CAPITOLO QUINTO

STORIA NATURALE DEI LAPPONI — LORO NUMERO E LORO NOME — RITRATTO DEI LAPPONI FATTO DA UN POETA E DA UN PRETE — ABITUDINI E COSTUMI — LE SLITTE, LE CAPANNE E LA VITA NOMADE — LORO PSICOLOGIA — LE NOZZE E I FUNERALI — ORGANISMO SOCIALE ED ECONOMIA POLITICA — LORO INDUSTRIA — ORIGINE DEI LAPPONI.

Che cosa sono dunque questi lapponi? Qual posto dobbiamo assegnare nella gerarchia dell’intelligenza e del sentimento a questi nostri fratelli geografici, che sono così poco europei e sono così diversi da noi? Incominciamo dalla parte più facile, contiamoli: l’aritmetica sarà sempre l’alfabeto della scienza e la base più sicura per appoggiarvi l’edifizio delle nostre cognizioni.

Frijs e Rèclus sono i due autori più attendibili per ciò che si riferisce al censimento dei lapponi. Il dottissimo professore di Cristiania ci dice che son poco meno di 30,000, sparsi sopra una superficie di 10,000 miglia quadrate norvegiane[6]. La Norvegia ne conta 17,178 di sangue puro e 1,900 incrociati; la Svezia 7,248; la Finlandia 1,200; la Russia 2,000.

La statistica del Rèclus è più recente. Egli ne calcola il numero a 30,000 così distribuiti:

Lapponi norvegiani e meticci 21,179 1875
Lapponi svedesi 6,600
Lapponi russi e finlandesi 2,822 1859

A questo censimento è necessario contrapporre quello delle renne, animale così intimamente collegato al lappone e senza di cui questa varietà del genere Homo sparirebbe senza dubbio.

CENSIMENTO DELLE RENNE
Svezia nel 1870 220,800 cioè 165 per famiglia
Norvegia nel 1865 101,768 » 130 »
Finlandia nel 1865 40,200 » 325 »
Russia nel 1859 232?

Secondo Rèclus i lapponi, invece di scomparire, crescerebbero di numero, specialmente in Norvegia. Secondo le liste di imposizione fatte nel 1567, nel 1799 e nel 1815, i nomadi sarebbero triplicati in tre secoli, e nella sola Norvegia settuplicati.

Von Buch dà per il 1799 queste cifre:

Svezia e Finlandia5,118
Norvegia3,000
Russia1,000
9,118

Ma ognuno sarà del mio parere, che quando si rimonta a statistiche così antiche, le cifre non sono che pie intenzioni di un’esattezza impossibile, specialmente quando si tratta di un popolo nomade.

Ed ora che son contati, battezziamoli: anche nella storia naturale è questo il primo sacramento che si deve imporre ad ogni creatura viva. I lapponi chiamano se stessi col nome di salme o same (plurale samek). Il nome con cui noi li chiamiamo fu dato loro dai finlandesi, che li dicevano lappalainen (plurale lappalaiset). Questa parola deriva probabilmente dal finlandese lappaa, che vuol dire avanti e indietro (dalle loro abitudini vagabonde). I norvegiani, e più specialmente quelli del nord, li chiamano col nome di finner, battesimo falso, nato dalla confusione di due razze diverse, benchè strette fra loro con vincoli di remota parentela.

I lapponi si distinguono in fieldlappen o lapponi di campo e fisklappen o lapponi pescatori. Questi, che in lingua lappone si dicono jaure-kadde-sameh, costituiscono tutto quanto il gruppo che si trova in Russia, mentre nella Svezia non son che pochi e per lo più costituiti da nomadi impoveriti, che, avendo perduto le loro renne, hanno cercato nel mare il pane, che negava loro la terra. Alcuni autori distinguono anche i lapponi in nomadi e fissi, ma è una classificazione arbitraria e molto artificiale, dacchè nomadi sempre per natura e per antiche tradizioni, possono per eccezione fissarsi per alcuni anni in un porto, per ritornare poi alla vita vagabonda, appena il terreno non dia sufficiente pascolo alle loro renne.

Anche le divisioni geografiche, benchè traggano seco differenze di dialetto, non mutano però essenzialmente la pronuncia e il carattere dei lapponi, che possono essere studiati tutti insieme, come uno dei gruppi più naturali e più omogenei della grande famiglia umana. E diciamo omogenei, perchè l’incrociamento dei lapponi coi finni è un fatto raro; rarissimo quello cogli scandinavi.

