VI. Una visita funesta, ed una consolante.
Accadeva intanto al ronco un tristissimo fatto. La signora Elisa era andata a trovare e soccorrere una povera vecchia inferma che abitava a mezzo miglio di là. Nella sua assenza un capitano austriaco, legato il cavallo al cancello, si presentò in casa a domandare della signora. Francesco, inquieto di quella strana e sinistra apparizione, rispose che la signora si trovava fuori nei dintorni, e che egli non sapeva quando sarebbe rientrata. Aspetterò, soggiunse il capitano, e si diede a passeggiare pei sentieri del ronco. Arrivato al luogo funebre che sappiamo, egli parve maravigliarsi di vedere colà un sepolcro, e lesse corrugandosi l’iscrizione sopra la croce. Avanti la rivoluzione del 1848 questo capitano erasi follemente innamorato della signora Elisa, e le aveva scritto più lettere da lei rimandate o gettate al fuoco senza aprirle. Non ultimo rovello degli Italiani sotto l’Austria era di vedere le loro donne contaminate o almeno insidiate dai biondi don Giovanni del settentrione vestiti delle insegne di Marte. Per l’abborrimento della signoria straniera questa considerazione valeva non meno delle altre riguardanti la libertà, la dignità patria, le vite e le sostanze dei cittadini. Pensi il lettore qual donna fosse la signora Elisa, e comprenderà come ella doveva sentire l’offesa fattale da un tale uomo.
Costui, colla sua malnata fiamma in seno e coll’ira di vederla disprezzata, dovette abbandonare Brescia, e starsene sempre occupato nell’assedio di Venezia. Dopo diciassette mesi di resistenza, la generosa città era caduta, e il capitano si restituiva a Brescia, irato ancora delle antiche ripulse, non guarito del suo amore, ma neppur disperato di poterlo contentare. Egli sapeva già che la signora Elisa non aveva più marito, e nell’animo villano l’idea del fatto atroce che la vedovava non fu ritegno alla temerità ond’era mosso. Ella comparve, e restò petrificata al vedere il capitano che attraversava il cortile per avvicinarsi a lei. Non dubitò circa il motivo della visita, e richiamati gli spiriti smarriti, si fermò sopra la soglia sfolgorando di dignità imponente.
Lo sguardo e la domanda che gli rivolse erano tali da confondere qualunque audace, e rimuoverlo da’ suoi colpevoli intendimenti. Nessuno è indifferente dinanzi ad un nobile e fiero atteggiamento, al cospetto di un volto severamente animato, che protesta in favore della propria virtù, e combatte chi la insidia. Perciò anche il teutono insolente, fra il subito commovimento della sua passione, e fra i lampi di quella beltà sdegnata, rimase un istante come interdetto. Non fu che un breve istante. La passione medesima, e il contegno alteramente ostile della donna che la inspirava, lo irritarono ben tosto e gli furono stimolo all’impresa per cui era venuto. Non badando all’intimazione di ritirarsi, egli tenne dietro alla signora Elisa nella prima stanza a terreno, e le disse: Io vi amo da lungo tempo, e soffro i tormenti dell’amore disprezzato. Abbiatemi finalmente pietà. Queste parole del tracotante che la seguiva suo malgrado, il pensiero del proprio stato, e l’idea del sepolcro vicino aumentarono in essa le cagioni del turbamento, e diedero maggior espressione di sdegno alla sua persona. Ritta in piedi presso una finestra, non uscendo tuttavia dalla compostezza dignitosa, e contenendo col cenno imperioso il suo persecutore.
— Statemi discosto, rispose, non mettete il colmo alla vostra temerità.
— Io vi amo ardentemente, replicò il capitano, e vi supplico di ascoltarmi.
— No, cessate!
— Una volta il mio amore poteva essere biasimevole, ma ora non è più tale. Voi siete vedova, ed io vi offro la mia mano di sposo.
— La vostra mano di sposo! disse la signora Elisa con un accento esprimente il ribrezzo, l’indegnazione e la vergogna ad un tempo. Voi non comprendete la santità della sventura, nè i riguardi alla medesima dovuti. Andate, vi ripeto, la vostra presenza mi è insopportabile.
— No, Bresciana rigida e superba quanto bella, disse il capitano elevando la voce e gestendo col frustino, io non andrò senza che mi abbiate ascoltato. Perchè abborrirmi così? Sono io deforme? Non possiedo ricchezze? Non vanto buoni natali?
— Immensa è la distanza che passa fra me, donna bresciana, e voi, capitano austriaco. Abbastanza mi avete insultata. Partite!
— L’odio politico e l’antipatia di nazione lasciateli andare, e avvezzatevi alla nostra fratellanza. Volete o non volete, noi saremo sempre i padroni d’Italia. Gli ultimi avvenimenti vi hanno raffermato vie meglio il nostro dominio.
