LA MORTE DEL FERRUCCIO


Fu, se non erro, nel 1880, che la controversia intorno alla morte del Ferruccio fece capolino e mise a rumore i giornali politici e letterari. Ferdinando Martini nel Fanfulla della Domenica annunziava che Edoardo Alvisi, giovane benemerito per parecchi importanti libri storici, stava compiendo un’opera dove, coi documenti alla mano, avrebbe provato che il Maramaldo non ammazzò il Ferruccio, o che per lo meno la faccenda era assai dubbia. Tutti ricordano lo strepito che ne seguì. Parve pensino che l’onore della patria fosse in pericolo e che il nome italiano dovesse diventare obbrobrioso, solo che si dubitasse dell’infamia del Maramaldo! I grandi amori sono corti di vista, e bisognerà rallegrarsi della grandezza dell’amor patrio che scattò fuori in quei giorni, tanto che alcuni divennero ciechi a dirittura. Andate a dire ad uno, che ami svisceratamente la religione, che Ponzio Pilato non fu poi quel birbante che ci dipinge la tradizione cristiana, e sentirete che risposta e che anatemi vi attirerà sul capo la proposta. Così avvenne quando nacque il dubbio di una possibile riabilitazione di Fabrizio Maramaldo, quel Gano ideale della tradizione italica moderna. Si disse fino esser opera iniqua distruggere la leggenda eroica del Ferruccio a profitto di un avventuriero spagnuolo; e Maramaldo fu italiano. Si gridò, si urlò, e tutti gli oratori che avevan ficcato per forza il Ferruccio nelle loro perorazioni innanzi alle turbe, tutti i poeti che avevano improperato il Maramaldo in versi sciolti o rimati, si sentirono come offesi personalmente, temettero per la immortalità delle loro opere complete, e invocando il santo nome della patria, scomunicarono l’audace che osava discutere simile eresia.

Il Martini, ingegno polemico de’ più arguti, si difese meravigliosamente, ma gli avversari furori così numerosi e la discussione degenerò così rapidamente in garriti politici, c’è egli finì, pare, con infastidirsene e rimettere la sentenza all’epoca della pubblicazione del libro. E il libro oggi è pubblicato[5].

Per me (poichè parlo solo in nome mio e non in nome della patria, come molti fecero e fanno in questa contesa) per me ero dispostissimo a credere erronea la leggenda di Gavinana, quando l’errore mi fosse stato provato. Oltre che l’incredulità, o per lo meno il dubbio, diventarono inquilini ostinati della mia zucca, Gavinana m’aveva spoetizzato la sua leggenda. In quel villaggio di montagna, non c’è di grande che un ricordo. Vorreste far parlare la vostra fantasia, ricostruirvi in capo l’ultima scena delle eroiche tragedie moderne, e finire col vedere il nome e l’imagine del Ferruccio diventati insegna d’un albergo. Mi ricordo che davanti al cimitero è un portico, sotto al quale è dipinta una Annunziata; e sotto all’imagine, una mano irriverente ha scritto col lapis: «Tra nove mesi nascerà il Messia»; uno dei versi più volgari del turpissimo Stecchetti. E tutto, fino l’album dove vi fanno scrivere il nome, è inquinato di questa volgarità buffa che vi toglie le illusioni e vi mozza le ali della fantasia. Se poi, che il Signore ve ne scampi, vi parrà impossibile che la buaggine umana possa far tanta pompa di sè in un luogo dove la patria segnò una delle stazioni sacre della sua Via crucis. Alle Termopili non è difficile, dicono, trovare i ladri; ma io credo che le illusioni resistano meglio alla perdita dell’orologio che alla perdita della serietà.

E più mi dava fiducia il conoscerà l’autore del futuro libro; poichè l’Alvisi è amico mio da un pezzo, fin da quando, circa dodici anni fa, perpetravamo con le forbici un giornale che il Panzacchi dirigeva quando se ne ricordava. So che ingegno criticamente acuto sia il suo e qual coscienza e infaticabilità rechi nelle ricerche. Conoscevo il suo libro intorno al governo di Romagna del duca Valentino, libro un po’ arruffato, ma pieno di fatti nuovi, importanti, e cercati con una assiduità quasi tedesca. Mi fidavo dunque, anzi mi rallegravo in anticipazione della sconfitta di coloro che parevano offesi personalmente quando si diceva che il Ferruccio poteva ben esser morto in un altro modo. Invece, benchè il libro dell’Alvisi mi paia meglio fatto di tutti i suoi precedenti lavori, non mi ha punto convinto; anzi, fino a prova contraria, mi fa credere che la leggenda abbia proprio ragione.