Ed ora che li abbiamo contati e battezzati, guardiamoli in faccia per vedere quanta parte di essi sia in noi e quanta parte di noi si ravvisi in essi.

Heine ce n’ha dato un ritratto umoristico in alcuni versi famosi, dove però l’umorismo si associa al tratto sicuro dell’uomo di genio. Spesso la caricatura è più rassomigliante che il ritratto.

In Lappland sind schmutzige Leute,

Plattköpfig, breitmaulig und klein,

Sie kauern um’s Feuer und backen

Sich Fische und quäcken und schrei’n.

Un altro ritratto a stile linneano ci fu dato dal Knud Leem, ma non vale quello dell’Heine: Vultum habent fusci et luridi coloris, capillos curtos, latum os, genas cavas, menta longa, oculos lippos. Qui si vede, che il prete studiava assai meglio l’anima che il corpo e non sapeva vedere che le guance erano sporgenti, che il mento era piccino e che la pelle era sudicia e non fosca. Il poeta ha saputo vedere molto meglio che il prete, ma è naturalissimo. Se il poeta non avesse lo spirito acuto e profondo dell’osservatore, mancherebbe la corda più potente alla sua lira.

L’impressione prima, che ci fa un lappone, è quella di una creatura umana povera, modesta, che chiede scusa ai forti di trovarsi in questo mondo, di cui domanda d’occupare il menomo posto possibile. È tanto piccino il poveretto, è così poco agile nel suo inviluppo di pelliccia, ha così poche pretensioni a tutti gli excelsior della nostra vita europea, che noi proviamo per lui quella simpatia piena di compassione e di benevolenza, che ci ispira ogni uomo che non desta in noi nè invidia nè ira. Infatti tutti i viaggiatori hanno sempre parlato con molta simpatia dei poveri lapponi e alcuni si spinsero fino al lirismo del sentimento, che falsa la verità; e lo vedremo più innanzi, parlando del carattere morale di questi nostri terzi cugini della grande famiglia europea. Rèclus, che è forse l’ultimo scrittore che ci abbia parlato dei lapponi, ne fa davvero un ritratto troppo lusinghiero, seguendo il Van Düben. Dice, che la loro fronte è nobile e più grande di quella degli scandinavi e aggiunge: La bouche est souriante, l’éclair du regard vif et bienveillant, le front élevé est d’une veritable noblesse.

Questa è una vera adulazione, ma si avvicina assai più al vero che lo sprezzo e la ripugnanza, che hanno quasi tutti i norvegiani per i loro poveri vicini di stirpe mongolica. Sono espressioni comuni: ne faccio caso come di un lappone. — Un lappone non vale più di un cane. È il Von Buch, che ha raccolto questi insulti, che oggi si ripetono forse meno spesso, forse perchè i lapponi si ubriacano meno di una volta. In ogni modo è sempre assai diverso il punto di prospettiva, da cui un popolo inferiore è veduto da un viaggiatore e dai vicini di casa. Il viaggiatore è quasi sempre di buon umore e disposto all’ottimismo e colora quindi con tinte rosee tutti gli oggetti che vede e che riproduce nei suoi libri; quando invece una razza superiore ha nelle sue costole uomini molto inferiori, che non può nè educare, nè uccidere, si sente poco disposta ad essere indulgente. Se voi andate in Norvegia e parlate con i prefetti delle provincie, occupate anche da lapponi, non vi siete ancora seduti, che avete subito a udire le lamentazioni dello scandinavo contro il same: — Son sudici, son furbi, colle loro renne ci invadono i campi; non se ne può far nulla, essi sono il flagello della mia provincia. Hanno in parte ragione, ma dimenticano ancora che il nord della penisola non saprebbe dar nè pane nè salute alle razze scandinave e che queste dovrebbero nell’inverno far senza dei ghiotti bocconi della carne di renne, se quei poveri same sparissero dall’oggi al domani dalla faccia della terra.

I lapponi sono fra gli uomini più bassi della terra. Dalk trovò la statura media dei lapponi pastori di metri 1,60; secondo Van Düben e Humboldt sarebbe invece di 1,50. Ecker trovava queste misure:

Nilla ♂d’anni20metri1,53
Puches ♂»17»1,37
Kaisa ♀»24»1,42
Ippa ♀»20»1,44

Le misure prese da Sommier e da me darebbero i seguenti risultati:

Statura med. di 59 uom.Met.1,52Mass.1,70Min.1,32
Stature med. di 22 donne»1,45Mass.1,60Min.1,27

In questi calcoli furono escluse tutte le persone aventi meno di venti anni.

