II. La Veglia.

La signora Elisa e Faustino, dopo aver conversato un quarto d’ora colla famiglia del ronchiere, si erano ritirati in casa.

— Ah, sono passati più di cinque mesi dacchè il mio povero padre venne ucciso, disse mestamente il fanciullo sedendo presso la madre. Parmi l’altro giorno quando egli fu preso per essere condotto al supplizio, quando ci serrava tra le sue braccia e ne volgeva quegli sguardi senza pianto, ma esprimenti gli effetti disperati e le torture della sua anima. Parmi di sentire ancora il fuoco dell’ultimo suo bacio, quando i satelliti, impazienti dell’indugio, lo staccarono dai nostri amplessi. Ah, di quel bacio io ho compreso tutto il significato, e tutti i dolori che compendiava in sè. Sopra la guancia dove mi fu dato non rimasero i segni visibili, ma la memoria della provata sensazione mi durerà quanto la vita. Tu non hai voluto che vedessi il corpo di mio padre la notte che lo portarono a seppellire laggiù in fondo.

— Troppo male ti avrebbe fatto quella vista, disse la madre con voce commossa.

— Nondimeno il doloroso spettacolo che tu mi hai risparmiato me lo presenta non di rado la mia immaginazione. Poco fa, come io vedeva coll’occhio materiale il sepolcro, così con quello della mente vedeva il cadavere squarciato nel petto e nella testa dal piombo austriaco. Le piaghe mandavano sangue tuttavia.

— Non ti creare queste tetre immagini, che danno allo spirito inutile travaglio. Tuo padre non ti venga al pensiero sotto apparenze cruenti e paurose. Vedilo senza ferite, giacente come in placido sonno, colla serenità nel sembiante, col capo cinto dell’aureola celeste. Sia un martire glorioso, che gode della sua beatitudine, al quale sorride l’idea che dal proprio sangue e da quello de’ suoi compagni germoglierà un giorno la salute della patria. Dio e gli uomini tengono conto dei dolori e delle vittime d’Italia; questi dolori e queste vittime saranno seme che frutterà la sua redenzione.

— Ma perchè non l’affretta il cielo? La nostra patria geme da sette lustri sotto il giogo straniero.

— Forse Iddio nella sua giustizia non troverà che l’Italia abbia bastevolmente espiato le antiche e le nuove sue colpe. Forse non ci crederà degni ancora della libertà, che i popoli debbono acquistarsi con lungo e faticoso lavoro, onde saperla apprezzare e conservare come supremo inestimabile bene.

— E noi credevamo l’anno scorso di averlo raggiunto questo bene tanto sospirato. Infelice Carlo Alberto! Egli perdette il regno e la vita per la causa italiana.

— Se a lui non fu dato di compiere l’alta impresa, facilitò ai posteri le vie di riuscirvi. Concedendo la libertà al suo popolo, rinfrancò le speranze dei fratelli italiani, i quali non riposeranno finchè non l’abbiano essi pure conseguita. Vittorio Emanuele II promette di voler continuare l’opera incominciata dal padre.

— Ah, l’indipendenza e la libertà sicure e durevoli debbono essere un gran tesoro. Quanta gioja nei quattro mesi della nostra illusione, quanti auguri di grandezza, quanti assegnamenti di felicità sull’avvenire. E il mio povero padre come era lieto delle nuove sorti del paese, egli che tanto aveva sofferto e contribuito a prepararle. In primavera dell’anno passato tutto rideva intorno a noi. Il cielo aveva un azzurro più splendido, le campagne un verde più bello, gli uccelli cantavano più gajamente, l’aria era più pura e vivificante dopo la cacciata degli Austriaci. Così pareva a me, che pure non comprendeva ancora tutta l’importanza del grande avvenimento. Ma i nostri oppressori sono tornati, e ci fanno sentire più di prima la durezza del loro dominio. Tu, cara madre, mi dicevi che debbo odiare il governo austriaco, e non i soldati che egli obbliga a servirlo.

