Parabole di osservatori e piloti.
Talune candidature all'aviazione fioriscono da un confronto: «Come volano gli altri, posso volare anch'io.» I candidati penetrano nell'ambiente fragoroso degli aviatori e «lavorano, violinano» coloro che godono fama di «pilotoni» per farsi portare in aria. C'è chi raccomanda: — Che i miei parenti non sappiano nulla.
Come si sono avuti dei casi in cui, appena librato, il novizio si è aggrappato al pilota proponendogli con cenni insistenti di diminuire la velocità dell'apparecchio perchè non riusciva a respirare e le vibrazioni lo scuotevano tanto che ritornando, alla domanda: «È la prima volta che vola?» aveva risposto «No, è l'ultima», in maggioranza le nuove reclute sono scese iperbolicamente ottimiste: «Straordinario! Immenso! tutto bello! Tutto bene!» senza che magari si fossero avvedute delle «schiappinate» commesse dal pilota imbarcando acqua in partenza e in arrivo, avanzando di sbieco, «derapando»....
Se è vero che talune reclute tornate in acqua erano rimaste immobili nell'apparecchio, paralizzate dal tumulto delle sensazioni nuove, da non capire se erano in volo o no, fermi o in moto, è pure vero che altre reclute, prima ancora che l'idrovolante fosse frenato, erano scattate in piedi agitandosi in dimostrazioni di esultanza.
Gustato il primo esperimento, gli entusiasti avevano frequentato un corso osservatori insieme ad ufficiali d'artiglieria desiderosi di dirigere i tiri dall'aeroplano che è il migliore osservatorio, insieme ad ufficiali competenti in topografia, leggitori squisiti di carte e di terreni, ad ufficiali reduci dai più svariati sports. Arrivati in squadriglia, i nuovi osservatori s'erano immediatamente proposti di guadagnarsi la fiducia dei piloti e sopratutto di quelli più quotati. Ma all'ultimo venuto non è lecito scegliere, nè esigere il pilota migliore che da tempo è requisito dagli osservatori più anziani.
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Il nuovo osservatore esordisce senza nutrire fiducia nel pilota assegnatogli, ma col proposito di ispirare fiducia a lui. Da tale contraddizione scaturisce il disagio, e, per nasconderlo al pilota, l'osservatore, durante i voli, si volge di tanto in tanto a sorridergli come per dire: «Mi piace volare teco. Vedi come sono tranquillo?» Così coglie l'occasione, senza averne l'apparenza, di accertarsi che colui il quale tiene i comandi sia in condizioni normali.
Volendo mostrarsi disinvolto, mentre sa di non esserlo ancora, l'osservatore si alza in piedi, si sporge, ma si tradisce ricacciandosi a sedere d'urgenza al primo colpo di vento. E si tradisce ancor più nella discesa e durante l'ammaraggio, afferrandosi a qualche sporgenza della cabina. Ma se l'ammaraggio riesce regolarmente, egli dichiara giubilante al compagno: «Tu sei un pilotone». In altre parole: «Temevo che tu mi ammazzassi. Ti giudicavo più schiappino. Invece anche oggi porto la pelle a casa.»
La reazione al patema sofferto in volo continua a terra nel neo-osservatore che asserisce d'aver scoperto chi sa quante cose nelle retrovie nemiche. E gli osservatori anziani, fatti scettici dall'esperienza e rammentando come quasi tutti gli esordienti si ritengano in dovere di scoprire batterie nuove, gli rovesciano la doccia: «E la vampa l'hai vista?»
Formatosi la convinzione che il pilota assegnatogli non è il suo assassino, l'osservatore, dopo aver confidato ai colleghi «il mio pilota si fa», diventa disinvolto sino all'esuberanza, eccede nei gesti, trascura di sorvegliare il cielo sopra, sotto e in coda all'apparecchio. Nella sua inconsapevolezza si divaga in volo, non pensa ad alcuna delle insidie aviatorie, privo di quella diffidenza da tecnico che induce il pilota a controllare l'andamento del velivolo col sistema nervoso, con la vista, l'udito, il tatto, e traverso gl'istrumenti di bordo.
