V. Guerra.
Don Aurelio, che da nove mesi non vedeva il suo allievo nè la madre di lui, andò a trovarli a Torino con loro grande consolazione. Un giorno, stando solo colla signora Elisa, le domandò:
— Che ha operato finora il tempo sull’animo di Faustino?
— Ben poco di salutare, disse la signora Elisa levando gli occhi al cielo. La guarigione del suo male sarà lenta, se pure avrà luogo. Egli è diventato malinconico, e soltanto dinanzi a me si sforza di non parerlo. E Luigia?
— Io la vedo rare volte dopo il suo matrimonio. Quell’anima tenera e gentile deve soffrire non meno di Faustino. Ma il soffrire cesserà a poco a poco in ambedue. Il loro amore, spoglio del tormento che ancora lo accompagna, resterà una mesta, ma non dolorosa memoria della loro vita. Il padre di Luigia ha rimesso in ottimo stato i suoi affari; la città intera però lo biasima del mezzo da lui adoperato. Il signor M.* è divenuto un altro uomo. Egli ha riformato sontuosamente il governo della sua casa, veste con elegante proprietà, non ha più l’aria del sanfedista, e quasi sto per dire che pensa come un liberale. Questo miracolo, che fa maravigliare i cittadini, si attribuisce al suo amore per la sposa, e al potere che ella esercita sopra di lui. In compenso di quanto ha tolto a Luigia, il signor M.* la circonda di tutti i piaceri che le ricchezze procurano. Ella però non si appiglia a quelli del lusso, tanto ambiti generalmente, ma a quelli di premiare il merito e di spargere beneficenze.
— Così Brescia avrà guadagnato, se il mio povero Faustino ha perduto, disse la signora Elisa sorridendo mestamente.
— Egli pure ha guadagnato qualche cosa in mezzo alla sua perdita, cioè il raddoppiamento della benevolenza dei Bresciani, che lo compiangono per le care speranze che gli furono tolte. Questo sentimento favorevole e generale de’ suoi concittadini non deve essergli indifferente.
— Le voci di guerra crescono sempre più, disse Faustino entrando. L’alleanza offensiva e difensiva del Piemonte colla Francia si dà per certa.
— Io mi consolo, rispose Don Aurelio, che vi sieno magnanimi scopi e nobili impulsi di nazioni verso nazioni, come avvene d’individui verso individui.
— E che? disse la signora Elisa, dovranno sempre i popoli ed i governi badare soltanto ai calcoli del proprio interesse, consultare unicamente le loro ragioni di stato, e guardare con indifferenza l’abuso della forza brutale che opprime un paese vicino?
— Avvi chi non approva questa alleanza, ripigliò Faustino, e vorrebbe che l’Italia si redimesse colle sue proprie forze. Certo che la redenzione fatta in tal modo sarebbe la migliore, ma il Piemonte, rinforzato di pochi e incerti ajuti fraterni, non basta contro l’Austria. E perchè dovremo noi rifiutare i soccorsi che generosamente ci offre una nazione grande e bellicosa? È troppo severa la sentenza che un popolo deve provvedere da sè medesimo alla propria salute. Noi abbiamo a che fare con un nemico tanto potente quanto astuto, il quale in nove lustri dacchè ci pesa addosso, ha studiate e praticate tutte le arti leonine e volpine per tenerci sotto. Noi siamo degni che ci venga tesa la mano soccorritrice, perchè sentiamo vivamente il nostro servaggio, perchè ci dibattiamo fra le catene, e abbiamo tentato più volte di spezzarle. Per noi e per la nostra causa stanno i voti e le simpatie di tutte le nazioni incivilite. Io ho fede che l’Austria sarà vinta e costretta a sgombrare il Lombardo-Veneto.
— È certo, disse la signora Elisa, che altre provincie d’Italia si rivolteranno contro i loro tiranni per darsi al Piemonte, cominciando così la bramata unità nazionale, che fra non molto avrà compimento.
— E quando l’Italia sarà unita, soggiunse Don Aurelio, si affretti a farsi forte. Ciò è richiesto a gran voce dalle sue condizioni di bellissima e ricchissima, che la espongono ad essere insidiata eternamente. La dottrina del secolo è il rispetto alle nazionalità, e la condanna delle conquiste. Ma le dottrine cangiano, e i tempi delle conquiste e delle invasioni possono ritornare. L’impero della ragione, del diritto e della giustizia è alternato sulla terra con quello del disordine, dell’ambizione e della forza usurpatrice. Bisogna essere previdenti, e spingere lo sguardo anche nell’avvenire lontano. Lasciando da parte ogni altro timore, l’Italia deve sempre aver quello dell’Austria, che starà in perpetuo agguato per ripiombare sulla preda sfuggitale di mano. Se un popolo ha lo scudo della sua forza e del suo valore, può resistere a qualunque attacco. Questo scudo è il solo nume protettore che manterrà l’Italia quando sarà fatta. Io ripeto che suprema cura degli Italiani debb’essere quella di agguerrirsi più che mai, fosse pure con qualche scapito delle sublimi speculazioni, degli studj industriali, e delle arti graziose. Anche il retrocedere un passo nella raffinata civiltà non sarebbe un male quando ne nasca il mezzo di mantenerci nel primissimo dei beni, l’indipendenza e la libertà. Oltre le rocche, i baluardi e le bastite, abbia l’Italia a propria difesa il petto di tutti i suoi figli. Ad un bisogno ogni uomo sia soldato. Il futuro governo italiano deve sommamente occuparsi ad armare il Paese, a promuovere l’educazione militare e levarla in alto pregio, sicchè la destrezza, la gagliardia ed il coraggio sieno argomenti d’onore e di gara nazionale. Studio di ogni cittadino sia quello delle armi, e ambizione l’averne di perfette. Così, e non altrimenti, l’Italia sarà rispettata nella sua esistenza. Così farà ritorno all’antica grandezza, e avrà stabile seggio fra le potenti e temute nazioni.
