LE RICORDANZE DEL SETTEMBRINI


Non è più un libro nuovissimo, ma ancora è nuovo.

Non è molto, rendendo conto ai lettori delle Memorie di un deportato, notavamo che il segreto della fortuna di questi libri sta nella ingenuità della narrazione. Quando una autobiografia lascia scorgere un fine polemico, secca il lettore e dura poco. Una prova basta per tutte. Vedete l’autobiografia del Dupré. Tutta la prima metà del volume, dove l’illustre scultore narra ingenuamente le fatiche sostenute per arrivare, si legge con piacere sempre crescente; ma quando egli è arrivato alla fama ed all’agiatezza, quando all’ansia dei tentativi, al caldo delle battaglie, succedono le discussioni estetiche ed i precetti artistici, l’interesse del volume diminuisce. Gli sforzi e la perseveranza del povero intagliatore sono raccontati più pianamente, più bonariamente che non la massima ed i criteri del professore. I precetti artistici, per quanto buoni, nociono al libro. Da Benvenuto Cellini a Massimo d’Azeglio l’arte di parer senz’arte, la furberia di parer senza furberia, furono il segreto del trionfo per gli autobiografi.

Una prova ce l’offre anche il Settembrini in queste sue Ricordanze, che rimarranno nel cuore degli Italiani finchè rimarrà l’Italia. Un libro polemico non avrebbe prodotto un decimo dell’effetto che queste tranquille pagine producono. Il Settembrini non ci fa mai vedere qual merito ci fosse in lui sostenendo il martirio. Un retore vano, un parlamentare militante non avrebbero mancato di mettere in bella vista il sacrificio e di circondarlo di una aureola di apostrofi e di professione di fede, ma il Settembrini non trae mai vanto dalle sue catene.

A leggerlo, pare che l’essere condannati a morte od all’ergastolo fosse la cosa più naturale del mondo, che ogni buon galantuomo a quei tempi dovesse trovarsi nello stesso caso. Non era di quelli che saliti sui rostri mostrano ai comizi i lividi delle catene o le cicatrici delle ferite, chiedendo una ricompensa. Egli narra, senza mostrare di credere che il racconto dei suoi casi sia la testimonianza della sua gloria. Non si vanta mai d’aver durato nella sua fede anche sotto la mannaia. Non ci pensa nemmeno, e mentre il lettore rimane colpito, ammirato di tanta modesta virtù, l’ingenuo autore non se ne accorge, e sembra che dopo tanti anni badi ancora a contendere la sua testa al pubblico accusatore. Egli non si vanta: nella ingenuità sua si difende ancora!

Il Settembrini non soffrì meno di Silvio Pellico. L’educazione e la coltura era tale in tutti e due da rendere più dura la pena, e la pena non fu meno grave per l’uno che per l’altro.

Pure, come la sopportarono diversamente! E come la differenza è tutta in vantaggio del Settembrini!

Il Pellico dalla sventura è fatto cadere nelle debolezze di una religiosità che diventa volentieri bigottismo. La sua ragione si accascia, il suo carattere non trova in sè l’energia necessaria per sopportare il dolore.

Ricorre quindi ad una anestetico, la divozione.

Infatti è fuori di dubbio che l’allucinazione religiosa rende meno sensibili al dolore. Quando le sofferenze vengono dalla misericordia di Dio e si credono esercizio necessario per diventar degni di un premio futuro ed eterno, quando ogni strazio accresce i meriti ed ogni puntura avvicina il paziente al paradiso, la rassegnazione non è più virtù: rimane rimedio contro il dolore, ma è l’egoismo che si maschera da rassegnazione.

L’anacoreta che crede si macera, è un egoista che rinuncia a poche gioie terrene per acquistarne molte e migliori nell’avvenire. Soffrire, certi che un premio seguirà alle sofferenze, non è virtù, come non è virtù digiunare al mattino per mangiar meglio a pranzo.

Così la rassegnazione cattolica del Pellico non è virtù, ed il merito dell’aver sofferto diminuisce in lui sapendo che da quelle sofferenze attendeva una ricompensa. Certo poi la sua conversione non testimonia della fortezza del suo carattere, appunto come non sarebbe forte il cattolico che caduto in mano di Turchi si lasciasse circoncidere.