L’Alvisi ragiona così. Tutti gli storici fiorentini che narrano l’eccidio di Gavinana copiarono dal Giovio, il quale ne diede molti particolari nelle Historiae sui temporis, uscite alla luce 22 anni dopo il fatto, cioè nel 1552; o se non copiarono alla lettera, attinsero manifestamente da lui. In Firenze, prima del libro del Giovio non si sa e non si dice altro che il Ferruccio nella battaglia di Gavinana fu morto, senza che dall’uccisione si dia colpa a nessuna persona nominata. Dunque la leggenda viene dal Giovio che primo la racconta. Ma dove l’attinse egli? Da due poemetti: uno di Mambrino Roseo, edito proprio nel 1530, l’anno di Gavinana; e un altro di Donato Callofilo stampato l’anno dopo. L’Alvisi prova queste figliazioni, prova anche che alcuni storici fiorentini risalirono alle fonti stesse alle quali il Giovio aveva attinto; e si domanda:—Come avviene che gli storici fiorentini contemporanei, anzi quasi testimoni del fatto, ne ignorano i termini e quando debbono parlarne sono costretti a copiare uno storico forastiero, il quale alla sua volta copia di qua e di là da due autori senza autorità alcuna, e che spesso si contraddicono?—Di qui, per lo meno, il dubbio sull’esattezza del fatto come è narrato dal Giovio e copiato dagli storici fiorentini.

Mettiamo pure, intanto, che la cosa sia allo stato di dubbio. L’Alvisi aggiunge che un commissario del campo in una memoria scritta pel Varchi narra che il capitano Garaus, spagnolo, fu il primo a colpire il Ferruccio, e il Nerli conferma che appunto i capitani del morto principe d’Orange uccisero il Ferruccio in vendetta della morte del loro duce. E questa è la versione ammessa dall’Alvisi (p. 166). Quanto alle altre relazioni che accusano Maramaldo dell’uccisione, si spiegano pensando che il fatto accadde lontano da Pistoia e da Firenze, di notte, nel tumulto della vittoria e con pochi testimoni. Certo il Ferruccio fu condotto al Maramaldo, dove poi fu ucciso dagli uomini del principe; ma l’esser stato condotto innanzi al Maramaldo, dovette in quella confusione far credere che il Maramaldo stesso fosse l’uccisore; per certo in quel tumulto si disse prima, che il Ferruccio fu ucciso per volontà del Maramaldo, essendo stato ammazzato sotto a’ suoi occhi; poi che il Maramaldo lo fece ammazzare, poi che lo ammazzò: ed ecco la leggenda bell’e fatta, tanto che il Callofilo la mette in ottava rima l’anno dopo, e dopo ventidue anni la copia il Giovio. Così l’Alvisi dal dubbio passa ad una certezza positiva, affatto contraria alla leggenda come finora fu narrata ed ammessa.

Cominciamo al rovescio. Prima di tutto la relazione dello Sperino, quella cioè che parla del capitano Garaus e che nel libro dell’Alvisi è il documento 189 (a pag. 167 per errore di stampa è notata 188) è scritta assai tardi. Ma anche fosse scritta un’ora dopo l’eccidio, non fa che confermarlo. Nel testo bisognava riferire l’intero brano della relazione che dice a chiare lettere (p. 413): «Le fanterie del principe ruppero Ferruccio et le sue genti et lo fecero prigione. Et fu ammazzato, secondo la pubblica fama, da Fabritio Marramaldo colonnello napolitano, ma il vero è ch’egli non fu il primo che gli dette, ma un gentil’huomo spagnolo detto Garaus ecc.» O dunque? Lo Sperino conferma la pubblica fama che attribuiva e attribuisce al Maramaldo l’uccisione; solo aggiunge che Maramaldo non fu il primo a ferire. Ma come l’Alvisi non ha visto che le parole dello Sperino cresimavano vero lo sdegnoso detto: «Tu ammazzi un uomo morto»? Tanto è vero, che il Varchi, pel quale lo Sperino scriveva, accusò Maramaldo e inscrisse la frase del commissario morente nella sua storia. Questa relazione dello Sperino torna dunque contro l’assunto dell’Alvisi: diametralmente contro.

