MIGRAZIONI DEL FJELDLAPPE
«Seguiamo un lappone nelle sue migrazioni dal Fjeld alla costa del paese (trakten) intorno a Kautokeino alla costa vicino a Seglvigen dove dimora d’estate, cioè durante circa due mesi. La distanza che deve percorrere due volte all’anno è di circa 30 miglia (340 kilom.).
«Durante l’inverno il Fjeldlappe è stato attendato nei medesimi luoghi ove lo sono stati i suoi padri per secoli, ora sui monti, ora nelle valli, ora nel piano. Tutto l’inverno ha dovuto tenersi in guardia contro il lupo, il suo peggior nemico, che ora solitario s’aggira con invidia intorno alla mandra, ora arriva in branchi ed insegue ed attacca le renne. Per questo la notte fanno la guardia, e per turno i vecchi ed i giovani devono star fuori colle renne ed esser tanto più attenti quanto maggiore è il freddo, più forte la bufera e più buia la notte. Ogni quarto d’ora chi sta a guardia deve fare il giro della mandra, impedire coll’aiuto di cani di sbandarsi, urlare, sparare il fucile e fare quanto rumore può perchè il lupo, lontano o vicino, si accorga che la gente veglia. Se il lupo è veramente affamato nulla lo spaventa, neppure i colpi di fucile; se non è tanto affamato, rimane in distanza ed aspetta il suo momento; perchè egli conosce il pericolo che corre e sa che quando la neve è alta è facilmente raggiunto dal lappone sui ski. Ma può darsi che per l’appunto quando dopo una ronda intorno al gregge si è appiattato in un buco in qualche mucchio di neve per ripararsi dal vento gelato e vuol prendere un momento di riposo, la sua quiete sia disturbata ad un tratto. I cani che si erano coricati sulle gambe del guardiano, servendogli da coperta, saltan su e s’allontanano abbaiando. Le renne che si sono accorte anch’esse d’un pericolo, dapprima si stringono fra loro in una massa compatta, ma dopo corron pazzamente qua e là finchè sentono il lupo: allora fuggono a tutta velocità, in generale contro il vento, inseguite dai lupi che cercano di sbandarle per sopraffare a due a due gli animali isolati. Si tratta ora pei guardiani, spesso ragazzi di 15 anni, di essere svelti; l’uno coi cani va dietro al gregge, l’altro corre sui ski, presto quanto può, alla tenda per fare escire ed accorrere sui ski la famiglia o le famiglie col grido di «Gumpe lae botsuin!» Il lupo! il lupo ha aggredito il gregge! Frattanto l’altro guardiano coi cani ha cercato di difendere il gregge come ha potuto. I cani Muste, Ranne, Girjes e Tschalmo (cioè il nero, il bigio, il macchiettato e quello colle macchie sugli occhi, particolarità che ha dato origine alla parola Tschalmo — dai quattro occhi — ) hanno cercato di tenere il gregge riunito e di aggredire il lupo. I cani dei lapponi sono piccoli, ma alcuni di essi sono abbastanza coraggiosi per aggredire il lupo e l’orso.
«Guarda là Muste come si azzuffa col lupo. Muste non ha coda. È il lupo che glie l’ha portata via? no; Muste non l’ha mai avuta. È nato senza coda[13] ed è per l’appunto per questo che è più difficile al lupo di agguantarlo. Più in là sul monte due renne si fanno strada con fatica sulla neve profonda: hanno la lingua pendente per la fatica e certamente la loro ultima ora sarebbe già suonata, se Muste non avesse saputo coi suoi attacchi fermare il lupo. Tutte le volte che questi riprende la corsa per perseguitare le renne, Muste lo segue, sicchè il lupo deve voltarsi per provare di sbarazzarsi dell’incomodo nemico. Ma non gli serve. Muste gli corre intorno come un turbine, e il lupo, che al dir dei lapponi ha la schiena poco pieghevole, ed è lungi da potersi voltare colla rapidità del cane, fa dei salti per acchiappare Muste inutilmente, come li potrebbe fare un cane da lepri dietro ad un coniglio. Per questo un cane come Muste non ha prezzo per un lappone e non lo venderebbe per 10-15 speciesdaler. Per un’ora Muste ha tenuto il lupo in scacco ed ha salvato le due renne. Finalmente il suo latrato disperato si è sentito ed ha chiamato la gente al suo soccorso. Finalmente due skilöbere (gente montata sui patini) appariscono sul ciglio del colle e calano giù colla rapidità della freccia fra il lupo e le due renne. Muste rinnova il suo attacco con furore raddoppiato, tanto che senza dubbio si farebbe sbranare dal lupo, se questo non fuggisse spaventato nel vedere gli skilbere. Se riesce a fuggir da Muste non può fuggire dai skilbere. Questi rapidi come il vento, passano oltre a Muste ed ora comincia una corsa sfrenata col lupo. Se il terreno è favorevole e la neve profonda, il lupo è spesso raggiunto. Il skilbere, che prima gli arriva a lato, gli dà col skistok (bastone che adoprano quando sono sui patini) un colpo sul kroùtgrüken, il punto il più vulnerabile del lupo, che lo paralizza in modo che rimane là sulla neve, senza poter più fare un passo colla gola aperta e minacciosa contro i suoi nemici, mandando fuori dalla bocca rossa ed avida di sangue un nuvolo bianco di fiato caldo. Arriva tosto anche Muste senza fiato ed ansante e comincia a saltare intorno al lupo, non essendo ancora sicuro che il lupo si possa rialzare e rincorrerlo. Può darsi che i lapponi non si diano il tempo di uccider subito il lupo e che vadano dietro ad un altro, ben certi che quello colla schiena rotta non potrà muoversi di lì fino a che tornino a dargli il colpo di grazia. Ma sia ora, sia dopo, non lo uccidono senza prima aver sfogato il loro odio contro il loro peggior nemico con un discorsino. Solo dopo avergli rammentati i suoi misfatti e quelli dei suoi padri, e dopo aver vuotato il loro sacco di ingiurie contro di lui gli danno la morte, piantandogli un coltello nel fianco o tirandogli una palla di fucile sulla testa. Il picchiarlo sulla testa col bastone non serve, poichè sa perfettamente parare i colpi ricevendoli sui denti.
