La squadriglia esule
Le tiravano col 381, l'assalivano di notte gl'idrovolanti austriaci, e i proiettili le cadevano intorno ai ricoveri, ogni sua missione si iniziava sotto il controllo dei semafori istriani, e da Trieste udivano i suoi motori mentre si scaldavano, non disponeva di un'ora sola veramente tranquilla, pativa la malaria e la bora, eppure la squadriglia di Grado, la squadriglia esule rievocò sempre la sua isoletta con nostalgia cocente. Lassù era in cospetto della storia, operava in vista dell'Italia nuova che rombante e sanguinando, muovendo da un ciclopico cantiere, scavava la sua via.
Forse a Grado il senso della guerra risultava più drammatico che altrove perchè vi si avvicendavano, in improvvisi contrasti, episodi di vita bellica e di vita civile, per cui non era mai possibile ai combattenti della squadriglia entrare pienamente in quello stato di oblìo, di abbrutimento e di allucinazione sublimi che si riceve dalla trincea dove non si vede, non si vive e non si muore che la guerra, ed ogni aspetto della esistenza borghese appare un ricordo remoto ed inverosimile. A Grado gli aviatori erano coinvolti da vicende di guerra non soltanto in ore di volo, ma anche in quelle di riposo, con attacchi aerei e bombardamenti dalla costa nemica: così la loro tensione risultava incessante, la loro mobilitazione spirituale si manteneva rigorosa, la loro elevatezza morale — fatta di serene rinuncie supreme — perfetta. Ogni loro ora di vita conteneva un suo intenso valore. Il ritrovarsi vivi alla fine di ciascun giorno e di ciascun rischio era la constatazione di una vittoria contro la sorte.
A traverso questo eccezionale stato d'animo venivano osservati con ingenua meraviglia — che negli aviatori si rinnovava dopo i loro bombardamenti diurni e notturni, le ricognizioni fotografiche, le direzioni dei tiri d'artiglieria, gli attacchi a navi nemiche — i più comuni episodi borghesi: l'apparizione, nell'ora dei bagni e della passeggiata, sul lungo-mare adorno di edifici lussuosi per la stagione balneare d'altri tempi, di alcune signore e signorine valorose nella loro ostinata permanenza a Grado, encomiabili, fra tante ansie, nel conservare ancora, all'ambiente rosicchiato dalle bombe, una estrema parvenza di eleganza mondana; il concerto nei giorni festivi dei marinai in piazza e le rappresentazioni dei filodrammatici indigeni in un teatrino: l'intermezzo della Cavalleria e la parodia di Francesca da Rimini mentre talvolta a poche miglia i motoscafi armati scambiavano cannonate con torpediniere austriache, ed aerei nostri provocavano nel cielo di Trieste moltitudini di scoppi; cori di bambini poveri, raccolti in un ben munito refettorio dalla filantropia della Marina, con accompagnamento di artiglieria oltre Isonzo; gruppi di monelli che riempivano sacchi con la sabbia della spiaggia per irrobustire i loro illusori ripari sotto le catapecchie; popolani che dopo il bombardamento aereo uscivano a raccogliere scheggie, fondelli per le strade e pesci uccisi dallo scoppio di proiettili in mare e gettati in secca dalla risacca....
Grado era cara alla squadriglia: nei suoi marmi antichi parlava di Roma, e di Venezia parlava nel groviglio delle sue calli, delle sue piazzette, nello stile della sua torre, nel dialetto, nei costumi dei suoi popolani. Le fasi lunari ne capovolgevano le abitudini. Sonnecchiava di giorno e vegliava di notte. Lungo le calli s'udiva il sommesso chiacchierìo d'attesa di gruppetti invisibili nella penombra traversata da obliqui raggi lunari. Gli aviatori trascorrevano le notti parte nei sotterranei, durante le incursioni, e parte in volo nell'esecuzione dell'immediata rappresaglia. Spesso le lettere degl'aviatori recavano frasi come queste: «Non ti ho risposto subito causa la luna», oppure: «Appena sarà finita la luna verrò in licenza». «Aspetto che finisca la luna per andare a Udine a provarmi la divisa nuova».