Il lappone non ha di certo l’aspetto d’uomo atletico, ed è più spesso asciutto che grasso; posso anzi dire di non averne mai veduto uno solo, che meritasse questo aggettivo. I bambini, come avviene in pressochè tutte le razze umane, sono paffutelli ed anche grassocci, ma coll’età diventano magri.

Il Knud Leem li dice magni roboris, benchè piccoli, e cita come una prova della loro robustezza il fatto di una donna, che cinque giorni dopo aver partorito, faceva nell’inverno un lungo viaggio a piedi attraverso monti nevosi per essere purificata nella chiesa. Questa è invece una prova di resistenza al freddo e null’altro. Tutti i lapponi veduti da me e da Sommier furono sottoposti all’esperimento del dinamometro e diedero cifre generalmente più basse assai della nostra media.

Quando sono vestiti delle loro pelliccie e sembrano fagotti ambulanti, nessuno li crederebbe agili, ma invece lo sono per gli esercizi ai quali li costringe la loro vita polare. Sui loro pattini sembrano volare e il Knud li descrive con parole poetiche: Et tanta feruntur pernicitate, ut venti circa aurea strideant, crinesgue surrigant. Per il buon parroco norvegiano è prova di grande agilità il potersi sedere piegati in due coi talloni sotto le natiche, e di questa virtù è anche da farsi parte meritoria all’olio di pesce con cui si ungono continuamente(!). È questo stesso olio, di cui sono imbevuti anche i loro abiti, che li rende fetidi anzi che no: Eundem foetorem non aliunde quam ex vestibus hujus gentis perpetuo in tuguriis fumo et oleo ex pinguedine piscium expresso, imbutis et perunctis, provenire.

I lapponi sono tra gli uomini meno pelosi. Gli uomini hanno poca barba e spesso ne mancano affatto alle gote, non avendone che al labbro superiore e al mento. Ne abbiamo veduti senza peli alle ascelle ed un uomo robusto fotografato da noi nudo non aveva peli al pube. Alcune donne, nelle quali con grande stento si potè esplorare le ascelle, le avevano pelose; ma fu assolutamente impossibile esplorare regioni più basse. Questo esame ci permise di riscontrare mammelle floscie e pendenti in donne giovani e che dicevano di non aver mai partorito, fatto singolare in gente, che vive in clima così rigido.

Hanno molti capelli e le donne sempre più lunghi che gli uomini; non mai ricciuti, ma neppure rigidi e grossi come li presentano molte razze mongoliche e americane. I colori più rari sono il biondo chiaro e il nero intenso. Fra i lapponi svedesi fotografati da noi a Tromsoe, uno solo aveva i capelli veramente neri e il biondo chiaro non fu veduto che a Ojung e qualche altra rara volta. La tinta più generale è il castagno, che oscilla dal chiaro all’oscuro, presentando talvolta anche una bella tinta fulva. Non abbiamo mai veduto capelli albini o rossi. Incanutiscono più tardi di noi e anche la calvizie è assai rara e per lo più parziale. I capelli lapponi conoscono ben di raro il pettine e la loro acconciatura si potrebbe chiamare scapigliata o arruffata. Anche le donne si accontentano spesso di raccogliere i loro capelli in un fascio, legandoli sul vertice del capo; le più civili fanno treccie molto semplici, che spesso dimenticano per giorni e settimane.

I lapponi hanno la pelle bianco-bruna e molti fra di essi, quando fossero ben lavati, sarebbero più bianchi di un italiano.

La fronte del lappone è bella, ampia, alta e tale da fare singolare contrasto con altri lineamenti proprii di razze inferiori.

Gli occhi per lo più grigi o d’un azzurro chiaro, non di raro però anche castagni. Sono piccoli, con poche ciglia e spesso lagrimosi ed anche cisposi, ciò che si deve al viver sempre tra il fumo e il baglior delle nevi. Il Leem racconta, che nell’inverno al ritorno dalla caccia rimangono ciechi per varii giorni. Eppure non sogliono portar occhiali per difendersi dalla bianchezza delle nevi, come fanno altri popoli circumpolari. Alcuni di essi mi dissero di averli gettati via, perchè indebolivan loro gli occhi, che devono invece fortificarsi contro il riflesso bianchissimo dello nevi e del ghiaccio[7].

