IV

Esterminare il cattivo gusto e procurare che più non avesse a risorgere non era cosa tanto facile e piana come parve a quel buon'uomo di G. M. Crescimbeni quando dichiarava il fine propostosi dalla nuova Accademia. Anche l'Arcadia rappresenta un periodo importante nella storia della nostra cultura, e lo rappresenta non tanto nella buona intenzione di curare la malattia quanto nell'errore della cura. Ella prese come segno di eccessivo vigore la turgidezza delle forme, e curò il male col dissanguamento, costringendo parecchie generazioni a morir di languore, da cui si salvarono, per singolare complessione, pochissimi fortunati. Ciò che veramente salvò dalla malattia secentistica e dalla cura arcadica le lettere nostre fu l'introdurvisi di due giovani e vigorosi elementi, lo scientifico e il popolare, i quali presero presto il di sopra, e divennero, come oggi sono, nerbo e sostanza della letteratura moderna. Centro dell'elemento scientifico fu la scuola galileiana con le sue accademie, le sue cattedre, i suoi libri; centro dell'elemento popolare, la satira, con la sua larga e libera accettazione degli schietti ed arguti parlari toscani.

Da qui innanzi l'ingegnosa ma spesso incivile poesia bernesca cede il campo alla nuova satira contro le ipocrisie, letterarie, politiche e religiose; satira che ripigliando le traccie delle invettive dantesche e petrarchesche, delle ironìe dell'Ariosto e del Machiavelli, si determina in una forma semplice e precisa qual'è rimasta su per giù fino ai nostri giorni.

Stanno sulla soglia del secolo XVII e aprono la doppia battaglia, due poderosi ingegni, il Galilei e il Tassoni, e la seguitano valorosamente i galileiani e i satirici del secento e del secolo susseguente. Talora uno solo adopra le doppie armi, e Galileo stesso, tra le sue speculazioni scientifiche, crea nei Dialoghi il tipo del Simplicio (di cui non è che una graziosa caricatura il Don Ferrante dei Promessi sposi); nel Capitolo In Biasimo della Toga, dopo mille bizzarrìe sugli inconvenienti di quella veste, così morde le vanità professorali:

Se per disgrazia un povero Dottore

Andasse in toga e fosse scompagnato,

Ci metterebbe quasi dell'onore.

E se non è da trenta accompagnato

Mi par sempre sentir dalle brigate:

Colui è un ignorante smemorato.

Talchè sarebbe meglio farsi frate

Che almanco vanno a coppie e non a serque

Come van gli spinaci e le granate.

concludendo:

Sappi che questi tratti tutti quanti

Furon trovati da qualche astuto

Per dar canzone e pasto agl'ignoranti.[40]

Certamente non tutti i Satirici poterono, come i Galileiani, mettersi sotto la protezione dei Principi; che anzi dovettero non di rado nascondere i loro attacchi sotto la coperta, che non sempre bastò, della Poesia giocosa e dell'Apologo. Eran tempi codesti nei quali, come direbbe Tacito, perdemmo anche i nomi delle cose[41], e non sarebbe opera perduta ricercare i primi moti della satira civile moderna nei molti volumi delle Rime piacevoli del secento. A noi, lasciati da parte i poemi dei due grandi odiatori de' Gesuiti, il Nomi e il Moneti, e il San Miniato del Neri[42], basti accennar di codeste Rime qualche tratto dei più caratteristici. Al suo signore, che teneva stretta la borsa, così parla sfacciatamente Romolo Bertini:

. . . . . apra adunque le porte

Della pietate e non se la minchioni

Ch'hanno le Muse ancor bombarde e suoni.

Parole che ne richiamano altre, più degnamente ardite, di un prosatore moderno, Pietro Giordani, nella conclusione della sua Querela al governo parmense contro i Gesuiti.[43]

Anche Piero Salvetti ha luoghi satirici squisitissimi come quello sui re spodestati nel Lamento per la perdita d'un grillo:

. . . . . scappato d'Inghilterra

Più che di passo il re non mi contrista;

Di già gli è sulla lista

De' grandi ch'hanno a diventar piccini,

Che privati del Regno,

Se e' s'hanno a far le spese con l'ingegno,

Saranno spelacchiati cittadini,

E con tutta la loro autorità

Avran di grazia andar per Podestà;[44]

e quest'altro nel Soldato Poltrone che ricorda il famoso sonetto in dialetto romanesco del Belli, Er Civico de corata:

Di più per rincorarmi

Voglion ch'io porti addosso

Una carrata d'armi;

Ch'i' arrabbi se le posso.

E poi ve lo vo' dir: sarei codardo

S'io potessi vestirmi un baluardo.[45]

Ma chi più mi preme menzionare, tra i secentisti, perchè più dimenticato, è Niccolò Villani, pistoiese, detto l'Accademico Aldeano, antecessore del Redi col suo Ditirambo giocoso[46] (che a me sembra stupendo), e autore del Ragionamento sulla poesia giocosa de' Greci, de' Latini e de' Toscani, opera eruditissima e quasi sconosciuta ai moderni, che pur si mostran così propensi a questo genere di poesia. Sebbene religioso fino a scandalizzarsi dei troppi e troppo profani amori della Gerusalemme del Tasso, anche l'Aldeano ha poca stima dei preti del suo tempo, che, secondo lui, sono menzogneri, amano le sottigliezze e i buoni bocconi e cantano come il nibbio, mio, mio[47]. Egli ha in mezzo alle sue Rime piacevoli due sonetti senza titolo, che mi sembrano una finissima e potente satira contro le due ipocrisie, tanto comuni in quel tempo, del disprezzo delle ricchezze e dell'ascetismo contemplativo. Come cose belle e non facili a trovarsi, li riferisco ambedue:

L'argento e l'or che ognun desira e chiede

E cui gran tempo accoglie, un ora sgombra,

Già non bram'io, che la lor luce adombra

L'anima sì che la virtù non vede.

E quanto se ne fan più ricche prede

Di pensier più molesti il cor s'ingombra:

Cresce l'oro il desìo com'arbor ombra,

E posseduto il suo signor possiede.

Pago e lieto io men vivo in rozzo speco,

Dell'oro prigionier non già prigione,

E libertate a me medesmo ho meco. —

Così cantando il pastorello Egone

Già per le selve, e d'ogn'intorno l'Eco

Gli rispondea dagli antri: Oh gran c...

* * *

Ad un vecchio di salcio arido stelo

Appoggiatosi Egon, fissi tenea

Gli occhi alle stelle, e nel suo cor dicea:

Oh com'è bello il tremul'or del cielo!

Oh come dolce il tenebroso velo

Pinge alla notte! Oh come avviva e bea

Questo mondo quaggiù, mentre in lui crea,

Tante forme animando, il terren gelo!

Oh che luce egli vibra ardente e viva!

Oh come certo, e senza errare, egli erra!

Ma quale è il Creator d'opra sì diva?

Deh perchè lui non veggio? E chi mel serra?

Or mentre contemplando ei così giva,

Si ruppe il salcio e diè del c... in terra.

Codesti sonetti nell'andamento e nell'improvviso della chiusa ne richiamano alcuni recentissimi del nostro bravo Fucini, come La Tavola girante e La meccanica universale. Ma quel che preme concludere è che tutta la satira sopra accennata va sotto il nome di Poesia giocosa, come sotto il nome di Rime piacevoli, vanno anche i Capitoli di Niccolò Forteguerri.