Per chi si abituava, la veglia non era assoluta: taluni tesoreggiavano col riposo le mezz'ore d'attesa intanto che il complice astro salendo dal mare preparava con flemma la battaglia. Prima di coricarsi, semivestiti, preparavano presso i letti e i divani, in luogo dell'acqua zuccherata, maschere per gas asfissianti, elmetti, cappotti.... Intanto nel crescente chiarore, nella placidità dell'atmosfera, nell'argentea vastità marina, nel tremito delle stelle, s'insinuava, in sostituzione di lontani incantesimi, la minaccia di aerei nemici. I veterani della squadriglia, in famigliarità con i rischi lunari, aspettavano di lanciarsi in volo suonando il pianoforte, giuocando al biliardo o partecipando alle conversazioni che si svolgevano in riva al mare fra i notabili e le notabili di Grado, trattenuti all'aperto, più che dal fascino della notte serena, dall'aspettativa per le imminenti incursioni.
In quelle ore il mare, la notte, l'arco del golfo di Trieste perdevano quella misteriosa virtù d'illudere che avevano emanato quando non erano ancora dominati dal minaccioso volo umano. La serenità dell'ora suggeriva l'idea opposta a quella che avrebbe suggerito quattro anni prima: — Avremo una notte bellicosa. — In cospetto degli aviatori, il mare decadeva dalla posizione sovrana alla quale l'avevano elevato poeti in contemplazione, riducendosi a una distesa più o meno favorevole per partire e tornare con l'idrovolante, come al marinaio non appariva che un nascondiglio di mine, sottomarini, sommergibili.... Il panorama, la luna e le stelle servivano semplicemente come punti di riferimento. La maestà della sera era tagliuzzata dalle lame dei proiettori che su l'Hermada, a Duino, a Nabresina, a Prosecco, a Muggia, a Pirano, a Punta Salvore si alternavano nell'ufficio di sentinelle sospettose. Lo sfondo violaceo delle colline istriane appariva ogni minuto bucato, schernito da queste luci della diffidenza che radevano il mare e talvolta si fissavano lungamente su Grado come vi facessero enormi scoperte, mentre dal Timavo verso Tolmino si sbizzarrivano in muti inchini i razzi.
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L'armonia della notte lunare s'irrigidiva completamente quando la sonorità dei motori austriaci si approssimava. Immersi nella penombra, con un'apparenza di esseri addormentati, i semafori, i posti di guardia, le batterie antiaeree, le torpediniere, i motoscafi si trasmettevano con pacato, serrato ordine, con un sistema fatto naturale dall'abitudine quasi quotidiana, l'avviso di stare pronti. Soppresso ogni lume, ogni segno di vita, proprio quando la vita dei difensori raggiungeva l'efficienza massima, dal semaforo, il comandante della piazza, con un orecchio sugl'istrumenti acustici e con la bocca al telefono, indicava i punti del cielo contro i quali dovevano convergere i tiri antiaerei. E nell'invisibilità notturna centinaia di bocche da cannone si spostavano simultaneamente come una massa corale diretta da una sola mano, pronta a intonare.
C'era nell'insenatura di Muggia un raggio fisso di proiettore che rivelava agli osservatori di Grado la già avvenuta partenza degl'idrovolanti austriaci: serviva di guida agli aerei bombardieri della notte i quali prima si aggiravano sul golfo di Panzano o alla foce del Tagliamento per fare quota e poi scendevano con un minimo di giri di motore per agire non uditi sul bersaglio.
Sul golfo di Panzano e la foce del Tagliamento erano le zone di convegno degl'idrovolanti avversari intenti a far quota. Si davano a vicenda la caccia o a vicenda si preparavano a bombardare le rispettive basi. Ombre nere librate nell'aria scivolavano l'una presso l'altra: fra esse s'accendevano momentaneamente minuscole luci elettriche con punti e linee. Talvolta erano apparecchi nostri che si riconoscevano, tal'altra erano apparecchi austriaci che facevano altrettanto. Non di rado apparecchi austriaci e italiani si lanciavano segnalazioni, ma appena si riconoscevano per nemici spegnevano bruscamente le luci e scambiavano raffiche di mitragliatrici, brevemente perchè la notte anche lunare non facilita a chi vola di scorgere a lungo un altro apparecchio: per pochi istanti si rivela per le fugaci fiammelle giallo-paonazze sfuggenti dal motore, poi sparisce nell'ombra immensa.