Non di rado al ritorno da un volo il pilota è grave, reca nel viso l'ombra di un pericolo corso; l'osservatore in embrione è quasi sempre entusiasta sopratutto del proprio «ardimento» pur non avendo avuto il più vago sospetto di trovarsi minacciato. Le sue narrazioni cominciano involontariamente a prescindere dall'azione del pilota: «Io ho fatto una spirale, poi mi son messo in linea di volo. A un certo punto ho virato, quindi ho ripreso quota....»
«Scusi — gli chiede il capo-squadriglia — e il pilota che cosa faceva?»
È il periodo, questo, in cui pilota ed osservatore, pur cominciando a stimarsi reciprocamente come aviatori, non vanno d'accordo: l'uno vorrebbe preponderare su l'altro. Ma le discussioni servono loro ad assestarsi. Trovati i punti di contatto, la coppia funziona egregiamente; anzi esagera nel mutuo incensamento: «Il mio pilota è grande! — Il mio osservatore è ideale!» E tutti e due, l'uno per l'altro: «Che fegato!»
L'osservatore simboleggia il fine e il pilota il mezzo. Il primo partecipa alla vita esterna dell'apparecchio e il secondo alla vita interiore. L'uno fotografa, prende rilievi, dirige tiri; l'altro manovra. L'uno ha l'entusiasmo di chi crea e l'altro ha la freddezza di chi deve rimanere nel limite delle possibilità. Ne derivano voli meravigliosi. Sino al momento di entrare in zona nemica, l'osservatore ormai maturo, rimane inattivo a sonnecchiare — c'era uno che regolarmente dormiva intanto che l'apparecchio prendeva quota — o a divertirsi nella contemplazione del panorama. Entrato in funzione, si esprime con gesti lenti, rari come un sacerdote benedicente. Oltre raccogliere osservazioni preziose, scruta con metodo ed assiduità la parte di cielo da cui più facilmente può giungere un attacco avversario. Durante il ritorno si volge col viso verso la coda, perchè è in coda che possono mettersi i caccia crociati. Il suo difetto superstite è di sparare con soverchia abbondanza e con precipitazione contro l'apparecchio avversario senza aspettare di averlo bene a tiro. Conquistata anche la freddezza che porta all'economico, esatto impiego delle mitragliere, si delinea in lui la tendenza a sospettare ed a sperare nemici in tutti gli apparecchi in vista, come nei primi tempi egli inclinava — data la sua incompleta preparazione morale — a desiderarli nazionali.
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Osservatore e pilota si aiutano vicendevolmente e talora inconsapevolmente nelle rispettive fasi di debolezza. Se l'osservatore, constatando che il tiro antiaereo nemico guadagna in intensità ed esattezza, fa cenno di ritornare, il pilota, il quale non ha innanzi agli occhi che una parte del quadro e che sente il motore funzionare regolarmente, insiste per conservare al volo la rotta e la durata prestabilita: l'osservatore suggestionato riprende lena, limitandosi a correggere la rotta secondo il contegno dell'artiglieria austriaca. Se al contrario il pilota rimane infiacchito da continui perturbamenti atmosferici e vuol discendere, l'osservatore, che non ha partecipato alla fatica e che sta raccogliendo dati importanti sul fronte, insiste per rimanere nel cielo nemico. E il pilota affascinato ritrova nuove energie.
L'osservatore in piena efficienza non si esibisce più di volare con chiunque e per qualunque ragione. Dispone ormai del suo apparecchio, del suo pilota col quale fraternizza, sotto l'influenza dei comuni rischi, fortune e glorie. Desidera volare solo per grandi missioni. Con fremiti di pentimento pensa all'epoca in cui, o per posa o per capriccio, si offriva di volare anche quando esordivano piloti appena arrivati o venivano provati apparecchi nuovi.
La discesa della parabola s'inizia quando per la lunga serie dei voli, l'osservatore acquista la sensibilità dell'apparecchio. Per il fatto che vola senza poter influire sulla manovra, pur comprendendola, l'osservatore è più audace del pilota. Più un aviatore diventa esperto e meno volentieri vola come passeggero.