Il naso è in quasi tutti i lapponi di una stessa forma e può dirsi uno dei caratteri più salienti della loro razza; è corto, appiattito, larghissimo alla base e con una punta piccina, talvolta rivolta anche all’insù. La bocca è grande, con labbra sottili e denti stupendi; sia per la loro regolarità, quanto per la loro bianchezza e resistenza. Anche i ciukci avrebbero queste preziose prerogative e lo stesso si afferma anche di altre genti iperboree, per cui si potrebbe sospettare, che la bellezza dei denti fosse in essi conservata dall’atmosfera fumosa delle loro capanne e dall’azione del freddo.

La faccia è sempre larghissima, ma questa larghezza diminuisce rapidamente verso il mento, che termina quasi a punta, essendo il mascellare inferiore piccolo e delicato. È questo che dà alla faccia d’un lappone il carattere tipico del mongolo, che talvolta trovasi evidente come nelle razze più turaniche del nord dell’Asia orientale, mentre per gradazioni infinite può svanire tanto da dare alla fisonomia il carattere ariano. È difficile dire se ciò si debba alla mischianza di altro sangue o alle variazioni individuali, delle quali è suscettibile ogni uomo nato sotto il sole.

Le mani e i piedi sono piccoli, come la piccolezza del corpo lo esige e il dito indice della mano è sempre più corto dell’anulare, talvolta in modo veramente rimarchevole. Quest’osservazione, che fu fatta per la prima volta da noi darebbe ragione all’Ecker[8] che in questo fatto trovava un carattere proprio delle razze inferiori, e che le ravvicina alle scimmie antropomorfe.

I lapponi son gente longeva e sana. Il mio compagno di viaggio ne vide parecchi ottuagenarii e anche nonagenarii. Non hanno malattie speciali e il Leem dice di non averli mai veduti nello spazio di dieci anni malati di dissenteria, di lebbra o di febbri maligne (febbri tifoidee?). Pare che soffrano rarissime volte di tisi, spesso di cefalea, ma è assai difficile raccogliere notizie positive sulla loro patologia, perchè si curano da sè e ben di raro ricorrono ai nostri ospedali. Dicesi che sieno loro rimedii popolari i rivellenti e l’assa fetida. Curano molti mali interni, bevendo sangue caldo di foca o di renna. Curano il leucoma, mettendo nell’occhio un pidocchio, e il mal di denti, fregandoli con un legno tolto da un albero colpito dal fulmine. Adoperano il filo tolto dai tendini del renne per legare le membra rotte o lussate, ma le donne devono prenderlo da un animale femmina e i maschi da un maschio. Il grasso d’orso era rimedio sovrano contro i reumi, ma anche in questo caso uomo e donna dovevano servirsi dell’adipe tolto dall’animale dello stesso sesso.

Qualche rara volta entrò in essi il vaiuolo e ne fece strage.

I lapponi non son brutti, e le fanciulle nel sorriso della loro primavera possono talvolta dirsi anche belle.

Il concetto, che ho potuto formarmi della loro fisiologia generale, non può dare appoggio alla opinione del Virchow, che vorrebbe fare dei lapponi una razza patologica. È una razza piccola, meschina, ma adatta all’ambiente che li circonda. Tanto varrebbe dire che la betula nana è una specie patologica. Del resto non insisto nel combattere il mio illustre amico di Berlino, non avendo mai creduto che le frontiere fra la fisiologia e la patologia esistano davvero nella natura; sono confini segnati dalla nostra matita nei nostri libri e nulla più.

L’alimentazione del lappone è quasi esclusivamente animale: carne, latte e cacio presso i nomadi; pesce presso i pescatori.

Nell’inverno mangiano sempre carne fresca di renna, cotta nell’acqua o bollita prima e poi tuffata nel grasso strutto. Il Leem dice: Crudis carnibus lappones vesci a non nemine quidem relatum est, sed invita veritate. Io però ho veduto dare ai bambini carne cruda, ma salata. Non mangiano mai il polmone delle renne, ma lo danno ai cani. Mangiano poi intestini, visceri ed ogni cosa, mostrandosi ghiottissimi del midollo delle ossa. Il Leem descrive a questo proposito una scena che ha un colorito preistorico: Dum hoc agit, humi sedet et super corium rangiferinum, quod in gremio expansum habet, ossa malleo confringit, confractaque elixanda curat, donec, quidquid pinguedinis in illis residuum fuerit, extractum sit. Non possono mangiare la carne di porco, ma mangiano bensì l’orso, le pernici ed altra selvaggina.

