile che gorgoglia
Come nel tino le vinaccie fanno;[31]
sebbene codesta bile finiva sempre per traboccare; ed una volta uscì, a proposito della Curia, con questa suprema conclusione:
Però gli è tempo omai e venga ei pure
Che su quest'arbor da' maligni frutti
Io vegga un giorno balenar la scure.[32]
Tale era il voto sdegnoso del Prelato pistoiese, mezzo secolo innanzi le riforme leopoldine, e settant'anni avanti la rivoluzione di Francia! Io non so veramente come non avesse le brighe che egli temeva, da cui pure non si salvarono affatto altri suoi illustri contemporanei, e più di lui temperati, come Antonio Vallisnieri, Lodovico Antonio Muratori e Scipione Maffei.