Il posto anteriore sull'idrovolante da cui non è possibile osservare l'opera del pilota che sta dietro, è la sede di soliloqui come questo: «L'apparecchio sbanda a destra — dice tra sè l'osservatore. — E perchè non viene corretto? Un velivolo ci viene incontro e noi non si muta rotta: che non se ne sia accorto il mio pilota? Eppure gli ho già fatti vari cenni. Ora si plana. Accidenti che picchiata da disperati! Siamo già prossimi all'acqua e ancora si scende a precipizio: che lui non veda l'acqua? C'è specchio! Ah sì l'ha vista! Richiama! Ma io in questo buco non torno più!»
Sono già passati vari mesi quando l'osservatore scopre d'avere imparato a vestirsi per il volo. Nei primi tempi s'imbottiva di maglie, sciarpe, passamontagna, pelliccie, guanti, soprascarpe in modo da trovarsi eccessivamente fornito di calore e impacciato anche per il più semplice movimento. Per quanto anticipasse la sua toilette, riusciva di rado a presentarsi all'apparecchio al momento fissato per la partenza e sempre trovava al suo posto il pilota nella cui muta, crucciata accoglienza, sentiva la protesta. In volo qualche inconveniente interveniva a infastidirlo: o le estremità della sciarpa si scioglievano e agitandosi provocavano gesti dispettosi nel pilota o un passamontagna spostandosi gli copriva ostinatamente un occhio. Particolari da nulla, ma sufficienti in volo per inquietare. Ora l'osservatore possiede un estratto della sua antica toilette che applica con rapidità e praticità. Sarebbe come vivesse con poche ma buone idee in sostituzione delle molte, complicate e inconcludenti dell'adolescenza.
Acquistata la sensibilità della manovra, l'osservatore divide la sua attività fra la vita esterna e quell'interna dell'apparecchio. Se avverte colpi di vento o vibrazioni del motore, interrompe il suo còmpito — a meno che questo non risulti così travolgente da occuparlo tutto — per sorvegliare il pilota. Fa l'osservatore sì, ma anche del pilota. E fa pure il critico: «Se avessi avuto io i comandi, mi sarei comportato diversamente.»
Il suo concetto dominante è: «Se passassi al pilotaggio, imparerei in pochi giorni.» Conoscendolo ipercritico, i piloti, che prediligono passeggeri fiduciosi, ammiratori della loro perizia, tendono a evitarlo. Egli comincia a sentirsi indisposto, a chiedere licenze con frequenza, a patire malumori, a raccogliere talismani contro la iettatura; è gaio quando piove, invoca di mutare squadriglia e di passare al pilotaggio.
L'esaudimento di quest'ultimo desiderio rifornisce l'ex-osservatore di ottimismo. Iniziando le lezioni di pilotaggio, assicura che mediante una decina di voli conseguirà il brevetto. Se i voli diventano venti, venticinque ed anche trenta, asserisce che per pilotare occorrono tre cose: «volare, volare e volare».
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In tale opinione s'incontrano gli osservatori e i piloti assurti alla loro piena efficienza, efficienza che i piloti raggiungono grazie a un falso presupposto: di essere dei pilotoni. Se conoscessero i loro difetti, forse chiederebbero l'esonero. Iniziano la loro parabola in squadriglia volando molto, ma anche molto male. Quando scendono in vista di un palo, di una sponda, anzichè l'idea unica, precisa, fulminea, frutto di esperienza, che salva la situazione, si presentano loro tante idee contemporanee, confuse, contraditorie, paralizzatrici: «Che faccio? Levo il motore? Riparto? Vado a destra. No, a sinistra. Pum. Traaaaaac. (Un po' di futurismo è indispensabile a dare il suono delle ali che si lacerano). Ma nessuna meraviglia tra i superiori, tra i colleghi. Il fattaccio era nel bilancio. Gli apparecchi che vengono affidati ai piloti bisognosi di allenamento sono veterani della guerra messi in disparte «per fare scuola». E per insegnare ai giovani, i poveri vecchi gloriosi si sacrificano come ex-cavalli da corsa destinati al macello.
