VI
Con meno larghe e audaci intenzioni, ma con personalità anche più insistente, e però con arte che più sente la efficacia delle forme dialettali, procede la satira di Paol Francesco Carli (1680-1752). Egli da Monsummano, dove era Vice-Parroco, si recava spesso alla prossima villa Ferroni con tre o quattro amici per canzonare con impareggiabili sonetti Giovan Paolo Lucardesi, maestro del Borgo a Buggiano, prosuntuoso grammatico e poeta officiale di tutte le feste dei dintorni. A lui, col nome di Bietolone, è dedicata l'Accademia dello Scherno; per lui scrive Pier Francesco Bertini la Gianpagolaggine, prosa polemica miracolosa a que' tempi; per lui compone il Carli la Svinatura, e più arguti della Svinatura i Sonetti, dove torna ricucinato con mille salse sempre nuove e piccanti il famoso sproposito del Cristo crocifisso e trino messo dal Lucardesi in un sonetto per un Predicatore. Nessuno meglio del Carli seppe rapire le più tenui fragranze e i colori più vivi a codesto fiore della poesia popolare. Nativo e abitante di quella Val di Nievole, che un secolo dopo dovea produrre Giuseppe Giusti, non ha nè può avere di questo gl'intenti civili, ma ne ha il gusto infallibile e delicato. Le finezze della sua satira non si ritraggono per descrizioni; bisogna citar degli esempi. Eccone alcuni.
Ove il discorso sia un po' concitato e breve la proposizione, il nostro popolo ha non di rado l'uso della battologìa, uso ripreso da tutti i Vocabolaristi come vizioso, e che un mio caro e spiritoso maestro, Jacopo Jozzelli[59], chiamava, un parlare col manico. Il Carli, alludendo sempre all'accennato sproposito del Cristo trino, adopra mirabilmente codesto vizio popolare, e mette in bocca a una vecchina questo lamento:
Uh! che gentacce, Vergine Maria!
Che cosa ha detto mai che cosa ha detto
Che voi gli abbiate a perdere il rispetto
E trattarlo con tanta scortesia?
Fare ad un prete simile angheria
Non cadde in petto mai non cadde in petto
Al più perfido ebreo che giri il ghetto,
Al turco più crudel della Turchia.
E che ha a durare sempre e che ha a durare
Questo bordello? Eh via, povero Prete,
Finitela e lasciatelo campare.
E che ha a 'mportare a voi e che ha a 'mportare
Se c'è tre Cristi o quindici? Gli avete
A far le spese voi gli avete a fare?[60]
E perchè questa è poesia che ha bandito ogni regola accademica e ogni frase del cassone, nè ha più formule fisse per determinare i confini e le quantità delle cose, come il Da Battro a Tile, gli espèri e i lidi eoi, le nottole di Atene e i vasi di Samo, gli spropositi di Bietolone son dichiarati innumerabili col seguente sonetto:
Non ha tant'agli Prato e Siena matti,
Sparagi Pescia e Scarperia coltelli,
Roma indulgenze e Montelupo piatti,
Fogli di carta Colle e Lucca ombrelli;
Non miagola in gennaio tanti gatti,
Non tanti il maggio ragliano asinelli,
Non son tanti pagliai di luglio fatti,
Nè si piglian d'ottobre tanti uccelli;
Non fa tante frittate la Certosa,
Non compon tanti impiastri un ciarlatano,
Nè tanti testi storpiò mai la glosa,
Quanti dice in latino ed in toscano
Spropositi solenni in versi e in prosa
Bietolon pedagogo da Buggiano.
Il Prete Lucardesi è per gli Accademici dello Scherno ciò che era il Cav. Medici per il Gigli e compagni. Anzi il Lucardesi ed il Medici hanno un canzonatore a comune in quella buona lana del medico Bertini, che al primo dedicava la Giampagolaggine, e al secondo dava i suoi responsi medici per il Gigli, il quale ce lo mandava per aver consulti sui suoi fierissimi dolori endecasillabi[61], di cui impietosiva il Medici con le sue lettere romane.
Bietolone sulle prime fece vista di non pigliarsi della canzonatura, e continuò a buttar giù versi e spropositi, tra cui quello di fare ammazzare, in un sonetto per monacazione, il gigante Golìa da Giuditta; sproposito raccolto subito dagli Accademici dello Scherno. La risposta prediletta del pedagogo buggianese era che gli autori de' sonetti non erano versati nella buona lingua, e il Carli rispondeva per tutti:
Non siam cruscanti noi, o Lucardesi,
E ce ne crepa il cor, ma sol ci basta
Quando vi diam del bue d'essere intesi.
Da questo momento il povero Bietolone non si può più muovere, che ha sempre addosso l'acuto sguardo del Carli. Cerca egli di scansarlo, e di attaccarla con altri, ma il Carli risponde sempre per tutti; e ogni festa dell'anno, ogni atto vero e supposto del pover'uomo gl'ispira sonetti cari e terribili. Siamo all'Epifania, e il Poeta vuol fare la capannuccia. Ho quasi ogni cosa (egli scrive ad un amico) i Re Magi, i pastori, la Vergine, il Bambino,
Ma perchè non ho l'asino nè il bue
Mandatemi di grazia Bietolone
Il qual mi servirà per tutt'e due.
Si fa al Borgo una festa del Crocifisso, e s'intende che è il Crocifisso trino di Bietolone; ci è un pubblico banchetto, e il pettoruto grammatico è a sedere sopra un seggiolone di raso
Facendo pompa del suo grave aspetto
Alla sinistra del Gonfaloniere.
Il Poeta è nella folla, lo vede, e così entra ne' fatti suoi:
Ma perch'ei macinava a due palmenti
Senza pur dar ristoro all'ampia gola,
Io dissi ad un di quei ch'eran presenti:
Se fe' costui co' suoi goffi argomenti
Cristo in tre pezzi e oprò la lingua sola,
O pensa tu s'egli adoprava i denti.
Di così singolare scrittore poco è noto oltre il Ditirambo; e noi aspettiamo da quei valentuomini che posseggono MS. carliani, la pubblicazione di altre cose inedite.[62]