VII. L’arresto. — Il cadavere tolto e ripreso. La prigione.
Arcane cose e quasi soprannaturali sono i presentimenti avverati. Come mai succede che noi abbiamo alle volte sentore di una trista ventura indeterminata e lontana che ci pende sul capo? Onde in noi quella voce fatidica, quell’avviso misterioso che ci turba colla minaccia di un vago e incognito male, che poi si dichiara e ci colpisce? La signora Elisa era stata pur troppo presaga del vero. Circa la mezza notte il ronchiere fu destato dal bussare che si faceva al cancello, e discese ad aprire. Erano i messi della polizia venuti per arrestare la madre ed il figlio, ai quali intimarono l’ordine emanato dall’autorità superiore. La signora Elisa e Faustino si vestirono, fecero un piccolo fardello, si congedarono dai domestici, e in angoscioso silenzio tennero dietro ai poliziotti. Il ronchiere e Checco avrebbero volentieri scannato quei brutti ceffi, se l’espediente avesse potuto impedire la sciagura, e non ritardarla che di poco tempo. Essendo loro vietato di accompagnare gli amati padroni, rimasero a piangere di dolore e di rabbia. In una carrozza che aspettava dove la strada è meno erta, salirono gli arrestati e gli sbirri ciascuno al suo posto. Dopo una mezz’ora erano entrati in città, ascesi al castello, e passati sopra il ponte levatojo.
La notte medesima comparve al ronco un’altra visita poliziesca. La comitiva, più numerosa della prima, si componeva di un commissario, due guardie, e quattro uomini portanti gli strumenti da scavare la terra. Accese alcune torcie resinose, andarono al sepolcro, ne trassero il cadavere, che era chiuso in una cassa calafatata, e lo portarono via insieme alla croce. Il ronchiere e Francesco, nascosti nelle tenebre dietro un albero, avevano guardato con un senso di tristezza e di raccapriccio quella lugubre operazione, che loro parve una tregenda di stregoni e di demonj, tanto più che le fiaccole mandavano una luce torbido-rossastra, ed un fumo graveolente di catrame. In distanza e con tutte le cautele tennero dietro ai sacrileghi rapitori del morto per vedere se fosse possibile, dove andrebbero a deporlo. I quali rapitori, giunti alla pianura, entrarono in un campo appena dissodato e preparato per la semenza del frumento, fecero una buca abbastanza profonda, ve lo nascosero, e poi spianarono la terra come stava prima. Il vomere non sarebbe mai penetrato là in fondo, ma forse coll’andare del tempo i posteri lontani avrebbero trovato, per qualche straordinario scavamento, uno scheletro umano da fornir materia a molte congetture, fuorchè a quella del vero. Se non che il ronchiere e Francesco, appiattati in un fosso asciutto, sporgevano il capo, e con tutta l’attenzione dell’occhio e della mente notavano il sito del lavoro. Quando i beccamorti della polizia se ne furono andati, eglino corsero quivi e piantarono un segno. La notte appresso, armati alla loro volta dei necessari ordigni, vennero a riconquistare la cassa, e fatti sparire gl’indizi dell’operato, la restituirono al ronco, dandole sepoltura in una fossa distante dalla prima, e allestita di giorno. Tutto si fece nel più gran secreto fra loro due, senza cooperatori nè consapevoli dell’impresa.
La signora Elisa e Faustino non ebbero comune la prigione. Chi potrebbe esprimere a parole come stessero la madre ed il figlio al vedersi dividere l’una dall’altro? Si dissero addio cogli occhi e cogli abbracciamenti più che colla voce, venuta loro meno. Le camere in cui furono chiusi erano abbastanza decenti, considerate come prigioni; ma che importava ai poveri separati se anche fossero state quelle di una reggia? All’avere un letto e delle sedie, avrebbero preferito un mucchio di paglia ed una panca di legno, ma stando in compagnia. Faustino ebbe un brivido di spavento, una sensazione tremenda allorchè udì serrare dietro di sè con cupo rimbombo l’uscio della prigione. Egli stette un momento come trasognato guardando fisso il lume che il secondino aveva deposto sopra la tavola. Uscito della sua immobilità, si sentì in petto i fremiti precursori della tempesta, quella disposizione all’infiammarsi e all’irrompere, che conduce talvolta una creatura al delirio, al furore, alla disperazione. Fanciullo ardente, sensitivo, appassionato, coll’anima già piagata acerbamente, ed ora distaccato dalla madre carcerata come lui, solo in quel luogo di ribrezzo, nel colmo della notte, angosciato dai timori del presente e del futuro, era ad un pelo di ruggire come un lioncello, di correre la stanza furibondo, e di sbattere il capo contro le pareti. Ma il suo buon angelo custode lo salvò dal cadere in quella frenesia, facendogli balenare nella mente il pensiero di Dio, i conforti della speranza, e le idee della fortezza e del coraggio. La terribile esplosione non ebbe luogo, e il silenzio della camera non fu rotto che da qualche sospiro e singhiozzo d’impossibile raffrenamento. Il poverino si gettò sul letto senza spogliarsi, ma invano tentò di riavere il sonno statogli tolto al ronco per così trista cagione.