«Papà di famiglia» è definito il pilota allenato che parte, arriva regolarmente, resiste ai colpi di vento, non sfascia quasi più o pochino, pochino. Non è brillante. Vola piatto, gira largo, sbanda poco o nulla, diffida delle spirali, entra nei canali soltanto se completamente liberi o dopo averli presi di mira molto da lungi. In compenso è resistente, si specializza nei voli di lunga durata, i voli «da tramviere» che fanno esclamare ai piloti più anziani e più vivaci: «Che barba!»
Poichè avverte che sta formandosi una riputazione, non intacca quella degli altri, parlando sobrio ed esclusivamente in favore del prossimo. Giunto per ultimo, è estraneo alla gloria dei predecessori, si occupa a crearsene una propria, senza passare per la mediocrità dei confronti, per i tormenti della gelosia. Però le narrazioni di eccezionali imprese da lui udite in principio con stupefazione, ora sono riudite da lui con naturalezza: la distanza fra la sua efficienza e quelle imprese è diminuita. Ma non è scomparsa. Il «papà di famiglia» non è ancora prodigo e s'indugia in queste temporanee teorie: «Faccio gli scherzi solo quando è necessario (come se gli scherzi — rapide manovre — si potessero improvvisare). Volo soltanto quando mi comandano.» Siccome i più agguerriti attribuiscono la sua prudenza a fifa e ad incapacità tecnica, egli a sua volta attribuisce in segreto il brio dei più agguerriti ad incoscienza.
Riconosce d'aver torto qualche mese dopo allorchè «sentendo e avendo alla mano» l'apparecchio «si butta» anche lui. Giorno per giorno si fa più disinvolto: anzichè infilare i canali a distanza con lunghi, cauti planè, «li prende» improvvisamente con mezza spirale, raggiunge l'acqua con velocità, eseguisce viraggi e spirali a comandi invertiti, «picchiatone», salite «in candela» montagne russe. E diventa «sbruffone»: ama gli scherzetti a bassa quota, le rapide planate sino a sfiorare i tetti delle case. Gode nel mettere lo scompiglio fra la gente che s'era fermata nelle strade a mirare le sue evoluzioni. Quando scende va a raccogliere le lodi interrogando gl'intimi: «T'è piaciuta la mia spirale?» a somiglianza degli attori che domandano: «C'eri ieri sera?»
Con sgradevole sorpresa raccoglie pure le confidenze degli amici i quali in nome della franchezza e sotto l'usbergo dell'incolumità derivante dai rapporti cordiali, si esprimono su per giù così: «Ora che sei diventato veramente abile, permetti che ti si dica la verità: sino a un mese fa valevi poco. Gli osservatori volavano teco con apprensione. Il comandante domandava: — Ma perchè insiste a volare? — Ora, con sorpresa di tutti, sei riuscito un pilotone. Ma come hai fatto? Sai che oggi coi tuoi scherzi ci hai lasciati a bocca aperta e con i capelli ritti?»
Su queste confidenze, il pilotone svolge amare considerazioni: «.... Ed io che anche un mese fa, anche due mesi fa mi consideravo un gran pilota. Ma non ripudio quella mia opinione che è stata la creatrice della mia attuale forza. Ciò che m'interessa notare è che le lodi, le strette di mano d'allora non erano scrupolosamente sincere».
E diventa superbo, vendicativo. Non invita più alcuno a volare con lui, tranne il fedele motorista, il segreto amico anche delle ore meno liete, finchè il malumore degli esclusi si manifesta con lagnanze, proteste contro le «parzialità» del pilotone. È l'ora del trionfo. Il pilotone recando in volo i critici pentiti e ravveduti, sciorina con maestria, con voluttà tutta la sua arte in una incessante serie di viraggi, spirali, picchiate e cabrate concludendo con un ammaraggio al «burro».
Consolidata su basi salde la sua fama, il «pilotone» domina l'ambiente con le sue virtù ed i suoi difetti, con le sue rumorose censure; segue i voli altrui con espressione di critico incontentabile. Agli apparecchi che gli passano davanti bassi e vicini urla, come i piloti a bordo lo potessero sentire: «Più piede! Tieni il volante a posto! Guardate come derapa! Non capisce neppure da dove viene il vento!»