Ma il Settembrini, tutt’altro che irreligioso, non si accasciò a quel modo. Non credette degno di sè di cercare un cloroformismo nelle pratiche superstiziose di una divozione volgare. Il suo dolore lo portò solo, non cercò Cireneo per la sua croce. Rimase quel che era prima, nessuna delle sue convinzioni politiche e religiose mutò nella sventura; e questa è la costanza, la fortezza, la virtù vera. Non bestemmiò, ma cantò inni; non imprecò, ma nemmeno benedisse. Nelle sozzure della galera non levò superbamente la testa, ma non la inchinò mai; esempio vero di virtù vera e modesta, che non aspetta premi nè in terra nè in cielo, che fa il proprio dovere perchè è dovere e nient’altro. È tanto vero, che, leggendo, le Ricordanze, qualche volta il Settembrini fa invidia e si vorrebbe essere stati al suo posto per fare quel ch’egli fece. Leggendo Le mie prigioni, si può compiangere ma non invidiare.

S’aggiunga poi che certe torture dovettero essere più strazianti al Settembrini che al Pellico. Questi era celibe e la famiglia sua non aveva bisogno di lui: anzi egli la lasciava in una modesta agiatezza ed al sicuro dalle persecuzioni della polizia. Certo il pensiero della famiglia lontana doveva essergli doloroso, ma quanto più doloroso doveva essere al Settembrini, che lasciava, nel bisogno forse, la moglie e due piccoli figliuoli sotto gli artigli della feroce polizia borbonica! Il dolore del figlio che perde il padre non può essere paragonato allo strazio del padre che perde il figlio. L’amor figliale e fraterno sono in natura molto meno vivi dell’amor paterno, che sta forse più in alto nella scala degli affetti umani. Chi per sua disgrazia ha sofferto in tutte e due queste affezioni ne può far fede: ora gli affetti furono più dolorosamente feriti nel Settembrini che nel Pellico.

La semplicità stessa della esposizione, l’arte, insomma, ci sembra migliore nel napoletano che nel saluzzese. A nessuno infatti sarà sfuggito l’intento insegnativo che dirige la narrazione del Pellico. La sua non è una narrazione spassionata e serena, poichè egli si vuoi far vedere come la fede sostenga nella sventura. Ogni episodio doloroso finisce con una consolazione religiosa. Massimo d’Azeglio parla spesso con una certa affettuosa compassione di suo fratello gesuita, eppure quella figura nera non lascia la sua tinta nemmeno sopra un paragrafo di ricordi. Il Pellico, invece, non parla del fratello gesuita e ad ogni pagina che voltiamo ci sembra di doverlo trovare. E c’è qualche cosa della compagnia di Gesù in quelle digressioni dolciastre, in quegli entusiasmi di riflessioni, in quelle aspirazioni da Filotea che interrompono di tratto in tratto la narrazione del Pellico. Si vede uno che narra con un perchè, con una intenzione; e il lettore, che se ne accorge, diffida, perchè sa che gli storici che scrivono per sostenere una tesi debbono esser creduti con cautela. E questo è un difetto d’arte che nuoce all’effetto del libro.

Nel Settembrini, per contro, vediamo da capo a fondo una bonomia, una tale mancanza di malizia, che qualche volta fa sorridere della ingenuità dell’autore, ma che ottiene maggiore effetto in quanto ci è arra di sincerità. Anche quando lascia per poco di raccontare e si allunga in certe digressioni politiche che sono a mille miglia dalle idee di questo giornale, dobbiamo riconoscere e riconosciamo uno che parla come la sente, secondo la sua convinzione, e leggiamo senza diffidenza, perchè ci accorgiamo subito che l’autore non tira a convertirci e che espone le sue idee senza fare un libro di polemica moderata. L’effetto è dunque tanto maggiore in quanto vediamo più chiaro il suggello della sincerità. L’arte del Settembrini è dunque migliore di quella del Pellico.

Or abbiamo visto incitare pubblicamente lo Spaventa, uno dei superstiti di quel martirio glorioso, a completare ed a finire l’opera del Settembrini. Ebbene, anche noi ci uniamo cordialmente agli incitatori. È desiderabile per la gloria del nostro paese che quel racconto sia completo; e sperando che questo desiderio, non nostro, ma di tutti, possa essere soddisfatto, concluderemo esprimendo la speranza che il futuro libro racconti e non discuta, dica i fatti e non combatta per un partito, qualunque sia. Lo speriamo per l’arte, e speriamo che il continuatore del Settembrini sia persuaso che in certi casi convince più una narrazione tranquilla che un ragionamento tirato a fil di logica. I fatti hanno sempre avuto più forza che le parole.