Io ho veduto salciccie e pasticci fatti di latte e sangue di renne, ma erano cibi talmente ripugnanti, che, ad onta del mio largo eclettismo gastronomico, non osai assaggiarne. Sommier li vide mangiare un budino fatto di cervello, sangue e farina. I pescatori usano spesso un loro manicaretto di acqua, sego e farina. Ne mangiano un altro, detto vuorra-maelle, fatto di acqua, sangue, sego contuso e farina.

Il renne non dà latte nell’inverno, perchè partorisce nel maggio; e non si può mungere le renne che dalla fine di giugno alla fine d’ottobre; ma il lappone ha sempre del latte in casa, perchè lo conserva gelato per molti mesi. Quando i nomadi devono lasciare sul finir dell’estate la costa norvegiana per portarsi all’interno, seppelliscono in vasi di terra il latte di renne ad una grande profondità e lo ritrovano l’anno dopo, come si trattasse di vino conservato in una cantina. Il latte gelato si fonde al fuoco e mentre si fonde, si leva col cucchiaio la parte liquida che galleggia. Quando il lappone è satollo, si riporta al freddo il prezioso liquore, che si rapprende di nuovo e si conserva per un altro pasto. Il latte congelato si considera come ghiottissimo e si conserva in vasi di betula. È la prima cosa che si offre al curato o all’ospite, che si vuol onorare. Quest’uso ci fa ricordare i ciukci, i quali nelle loro capanne tengono appeso il latte gelato e lo succhiano uno dopo l’altro, quasi bambini che poppassero.

Il latte si fa coagulare col Rumex acetosa o coll’Empetrum nigrum. Colle bacche di questo arboscello si fa anche un pasticcio di latte e empetro, che si conserva gelato in uno stomaco ben ripulito di renna. Quando si vuol mangiare, si fa fondere al fuoco o si tagliano insieme le bacche del frutto, il latte e le pareti del ventricolo.

Il formaggio di renne è per i nostri palati esigenti un pessimo cibo. È così grasso, che brucia come una candela. I lapponi lo mangiano com’è, o cotto nell’acqua, o arrostito sul fuoco. I lapponi pescatori fanno anche un ottimo burro colla crema delle vacche, delle pecore o delle capre.

Il pane è usato ben di raro dai lapponi, ed anzi il Knud Leem dice di non averlo veduto mangiare neppure coi cibi più grassi. Oggi però per eccezione essi mangiano un pane ributtante fatto d’orzo e segale con moltissima crusca. Tutti i viaggiatori parlano di pane di scorza d’albero, mangiato non solo dai lapponi, ma anche dai norvegiani, ma si fabbrica invece ben di raro. Si sospende in questo caso alla capanna la parte più interna della scorza del pino, poi si fa seccare al forno, si polverizza e si mescola con paglia sminuzzata, con avanzi di spighe e con alcuni licheni e se ne impastano dei pani della grossezza di un dito.

È un alimento amaro, astringente e ripugnante. Quando i norvegiani se ne alimentano per una gran parte dell’inverno, si sentono poi in primavera deboli, affranti e soffrono di dolori al petto. Anche la sola scorza interna del pino si conserva nelle capanne come arma di riserva per i giorni di più crudele carestia. Allora la raschiano e la mangian cotta nell’acqua, a guisa di pappa.

In quei paesi sterili e poverissimi anche gli animali devono essere sottoposti talvolta a diete singolari. Così Von Buch dice di aver veduto dare a Roeros alle vacche, ai cavalli e ad altri animali domestici gli escrementi del cavallo, che talvolta si facevano anche bollire e si mischiavano con un po’ di farina.

Anche i poveri frutti della flora polare sono mangiati dai lapponi, che li usan freschi o li conservano gelosamente per l’inverno: frutti del Rubus chamemorus e del R. arcticus, frutti di Empetrum e di varie specie di Vaccinium; tutto mangiano, dalle bacche più astringenti alle più amare e alle meno nutritive. Aveva ben ragione quella fanciulla lappone, che era levatrice e sapiente, di dire con immensa invidia all’amico Sommier: Ah voi siete dunque del fortunato paese, dove crescono l’arancio e il fico!

