IX. Il Carceriere pietoso.

Restituito alla sua prigione, Faustino pianse amaramente. La distruzione del paterno sepolcro, e la disperanza di unirsi alla madre avevano desolato senza rimedio la sua anima. Egli passò quasi un mese non trovando più modo di divagarsi nè col pensiero, nè colle solite occupazioni materiali. Un giorno il carceriere entrò per prendere gli utensili del pranzo, e vide che il fanciullo aveva mangiato pochissimo.

— Oggi non ha fame? domandò egli raccogliendo i tondi e piegando il mantile.

— No, non ho fame, rispose Faustino che sedeva sulla sponda del letto in atteggiamento di mestizia.

— E sì le vivande sono gustose, e dovrebbero stuzzicargli l’appetito. Vorrei che facesse onore alla mia cucina particolare, giacchè la sua signora madre ha ottenuto di servirsene per sè e per suo figlio. Mia moglie è una brava cuoca, e non lo dico per vantarla. Io lascierò qui ogni cosa, e il signorino mangerà più tardi con suo comodo.

— No no, portate via tutto. Io non voglio più nutrirmi, e così morirò d’inedia.

— Morire d’inedia! Che malinconie gli saltano adesso in capo?

— Io non posso più sopportare il mio tristo e troppo prolungato isolamento. Nessuno ha compassione di me.

— Non è vero, perchè io ne ho della compassione per lui.

— Fate dunque che io veda mia madre.

— Gli ripeto che non posso; il mio dovere me lo vieta assolutamente.

— Se aveste a trasgredirlo, non crollerebbe già per questo la monarchia austriaca.

— Per carità non parli di politica.

— E poi, nessuno saprebbe che avete commesso un sì enorme delitto.

— Non ne facciamo niente, come ho detto più volte.

— Ah, dove si trova un carceriere che abbia buon cuore? Sono tutti crudeli.

— Ehi, signor Faustino, sia ragionevole e giusto. Non dica crudele a me, che pure gli do prove di non essere tale.

— Avete ragione, perdonatemi. Sono così irritato, così angosciato!

— Tutte le concessioni che poteva, le ho fatte.

— Ascoltatemi, buono e caro Anastasio. Sedete lì un momento, e non mi lasciate così tosto. Ma perchè non potreste contentare il mio santo, il mio ardente desiderio? Di che si tratta finalmente per voi? Di venire a prendermi una notte, quando anima viva non è in volta, per condurmi nella prigione di mia madre. Voi state presente alle nostre esclamazioni gioiose, al ricambio dei nostri amplessi, e intanto gustate la compiacenza di aver procurato a due infelici un così dolce momento. Non sarà che un momento quello della nostra unione; voi ci dividerete presto, ma mia madre ed io avremo avuto un gran ristoro, che ci ajuterà a sopportare di nuovo la separazione. Questo fatto resterebbe per sempre un secreto fra noi tre.

— Lei dice a maraviglia, ma è impossibile che io mi arrenda. Gli ordini superiori sono positivi e severi. Abbia pazienza e non andrà molto che finiranno i suoi patimenti. Per quanto io sappia, la giustizia ha poco da imputare a loro signori, e quindi non tarderanno a riavere la libertà. Intanto si contenti di sapere che sua madre sta bene.

— Ecco tutto quello che mi dite di lei; sempre la stessa notizia asciutta, e nulla di più. È una ostinazione che mi fa disperare.

— Ma io reco altresì al signorino i saluti di sua madre.

— Ci vuol altro per appagare le brame ansiose di un figlio. Io vorrei sapere cento cose, e voi negate ognora di rispondermi.

— Suvvia, questa parte del mio dovere mi arrischio di trasgredirla. Non dica mai più che io sono un crudele.

— No, caro Anastasio, non lo dirò più.

— Mi faccia delle interrogazioni, e se saranno discrete, risponderò.

— Ah, così mi piacete tanto. Come sopporta mia madre la prigionia?

— Con gran coraggio; non si lamenta mai.

— Ditemi, la sua camera è salubre e decente? Vi entra aria e luce abbastanza?

— È la migliore del castello. Molti cittadini sarebbero contenti di cambiarla col proprio alloggio, voglio dire riguardata come camera d’affitto e non come prigione.

— Io tremo nel domandarvi se mia madre è costretta all’inazione, che produce la noja, orribile male per sè stesso e irritatore di tutti gli altri.

— Mia moglie procura alla signora qualche lavoro di ago e di maglia, come io fornisco al signorino le matite, i fogli di carta, e i giuochi di pazienza. Eppure qualcheduno ci dà la taccia di crudeli.

— Io riconosco il mio torto, e me ne pento. Ringraziate per me vostra moglie delle distrazioni che trova a mia madre, senza le quali il giorno le parrebbe interminabile. Ha ella dimagrato? Mangia e dorme discretamente?

— La signora gode una buona salute, e questo lo dico sempre.

— Io temo che il vostro possa essere un pietoso inganno. Senza dubbio ella chiederà novelle di me sovente. Ditele tante cose, ma tutte consolanti: che io la saluto carissimamente, che la bacio col desiderio, che mi diverto a disegnare, che sono allegro.... Ah, questo non è vero, e non lo crederà.... ma pare bisogna dirglielo. Voi vedete che ho la ciera smunta e le guancie un poco incavate, ma ciò deve ignorarlo assolutamente. Ella ne ha abbastanza dei dolori. Volete andarvene? Aspettate.... mi fareste la grazia preziosa di portarle quattro parole che scriverò colla matita sopra un pezzetto di carta?

— Quando avrò veduto che sorta di parole...... faccia presto.

— In un momento. Ecco, ascoltate: «Mia dolcissima madre, io penso sempre a te, anche ne’ miei sogni. Io penetro sovente i muri che ci dividono, e vengo ad abbracciarti. Ah, le larve della immaginazione sono lontanissime dalla realtà. Anastasio ha compassione di noi. Addio, addio!»

— Questo biglietto posso portarlo, ma appena letto dalla signora, sarà distrutto sotto i miei occhi.

— Sì, sì, mi basterà che mia madre lo abbia letto. Ah, il bel pensiero! Permettete anche a lei di scrivere sul medesimo biglietto una riga di risposta, e poi lo distruggerete qui da me, dopo che mi sarò consolato del ricambio. Deh, mettete il colmo alla vostra bontà.

— Questo pure sarà fatto. A rivederci questa sera.

— Quanto v’invidio che potete comparire dinanzi a mia madre, guardarla in volto e parlarle.

— Da bravo, cominci a mangiare, chè sarà meglio, disse il carceriere uscendo e dando i chiavistelli.

Faustino si sentì contento all’idea di poter leggere e baciare i caratteri di sua madre. Gli si destò alquanto l’appetito, e prese a sbocconcellare.

La signora Elisa ebbe il biglietto del figlio, e ne fu dolcemente commossa, tanto più quando intese che poteva fargli una risposta. Questo era il primo conforto da lei ricevuto in prigione, dove il dolore le aveva stampato in viso le sue impronte fatali. L’anima può sopportare gagliardamente i patimenti morali, ma il corpo no che è fragile e non ubbidiente ai consigli della riflessione. La materia languisce e soccombe per la ragione medesima onde lo spirito rinvigorisce e trionfa. O sono leggere, o non sentite abbastanza quelle afflizioni che lasciano intatto il benessere della persona. Il carceriere mentiva dunque al figlio nell’assicurarlo che la madre godeva buona salute, ma egli doveva dire così. Il vero sta che la signora Elisa era mutata non poco da quella di prima, e che il decadimento della sua bellezza si faceva sempre più manifesto. In sei settimane di prigionia già trascorse non solo non aveva potuto vedere un parente, un amico, un servo, ma neppure ricevere novelle di nessuno. Ogni comunicazione a voce e per iscritto erale impedita. Ma la maggiore ambascia, la spina più acuta del suo cuore era la separazione dal figlio. Il conforto del biglietto fu di breve durata. Ella notò che Faustino non faceva motto della sua salute, e inoltre le parve che le parole fossero tracciate con mano tremante. Da ciò argomentando che egli fosse indisposto, si creava una nuova pena, e accresceva il suo struggimento di vederlo. La moglie del carceriere, che era madre anch’essa, pregò molte volte e indusse finalmente il marito a transigere, almeno per metà, col proprio dovere. Egli permise che la signora Elisa vedesse il figlio, ma nell’ora che sarebbe addormentato, affinchè il secreto di questa condiscendenza non fosse in balìa di un fanciullo. Nel profondo della notte Anastasio dischiuse piano piano la prigione di Faustino e v’introdusse la madre, cui balzava il cuore di tenera ansietà e di gaudio anticipato. Sulla punta de’ piedi si avvicinò al letto, si chinò sul dormente che giaceva supino e stette a contemplarlo con tutta l’intensità dell’amore materno. Il carceriere si fermò in distanza, tenendo il lume in modo che la scena rimanesse nella penombra. La madre s’avvide che il caro sembiante era alquanto sparuto, e la temenza pietosa venne a mescolarsi in lei cogli altri sentimenti. Chinatasi di più, lo guardò con occhio scrutatore, ascoltò il respiro, gli pose una mano leggera sopra la fronte, e poi si diede a baciarlo a fior di labbra sulle guancie e sulla bocca. Il godere sola di quella gioja le parve egoismo colpevole, e con fraude amorosa attribuì al caso ciò che avvenne per effetto del suo volere. Simulando tuttavia ogni precauzione, toccò di furto e vivamente una spalla del giovinetto, il quale fece un movimento e si scosse dal sonno. Chi può dire come egli rimanesse al trovarsi dinanzi la madre? Si sollevò a sedere, si fregò gli occhi, e persuaso che non sognava, imbietolì tutto quanto e pianse di dolcezza. Qui accadde un abbracciarsi lungo e fervoroso, un esclamare di giubilo, un bagnarsi di lacrime, un baciarsi senza posa. Il carceriere intenerito non poteva andare in collera come avrebbe voluto, nè gridare contro la violazione del patto. Dopo aver lasciato durare alcuni minuti quella effusione di santi affetti, intimò che era tempo di finirla. Egli disse alla madre nel ricondurla al carcere: Se il fanciullo si è svegliato per proprio impulso, è segno che Dio lo ha voluto; se fu la signora che apposta gli ruppe il sonno, io le perdono. Bisogna credere che Anastasio, a quello spettacolo affettuoso, si fosse molto impietosito, e che il suo animo avesse goduto al godimento altrui, poichè ogni cinque o sei notti introduceva la madre nella prigione del figlio, e così ripetevasi il piacere di tutti. Egli aveva detto a sè medesimo: Giacchè la prima visita non ha potuto rimanere secreta al fanciullo, tant’è che succeda allo stesso modo la seconda, la terza, e le altre che verranno in seguito. L’uomo non è una bestia feroce, e conviene che ubbidisca al cuore allorchè la sua voce parla più altamente di quella del dovere. Io spero che la mia colpa non sarà scoperta, ma quando pure lo fosse, l’aver mancato una o più volte farebbe lo stesso in questo caso. Potrò giurare però che i brevi colloqui della madre e del figlio furono soltanto espansioni dei loro affetti. I due prigionieri non parlarono mai di altre cose, nè io li lasciai soli un momento.