Non resta che il Nerli, della cui veridicità non voglio dire quel che il Giannotti scriveva al Varchi. Certo però a quello storico accanitamente mediceo non si poteva chiedere che accusasse apertamente un amico de’ suoi signori forse ancora vivente. Certo è poi che la frase, sulla quale poggia tutto l’edifizio dell’Alvisi, è vaga e scritta in modo che mostra come il Nerli poco si curasse di mettere in chiaro la cosa. Egli accusa gli uomini del principe, e quanto alla causa dell’uccisione non la sa e non la cerca. Qui sopra vedemmo come lo Sperino chiami fanteria del principe quelle che erano sotto gli ordini del Maramaldo. Costui era infatti un uomo del principe che comandava in capo, e la imprecisa frase del Nerli non esclude la versione comune. Ad ogni modo poi il testo dice chiaro che il Nerli o non seppe o trascurò di dire quel che sapeva. Quando narra che gli uomini del principe ammazzarono il Ferruccio «o pel dispiacere della morte del loro signore o per qualsivoglia altra cagione», dice chiaro che a lui non importa punto cercare o dire la precisa verità del fatto.

Ad ogni modo, stabilito così, che, delle testimonianze recate dall’Alvisi in favore della sua tesi, una la contraddice e l’altra è dubbia, o per lo meno sola e vaga, che cosa resta? Restano le molte, esplicite ed attendibili testimonianze che accusano precisamente il Maramaldo. E intanto l’ipotesi (poichè è una ipotesi) fatta dall’Alvisi sulla formazione della voce che sullo stesso campo di battaglia attribuiva al Maramaldo la morte del Ferruccio, non pare che corra tanto liscia. Il fatto avvenne, è vero, lontano da Pistoia o da Firenze, ma tuttavia in mezzo a parecchie migliaia di combattenti. Non era notte, poichè la conclusione del fatto è messa da testimoni di persona tra le ore 20 e le 24, cioè tra le 3 e e le 7 del pomeriggio, e in agosto in quell’ora ci si vede bene.

Non potevano esser pochi i testimoni presenti, poichè, secondo tutte le versioni, da quella del Giovio a quella dell’Alvisi, l’eccidio accadde in piazza, dove certo possono stare parecchie centinaia di persone.

E secondo la versione comune, il Maramaldo, il capitano vittorioso, non poteva esser là solo, o con pochi; mentre, secondo la versione stessa dell’Alvisi, gli uccisori furono parecchi; ed in ogni modo, conoscendo i luoghi, si vede che tutto doveva gravitare intorno alla piazza. E finalmente la confusione della vittoria, per grande che fosse, non potè fare che dal campo, quindici ore dopo la morte del Ferruccio, un segretario del vicelegato di Bologna scrivesse al suo padrone a chiare lettere che Ferruzzo fu morto per mano del signor Fabrizio, senza esser sicuro di quel che diceva, quando il suo stato l’obbligava invece ad assicurarsene gli porgeva insieme la facile maniera di farlo.

Il fatto è che alla frase dello Sperino che ammette la stoccata del Maramaldo ed all’equivoco periodo del Nerli, si possono aggiungere non una, ma parecchie lettere scritte dal campo stesso, poche ore dopo al fatto, le quali concordano tutte nell’affermazione fondamentale: Fabrizio ha ucciso il Ferruccio. A quella di Martino Agrippa segretario del vicelegato di Bologna or ora citata, possono aggiungersi quella del Torelli ambasciatore del duca di Ferrara, che dice: Fabritio Maramao... lo amazzò: quella degli Anziani di Lucca, che dicono lo stesso, la lettera da Lucca, riportata dall’Alvisi al documento 122, dove si dice: Fabrizio di sua mano schannò il Feruzio: quella del Giovio, scritta sei giorni dopo il fatto, ecc. Non concordano nelle ragioni dell’uccisione, ma questo non infirma punto il fatto fondamentale. Anche oggi dopo un omicidio difficilmente si concorda nel designarne la causa, ma ciò non toglie la verità dell’omicidio e la concordia del designare l’assassino. A che si riducono, in faccia a queste affermazioni esplicite di persone che potevano sapere, e, volendo, vedere la cosa, a che si riducono le vaghe espressioni del Nerli? Ahimè, a nulla!