NUOVA CORRISPONDENZA
DI SAINTE-BEUVE


Non è molto, a proposito di un lavoro quasi puerile di Giacomo Leopardi, dato in luce con la certezza che l’autore vivo ricorrerebbe subito subito ai tribunali contro chi l’ha messo alla berlina, così, esprimevo il dubbio che queste pubblicazioni giovassero a far conoscere intimamente gli autori assai meno di quello che la nostra curiosità vorrebbe farci credere per sua scusa. Potevo domandare che cosa abbiano aggiunto di utile alle nostre cognizioni intorno al Sainte-Beuve quelle pettegole pubblicazioni dell’anno passato che ricordiamo tutti. Che importa alla critica se il vecchio senatore francese espiava i peccati di gioventù sotto lo verula di qualche servaccia o tra le ugne delle donnacce più grossolane e più vili di Francia? Le fine cesellature dell’artista di gusto non si risentirono mai della volgarità degli istinti del senatore. C’è un abisso tra l’uomo e il letterato, ed il conoscere tutte le debolezze del primo non ci svela un punto, non ci spiega un atomo del secondo.

Infatti molti, quasi tutti gli artisti d’ingegno e fantasia potente, sembrano avere due anime in un corpo solo, due anime che non hanno nulla di comune tra di loro. Il Machiavelli vecchio e relegato in campagna, s’ingaglioffa, come dice lui, con un beccaio, un mugnaio e due fornaciai, e giuoca con loro combattendo per un quattrino con urli e parolacce da osteria; il Varchi nell’Ercolano ci dice di più, che il Segretario fiorentino all’intelligenza dei governi e delle cose del mondo non seppe aggiungere la gravità della vita. Eppure, quando il relegato sentiva d’essersi incanagliato abbastanza, tornava a casa, rivestiva i panni curiali e la toga d’ambasciatore, e scriveva il Principe e le Deche. Sembra che egli avesse la facoltà di sdoppiarsi, di cambiar l’anima come il vestito. Alfredo de Musset ebbe la stessa facoltà. Da molti anni frequentava un caffè dove cedeva alle tentazioni della sirena verde, l’assenzio; e bevendo lentamente, osservava con interesse le mosse di due giocatori di scacchi. I giocatori si erano abituati da molto tempo a questo osservatore muto, che passava lunghe ore assorto nella contemplazione delle torri e dei cavalli, quando un giorno, ad un colpo contestato, lo presero per giudice e seppero con meraviglia che non conosceva nemmeno le mosse delle pedine; non sapeva giocare, ed imparò soltanto negli ultimi anni della sua vita. Il poeta, avvelenato dall’aria graveolente del caffè e dall’alcool tinto di verde, tornava a casa con la testa pesante, gli occhi torbidi, la lingua impacciata, e faceva accendere tutte le candele nella sua camera, si vestiva come per andare a veglia, e così vestito sentiva anch’egli l’anima che si sdoppiava, sentiva e scriveva quei versi splendidi che sono una delle più belle glorie della Francia.

Ma senza ricorrere a questi e ad altri celebri esempi, chi è lo scrittore che nell’atto di pensare e di tradurre il pensiero in parole, non si senta diverso dal solito, non provi il sentimento della presenza di qualche cosa di nuovo, di strano? Durante questa eccitazione d’ingegno, l’artista si sente un altro uomo, ed i suoi pensieri si ricollegano, non già con quelli più recenti della vita normale, ma con quelli più lontani dell’ultima eccitazione simile. C’è un uomo nell’uomo, una vita nella vita, e le operazioni dell’ingegno e della coscienza nei due differenti stati sono completamente indipendenti per conoscere quindi con precisione quel che ha fatto il Sainte-Beuve la domenica, non serve affatto a spiegare quel che ha scritto il lunedì.

Certo non dico questo in senso assoluto, ma tuttavia si può affermare che la metà delle ricerche biografiche sono inutili e solo buone a contentare la nostra curiosità. Ammetto, anzi invoco la stampa degli epistolari, ma fatta con criterio e non ciecamente; ammetto che si stampino le lettere di qualche importanza, non tutti i brandelli di carta scritta che si trovano nel cestino. Guardate l’ultimo volume della corrispondenza appunto del Sainte-Beuve, stampato dal Lèvy, e dite se non ho ragione. Quattrocento cinquanta pagine potrebbero esser ridotte a cento: e forse cento sarebbero troppe. Che cosa giovano anche alla biografia del celebre critico tutte quelle insulse lettere di ringraziamento per l’invio di libercoli, di articoli e di volumi? Non è carta sciupata a stamparle e tempo perso a leggerle? Ma no; de’ grandi uomini bisogna conoscer tutto, anche quello che non importa; ecco la perpetua scusa dei pubblicatori di inanità e di sgorbi.

