V
Nel secolo successivo, rimanendo fermo lo scopo antiautoritario, la satira piglia forme sempre più varie e moltiplici; ora grave e allegorica negli episodi dei poemi, ora svelta e leggiadra nelle canzonette e negli epigrammi, ora sdegnosa ed ironica nei sonetti e nei Capitoli. Essa comincia a sentire la virtù dell'influenza popolare, la quale, al contrario dell'influenza accademica, è appunto varia e multiforme. Ma codesta virtù non dà subito frutti generali e adeguati. «Nella prima metà di questo secolo (osserva uno scrittore moderno)[48] agitata da tante guerre e mutazioni politiche alle quali i popoli soggiacquero senza prendervi parte, mal potevano trovar luogo le lettere; giacchè mancavano per dar loro vita e vigore, gli agi della pace e le passioni dei tempi burrascosi.» Ma se dopo la pace di Aquisgrana i nuovi dominatori, vista la necessità di sottrarre il nostro paese ai pregiudizi, agli errori, alle ingiuste disuguaglianze introdotte dal Governo spagnolo, poterono efficacemente favorire gli studi della giurisprudenza e della pubblica economia, e riformare gli stati, non fu certamente senza influenza della scuola satirica, specialmente in Toscana. «Può la satira (dice il Giusti) quando ha cessato di essere uno specchio delle cose che sono, rimanere a documento di quelle che furono, e in certo modo supplire alla storia.»[49]
Abbiamo veduto nei Capitoli la satira del Forteguerri; vediamo ora brevemente quella del Gigli, del Carli e del Crudeli, che furono, insieme al nostro, gl'immediati precursori del Gozzi, del Baretti e del Parini.
Girolamo Gigli (1660-1722) ha con la schietta favella tutta l'ingenua franchezza, gl'impeti passionati, le bizzarre fantasìe del suo popolo, più quello che non poteva mancare a un buon senese di quel tempo, un po' d'odio contro Firenze. I suoi scritti satirici sono molti e vari, in prosa e in versi, commedie e racconti, storie e aneddoti, ritratti e caricature. Notabile per bizzarria fra tutti questi scritti è il Gazzettino[50], e nel Gazzettino la diciottesima Spedizione, contenente La finta conversione di Madama Adelaide, scrittura che compendia tutto il veleno della satira del Gigli. Laico e ricco, egli non ha i ritegni del Forteguerri a pubblicare i suoi scritti, e l'ingegno seconda mirabilmente la libertà dell'animo. Egli si ricongiunge per molte parti al Tassoni, da cui ha pure imprestato un nome, quello del Conte di Culagna per appiccicarlo al Conte Fede[51], gran bacchettone e amministratore di Cosimo III in Roma. Anche il Gigli ha il suo aristotelismo da combattere ed è la Crusca; il suo spagnolismo ed è la Compagnìa. E tutto ei fa servire da arnese di guerra, anche le opere filologiche, come il Vocabolario Cateriniano, contro di cui tanto si accesero le ire cruschevoli del Granduca da ordinarne un bel falò.[52]
L'ipocrisìa era per il Gigli la pestilenzia toscana,[53] e in Toscana era quello il secol d'oro della ipocrisìa; contro di essa dunque bisognava volgere tutte le ire. Nè con questo egli circoscrive troppo il campo delle sue pugne, perchè tutti gli altri vizi non sono per lui che una brutta famiglia di codesto mostro.
Mentre dice costui l'avemmaria
(è il poeta che parla a una Signora)
Ruba, uccide e distrugge, ed in quest'ora
Qualche bellezza a te vuol portar via.[54]
Tutti sanno l'orgoglio professorale de' Gesuiti; egli lo morde in un sonetto dove finge che un fanciullo, andatosi a confessare nella loro chiesa di San Vigilio, domandi al padre confessore il segreto d'imparare presto e bene il latino. Il Padre, allungando il dito verso un quadro rappresentante S. Anna che insegna leggere alla sua bambina, risponde:
Figlio, quella è la Vergine Maria
E non farà miracoli finch'Ella
Non venga a scuola nella Compagnìa.[55]
E dei danni della educazione gesuitica parla nelle liberissime ottave intitolate Il Seminario degli affetti, recitate nell'Accademia senese, presente Mons. Forteguerri, a cui toccan gli ultimi e iperbolici complimenti del Poeta[56]. Il Gigli amava e stimava molto il nostro illustre concittadino, e se lo finge anche cooperatore nella sua spropositata corrispondenza da Roma col Cav. Luigi Medici fiorentino, che era un balordo e si teneva gran letterato.
Accanto ai Gesuiti mette il terribil senese i loro seguaci, o, com'ei li chiama, i Don Piloni, brutta e numerosa compagnìa di beghine, di barboni e di adoratori di San Cresci, il nuovo santo di Cosimo, che la Chiesa, con suo gran dispiacere, non gli riconobbe.[57]
Gli scritti del Gigli sono una delle più belle e forti proteste della libertà e dignità umana in un tempo nel quale di codeste virtù era perduto anche il nome, e tutto anzi il linguaggio dalle falsità accademiche era facilmente degenerato nelle falsità morali. Nè ci voleva meno di questa satira con fine certo ed accettabile anche dagli onesti; spesso trascendente a accenni scandalosi e a sfacciataggini personali; armata di stile appuntato non nelle officine dei grammatici ma sul lastrico delle vie, all'aere aperto e spazioso delle vecchie piazze plebee, per far risentire la putrida società toscana di codesto tempio.
Due cose sono veramente riprovevoli nella satira gigliana, una invincibile tendenza alla personalità, e la ipocrisìa delle lodi a Cosimo III, che era pure il gran protettore degli odiati Don Piloni. Del primo peccato lo assolve in parte la infelicità del secolo, che, fatto silenzio sui principii, anelava la satira personale che li adombrasse; al contrario del secol nostro che vuole, o almeno dice di volere, una pura discussione di principii. Oltre che il mal'esempio, ai tempi del Gigli, veniva dall'alto, e le sue Lettere al Medici non sono che una obbedienza al gran Principe di Toscana che pure ordinando la canzonatura dichiarava il canzonabile cavaliere di ottimi e cristiani costumi, e di nascita nella sua insigne patria delle più ragguardevoli, e per ambedue i capi meritevole d'ogni stima[58]. Quanto alle lodi al Granduca vorrei poter dire che sono un'ironia e la forma iperbolica vi si presterebbe, se non fosse comune in quel tempo. Pur troppo su questo punto è men difendibile che sull'altro della ritrattazione, fatta quand'era già povero e vecchio e dopo molte persecuzioni.