E, per finire, perchè il Maramaldo disse che il Ferruccio morì in battaglia? (pag. 169). Se non l’aveva ucciso lui, o che bisogno aveva di mentire, poichè quella, secondo tutte le versioni, è menzogna?

Stabene che gli storici fiorentini abbiano copiato dal Giovio; ma costui, sei giorni dopo la battaglia e ventidue anni dopo, con le stampe del Torrentino, disse che il Ferruccio era stato ucciso dal Maramaldo. E se variò nei particolari, nelle cause cui attribuì l’effetto, nelle fonti da cui attinse la parte drammatica e accessoria del fatto, sostenne però sempre che il fatto era accaduto a quel modo. Dal Roseo e dal Callofilo tolse parecchie frasi, ma quelle sole che confacevano al suo assunto, o tutt’al più che lo adornavano. Cambiò, variò, ricamò quanto si vuole, ma l’affermazione fondamentale è sempre quella, dal 1530 al 1552.

Gli storici fiorentini copiarono il Giovio, appunto come fanno gli storici anche oggi, e i più valenti. Udite le varie versioni di un atto, accettano quella che più soddisfa al loro criterio storico, aggiungono quel che sanno di più, ragionano o anche sragionano sulle cause e sulle conseguenze, ma, poichè la storia non s’inventa, dicono quel che dissero i predecessori quando quella parve loro la verità.

Per me dunque il libro dell’Alvisi prova e riprova che il commissario Francesco Ferruccio fu ammazzato dal colonnello Fabrizio Maramaldo sulla piazza di Gavinana.

Questo, quanto alla tesi. Non bisogna però dimenticare le gravi questioni storiche che zampillano da questo libro e che l’Alvisi ha esposte e spesso risolute con singolare acume e felicità. La questione della critica dei testi storici fa un passo in questo libro. Le ragioni per cui il Maramaldo uccise il Ferruccio sono messe di nuovo in discussione, per quanto, almeno per me, rimanga immutabile il fatto. La storiella della figlia di Salvestro Aldobrandini che rifiuta sdegnosamente di ballare col Maramaldo è riconosciuta e provata favola, per quanto si siano dipinti anche di bei quadri in proposito. La serie dei documenti che illustrano un periodo di storia italiana importantissimo e la vita di un capitano di gran nome come il Maramaldo, anche dopo il lavoro del De Blasiis, è ricchissima e felice. Insomma, è un bel libro, al quale, come a tutte le produzioni letterarie, drammatiche, storiche, ecc., nuoce la tesi prefissa.

Non si potrà dire che l’amicizia che porto all’Alvisi mi abbia fatto velo agli occhi parlando del suo libro. Mi pare d’essere stato anzi severo come un procuratore del re. Sarò dunque creduto quando dico che, nonostante la tesi, questa nuova opera del giovane storico è importante, ingegnosa e bella.


LES FEMMES QUI TUENT
ET LES FEMMES QUI VOTENT[6]


L’insegnano anche ai bimbi della scoletta che lo struzzo inseguito nasconde la testa sotto l’ala e crede così d’essere al sicuro. Noi, che Linneo ascrisse alla specie homo sapiens e che abbiamo tutte le superbie di una potenza intellettiva senza confronti colle altre specie d’animali, noi facciamo spesso come lo struzzo, e quando un problema terribile c’insegue e ci sta sopra, poichè la nostra imperfezione fisica ci privò delle ali, provvediamo colla massima di masto Raffaele, quella del non te ne incaricare. Alcuni però, più coraggiosi di tutti, non si ricusano ad esaminare da vicino questi problemi e li esaminano minutamente e ci ragionano sopra con tutte le formole della logica e magari con tutte le meticolosità della classica. Questi sono gli audaci, i filosofi insubordinati, i pensatori avidi di novità, gli artisti turbolenti e nemici sfidati della volgarità borghese. Ma se domandate loro la conclusione di tanti studi e di tanti ragionamenti, i nemici della volgarità rispondono per lo più come un caposezione seccato da una pratica o da un sollecitatore: rispondono—Vedremo!.... ci penseremo!..

