IV. Felicità mancata.
Faustino soggiornava nella capitale del Piemonte, e di là scriveva sovente alla madre ed a Luigia. Questa confortava alquanto il proprio dolore, trattenendosi con Don Aurelio e colla signora Elisa. La giovane era travagliata altresì per un’altra cagione. Gli affari commerciali di suo padre andavano male, e lo vedeva preoccupato e mesto.
La signora Elisa, avendo ottenuto dopo molte istanze un passaporto per Torino, andò a trovare il figlio, che abitava due camerette mobigliate in via di Po. Grande fu la gioia di lui all’arrivo inaspettato della madre, che non gli aveva fatto sperare la sua visita per le difficoltà di averne il permesso. Non fu minore il giubilo della signora Elisa, colla differenza che importava l’esservi ella preparata. Il giovane, in tre mesi dacchè dimorava a Torino, aveva acquistato una sorta di celebrità. I patimenti e il patriottismo della sua famiglia, i suoi pregi personali, e il duello da lui sostenuto per un sentimento generoso, lo facevano l’idolo di tutti i liberali, e principalmente degli emigrati bresciani, amici di suo padre. Quando si seppe la venuta della signora Elisa, vi fu negli uomini e nelle donne un desiderio di conoscerla, una gara nell’onorarla, un’affluenza di visitatori al suo albergo. I due Bresciani madre e figlio formavano il soggetto dei discorsi e delle lodi generali. Le spie austriache stanziate a Torino riferivano sul favore che la signora Elisa godeva presso il partito rivoluzionario, sul concorso alla sua abitazione, e sui propositi sediziosi che vi erano tenuti. Don Aurelio intese da un galantuomo bene informato le misure che prendeva la polizia contro di lei, e le scrisse di non lasciare il Piemonte, perchè tornando a Brescia non vi sarebbe sicura. Questo avviso venne a risolvere la sua incertezza. Ella già desiderava di rimanere col figlio, il cui ritorno a casa non era da sperarsi per lungo tempo, ma le cose domestiche ed altre considerazioni si opponevano alla sua brama. Non si mosse dunque da Torino, ma significò le proprie intenzioni al suo uomo d’affari, ed a Francesco l’ordine di venire a raggiungerla, dopo spacciate certe incumbenze.
Don Aurelio e Luigia erano dolentissimi che alla emigrazione del figlio si fosse aggiunta quella della madre. Le sventure e le afflizioni si succedevano l’una all’altra. Il padre della fanciulla andava di male in peggio nei suoi negozii. Da parecchi anni la filatura dei bozzoli eragli stata tutt’altro che lucrosa. La perdita di una lite, alcune speculazioni disgraziate, e il fallimento di un corrispondente concorsero a precipitarlo. Ormai non poteva più soddisfare a’ suoi impegni, e trovavasi al punto di dover fallire egli stesso. Un ricco cittadino, il signor M.*, si offerse di salvargli il credito e le sostanze al patto che diremo dopo una digressione.
Tutti i paesi d’Italia vantano uomini amanti della patria, il numero dei quali è grande dove più e dove meno, come la forza del loro amore. Parlando solo della Lombardia, si può dire che vi abbondano questi uomini, e non pochi sono patriotti in alto grado. Costoro hanno veramente l’Italia in cuore. Per essa versano il proprio sangue e prodigano i loro averi, contribuendo a tutto quanto può agevolare i suoi trionfi e il suo risorgimento. Nell’oro da essi donato vedono armi e armati che fulminano i suoi nemici. Nessun sacrificio è loro increscevole. Se poco possiedono, danno tuttavia molto per ammirabile virtù di abnegazione. Ai bisogni e agli appelli urgenti, essi dicono fra sè medesimi: supponiamo che un incendio ci abbia guasta la casa, o la gragnuola devastati i campi, e il danaro che dovrebbe riparare i danni, adoperiamolo a soccorrere la patria. Quanto hanno patito al tempo della sua oppressione, altrettanto gioiscono ora che va risorgendo a libertà. Non sono entusiasti del momento, nè facili a raffreddarsi sui grandi avvenimenti politici e militari che ci apportarono salute. Durevoli sono nei loro animi le impressioni lasciate da questi avvenimenti; viva è sempre la memoria