Non sarà inopportuno confrontare l’alimentazione dei lapponi con quella degli esquimesi. Questi si nutrono specialmente di cibi animali e più particolarmente di foche, di balene, di mammiferi terrestri e di grasso di morsa. Questo si mangia crudo e si dà come una fina ghiottoneria ai bambini. Quello delle morse non è dispiacevole e rassomiglia molto al formaggio, quello delle balene ha invece un sapore di rancido. È indifferente per gli esquimesi se la carne sia fresca o semiputrida, cotta o cruda. Le carni degli animali selvaggi, anche se cotte, sono sempre condite con una salsa d’olio di pesce. Questo si prende anche coi frutti di cui si cibano. Il pesce si mangia quasi sempre crudo o seccato al sole o conservato nel suolo ghiacciato. I cibi vegetali sono molto scarsi e si riducono alle foglie crude e acidule del Rumex domesticus e alle radici del ma-shu (Polygonum bistorta), che arrostite sulla cenere rammentan la patata. Per l’inverno si fa grande provvista dei frutti gelati dell’Empetrum nigrum, del Rubus acaulis, del R. chamaemorus, del Vaccinium uliginosum, del V. vitis-idaea, del V. oxycoccus, del Cornus suecica e dell’Arbutus alpinus[9].

Anche l’acqua per i poveri Lapponi è ghiacciata o torbosa e scarsa. Nel primo caso fanno cuocere il ghiaccio per renderlo potabile, nel secondo la sorbiscono dalle pozze sottili con un osso forato o una cannuccia.

Sono delizie della povera cucina polare il caffè e il tabacco. Avete già veduto come preparano il primo; usano del secondo, fumandolo nella pipa o ciccandolo. La pipa è sempre nella bocca d’ogni lappone di ambo i sessi e d’ogni età e ciò impedisce loro di essere più spesso ciccatori. Quando il tabacco è scarso, si mettono in giro seduti per terra e da una sola pipa passata in giro fumano tutti. Quando manca del tutto la divina nicoziana masticano perfino i vasi di legno o le boccie che lo hanno contenuto. Si assicura anche che ciccando sputano nella palma della mano e tiran su per le narici quel succo prezioso, onde nulla vada perduto del loro divino narcotico. Aveva dunque ragione il mio Sommier di dirmi, che i lapponi hanno tre Dei: il fuoco, il caffè e il tabacco. Per me è fuor di dubbio che l’abuso del caffè e del tabacco contribuisca assai a dare ai lapponi un nervosismo singolare, che tanto spesso li porta alla allucinazione e a tutti i più strani isterismi della fantasia; ma quei poveri uomini come potrebbero tollerare la loro vita polare senza quei due alimenti nervosi?

I lapponi hanno tutti i caratteri più salienti dei popoli bassi. Spensierati, inerti, o per eccezione, affaccendati; capricciosi e in tutto simili ai nostri fanciulli. Sono i figli di una terra fra le più sterili della terra, coperta dai ghiacci per tanti mesi dell’anno, e nulla hanno fatto per tentar di corregger la terra e renderla più feconda. L’ambiente li domina, non essi l’ambiente. Senza il renne cesserebbero di esistere o si trasformerebbero (se pur fosse possibile) con costumi o indole affatto diversi. D’inverno è notte eterna ed essi dormono lunghissimamente: nell’estate il sole brilla sempiterno sull’orizzonte ed essi dormono poco o nulla. Quando Forbes si meravigliava di veder lavorare a Bosekop anche di notte e di veder la gente dormir pochissimo e irregolarmente, gli si rispondeva: abbiamo tempo abbastanza per dormire nell’inverno. Io però li ho veduti anche nell’estate dormicchiare di giorno e di notte. Quando non hanno altro a fare di meglio, si sdraiano lì per lì sopra il suolo, nel canto di una via, sopra un mucchio di pietre o di tavole, e lì ammonticchiati gli uni accanto agli altri sembrano fagotti di pellicce e di panni sudici.

Il vestito, la casa e la slitta del lappone dicono gran parte della sua vita.

Se volete fare uno studio accurato del vestiario dei lapponi, leggete il capitolo IV dell’opera del Knud Leem, già tante volte citata, e che è uno dei migliori. Dopo più di un secolo quella brava gente si veste ancora nello stesso modo, senza sacrificare alla capricciosa Dea della moda. Hanno sempre i loro calzoni di pelle di renna, la loro grande casacca di pelliccia di renna, le loro scarpe di pelliccia di renna, e i loro svariati berretti. Pare soltanto che nel secolo scorso portassero più spesso il kersey o berretto in forma di pan di zucchero. Le donne si distinguono dagli uomini quasi unicamente per la copertura del capo, che ora è una cuffia, ora un elmo di legno coperto di stoffe dai vivi colori. La camicia, le calze, tutto ciò che è bisogno urgente di pulizia per tutti noi, brilla per la sua assenza e non so davvero capire come l’abitudine possa render loro sopportabili quelle ruvide pelliccie, che d’estate portano col pelo infuori e nell’inverno col pelo in dentro. In questa stagione al di sopra della prima casacca pelosa ne portano una seconda col pelo all’esterno e aggiungono spesso un terzo vestimento di panno. Per i più ricchi o i lyons questo vestito si sostituisce nella stagione calda alle pelliccie. Non portano mai quel soprabito di pelle d’intestino di foca o di balena, che in altre razze iperboree impedisce che la neve si appiccichi al pelo e formi una irta crosta di ghiacciuoli.