Tra le poche lettere importanti sono da leggere le prime, dirette all’abate Barbe. Si è voluto dire che Sainte-Beuve fosse un ateo della più bell’acqua, e tutti ricordano le alte grida, le chiacchere maligne e le bugie dalle gambe corte a proposito dei pranzi del venerdì santo. Si è saputo poi, che mentre a Losanna lo volevano convertire al calvinismo, dal fondo della sua provincia nativa e da carissime persone gli venivano esortazioni vivissime per una conversione al cattolicismo. Il critico si difese con molto spirito dalle accuse e dai tentativi, ma tutte le volte che fu costretto a parlare di queste gravi questioni, disse e non disse, motteggiò, girò alla larga, e nessuno seppe con certezza quali fossero le convinzioni della sua coscienza. Nelle lettere al Barbe troviamo, se non la spiegazione evidente dell’enimma, almeno una luce sufficiente per vedere qualche cosa nel buio di quell’anima chiusa. Il Sainte-Beuve non fu che un epicureo.

Il secondo Impero, che ha avuto tanti nemici letterari e grandissimi, non giunse a metter dalla sua che i tre più noti epicurei dell’epoca, il Sainte-Beuve, il Mérimée e Teofilo Gautier. Tutti gli artisti che si sentivano dentro un po’ di fede, una credenza qualunque, furono di quella opposizione letteraria che cominciò dai Châtiments e finì alla Lanterne, contribuendo non poco alla catastrofe dei Napoleonidi. L’Impero aveva la coscienza di questo suo isolamento letterario e faceva di quando in quando dei tentativi, come la commissione del Songe d’Auguste data ad Alfredo de Musset; ma le feste di Compiègne, se poterono tentare qualche amatore della vita dorata, se poterono far vestire l’abito di Corte a qualche letterato curioso e facile, non riuscirono a fermare nell’orbita imperiale nessun uomo d’ingegno grande, al di fuori dei tre epicurei ricordati. Era proprio una fatalità che perseguitava l’Impero, una labe di peccato originale che non si poteva cancellare, come la macchia nelle mani di lady Macbeth. Inutilmente si sostenevano coll’opra e col consiglio le idee più grandi, le imprese più simpatiche, inutilmente, contro la fiumana della corruzione si cercavano ripari in un cattolicismo stretto, in una protezione pericolosa del Papa, in una rigidità spagnuola di pratiche religiose: tutti diffidavano, e i letterati più di tutti. Così l’Impero non poteva offrire ai suoi se non le soddisfazioni che sono procurate dall’agiatezza, e con i soli epicurei cedevano alla tentazione e varcavano la porta del Senato.

