Combattimenti su l'Adriatico.

A caccia di siluranti si va con un'abbondante riserva di pazienza e di diffidenza. La foga, l'impeto restano in agguato sotto uno strato di tenace attesa pronti a scattare nel momento di qualche importante scoperta. Volando a basse quote per la solitudine del mare, si seguono certe striature, certe scie serpeggianti, certe chiazze. Ogni anomalia, ogni stravaganza dello specchio marino è argomento di sospetto e vi si rotea attorno come fanno i gabbiani....

Si sale per guardare lontano, si scorge un punto, una lineetta, uno spumeggiare insistente e vi si plana sopra vertiginosamente fino a lambire le onde. Talvolta sono larghe macchie d'olio; tal'altra è una mina galleggiante, spesso sono capricci delle correnti.

Ma si vede il fondo del mare? domandano i profani agli aviatori. Il mare è mutevole: dopo un maraglione appare torbido, giallastro e occulta le insidie. Quando è calma piatta l'acqua fa specchio e lo sguardo dai 600 ai 1000 metri può meglio indagare verso il fondo. I sommergibili debbono abbassarsi per varie decine di metri per confondere il loro dorso nero col fondo del mare: scorti dall'alto sembrano travi.

Una mattina un idrovolante fu inviato alla ricerca di un sommergibile nostro che partito quattro giorni prima per una missione la quale non doveva oltrepassare le 48 ore, non era rientrato. Disponeva di un'autonomia di quattro giorni e mezzo. Nella giornata precedente non era stato possibile provvedere alla sua ricerca con mezzi aerei, causa una tempesta. Certo il battello si era rifugiato durante la tempesta in fondo al mare. Ma in quella quarta mattina doveva essere tornato alla superficie perchè il mare e il cielo erano placati: scadevano le ultime ore della sua autonomia.

L'idrovolante seguendo la rotta data al battello per il ritorno, rimanendo a 600 metri e traversando pigre folate di foschìa, rimaste a vagare come scia della tempesta fugata, procedeva verso l'alto mare. L'osservatore e il pilota tra un'occhiata e l'altra alla bussola, esploravano accuratamente il mare. Già trenta miglia erano state percorse e nessun punto nero aveva rotto l'uniformità immensa, la quale in quella mattina di fraterna, amorevole ricerca, diffondeva un profondo senso di desolazione.

Poichè il punto d'incontro si presumeva non oltre il trentesimo miglio, il velivolo rivolse la prua verso terra e fu durante il ritorno che un'ombra nera apparve nella trasparenza dell'acqua. Il pilota e l'osservatore si scambiarono uno sguardo denso di speranze. Il pilota, diminuendo la forza del motore e abbassando l'apparecchio, iniziò una spirale che aveva per centro l'ombra nera la quale con la diminuzione della quota acquistava più evidenza. Effettivamente si trattava di un sommergibile. Ma nostro? Ma quello che si cercava?

Il battello tra un rigoglìo di spume veniva a galla intanto che l'aereo continuava a roteargli intorno. Le sue caratteristiche corrispondevano esattamente a quelle del sommergibile ricercato. La torretta si scoperse con lo stesso gesto di un individuo che si toglie il cappello. Ne spuntarono due omini che si sbracciarono in frenetici saluti, mentre l'osservatore proteso dallo scafo dell'idrovolante, come un oratore enfatico, rispondeva dimenando le braccia. Il velivolo si pose a cinquanta metri dal sommergibile. I reduci dal cielo e i reduci dal fondo del mare si salutarono con quella piena fraternità che si sviluppa tra uomini avvolti da rischi e da solitudini.

— Che cosa vi è accaduto?

— Ieri tempesta, poi stamane avaria a bordo. Stiamo riparando.

— Potrete rientrare con i vostri mezzi?

— Calcoliamo fra un'ora.

L'idrovolante ripartì verso il semaforo della base su cui dall'osservatore fu gettato il messaggio nel quale s'indicava il punto ove il battello era emerso. Dieci minuti dopo fu visto un cacciatorpediniere uscire incontro al sommergibile. E l'aereo tornò sui due galleggianti per proteggerli. Altre siluranti nel frattempo erano spuntate sulla rotta: scortavano rimorchiatori.