I carcerieri sono possibilmente scelti fra gl’individui che hanno fosca ciera, aspri modi, e secca parola. Si vuole che il prigioniero non abbia a comunicare con persone di faccia serena, e di maniere tanto o quanto gradevoli. Egli deve rinunciare anche a questa piccola dolcezza, perchè appartiene al numero di quelle che si godono nella società, dalla quale è segregato. Il carceriere di Faustino era egli pure dello stampo ordinario, ma non aveva duro l’animo come i lineamenti. Il tener sotto chiave un giovinetto distinto per molti riguardi era cosa nuova per lui, assuefatto in altri luoghi a chiudere monelli baruffanti e tagliaborse. Un ospite così singolare gli destava interessamento e compassione, ma non voleva dimostrargli questi sentimenti, perchè il signorino serbava al suo cospetto un contegno che pareva inspirato dall’avversione e dal dispregio. Infatti Faustino non aveva nessuna simpatia per un uomo del suo mestiere, della sua figura e del suo cuore, che egli supponeva cattivo senza averlo sperimentato. Non andò guari però che, rimettendo ciascuno un poco dell’amor proprio, si disposero meglio alla confidenza e principiarono ad intendersi. Parve allora al fanciullo che il viso del carceriere non fosse poi così arcigno, e che sapesse anche comporsi discretamente al sorriso. Di più si persuase che il suo fare non era quello di un orso, e che una parola benigna, quando voleva, era capace di dirla. Dal canto suo il carceriere vide che Faustino diventava più affabile e più espansivo. Laonde furono contenti l’uno dell’altro, ed ogni giorno passavano qualche minuto a conversare insieme. Grazie a questo ravvicinamento, si mutò pure un tantino la condizione del prigioniero, poichè egli ebbe dal suo custode una matita e alcuni fogli di carta, su cui tracciare ghirigori e quanto sapeva. Inoltre gli fu prestato un così detto giuoco di pazienza, cioè un dipinto sopra molti pezzetti di legno sottile, tagliati in varie forme e congiunti fra loro, i quali si separano, si confondono, e poi si cerca di rimetterli al loro posto onde ne risulti di nuovo la cosa rappresentata. In questo lavoro c’è da lambiccarsi il cervello e da spendere più o meno tempo, secondo l’acume e l’entratura di chi vi si accinge. Faustino impiegava delle ore a fare e rifare il quadro, come pure a scarabocchiare fogli di carta. Ma non di rado s’interrompeva in tali occupazioni, e coi gomiti appuntati sul tavolino e il capo stretto fra le mani pensava amaramente alle persone e alle cose dilette che gli erano tolte. Supremo de’ suoi desideri era sempre la madre; poi venivano Don Aurelio e Checco e tanti altri amici e conoscenti. Una personcina graziosa non mancava mai di farsi strada ne’ suoi pensieri, e di volerne avere una buona parte. Quella Luigia gli era oggetto di sospiro e di conforto insieme. Egli sospirava del non vederla, e si confortava dell’immaginarsela sensibile al suo patire. Per certo la fanciulla doveva ricordarsi di lui, e parlarne pietosamente con Don Aurelio e con Marta la governante. Questa idea, congiunta alla speranza di rivedere un giorno la giovinetta, disacerbava alquanto la sua pena. Alle volte, montato sopra una sedia, guardava dalle sbarre della finestra sui tetti vicini. Il girare e lo stridere di una banderuola mossa dal vento, il fumo che usciva da un camino, un gatto che lento attraversava i comignoli o sdrajato si leccava il pelo, un passero che beccava le tegole, una lucertola che strisciava lungo una cornice, attraevano la sua attenzione. Porgeva orecchio alle campane di questa e di quella chiesa che battevano le ore, o suonavano alla distesa. Badava anche alle nubi che vagavano pel cielo, formando delle figure gigantesche, bizzarre e varianti, il quale spettacolo tiene assorti e induce a fantasticare. Tutto ciò serviva all’esercizio della mente. Riguardo alla ginnastica, vi era poco da poter fare in una camera di venti metri quadrati. Faustino la passeggiava in tutte le direzioni, saltava a piè pari contro una parete, tirava di scherma con una bacchetta verso un punto segnato sul muro, e cercava di colpire con pallottole di carta il suo cappello, collocato alla maggiore distanza possibile. Così divertiva la tetraggine della solitudine e dell’ozio, in cui il dolore lo assaliva in cento guise spietate.