Il Sainte-Beuve, che era passato per la Restaurazione, pel regno degli Orléans e per la repubblica senza commoversi troppo, non ebbe nessuna difficoltà a darsi all’Impero. Non aveva convinzioni profonde e non aveva legami anteriori. Le sue stesse lettere al Barbe, scritte le prime appena uscito dalla piccola città nativa ed in piena Restaurazione, ci mostrano un giovane che di certe cose non si occupa, che sfugge con eguale cura dalla conversazione e dalla apostasia e, quando deve parlare di cose religiose coll’amico sacerdote, si sente manifestamente seccato. Nella seconda lettera narra abbastanza freddamente di trovar qualche conforto nella religione, ma nella terza comincia già a ragionare sulla Rivoluzione. Egli leggeva tutte le memorie contemporanee che narrano quel periodo di storia francese, e sorpreso di trovare tante contraddizioni tra i testimoni oculari di un medesimo fatto, domanda:—Ma se pei fatti pubblici ed ostensibili c’è tanta oscurità, che sarà poi quando si tratta di cause oscure e nascoste? Ed ecco i primi sintomi di quel criticismo che trae a discutere tutto, a ragionare su tutto, e conduce poi alla negazione degli eterodossi. Quando si comincia a discutere, la fede è già scomparsa, e non c’è altro riposo che nella negazione assoluta degli atei o nella indifferenza pigra che i dubbi intimi sono troppo tormentosi e deliberò di non pensarci più. A questo modo, senza negare, e senza credere, fuggendo accuratamente il pericolo di doversi spiegare o cogli altri o colla propria coscienza, attraversò senza scosse e senza seccature uno dei periodi più agitati per le coscienze e navigò fra il Sansimonismo e Montelembert, in vista a tutti due, ma senza toccarli e senza naufragarci sopra. Non c’era bisogno delle ciniche rivelazioni del signor Pons (Sainte-Beuve et ses inconnues) per capire che il carattere dell’illustre critico lasciava molto a desiderare. Anche da quest’ultimo volume di lettere si capisce bene; anche dalle prime lettere al Barbe. La facilità di accomodarsi al carattere degli altri che l’amor proprio fa credere furberia e che nei critici passa come facoltà di immedesimarsi con gli autori dei quali si rende conto, fece già passare al Sainte-Beuve un brutto quarto d’ora quando, a proposito del Ballanche, gli lasciò fare un articolo codino. Egli ha scritto: «Scrivendo questo articolo e per essere più sicuro di intendere come bisognava un autore eminente ma difficile, avevo pensato prima di tutto a mettermi nel punto di vista dell’autore stesso ed a considerarlo, come si dice oggi, nel suo ambiente. Per un momento m’ero trasportato nella sua società, nella regione delle idee e delle opinioni che egli aveva attraversato: m’ero come trasformato in lui. Questo è sempre stato il mio metodo di critica... Ora, facendo così pel Ballanche, avvenne, senza ch’io ci pensassi, di aver violentemente urtato gli uomini che giudicavano il 1815, i Borboni, la Convenzione e il regicidio da un altro punto di vista che il suo e con sentimenti contrari[4]». Ebbene, tra questi che giudicavano la rivoluzione e la reazione da un punto di vista diverso da quello del Ballanche, c’era lo stesso Sainte-Beuve, il quale, per la facilità di accomodarsi ai caratteri altrui e di trasformarsi quindi negli autori di cui parlava, fece, senza avvedersene, come egli stesso confessa, un articolo contrario alle proprie opinioni. Bisogna convenire che questa facoltà di trasformazione intima, la quale fa scrivere così ingenuamente la propria condanna e persuade ad un incredulo di scrivere ad un prete lettere untuose e umide d’acqua santa per accomodarsi alle convinzioni altrui, è una facoltà molto pericolosa e poco invidiabile. Il Sainte-Beuve scrive all’amico Barbe: «Sento spesso un gran vuoto, dei grandi sconforti d’anima, noie e desideri. Senza fallo c’entrano per qualche cosa i dubbi religiosi e, benchè questo stato del mio spirito dipenda da altre cause quasi impossibili ad analizzare, le questioni grandi ed eterne c’entrano spesso». Le altre cause impossibili ad analizzare erano le frequentatrici del Palais-Royal. Non importava certo confessarlo all’amico sacerdote, ma non importava nemmeno adattarsi tanto al suo carattere di canzonarlo a quel modo, dandogli a credere che nelle noie e nei desideri del giovinotto vizioso c’entrassero anche le questioni grandi ed eterne.

È strano che mentre la morte aggiunge sempre alla fama dei grandi scrittori, il Sainte-Beuve, che fu veramente uno de’ principali scrittori di quest’epoca, abbia avuto dalla morte piuttosto detrimento che vantaggio. E il detrimento lo ha avuto appunto da queste pubblicazioni e rivelazioni postume, che lo hanno fatto vedere troppo da vicino ed hanno fatto conoscere a tutti le sue debolezze di carattere, qualche volta odiose. Le aspirazioni malaticce di Joseph Delorme sono apparse sotto un brutto aspetto dopo gli scandali del Livre d’amour, contro il quale alzò giustamente la voce irritata Alfonso Karr. È già delitto insidiare la moglie dell’amico, ma il Sainte-Beuve fece peggio pubblicando un disonore, infamando una donna, senza nessuna ragione, pel solo gusto di stampare un centinaio di sonetti che il Karr battezza mediocri. La qualità della persona offesa e la bruttezza dell’atto peseranno sempre sulla memoria del critico. I rivelatori, i pubblicatori di brandelli di carta strappata hanno appeso alle Gemonie la fama dello scrittore e ci rimarrà finchè il nome di Sainte-Beuve sarà vivo nella storia letteraria.