Pilota e osservatore avvertivano con orgoglio la delicata, grave responsabilità della loro missione. Sospettando qualsiasi insidia avversaria, si portavano sulla rotta dei vari galleggianti per accertarsi che fosse sgombra di mine, di sommergibili nemici, ma contemporaneamente si preoccupavano che altri agguati non si celassero in coda ed ai fianchi dei convogli, per cui ritornavano ai lati e sulle scie delle siluranti, mutando quota dai 50 ai 500 metri. Quante esistenze, quanti valori, che somma imponente d'ingegno, di coraggio, di ricchezza si stendevano sotto il dominio dell'idrovolante, e con quale ardore l'equipaggio aereo esplorava il mare e inseguiva ogni dubbio, ogni parvenza di minaccia! Poi giunsero altri idrovolanti a «dare il cambio» e le sentinelle del cielo in un incontro fulmineo si salutarono.

Un pilota d'idrovolanti deve pure conoscere intimamente il sommergibile: l'arma di mare con la quale ha la maggiore probabilità di combattere. L'intima conoscenza si consegue con un'immersione. Il giorno in cui fu consentito ad un pilota questo esperimento, il sommergibile filò morbidamente verso il centro dell'Adriatico. Navigazione senza pennacchi di fumo, senza strepiti meccanici, ma in mormorante bizzarria musicale di onde e di spume ricamate intorno ad una nota dominante sfuggente dall'interno del sommergibile: voce a bocca chiusa dei motori elettrici. Sospinta come da una energia segreta, possente e muta, la snella, nera silurante non scherniva la poesia del mare, ma armonizzava con essa sfuggendo con un'eleganza di marina belva in agguato.

Raggiunta la mèta, il sommergibile s'arresta. L'equipaggio dalla torretta si cala nell'interno del galleggiante: chi è pingue giudica insufficiente il diametro della torretta e arriva in basso sbuffando e paonazzo. L'ospite si trova in un ambiente illuminato elettricamente, lucido di una miriade di manometri, contatori, manubri, volanti; olezzante con discrezione di lubrificanti. Egli si sposta da un locale all'altro, ma viene pregato di interrompere la visita perchè il suo andirivieni ha una sensibile ripercussione su l'assetto del sommergibile.

Chiusi ermeticamente i portelli, nel silenzio d'attesa che dà al novizio un senso di commozione, la voce del comandante segna un distacco spirituale netto fra lo stato d'emersione e quello d'immersione. Si inizia l'attacco alle incognite: — Chiusi i portelli? Chiusa la torretta?

Dai portavoce che affluiscono alla camera di comando arrivano le risposte affermative. S'intraprende tosto la manovra per allagare i doppi fondi. Ancora la voce del comandante: — Apri gli allagamenti. — Si comprende a questo punto — osserva l'ospite preoccupato di mostrarsi disinvolto — la differenza fra la donna leggera ed il sommergibile: al capriccio femminile non si pone rimedio, mentre alla leggerezza del battello si contrappone un aumento di peso con una serie di litri a poppa, al centro o a prua secondo gli appoppamenti e gli appruamenti da correggere.

Esiste viceversa — osserva sempre l'ospite — un'affinità fra il sommergibile e il beone: l'uno e l'altro per acquistare pesantezza bevono, bevono finchè s'immergono l'uno nel mare e l'altro nel sonno.

Chi non sta al periscopio segue le vicende del sommergibile osservando il manometro di profondità che segnala i metri d'immersione ed osservando l'inclinometro che indica i gradi di sbandamento orizzontale. Ma il periscopio è più divertente. Orientato in direzione della prua, lascia vedere la parte anteriore del battello mentre s'immerge lentamente. Sotto la spuma, una dopo l'altra, svaniscono le particolarità della struttura superiore — intercapedine — le bitte, i timoni orizzontali. Lo specchio d'acqua tornato deserto, sale gradatamente. Le piccole onde si aguzzano, si protendono verso il periscopio, avide di sopraffare anche questa estrema punta del battello. Si prova l'allucinazione di annegare. Le onde coprono e scoprono il periscopio. Lembi di mare e di cielo si alternano con le iridescenze della spuma. Completamente assorto nella penosa contemplazione di questo giuoco, l'ospite, immemore della vita del sommergibile, solo con la fantasia alle prese col mare, con lo sguardo in pieno contatto con le onde, come avesse il suo viso nell'acqua, si vede sommerso, liberato, sommerso di nuovo, sopraffatto. Poi il periscopio non mostra che una tinta verdastra; si è sotto le onde, si scende verso il fondo.