dei vantaggi che ne risultarono. Essi ne parlano e ne godono come di un bene appena ricevuto. Per essi le battaglie di Magenta e di Solferino, le annessioni dell’Emilia, della Toscana e delle Due Sicilie sono fatti accaduti jeri, e sentiti ognora col piacere di una grande e felice novità. Gli uomini in generale illanguidiscono prestamente nel loro sentire, compreso quello toccante la patria. Sulle cose avute per più importanti e più care passano in breve alla tepidezza, all’indifferenza e quasi all’oblìo. Questo è un grave male di fare subitamente vecchio il nuovo e di adagiarsi nel presente senza più rivolgere il pensiero al passato, nè stabilire confronti. Ciò impedisce non solo di apprezzare degnamente e di godere appieno la prospera situazione raggiunta, ma scema lo stimolo e l’aspirazione a renderla più prospera ancora. Come vi sono gli eccellenti patriotti, così esistono gli uomini che del nome di patria non conoscono neppure il significato. Lasciando i molti di costoro che s’incontrano fra i volgari, accenniamo ai pochi della classe ricca e distinta. Sono pochi, ma ci colpiscono di un senso tanto più disgustoso in quanto che li troviamo in una sfera che non dovrebbe presentarne alcuno. Questi figli disamorati non hanno mai palpitato al nome della loro madre, l’Italia. Essi vivono sul suo suolo come stranieri, e non prendono parte nè ai dolori nè alle gioie di lei. Anzi hanno contribuito a procurarne i dolori appunto perchè non aspiravano a parteciparne le gioje. O aderivano al governo austriaco, o l’anima hanno meschina e pregiudicata, o l’avarizia li strozza. Per l’una o per l’altra di queste maledizioni non fecero e non fanno mai nulla a pro della patria, nemmeno per timore della pubblica opinione, che essi disprezzano. Invano si cercano i loro nomi negli elenchi dei benemeriti che giovano alla causa nazionale. Il loro danaro sta chiuso nei forzieri, o lo spendono per alimento dei proprii vizii, o in opere di stolidi e dannosi intendimenti. Anche Brescia la generosa conteneva alcuni di questi uomini biasimevoli, e li additava vergognando. Nel picciol numero era compreso il signor M.* che si presentò per soccorrere il padre di Luigia. In contraccambio del beneficio egli domandava di sposare la fanciulla, della quale erasi follemente innamorato, sapendo pure che essa amava Faustino e che doveva a lui unirsi. I suoi milioni lo fecero dimentico de’ suoi cinquant’anni, ardito a far rompere una promessa, e crudele nel desolare due cuori. Forse egli affibbiava alla sua azione un qualche epiteto onorevole, come quella che salvava un onesto negoziante dalla rovina. A far conoscere ai lettori questo fatto gioverà, meglio della nostra narrazione, la corrispondenza che noi citiamo.
Luigia a Faustino.
25 marzo 1858.
Le angustie di mio padre vanno aumentando colla sua tristezza; egli ha l’aspetto di un ammalato. Alle mie interrogazioni risponde che gravi sventure di commercio lo hanno colpito, e non mi dice di più. Nel suo studio vi è un’insolita frequenza di persone che vanno e vengono con dipinta in volto una cura molesta. Io pavento una catastrofe imminente. Se non avessi il tuo amore che mi sostiene, sarei disperata. Ah, Faustino, sposerai tu una povera giovane senza dote?
Faustino a Luigia.
26 marzo.
Prima rispondo alla domanda colla quale tu chiudi la tua lettera. Se io ti sposerò malgrado la sorte che le disgrazie di tuo padre ti preparano? Potresti tu dubitarne, mia Luigia? Nel tuo dolore io ho un motivo di più per amarti, e per voler dividere con te il poco che possiedo. Ecco la prova che posso dartene: ottieni da tuo padre che egli accorci il tempo assegnato alla nostra unione, e che questa si compia al più presto qui in Piemonte. Digli che se bastassero cinquanta o sessanta mila lire per riparare allo sconcerto de’ suoi affari, noi lo assicuriamo di procurargliele. Mia madre ed io abbiamo già discorso in proposito, e fatto qualche disegno. Non ti perdere d’animo, Luigia cara, e speriamo che tutto finirà bene.
Luigia a Faustino.
4 aprile.