Queste vicende nell'aria tenevano in costante sospetto gli ascoltatori da terra, i quali dal diverso suono dei motori individuavano la nazionalità dell'invisibile velivolo. C'era il suono fluido, canoro come vibrazioni di diapason: nostro; c'era il suono brontolone, scandito, disuguale: tognino. Gli apparecchi nazionali avvicinandosi lanciavano con le loro lampade elettriche i segnali convenuti; sembrava che si accendessero in cielo nuove stelle, più grandi. Quegli apparecchi erano i vendicatori delle incursioni austriache consumate o un'ora prima o la sera precedente su una delle località inermi del Friuli e del Veneto.
Da Grado erano gl'idrovolanti che si apprestavano a vendicare l'incursione imminente di cui dava l'annuncio il bronzo maggiore del campanile. Nel silenzio colmo d'attesa s'udiva dal semaforo un marinaio gridare al vicino campanile del Duomo: — Allarme! — Il campanaro strappava i rintocchi urgenti che facevano trasalire — il brivido che passa fra il sospetto e la certezza — i borghesi pigiati nei sotterranei. Gl'idrovolanti austriaci planavano sulla città le cui case, schiarite dalla luna, avevano l'apparenza di strani, pallidi visi esterrefatti, dai cento occhi spalancati.
Sibili lugubri, fulminei, feroci fendevano l'aria e concludevano in un'esplosione cupa, o in un vuoto inatteso: segno, quest'ultimo, che la bomba non era scoppiata. Subito dopo sembrava che tutta la plaga intorno esplodesse: detonazioni, sussulti d'artiglieria, raffiche rabbiose di mitragliatrici, vampe fugaci a terra e scoppii in aria, agitazioni di proiettori, esordendo simultaneamente come a piena orchestra, infliggevano al paesaggio un aspetto infernale; le facciate e i tetti degli edifici trasalivano fra contrasti subitanei d'oscurità e di barbagli.
Una sera uno scoppio più imponente seguìto da una scia, come stesse precipitando un bolide, invermigliò il cielo su la laguna di Grado. Cessato il ruggito della battaglia, dileguatosi il fragore degli aerei fuggiaschi e caduti gli ultimi fondelli reduci dalle esplosioni d'artiglieria ad alta quota, varie imbarcazioni raggiunsero, boccheggiante in una secca, il viluppo attorcigliato, fumigante dell'idrovolante austriaco K212 da cui emanava un complicato odore di benzina, olio, tela, legna e sangue. E per tutta la notte il proiettore di Muggia si ostinò nel cielo ad aspettare l'idrovolante assente e s'udì qualcuno degli aerei superstiti esplorare il mare.
Non era ancora cessata l'incursione austriaca che già cominciava la nostra. Alle bombe che avevano sgretolato qualcosa di Grado, che s'erano conficcate in buche profonde tra un edificio e l'altro degli aviatori, opponevamo le nostre da sfibbiare sui campi d'aviazione, sulle stazioni ferroviarie, sugli stabilimenti militari del nemico. I nostri capannoni trasalivano di luci, si popolavano di uomini usciti dai rifugi: squadre di manovratori spingevano in acqua gl'idrovolanti sui quali gli armaioli assicuravano le panciute, livide bombe, e controllavano le mitragliatrici; i meccanici accendevano i motori. Poi osservatori e piloti s'ingolfavano negli scafi, impartivano ordini rapidi e dei via urgenti. E gli aerei scivolavano spumeggiando pel canale, si trasformavano in ombre con luci alle estremità delle ali e svanivano azzurri nell'azzurro, sperdendo il loro canto nella vastità....
Gli ufficiali, i soldati rimasti al campo fissavano la sponda nemica e dalle mute, crescenti esplosioni in cielo che si spostavano lungo il volo, traevano indicazioni per seguire i nostri apparecchi: — Sono sopra Trieste. Si dirigono verso Barcola. Ormai hanno raggiunto il mare. Ritornano. — Sul canale le vermiglie lampadine elettriche venivano accese perchè i reduci potessero riconoscere con precisione le sponde e sopratutto evitare i pali e i banchi di sabbia distribuiti nella laguna. Quell'effetto ottico sembrava un richiamo. Ed ogni aereo rispondeva accendendo e spegnendo la lampada elettrica di bordo secondo i convenuti segnali. Pareva di leggere in questo giuoco di luci la gioia della rappresaglia inflitta, l'allegrezza del sano ritorno e l'ansia dell'ammaraggio. Non appena l'idrovolante s'era posato in acqua, un senso di gaia liberazione si spandeva negli astanti perchè il momento più delicato di tutto il volo — il contatto con l'acqua ambigua e rispecchiante le stelle — era stato felicemente superato.