«Ma non tutti i cani sono svelti come Muste. Per questo, non ostante gli sforzi dei guardiani, succede quasi sempre che quando il gregge è assalito da un branco di lupi perdono pochi o molti animali. Può darsi che il lappone se la cavi con un paio di renne, forse le sue due migliori bestie da tiro, ma può anche darsi che egli in una notte ne perda 10, 20, 30; può darsi che la sera fosse un uomo ricco che possedeva molte centinaia di renne e che alla mattina sia un miserabile. I suoi animali saranno sbranati, cacciati nei precipizii, stroppiati e nel caso migliore cacciati a molte miglia di distanza e dispersi in modo che deve andare in giro per raccoglierli nelle altre mandre ove si sono rifugiati, seppure dei ladri non hanno gareggiato coi lupi. Però per alcuni anni può darsi che il lupo si mostri appena; allora vi è «pace.»
«Quello che il Fjeldlappe ha più da temere dopo il lupo è l’abitante non nomade (Fastboend) di Kautokeino e Karasjok. Questi ha l’abitudine come l’abitante della costa di segare del fieno qua e là per i monti, spesso a diverse miglia (di 11 kilometri) dalla sua abitazione. Col fieno o per meglio dire misera erba di padule che riesce a mettere insieme, fa dei mucchi che ricuopre con più o meno cura. Questi sono dichiarati Privat Eigenthum ed i Fastboende esigono che siano rispettati come tali dai Fjeldlappe, quantunque spesso non abbiano nessun diritto di proprietà sul terreno sul quale hanno segato quel fieno. Le renne che hanno buon naso, quando per lo stato della neve possono difficilmente arrivare ai licheni, hanno sentore di uno di questi fienili, vi accorrono ed in un momento lo buttano all’aria, spargendo il fieno ai quattro venti, e quando il lappone affannato arriva dietro al suo gregge, il male è fatto ed irrimediabile. Quando il Fastboende, avendo terminato la sua provvista, viene a cercare i suoi depositi, non li trova più, se può sapere di qual Fjeldlappe erano le renne colpevoli, lo denunzia, e questi deve pagare il danno.
«Nel mese di maggio il lappone nomade comincia ad avviarsi a corte giornate verso la costa. Per antica abitudine (?!) o per istinto le renne d’estate bramano andare verso la costa come le vacche verso le alture (saeters). Come non vi è necessità assoluta per le migrazioni delle vacche, così non vi deve essere neppure per le renne. Queste possono vivere tutto l’anno nell’interno quando hanno estensione sufficiente di terreno, ed alcune condizioni necessarie. Alcuni Fjeldlappe rimangono tutto l’anno all’interno senza mai venire al mare. Così fanno alcuni lapponi norvegesi di Karasjok, che rimangono sulle alture fra Karasjok e Parsongerfjord. Così fa il ricco lappone svedese di Karasuando Lare Jansen Sikko[14] che possiede una mandra di 3000 renne; rimane presso il lago d’Alte nell’Am di Tromsoe vicino alla frontiera, da dove i suoi animali non scendono al di là di Bardo distante diverse miglia (norvegesi) dal mare. Quel Fjeldlap non solo è il più ricco dei regni uniti, ma ha fama di tenere i suoi animali in modo che non danneggino i Fastboende. Nessuna delle renne che dimorano nella provincia di Throndjem, nè quelle selvatiche del Dovre ecc. vengono mai alla costa. Non è dunque punto necessario che le renne vadano alla costa a bere il mare. Nella Lapponia russa una parte delle renne viene tenuta nell’interno, ma non prosperano come quelle libere dei lapponi nomadi che vanno alla costa, dove non solo trovano ricche praterie (d’estate i licheni sono secchi, e allora le renne non li mangiano) ma ancora il vento di mare le libera dai millioni di zanzare, che nei caldi estivi sono un tormento terribile nell’interno per uomini e bestie. In Svezia si conservano alcune renne durante l’estate; ma vengono talmente tormentate dagli sciami di zanzare, che si deve accendere del fuoco perchè possano trovare un rifugio da esse nel fumo. Sui monti dove trovano neve possono passare meglio l’estate. Se tutte le renne potessero rimanere un’estate nei pascoli di licheni dell’interno sciuperebbero cogli zoccoli tutto il lichene che cresce tanto adagio (dieci e più anni), mentre d’inverno è protetto dalla neve, e mettono allo scoperto solo quello che vogliono mangiare.
«Durante il viaggio verso la costa viene l’epoca della nascita delle piccole renne; per il solito verso la metà di maggio; per questo il maggio è detto dai lapponi miessemanno, mese di vitelli. I lapponi assicurano che se durante quel tempo le loro mandre sono esposte negli altipiani nudi dell’interno a diversi giorni di bufera, di neve continuata, una gran parte, qualche volta la maggior parte dei vitelli, muore. Per questo le famiglie più povere, che posseggono solo 100 o 200 renne, partono per la costa tanto presto da arrivare vicino alla costa o alle isole avanti che le renne si sgravino, perchè sulla costa il clima è più dolce e trovano più facilmente riparo.
«Il lappone procede lentamente nel suo viaggio. La neve cuopre la terra; per lo più i laghi sono tutti gelati in modo da permettere di passarci sopra sicchè le tende ed i loro pochi utensili possono viaggiare in slitta. Per andar avanti in quel paese senza strade occorre una conoscenza di ogni particolarità del terreno che non ha mai nessun norvegese, ma che il lappone possiede a un grado superlativo. Ve ne sono molti che conoscono dei tratti di fin venti miglia (230 (?) kilom.) e più, sui quali si possono trovare 200 laghi e fiumi, con tale esattezza che può anche indicare a un altro lappone un punto qualunque di quel tratto, avendo nomi per ogni lago, fiume, monte, per le pietre più grandi ed altre particolarità.
«Se il nostro lappone deve passare nell’isola di Stjern in primavera, è obbligato di legare le quattro gambe ad ogni renna e trasportarle in barca; d’autunno quando sono più grosse e le piccine sono cresciute, passano a nuoto quella distanza di mezzo miglio (quasi 6 kilom.).
«Quando s’avvicina alla costa viene quasi inevitabilmente in lite col Fastboende, al quale sciupa qualche campo di patate.
«Se il nostro lappone è diretto invece verso... dopo passato Alteidet deve passare per il Joekelfjord, ove è un gran ghiacciaio che scende verso il fondo del Fjord. Da quel ghiacciaio durante tutto l’estate si staccano dei pezzi di ghiaccio che cadono nell’acqua e galleggiano nel fjord. Non è possibile passare nè sopra il ghiacciaio colle renne nè al piede di esso, e bisogna far passare le renne a nuoto nel fjord a rischio di vederle schiacciate da qualche blocco di ghiaccio come qualche volta è successo. Un paio di lapponi conducono un gran maschio verso la spiaggia, entrano in barca, tirando dietro a sè a nuoto quella renna, che deve servire da guida alle altre. Il gregge non è sempre disposto a seguire. In masse serrate, corre qua e là, spinto verso il mare dagli altri lapponi e dai cani, finchè finalmente si precipitano giù per il pendìo della costa come una valanga nel mare, facendolo schiumeggiare sopra grande estensione.
«Il giorno dopo il lappone passa ancora un ismo, fra due fjord e finalmente arriva al suo soggiorno d’estate. La fine di giugno è vicina; e si tratterrà qua circa un mese e mezzo. Se qui non vi è alcun fastboende (come certo lo desidera il nomade) le renne potrebbero essere lasciate ora in intera libertà. Altrimenti è obbligato di vigilarle affinchè non facciano danni.
«La guardia non si fa d’estate come d’inverno. Il lappone non sta assieme al suo gregge, non lo accompagna come d’inverno da pascolo in pascolo. Se d’estate fosse sorvegliato, tenuto riunito e confinato a spazi ristretti, non solo deperirebbe, ma le malattie alle quali quegli animali sono esposti, quando sono sottoposti ad una vigilanza severa d’estate, ne farebbero sterminio. D’estate il gregge deve avere tanta libertà da potersi estendere, cercare a piacere qua e là il suo nutrimento, nei giorni caldi deve andare in alto sui monti per fuggire le zanzare; nei giorni freddi, umidi o nebbiosi tenersi in basso nei paduli, nelle valli e nelle boscaglie. Il renne è un animale a metà selvaggio e non si può guardare e condurre come una mandra di vacche. Non farebbe allora altro che correre irrequieto qua e là pestando il suo pascolo, senza prendersi il tempo di pascolare. Le renne pascolano tanto meglio quanto maggiore è la loro libertà. Perciò il lappone lascia il suo gregge, e si stabilisce vicino ai campi del fastboende per poterli proteggere; poichè le renne vi vengono spesso nei giorni umidi e nebbiosi.
«Di quando in quando il padrone del gregge (che può per alcuni giorni essere andato alla pesca che fornisce un supplemento di vitto specialmente ai più poveri, che non potrebbero vivere di un piccolo gregge) deve fare una visita alle sue renne per vedere come vanno quegli animali e gli uomini che ha messo a guardia vicino ai campi coltivati.
«Forse sentirà che dei cani di fastboende hanno dato la caccia alle sue renne e ne hanno uccise alcune. Forse sentirà che i fastboende si lagnano che sono stati sciupati i loro campi.
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«Una volta avvenne (secondo quanto mi ha narrato un lappone) che le renne sparivano senza che egli potesse trovare traccia nè di ladri nè di cani. Egli si era messo in agguato luogo la spiaggia per guardare se i ladri impiegassero battelli, ma non aveva scoperto nulla. Egli era anche andato in giro nelle stue o gamme dei fastboende, ed aveva parlato in tutta amicizia di tutt’altro che di furto di renne; aveva «fumato tabacco e bevuto caffè» ma non per «passare il tempo» oziosamente, ma per spiare se non scorgesse qualche brandello di pelle di renna o qualche pelo. Ma invano. Finalmente un bel giorno nel fare un giro nell’interno vede lungi dalla costa e dalle abitazioni una colonnetta di fumo. Seguita con precauzione la sua strada e vede con sua meraviglia una gamme di torba in un luogo ove mai prima aveva abitato alcuno. I ladri di renne che cercava sulla costa, per stare più comodi si sono fabbricati una gamme nei monti vicino alle renne, ed in luogo dove era difficile trovare le loro tracce. Il lappone si avanza cautamente contro il vento per non essere scoperto nel caso che vi fossero cani nella gamme, si arrampica pian piano sul tetto e guarda giù attraverso il foro per il fumo. I ladri non ci sono, saranno forse alla caccia. Nella gamme evvi solo un ragazzo, che dorme sopra una pelle di renna. Il lappone entra, ed al vedere il «fin» il ragazzo salta su spaventato dal suo giaciglio. «Mostra pelle, vedere pelle» grida il lappone che sa un po’ di norvegiano. Egli vuol vedere dalle marche degli orecchi se è uno dei suoi animali. Ma i ladri hanno prudentemente tagliato gli orecchi. Intanto però ha riconosciuto dal colore ed altri segni che è la pelle di una renna da tiro di suo padre. Il nostro lappone prende la pelle e la tira a sè, ma il ragazzo non la lascia andare. «Lascia pelle, pelle di padre,» dice il lappone arrabbiato, e dà un colpo sulle mani al ragazzo col bastone. Questi fugge urlando e corre fuori per raggiungere i suoi compagni. Il lappone dal canto suo prende la pelle di suo padre e corre a cercare aiuto. Se fosse raggiunto dai ladri potrebbe lasciarci anche la sua delle pelli. Ma per l’appunto s’imbatte nei ladri.
«Questi vedon lui, lui vede loro armati di fucile. Il lappone getta via la pelle e fugge da un’altra parte; ma il terreno è piano ed è difficile il nascondersi ed egli teme di essere raggiunto. Però dopo aver passato una piccola eminenza, essendo per un momento nascosto da questa, si butta sul ventre sopra un blocco di pietra, si rannicchia nella sua vecchia pelle di renna grigio-bruna come una tartaruga nel suo guscio, ed in quella posizione si confonde tanto bene col masso muscoso, somigliandogli tanto in forma quanto in colore, che ci vorrebbe a distinguerlo un occhio tanto esercitato quanto a distinguere una Rype (Lagopus) macchiata che si accasci a terra davanti a un cane da caccia. I ladri giungono all’eminenza e cercano invano il fin, che è lì davanti a loro. Quando sono andati via, il lappone cala giù dal sasso e scappa in un’altra direzione. L’indomani, quando ritorna, la gamme non c’è più, i ladri e i residui del furto sono spariti.»
Eppure i lapponi amano questa vita piena di travagli e di pericoli, e non la lascerebbero per nulla al mondo. Molti di essi potrebbero vendere le loro renne e raccogliere i loro tesori sepolti in qualche torbiera o sotto un macigno e ridursi in una città a fare la vita del norvegiano agiato; e non lo fanno.
Il divo Cristiano VI, in un suo viaggio in Lapponia nel 1733, espresse a Leem il desiderio di avere un giovane lappone alla propria corte; eppure fu difficilissimo trovarne uno, che volesse accogliere le splendide offerte di Re Cristiano. Il Leem aveva potuto a furia di preghiere e di promesse trovare un giovinetto, che sembrava disposto di recarsi a Cristiania, ma la madre corse a lui e gli si gettò ai piedi piangendo: «Io sono incinta, mio buon pastore, e se mi togliete il mio fanciullo, mi accadrà qualche sventura e Dio vi punirà.» Convenne lasciarlo a casa e trovarne un altro. Se ne trovò un altro, che andò alla corte; ma dopo poco tempo moriva, non so se di nostalgia o di noia.
I lapponi sono di carattere dolce e benevolo e l’ospitalità è una delle loro virtù più salienti. Il Leem dice che non bestemmiano mai, in ciò (aggiunge egli) molto superiori ai norvegiani.
Fjellner racconta, che una volta erano ospitali nel senso più ampio della parola[15], per cui l’ospite dormiva accanto alla moglie e alle figlie del padrone di casa. Oggi invece, cresciuta la civiltà, sono ospitali ancora, ma con certo rationabile obsequio. Von Back racconta di avere picchiato una volta indarno alla capanna di un lappone. Il padrone rispose alla sua richiesta con queste parole: Sono giunti oggi due lapponi stranieri ed hanno occupato gli unici posti disponibili. La guida, che accompagnava l’illustre viaggiatore, rimase mortificata, e dopo un breve battibecco concluse con questa biblica sentenza: Quando vi ha un posto nel cuore si trova facilmente posto anche nella tenda. Anche il Van Düben dice, che oggi i lapponi non si vergognano talvolta di mangiare colla famiglia, senza offrire cosa alcuna all’ospite che li guarda. Quando però scoppia un temporale si vedono entrare nella capanna fin 15 o 20 lapponi. Se sono conosciuti, si dà loro caffè o carne; se invece sono sconosciuti, si riduce l’ospitalità all’acqua e al fuoco.
Anche i più affettuosi fra i lapponi sono al primo incontro freddi e riservati; poi rotto il ghiaccio colla conversazione o meglio ancora con piccoli doni, diventano espansivi e cortesi. Nella Lapponia svedese si salutano con un buorist (bene) arrivando, e partendo con un batze dervan. Si baciano col naso, o si abbracciano, stringendo il braccio destro intorno alla vita e toccandosi naso con naso. Una volta vi era tutta una gerarchia di saluti: il bacio sulle labbra fra parenti molto vicini, il bacio sulle guancie fra parenti meno stretti; il bacio dei nasi per gli altri. Oggi pochi si stringono ancora col braccio destro, gli altri si danno la mano come noi.
Della loro bontà fanno fede anche i rarissimi omicidii e solo per fanatismo religioso. Non è quindi del tutto falsa l’asserzione di molti viaggiatori, che essi non spargono mai sangue. Sono però ladri di renne e nel commercio spesso fraudolenti. Anche il buon Leem, che tanto li ama, dice: Lappones, ut reliqui mortalium suis quoque vitiis laborant, sed paucis sane et raris...; e questi vizii sono l’ubriachezza (oggi quasi dimenticata) e la frode. Sanno fra le altre cose vendere pelli guaste per buone, nascondendo con molta arte i rattoppi e i buchi. Il furto domestico però è quasi affatto sconosciuto e il Leem racconta che in tanti anni vissuti in Lapponia nulla gli fu rubato, benchè tenesse aperte tutte le cose sue.
Ammogliati prestissimo, amano le loro mogli e i loro figli con trasporto. Dell’affetto delle madri fanno fede le culle fabbricate con tanta arte e ornate con studioso amore. Sono di legno, ricoperte di pelli, e per l’inverno con un astuccio di morbida pelliccia, con un soffietto per difendere dalla luce gli occhi del piccino. Allattano i loro bambini per due anni e anche più.
Le nozze sono semplicissime. Lo sposo si reca a casa della sposa con alcuni suoi parenti, uno dei quali si fa suo avvocato ed oratore, ed entrando nella capanna offre al suocero futuro del vino. Se questo è accettato, il matrimonio è combinato e tutti i parenti bevono della stessa bevanda. Per ultimo entra anche il pretendente, che offre alla fanciulla un piccolo dono, che per lo più è un oggetto d’argento. Le nozze si compiono più tardi con un piccolo pranzo, senza pompa nè apparato, senza balli nè canti. Compiuta la cerimonia, lo sposo rimane quasi sempre colla sposa in casa del suocero per lo spazio di un anno, trascorso il quale, va a stabilirsi da sè, ricevendo dal suocero tutto il necessario per piantare una casa. I matrimonii tra parenti sono proibiti.
I funebri semplici come le nozze. Il cadavere vien portato con piccolo seguito sopra una barella in luogo appartato, dove è sepolto a piccola profondità in una cassa di betula o anche senza cassa. Una volta si piantava la slitta del defunto sulla fossa e si rizzava un grossolano monumento di pietre e corteccie di betule.
I più ricchi fanno talvolta una cena funebre.
Sul pudore dei lapponi corrono diverse e opposte opinioni. Se dovessi giudicarne dalla mia esperienza direi che le loro donne sono più pudiche di molte altre, dacchè non ho riuscito a fotografarle nude, per quanto offrissi una somma fin di lire 150 per questa accondiscendenza. Un dotto entomologo tedesco invece, che visse lungamente fra essi, mi disse di averli veduti sagrificare all’amore nelle loro capanne dinanzi a’ suoi occhi, e a Trondhiem due lapponi furono arrestati, perchè contro il muro di una casa riproducevano la specie. È vero però che erano ubriachi. Alle nostre carezze le fanciulle non dicono sempre di no e s’abbandonano all’amplesso per simpatia dei sensi, non per avidità di denaro. Il Knud Leem li difende nella sua opera da un anonimo scrittore, che li aveva detti scostumati:
At ego sancte asserere ausim, nullum me unquam ab illis obscoenum audiisse verbum, nec per totum illud quadriennium, quo inter duarum Parochiarum Kilvigensis et Kiöllefiordensis, Lappones Missionarii munus obibam, ullum in utroque coetu, extra legitimum conjugium, partum fuisse editum, et per integrum sexennium, quo coetui Altensi curio præeram, unicum duntaxat.
In ogni modo i figli del peccato non sono nè abbandonati, nè sprezzati; perchè sopra ogni cosa amano veder crescere la popolazione.
Allegri e ciarloni amano chiacchierare lunghe ore; e a noi figli del secolo XIX sembra strano come possan trovare nel loro piccolo mondo materia a tante ciarle. Cantano senza alcuna armonia e declamano volentieri le loro poesie, improvvisando anche i loro vuoleh, specialmente quando sono rallegrati da un po’ di acquavite. Spesso due cantori si abbracciano e tenendosi allacciati lungamente, si rispondono a vicenda col canto, piangendo per la commozione.
A Hvalsund, un lappone russo, per nome Ole Olssen, udendo dinanzi a Marmier cantare una melodia tenera e querula, si commosse, abbassò la testa e le sue guancie si bagnarono di lagrime. — Oh, diss’egli a un tratto, noi non cantiamo qui, ma noi canteremo nel cielo.
De Latour, leggendo questa scena commovente nelle lettere direttegli da Marmier, rispose con questo sonetto:
Pendant que tu disais ta ballade de France,
Sous le toit de ton hôte un vieux lapon entra,
Qui s’assit à tes pieds, dans un pieux silence,
Longtemps te regarda chanter et soupira.
Puis ses yeux s’animant d’un rayon d’espérance:
«Nous ne chantons pas, nous, mais une heure viendra,
Où Dieu, prenant pitié de sa longue souffrance,
Dans un monde meilleur le lapon chantera.»
Et tu crois, o vieillard, que sur d’autres rivages,
Parce qu’elle est plus haut, la nue a moins d’orages,
Et que l’homme au bonheur chante un hymne éternel?
Ah! qu’il en est aussi dont les âmes blessées
Traînent avec ennui le poids de leurs pensées,
Et disent comme toi: Nous chanterons au ciel.
I lapponi non hanno orologio e contano alla grossa il loro tempo col sole. Il tempo per loro è l’ultimo pensiero. Se una cosa non si fa oggi, si farà domani, e se non potrà farsi domani, si farà un’altra volta: questa è la loro filosofia. Non si decidono che lentamente, vogliono e disvogliono, ma una volta decisa una cosa, la eseguiscono puntualmente.
Sono umoristici come gli svedesi e allo scherzo rispondono con altri scherzi, che spesso sono anche mordaci. Amano molto dare agli amici soprannomi, che si pigliano per lo più da difetti corporali. Una volta un parroco diede ad un lappone (certo per equivoco) del caffè con sale. Lo bevette senza dir motto, ma restituita la visita dal prete, questi ebbe delle more salate. Il lappone redarguito rispose sorridendo, aver creduto che il parroco amasse il sale.
Fétis, in un suo saggio sul sistema di classificare le razze umane dalla loro musica, disse sull’autorità di Acerbi, che i lapponi erano affatto distinti dai finni, perchè erano il solo popolo, che non conoscesse il canto.
Questa però è una esagerazione, perchè anche i lapponi cantano, ma rarissimamente e molto male. È certo che non hanno alcun istrumento musicale (et ne instrumentum quidem musicum inter eos reperire licet, Leem). Sommier vide una volta un flauto di arcangelica, ma era certamente di origine norvegiana. Il Leem tentò più volte di insegnar loro il canto corale, ma sempre inutilmente. Modulatio lapponum incondito cuidam clamori vel etiam ululatui quam vero cantui simili est.
I lapponi tirano al bersaglio per divertirsi, giuocano alla palla e al giuoco dell’oca. È una volpe che deve difendersi da tredici oche. Hanno anche il sakku, giuoco antichissimo, forse di origine asiatica, che rassomiglia assai agli scacchi. Sogliono anche lottare con bastoni.
I loro nomi di battesimo si danno quasi sempre sulla guida dei sogni e sono nomi norvegiani storpiati dalla desinenza lapponica:
| Andrea | diventa | Anda o Adda |
| Giuseppe | » | Iuks |
| Lorenzo | » | Lalla |
| Niccolò | » | Nikke |
| Olav | » | Wulla o Volale |
| Pietro | » | Piettar |
| Paolo | » | Pave |
| Giovanni | » | Anthe. |
Usando però lavare ogni giorno i loro bambini nell’acqua calda, danno loro spesso dopo il lavacro un altro nome, quando piange troppo od è malato e quando, come essi dicono, si mostra scontento del primo nome. Questo battesimo si amministra colle parole:
De mon bausam duu dam Nabmi N. N., ja dam Nabmi buurist kalkak sellet.
Io ti lavo nel nome di N. N., col qual nome tu starai bene.
È questa la ragione per cui i lapponi portano spesso due o tre nomi, e quello del lavacro riesce spesso più poetico, perchè inspirato dall’affetto delle mamme. Ricordo fra gli altri questo: utze beivatzh, piccolo sole.
I lapponi sono timidi e si lasciano spaventare come fanciulli, giudicando subito per miracolo ciò che non hanno la facoltà d’intendere.
La ricchezza dei lapponi è misurata dal numero delle renne che posseggono. Ai tempi di Von Buch una famiglia, che non avesse che cento rangiferi, era molto povera e non esente dal pericolo di morir di fame. Incominciava ad essere agiata, quando il numero delle renne giungeva a 400. Anche oggi con piccola differenza, queste frontiere della povertà e dell’agiatezza durano ancora. In caso di epidemia del bestiame, il lappone rimasto privo d’ogni ben di Dio, non ha altra risorsa che di servire presso una famiglia ricca o di avvicinarsi al mare, trasformandosi in pescatore. Il mendicante non esiste in Lapponia. Noi abbiamo conosciuti lapponi, che possedevano 3000 renne e 70 od 80 mila lire in tanti talleri e gioielli d’argento, che mettevano alla banca, o più spesso nascondevano sotto terra e nelle torbe. Van Düben racconta il caso di un ricco divenuto cieco, che non potè più ritrovare il proprio tesoro, nè dare indizii sufficienti ai suoi, perchè lo trovassero. Si può calcolare all’ingrosso che duemila renne rappresentano 20,000 reichsthaler, ma una buona renna da tiro può valere anche 45 lire.
I lapponi in generale sono economi, e nei loro contratti preferiscono l’argento, che chiamano blanca, alla carta, che non ha però corso forzoso. Una volta il commercio si faceva per cambii, ora si fa invece col denaro. Fanno spesso dei regali ai loro avventori e clienti, ma colla sicurezza di riceverne il contraccambio. Ho veduti i lapponi vendere e comprare e li ho trovati in tutto simili ai miei indiani dell’America meridionale. Son brontoloni, insistenti, meticolosi; nascondono la furberia sotto un denso strato di bonomia e di apparente stupidità, ma alla fin dei conti, trattando con noi, gente di razza alta e di morale evangelica, riescono più spesso canzonati che canzonatori.
Ogni mercante scandinavo, che è in rapporto di commercio coi lapponi, ha i proprii clienti. Quando si vuol fare un contratto, egli deve prima d’ogni altra cosa far portare dell’acquavite e offrire piccoli doni. Il lappone dal canto suo offre carne di renne e selvaggiume, che riceve poi cotta dal suo mercante. In generale, saldati i conti, e chiuso il bilancio, il povero lappone rimane sempre indebitato, ciò che lo tien stretto al suo cliente, senza poter offrire le cose sue ad alcun altro mercante. I debiti si segnano in modo molto semplice con tacche fatte sopra un pezzo di legno, che si taglia in due pezzi eguali, uno dei quali rimane al creditore, l’altro al debitore. Ogni tacca indica in generale una mezza corona (lire 0,75).
Quando si pensa, che immensi deserti di paludi e di ghiacci separano debitori e creditori per lunghi mesi, si deve dare una corona civica di onestà ai quei poveri nani iperborei, che menano i loro affari commerciali con tanta ingenuità di forme e fedeltà di promesse.
I lapponi godono di tutti i diritti dei cittadini di Svezia e di Norvegia, ma non si accorgono davvero di averli.
Pagano le loro imposte fedelmente; imparano a leggere e scrivere, perchè è anche questo un loro dovere e perchè si rifiuterebbe loro il sacramento della confermazione, al quale tengono moltissimo; ma la loro coltura letteraria si riduce per lo più a leggere malamente il Vangelo o a fare a un dipresso la loro firma. Alcuni di essi però sono suscettibili di studio e di coltura. Io conobbi un lappone, maestro di scuola stipendiato dal Governo di Norvegia e che insegnava il norvegiano e l’aritmetica ai suoi piccoli scolari della Lapponia. Del resto meglio assai saranno ritratti i lineamenti psichici di questa gente nei due capitoli, che dedicheremo più innanzi al loro mondo ideale e alla loro religione.
Qui basterà a completare il loro ritratto il poco che potrò dire delle loro industrie e delle loro arti.
Di sensi acuti, sono molto abili al tiro, e così, come nel secolo scorso erano ancora abilissimi tiratori d’armi, oggi lo sono col fucile o la carabina.
Del resto, trovandosi in continui rapporti colla civiltà scandinava, comperano belle e fatte molte cose, che potrebbero e saprebbero fare da sè, se dovessero ricorrere alle sole proprie attitudini. Oggi essi si accontentano di preparare il loro filo, le loro pelliccie, i loro cucchiai d’osso ed altri piccoli utensili.
Il filo si prepara dalle donne coi tendini delle renne. Si tostano al fuoco, si battono finchè divengono molli, o si masticano e poi si fregano sulle guancie o sul ginocchio finchè siano ridotti in fili sottilissimi (et palma ad maxillam affricando, in tenuissima fila contorquent, Leem). Con telai molto primitivi fatti di osso intrecciano le loro fascie di lana a varii colori. Filano lo stagno con molta arte e ne ricamano le loro fascie. Sanno anche tingere il panno in giallo o in rosso, adoperando il Lycopodium complanatum, la radice del Rumex acetosa, i fiori del Galium verum.
Le donne preparano le pelliccie, scarnando bene le pelli e ungendole poi a più riprese con olio di fegato di pesce. Gli uomini invece fabbricano i loro cucchiai colle corna delle renne, incidendovi fiori e disegni di renne. Fanno anche vasi di legno coi tronchi e le radici delle betule. Bordier disse, che i disegni incisi dai lapponi sui loro cucchiai e sulle loro scatole o agorai rammentano quelli dei vasi scandinavi dell’epoca del bronzo. Egli aggiunge, che filtrano il latte di renne attraverso un ingegnoso filtro di crino, onde levarne i peli. Quanto a me, non ho trovato presso i lapponi altro strumento più ingegnoso di un grande cucchiaio per cogliere rapidamente e bene una grande quantità di frutti di bagiole, ed io consiglierei i nostri montanari a farne di simili, invece di cogliere una per una le bacche dei loro mirtilli. È un cucchiaio di legno simile in tutto a quello, di cui si servono i barcaiuoli del Lago Maggiore e del Lago di Como per cavar l’acqua dai loro burchielli e sul labbro anteriore vi è un pettine a larghi denti, che scorrendo tra le pianticine del mirtillo, ne distacca i frutti, facendoli cadere nel cucchiaio[16].
Ma questi nostri lapponi, donde sono venuti? Chi son dessi? Per quale anello si congiungono alla grande famiglia dei popoli dell’Asia o dell’Europa? Oggi, noi giustamente non crediamo di conoscere bene una creatura qualunque di questa nostra pallottola sublunare, se non le abbiamo assegnata la genealogia e il posto gerarchico nella grande storia del divenire.
Per chi si accontenta della mitologia, potrebbe bastare l’iscrizione seguente, che nel secolo scorso si leggeva ancora sopra un’antichissima statua dell’isola di Gidschœe:
Findus fratrem interfecit
Quia inter eos de via non conveniebat;
quapropter in Borealem regni partem concessit,
ubi ejus progenies in immensum aucta est,
Ab illo descendunt omnes illi Normanni,
Qui sese Finnos appellant.
Ammessa per vera la leggenda, noi dovremmo sempre dimostrare che fra i finnos vanno contati anche i lapponi.
Knud Leem crede di riscontrare molti rapporti fra i lapponi e gli antichi sciti; quali il vestirsi di pelli, la vita nomade e la pastorizia. Gli par quindi, se non vero almeno verosimile, che i lapponi siano una propagine degli antichi sciti e in una nota aggiunge, che anche Leibnitz e Bajerus sono di questa opinione.
Il buon pastore norvegiano però non è troppo forte in etnologia, dacchè, alcune pagine più innanzi, trova una quandam etiam convenientiam fra i lapponi e gli antichi ebrei; cioè capelli oscuri, vestimenti simili, il canto sacro, usi relativi alla mestruazione ecc. E quasi non bastasse questo vagabondaggio di opinioni, egli trova forse una parentela fra lapponi e finni della Svezia. Davvero che questi nostri amici del nord sarebbero parenti universali!
Appartiene forse alle fantasie etniche anche l’idea che i fenici abbiano visitato il nord della Norvegia e che i cartaginesi andassero a pescare alle Lofoden, riportando il pesce nella loro terra affricana.
Leopoldo Von Buch dice, che Thule deve essere la Norvegia settentrionale e non l’Islanda e sostiene la sua opinione con validi argomenti. Egli ammette che lapponi e finni discendano da uno stipite comune, ma che si siano separati fra di loro prima di venire lì dove si trovano oggi. Egli crede probabile, che i lapponi abbiano lasciato la costa del Mar Bianco per venire ad abitare la Norvegia e la Svezia e che i finni sian venuti dall’Estonia, attraversando la Finlandia.
Virchow considera i lapponi come un ramo dei finni; Schaffhauser invece vede in essi i discendenti di mongoli respinti al nord lungo la costa dell’Oceano glaciale. Ecker crede, che siano un ultimo avanzo di un popolo, che occupava un tempo tutta la Scandinavia e fors’anche gran parte della Germania; ma quest’ultima opinione, che pure parrebbe a priori tanto verosimile, è contraddetta da tutte le ricerche preistoriche fatte dai dotti paletnologici della Danimarca, della Svezia e della Norvegia ed oggi in tutta la Scandinavia non vi ha anima viva, che osi difenderla[17].
A me sembra che il Van Düben abbia il merito di aver studiato più profondamente le origini dei lapponi, raccogliendo una cronologia di dodici secoli, accompagnando i lapponi da Erodoto fino ai nostri giorni. Poveretti! Essi ignorano la loro storia e non sentono il bisogno di rifarla; tocca a noi, irrequieti indagatori di origini, fare ciò ch’essi non sanno.
Erodoto è molto buio; ma Tacito nella sua Germania (Caput 45 e 46) lì dove parla dei sujones e dei finni, ci dà la prima notizia dei padri antichissimi dei nostri lapponi. Ma dopo Tacito, essi sono scordati per quasi 500 anni, se pur si vuol dimenticare il poco che ne dice Pomponio Mela.
Procopio Cesarico verso il 560 dell’èra nostra descrive la storia delle guerre gotiche e parlando degli eruli, che ritornano a Thule, loro patria, dice che quella terra era in gran parte disabitata, ma che la piccola regione coltivata contava tredici popoli diversi con altrettanti re. Aggiunge che in quel paese ad ogni anno si ripete il miracolo, che nel solstizio di estate il sole non tramonta e nel solstizio d’inverno il sole per quaranta giorni sparisce dall’orizzonte. Fra i barbari che abitano Thule, un solo popolo mena vita selvaggia e sono gli scrithiphinni. Son gente, che non beve vino, nè raccoglie frutta dalla terra, nè la coltivano; neppure le donne lavorano in casa, ma escono cogli uomini a cacciare. I loro monti e i loro boschi danno a loro le carni delle loro belve e dei loro uccelli. Non hanno lino, ma si veston di pelli, cucite coi tendini.
I loro bambini non poppano, ma succhiano il midollo dei grossi animali. Appena nasce un bambino, viene sospeso ad un albero e si copre di pelliccie, dandogli in bocca un pezzo di midollo, che succhia, mentre i genitori partono per la caccia.
Un altro goto, Jornandez, del tempo di Procopio (pag. 350), descrive Thule, sotto il nome di Isola Scanzia, che è circondata dal mare e da moltissime altre isole. Nel nord abita un popolo, che nell’estate ha 40 giorni di sole e nell’inverno 40 giorni di tenebre. Fra tutti i popoli della Scanzia i più dolci di costumi sono i fenni.
Il longobardo Paolo Varnefried, duecento anni dopo, cioè verso il 780, parla dello stesso popolo. Sono gli scrito-finni, che confinano coll’isola di Scandinavia. Anche nell’estate hanno la neve e vivono di carne cruda. Il loro nome deriva dal modo di camminare sopra pezzi di legno in forma di barca. Hanno un animale simile al cervo, della cui pelle fanno vesti simili ad una tonaca, che scende loro fino al ginocchio. A ponente, nel mare, vi è un vortice (il Malstroem).
Sulla fine dell’800 il geografo di Ravenna, l’anonimo ravennate, parla di un popolo scandinavo, che abita il paese più freddo del mondo. E via via, per secoli trovate molti autori che si copiano l’un l’altro, lasciandoci la parola di finni, con cui anche oggi danesi, islandesi e norvegiani battezzano i nostri lapponi. Per il Van Düben i finni di Tacito sono gli scrito-finni degli scrittori del medio evo.
Un’antica tradizione dice che son venuti dall’oriente; e Castren, raccogliendo la tradizione, credette di poterla precisar meglio, dicendo che essi son partiti dall’Altai coi finlandesi; cosa però che è assai più facile a dire che a precisare. Il Van Düben, più scettico del Castren, trova i lapponi troppo diversi dai finni per poterli fare escire da un unico ceppo. È vero, che le loro lingue sono affini, che appartengono entrambi al gruppo ugro-altaico; ma altra cosa è l’affinità filologica ed altra la etnica. I lapponi emigrarono forse per i primi da un grande centro altaico, emigrando verso il nord-ovest, lungo il fiume Irtisch o l’Obi e passando gli Urali. Dire a qual’epoca giungessero in Europa è cosa impossibile.
I lapponi hanno nella loro lingua 18 parole per esprimere la forma dei monti, 20 per il ghiaccio, 11 per il freddo, 41 per la neve e le sue varietà, mentre d’altra parte sono poverissimi di vocaboli che esprimono cose di paesi temperati. Anche questo fatto è un potente indizio per dimostrare, che questa povera gente nacque tra i ghiacci e tra i ghiacci emigrò, mutando solo il freddo d’Asia in quello d’Europa.
Ecco il poco di sicuro, che la critica etnologica può affermare sull’origine dei lapponi; inoltrarsi in vie ristrette per cercare particolari più minuti sarebbe lo stesso che smarrire la via e perdersi nel laberinto del romanzo storico.