Ma se le pubblicazioni pettegole hanno nociuto alla fama del Sainte-Beuve, che cosa ci abbiamo guadagnato noi, pei quali si fanno queste pubblicazioni? Che conferma ha avuto l’assioma che si bandisce dai tetti a scusa delle indiscrezioni, che cioè bisogna conoscer gli uomini grandi in tutto, anche nelle minime azioni della vita, anche nelle loro debolezze, per intenderli bene? Il Sainte-Beuve, egoista raffinato, scettico e qualche volta cinico, fa una critica che porta senza dubbio un suggello di originalità, ma nella quale l’io, la personalità superba di chi ha coscienza delle proprie forze, scompare affatto. Lo scettico scrive degli articoli come quello pel Ballanche; e il cinico, che razzola i suoi piaceri giù nelle sozzure del fango, fa l’apoteosi del rigido giansenismo nella storia di Port-Royal, scrive alcuni volumi di versi dove forse la raffinatezza del gusto nuoce alla forza che ha sempre in sè qualche cosa di ruvido. L’epicureo incorreggibile dai gusti volgari scrive il romanzo Volupté, dove la parola più arrischiata è appunto il titolo, dove c’è uno sforzo continuo di sublimare, di vaporizzare la passione tanto che non rimanga più nulla in lei di fisico e di materiale. Il sibarita grossolano, che per non sentire una piega nel letto di rose dormiva in cucina e ruzzolava da Margherita Devaquez alla Manchotte, il pigro che non avrebbe rinunciato ad un’ora d’ozio o ad un quarto d’ora di piacere per la corona di Francia, l’incredulo che non sapeva rispondere ai tentativi di conversione se non con la ironia e con l’equivoco, ci dipinge un eroe delicatissimo: pronto al sacrificio e pieno di fede sino a finir missionario dopo un disinganno. L’autore non è l’uomo, ed ecco un altro caso di anima doppia, dove i fatti della vita esterna non solo non spiegano le opere dell’ingegno, ma le oscurano e le sfigurano. Il Pons cominciava le sue indiscrezioni dicendo: «Per chi vuol conoscere a fondo un uomo, ogni cosa è fonte di errore e di inganno: le apparenze, le abitudini, le opinioni, i discorsi, le azioni stesse che sono spesso in senso inverso del mobile loro. Solo una cosa non inganna, ed è la scienza della passione padrone e dominante, quando si è arrivati ad afferrare la molla segreta che muove ciascuno». Ebbene, che cosa ha spiegato la scienza delle passionacce di Sainte-Beuve? Non è in contraddizione anch’essa con l’opera del critico, come le apparenze, le abitudini e le azioni? Che cosa ha giovato alla conoscenza intima dell’ingegno del critico, alla conoscenza dei modi di agire della sua intelligenza, questa pubblicazione ultima di biglietti senza importanza, scritti per obbligo di educazione, col pensiero altrove e brontolando forse contro la seccatura.

Mi pare quindi che il magnifico assioma che pretende di scusare tante pubblicazioni indiscrete o di giustificarne tante altre inutilissime, sia da guardare un po’ più da vicino. Se questo stato di curiosità morbosa non cessa, i poveri letterati saranno ridotti a scriver lettere come Cicerone e i Ciceroniani, vale a dire pesando i termini e limitando le frasi di un invito a pranzo come le terzine di un sonetto. E se questo accade, chi è da compiangere non sono i letterati, ma il pubblico.


[LA TOSCANA E L’ORIENTE]


Non mancano romanzi ed appendici di giornali a coloro che nella lettura cercano una distrazione. Pochi sono che non rabbrividiscono alla vista di un volume in quarto, a due colonne in più che cinquecento pagine fitte di documenti. Eccovi uno di quei volumi, ma non rabbrividite. Sono i documenti delle relazioni tra le città toscane e l’Oriente, raccolti da Giuseppe Müller e splendidamente impressi dai Cellini di Firenze.

Le Crociate! Che slancio di fede, che rifioritura della speranza nel martirio! Entrarono in parossismo tutti gli istinti cattolici e cavallereschi del medio evo, e Pietro l’Eremita e Goffredo di Buglione desiderarono morire per la Croce. Le istituzioni feudali trovarono quel che cominciava a mancare, uno sbocco per gli entusiasmi, un dominio pei cadetti. Dio lo vuole! e i cavalieri s’imbarcano sulle galee pisane, venete, genovesi, e la febbre cristiana per la conquista del Sepolcro riceve più tardi la sanzione della poesia. I Pisani recano sulle galee tanto delle terra benedetta da poterci seppellir sotto i loro morti ed edificar sopra il meraviglioso Camposanto. Tutta quell’epoca nella tradizione, e nella storia, secondo il Cantù, sembra una nuova primavera della fede.

Sembra. I documenti toscani sono proprio il rovescio della Gerusalemme liberata.