Già si facevano formidabili apparecchi di guerra tanto dall’Austria, quanto dagli alleati franco-sardi. Da tutte le parti d’Italia accorrevano in Piemonte giovani animosi ad arruolarsi chi nell’esercito regolare, e chi nelle bande dei volontarj capitanati dall’immortale Garibaldi. Faustino e Checco s’incorporarono in un reggimento di bersaglieri nella medesima compagnia. Gli amici potenti di Faustino volevano procurargli un grado, persuasi che lo avrebbe sostenuto con onore, ma egli ricusò fermamente, e fu gregario come il suo caro e fedel servitore. Quando amano la patria e sono bramosi di combattere per essa i novelli e spontanei guerrieri, sieno pur nobili o ricchi o pregevoli per ingegno, non ambiscono distinzioni e si mettono tra le file dei semplici soldati. È bello il vedere questi giovani favoriti dalla fortuna sprezzare gli agi della vita, indossare l’assisa grossolana, e dividere gajamente i pericoli e le fatiche coi figli del popolo.
Venne l’ora delle battaglie. La signora Elisa e Faustino si erano separati come usano in simili circostanze le anime forti. L’idea che quello poteva essere l’ultimo addio non la manifestarono, temendo che la sua grande acerbità non indebolisse la loro fermezza. Eppure nè la madre nè il figlio avrebbero voluto che quella separazione non avvenisse.
L’esercito austriaco alla fine d’aprile 1859 varcò il Ticino, assalendo il Piemonte in casa sua. Gli alleati lasciarono che si avanzasse e occupasse un tratto di paese senza opporgli resistenza. Quando loro parve tempo gli diedero addosso gagliardamente, e dopo una serie di fatti gloriosi, l’ebbero respinto dappertutto. Faustino e Checco parteciparono alle vittorie di Palestro e di Magenta. In quest’ultimo luogo gli Austriaci furono sbaragliati e costretti a sgombrare la Lombardia. A Magenta rimase ucciso Francesco mentre combatteva presso la stazione della strada ferrata. Era sull’imbrunire e la battaglia andava cessando, allorchè egli cadde poco lungi da Faustino. Questi corse a lui che, trascinatosi ai piedi di un albero, nuotava nel proprio sangue uscentegli dalla gola traforata da una palla di moschetto. Invano si adoperò a fasciarlo e soccorrerlo con ogni sollecitudine; la ferita era mortale. Il misero non poteva formare la parola, e scolorava e languiva con progresso veloce. Gli sguardi e le strette di mano erano il suo linguaggio, e Faustino gli rispondeva interpretandolo, e poi lo baciava e gli piangeva sul volto. Gli sguardi e le strette di mano cessarono, perchè gli occhi vetrificati perdevano l’espressione, e le dita si allentavano irrigidite. Faustino ebbe in breve un cadavere fra le braccia. Povero Checco! Nato e cresciuto in umile condizione, possedeva un’anima bella per intrepidezza, per sentimenti virtuosi, per devozione affettuosa a’ suoi padroni. Nella grande ecatombe di Magenta poche vite si spensero più preziose della sua. Era degno di rinomanza, e morì oscuro e ignorato.
La signora Elisa, trasferitasi da Torino a Novara si dedicava al servizio degli ospedali riboccanti di feriti. La moderna età sbandì dalla guerra l’antica ferocia. Ora l’umanità parla, per quanto può, nelle battaglie, e impedisce gli atti di barbarie. L’umanità circonda di cure le vittime esangui trasportate fuori del campo, senza distinzione di amici e di nemici. Donne caritatevoli e pazienti medicano le loro ferite e alleviano i loro patimenti, come farebbero le madri e le sorelle. In tale ufficio misericordioso, già da lei esercitato a Brescia nel 1848, era eminente la signora Elisa. La squisitezza della sua carità i suoi sensi compassionevoli, il suo garbo nell’operare e nel confortare non avevano pari. Essere tocchi da quella mano delicata, guardati da quegli occhi pietosi, e consolati da quella voce angelica pareva ai soffrenti un beneficio soprannaturale.
Dal giorno che principiarono le ostilità, la signora Elisa aveva ricevuto una sola lettera di Faustino, e dopo non ebbe più notizie di lui. Ogni mattina veniva all’ospedale tremando che egli fosse tra il numero dei sopraggiunti feriti. Alle volte si augurava di trovarvelo per poter quietare l’angoscia d’immaginarselo morto sul campo. A lei sembrava che le materne cure avrebbero avuto tanta virtù da risanare le sue ferite per quanto fossero state gravi. Che Faustino lasciasse veramente la madre priva di sue notizie? No, egli aveva scritto altre lettere, che nei disordini della guerra non arrivarono al loro indirizzo.
Il giovane era entrato in Lombardia colle schiere vincitrici e pronte a nuovi combattimenti. Gli Austriaci, sgominati e inseguiti, si ripararono al Mincio dove, radunate tutte le loro forze, tentarono una grande battaglia decisiva. L’Europa la conosce sotto i nomi di Solferino e di San Martino; nomi gloriosi all’esercito alleato, e di funesta memoria all’Austria.