Allorchè i piloti più giovani rompono apparecchi, egli, quasi non avesse rotto mai, non accetta per buone le giustificazioni, le attenuanti, ma sentenzia: «Dite ciò che volete, ma è stata una schiappinata!»
La parabola continua inevitabilmente la ormai iniziata discesa. Il pilotone è avido di novità: vuol mutare ambiente, persone e sensazioni. Di tanto in tanto, in seguito ad un'arrabbiatura, chiede l'esonero dal pilotaggio, non si comprende bene se per il piacere di udire il «Rimanga» del comandante o per un'effettiva sazietà di voli; accusa una complicazione di disturbi: neurastenia, insonnia, inappetenza; ostenta il suo assenteismo, ma non appena vien richiesto dai superiori un importante volo sul nemico che eseguito da altri potrebbe menomare il suo primato, l'antico orgoglio, l'anima vera prorompono in lui: «Fuori il mio apparecchio» e pretende di partire per primo.
Lo accompagna volontariamente il vecchio osservatore che già da settimane non volava perchè si sentiva in crisi fisica e morale: di fronte alla bellezza di un ardito volo sul nemico, non può trattenere gl'impeti del suo tempo migliore.
Superato lo slancio momentaneo, i veterani riprendono la discesa della parabola: giudicano che il meglio fiorì nel passato. Tutto ciò che lasciarono supera ciò che posseggono. Le loro imprese compiute rimangono insuperabili.
Se il vecchio osservatore è incaricato di portare sul nemico per la prima volta il pilota esordiente, appena raggiunta la quota di due o trecento metri, spara la mitragliatrice. L'esordiente trasalisce: «Come! Appena uscito e già in combattimento?» Ma il vecchio osservatore con gesti spiega e il pilota non comprende: «Ho provato l'arma». Raggiunte le linee, il vecchio lupo dell'aria instancabilmente ordina mutamenti di rotta e di quota, e il pilota ubbidisce come un automa senza capire e con riluttanza. Ricevendo ordine di tornare indietro l'esordiente s'illude che la missione sia finita, ma poco più tardi deve riportarsi sul nemico: era una finta.
Appena discesi: «Mi vuoi spiegare?» domanda il pilota.
«I viraggi, i cambiamenti di quota servivano a confondere il tiro antiaereo. Vieni qua. Osserva sulla carta. Vedi questa dolina? Vedi questi caseggiati? Altrettante batterie.»
Lo stesso procedimento segue il vecchio pilota col giovane osservatore i cui gesti per dirigere la rotta non ottengono ubbidienza tanto che egli a un certo punto si irrigidisce in una immobilità assoluta, per protesta.
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Il costume di caratterizzare gli apparecchi con simboli, fregi, pupi, motti, suscita due tipi dì superstizioni. Gli ottimisti confidano che rechi fortuna; i pessimisti temono il contrario. Così abbiamo interni di cabine con ferri di cavallo, piccoli teschi d'avorio con le effigi di Sant'Elia protettore degli aviatori; abbiamo radiatori con pupi; abbiamo dipinti sui fianchi degli scafi i Fortunelli, i Cirillini, i Budda, gli Oronzio E. Marginati, i diavoli, i draghi, i leoni di San Marco, i cani con aeroplani crociati tra i denti, le stelle, le bombarde; abbiamo i motti: «I casi sono due», «Come vene, vene», «No i me ciapa», «Macaco, scansati», «Ocio fiol d'un can!», «Più alto e più oltre», «Sparviero», «O va, o spacca», «Tiremm innanz», «Il pennacchio mio», «Vein bein què, s'a t'è del curagg». Ma i pessimisti pensano che tali decorazioni risultano di malo augurio e citano il caso del «No i me ciapa» che tornava sempre sforacchiato e il caso del «Semo noi» che si scassò contro una sponda; ma il pilota sul nuovo apparecchio fece dipingere: «Semo ancora noi».
Esistono poi ricche collezioni di talismani nelle camere degli aviatori più perseguitati da incidenti: cornetti, chiodi, teschietti, ciocche di capelli, medaglie, frantumi di lava, brandelli di stoffa, calze di seta. C'era un osservatore che intascava più o meno scongiuri secondo la gravità della missione che gli veniva affidata. Prima di partire trovava sistematicamente il caffè disgustoso. E si metteva in testa una finissima calza di seta, regalo della madrina. Aveva capottato tante volte!