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Non pochi piloti si ingolfarono improvvisamente nel loro primo volo notturno. Partiti al tramonto per una rapida operazione di guerra, s'erano poi imbattuti nell'imprevisto: siluranti nemiche scoperte in navigazione tra un porto e l'altro dell'Istria, incontro con aerei avversari; di qui combattimenti, poi ritorno quando ormai i 3000 metri di quota apparivano divisi in due zone: una al disopra della leggera foschìa serale, ancora illuminata dal purpureo commiato del sole e l'altra sottostante già violacea per l'invasione sulla terra delle prime ombre.
Il pilota ancora inesperto di voli notturni, seguiva gl'idrovolanti compagni di navigazione mentre apparivano e scomparivano di tra i vapori della foschìa, fluttuando in una lenta altalena per passare sopra o sotto gli strati più densi, con delle lievi oscillazioni alle ali, sempre più bruni ed evanescenti. Giù a Grado s'intravedeva un faro: roteava per indicare la rotta ai ritardatari. Il pilota novizio faceva scendere cautamente il suo apparecchio sbirciando il panorama ridotto a macchie talune biancastre ed altre oscure. Il mare non era che una lastra bigia. Le distese abitate s'illividivano. I canali erano nastri di luce paonazza. A 100 metri gli edifici più spiccati sembravano placidi mostriciattoli sbalorditi.
Uno dopo l'altro gli apparecchi erano già scesi nel canale. Restava in aria il pilota novizio che dopo aver girovagato sul canale, ormai insidioso nella sua indeterminatezza, aveva finito per portarsi sul mare, riducendo gradatamente la forza del motore e reggendosi poco sotto alla linea di volo: abbassandosi con cautela aveva sfiorato l'acqua.... Venere brillava in cielo e il faro di Grado fissava il velivolo ritardatario e incolume.
Il pilota gustava intanto la soddisfazione di aver penetrato d'improvviso, e con una disinvoltura maggiore di quella preveduta, parte del mistero che avvolge, agli occhi dei non iniziati, il volo notturno. La parola notte suggerendo l'immagine del buio, dell'invisibilità, turba il pilota che non può dissociare l'idea del volo da quella di vedere. Ma la luce lunare e persino la luce stellare riducono l'imperio delle tenebre.
Nei primi momenti del volo, appena staccato l'apparecchio dall'acqua, il pilota non scorge che una sola immensa tinta turchina intorno a sè come tutte le cose fossero d'inchiostro. Se la sensibilità fisica non gli provasse che già è librato, egli avrebbe ancora l'impressione di scorrere sull'acqua dato che nessun mutamento di colore è avvenuto tra acqua e cielo. Ma l'altimetro, illuminato dalle lampadine elettriche, applicate nell'interno della cabina, indica l'aumento di quota al pilota il quale per la prima volta si trova a dover confidare esclusivamente nella sensibilità della propria persona per reggere con regolarità l'apparecchio.
Egli si guarda intorno ed a stento scorge le ali. Da uno stato di perplessità passa ad uno stato di confidenza perchè vola d'istinto e si accorge di volare bene, meglio forse che di giorno non ostante lo circondino il mistero della notte, una solitudine resa assoluta dalla temporanea invisibilità del panorama. Se l'atmosfera è placida e tepida, la voluttà di volare in quell'ora è suprema, è la maggiore che prodighi l'aviazione. Il pilota dirige la rotta valendosi della bussola. Poi osservando il firmamento s'avvede che le stelle lo aiutano a controllare la posizione dell'apparecchio. Sceglie la costellazione posta sulla sua rotta e ne fa la sua guida; grazie a questa amica l'orientamento riesce facile ed esatto. Si sente allora psicologicamente più vicino agli astri visibili, che alla terra invisibile.