La sonorità prima avvertita sui fianchi, sulla vôlta del sommergibile si attenua: sonorità grave che fa pensare a raffiche, a sbotti di pioggia contro una fragile casa. È la voce delle onde che fluttuano nell'intercapedine. E con lo stendersi della calma acustica, scompare pure quel rollìo da cui era derivato prima un disagio di stabilità nel personale di bordo. In compenso il novizio si sente invaso da un torpore crescente.... Si addormenta. Due ore dopo un alito frizzante, ossigenato lo sveglia. Il battello è tornato alla superficie: i boccaporti aperti aspirano l'aroma del mare.

Vi fu in un'alba l'apparizione di quattordici siluranti austriache verso un punto del nostro litorale adriatico. Era la terza di una serie di albe propizie. Generalmente per le loro imprese marittime o aeree, quando si tratta di traversare l'Adriatico, gli austriaci scelgono il terzo giorno favorevole, perchè il primo, dopo un periodo di maltempo, è ventoso forte, il secondo ha come conseguenza mare mosso, il terzo si presenta con calma piatta, il quarto è velato da foschìa, il quinto è grave di nubi, il sesto fa pioggia.

Dunque in quel terzo mattino di calma piatta, quattordici lineette brune, sette da una parte, sette dall'altra, componenti come un angolo, spuntarono di tra la foschìa viola-rosa, sullo sfavillìo del mare. Cominciò fra pilota e osservatore un muto scambio di cenni e di mimica i quali significavano:

— Nostre non sono.

— Attenti alle bombe da lanciare.

— Per non equivocare bombardiamo dopo la prima cannonata.

E via a tutto motore in linea di volo — vale a dire alla massima velocità — verso le quattordici lineette che andavano rapidamente ingrossandosi. I cacciatorpediniere già si differenziavano dalle torpediniere. Ma la loro disposizione mutava: ognuna usciva di rango seguendo una rotta obliqua, tracciando curve scie per non farsi bersaglio. Soddisfazione enorme: un idrovolante metteva lo scompiglio in una squadriglia di siluranti. Vam, vam. Un sussulto alla coda. A destra, ad una trentina di metri, uno scoppio ampio come una parete di stanza, nerastro, somigliante al ghigno di un mostro. È il colpo atteso.

L'idrovolante da 1200 metri plana su un gruppo di sette siluranti: sulla verticale del centro sfibbia le bombe. Disgraziatamente vanno a tuffarsi a poca distanza da due siluranti in coda. Il cielo è un inferno. L'apparecchio è accerchiato da scoppi, taluni a poche decine di metri dalle ali. La coda specialmente è scossa. La prua tende a buttarsi in giù. Il pilota e l'osservatore, attanagliati da due opposte sensazioni, quella di precipitare da un momento all'altro e quella di essere invulnerabili, irrigiditi nella esasperante intensità di queste vicende, traversano vertiginosamente il cielo della morte; la coda vibra eccessivamente, le crociere hanno un tremito anormale, il motore scaldandosi produce un suono minaccioso. Il pilota sbanda l'aereo a destra e a sinistra con decisione per disturbare la mira agli artiglieri avversari. Le esplosioni dei proietti, non ostante l'intensa sonorità del motore, si fanno udire con strepiti laceranti.

Intanto un rinforzo di idrovolanti nostri punteggia l'orizzonte. Pochi minuti dopo la squadriglia è sul bersaglio: di essa fanno parte piccoli fulminei caccia che piombano ad inaffiare di mitraglia le tolde nemiche. Rivolta la prua verso Pola, le siluranti con una manovra urgente filano a tutta velocità lasciando una scia lunga, candidissima. Un treno armato, i cui colpi sollevano colonne d'acqua in coda alla squadriglia fuggiasca, spara dalla costa.

Le cittadine dorate nel litorale verde-azzurro, sembra assistano alla battaglia simboleggiando un'inalterabile serenità. E dall'alto dell'idrovolante la visione della costa estatica, delle navi in fuga, della squadriglia aerea — macchie nere contro il sole nel picchiettìo multicolore delle esplosioni — si domina con l'ebbrezza del buon dovere compiuto.

Poi il ritorno avviene a pochi metri dalla costa. Si naviga con motore ridotto, ma la velocità — doppia a quella di un direttissimo — consente di oltrepassare vertiginosamente cittadine, paesini, gruppi di villette, semafori, porticciuoli, canali, mentre ondate di folla, nelle zone più abitate, si protendono sulla spiaggia verso l'idrovolante da cui l'osservatore fa gli onori di casa sbracciandosi.