Nell’animo della signora Elisa i sentimenti già manifestati toccarono l’estremo della loro forza, e questa volta apparvero sul di lei volto espressi colla terribile maestà di una regina che fulmina un cortigiano, il quale abbia tentato di oltraggiarla.
— I soldati e gli ufficiali dell’Austria, disse, sono una masnada di sicari, di barbari e di brutali. Essi ignorano perfino i principii dell’onor militare che comanda il rispetto alla donna. Uscite! aggiunse coll’indice teso verso la porta.
— Vi ubbidisco, signora, terminò il capitano con un sogghigno del più infausto presagio, e partì.
Durante questa scena Francesco, stando di fuori, si era sempre mantenuto visibile presso i vetri della finestra.
Don Aurelio e Faustino, terminata la lezione, si avviarono al ronco. Il fanciullo procedeva rispettoso al fianco del maestro, si uniformava al suo lento camminare, e stava attento a procurargli la parte più comoda della strada. Intanto discorrevano di una cosa e dell’altra, cavando materia dagli oggetti che si succedevano ai loro sguardi. Al principiare della salita, Faustino porse il braccio a Don Aurelio, come soleva fare ogni volta che ascendevano in compagnia. Il servire d’appoggio al suo maestro eragli motivo d’onore e di piacere. A metà cammino esisteva una di quelle cappellette rustiche, appellate santelle nel dialetto dei paesani. Là si riposarono alquanto sopra un sedile di pietra che vi stava dinanzi, e che era il luogo della loro sosta consueta. Quindi ripresero la salita, e dopo venti minuti furono a casa.
Nella signora Elisa non apparivano traccie del tumulto d’animo sostenuto due ore prima, ella pareva tranquilla mercè gli sforzi della dissimulazione. Piena di cortesie cordiali fu l’accoglienza da lei fatta a Don Aurelio, siccome all’istruttore del suo Faustino e all’amico intimo della famiglia. Dopo pranzo si aggiravano pei viali del ronco, e il buon prete ammirava l’abbondanza delle mandorle che facevano capolino dai malli semiaperti, e maravigliava dinanzi ad un pero invernino, i cui frutti si distinguevano per grossezza straordinaria. I tre passeggianti, venuti a riuscire al sepolcro, si fermarono un istante cogli occhi rivolti alla croce, e cogli animi compresi di tristezza. Tuttavia non dissero una parola, e mantennero il silenzio finchè si furono di là discostati. Ma la signora Elisa aveva troppo sofferto in quel giorno per non venir meno alla sua forza. Il trovarsi vicino al sepolcro del marito coll’uomo che avevalo conosciuto fanciullo, che gli era stato maestro, che lo aveva amato e pianto, destò in lei una commozione angosciosa che potè comprimere a stento. Cercò la calma col mettersi a contatto di chi era in certo modo la causa della commozione medesima, e per la prima volta prese il braccio di Don Aurelio, che avrà compreso il perchè di quell’atto insolito, usatogli in quella circostanza con un sospiro ed un tremito abbastanza significanti. Sul far della sera Faustino e la madre accompagnarono l’ospite fino all’ingresso della città, malgrado che egli si fosse opposto al loro grazioso volere. Nel retrocedere, la signora Elisa diede uno sguardo ai cannoni schierati presso la Porta, sui quali batteva la luna e li faceva corruscare d’una luce sinistra. Il turbamento morale non ancora abbonacciato, l’ora malinconica e la strada deserta generarono nel suo animo tetri presentimenti e paurose inquietudini. Le pareva che pendesse sopra di lei una nuova sventura, che fosse minacciata di un nuovo travaglio senza saper quale, e frattanto sentiva il bisogno irresistibile di camminare stretta al figlio. Giunta a casa, lo dispensò dell’usata lettura, se lo fece sedere accanto sopra il sofà, e cintogli con un braccio il collo, posavagli la guancia sul capo, e lo andava affettuosamente carezzando. Nel tempo stesso gli rammentava alcuni aneddoti della sua infanzia, certe scene curiose, certe risposte argute da lui date alla tale persona nella tale occasione. Gli ricordava la sua balia, i fanciulli suoi compagni, i pericoli corsi, i luoghi da lui abitati, ed altre cose più o meno rilevanti, e dove era argomento di lode, di meraviglia, di timore e di contento alternava i baci alle parole. Ella voleva in quell’ora, come aveva fatto il giorno innanzi, e come faceva sovente, essere tutta piena di suo figlio. Altro sentimento non voleva ascoltare che quello dell’affetto materno, perchè l’abbandonarvisi era sempre una delizia al suo cuore, e perchè le discacciava adesso i neri fantasmi che l’assediavano.