Guadagnando sempre più quota e fissando insistentemente in basso, il pilota comincia a distinguere due vaste macchie, una biancastra ed una bruna. La biancastra — ragiona l'esordiente — corrisponderà al mare e quella bruna alla terra. S'accorge poi che il mare, meno dov'è striato dai riflessi lunari, risulta bruno, mentre la terra è chiara particolarmente nell'intreccio delle sottili strade e nelle distese abitate.
Il fronte, quando serpeggiava da Duino a Tolmino, si presentava, nella notte, da 3000 metri, luccicante di razzi, di scoppi, di barbagli tortuosamente disposti con un'assurda apparenza di festosità. La costa da Duino a Pola appariva al contrario illuminata solo da proiettori i quali con l'avvicinarsi dell'idrovolante si spegnevano. Nell'atto di nascondersi, la costa dava l'impressione di un fosco mostro oblungo, rovesciato con la schiena a terra, che ritraesse i tentacoli luminosi per fingersi immerso nel sonno. Ma appena l'aereo s'avvicinava, il mostro usciva dalla sua finzione e si difendeva convulsamente, sbarrando gli occhi, lanciando in alto i suoi tentacoli fosforescenti, agitandoli e incrociandoli con furia.
L'idrovolante di tratto in tratto era investito da queste ondate luminose assumendo l'aspetto di magica cosa infuocata. Il pilota nuovo a questo effetto aveva l'impressione d'esser preso di mira da chi sa quanti cannoni. I raggi fissati contro di lui aumentavano, lo accecavano, come si fosse improvvisamente sostituito, per un diabolico prodigio, il sole alla notte. Per sfuggire all'accerchiamento dei bagliori, abbassava l'apparecchio a tutto motore, poi, utilizzando l'eccezionale impeto, lo lanciava in alto, lo sbandava a destra ed a sinistra. Ad uno ad uno i raggi si staccavano per continuare la loro esplorazione. Non avevano scoperto il velivolo probabilmente perchè la loro potenza era stata diminuita dal chiarore lunare.
Intanto, essendo giunto il momento per lanciare le bombe, il pilota scendeva sul bersaglio a motore rallentato: il bersaglio, che poteva essere costituito da nere strisce di binari fra bianchi edifici ferroviari e industriali, dava l'impressione a chi si accingeva a colpirlo, di vittima immobilizzata dal terrore, con gli occhi chiusi, muta, a pochi istanti dal colpo inesorabile. Ma liberati i proiettili e apparse le vampe tra i fasci delle rotaie, i proiettori si risollevavano di scatto e roteavano per il cielo freneticamente. E fra un candido raggio e l'altro, ecco gli scoppi vermigli e azzurri dei proiettili saliti dalle batterie antiaeree.
L'idrovolante, rivolta la prua verso il mare, tornava a pieno motore su Grado. Superata la preoccupazione del bombardamento, si presentava tosto nell'equipaggio quella del ritorno al campo. Il pilota notava i contrasti fra le indicazioni dell'altimetro e le apparenze del mare, il quale si presentava più vicino del vero se striato da riflessi lunari, più lontano del vero se velato da tenui strati di vapori, certo sempre ingannevole, insidioso. Occorreva un punto preciso di riferimento e questo era costituito dal semaforo di Grado che si distingueva per le segnalazioni luminose con le quali pareva chiedesse all'aereo di ritorno; — Sei nazionale? Fatti riconoscere. — E l'aereo, per mano dell'osservatore che faceva funzionare la lampada elettrica, rispondeva: — Sono nazionale. Ecco la lettera di riconoscimento.
Allora il canale di Grado si precisava con le sue luci rosse, come volesse dire: — Puoi entrare. — Il pilota vi si portava all'imboccatura e a pochi metri da quello che riteneva il pelo dell'acqua: a destra ed a sinistra sfilavano, rapidissime, ombre di navi, di pali, di banchi sabbiosi, ombre d'indefinita distanza. Toglieva forza al motore, mirava con somma cura al centro del canale: un colpetto sotto lo scafo, l'acqua. Trionfale respiro di soddisfazione: — Anche per questa volta mi è andata bene. — Motoscafando tornava allo scalo; interrogati pilota e osservatore, come colti da oblìo improvviso e da inesplicabile pigrizia mentale, non trovavano nulla di interessante da narrare fra le tante eccezionali emozioni provate e si limitavano a rispondere con frasi di generica soddisfazione.