Quando un aereo è costretto a scendere davanti ad uno di questi luoghi di passaggio, le popolazioni lo accolgono trionfalmente. Le nebbie improvvise gettate dal Po, dalle valli di Comacchio, nascondono talvolta la via del ritorno. Il mutamento di scena è quasi istantaneo. Ondate di foschìa turbinano intorno al velivolo. Il panorama si vela, diviene ambiguo anche traverso le particolarità più prossime. Gli edifici sparsi lungo la costa si scorgono solo a distanza di poche centinaia di metri. Poi tutto è nebbia. A bassissima quota il pilota, per non trovarsi improvvisamente contro la costa, volge la prua, in base alle indicazioni della bussola, verso l'alto mare. A due o tre metri dall'acqua egli distingue appena vaghe striature di onde morte: s'abbassa con precauzioni infinite, come in volo notturno, perchè in tali circostanze la visibilità dell'acqua è quanto mai problematica.

Con l'aiuto della bussola il pilota, dopo aver ammarato, torna verso la costa. Nella nebbia minuscole ombre di uomini sulla spiaggia, una palizzata, un semaforo.... un'imbarcazione.... Fermato il motore, l'idrovolante è rimorchiato nel porto-canale. Sulle rive prima deserte s'improvvisa una folla dominata da veneziane, da scialletti. Quante interrogazioni nostalgiche, quante soavi missive agli aviatori: «Vienlo da Venezia? Come xea? Cara, benedeta, co bea che la xe! El me la saluda tanto. El ghe daga dei basi.»

Quando allo spuntar del giorno si torna da una missione su una città, le vie, le piazze prima candide, deserte si ricoprono rapidamente di puntini neri i quali procedono da sotto le case al mezzo delle strade e delle piazze e poi restano fissi. Le finestre dei piani superiori, gli abbaini si animano pure di lineette variopinte e gesticolanti. Il pilota, costringendo il suo apparecchio ad abbassarsi, vede salire vertiginosamente campanili, terrazze, fumaiuoli come una massa di edifici lanciata da una potenza sismica. Egli ridona tutta la forza al motore e riprende la salita riempiendo di fragore la città.

Questo il ritorno da una missione. Ma i preparativi di essa sono meno semplici. Se si deve effettuare in una zona nemica mai esplorata, si presenta circonfusa dalle attrattive e dalle preoccupazioni dell'ignoto. Allorchè l'aviatore riceve ordine di prepararsi ad un'ardua missione, una luce spirituale si sprigiona nell'animo suo dalla compiacenza di essere stimato capace di un eccezionale sforzo, dalla convinzione intima di riuscire, dalla prospettiva di svolgere un servizio utile segnalato nei comunicati, dalla speranza di meritare una distinzione.

Poi un senso di depressione emana dall'esame particolareggiato delle difficoltà. In una lunga traversata di mare — quattro ore di volo — è sufficiente che il motore pianti perchè la missione fallisca e la vita dell'equipaggio sia messa a repentaglio nella solitudine dell'alto mare. Di qui un accurato esame del motore, degl'istrumenti di precisione. Altra difficoltà: necessità di oltrepassare isole nemiche prima di essere sulla mèta. Studio della carta geografica per girare possibilmente gli ostacoli. Ma se si allunga il percorso si rischia di rimanere senza benzina al ritorno. Meglio conseguire un'alta quota. Ma la stagione è fredda ancora: una permanenza di un'ora a 4000 metri può minacciare di congelamento l'equipaggio. Alcuni giorni prima due aviatori erano scesi col naso congelato per essere rimasti venti minuti a 3600 metri. Non bisogna prescindere poi dagli effetti del derapamento; la costa nemica nel centro dell'Adriatico si presenta con precisione solo dopo un'ora e mezza di volo, quando cioè sarebbe troppo tardi a correggere la rotta in base alla configurazione del panorama. All'osservatore il delicato compito di tener fedelmente d'occhio la bussola.

Seguono le possibilità di essere attaccati da apparecchi da caccia, di restare coinvolti da una tempesta, data l'estrema volubilità meteorologica dell'Adriatico. I vari quesiti finiscono per restare risolti o diminuiti di gravità. Presi molti provvedimenti — il piccione viaggiatore da lanciare e i viveri da consumare in caso di forzato ammaraggio, la bomba incendiaria con cui distruggere l'apparecchio e una scorta di monete d'oro qualora fosse inevitabile cader prigionieri, l'unguento con cui coprirsi il viso per combattere il gelo, e l'apparato elettrico di riscaldamento — presi questi provvedimenti subentra uno stato d'animo soffuso di serenità e alimentato da dissertazioni filosofiche.