Certo le repubbliche italiane erano profondamente religiose. Le istituzioni, gli edifici, la storia ce lo attestano. Ma erano religiose all’italiana, con un pizzico di scetticismo di quando in quando, e con molte impertinenze pei preti e pei frati. Si poteva esser cattolici e guelfi come i fiorentini, e metter la briglia ai chierici e domarli se recalcitranti, come nei molti Consigli dal 1281 in poi. Si poteva essere cattolici e ghibellini come Dante, e lodar Dio dicendo corna del Papa. Il Boccaccio mostra più intimo questo miscuglio di religione e d’irriverenza, che nei letterati finì poi in una rinnovazione artificiale del paganesimo. Certo le repubbliche italiane erano religiose, ma erano anche repubbliche di mercanti. Le Crociate erano certo una santa e meritoria impresa, ma se non fosse tornato conto il prestar le galee ai ferventi cavalieri, i repubblicani, religiosi ma furbi, non ne avrebbero prestato nemmeno una. Tutto il contegno di costoro dice che essi veggono come liberando il Sepolcro si possano stabilire fattorie in Siria e sia possibile acquistare il paradiso all’altro mondo facendo masserizie in questo. Così adunano flotte e combattono a Tolemaide, a Tiro, a Giaffa, dappertutto dove c’è un porto da aprire alla religione di Cristo ed alla ragione del commercio loro.

I documenti toscani non potevano far meglio vedere questa doppia direzione delle repubbliche italiane in quei tempi. Nei trattati dei Pisani specialmente, ritroviamo un curioso ed ingenuo miscuglio di cose sacre e profane, una specie di identità tra la religione e l’interesse, da far venire la pelle d’oca a tutti quelli uomini buoni ed a quei poeti romantici che credono alla ideale purità della fede d’una volta. Gli imperatori di Costantinopoli, cristiani della fede loro, cominciarono ad essere seccati da tutti questi paladini della fede che passavano sulle loro terre o navigavano lungo le loro coste. Di qui una serie di battaglie e di piraterie tra i successori di Costantino e i benedetti dai pontefici, che finirono secondo il solito, cioè con la sconfitta di chi ha meno forza, se non meno ragione. Dopo una di queste lotte, i Pisani, nel 1111, fecero un trattato coll’imperatore Alessio Comneno, dove si vede chiaro il pasticcio tra la religione e l’interesse; dove si trovano insieme donazioni alle chiese, esenzioni d’imposte, libertà di trasportare pellegrini o mercanzie, godimenti di posti distinti in S. Sofia o nell’Ippodromo, e simili curiose mescolanze. Chi tiene il primo posto in questi trattati e nella direzione generale della politica repubblicana? Queste città libere sono più religiose che commercianti, o più commercianti che religiose?

Veramente, se si bada ai documenti, pare che la religione non fosse la più favorita. I Crociati, figli di una società feudale, conquistando la Siria vi trapiantarono le istituzioni loro. Ogni città, ogni castello ebbe il suo signore con diritto di alta e bassa giustizia, soggetto soltanto al re in teoria. Qua e là però, qualche barone più forte, qualche re più ambizioso, rompevano l’equilibrio dei piccoli feudi e cercavano di dominare. Naturalmente le colonie repubblicane non trovavano il loro conto in questo concentramento di potere e reagivano con poco gusto della religione. Nel 1197 i Pisani, in una di queste turbolenze, assalgono e feriscono persino i pellegrini. Resistono tenacemente anche i vescovi intinti di rapacità feudale e lottano senza scrupoli contro quello di Accone (Tolomaide) pei privilegi di una loro chiesa. Contro alla potenza guelfa sono sempre ghibellini, contro la prepotenza feudale sono sempre repubblicani. E nello stesso tempo che si dibattono contro la pressione del fisco regio o imperiale e lottano con tutti i mezzi contro ai dazi ed alle tariffe per la conservazione dei loro privilegi sociali, continuano le battaglie per la fede, cedono uomini, armi e navi contro i Saraceni. Sbaglieremo, ma ci sembra quasi di vedere che quei vecchi repubblicani cercassero la loro stessa coscienza e, combattendo pel loro Dio e la loro fede, cercassero quasi di scusare, di legittimare, di assolvere l’avidità commerciale.

Ad ogni modo, se non si vuoi convenire con noi, bisognerà confessare che sono un curioso fenomeno quei crociati che nel 1203 e nel 1204 in nome di Cristo assalgono Costantinopoli e bruciano anche le chiese.