Mio padre è rovinato senza rimedio. I suoi debiti sommano a trecentomila lire, e la sua sostanza non arriva a tanto. Ah, Faustino, se io volessi scriverti con calma sarebbe una finzione, anzi un vano sforzo, perchè non vi riuscirei coll’animo lacerato come mi sento. Mio padre venne jeri sera nella mia camera a mostrarmi l’abisso che gli sta aperto dinanzi «Tu sola puoi salvarmi, Luigia, disse piangendo col capo abbandonato sopra la mia spalla. Il signor M.* ti ama ed è pronto, se tu lo sposi, a trarmi da questa fatale situazione. Io so quello che tu puoi rispondermi; so il tuo amore per Faustino e la promessa che a lui ti lega. Ma si danno qualche volta delle circostanze imperiose, accadono tali avvenimenti di forza maggiore che violentano la nostra volontà, e ci trascinano a rompere gl’impegni contratti anteriormente. Non vorrai tu impedire il disonore e forse la morte di tuo padre? Io sono alla vigilia del più disastroso fallimento. Abbi pietà di me, Luigia». Egli per avventura interpretava il mio silenzio come un segno di perplessità, e come un mezzo consentimento alla sua proposta; io taceva perchè impietrita dalla proposta medesima. Mio padre si allontanò dicendo che mi dava tempo otto giorni a decidermi. Ah, Faustino, io non posso più scrivere; ho le convulsioni nella mano come nel cuore.
Faustino a Luigia.
5 aprile.
Dire che sono stato colpito dalla tua lettera come da un fulmine, è poco. Tuo padre ha potuto proporti?.... Ah, signor no! Un animo paterno rifugge dall’idea di un tale sacrificio. Il solo domandarlo dovrebbe costargli più che il sottomettersi alla propria sventura. I figli non hanno a portare la pena degli errori dei padri. Chi fu cagione de’ suoi mali non voglia rimediarli col fare l’altrui infelicità, ma sappia sopportarli con rassegnazione. Ah, perdere la mia Luigia! Saperla sposa di un altro! Comprendi tu lo schianto e la disperazione che mi viene da un tale pensiero? E quel signor M.* gesuita e codino, venderebbe a simil prezzo il suo beneficio? Ecco la generosità che corre nel mondo, ecco i moventi delle belle azioni degli uomini: l’interesse, o il soddisfacimento di mal concepite passioni. Di’ a tuo padre che io sono sulle furie, e che l’iniquo e vergognoso mercato non avrà luogo. Guai a lui se vorrà farti violenza, e mancare alla parola che mi ha data.
Faustino a Luigia.
6 aprile.
Dopo messa alla Posta la lettera di jeri mi sono pentito d’averla spedita come immoderata e aspra verso tuo padre. Perdonami, Luigia, perchè io era nel bollore del risentimento quando la scrissi. Ora più miti consigli parlano in me. Noi dobbiamo pregare e non volere, dobbiamo commovere e non irritare. Metti in opera con tuo padre quella soavità di parole e di maniere che tu sola possiedi. Egli sarebbe ben crudele se persistesse nel suo divisamento. Digli che ceda ogni suo avere ai creditori, e che un fallimento per disgrazie non è disonore, come non lo è la povertà che ne consegue. Digli che mia madre ed io siamo sempre disposti a giovargli in tutto quello che potremo. Ma in nome di Dio egli desista dal volersi ajutare con tale espediente ingiusto. Nel cangiamento della sua fortuna abbia almeno il conforto di vederti felice. Non resista alla voce dell’amore paterno, e conservi pura la coscienza dal rimorso di averti sacrificata.
Luigia a Faustino.
9 aprile.
Io ho esaurito ogni argomento che l’amore e il dolore potevano suggerirmi. Apprezzando le mie ragioni, conoscendo la grandezza del sacrificio che mi chiede, e compassionandomi ognora, mio padre non rimane dal supplicarmi e dal dipingermi con tetri colori la miseria del suo stato. Ma non sarei io sola a patire quando mi arrendessi alle vostre istanze, gli dissi questa mattina. Faustino non vi è figlio, egli non ha con voi legami di natura, nè obblighi di sommissione per dover portare questa croce — Faustino è un giovine magnanimo, capace d’un sublime atto di virtù, e di ammirarlo in altri, mi rispose. La pena di rinunciare a te gli sarà alleviata dall’amore stesso, pensando come tu fosti degna di averglielo inspirato, e come egli fu degno del ricambio del tuo. Aimè, quale combattimento nel mio povero cuore! Perchè due sentimenti egualmente vivi e santi debbono essere in tale contrasto fra loro, e così fatali l’uno all’altro? Ascoltami, Faustino, tu sei più grande e più virtuoso di me..... dammi il nobile esempio del sacrificio... scrivimi una parola non dico di eccitamento, ma di consenso, o almeno di rassegnazione... ed io farò la volontà di mio padre. Se tu ti opponi, se tu continui a commovermi col tuo cordoglio, io torno al partito di resistere. L’amore e la pietà figliale dovranno cedere; io sarò tua, o di nessun altro.