Di questi problemi poi ce ne sono alcuni che, oltre a scottare come gli altri, sono tanto delicati che non si sa per che verso prenderli. Parlarne senza offendere qualche convinzione, qualche interesse, qualche verecondia vera o copiata dal vero, è quasi impossibile; e anche questo contribuisce a far tacere la gente quando invece bisognerebbe parlare, intendersi e provvedere. Ci si mette poi di mezzo la caricatura, uno dei peggio spauracchi per gli onesti e tranquilli bottegai che pure, tra le frutta e il caffè, consentirebbero a riformare il mondo, od a lasciarlo riformare piano piano, purchè non si danneggiasse il commercio e calassero le tasse. Li hanno tanto messi in cano nella questi gloriosi avanzi della guardia nazionale, che il solo pensiero di essere caricaturabili ancora, li mette in furia come tanti tori davanti ad un drappo rosso. La paura del ridicolo aiuta il silenzio. Un povero marito che parli del divorzio, una moglie che ne ciarli, fanno strizzar l’occhio e sorridere: così il marito e la moglie stanno zitti, e Dio sa se ci sono persone più competenti di loro a parlare di certe cose!

Ma Alessandro Dumas figlio è uno dei pochissimi (si contano sulle dita) che non abbia paura di parlare di queste certe cose, e quando ne parla, non ha pelo sulla lingua. Da noi a proposito di donne che ammazzano, di donne che vogliono votare, di divorzio, insomma a proposito di quistioni femminili, non si sente nessun rumore; solo qua e là salta fuori qualche voce stonata che si perde nel silenzio universale; e sia che le donne in Italia siano troppo avanti o che siano troppo indietro, a vedere le cose così a fior d’acqua, pare d’esser nell’Eden prima del pomo, salvo la divisa. Sotto l’acqua non direi che tutto vada come nel migliore degli Eden possibili, ma insomma il problema femminile non ci sta così pericolosamente addosso come ai nostri vicini di Francia. Là sono costretti a pensarci sul serio, per quanto in riga di soluzione si mantengono ancora al vedremo e ci penseremo. Il Dumas, poi, che passa per uno dei più profondi conoscitori del cuore, del cervello e del cervelletto de ces dames, dal Monsieur Alphonse, dalla Princesse Georges in qua, sgobba assiduamente sull’eterno problema; e dal tuez-la è passato al divorzio, per venire oggi all’ammissione del suffragio civico femminile. C’è in Francia, anzi sopratutto in Francia dove si ride spesso e volentieri, chi sogghigna e mette in caricatura il divorzio, il voto, Dumas, le donne e tutto. Mi ricordo di uno sgorbio del povero Cham, che rappresentava il signor Prudhomme sorpreso dalla moglie in atto di affiggere un manifesto in favore del divorzio, e la testa dell’illustre allievo di Brard e Saint-Omer faceva ridere di cuore. Ma il riso non è una risposta e tanto meno una soluzione. Ora poi, dopo certi strani fatti, dopo la ripetuta applicazione dell’acido solforico per uso esterno contro i tradimenti amatorii e coniugali, a dispetto delle caricature, ci si comincia a pensare davvero. E badate che non è soltanto l’acido solforico che dia da pensare, ma è la soluzione ormai normale di questi drammi scandalosi e sanguinosi, cioè l’impunità e spesso il trionfo del delitto riconosciuto ed assolto dai giurati, approvato ed applaudito dal pubblico. Perchè si arrivi a far di questi dispetti al codice, bisogna proprio che ci sia qualche bestia più grossa del topo nelle viscere della montagna gravida. La ricetta di masto Raffaele comincia a diventare più che ridicola, criminosa.

