II. L’Agnus Dei.
Il marchese si alzò, e trasse da uno stipo un piccolo astuccio di prezioso lavoro, che durante la narrazione andava rivolgendo macchinalmente fra le mani senza aprirlo. Così principiò a dire:
— La contessa Claudia Bentivoglio mia zia era ancora a quarant’anni una donna leggiadra, galante, e gioconda qualche volta fuor di misura. Se vivesse oggidì, non piangerebbe di santa compassione alle lettere pastorali di Pio IX, e non darebbe il suo obolo al danaro di S. Pietro. Malgrado ciò, aveva un legame di amicizia coll’abbadessa delle Salesiane, e andava sovente a trovarla nel monastero. Pareva strano che una donna tutt’altro che ascetica se la intendesse con una claustrale consacrata a Dio. Alcuni dicevano che l’abbadessa era una mondana nell’anima, e che si compiaceva di conversare con chi le parlasse di cose non monacali. Altri opinavano invece che volesse convertire la Bentivoglio alla vita divota e contemplativa. Io non so dove stesse il vero. Un giorno manifestai alla zia il mio rincrescimento che fosse vietato agli uomini di entrare nel convento delle Salesiane, e che pertanto non potessi contentare il mio desiderio di vederne l’interno. Ella mi rispose ridendo che potrei appagare questo desiderio qualora sapessi prestarmi ad una metamorfosi, e sostenerla debitamente. Assicurata che ne sarei capace, mi condusse nel suo gabinetto, e coll’ajuto delle cameriere mi trasformò in fanciulla così al naturale da illudere coloro stessi che mi conoscevano più distintamente. Io aveva allora sedici anni, e tutta la freschezza dell’adolescenza. Guardandomi nello specchio, poco mancò che io medesimo non credessi aver cambiato sesso, e pensai a Tiresia. Montati in carrozza, noi ci recammo al monastero. La zia mi presentò come figlia di una sua amica, e la badessa, dopo i complimenti, chiamò una conversa che mi condusse a vedere i luoghi, cioè la chiesa, le scuole, il refettorio e i dormitorj. Era l’ora che le educande si trastullavano sotto i chiostri, nei cortili e sull’erba di un praticello. Quale spettacolo nuovo e delizioso mi offrirono quegli stormi di vispe creature folleggianti e susurranti qua e là con iscoppi di risa festose, con esclamazioni e canti di voci argentine, con battimani e moti di vivacità guizzante. Quale incanto nel vedere spiritelli gentili per vezzi nascenti, per forme tenere e aggraziate che si rivelavano sotto le vesti goffe e dissimulatrici, volute dalle rigide norme conventuali. In quegli occhi neri e cerulei, brillanti e soavi, in quelle boccuccie di corallo, in quei volti dove candidi e dove bruni, in quelle fisonomie variamente espressive si andavano sviluppando e compiendo bellezze squisite d’ogni tipo.
— Qual anima, qual fuoco, Eccellenza, nell’esprimere le sue reminiscenze giovanili.
— Per lo più i fanciulli sono rozzi e sgarbati quando giuocano. Le giovinette all’incontro ci hanno un fare grazioso che spiegano perfino negli sdegnuzzi e nelle petulanze loro. La mia scorta mi condusse per un corridojo largo e lungo, in fondo al quale si vedeva dipinta sul muro una Santa Teresa in estasi. Dinanzi a noi andavano preste e giulive due educande con piene le mani di narcisi, di giacinti e di giunchiglie, seminando una dolce e casta fragranza. Arrivate a quella specie di altare, si occuparono a distribuire i fiori nei vasi e nelle ampolle per adornarlo. Una di esse era maravigliosa, incantevole a vedersi. Aveva quattordici anni, e tutto il bello che la natura può creare. Io rinuncio a descriverla, perchè ne darei una immagine sbiadata e lontana dal vero. Dirò soltanto che possedeva due occhi grandi, fulgidi e voluttuosi nella loro innocenza; due occhi neri come la sua capigliatura fina e abbondante, che luceva sotto un raggio di sole primaverile cadente da un’alta finestra. Ella fu prima a sorridere e chinare il capo verso di me in atto di saluto, cui risposi con alcune parole timide e, credo, col rossore sul volto. Continuando la sua geniale occupazione, spiegava in tutte le movenze della persona e nell’agire delle belle manine una grazia incomparabile. Io stetti un minuto a guardarla assorto in tale estasi, che quella di Santa Teresa lì vicino era una distrazione in confronto. La fanciulla, collocati a posto i fiori, mi si accostò confidente e come presa da simpatia per me. Lodò la mia toeletta elegante, e abbassò lo sguardo un po’ mortificato alla sua umile veste di saja turchina. Ci avviammo di conserva lungo il corridojo, discorrendo intorno alla vita e le regole del monastero. Quando fummo in capo alla scala, si fermò accennando di congedarsi e voltare per altra parte. Si tolse dal collo un Agnus Dei ricamato in oro sopra il raso bianco, e me lo donò dicendo che era quello un suo lavoro, e che lo tenessi per memoria di lei. Vedetelo qua, aggiunse il marchese commosso, aprendo l’astuccio.