— Così vogliono la giustizia e la carità cristiana. Essi non hanno colpa del cattivo ufficio che sono costretti di esercitare fra noi. I nostri soldati lombardi, che debbono compierlo in Boemia o in Galizia, non sarebbe ragionevole che fossero odiati in quei paesi.

— Mi riesce molto difficile, per non dire impossibile, l’adempimento del tuo precetto. Il governo austriaco io lo vedo in tutti coloro che contribuiscono a sostenerlo. Imperatore, ministri e soldati non posso a meno di comprenderli insieme nel mio odio. Quando incontro un ufficiale che trascina da bravaccio la sciabola sul lastricato, che insulta ai cittadini col ceffo audace o col sogghigno beffardo, io personifico in lui il governo che ci sta sul collo. Si osserva però che la guarnigione di Brescia, dopo gli ultimi fatti, ha rimesso alquanto dell’usata spavalderia, e va più riguardosa col popolo, sia per rispetto de’ suoi mali, sia per ammirazione del suo coraggio sventurato, sia per paura di una nuova rivolta. Quest’ultima ragione dovrebbe essere la vera, badando al gran numero di cannoni posti sulle mura del castello e sopra lo spianato fuori di Porta Torrelunga. I quali indizi di minaccia, anzichè terrore, destano fremiti di sdegno nei cittadini. Madre mia, io sono orgoglioso di essere bresciano.

— Di essere italiano, devi dire.

— Sì, per la nazione, s’intende, ma pel municipio mi compiaccio grandemente di appartenere al mio. Le istorie bresciane di tutte le età registrano fatti egregi dei nostri avi, e noi nel valore e nel patriotismo non siamo degeneri da loro.

— Più un paese è celebre per antiche e per nuove glorie, più debbono i suoi figli mostrarsi degni di esso. Come ti comporterai tu verso la tua patria?

— Amandola sempre e tanto maggiormente perchè infelice, servendola come meglio potrò, e sacrificandole se farà d’uopo la mia vita. Tu sarai contenta del tuo Faustino. Ascolta un poco, domani non è giorno di scuola, e invece di discendere a Brescia, salirò sul monte per tirare al bersaglio. Dopo domani poi, finita la lezione, tornerò al ronco in compagnia del maestro, il quale, come ti ho detto, mi ha promesso di venire a pranzo da noi. Preparagli qualche manicaretto gustoso, ed una bottiglia del migliore. Sarà mia incumbenza di cogliere un piattello di fichi dalla pianta esposta a mezzodì contro il pilastro, chè quelli sono i più saporiti. Io voglio molto bene a Don Aurelio.

— Questo è debito tuo verso l’uomo che t’instruisce con cura affettuosa.

— E poi egli è stato maestro anche di mio padre, ed ha benedetto la sua sepoltura. Verso sera lo accompagnerò fino alla porta della città, e tanto meglio se vorrai discendere tu pure a fare quattro passi con noi.

Dopo questa conversazione, Faustino prese a leggere ad alta voce le vite degli uomini illustri di Plutarco, e la madre di quando in quando lo interrompeva per farvi dei comenti e delle osservazioni pregevoli per concetto giudizioso e per chiarezza di esposizione. La signora Elisa aveva una piccola raccolta di opere scelte con discernimento, opere atte ad innalzare la mente ed informare il cuore al bene. Con alcuno di questi libri intratteneva ogni sera il figlio, e tali letture, fatte in simil modo, gli erano di grandissimo giovamento. Don Aurelio poi ammaestrava il fanciullo nel corso ginnasiale, ed era sommamente contento di lui, che possedeva tutte le qualità per farsi amare dai precettori, e per destare in essi la compiacenza dell’istruire. Oltre il suo bel sembiante, oltre la vivacità dello spirito, l’acume dell’ingegno e l’applicazione volonterosa allo studio, aveva il sentimento del beneficio che a lui si usava coll’ammaestrarlo, e questo sentimento lo faceva palese nelle più graziose maniere. Dopo una spiegazione ricevuta, dopo una difficoltà sparita, dopo un passo fatto nel sapere, egli volgeva al maestro un dolce sguardo esprimente la propria contentezza, e insieme il ringraziamento e la gratitudine a lui.