Gli osservatori meno osservatori sono gli allievi piloti esonerati, ma rimasti in aviazione per volare almeno come passeggeri. Preferiscono volare a fianco del pilota di cui diffidano. Il loro sguardo si posa preferibilmente, anzichè sul terreno, sugl'istrumenti di bordo. Sono felici quando possono reggere almeno il volante. In questa inconsolabile nostalgia per la manovra è viva in loro la speranza di tornare al pilotaggio. Usciti dalla porta confidano di rientrare dalla finestra, facendo gli osservatori.
Intorno a queste figure dominanti si muovono figurine minori: l'impenitente scommettitore che conclude ogni discussione su argomenti aviatorii con un «scommettiamo che io sono capace di...?»; l'ex istruttore abituato ai voli brevi, analizzati, finissimo pilota, ma affezionato al cielo del suo campo, melanconico nella solitudine, attivo nella creazione di nuovi piloti, nella correzione degli apparecchi e scarsamente battagliero; il cocciuto che s'impone il perfetto svolgimento di un programma: eseguire, per esempio, dieci ammaraggi senza sbagliarne uno e infilarne invece cinquanta senza raggiungere la decina segnata; il calcolatore che vorrebbe tutto prevedere ed è perseguitato dall'imprevisto per cui i partigiani della spensieratezza gli gridano: «È migliore il nostro metodo!»; il competente di motori che brucia i medesimi e viene soprannominato «Ingegnere Brusa» oppure «Ingegnere Grippa»....
Costoro si colgono nei loro allegri contrasti specialmente durante festose adunate quando il vento della letizia rende più trasparenti gli animi. Ad una delle più care adunate era stato chiamato un ufficiale pilota che durante l'ultima estate di guerra nel cielo carsico aveva avuto la fortuna di traversare vicende favorevoli per una proposta alla medaglia. Formavano quadrato ardite figure di aviatori e di fanti della Terza Armata su cui sovrastava il Principe. Una voce chiamava gli eletti e leggeva le motivazioni delle ricompense.
Quando udì chiamare il suo nome, l'ufficiale pilota ebbe un rimescolìo violento nelle vene e nel cuore e salì pallido, ansimante sul palco d'onore in cospetto del Principe che gli appuntò la medaglia e gli disse con famigliarità paterna e con austerità militare parole affettuose ed incitatrici. Così completa era la confusione del decorando da usare in luogo dell'«Altezza sì» l'abituale «Signor sì»; ma poi se n'avvide e il Duca sorrise....
Intorno in un'immobilità, in un silenzio che rendevano più profondo il senso di quei momenti, guardavano i fanti scesi dal Carso e gli aviatori scesi dal cielo avverso. Sopra la campagna soffusa d'autunno, le ondulazioni dell'Hermada, del Faiti erano picchiettate di scoppii. Un capovolgimento repentino di sensazioni si produsse nell'animo dell'ufficiale pilota, rigido sull'attenti in cospetto del Duca. La presenza di tante cose grandi e forti lo ammoniva che l'onore fattogli non segnava la conclusione di uno sforzo superiore, ma il principio; più che un premio era un incitamento. Salito su quel palco per inebbriarsi del proprio orgoglio, si trovava intenerito nella propria umiltà.
Il rombante fronte non lontano, i fanti e gli aviatori reduci dall'ardimento quotidiano, gli fecero sentire che quanto aveva fatto era assai meno di quanto gli restava a fare. Se la morte lo aveva sfiorato in fugaci incontri, la stessa minaccia insidiava o si attuava nella solitudine degli anonimi combattenti. Si sentì fratello minore d'innumerevoli sconosciuti cui non aveva arriso, nel tumulto delle vicende belliche, la fortuna delle ricompense; si sentì fratello minore dei colleghi d'ali nei quali la continuità dei rischi aviatorii crea l'incapacità di misurare quanto si dà, nei quali passa senza brivido il quotidiano pensiero della morte, pei quali morire «è nel bilancio».