— È una gentile cosettina, disse il dottore dopo averlo esaminato.
— Io lo custodisco da trentacinque anni, e non lo darei per qualunque tesoro. La fanciulla, nel farmi questo regalo, mi baciò.... ed io la corrisposi. Un brivido di dolcezza sentii andarmi per le vene. In vita mia non ho mai provato una commozione così cara, un turbamento così dilettoso come nel ricevere e nel ricambiare quel bacio. Discendendo la scala, mi si offuscò la vista e mi tremarono le gambe. Io non pensava all’inganno della giovinetta, la quale aveva creduto di baciare una sua eguale. Come io mi considerava quello che era veramente, così per una stolida e temeraria illusione parevami che ella pure mi avesse considerato similmente, sicchè io attribuiva ai due baci il medesimo valore. Alla zia non feci motto dell’avventura. Non si sarebbe già scandalizzata, ma ne avrebbe riso allegramente; il che io non voleva, perchè la cosa era troppo seria per me.
Mio padre mi mandò a viaggiare col pedagogo, e l’Agnus Dei viaggiava secretamente con me. Io era preoccupato e malinconico; nulla m’interessava nè mi divertiva di quanto ci offrivano i paesi da noi visitati. Nei templi, nei musei, nelle pinacoteche, dinanzi ai monumenti e agli edificj più grandiosi io era distratto e sbadigliava. Con indifferenza, o poco meno, vidi la Torre di Londra; il Louvre e l’Escuriale. Solo mi stava nel pensiero l’immagine della giovinetta, e la memoria dei baci. Don Petronio si sdegnava contro il suo allievo così svogliato d’istruirsi alla scuola dei viaggi. Dopo due anni rimpatriai senza portare a Roma altre impressioni che quella con cui era partito, e divenuta più profonda nell’assenza. Avrei voluto trasformarmi ancora in fanciulla e penetrare di nuovo nel convento, ma questi scherzi non si fanno due volte, e poi mi era spuntata un po’ di barba al mento e alle guancie.
Da così strano accidente ecco in me generato un amore, che la giovanile immaginazione rendeva, carezzandolo, ognor più vivo e più intenso. Benchè avessi varcato il diciottesimo anno, il pedagogo, secondo la moda dei tempi, mi teneva ancora sotto la sua potestà e sorveglianza. Io gli augurava il malanno per diverse ragioni, ma principalmente perchè egli non voleva andare, nelle nostre passeggiate, verso il convento delle Salesiane, dicendo che le strade di là non erano amene, mentre per me conducevano al paradiso. Sì, il solo vedere quelle mura e quella porta, il respirare l’aria di quei dintorni mi faceva palpitare il cuore e fantasticare giojosamente.
Un giorno confessai tutto alla zia, e le dissi piangendo che se io non otteneva in isposa l’oggetto del mio amore, sarei morto d’affanno e di disperazione. La zia, che mi voleva un gran bene, ascoltò con interessamento la mia confessione, e mi promise che si sarebbe adoperata per consolarmi. La fanciulla era Eleonora de’ Gigli, di nobilissimo e dovizioso casato. A mio padre si presentavano per me i più ragguardevoli partiti di Roma, senza contare una principessa partenopéa, e la figlia di Don Manuele Linares y Aranda y Madruso Grande di Spagna.
— Vostra Eccellenza era il più bel giovane degli Stati Pontifici.
— Io non era più bello di molti altri, ma la mia famiglia possedeva cinquemila jugeri nella Comarca, e novemila nella delegazione di Macerata. Io ricusai la mano di qualunque fanciulla, insistendo per quella di Eleonora, che finalmente ottenni dopo superate non poche difficoltà, perchè alcuni giovani di gran conto aspiravano essi pure alle sue nozze. Come orfana e sotto tutela, Eleonora rimase in convento fino all’epoca del matrimonio. Ah, dottore, io non saprei dirvi quanto fosse divenuta più bella. Essa credeva di vedermi per la prima volta, e rapidamente mi amò. Perdonatemi questa vanità.
— Il signor marchese, per farsi tosto amare, aveva un talismano potente nelle grazie del volto, e in quelle dei modi e del discorso.
— Dite piuttosto che il mio amore, a lei secreto, traboccò quando fu mia in tale espansione da generare, come per miracolo, il suo e farlo adulto d’un tratto. Un giorno ella mi disse vezzosamente: Noi ci siamo subito amati senza aver avuto tempo di conoscerci — Ma noi ci conosciamo da lungo tempo, le risposi fra serio e scherzoso; anni fa noi ci siamo anche baciati, non ti ricordi? Eleonora mi guardò coll’aria di chi trova scipita, anzi buffonesca una celia. Allora io le posi sott’occhio questo Agnus Dei, che ella riconobbe per sua fattura e suo dono ad una fanciulla da lei incontrata nel monastero. Alle mie spiegazioni, fattele ridendo, cessò di essere stupita, e tinse le guancie del più amabile rossore in memoria dell’innocente abbandono, a cui la sua semplicità l’aveva condotta. Ingannatore! mi disse con un accento ed uno sguardo pieni di dolcezza, e mi strinse fra le braccia.
Dopo due mesi di matrimonio, si manifestò nella mia sposa un’alterazione di salute. Essa impallidiva da un momento all’altro, e perdeva tratto tratto il sonno e l’appetito. Qualche volta veniva sopraffatta da un leggero tremito convulsivo. Voi non eravate per anco il medico della mia famiglia; quello d’allora giudicò essere tali incomodi effetto della gravidanza. Una certa malinconia velò dappoi la naturale gajezza di Eleonora, e per distrarla io la condussi a Napoli ed a Palermo. Sembrando che il viaggiare le fosse di giovamento, noi andammo in Ispagna, ma sbarcati a Barcellona, dovemmo colà sostare, perchè il male si voltò subitamente al peggio. La mia sposa languiva e dimagrava un giorno più dell’altro. I medici credettero d’avere scoperto il morbo, che battezzarono con due dei vostri nomi tecnici, e curarono senza costrutto. Il ricondurla a Roma in quello stato era impossibile. Mi fecero sperare che dopo il parto si sarebbe riavuta, ma la speranza fu vana. Eleonora partorì un bambino di così trista apparenza che somigliava un aborto; in seguitò ella precipitò miseramente agli estremi. Io non l’abbandonai un istante, e l’abbracciava con amore e cordoglio disperati. Era uno scheletro, ma io vedeva sempre in lei quel portento di bellezza che mi aveva rapito, e che mi stava indelebile nel cuore. La sua angelica bontà e i suoi sentimenti religiosi la fecero rassegnata a separarsi dalla vita e da me, il cui affanno la impietosiva e le dettava parole soavi e sante per consolarlo, parole che invece lo incrudivano di più appunto per la loro soavità e santità. La bocca donde uscivano stava per essere muta in eterno; io doveva perdere per sempre colei che sapeva trovare, benchè invano, tali argomenti di conforto al suo trambasciato compagno. La cara infelice si spense nel mentre le nostre labbra erano congiunte; io bevvi il suo ultimo respiro. Anima desolata come la mia, e piena di raccapriccio e di furore compresso, e sitibonda di vendetta non vi fu mai sopra la terra. Interrogando un giorno l’inferma circa alcuni particolari della sua vita nel monastero, io aveva convertito in certezza il più orrendo dei sospetti. Coi miseri avanzi mortali della mia sposa, co’ miei servi e con una nutrice catalana per mio figlio m’imbarcai per Civitavecchia, dove giunsi dopo cinque giorni di navigazione.