VII

Nè molto più noto del Carli è Tommaso Crudeli, (1703-1745); e sentì certamente meno di lui la popolare influenza nello stile e nella lingua. Egli per questo lato più che al Gigli e al Carli si ricongiunge al Forteguerri, e rappresenta come questo gli sdegni del suo tempo con più serietà e vigore. Ma i suoi stupendi Apologhi ebbero men lieta fine dei Capitoli forteguerriani. Quando nel Gatto eletto giudice concludeva:

Lettor, tienti la favola a memoria,

Che se praticherai pe' tribunali

Ti passerà la favola in istoria;

non avrebbe mai pensato il povero Poeta che proprio a lui si sarebbe cangiata in istoria un'altra sua favola, quella della Corte del Re Leone, dove l'orso,

Non potendo soffrir quel tetro avello,

Il naso si turò, poco prudente.

Il favolista non era un cortigiano; aveva anzi renunziato la carica di regio poeta alla Corte di Napoli offertagli dal Tanucci, e i suoi lamenti poetici non avevano nemmeno quella velata personalità che talora si scorge, per citare un esempio illustre, anche nella satira ariostesca. Pur non ostante, per i suoi liberi scritti s'ei non fu direttamente mandato, come l'orso della sua favola, da Ser Plutone a fare il disgustato, fu cacciato nel maggio del 1739 nelle carceri della inquisizione di Firenze e poi nella fortezza da Basso; e, relegato da ultimo a Poppi, suo paese nativo, vi morì di dolore: ultima e memorabile vittima dell'inquisizione toscana.

Non fu certamente senza influenza di Francia questo nuovo e libero movimento della nostra cultura. Fan prova di ciò le dottrine quesnelliane attribuite con tanto operosa malignità da certuni e tanto inutile vantazione da certi altri, a molti e bravi preti toscani di questo tempo, e anche all'amico del cuore di Niccolò, Liborio Venerosi[63]. Ne fanno prova alcune forme letterarie rinnovate di nuovo sangue, come le odi, le canzoni e i melodrammi; nè sarebbe forse nato senza il Tartufo di Molière il Don Pilone gigliano. Quanto agli Apologhi poi, tutti i favolisti di questo secolo sentono l'influenza di quelli del La Fontaine, e la Corte del Re Leone del Crudeli non è che la fedele traduzione della Cour du Lion del Poeta Francese.

Però non è da credere che tutto codesto movimento si debba ai nostri vicini d'oltr'alpe, come vanno spacciando coloro a cui giova dipingere gl'Italiani naturalmente pazienti d'ogni oppressione, e ne fanno quasi un vanto nazionale. La scuola galileiana e la nuova satira che si unì subito a lei sono una risposta trionfale contro codesti uomini, di cui le patriottiche intenzioni sono tutt'altro che dubbie. Il Crudeli stesso che abbiam visto negli apologhi così facile imitatore, e che al Carducci parve nelle odi conciliasse il sensualismo filosofico di Francia col naturalismo dei vecchi toscani[64], anch'egli, dico, sa trovare ispirazioni satiriche tutte italiane e dar forma paesana alla sua ironia, come quando improvvisa questo epigramma:

Due colombine intatte

Candide più del latte

Bella donna mi diede

In premio di mia fede.

Servo crudel me l'ammazzò ad un tratto,

Or voi v'indovinate

Che cosa n'abbi fatto?

Io me le son mangiate.

Stupenda satira contro le candide ipocrisie dei Pastori Arcadi e le loro bestiole predilette! Tanto più che per le colombe la cosa non procede netta come per gli agnelli, dopo la famosa comparazione dantesca del V dell'inferno a proposito di due adulteri, poco castamente illustrata da Cristoforo Landino.[65]