Poichè tecnicamente la missione è già pronta, anche nello spirito occorre approntarla. È vero — ragiona l'aviatore — che si rischia di cadere prigionieri, di essere abbattuti dai caccia, di scendere in alto mare e trascorrervi chi sa quante ore, di essere travolti da una buriana (tempesta), ma che valore morale, che bellezza psicologica offre la vita se non è temprata dai cimenti, se non è migliorata da continue ascensioni verso un sempre più schietto, puro disinteressamento? La vita dell'aviatore non è forse tutta protesa alla conquista di una superiorità morale, dal primo volo con l'istruttore, al primo volo da solo; dal primo brevetto, alle prime evoluzioni; dalla prima cannoneggiata missione di guerra, al primo combattimento? Sotto l'influenza di queste vigorose meditazioni si diventa più fieri, più sdegnosi del consueto persino con gli stessi camerati, per il solo fatto che costoro non sono stati incaricati o non hanno chiesto di eseguire la missione.

Essendo le condizioni meteorologiche le arbitre della situazione, si seguono con assiduità i venti, le nubi e il mare, si arzigogola su gli effetti della bora, dello scirocco, del grecale, si vive in intimo contatto con il mare, il cielo, mentre la fantasia si abitua a vedere le cose panoramicamente da 4000 metri d'altezza. Quanto è estraneo alla missione, infastidisce. Le vicende normali di vita, le preoccupazioni minute mediocri di coloro i quali sono sicuri della loro esistenza, costituiscono un tutto disprezzabile per l'aviatore saturo ormai di energie eccezionali, divenuto normale nell'anomalia del suo gran volo in preparazione. Come da un'alta quota i particolari panoramici rimpiccioliscono sino a scomparire, così l'elevazione spirituale porta a non scorgere più, a non apprezzare i piccoli valori della vita.

Ogni alba sfavorevole pone nell'animo dell'aviatore una segreta, inconfessabile contraddizione: da un lato il dispetto di dover prolungare la vigilia d'attesa e l'ansia in cospetto di un ignoto che per altre ventiquattro ore non si svelerà; dall'altro una fisica, egoistica compiacenza di ricuperare altre ventiquattro ore di esistenza sicura.

Durante questa vigilia l'aviatore è epicureo: gli sembrano indispensabili i cibi prelibati, i vini sobri in quantità ma fini in qualità. Conserva gelosamente le sue energie. Contrariamente a quanto si immagina, la lunga, forzata attesa non indebolisce moralmente l'aviatore; gli toglie, è vero, il primitivo eccitamento, ma lo famigliarizza con la visione dei rischi sino a dargli l'allucinazione che il gran volo sia ormai compiuto. Di qui una flemmatica attesa degli eventi.

L'alba favorevole appare finalmente. E la gran partenza avviene. Se un incidente di bordo o un improvviso cambiamento di condizioni atmosferiche obbligano al ritorno e al rinvio della missione, l'aviatore, che giudicava da giorni i suoi preparativi perfetti, teme che altre segrete lacune si celino sotto l'apparenza di una organizzazione completa e ricade in dominio del dubbio. Combatte il malessere provvedendo alacremente al rimedio e all'indomani si ritrova fornito della primitiva efficienza.

Nel gran quadro, minuscoli, buffi particolari. La boraccia, riempita di bevande forti da vari giorni, per eccesso di preveggenza, ora che si tratta di partire è vuota per iniziativa di ladra bocca ignota. Gl'indumenti di volo destinati a un pingue, sono stati indossati per equivoco da un mingherlino il quale non può dare in cambio all'altro i suoi....

Si ritenta la missione. Nella immaginazione dell'aviatore il mare Adriatico diventa un lago. Egli cabra l'apparecchio perchè è ansioso di vedere l'altra sponda, di sapere fra tante ipotesi considerate, quale si realizzerà. L'ignoto gradatamente si svela, si precisa in una prima striscia violetta o turchina, ondulata.... È il profilo della vittoria. Ma quanto lentamente si sciolgono i particolari della costa! Come sono scarsi 140 chilometri all'ora!...

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Reduce dalla missione l'aviatore, traverso il suo esaurimento, giudica inverosimile quanto ha fatto, il volo su l'Adriatico da una sponda all'altra, la permanenza sul bersaglio tonante d'artiglierie, il ritorno fra un'avanzata cupa di nubi, un ingrossarsi di mare, tra raffiche di vento.

