III. Il pugnale.

Il marchese fece una pausa di due minuti, e quindi proseguì:

— Il cardinale *** uomo di rei costumi, dissimulati da una profonda ipocrisia, aveva sotto la sua protezione e direzione il convento delle Salesiane, e perciò si recava non di rado a visitarlo.

— Forse il cardinale *** che fu trovato morto nella sua villa? domandò con premura il dottore.

— Quel desso appunto. Egli vide Eleonora, e ne restò invaghito perdutamente. Nella residenza della badessa ordinava di quando in quando che gli fossero condotte dinanzi alcune educande col pretesto d’interrogarle negli studi. Fra queste non dimenticava mai di comprendere Eleonora, per la quale unicamente metteva in opera l’ingegnoso trovato. Dopo fatta qualche domanda alle fanciulle, giovandosi della sua età e autorità, toccava loro con vezzo affabile il mento, e le regalava, congedandole, di zuccherini. Immaginate come stesse il porporato nel praticare ad Eleonora quelle carezze peccaminose sotto l’apparenza della bontà paternale.

Sua Eminenza aveva per nipote un coso ridicolo, un bietolone di ventisei anni, ascritto a varie confraternite pie, e membro dell’accademia degli Arcadi. A lui guardò come a prezioso ausiliare, e principiò le sue pratiche onde farlo sposo della fanciulla. Se mio padre e mia zia non fossero entrati per me in lizza, il potente cardinale sarebbe probabilmente riuscito nel suo intento. Ma, come vi ho detto, io trionfai di tutti i rivali, ed Eleonora fu fidanzata a me. Deluso nelle sue speranze, quel demonio pensò ed eseguì tale enormità, che appena poteva capire in un’anima infernale. Alcuni giorni prima che la fanciulla abbandonasse il convento per diventare mia sposa, l’efferato, l’orribile uomo la ebbe dinanzi nella solita stanza dell’abadessa, le disse parole benigne e salutari circa il di lei ingresso nel mondo, e la invitò a bere una tazza di cioccolatte. Ah, dove erano i fulmini di Dio in quel momento? Il veleno adoperato dal cardinale doveva essere d’una virtù satanica, non è vero, dottore? Egli ne scelse uno di lenta ma sicura azione, un veleno sottile, perfido, latente, che non diede indizio di sè, e trasse a morte la sua vittima, come fosse colpita da un male ordinario che manda la natura; un veleno tanto scellerato che filtrò perfino nei penetrali della generazione, e corruppe l’organismo del feto. Il cardinale voleva morta la mia sposa in capo ad un anno, e calcolò giusto.

— Fu dunque fatta l’autopsia del cadavere! Si scopersero le traccie del tossico?

— Che mi domandate voi? rispose con qualche dispetto il marchese. Ecco gli uomini dell’arte, che vanno sempre coi piedi di piombo. Per credere al delitto, essi vogliono coglierlo sul fatto e toccarlo con mano. Questo metodo sarà buono, se volete, per la corte di giustizia criminale, chè nel caso mio non doveva entrarci per nulla. Io era persuaso anche troppo della scelleraggine del cardinale. Mi risovvenni per soprappiù che avendolo incontrato alcune volte dopo il mio matrimonio, mi guardava con un certo piglio notevole, con una cert’aria indagatrice, di cui in seguito mi spiegai il significato. In faccia al mondo la mia sposa era morta di consunzione.

Il cardinale soggiornava nella sua villa a Tivoli. Un giovane travestito s’introdusse una sera e si nascose nel parco dove il villeggiante soleva passeggiare senza compagnia. Quel giovane era io. Quando me lo vidi a segno, balzai dal nascondiglio, e afferratolo pel collo e chiusagli la bocca con un lembo della propria sottana, lo trascinai in un vicino boschetto, e gli tenni le ginocchia e le mani puntate sul corpo. Egli mi riconobbe, e mandò soffocati gemiti di spavento. Io gli lasciai libera un istante la bocca per intendere quali parole ne uscirebbero. Non faceva d’uopo che egli medesimo si accusasse per confermarmi nella persuasione della sua nefandezza e infiammarmi nella brama di ucciderlo. Pure nell’udirlo confessarsi reo e implorare misericordia provai una letizia feroce; la sete del suo sangue e la forza del braccio per versarlo mi si raddoppiarono. Avrei voluto poterlo martoriare un secolo prima di cacciargli l’anima dal corpo, e mi diedi a sfregiarlo col pugnale e forarlo nel viso replicatamente. Le tenebre non erano così folte che io non vedessi il sangue sprizzargli da più parti e la figura farsegli brutta e convulsa pel terrore e per lo spasimo. Finalmente lo pugnalai nelle regioni del cuore finchè rimase cadavere, e mi posi in salvo.

