III

Ma il Forteguerri fu anche un Arcade. Certamente. Com'era fatale che Niccolò nobile e terzogenito fosse prete, era anche fatale che Niccolò prete e impiegato della Curia romana fosse pastore arcade. D'altra parte, chi, anche dei più severi scienziati, non fu ascritto al famoso sodalizio?

..... In Arcadia nostra oggi son scesi

Così sublimi e nobili pastori

Che son di tutte le scienze intesi;

Ci son poeti, ci sono oratori

Che passan quelli degli altri paesi,

canta nel Ricciardetto[33] il nostro poeta; e noi dobbiamo ritenere che egli accogliesse con molto piacere la sua elezione accademica, che fu nel 1710 col nome di Nidalmo Tiseo.[34]

Se il Forteguerri non stava di mala voglia in Arcadia come nel sacerdozio, non è da creder però che egli fosse un pastore modello. L'obbligo perpetuo dell'argomento amoroso e della divisa pastorale non era per lui, animo libero e ingegno originale. Certo anche Nidalmo ha il diritto di avere un obiettivo femminile ai suoi sonetti amorosi, che nei più freddini si chiama Niside o Fille, nei più riscalducciati si chiama Dorinda (a cui è pur dedicato un grazioso Capitolo), ma in quelli di sentimento più vero ed umano si chiama Argìa e ispira sonetti come questo, che nel concetto fondamentale e nel colorito, ha piuttosto del foscoliano che dell'arcadico.

La rocca del mio cor non è più forte

Come soleva e gran nemici ha drento,

E già veggo per l'aspro tradimento

La deploranda sua ultima sorte.

Chè di Ragion le cure saggie e accorte,

Come nocchier ch'ha il mar contrario e il vento,

Non pon far sì ch'Amore a suo talento

Non apra com'ei vuol ripari e porte.

Anzi lo veggio in queste parti e in quelle

Spiegar la vittoriosa sua bandiera

E gridar Viva Argìa fino alle stelle;

E Viva Argìa gridar lieta ogni schiera,

E Ragion, posta tra le vili ancelle,

Pianger la persa signorìa primiera.[35]

Così degna e forte battaglia fa l'amore nell'onesto animo del Forteguerri, in un secolo, che o lo velava delle ipocrisie platoniche, o lo scopriva nelle indecenti arguzie del Conte Algarotti. Non voglio dire per questo che Niccolò andasse esente dal tributo di moda al platonismo; chè anzi la sua Canzone

Qualora io penso e qualor gli occhi volgo[36]

non bastò ad Angelo Fabbroni dichiararla fra le poesie di Niccolò la più pregiabile, ma volle anche soggiungere che è splendida, ingegnosa, elegante, nella quale più cose inserì tratte dalla più recondita filosofia di Platone.[37] Ma è notabile che il platonismo del Forteguerri non si rivela che nelle forme allora più afflitte dalla malattia accademica, come le Canzoni e i Sonetti, e mai nei Capitoli e nel Poema, dove l'espressione dei suoi sentimenti è sempre libera ed originale. Ecco, in prova di ciò, un'ottava del Ricciardetto (XXII, 33)

Però ridete pur quando ascoltate

Che son le belle donne come scale

Per girsene al Fattor che l'ha formate,

Perchè per esse a contemplar si sale

Le divine bellezze a noi negate.

Avanti del peccato originale

Forse questo accader potea nel mondo,

Ora son buone per mandarci al fondo.

Come poi la scortese dichiarazione di questa ottava possa mettersi d'accordo con la filosofia platonica della Canzone, sarebbe indiscreta domanda a un Poeta del settecento.

Del resto, pochi, mirabilmente pochi, sono i versi amorosi del Forteguerri, massime se si pensa alla fecondità della sua vena e al mal'esempio dominante.

Dopo l'amore, la religione. Parole e cose sante, ma che tradotte nel linguaggio dei settecentisti significano Arcadia e Gesuitismo, dalla cui unione nacque la numerosa e noiosa prole degli Applausi poetici per vestizioni, nozze e messe novelle.

Chi ha dovuto, come me, pescare per qualche pagliuzza d'oro nel loto delle Raccolte del 700[38], pur sorridendo talora, si sarà vergognato del punto estremo a cui è scesa la cultura italiana. Bassi e scempi gli argomenti, povera e spesso ridicola l'invenzione, sciatta, non senza pretensione d'arguzia, la forma. Vi si trovano dialoghi tra la Sposa monaca e il Demonio, dove i due interlocutori si vantano e si minacciano in senari sdruccioli che è un gusto a sentirli. Ci sono Canzoni distinte in capitoli e strofe; e in una di queste, che è un dialogo tra il Crocifisso e la Sposa monaca, la cosa va tanto per le lunghe che non avrebbe più fine se non intervenisse come terzo, e non davvero importuno per questa volta, l'Autore, che intìma alla Canzone di chetarsi per l'ottima ragione che «lingua mortale non può ridire lo sposalizio di lassù».

Eppure tutto ciò sarebbe ancora sopportabile senza le continue proteste, ora di cattolicità a proposito del linguaggio mitologico; ora d'ignoranza a proposito dei titoli e degnità de' poeti; ora di rispetto alla uguale eccellenza di tutti gli autori nonostante l'ordine tenuto nella Raccolta, poichè uno bisognava pure tenerlo. Or bene, tra codeste bassezze morali, tra codeste forme false e puerili, il nostro Forteguerri è un gigante. Di rado egli scrive per le Raccolte, di radissimo per monacazioni, anzi soltanto quando non può farne a meno, perchè le monacande son sue nipoti; sebbene di queste gliene procurò tre in tre anni il fratello Atto. Della prima nipote egli canta umanamente così:

. . . . . Ella s'affanna e appella

Il Padre che non più sente vicino,

E s'industria a far lungo il suo cammino.

Ma il padre obbedisce all'avaro e crudele uso dei suoi tempi, e seguita a far monache le figliole, e invano lo zio mette fuori con garbo le comparazioni di Ecuba e d'Ifigenìa.[39]


A chi desiderasse la ragione prima di codesto uso, allora comune, delle forzate monacazioni, la svela il Forteguerri stesso in un Capitolo inedito, dove deridendo il miserabile fasto de' suoi contemporanei, conchiude:

Che se non fosse lui, Piero ed Antonio

Avrebber figli, e, chiuse in monastero,

Non si darien più monache al demonio.

Del resto gravi e solenni sono le tre canzoni accennate, e una di esse ha questa eroica introduzione:

Allor che Serse di cavalli e fanti

Vide ingombrato interminabil suolo

E disparire il mar di Salamina

Per le gran navi e i bianchi lin tremanti,

Fama antica ragiona come solo

Salisse sovra bella alta collina,

Ed ora alla marina

Gli occhi volgendo, ora alle tende sparte,

Desse un sospiro e lacrimasse un poco

Nel pensar che tra poco

Tutto doveva in cenere cangiarsi

Il fior di tante genti,

E quindi divenir gioco dei venti.

A chi di noi la movenza di codesto Serse non rammenta il Simonide del canto leopardiano? E ugualmente gravi e solenni sono le altre due Canzoni sullo stesso argomento.

Ma nè il Forteguerri nè alcun altro poteva con siffatti mezzi promuovere la riforma morale e letteraria del nostro paese.