La prima parte del libro del Dumas, quella che riguarda le donne che ammazzano, lasciamola stare. L’argomento è scabroso, e di cose di questo genere in Italia non se ne può parlare senza che tutti i calvi protestino che son cose da far drizzare i capelli. Siamo intesi che da noi i casi di Maria Bière, di Virginia Dumaine, della signora de Tilly sono impossibili; anzi la critica ha fatto bene a mettere il barbazzale a certi poledri mal domi, richiamandoli allo studio degli esemplari più puri dell’arte nostra, alla impeccabilità di Francesca da Rimini e di Parisina, alla purezza greca di Mirra, Clitennestra, e così sia. Dunque mettiamoci sopra una pietra, lodiamo il cielo di averci fatto nascere in questa terra privilegiata dove Sant’Orso la centuplicherebbe in un’ora il numero delle sue compagne, e tiriamo dritto.

Bisogna però fermarci a sentire alcune parole che sembrano staccate da un libro italiano, tanto calzano bene alle nostre quistioni letterarie interne. «Quando si dice ad una società—bada! se continui nei tali e tali errori, provocherai la tale e la tal’altra catastrofe—per questa società che non vuol riconoscere i suoi torti, si diventa la stessa causa della catastrofe nel giorno in cui si produce. La Chiesa cattolica seguita a dirci che sono le passioni abbominevoli e i detestabili consigli di Lutero che han fatto tanto male al cattolicismo, e scorda di ricordarsi o di cercare le cause che produssero Lutero e resero necessaria la Riforma. I difensori della monarchia di diritto divino e delle tradizioni feudali ci dicono che lo spirito diabolico di Voltaire o degli Enciclopedisti produsse la rivoluzione e gli eccessi del secolo XVIII, ma si guardano bene di riconoscere e di confessare i fatti che suscitarono gli attacchi di Voltaire e della Enciclopedia. Lo stesso avviene in letteratura. Sono gli scrittori che scrivono contro i costumi scostumati del loro tempo, che demoralizzano il tempo loro. Si comincia dal pretendere che il male di cui parlano non esiste: poi, quando è conosciuto, si dice che l’hanno fatto nascere i loro scritti e finalmente, quando cresce a vista d’occhio, si conclude che è meglio tacere».

E più avanti: «Non ammettiamo, come tutti quelli che se la prendono con gli effetti invece di prenderla con la cause, non ammettiamo dunque che la letteratura abbia il menomo effetto sui costumi. Mentre la corruzione del secolo XVIII è dipinta in Manon Lescaut, il bisogno d’ideali, che domina tutte le società, qualunque sia il numero del secolo, si traduce in Paolo e Virginia. Si piange per Manon, si piange per Virginia, ma non si diventa nè migliori nè peggiori. Si hanno due termini di confronto e due capilavori di più; ecco la verità, ecco il beneficio per l’umanità che pensa. Tuttavia, se la letteratura dei drammi e dei romanzi è incapace di produrre un movimento d’idee o di farle nascere, è capace però, con la maggiore o minore commozione che produce trattando certi soggetti, di far vedere e di constatare dove siano arrivate le idee nel loro movimento naturale, e la via percorsa fin da una data epoca, e l’imminenza di certi pericoli, e la necessità di certe preoccupazioni, di certi studi, di certi sforzi....»—Oh! ben ruggito, leone!

Ma s’è detto di metterci una pietra sopra, e mettiamocela.

