III. Il Bersaglio.
Il mattino seguente prima che spuntasse il sole Faustino e Checco il servitore, armati ciascuno di un bastone colla punta ferrata, presero a salire verso l’antico monastero di San Gottardo, passato il quale non vi sono più abitazioni, e la collina si cambia in montagna incolta, sparsa di roveti crescenti fra le roccie ignude. Continuarono per greppi senza sentieri fino al luogo della loro meta. Questa ascensione sarebbe stata faticosa per chiunque, ma Faustino e il suo compagno la fecero colla leggerezza di due capriuoli. Penetrarono in una valletta, e dal crepaccio di uno scoglio trassero una carabina, due pistole, la munizione contenuta in un sacco di pelle, e un’assicella della forma e grandezza di un tagliere, che serviva da bersaglio. Disposta ogni cosa, Faustino principiò a sparare contro il segno. Checco gli stava al fianco per caricargli l’arma, e per disciplinarlo nel modo di tenerla.
Checco, o Francesco, era un giovane di ventitrè anni, un alpigiano della Val Trompia, calato a Brescia nel marzo 1848 per menare le mani contro gli Austriaci. Egli si trovò in parecchie zuffe, e diede prove ammirabili d’intrepidezza e di ardimento. Il padre di Faustino lo vide combattere sotto i suoi ordini, e ne restò maravigliato. Gli pose benevolenza, e lo adoperò in tutte le fazioni da lui comandate al lago di Garda e verso i confini del Tirolo. Dopo il rovescio delle armi italiane, lo condusse con sè nell’emigrazione. Ricominciate le ostilità, Checco fece parte della schiera che comparve in ajuto della sollevazione bresciana, e col solito valore affrontò gli Austriaci nel villaggio di S. Eufemia, e poscia nell’interno della città. Egli cadde ferito difendendo una casa dal furore nemico, e nella medesima venne raccolto e curato fino alla guarigione. Intanto seppe la misera fine del suo protettore, e fu per disperarsi di cordoglio. Nel mese di maggio entrò come domestico al servizio della signora Elisa. Non è che si fosse appigliato a quel partito pel bisogno di guadagnarsi il pane, poichè la famiglia di Checco possedeva al suo paesello una casa, alcuni campi, ed una fucina in cui egli stesso lavorava con due fratelli e alquanti giornalieri. Neppure cambiò mestiere perchè trovasse duro adoperare il maglio e sudare alla fornace. Un nobile sentimento gli fu inspiratore di questa risoluzione. L’amore che aveva portato al suo infelice capitano volle continuarlo al figlio e alla vedova di lui non meno infelici. Così pel piacere di appartener loro in qualche modo e di poterli avvicinare, rinunciò alla propria indipendenza e si sottopose alla condizione di servo. Quando seppe chi giaceva nel sepolcro in fondo al ronco, si commosse stranamente e pianse come un bambino. Egli pure vi si recava spesso, e la sua faccia, naturalmente allegra, diventava in quelle visite piena di tristezza. Checco aveva un cuore dei più eccellenti. Quanto impetuoso e terribile era nel battersi, altrettanto si mostrava dolce e mansueto nella vita ordinaria. In pochi giorni si affezionò talmente a’ suoi padroni, che qualunque sacrificio per essi gli sarebbe stato leggero. La signora Elisa studiò attentamente questo giovane, e ben presto si persuase della bontà della sua natura e de’ suoi costumi. Inoltre conobbe in lui retto senso e perspicace intendimento, quantunque non fosse uscito dalla rozzezza montanina che quel tanto procuratogli dalla scuola elementare del suo villaggio. In grazia di queste rassicuranti qualità la signora Elisa permise che egli fosse compagno a Faustino nelle sue passeggiate e assistente a’ suoi ginnastici esercizii.
— Ma bravo, signorino, e cinque! In nove tiri farne cinque di buoni, ciò prova che si ha occhio giusto e polso fermo, disse Checco tutto contento.
— Dunque faccio io progressi? domandò Faustino egli pure contento.
— Maravigliosi, padroncino. Fra poco lo scolaro supererà il maestro.
— Via, burlone, in nove colpi tu non ne avresti sbagliato uno. Dopo fatta colazione, allungheremo la distanza a trecento passi.
Checco aveva portato, secondo il solito, una valigia da armacollo contenente pane, formaggio, frutta ed un fiasco pieno d’acqua. Seduti per terra, si diedero a mangiare proseguendo il discorso.
— Che avverrebbe, disse Faustino, se comparissero qui improvvisamente due gendarmi, o due croati, o due birri qualunque?
— Non mi sentirei inclinato ad essere cortese nè a far complimenti con loro, soggiunse Checco ridendo. Non vorrei invitarli a restar serviti della nostra colazione.
— E se eglino invece invitassero noi a seguirli in città dopo averci legate le mani?
— Cioè prima di legarci le mani, perchè questa operazione sarebbe loro impossibile, trattandosi del mio signorino e di me. Io risponderei che non accettiamo l’invito di seguirli in città, nè in qualunque altro luogo si fosse.
— Allora essi volterebbero via mogi, mogi, salutandoci garbatamente, è vero?
— E perchè no, quando avessero visto che io mi faccio brutto, e che la voce non mi trema punto? Ma prima di dar mano alla carabina che è qui e alle pistole che sono lì, vorrei mostrarmi quel buon diavolo che credo di essere, persuadendo i due individui in uniforme che noi non facciamo niente di male, e pregandoli di lasciarci in santa pace. Ma io credo che il padroncino avrà parlato dell’apparizione di gendarmi o simile genia per solo supposto, e non già per timore che possa realmente accadere.