La calzatura è la parte più originale e civettuola del vestito lappone. Sono scarpe di pelle di renna col pelo all’infuori, che si fermano con lunghi lacciuoli di lana intrecciati sopra il calzone di pelle e sono imbottite di morbido fieno, che chiamano sueinek e i norvegiani dicono sene, senne, sennegraes o lap-renne o komagraes. I lapponi svedesi lo chiamano invece col nome di kappnocksuini, e gli svedesi lapsko-graes. È il Carex vesicaria di Linneo. I lapponi portano spesso sopra di sè anche un’altra specie di odorosissimo fieno (l’Anthoxantum odoratum) che nascondono nel petto e sotto le ascelle per profumarsi. È questa davvero una leccornia epicurea, che non si crederebbe trovare in un popolo di gusti così semplici e selvaggi.

La casa si distingue in quella d’inverno e in quella d’estate. Avete già veduto nella gita a Ojung come sia fatta la prima, ma vi descriverò meglio la povera porta di quella capanna collo stile pittoresco del Leem:

Janua tentorio ex tegillo laneo, in formam pyramidis secti conficitur, cujus pars interior tendiculis, qualibus fumatus salmo distendi solet, dispanditur. Hujusmodi tendiculis, quos zangak appellant lappones, si careret tegillum, vicem januae praestare nequiret. Ad utrumque ostii latus tenuis pertica birshiamas lapponice dicta, postium suppletura defectum erigitur. Vento increbrescente, janua, quae superne tantum, et quidem e solo loco, suspensa est, alberi perticarum alligatur, ita ut ad illud latus, cui ventus instat, prorsus occlusa sit, quod ni factum fuerit, perflante vento turbaretur in foco ignes, sufflaminatusque fumus totum tentorium compleret[10].

Quando un lappone in un viaggio marittimo deve sbarcare sovra una costa deserta, con tre remi e un pezzo di stoffa si improvvisa una capanna. E poco diverso da questa è la tenda d’estate fatta di tela e rami d’albero.

La capanna dei lapponi pescatori non ha forse di diverso che un umbraculum sul tetto, che si cambia di posizione per difendere l’interno dalle correnti del vento. Questi lapponi di mare, prima di coricarsi, spengono ogni traccia di fuoco, gli altri non lo fanno, lasciando invece spengere il fuoco da sè e accontentandosi della luce morente del focolare. I pescatori vogliono invece la luce continua di una lampada, che si improvvisa con una conchiglia, dello stoppino di alghe, e dell’olio di pesce.

Ogni capanna fissa di lapponi ha un’appendice, che dicesi loaavve, e che è un graticcio di tronchi e rami d’albero, ai quali appendono le corna delle renne, e i loro utensili più rozzi e le loro slitte. È in tutto e per tutto la ramada degli argentini.

La gedge-borra è una cantina o buca sotterranea, dove nell’eterno gelo del suolo profondo conservano le carni e il latte delle loro renne.

Nelle capanne del lappone il mobilio è proprio ridotto al minimo possibile: non sedie, non tavole (nullae sellae, mensae nullae, dice il Leem), ma pelliccie distese sopra rami di betula. Quello è il loro letto e la loro copertura, dove entrano vestiti. Anche i ciukci hanno il loro letto fatto di uno spesso strato di Andromeda tetragona e di pelli di foca o nei più ricchi di renna o di orso. Una sola pertica di legno separa presso i lapponi un letto dall’altro e l’ingenuo nostro prevosto mostra le conseguenze immediate di questa intimità: Alter tamen alteri adeo vicinus est, ut parentes liberos, hi servos et viceversa cubantes, manibus si velit, contingere et contractare possint[11]. Ed oggi io non ho più veduto neppure quella povera e pudica pertica isolatrice.

Anche in quelle poverissime capanne e con tanta promiscuità di sessi e di membra esiste una gerarchia.