Ma la stanchezza si smaltisce, i centri nervosi si riforniscono, le lodi dei superiori, l'aumentata considerazione dei colleghi che si manifesta nella diminuzione dei frizzi abituali, stendono nell'animo suo una soddisfazione ineffabile. Segue un periodo d'ozio nel quale le energie ridiventano esuberanti. A questo punto la missione quasi ripudiata appare circonfusa di facilità vittoriosa. L'aviatore è ripreso dalla nostalgia delle emozioni provate in quell'occasione; e senza iattanza, per un profondo convincimento, per le nuove energie rifiorite in lui, dichiara: — Mi sento pronto per un'altra missione, anche più rischiosa.

E quando meno all'aviatore sembra probabile, la missione più rischiosa si realizza fulminea. La minore probabilità dovrebbe essere rappresentata, per esempio, da uno strato di nubi steso sul territorio nemico, strato che permettesse ad un apparecchio da ricognizione di arrivare senza essere visto fino a una zona libera da vapori su cui ricavare osservazioni, fotografie. Ma una brutta mattina in cui un nostro idrovolante, pur non essendo stato visto, era stato udito da Trieste, sbucarono dalle nubi, alte 2000 metri, due caccia terrestri con le croci, ai quali non restava che salire altri 500 metri per raggiungere la quota dell'idrovolante.

A bordo del nostro apparecchio tutto era tranquillo, allorchè l'osservatore, nel volgersi al pilota per scambiare uno dei consueti sorrisi significanti «Si va bene», mutò di scatto l'espressione del volto da ridente in allarmato e protese le mani verso la coda. Il pilota ebbe un sussulto e si trovò ad aver istintivamente virato con manovra decisa sì da scorgere a destra, non più distante di 400 metri, un caccia con ruote e le croci. Con un violento viraggio a sinistra si procurò il piacere di fare la conoscenza con un secondo caccia pure munito di ruote e di croci.

L'osservatore s'era aggrappato alla mitragliatrice e già sparava a destra e a sinistra approfittando dei continui viraggi che gli piantava il pilota, il quale trovatosi pieno di un calore subitaneo, madido di sudore e con il cervello invaso come da una luce candidissima, aveva schierate le idee essenziali: virare incessantemente dall'uno e dall'altro lato per turbare la punteria dei due avversari e permettere all'osservatore di sparare loro contro, planare alla massima velocità per raggiungere le nubi e disimpegnare l'apparecchio — non fatto per il combattimento — da un nemico soverchiante, usare il motore nella discesa, ma senza scaldarlo eccessivamente, non perdere d'occhio la pressione della benzina.

I caccia erano ormai a 100 metri e tenevano l'idrovolante sotto un fuoco incrociato: nelle rose d'argento delle loro eliche, lampeggiavano le fiamme delle mitragliatrici. Osservatore e pilota con rapidi gesti ed occhiate decidevano le mosse da attuare; ansimavano, erano congestionati, ma superata la sorpresa, apparivano più sereni e trovavano meno difficoltoso il combattimento di quanto avevano immaginato. Sbandando l'idrovolante ora in una direzione, ora in un'altra, costringevano i due caccia a scostarsi e ad interrompere i tiri.

L'idrovolante, come un direttissimo che entra in una galleria, s'immerse nella nube. La nebbia cinerea penetrò anche nella cabina, turbinò fra pilota e osservatore, nascose le ali. In un altro momento l'immersione nella nube avrebbe turbato sensibilmente l'equipaggio perchè l'invisibilità toglie ogni controllo alla manovra, ma in quella circostanza la nube fu provvidenziale. L'apparecchio scendeva da uno strato all'altro come un bolide, sibilando e vibrando; il pilota non avendo nulla da osservare fuori, fissava gl'istrumenti di bordo e aveva cura di costringere i comandi al centro col volante bene abbassato, per non scivolare d'ala.

La violenta uscita dalla nube rinnovò l'impressione del direttissimo che sfugge da una galleria. Ottocento metri sotto era il mare. Qualche secondo dopo pure i caccia crociati uscirono dalle nubi ma a un chilometro uno dall'altro: per non cozzare s'erano separati. Ma un apparecchio con le ruote «non trova igienico» allontanarsi molto da terra, per cui i due caccia ripresero la via del ritorno.

Allorchè furono discesi, osservatore e pilota — un capitano e un tenente — si abbracciarono.