— Sì, per semplice ipotesi, come direbbe il mio Don Aurelio. Io mi reputo qui pienamente sicuro da ogni sorpresa, e giurerei che nessuna pattuglia si è mai sognata di fare le sue ronde in queste solitudini alpestri. A quale scopo verrebbero quassù a rompersi le scarpe? Mia madre è tranquilla al pari di me. Se avesse avuto delle inquietudini, non mi permetteva certamente quello che mi ha permesso.
— Delle inquietudini, per verità, ne ha avute la sua signora madre, ed era giustissimo e naturalissimo che ne avesse. Ma io le ho dissipate, informandola del luogo recondito e selvaggio dei nostri esercizii, e di tutte le cautele che abbiamo prese per tenerli nascosti. E poi ella è persuasa che suo figlio, affidato a me, non può correre alcun pericolo, perchè io lo difenderei a costo della mia vita.
— Quanto sei buono e affezionato a noi, mio caro Francesco. Tu congiungi la forza e il coraggio del leone alla benignità dell’agnello.
— Che bel merito! Sono due qualità che avrei comuni coi quadrupedi, disse il giovane ridendo cordialmente.
— Come hai tu imparato ad amare la patria, e odiare i suoi nemici?
— Non fa bisogno di studio per imparare queste cose; sono sentimenti che nascono con noi, e si sviluppano col vivere. Noi amiamo naturalmente la nostra casa, e odiamo coloro che ce la usurpano e ci maltrattano per mantenersene in possesso.
— Bravo, Checco!
— Non occorre di aver sudato sui libri per arrivare a saper tanto. Il suo povero padre si compiaceva di farmi chiaccherare sull’articolo della patria, e diceva di essere contento delle mie opinioni. Ah, quello era un vero italiano! Suvvia, non si rattristi, chè la sventura non ha rimedio. Il tempo guarirà il suo dolore, e farà spuntare il giorno delle vendette.
— Prosegui pure, io sono tranquillo, disse Faustino con un profondo sospiro.
— Egli mi voleva bene il suo signor padre, e mi trattava come se non vi fosse stata una grande distanza fra noi. Mi sono divertito molto, ed anche istruito un poco nel vedere il mondo. A Genova, a Torino e nella Svizzera ho potuto farmi un’idea dei paesi indipendenti e liberi, e conoscere i vantaggi di un governo proprio e nazionale. Il mio buon signore aveva amici, e riceveva dimostrazioni di stima in ogni dove. Era sempre coi liberali a discutere e concertare provvedimenti per la vicina riscossa.
— Aimè, egli doveva tornare per mostrarsi appena a’ suoi cari. Egli doveva rivedere la sua Brescia per incontrarvi la morte. E qual morte!
— È stato un orribile destino, bisogna convenirne. Ma almeno l’infelice non seppe il trionfo dell’Austria a Novara, e la nostra ricaduta nella schiavitù. Come avrebbe la sua anima sopportato questo tormento?
— Ah, ah! proruppe Faustino ridendo colle lacrime agli occhi. Era un riso che faceva pietà, e Checco rimase stupito a guardarlo. Ah, ah! tu credi che io venga a tirare al bersaglio per trastullo ginnastico, per vanità di forare un’asse, per compiacenza di sentirmi dir bravo? Che semplicione tu sei! A quell’asse io sostituisco mentalmente la testa o il petto di un soldato austriaco. Capisci, Francesco? Lo so anch’io che un’altra rivoluzione dovrà accadere. Chi può sopportare questi barbari ladroni? questi esecrabili desolatori d’Italia? Non si tratta di lepri nè di pernici. Io imparo a colpir giusto per darmi ad un altro genere di caccia. O semplicione di Checco a non indovinare il vero scopo del mio studio. Venga pure anche domani la rivoluzione, o altra causa di combattere il Tedesco lurco. Io sarò nelle prime file. Che nessuno mi guardi con occhio di dispregio o di compassione; io non sono più un fanciullo. Gli Austriaci, uccidendomi il padre, mi hanno fatto di sbalzo diventare un uomo. Morte e sterminio agli Austriaci!
Tutto ciò il giovinetto disse con esaltazione convulsiva, mancandogli tratto tratto le parole, come accade a chi è troppo appassionato e pieno del suo soggetto. A questa specie di orgasmo successe una calma silenziosa. Allora Checco, uscito dal suo stupore, disse fra serio e scherzoso:
— Non mi piace di passare per un semplicione, come il signorino mi ha chiamalo due volte in un minuto. Che diamine! Io non indovinare il perchè egli aspira ad essere un gran bersagliere? Non so io di chi è figlio, e quali sentimenti nutre nell’animo? Sarebbe stato un fargli torto se io gli avessi detto: Il fine per cui deve imparare a ben dirigere le palle si è per mandarle all’indirizzo degli Austriaci quando verrà l’occasione. Orsù, aggiungiamo alla distanza altri quaranta passi, e poi ripigliamo il tiro.
Checco numerò i passi, e Faustino, collocatosi al nuovo posto, continuò per un’altra mezz’ora l’esercizio. Indi, rimesse le armi e la munizione nel nascondiglio, discesero verso casa.