Faustino a Luigia.
11 aprile.
No, tu non tornerai al partito di resistere; il tuo amore e la tua pietà di figlia vinceranno. Io sono corso da mia madre a mostrarle la tua lettera, e abbiamo pianto insieme. «Così doveva fare quella nobile, quell’egregia creatura, ella disse. Tu non sarai minore di lei nella virtù del sacrificio.» Mia madre si diede a prodigarmi i suoi conforti, conoscendo quanto bisogno ne avessi in quell’ora di mortale affanno. Aimè, Luigia, così dunque dovevano compirsi i nostri voti e le nostre speranze di felicità? Così dunque doveva coronarsi il nostro amore di tanti anni, il nostro amore così puro e costante, che di due anime ne aveva fatta una sola? Crudelissimo destino! Ma cessino i lamenti. L’affetto che io nutro per mia madre mi rappresenta quello che tu devi portare al padre tuo. Ebbene, Luigia, arrenditi alle sue preghiere, e segui la voce che t’invita all’eroico sacrificio. Io ti sciolgo dalla tua promessa. Dio avrà compassione di noi, e ci farà trovare qualche lenimento al nostro dolore nel merito della causa che lo produceva.
Luigia a Faustino.
13 aprile.
Don Aurelio, al quale ho sempre confidato le mie pene, si intenerì leggendo la tua lettera, e disse approvandola: Non mi aspettava meno da lui. Il venerando uomo m’incoraggiò a presentarmi subito a mio padre, perchè io esitava ancora, e temeva che non mi reggessero le forze per pronunciare io stessa la mia terribile sentenza. Mi presentai, e l’ebbi pronunciata. Egli risorse da morte a vita, ma per pietà di me non manifestò tutta la contentezza che lo possedeva. Ti dirò il vero, il mio dolore tacque vedendo io serenarsi il volto e l’animo di mio padre. Così mi fosse durata a lungo l’impressione ricevuta in quel momento. La sera venne il signor M.* a ricevere la mia promessa. Fu convenuto che il matrimonio si farà entro un mese, e questa sollecitudine l’ho domandata io stessa. Faustino, noi non dobbiamo più scriverci. Non ti dico se potrò e vorrò togliermi dal cuore l’amor tuo. Questo sarà un secreto fra Dio e me.
Faustino a Luigia.
14 aprile.
Che noi non dobbiamo più scriverci, è cosa dovuta. Che tu possa e voglia dimenticarmi o no, sia pure un secreto fra Dio e te. Dal canto mio ti dico apertamente che non posso nè voglio cessare di amarti. Per me non vi sono più donne al mondo. Luigia fu il mio primo e sarà l’ultimo mio amore. Se io ti ho perduta, mi rimane la tua immagine scolpita indelebilmente nel cuore. Ah, di una cosa mi disdico. Se misuro la tua dalla mia passione, debbo credere che non ti sarà facile il guarirne anche volendolo. Deh, non lo volere, non lo tentare nemmeno. Segui tu pure ad amarmi, e non farmene un secreto. Io ho bisogno di esserne assicurato, perchè questa certezza sarà il conforto della mia vita. Ti prego di portar sempre quell’anello che ti ho donato. Scrivimi ancora una lettera, nella quale io possa leggere che tu secondi la mia preghiera.
Luigia a Faustino.
15 aprile.
Eccoti la mia ultima lettera. L’anello che io porto dal giorno che me lo donasti, mi uscirà dal dito soltanto dopo morta. Ciò ti dica se io possa e voglia scordarmi di te. Ah no, Faustino, il nostro amore, chiuso nel profondo delle nostre anime, non sarà una colpa. La sventura che lo ha reso infelice sopra la terra, deve cessare nell’altra vita, dove noi saremo riuniti in eterno, e potremo amarci senza impedimento.