Dirimpetto alla porta il fuoco e il fumo impediscono che il freddo esterno penetri direttamente, ed è quindi quello il posto d’onore del padrone di casa e della sua consorte. I figli stanno ai lati dei genitori e i servi stanno naturalmente dove si sta peggio, cioè accanto alla porta. Quando entra un ospite, gli si cede il posto migliore e il padrone va a collocarsi alla porta.

Il Leem distingue presso i lapponi quattro specie di slitte:

La giet-kierres, o slitta a mano; è tutta aperta ed è così leggera che facilmente può portarsi sulle spalle d’un uomo.

La raido-kierres, o carro per i bagagli, aperta come la prima, ma che si copre con pelli di renne, ed è più grande e più alta della giet-kierres.

La pulke, somigliante alla prima, ma incatramata esternamente e aperta soltanto nella parte posteriore; chiusa al davanti da una pelle di foca, che ricopre le gambe. È la più usata per il trasporto degli uomini.

La Lok-kierres coperta pure di pece, e serve a portare i commestibili; è più grande della pulke e della giet-kierres[12].

Il lappone passa gran parte della sua vita in queste sue slitte. Il pescatore non muta soggiorno che in primavera ed in autunno, ma il fieldlappe è sempre in viaggio: Haud secus ac veteres Scythae, de quibus in historia fecerunt, hodieque faciunt Arabes ac Tartari, semper mobiles sunt, semper vagi, non eadem sede et loco diu contenti.

Sono i viaggi per portar le renne alla costa nell’estate o quelli di ritorno sul finire dell’autunno; sono le corse per cercar nuovi pascoli o sono anche lunghi pellegrinaggi per far visite a parenti od amici. Il van Duben, che parla di questi viaggi di cortesia, aggiunge maliziosamente, che in essi i rapporti fra i due sessi sono molto liberi e che se ne vedono spesso anche gli effetti, benchè anche i più recenti viaggiatori parlino con entusiasmo dei buoni costumi dei lapponi.

Nelle carovane il paterfamilias va davanti a tutti e dietro a lui tutte le altre slitte. Dove è il bambino è sempre la madre, che spesso getta le briglie sul collo della renna e anche nel più rigido inverno apre il seno e lo porge al bambino. Il renne corre serpeggiando e il lappone butta le briglie sul collo dell’animale ora a dritta ed ora a manca, secondo la direzione che vuol prendere. Quando un renne focoso corre troppo, si lega alla slitta che gli sta davanti. Spesso si legano molte slitte insieme e un solo lappone nella prima le guida tutte. È incredibile vedere come quella gente sappia orientarsi senza bussola in quelle pianure tutte bianche. Anche quando la neve cade così fitta, da impedire al condottiero di vedere l’animale che lo tira, essi non smarriscono mai la strada. Una pietra, un’ondulazione di terreno bastano per contrassegno e nella notte servon loro di guida le stelle, delle quali conoscono parecchie. Le Pleiadi ebbero dai lapponi un nome molto poetico: quello di nieid-gierreg o famiglia di vergini. I ricchi si fanno sempre trascinare da rangiferi maschi castrati, i poveri dalle femmine; ciò che mi ricorda il gaucho argentino, che non monterebbe una cavalla per tutto l’oro del mondo.

La renna è il compagno inseparabile del lappone e anche nei libri più popolari trovate inni di poesia indirizzati a questo animale, che porge all’uomo iperboreo la sua forza, le sue carni, il suo latte, la sua pelle e i suoi tendini per farne il filo da cucire.

La renna è un animale semidomestico, che si lascia difficilmente domare ed educare al tiro. Anche per mungerlo conviene legarlo e il suo latte è meno copioso di quello d’una capra. Vien castrato coi denti, colla schiacciatura del cordone spermatico (admoto ore, dentibus contundit, Leem). Il renne si è adattato alla vita nomade del lappone e riesce a farsi carnivoro in casi di grande carestia, mangiando i sorci e una pasta fatta di teste e lische di pesci miste a paglia, ad alghe (Fucus serratus) e ad olio di pesce. Avidissimo dell’orina umana, la ricerca avidamente, rompendo la neve colle sue zampe. Ciò spiegherebbe anche la loro avidità per l’acqua di mare.

E qui, se mi permettete, lascio la parola al mio illustre amico, il prof. Friis, il quale nel suo libro sulla Lapponia, descrive con molta evidenza i costumi vagabondi di quella gente, ch’egli ha studiato con tanto amore: