VIII. L’interrogatorio.
I prigionieri stettero quindici giorni prima di subire un esame. Lo stato d’assedio, cui era sottoposta la città, voleva che fossero giudicati da un tribunale straordinario. Finalmente la signora Elisa venne condotta dinanzi alla commissione che soleva radunarsi in una sala del castello per esaminare gl’incolpati politici colà rinchiusi.
— Sa ella il motivo del suo arresto? domandò il presidente della commissione.
— Io lo suppongo, rispose l’interrogata. Ma quello che riguarda mio figlio non posso immaginarlo. La sua tenera età e la sua innocenza lo avrebbero dovuto preservare dal carcere, o almeno fargli dividere quello di sua madre. Non ignoro per altro che l’Austria si permette ogni sorta d’iniquità.
— Si ricordi, signora, a chi sta dinanzi, e non voglia con propositi oltraggiosi al governo, far danno a sè medesima. Come ha ella potuto procurarsi il cadavere di suo marito, e a quale scopo lo faceva seppellire al suo ronco?
— Me lo sono procurato col danaro e colle preghiere. L’ho fatto seppellire al ronco perchè le persone care si vogliono avere possibilmente vicine quando sono vive e quando morte. Dalla mia camera vedo il luogo dove riposa. Ogni mattina, aprendo la finestra, invìo colà un saluto, e altrove una maledizione.
— Suo marito era un sedizioso che infiammava i cittadini alla rivolta, che fu preso colle armi alla mano, e punito come meritava, disse uno dei due consiglieri.
— Un Italiano così parla di un Italiano assassinato dagli Austriaci! Mio marito è muto in eterno, ma io rispondo per lui.
— La signora avrà abbastanza da rispondere per sè stessa, ripigliò il presidente additando la croce che stava in un angolo della sala. Riconosce lei quella croce?
— Infamia! disse la signora Elisa diventando smorta. Hanno dunque invaso di nuovo il mio domicilio, strappata la funerea pietra, e forse manomesso il sepolcro? Che avvenne del cadavere di mio marito?
— Non importa che ella lo sappia.
— I barbari! gl’iniqui! che violano anche le tombe delle loro vittime. Non vollero lasciarmi neppure le ossa dell’infelice. Essi temono che, bagnate dal pianto della sposa e del figlio, abbiano a ricomporsi e sorgere animate e minacciose agli oppressori.
— Chi ha composto l’epigrafe scolpita su quella croce? domandò l’altro consigliere.
— Io medesima «Per aver amato e difeso la patria fucilato degli Austriaci tiranni e carnefici d’Italia.»
— E chi fu il manuale che incise quelle audaci parole?
— Il signor consigliere sarà ben persuaso che lo domanda invano. Questo delitto lo aggiunga all’altro mio. Come ho composto l’epigrafe, così mi carico pure di averla scolpita. La cosa non sarebbe impossibile.
— Ella è già aggravata abbastanza. Le sue opinioni, i suoi discorsi, i suoi atti arditamente contrari al governo, il mal esempio che diffonde, i cattivi principii in cui educa suo figlio, tutta insomma la di lei condotta potrebbe attirarle il più grave castigo.
— La morte mi sarebbe meno dolorosa dell’esistenza a cui l’Austria mi ha serbata. Io sono rea agli occhi della tirannide, e sia fatto di me secondo le sue bieche deliberazioni. Ma mio figlio è innocente, e non deve gemere alla sua età nella solitudine e nello squallore di una prigione. In nome di Dio e dell’umanità sia lasciato libero, o se non altro gli venga concessa la compagnia di sua madre.
— Egli non potrebbe avere peggior compagnia di quella di sua madre, rispose accigliato il presidente. La signora si avvezzi al pensiero di separarsene per sempre. Suo figlio sarà posto in un collegio governativo per esservi educato come si conviene.
— Ciò non potrebbe accadere neppure dopo la mia morte. Vi sarebbe cosa più misera di questa, più infame e più insopportabile sulla terra? Io rabbrividisco al solo immaginarla. Mio figlio educato per cura del governo austriaco, l’assassino di suo padre! No, no, tale progetto esecrabile non può effettuarsi in verun modo. Il mio Faustino vi troverebbe scampo col precipitarsi da una finestra. Così sarebbe compito l’eccidio dell’intera famiglia. Mi si riconduca alla mia prigione.
— La signora non ha dichiarato abbastanza per qual modo ottenesse il cadavere di suo marito.
— Col pregare, ho detto, e col ricompensare le persone che potevano contentarmi.
— I nomi di queste persone?
— Io non denunzio nessuno.
— Il tribunale è interessato a scoprire di lei complici.
— Non denunzio nessuno.
— Il silenzio tornerà a suo detrimento.
— Altro non dovrebbero avere a domandarmi, giacchè io mi confesso rea di quanto sono accusata.
— Noi vogliamo conoscere meglio i suoi sentimenti verso il governo.
— Mi meraviglio che non li abbiano già conosciuti quanto basta. Ah, l’Austria condanna pure il pensiero, che è libero per legge eterna indeclinabile di natura? Libero anche negli schiavi, e non sottomesso neppure alla nostra propria volontà? E loro signori hanno il mandato d’investigare questo pensiero inviolabile, di trarlo dalle latebre dell’anima e processarlo? Ecco un nuovo genere di Santo Uffizio della Inquisizione. Se non che io risparmio loro l’incomodo d’interrogare. Le mie eresie politiche non le nascondo nè per paura nè per altro riguardo qualunque. Io detesto in sommo grado il governo austriaco.
— Laonde gli nuocerebbe, potendo?
— Nuocergli? Ne farei l’estrema rovina con mia gran gioia.
— Forse la signora non pensava così avanti la morte di suo marito.
— Il signor consigliere mi fa torto; il mio odio è antico. L’assassinio che mi ha vedovata è un lutto di famiglia, un dolore a parte che io metto appena nel cumolo delle patrie miserie. Chi ama il suo paese piange lo strazio che si fa di esso più che i mali suoi propri. Benchè grave e miseranda la mia sciagura, che è in confronto delle pubbliche onde gemono cinque milioni d’Italiani? Io posso quietarmi alle volte sul mio affanno privato, ma non mai alla considerazione delle calamità moltiplici e diuturne che pesano sulla patria, non mai al pensiero della sua oppressione, della sua schiavitù, della sua infelicità.
— Potrebbe darsi che la signora esagerasse il suo amore di patria e la sua avversione al governo per acquistarsi una tal quale celebrità nel mondo dei liberali, disse il presidente con un sorriso beffardo. L’ambizione alle volte suggerisce i più strani partiti, compreso quello di sacrificare sè stessi alle lusinghe di essere ammirati e glorificati.
— Il signor presidente vorrebbe offendermi con questa maligna osservazione, ma io gli rispondo con calma che non esagero l’amore di patria nè l’abbominio all’Austria. Sono due sentimenti sinceramente professati fra noi, e così debiti e generali che non destano alcuna attenzione, come avviene delle doti comuni. Che vi sia un ostentatore di essi per vaghezza di rinomanza non si può credere, giacchè costui non arriverebbe a distinguersi dalla folla, nè a farsi un merito. Non mancano, è vero, anche i disamorati della patria e gli amici della mala signoria tedesca, ma si restringono a pochi venduti, che sarebbero pronti a mutare bandiera quando si rinnovassero gli avvenimenti dell’anno passato.
Il presidente suonò il campanello, e comparve una guardia che ricondusse la signora Elisa alla sua prigione. Indi a poco il medesimo tribunale ebbe dinanzi Faustino. Il fanciullo era destinato a servire di accusatore e di testimonio contro la madre. I giudici, profittando della sua inesperienza, dovevano trargli di bocca la rivelazione di fatti a lei pregiudizievoli, quando ve ne fossero stati. Per averlo pronto a questo perfido e snaturato ufficio, lo facevano intanto addolorare in carcere. Tale era la moralità e l’eccellenza della giustizia austriaca. Faustino aveva stabilito in cuor suo di voler essere impavido e superiore a sè stesso, ma il solenne apparato del luogo e l’imponenza dei giudici fecero svanire il suo proponimento. Sgomentato e peritoso, abbassava gli occhi e balbettava le risposte. Ci voleva lo stimolo dell’amore filiale e quello dell’indegnazione per fargli alzare il capo e sgombrargli dall’animo lo sbigottimento. Al rifiuto della sua preghiera di poter vedere la madre, si sentì mutato interamente.
— O crudeltà inaudita! proruppe egli acceso in volto. Dividere il figlio dalla madre, chiuderli separatamente, negar loro il sollievo di abbracciarsi! Di che siamo noi colpevoli per farci tanto soffrire? Povera madre mia!