La quistione del voto femminile non è nuova. Quattrocento dodici anni prima di Cristo, Lisistrata, Calonice, Mirrina e Lampito, in pieno teatro, nella civile Atene, ed in una scabrosissima commedia d’Aristofane, congiuravano già per strappare le redini dello Stato dalle mani dei mariti. Degli anni ne son passati parecchi, il mondo crede di aver progredito tanto, che la commedia, che allora si recitava in pubblico, si legge ora a porte chiuse; eppure la quistione non ha fatto un passo, le donne non hanno troppa fretta e i giornali che fanno propaganda gridano con Lisistrata disillusi e scontenti: «Ah, se fossero state invece invitate alla festa di Bacco, di Pane, di Venere Coliade o delle genetillidi, le vie sarebbero ingombre!»—E perchè? Il Dumas ce lo dice. Prima di tutto, ci sono le donne felici e soddisfatte del presente organismo sociale e civile, che non hanno nessun desiderio di cambiare. Poi ci sono le astute, che sanno girare gli ostacoli e menar gli uomini pel naso meglio col sorriso che col voto. C’è la massa delle donne abbrutite nel lavoro della campagna o della città, che ha ben altro da pensare che al deputato. Ci sono le donne devote e pie, per le quali tutti questi ingranaggi costituzionali sono invenzioni diaboliche. Ci sono le timide, le scoraggiate, le rassegnate, tutta gente che non cura o sfugge l’agitazione, teme il ridicolo, vive più volentieri all’ombra che al sole. Restano poche donne a far chiasso pel voto, e siccome le donne, anche in poche, sanno far chiasso per molte, paiono un esercito e non sono che un gruppo di tamburi e di trombe. Il che vuol dire che l’invocato voto delle signore è ancora lontano; i deputati brutti possono per ora dormire tranquilli.

Senza dubbio, la legislazione, in quel che riguarda i rapporti della donna coll’uomo e collo Stato, è destinata a molti cambiamenti futuri, prossimi o remoti. Senza dubbio la signora libertina Auclert ha mille ragioni quando protesta che pagando le tasse ha anche il diritto di intervenir per mezzo di rappresentante alla votazione dei bilanci nella quale si dispone del denaro suo. Votano tanti imbecilli; perchè le donne, che possono aver più giudizio, non voteranno e meglio? Tanto gli esempi di illuminata saggezza fornitici dagli elettori non sono tali che le nostre donne non ne possono dare dei migliori!

Ma il ridicolo è là che impedisce all’idea di progredire e di farsi largo tra le interessante. Vedete voi le elettrici accusate di preferire il deputato bruno al biondo, il consigliere magro al grasso, il sindaco bello al sindaco brutto? Le donne, che sanno adoperare tanto bene il ridicolo, ne hanno poi una paura terribile, e gli uomini, che lo sanno, se ne giovano. Quando le donne voteranno, non è da credere che cessino i colpi di revolver o gli spruzzi di acido solforico, ma è da sperar bene di loro, perchè avranno avuto tanta forza d’animo da superare il timore della canzonatura, e di noi, perchè nel votare adopreremo più giudizio. Ma per ora..., via, noi non abbiamo abbastanza serietà e le donne non hanno abbastanza coraggio.

Il peggio è che questa riforma elettorale non si può fare col metodo italiano, così alla chetichella, sotto la cappa e fingendo di chiudere un occhio, come abbiamo fatto in altri imbrogli. Il signor Laveleye, illustre economista belga, era in Italia nel 1878 e 79 a studiare parecchie cose, fra le quali l’ordinamento scolastico. A Bologna vide tre ragazze all’Università e seppe che studiavano medicina o letteratura. Egli chiese allora quali leggi esistessero in proposito, e con meraviglia sentì rispondersi nessuna. Quelle brave ragazze avevano percorso gli altri stadi d’insegnamento prescritti dalla legge per essere ammessi all’Università, erano in regola, e non c’era ragione di respingerle per la sola ragione che portano le gonnelle e non i calzoni.

Il Laveleye stupiva allora dello spirito pratico di noi italiani che senza chiasso e senza leggi nuove avevamo risolto un problema intorno al quale nel Belgio si suda da molto tempo, si chiacchera, si grida e non si risolve niente. A dir vero, il nostro merito non è forse così grande come parve al bravo economista, e la pigrizia a provvedere o la paura di stuzzicare un vespaio possono aver contribuito molto a lasciar fare come se nulla fosse: ma il voto alle donne non si può dare a questo modo, il chiasso ci deve essere, le satire, le caricature, le canzonette, le farse e le commedie non possono mancare; ed è questa paura di scandali che terrà indietro per un buon pezzo il coronamento dei voti dell’onorevole Salvatore Morelli.

Per ora dunque, in questa parte, il libro del Dumas avrà poco effetto, ed il signor Giuseppe Prudhomme, l’illustre allievo di Brard e Saint-Omer, sogghignerà compassionevolmente e dirà:—Oh, i paradossi!—Oh, ben ragliato, Prudhomme!