Qui il marchese si alzò di nuovo, andò al medesimo stipo, e tornò a sedere tenendo in mano un pugnale.

— Questa è l’arma che lo uccise, disse sfoderandolo e mettendolo sotto gli occhi del dottore. Guardate, il sangue rappreso vi è commisto alla ruggine. Io non ho mai voluto pulirlo, e sta sempre vicino all’Agnus Dei. Papa Gregorio ebbe un bel promettere cinquemila scudi a chi rivelasse il nome dell’assassino. Quale opinione avete voi, dottore, intorno all’atto che chiamasi assassinio?

— Un’opinione varia secondo la causa che lo produce, e secondo le qualità individuali e la riputazione di chi lo commette e di chi lo patisce. Alle volte non posso a meno di scusarlo, se non giustificarlo, come nel caso di Vostra Eccellenza.

— Così non parlerebbero i facitori di massime sociali e morali, i regolatori del consorzio umano. Costoro dicono la punizione dei delitti appartenere alla pubblica giustizia, ed hanno ragione. Ma si trova forse giustizia a Roma? Come ottenerla poi contro un cardinale? Come convincerlo del suo eccesso? Quali testimonianze produrre? No no, quand’anche avessi veduto il reo ascendere il patibolo, io sarei stato lungi dal contentarmene. Troppo barbaro e inaudito era il suo misfatto, e troppo straziata e crucciosa la mia anima perchè io non mi vendicassi da me medesimo. E la vendetta, o dottore, mi parve debole e insufficiente. Io non poteva più rinnovare la scena di Tivoli, come era impossibile che mi fosse restituita la mia sposa. Riversai l’odio sopra la classe di colui che lo aveva in me acceso. Con ostinato proposito studiai i costumi dell’alto clero romano, e ne conobbi il marcio e lo scandalo. Mi furono palesi le lussurie, le avarizie, i mercimonj e le altre sue vergogne. Lo vidi al maneggio degli affari dello Stato; altra cagione d’indignarmi e di condannarlo. Ogni ramo della pubblica cosa era in disordine; l’inettitudine, la corruzione e l’arbitrio regnavano da per tutto. Vidi le leggi e le istituzioni tiranniche o stolte, i privilegi e il favoritismo dominanti, il tesoro dilapidato, il popolo misero, ignorante, avvilito. Fino allora io non aveva posto mente alla condotta dei chierici, nè come uomini dell’altare, nè come legislatori, giudici e magistrati mondani. Anzi l’aristocrazia bigotta della mia famiglia e i principj della mia educazione volevano che io vedessi in tutti i preti venerande persone, e nel loro governo dei popoli un modello di saviezza. È probabile che senza la sventura occorsami, e assorto nella mia felicità conjugale, non mi sarei occupato di quelle bisogne, e avrei subìto, inconsapevole o codardo, la signoria papale, come fecero tanti altri della mia sfera. Mi adoperai invece con ogni possa a rovinare quella signoria, associando alla mia causa particolare quella della patria, e confondendo la mia offesa privata col pubblico danno. Ecco per quale circostanza io diventai liberale cospiratore e soldato. Io sono in fama di buon patriotta, e voi vedete ora fin dove merito questo titolo. Dottore, io non avrò posteri; la famiglia di San Giulio sarà estinta con me e col povero mio figlio.

— Vostra Eccellenza, nella sua età ancor fresca e nella sua robustezza, potrebbe rimaritarsi e continuare una illustre prosapia.

— No, no, io ho troppo amato la mia sposa, e troppo son pieno della sua memoria per volermi unire ad altra donna. Ho già fatto il mio testamento, e ve ne confido il tenore. Io assegno una ragguardevole somma per un’opera grandiosa e monumentale da erigersi in una piazza di Roma. Quest’opera, che sarà in marmo od in bronzo, deve rappresentare la caduta del potere temporale dei papi, secondo il voto degli Italiani e degli stranieri ben pensanti. Il resto delle mie sostanze, amministrate dal governo nazionale, costituiranno un fondo che fornisca i mezzi onde combattere, ove si manifestino, i tentativi dei preti e dei loro fautori per ricuperare il perduto dominio. Un consiglio o comitato, composto di membri stipendiati, verrà creato a perpetuità per investigare se vi sieno tendenze e maneggi a questo scopo. I pontefici-re non debbono mai più rinnovarsi al mondo. La loro esistenza deve essere annoverata fra quelle assurde istituzioni umane che hanno fatto il loro tempo, e che sono sparite per sempre.

FINE