Ma se gli scrupoli religiosi tacevano spesso in faccia al lucro così accadrà di quella religione di partito, vivissima in quei tempi e in quegli uomini, incorruttibile anche in faccia agli aperti tesori della Siria. Questa è la disgraziata fede che ebbe tanti martiri nel medio evo, che fece ogni città nemica alla città vicina, di ogni casa una fortezza contro la casa in faccia. Delle battaglie di Legnano non ce n’è che una nella nostra storia, poichè Fornovo non conta; ed anche quei pochi giorni di concordia italica furono contristati da fratricidi ferocissimi. In Oriente ogni repubblica aveva le sue torri come i baroni, ed i quartieri erano divisi da mura e fortificati l’uno contro l’altro. Non solo per ragioni di traffico si osteggiavano, ma le rivalità avevano ragioni moltissime di antipatie, di odii, di precedenti. Le paci si fanno e si disfanno, ma la tenacità nel partito, rimane contro qualunque disfatta, contro ogni tentazione.

Nel 1228 i Pisani, ghibellini, fedeli, lottano per la fortuna di Federico II e si mantengono fanaticamente svevi contro i Genovesi, anche quando c’era tutto da perdere. E l’ira contro Genova, che doveva poi così dolorosamente smorzarsi nelle acque della Meloria, persiste sempre viva, sempre cieca.

Rovinava il debole regno fondato dai crociati, rovinava sotto gli sforzi dei maomettani; ma i due combattenti dimenticarono tutto, e sotto il tetto che crollava non pensarono che a combattersi. Dopo rovinata la casa, uscirono pesti e malconci dalle macerie e, senza guardarsi attorno, seguitarono la battaglia.

Sono questi i tempi feroci che un romanticismo linfatico ci dipinse come l’età dell’oro, della fede, dell’onore e della giustizia. L’epoca fu gloriosa per l’Italia, ma non fu certamente bella per la società. Questi repubblicani erano buoni cattolici, ma spesso, e forse per questo, erano anche buoni corsari. Predavano indifferentemente greci e saraceni, e sapevano prepotere sui deboli. Tra questi era l’impero di Costantinopoli, caduto nelle mollezze della teologia e dei sofismi precursori della scolastica. Sul finire del secolo XII i corsari pisani spazzano il Bosforo, giungono quasi ad affamare la capitale e spingono la sfrontatezza fino a spedire propri ambasciatori all’imperatore Isacco. E le repubbliche tutte fanno a gara per imporre all’Impero infemminato patti di privilegi e umiliazioni di scuse, proprio come oggi le potenze europee al turco. Così finiva la vana epopea delle crociate. Ci guadagnò la borsa, ma ci perdettero la religione e i costumi.

È noto infatti come i reduci guerrieri della Croce portassero in Europa la luce delle mollezze orientali. E quanto il contatto coll’Oriente fosse pernicioso ad una società non ancora uscita dalla barbarie, lo dice la vergognosa istituzione della schiavitù, propagata anche fra di noi e durata per qualche secolo. Il cristianesimo, dopo le sue vittorie sulla società romana, s’era addormentato nel sonno della barbarie, e nel dormiveglia del ridestarsi non ricordava più i precetti umani e santi che non erano stati ultima causa della sua vittoria. A Firenze, a Lucca, a Siena erano molte schiave, per lo più tartare, e venute dalle colonie genovesi in Crimea. A Venezia era il mercato principale, ma in Ancona anche qualche mercante fiorentino attendeva all’ignobile traffico. Solo nel 1364 in Firenze si sentì il bisogno di regolare questo immorale commercio e di rimediare allo scandalo che ne veniva, ordinando che i figli delle schiave seguissero le condizioni paterne, e fossero liberi. Tutti potevano introdurre e possedere schiavi e schiave. Si poteva venderli, donarli come bestie, e la legge ne guarentiva la proprietà. Tra il 1366 e il 1397 le compre di schiave che si possono constatare in Firenze, sono 389. Dante aveva troppa ragione di inveire contro i costumi della sua patria, e noi non saremo lontani dal vero attribuendo in parte al contatto coll’Oriente la corruttela della madre di poco amore.

Con la caduta di Pisa in mano dei Fiorentini cessano in Oriente le liti sostenute con l’armi in pugno. L’astuzia e la politica accorta si sostituiscono alla rozza prepotenza dei marinai, quasi corsari. Firenze è cattolica e guelfissima, ma i sogni delle crociate la fanno sorridere. Tutto il suo ingegno e la sua furberia si volgono a vivere in pace col Gran Turco ed a spillarne quel più che si può di privilegi e di quattrini. La raccolta dei documenti, così bene illustrata dal Müller, giunge fino al 1531. Se arrivasse fino al 1880 ci sarebbe da rallegrarsi o da vergognarsi pel nostro paese?