VIII
Nei veri artisti l'influenza popolare spesso più che formale ed esterna è intima e sostanziale, resultante cioè da quel complesso di sentimenti e d'immagini, di costumanze e di tradizioni che disegnano la fisonomia d'un paese. Ho già accennato che la parte formale di codesta influenza fu sentita massimamente dal Gigli e dal Carli, in minor grado dal Crudeli, e men che tutti dal Forteguerri. La pratica degli affari e la lunga dimora in Roma han dato allo stile del prelato pistoiese maggior severità e comprensione, e alla sua lingua una più larga italianità. A conferma di ciò sarebbe superfluo ripetere citazioni già fatte dei Capitoli; ma perchè si potrebbe obiettare che in codesta satira fiera e sdegnosa anche lo stile è naturalmente grave e concitato, ricorriamo pure al Poema, e particolarmente a quel luogo del Canto XII dove Ciapino e Lisa improvvisano alcune ottave villesche. Leggiamo soltanto le prime due:
L'amore ch'io ti porto, Lisa mia,
La non è mica cosa naturale,
Io stimo ch'ella sia qualche malìa
Fattami da talun che mi vuol male;
Perchè a far nulla non trovo la via,
Se mangio l'erbe non ci metto sale,
Nè distinguer so il vino dall'aceto,
E penso andare innanzi e torno indreto.
La notte tengo spalancati gli occhi,
Nè si dà il caso ch'io li serri mai,
E in qua e in là a guisa de' ranocchi
Saltello per li palchi e pe' solai,
E grido come se il fuoco mi tocchi,
E tu la cagion se' di tanti guai,
Perchè s'io non t'amassi dormirei
Nè che cosa è dolore ancor saprei.
Non occorre, mi sembra, una profonda conoscenza dei diversi parlari toscani per intendere che codesta poesia non rende immagine di nessuno di essi in particolare, ma che tutta la lingua dell'uso le ha dato de' suoi colori e delle sue grazie. Eppure anche il bravo e buono Arcangeli, scrivendo di Jacopo Lori,[66] altro poeta compaesano, par che indichi il Forteguerri come squisito ammannitore di ghiottornìe toscane, e specialmente codesto luogo del Ricciardetto come fonte di vocaboli e modi pistoiesi!
Quello che veramente sentì il Forteguerri poeta, fu lo spirito innovatore de' suoi tempi; e le sue satire contro la Curia e la Corte romana, tanto più sincere quanto più fatte per la intimità epistolare, tanto più efficaci e precise quanto più lontane da ogni pretensione letteraria e ispirate dalla presenza dei fatti, completano e raffermano, e correggono ove occorre, gli ardimenti degli altri tre suoi contemporanei di cui abbiamo discorso. Della onestà, anzi della religiosità del Forteguerri, come della illibatezza dei suoi costumi, è generale la testimonianza; onde non senza ragione sul principio di questo scritto dicemmo che i suoi Capitoli danno carattere storico e autorità morale a tutta la satira toscana della prima metà del secolo decimottavo. Del resto alle querimonie e agli sdegni del Prelato pistoiese dettero sanzione solenne dopo scrupolose cautele e discussioni dottissime, non solo le riforme leopoldine e ricciane, ma anche i provvedimenti disciplinari di Pontefici grandi e venerabili come Benedetto e Clemente XIV. Dopo ciò, che dire di coloro che anche oggi, nello stato presente delle pubbliche credenze, dubitano della utilità di quelle riforme, e della salutare influenza del movimento letterario che le precedette?
Oltre allo spirito del tempo sentì il Forteguerri, come abbiamo accennato, l'influenza intima e sostanziale del popolo suo. Egli ha così bene equilibrate e contemperate le facoltà del raziocinio e della fantasia, che bene apparisce nativo di quel paese dove lo stornello fiorisce accanto alla più decisa attitudine alle scienze esatte, e rappresenta quanto all'animo ed all'ingegno il tipo pistoiese nella sua forma più elegante e perfetta. Alla perfezione dell'animo conferirono, l'abito signorile della famiglia, le elette conversazioni, le larghe e quasi cosmopolitiche relazioni che gli venivano dagli uffici curiali. Alla perfezione dell'ingegno, così bene elementato dalla natura, contribuirono i suoi studi legali, la cultura delle scienze fisiche e naturali, (di cui restano buoni saggi nelle sue prose), la scuola dell'Averani e del Marchetti, l'amicizia intima col Manfredi, e, più che tutto, la continua pratica degli affari; onde l'Autore del Ricciardetto potè finire la vita pubblica come l'aveva incominciata, con una missione diplomatica[67]. La qual cosa, se sarà cagione di stupore agli stolti, sarà nuova conferma pei savi che in codesta diversità e quasi contrasto di attitudini sta appunto la misura del vigore intellettuale così di un uomo come di un popolo.