Ma altre volte era accaduto a idrovolanti di incontrare, durante voli notturni, dense nubi che sopprimevano il soccorso lunare, che coprivano di un'oscurità uniforme mare e terra. Poi se fra le nubi si dibatteva la tempesta, gli aerei-fantasma, posti fra il cielo che li spingeva a raffiche in basso e il mare che apriva loro invisibili voragini, lottavano inseguendo il nord delle loro bussole, il nord delle loro amiche. I piloti avvinti ai comandi con una energia sconosciuta, gli osservatori con gli sguardi fissi nelle tenebre, procedevano, or soffiati in alto, ora trascinati in vuoti d'aria. Improvvisamente sotto i barbagli dei lampi apparivano a istanti parvenze di una costa irriconoscibile. Gli apparecchi dispersi qua e là, invisibili gli uni agli altri, rimbalzando di onda in onda con strepiti che facevano pensare a schianti irrimediabili, s'irrigidivano su banchi sabbiosi.
Sotto il flagello dell'uragano gli equipaggi rivelavano la loro presenza con i mezzi luminosi di bordo. Lunga attesa fra le onde che sorpassando i banchi sabbiosi mordevano le prede. Poi a distanza voci d'interrogazione e segnali resi dubbiosi dagli scrosci delle acque.
Dagl'idrovolanti: — Siamo in Italia?
Da terra: — Sì, in Italia.
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L'ultimo volo della squadriglia su Grado italiana fu quello del ripiegamento. Fu un volo quasi improvviso spiccato per inevitabile ordine superiore. All'alba di quel cattivo giorno d'ottobre cominciò la sfilata dei profughi verso i piroscafi e i vaporetti; profughi con involti e profughi con valigie e bauli, popolani e agiati. Grado si svenava. Mentre una parte della squadriglia riempiva febbrilmente di casse, di motori, di ali, le bettoline che i rimorchiatori avrebbero guidate lungo i canali delle lagune, l'altra difendeva per l'ultimo giorno, con tre suoi apparecchi, il cielo tanto suo fino a poche ore prima.
Chi partì in volo al tramonto, chi durante la notte. Tramonto lugubre di un giorno e di tutta una situazione bellica, tramonto sul Carso ancora fumante di scoppi a poche ore dall'abbandono, volo di desolante addio alle pianure per poche ore ancora nostre, fra l'Isonzo e il Tagliamento, fra il Tagliamento e il Piave, volo di separazione dalle pianure il cui verde sorriso, il cui opulento aspetto, le cui innumerevoli casuccie intatte sprigionavano un contrasto mortale col sinistro imminente destino che già si addensava su di loro.
Quando i nostri idrovolanti si slanciarono in alto dal canale di Grado che tante volte li aveva veduti partire per bombardare di giorno e di notte, per vendicare le incursioni avversarie, per imprese ognuna delle quali era una sfida al nemico ed agli elementi, la squadriglia, dai suoi ufficiali ai suoi soldati, fu morsa dal cupo dolore che segna il principio di un esilio.
Tutta la notte il cielo carsico apparve vermiglio del più immane incendio, vasto quanto l'arco dell'orizzonte, con lampeggiamenti smisurati, con rombi, scoppi giganteschi nei quali pareva si sommassero tutte le artiglierie. Lungo il mare, che pareva di sangue, ritornavano, in un silenzio denso del più fiero cruccio, i motori, i pontoni che per tanti mesi avevano tuonato con i loro 305 in piena luce, da dominatori.
E gli aviatori scendendo in volo a Venezia rimasero stupiti nel mirarla così regalmente serena nel suo pallore. Dalla sua bellezza composta sorgeva un'allucinazione: che non fosse vera la realtà di cui i reduci da Grado erano stati testimoni fino a cinquanta minuti prima.
Poi la squadriglia riprese il volo verso l'esilio. Tornare indietro così, significava essere esiliata. Non così doveva tornare in cospetto della vecchia Italia, non sospinta dalla sconfitta.
Prima dell'abbandono di Grado i ricoveri degli aerei nostri arsero. La squadriglia esule da allora predilesse un sogno: farli risorgere.