— Calmatevi, disse il presidente, e rispondete con sincerità alle nostre interrogazioni. Questo è il solo mezzo per cui possiate sperare di riunirvi a lei. Quali amicizie, quali relazioni ha la vostra famiglia in Brescia?
— Io credo che prima di me avranno interrogato mia madre. Se ella ha risposto, è inutile che risponda io; se ha taciuto, io pure mi taccio.
— Voi cominciate male per meritarvi la consolazione che bramate.
— Non debbo acquistarmela col nuocere altrui.
— Dunque le persone che vengono in casa vostra parlano contro il governo?
— Io ignoro l’argomento dei loro discorsi, perchè non vi assisto. Il governo che ha in ira e perseguita la mia famiglia sospetterebbe e molesterebbe anche a torto coloro che sono in qualche modo legati a lei. Ecco perchè non li nomino. Quello che posso dire si è che mia madre ed io viviamo da cinque mesi ritirati al ronco senza vedere quasi nessuno.
— Vostra madre debb’essere altresì la vostra maestra, disse uno dei consiglieri. Che cosa v’insegna di bello?
— Mio maestro è il prete Don Aurelio, che mi spiega la religione, il latino, e le altre discipline ginnasiali.
— Quali massime v’infonde egli circa la patria ed il governo?
— Ciò non entra nell’istruzione che ricevo da lui.
— L’insegnamento di questa materia lo ha dunque vostra madre riserbato per sè, ripigliò il presidente. Noi sappiamo che avete profittato delle sue lezioni, e che portate odio all’Austria.
— Le lezioni di mia madre versano sulla bellezza della virtù, e sulla deformità del vizio; sui pregi della scienza, dell’onore e della bontà dell’animo, e sulla vergogna di quanto vi è contrario. Mia madre, colla scorta di nobili esempj cerca d’instillarmi l’amore di tutto ciò che è generoso e stimabile al mondo.
— La vostra fanciullezza dovrebbe salvarvi dal dovuto castigo, ma siccome voi mostrate lo scaltrimento e l’ardire di un uomo, così potrebbe darsi che per voi si derogasse alla legge, e vi si giudicasse in via di eccezione.
— E per quale delitto? Io domando perchè mia madre ed io siamo stati condotti in prigione. Abbiamo forse obbligo di voler bene al governo che ha fatto di noi una vedova ed un orfano?
— Vostra madre è colpevole di aver corrotto persone che trafugarono il cadavere di suo marito.
— Ah, povero padre mio, egli doveva dunque essere interrato come un bruto sui bastioni della città dove subì l’orrendo supplizio?
— Voi saprete per opera di quali uomini ella riuscì a dargli sepoltura al ronco.
— Io non so altro se non che una mattina mia madre mi guidò sopra un terreno smosso di recente, e mi disse «Qui giacciono le spoglie mortali di tuo padre». Io mi prostrai affannosamente, e proruppi in lacrime dirotte. Quel giorno medesimo piantai sul sacro terreno alcuni fiori che presto germogliarono e crebbero, e che io seguito a coltivare con religiosa cura.
— Il vostro giardino è stato distrutto; il corpo di vostro padre non è più là.
Faustino restò muto di quel silenzio a cui una subita e grave ambascia costringe. Egli ebbe la stessa ferita che colpì sua madre all’udire lo stesso annunzio. Dopo un istante potè formare la parola, ed esclamò:
— Giusto Dio, vendicate la profanazione dei sepolcri, punite gli spietati che mi uccisero il padre, e che ora mi tolgono le sue ceneri, sopra le quali mi era dato di piangere e di pregare. Neppure questo misero conforto ci è lasciato.
— Vostra madre confessò di aver composto l’iscrizione che stava sulla croce, disse un consigliere.
— E che perciò? Doveva forse attribuirla ad altri, mentre era sua?
— Confessò pure il nome dello scarpellino che la incise.
— Questo non può essere vero. Mia madre non ha basso animo, e non fa male a nessuno. Mi accorgo che si tenta di condur me a rivelare quel nome. Io dichiaro di non saperlo, e quand’anche mi fosse noto, non lo paleserei neppure sotto la tortura.
— Voi siete una testolina calda, conchiuse il presidente, un piccolo temerario imbevuto di cattivi principii, avviato a diventare un facinoroso, come era vostro padre. Tanto peggio per voi se non metterete giudizio.